Hatari

Articolo a cura della guestblogger Verina Romagna

L’edizione 2019 dell’Eurovision Song Contest è aperta, il pubblico agita le proprie bandiere in platea o collassa sul divano di casa grazie alla diretta televisiva: tutti sono storditi dai glitter, dai sorrisi di una schiera di bellocci canterini, dalle canzonette orecchiabili che ripetono ossessivamente love, love, love.
Viene il turno dell’Islanda, piccolo concorrente che non annovera troppi successi o sorprese, e all’improvviso il palco di dipinge di rosso sangue. Con un beat aspro e metallico, la scena si rivela: una gabbia, un gruppo di creature androgine vestite in pelle e latex; uno dei cantanti è steso come morente su una gradinata; l’altro non canta, urla. Con un growl che non è selvaggio o liberatorio, quanto piuttosto gelido e allucinato, le parole pronunciate sono HATRIÐ MUN SIGRA, “l’odio prevarrà”.

“Questo cos’è? E soprattutto, com’è potuto succedere?”, si domanda il pubblico dell’Eurovision.
Facciamo un passo indietro.


Quattro anni fa, in una luminosa sera d’estate, mentre il sole di mezzanotte splendeva, due ragazzi passeggiavano per Reykjavík contemplando l’ascesa del populismo, la rovina operata dal capitalismo e i crimini dell’individualismo crescente in Europa. La risposta logica, ovviamente, era una sola: Hatari.

Meet the band

Hatari dall’islandese si traduce come haters, “odiatori”. La band si autodefinisce un “premiato gruppo artistico performativo, anticapitalista, antisistema, industrial, techno-distopico, BDSM” modificando e aggiungendo a piacere gli aggettivi . Hatari è un progetto multimediale, presieduto da un’azienda nebulosa dal sospetto nome di Svikamylla ehf. (“Implacabile Truffa/Rete di Menzogne & Co.”).

Il progetto si fonda sulla band musicale che i due ragazzi del racconto, i cantanti Klemens Hannigan e Matthías Tryggvi Haraldsson, formano insieme al loro “batterista schiavo” Einar Hrafn Stefánsson. Al trio si aggiunge una variabile squadra di performer, ballerini, coreografi, visual artist e stilisti indipendenti responsabili di un curatissimo guardaroba fetish, nonché di una serie di tute da ginnastica con logo per i momenti di relax dei membri del gruppo.

La leggenda della fondazione di Hatari è una sfacciatissima e ironica mistificazione, regolarmente rifilata da Klemens e Matthías ai giornalisti, ma ci sono fatti inconfutabili: Hatari ha ricevuto davvero diversi premi, e la maggior parte del gruppo proviene effettivamente dall’Accademia d’Arte di Reykjavík. Matthías, coi suoi venticinque anni, ha già un riconoscimento come drammaturgo esordiente ed è particolarmente coinvolto nella stesura dei testi nichilisti delle canzoni di Hatari. Klemens è carpentiere e scenografo, Einar suona anche nella band indie-pop Vök.

Ma che genere di musica fa Hatari? Domanda difficile, soprattutto perché il gruppo si affretta a reinventare il proprio stile ogni volta che qualcuno rischia di capirlo. Se si chiede direttamente a Klemens o a Matthías, parte ancora un lungo elenco di aggettivi creati a soggetto, che inizia con parole quasi calzanti come “techno-punk”, prosegue con “pop”, “bondage” e “giorno del giudizio”, poi sfuma in “cabaret” e “bonanza”. Fra le influenze musicali dichiarate appaiono i Rammstein, i Die Antwoord, i Rage Against The Machine, gli Abba (“se fossero stati più marxisti“), le Spice Girls, Naomi Kline, Noam Chomsky, Donald Trump e Theresa May.

Di fatto le canzoni di Hatari hanno una base ritmica elettronica, arricchita dalla batteria live di Einar, e due voci a contrasto: il growl di Matthías per la parte principale e una parte melodica affidata al canto soave, implorante e lamentoso di Klemens. Un canto che diventa addirittura un falsetto nel brano Hatrið mun sigra presentato all’Eurovision.

La musica, comunque, è solo un elemento nella performance di Hatari, una singola espressione delle idee alla base del progetto: inscenare una distopia autoritaria fascistoide ambientata alla fine dell’umanità, smascherare l’implacabile truffa della vita quotidiana, smantellare il capitalismo… e magari vendere un po’ di CD e di t-shirt nel frattempo. Dopotutto, osservano i membri della band, “smantellare il capitalismo non è gratis“.

Il perno di Hatari è proprio la contraddizione, il paradosso, il contrasto. Il BDSM negli abiti e nella messa in scena è necessario, perché il BDSM “ti libera mentre allo stesso tempo ti costringe, come il capitalismo“.
Ma prima ancora il contrasto emerge dal dualismo tra i cantanti Klemens e Matthías, infinitamente giocato ed esibito, vero punto focale dell’intero progetto.

I personaggi di Hatari

Matthías, il leader del gruppo, interpreta il ruolo di dominatore nonché dittatore assoluto nella distopia di Hatari. È bruno, algido e imponente, e la sua voce ha un timbro solenne e cavernoso. Il tiranno Matthías è caratterizzato da rigidità, movimenti repressi e trattenuti, inespressività. Sul palco si muove a malapena e apostrofa il pubblico con pochi gesti controllati, secchi e teatrali, di ispirazione nazista. Le sue urla rabbiose scaturiscono da un volto granitico, assente, perso in un delirio di odio e autoaffermazione. Anche quando non sta cantando, Matthías mantiene la sua apatica compostezza; se pronuncia frasi ironiche e paradossali, lo fa evitando ogni accenno di ilarità.

Klemens è il braccio destro di Matthías, un innocente che il dittatore martirizza e sottomette. Si tratta di una vittima il cui tormento diviene oscena estasi: Klemens rappresenta il becchino compassionevole dell’umanità morente. È piccolo, biondo (o talvolta tinto di un rosso acceso), frizzante ed efebico. Come Matthías, espone la bislacca retorica di Hatari con la massima serietà, ma non segue la medesima autodisciplina. Nel linguaggio del corpo e nella gamma espressiva si ispira, a seconda dell’estro, a un’infinità di ruoli tradizionalmente femminili: l’angelo tenero e fragile, la smorfiosa lolita dallo sguardo sfacciato, la prostituta insofferente, la vamp sonnolenta e vorace.

Alle spalle di un Matthías impalato, Klemens barcolla senza pace lungo il palco e balla al ritmo delle canzoni. Le sue braccia si sollevano, le anche ondeggiano, il corpo si disarticola morbido mantenendo il bacino come centro di gravità. Tra costumi costumi succinti e gemiti orgasmici, Klemens diventa il portavoce dell’elemento erotico nella performance di Hatari: è luce, vita, sesso contro le tenebre e l’aridità di Matthías.

Einar, il batterista schiavo, è un personaggio muto. D’altronde indossa una maschera di pelle borchiata che nasconde la metà inferiore del volto, limitando le sue possibilità comunicative. Lenti a contatto anneriscono la sclera, o restringono la pupilla, sicché la fisionomia è irriconoscibile e risalta soltanto la sua statura gigantesca.

Durante le esibizioni Einar picchia sulla batteria con l’impassibilità di un metronomo, o fa volteggiare una mazza ferrata. O, ancora, veglia immobile alle spalle del gruppo e punta uno sguardo fisso sul pubblico, come un temibile Golem mascherato da sex toy. L’unica frase che ha pronunciato finora, con l’ausilio di una zip sulla bocca generosamente abbassata da Klemens, è il titolo profetico della canzone Hatrið mun sigra.

Completano il quadro alcuni ballerini che collaborano alle performance di Hatari: l’elegante e allampanato schiavo Sigurður Andrean Sigurgeirsson e le pallide, robotiche dominatrici Sólbjört Sigurðardóttir e Ástrós Guðjónsdóttir. Le ballerine non sono meno vestite degli uomini, e se pure capita che interagiscano con i performer maschi, non lo fanno mai in maniera allusiva: nelle coreografie di Hatari la sensualità rimane esclusivamente omoerotica e maschile.

Scalata e scandalo all’Eurovision

E allora, come ha potuto questo freakshow arrivare all’Eurovision?
Il primo passo è stato vincere il Söngvakeppnin, la competizione musicale islandese che ogni anno decreta il rappresentante nazionale all’Eurovision.
La partecipazione della band a un concorso pop televisivo fa sensazione, non solo per il salto rispetto ai circuiti underground che finora ha frequentato il gruppo, ma anche perché Hatari in teoria si è appena sciolto – con tanto di concerto d’addio e di dichiarazione su Iceland Music News (il “più onesto canale informativo dell’Islanda”, in realtà un’altra loro compagnia fittizia). L’abbandono delle scene viene motivato con il fallimento del progetto, “per non essere riusciti ad abbattere il capitalismo nei due anni che ci eravamo dati“. E dura appena dieci giorni.
La partecipazione al Söngvakeppnin viene annunciata con un video promozionale pensato per rassicurare il pubblico pop della kermesse: il gruppo, sorridente in abiti borghesi (Einar per la prima volta senza maschera) si riunisce a mangiare una torta. Per rendere più intimo il quadretto famigliare, partecipano anche la figlioletta di Klemens e quella di Einar e Sólbjört, che nel privato sono fidanzati.
Hatari è diventata una band family-friendly e borghese? Non esattamente: il copione del video è identico alla campagna elettorale di Bjarni Benediktsson, politico controverso che si dedica al cake design per cercare di ripulire la sua immagine.

Quando, al momento della premiazione, Hatari trionfa cogliendo tutti di sorpresa, Matthías annuisce condiscendente e ripete il leitmotiv di Hatari: “Va tutto secondo il piano“. Il capitalismo verrà smantellato partendo dall’Eurovision, giacché avere Hatari come rappresentante nazionale provocherà perlomeno il crollo dell’economia islandese. È già pronta la lettera di scuse al governo, in caso di vittoria.

E quindi eccoli arrivati all’Eurovision, festival che sostiene, almeno negli intenti, la pace e l’amicizia fra i popoli. L’edizione del 2019 si svolge in Israele, a Tel Aviv, nello scenario di un’occupazione per niente pacifica e inclusiva.
Candidato ideale per sfruttare questo paradosso, già dalle prime esternazioni pubbliche Hatari diventa il concorrente scomodo. Il gruppo si presenta spalleggiato da uno sponsor immaginario, l’acqua gassata SodaDream – che riecheggia il nome della israeliana SodaStream ma che, viene precisato, al contrario di quest’ultima “non ha mai operato in nessun genere di territorio occupato“.
Compare un video in cui la band sfida il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu a un incontro di glíma (wrestling islandese), con in palio territori islandesi o israeliani da colonizzare a piacimento dal vincitore.

Nel cuore dell’EBU, l’Unione europea di radiodiffusione che organizza l’Eurovision, cresce l’ansia riguardo alle esibizioni e alle interviste di Hatari: quale sarà “il piano” di cui il gruppo continua a parlare? Non avranno forse in mente di violare le regole del concorso, che vietano di mostrare vessilli politici sul palco?
Ammonito dall’EBU, Hatari concorda di cambiare atteggiamento: passa a un look tamarro a tinte fluo ed evade qualunque intervista che (così afferma) possa essere interpretata politicamente, incluse domande sui propri cibi preferiti. D’altronde, il brano Hatrið mun sigra non vuole davvero incitare all’odio, bensì ispirare il medesimo spirito di unione che sta alla base dell’Eurovision: ricordatevi di amare, prima che la distopia di Hatari si avveri.

La tensione inizia a placarsi. In fondo Hatari è solo una cricca di simpatici burloni, i fenomeni da baraccone che non possono mancare a ogni edizione dell’Eurovision. Al gran finale della gara, è chiaro ormai che non combineranno niente, che “il piano” non esiste. Anche quell’idea di porre termine al capitalismo non è altro che uno scherzo.

Ma quando arriva il momento dell’attribuzione del punteggio in classifica, ecco che succede l’impensabile. Mentre il gruppo è nella green room dell’Eurovision, in diretta, un attimo prima di venire inquadrato Matthias scambia un rapido cenno con Klemens.
Quindi estrae da uno dei suoi kinky boots alcune sciarpe con la bandiera palestinese, che la band si è procurata di nascosto dai presidi militari israeliani.

Mentre viene annunciato il decimo posto per l’Islanda, tra i fischi del pubblico, la sicurezza irrompe per sequestrare le sciarpe. Nel frattempo sul profilo Instagram di Hatari compare una gigantesca bandiera della Palestina, mentre su YouTube viene pubblicato un nuovo videoclip girato nel deserto di Gerico, in collaborazione con l’artista gay palestinese Bashar Murad.

Intimità maschile, la provocazione definitiva

Al di là di questa trasparenza nello schieramento politico, e all’iconoclastia di ricordare proprio all’Eurovision che non viviamo nel migliore dei mondi possibili, Hatari assesta anche un’ultima provocazione – più sottile ma insidiosa, destinata a dividere e turbare perfino i fan. Si tratta della particolare sintonia emotiva e fisica fra Klemens e Matthías.

Nelle apparizioni pubbliche Klemens e Matthías coordinano perfettamente tra di loro gesti e parole, alternandosi o addirittura parlando in sincrono. Eppure talvolta la dinamica di dominazione e sottomissione esibita nelle performance musicali sembra quasi capovolgersi: durante le interviste è Klemens che, in una gag ormai divenuta di repertorio, sussurra qualcosa nell’orecchio del “padrone” Matthías, che poi si limita a riferire impassibile.

Ma non è nemmeno questa inversione dei ruoli a confondere davvero il pubblico, quanto piuttosto l’intimità tra i due personaggi.
Non di rado Klemens si appoggia contro Matthías e reclina la testa sulla sua spalla; Matthías, dal canto suo, tiene l’amico stretto al petto, lo avvolge fra le braccia con atteggiamento protettivo.


I due cantanti affermano di avere un rapporto speciale, intenso e di lunga data: Klemens sostiene e incoraggia lo stoico Matthías a esprimere tutto sé stesso, Matthías è invece lo scudo e il porto sicuro per quella “creatura emotiva senza freni“. Sono due opposti che sanno completarsi, il femminile e il maschile, lo Yin e lo Yang.
Eppure, e qui sta il dettaglio che fa esplodere i pregiudizi di genere, i due cantanti sono cugini, amici d’infanzia e soprattutto eterosessuali.

Le reazioni sono di sgomento. “Impossibile! Sono forse bisex? È tutta una messinscena? Devono per forza essere amanti!”
Sembra che il pubblico preferisca immaginare un incesto omosessuale, piuttosto che ammettere che tra due maschi eterosessuali possa esistere una simile fiducia e rilassatezza nel contatto fisico; l’affetto e la tenerezza che Klemens e Matthias mostrano durante le loro effusioni è un tabù ancora più forte della relazione omosessuale, e sembra mettere in discussione il tradizionale e fin troppo fragile concetto di mascolinità.

Ecco allora che a dispetto di tutto l’armamentario da trickster consumati, delle fumisterie parodistiche, e nonostante l’estetica cruda e tenebrosa, il vero messaggio di Hatari sta nella dinamica di gruppo proposta come vero e proprio antidoto. Sta nel darsi reciprocamente forza e coraggio, infondersi calma e sicurezza l’un l’altro, abbandonare consapevolmente il proprio corpo in mani altrui, amalgamare i lati più spregiudicati di ciascuno come fossero gli ingredienti di una torta “piena d’amore, ma un po’ appiccicosa“.

La donchisciottesca lotta al capitalismo di Hatari è forse solo un’ennesima burla; eppure per combattere il mondo tossico e mortifero che il gruppo mette in scena gli unici strumenti sono l’empatia, la fiducia, il rispetto, i legami personali.
È sufficiente qualcuno che ci accetti, ci sostenga e – perché no – ci coccoli senza paura di risultare ridicolo o poco virile; qui risiede la forza per esprimere noi stessi.
E quando c’è espressione di sé, creatività, vitalità, allora l’odio non prevale.

La perversione di Aristotele

I signori qui sopra stanno praticando il gioco di ruolo sessuale chiamato pony-play, in cui uno dei due partecipanti assume il ruolo del cavallo e l’altro del fantino. Si tratta di una pittoresca nicchia nelle relazioni di dominazione/sottomissione, eppure secondo l’esperto di sessualità alternative Ayzad

gli appassionati possono raggiungere livelli di specializzazione impressionanti: c’è chi predilige la cura del portamento e chi organizza vere gare su pista, chi vive la cosa come variante sessuale e chi si concentra solo sull’esperienza psicologica. Le ponygirl riferiscono spesso di amare questo gioco perché permette loro di regredire a una percezione primordiale del mondo, in cui ogni sensazione è vissuta con maggiore intensità: molte descrivono il ritorno alla “condizione umana” come oneroso e sgradevole. Benché non ci siano rilevamenti precisi al riguardo, si ritiene che le persone che praticano concretamente ponyplay nel mondo non siano più di 2.000, mentre tale fantasia è apprezzata da un numero enormemente maggiore di simpatizzanti.

Ayzad, XXX. Il dizionario del sesso insolito, Edizione Kindle.

Pochi sanno però che questa messinscena erotica ha un antesignano illustre: il primo ponyboy della storia, suo malgrado, fu nientemeno che il massimo filosofo dell’antichità, Aristotele!

(Be’, non veramente. Ma cos’è la verità, caro Aristotele?)

Agli inizi del 1200 nacque una curiosa leggenda: raccontava dell’amore segreto di Aristotele per Fillide, moglie di Alessandro il Macedone (che del grande filosofo era allievo).
Fillide, donna bellissima e scaltra, decise di sfruttare l’infatuazione di Aristotele nei suoi confronti per insegnare una lezione al marito, che la trascurava per passare giornate intere con il suo mentore. Così disse ad Aristotele che gli avrebbe concesso i suoi favori se egli avesse acconsentito a farsi cavalcare sulla schiena. Accecato dalla passione, il filosofo accettò e Fillide fece in modo che Alessandro Magno assistesse, non visto, alla comica scena di umiliazione.

La storiella, menzionata per la prima volta in un sermone di Jacques de Vitry, ebbe subito un enorme successo nell’iconografia popolare, tanto da essere rappresentata in litografie, sculture, oggetti di arredamento, ecc. Per comprenderne la fortuna dobbiamo concentrarci per un attimo sui suoi due protagonisti principali.

Innanzitutto, Aristotele: perché è lui la vittima della vis satirica del quadretto? Perché proprio un filosofo e non per esempio un Re o un Papa?
La barzelletta funzionava su diversi livelli: i più colti potevano leggerci uno sberleffo della dottrina aristotelica dell’enkráteia, la temperanza, ovvero il saper giudicare i pro e i contro dei piaceri, il sapersi trattenere e dominare, la capacità di mantenere pieno possesso di sé e dei propri valori etici.
Ma anche i meno educati vedevano bene che la storia ironizzava sull’ipocrisia dei filosofi in generale – sempre pronti a fare la morale, a disquisire di virtù, a propugnare il distacco dai piaceri e dalle bassezze. Metteva insomma alla berlina quei bellimbusti che amano piazzarsi su un piedistallo per insegnare la rettitudine ai propri simili.

Dall’altra parte c’era Fillide. Qual era la sua funzione all’interno della storiella?
A una prima occhiata l’aneddoto può sembrare un classico exemplum medievale pensato per mettere in guardia dalla pericolosa, infida natura delle donne. Una favoletta morale che dimostrava quanto la femmina potesse essere manipolatrice, tanto da sottomettere con le sue arti di seduzione perfino le menti più eccellenti.
Ma forse le cose non sono così semplici, come vedremo.

Infine, l’atto di farsi cavalcare implica ulteriori ambiguità, di natura questa volta sessuale: questo tipo particolare di umiliazione nascondeva forse un’allusione erotica? Poteva rimandare a una fantasia di dominazione, o simboleggiava invece un’accettazione cavalleresca di servire la donna amata?

Per capire meglio il contesto della storia di Fillide e Aristotele, dobbiamo iscriverla nel più ampio topos medievale del “Potere delle donne” (Weibermacht in tedesco), conosciuto anche nella saggistica anglosassone come “Woman on Top”.
Per esempio, un aneddoto molto simile è quello che vede Virgilio innamorato di una donna, talvolta chiamata Lucrezia, che gli concede un appuntamento notturno calando un cesto di vimini dalla finestra per farlo salire; salvo poi issare il cesto solo fino a metà del muro, lasciando Virgilio intrappolato ed esposto al pubblico ludibrio la mattina seguente.

Anche Giuditta che decapita Oloferne, Giaele che conficca il chiodo nella tempia di Sisara, Salomè con la testa del Battista o Dalila che sconfigge Sansone fanno parte di quelle figure femminili che risultano vittoriose sui maschi, e che furono riproposte infinite volte nell’iconografia e nella letteratura medievale. A queste si aggiungono le varie scene buffe di mogli che comandano i mariti — la cosiddetta “battaglia dei pantaloni”.
Di volta in volta lascive o perfide, queste donne dimostrano di avere un pericoloso potere sul maschio, eppure al tempo stesso esercitano una forte attrazione sull’immaginario, anche erotico.

Le scene più divertenti – come Aristotele trasformato in cavallo o Virgilio nella cesta – erano pensate per suscitare il riso sia negli uomini che nelle donne, e probabilmente venivano anche messe in scena da attori comici: in effetti l’inversione dei ruoli ha un impianto carnascialesco. Nel presentare una situazione paradossale, avevano forse l’effetto di rinforzare la struttura gerarchica in una società dominata dai maschi.
Eppure la prof. Susan L. Smith, esperta della questione, si dice convinta che il messaggio veicolato non fosse così univoco:

il “Woman on Top” è da intendersi non come una semplice manifestazione dell’antifemminismo medievale, quanto piuttosto come un luogo di confronto attraverso il quale potevano venire espresse idee opposte e conflittuali sui ruoli di genere.

Susan L. Smith, Women and Gender in Medieval Europe: An Encyclopedia (2006)

Il fatto che la storiella di Fillide e Aristotele si prestasse a una lettura più complessa è ribadito anche da Amelia Soth:

Era un’epoca in cui la convinzione che le donne fossero intrinsecamente inferiori si scontrava con la realtà delle regnanti femmine, come la Regina Elisabetta, Maria I Tudor, Maria Stuarda, Caterina d’Asburgo e le arciduchesse dell’Olanda, che dominavano la scena europea. […] Eppure l’immagine rimane ambigua. La sua popolarità non può essere spiegata semplicemente con la misoginia e la diffidenza per il potere femminile, perché il fatto che essa fosse inclusa nei pegni d’amore e nelle canzoni licenziose tradisce un elemento di delizia per l’inaspettato rovesciamento, per la trasformazione del saggio in una bestia da soma.

Insomma, forse anche nel Medioevo, e all’inizio dell’età moderna, la dinamica tra i generi non era poi così monolitica. La storia di Fillide e Aristotele ebbe così tanto successo proprio perché era suscettibile di interpretazioni diametralmente opposte: di volta in volta poteva essere usata per mettere in guardia dalla lussuria oppure, al contrario, come aneddoto piccante ed erotico (tanto che la coppia veniva spesso rappresentata nuda).

Per tutti questi motivi, il topos non è mai veramente sparito del tutto ma si è incarnato in molte varianti nei secoli successivi, di cui lo storico Darin Hayton riporta alcuni gustosi esempi.

Nel 1810 il manuale di giochi di società Le Petit savant de société descriveva il gioco del “Cavallo d’Aristotele”, una penitenza vagamente cuckold: il gentiluomo che doveva scontarla era obbligato a mettersi a quattro zampe e a portare sulla schiena una dama, la quale riceveva un bacio da tutti gli altri maschi posti in cerchio.

La cavalcata “alla Aristotele” fa la sua comparsa anche nei manifesti degli ipnotisti, perfetto esempio delle stravaganze a cui erano costretti coloro che si prestavano agli esperimenti di ipnosi. (A proposito di sovversione delle regole, si notino nel poster a sinistra i due uomini sullo sfondo, costretti a baciarsi tra loro.)

Nel 1882 un altro grande filosofo, Friedrich Nietzsche, portò in scena una sua versione di Fillide e Aristotele vestendo in prima persona i panni del “cavallo”. Nelle fotografie lui e il suo amico Paul Rée sono alla mercé della frusta impugnata da Lou von Salomé (la donna di cui Nietzsche era follemente innamorato).

E torniamo infine ai giorni nostri, e ai tizi vestiti da pony che abbiamo visto all’inizio.
Oggi la “perversione di Aristotele”, lungi dall’essere ancora un monito sulla perdita di controllo, è arrivata a significare l’esatto opposto: è diventata un modo per lasciare briglia sciolta (la metafora ippica qui s’impone!) alla fantasia erotica.

Ogni anno in Louisiana si tiene il Ponies on the Delta, un festival per i fan del ponyplay, che raduna qualche centinaio di appassionati impegnati in gare di trotto, corse a ostacoli e attività simili davanti a una giuria di esperti. Esistono negozi online specializzati nella vendita di zoccoli e tute da cavallo, decine e decine di account dedicati sui social, e perfino una rivista underground chiamata Equus Eroticus.

Chissà cos’avrebbe detto il severo Aristotele, se avesse saputo che il suo nome sarebbe stato associato a tali follie.
In un certo senso, la figura dello Stagirita è stata davvero “pervertita”: il filosofo ha dovuto sottomettersi non all’immaginaria Fillide, ma alla leggenda apocrifa di cui è divenuto – suo malgrado – protagonista.

Il paradiso è pieno di pervertiti

Ayzad è uno dei massimi esperti italiani di sessualità alternative e BDSM, autore di svariati libri fra i quali spiccano BDSM – Guida per esploratori di erotismo estremo e XXX – Il dizionario del sesso insolito. La mia ammirazione per il suo lavoro è incondizionata: anche se non siete interessati a fruste e bondage, il mio consiglio è di seguirlo comunque, perché le sue approfondite perlustrazioni delle galassie del sesso estremo aprono prospettive inedite e illuminazioni sulla sessualità tout court, sulla psicologia dei rapporti, sulla semantica dell’eros e sulle storie che raccontiamo a noi stessi quando pensiamo di stare semplicemente facendo l’amore. Affrontando questi temi con scrupolo e ironia, la sua cartografia delle bizzarrie sessuali più strane assicura divertimento, stupore e molte sorprese.
L’ho incontrato la sera prima dell’apertura dei lavori della Rome BDSM Conference a cui partecipava come relatore, ed ha gentilmente acconsentito a firmare un reportage per Bizzarro Bazar su questo peculiare evento.

_____

Fenomenologia della Rome BDSM Conference

di Ayzad

Ho passato gli ultimi giorni circondato da gente in lacrime. Il che era prevedibile, dato che mi trovavo alla più grande convention europea sul BDSM. La parte sorprendente, in effetti, era semmai il motivo per cui piangesse – ma di questo parliamo dopo.

La terza edizione della Rome BDSM Conference si è tenuta in un gradevole hotel capitolino immerso in uno scenario quanto più lontano possibile dalle immagini romantiche solitamente associate alla Città Eterna. Il quartiere è così ontologicamente orribile da essere diventato perfino il soggetto di una celebre gag di Nanni Moretti: benché ci fossi già stato per la precedente edizione dell’evento, ho trovato la sua incongruenza con le comuni aspettative non meno bizzarra – e solo la prima di una serie in cui mi sono imbattuto durante il lungo weekend fra deviati.

Quel che potrebbe risultare ancora più scioccante per tutti coloro che ancora identificano l’eros insolito con squallida pornografia o col fenomeno di 50 sfumature di grigio è che una convention di sadomasochisti non sembra poi tanto diversa da un qualsiasi evento aziendale o raduno professionale. Nella hall i cartelli che indicano le aule dei seminari stanno fianco a fianco con quelli che puntano a noiosi meeting trimestrali di commercialisti; la gente porta al collo gli stessi tesserini usati alle fiere di ortodonzia; e partecipanti dall’aria esausta approfittano del bar per riprendere fiato – o concedersi un pisolino sulle poltrone più appartate.
Cravatte e tailleur sono una rarità fra i look casual adottati dalla maggior parte degli intervenuti, tuttavia anche gli abiti fetish non abbondano mica. Nelle aree comuni non si vedono più tacchi maliziosi o dettagli provocanti di quanti non se ne incontrerebbero in altri giorni lavorativi: i pochi collari da schiava e corsetti indossati con discrezione praticamente scompaiono fra jeans e t-shirt.

Le persone in sé, in compenso, colpiscono per la loro varietà. Al di là della provenienza geografica (con sconforto degli organizzatori erano più gli stranieri che gli italiani), è evidente che si tratti di una combriccola allegramente priva di ansie di conformità agli standard sociali. Le coppie omosessuali si mescolano alle altre con naturalezza rinfrescante rispetto alle controversie infinite sulle unioni civili alimentate da mass media e politicanti; diverse signore serenamente oversize, che in altri contesti verrebbero guardate storto, qui vengono accettate con lo stesso entusiasmo delle più eteree modelle fetish, e lo stesso vale per i disabili presenti. I ventenni chiacchierano educatamente ma sullo stesso piano con partecipanti dai capelli grigi. La situazione mi ha ricordato da vicino i resort naturisti, dove ci si dimentica in fretta di essere nudi e le persone vengono viste per le loro qualità umane, senza essere valutate per l’esteriorità.

A dirla tutta, questo aspetto della Conference ha la tendenza a spiazzare ogni volta che ci si ferma a considerare la situazione dal punto di vista di un osservatore esterno. «Fermi tutti: ma sto davvero discutendo di fisting anale con un chirurgo slovacco asessuale e una ragazza che avrà a malapena un terzo dei miei anni e si identifica come un pony ninfomane?» Per fare un esempio, benché fosse piuttosto ovvio mi ci è voluta un’intera giornata per rendermi conto che uno dei miei interlocutori fosse transessuale: semplicemente non stavo dando alcun peso al suo aspetto. Allo stesso modo, una volta che ci si trova immersi in quell’ambiente ci vuole un po’ per notare che assistere a un seminario dedicato alle varie tecniche per penetrare senza pericolo una donna con una baionetta, o seguire una lezione su come mordere la gente, non è propriamente normale – nemmeno per me. Perché sì: naturalmente la BDSM Conference ha anche lati decisamente pratici.

L’evento vero e proprio si svolge nel centro congressi dell’albergo, che consiste di parecchie aule disposte lungo un corridoio nel quale artigiani dell’erotismo vendono fruste, collari, polsiere, gatti a nove code e altri giocattoli zozzi. Quest’anno hanno condiviso lo spazio con la mostra fotografica legata a un concorso organizzato dalla più importante associazione leather italiana, che ne ha annunciato il vincitore durante la cena di gala tenutasi nel secondo giorno della conferenza.
Il programma offriva oltre ottanta seminari, ciascuno dei quali di quasi due ore. I relatori arrivano da tutta Europa, da Israele e dagli Stati Uniti (nonché dal Giappone, nelle edizioni precedenti). Ma qui è dove finiscono le somiglianze con altri congressi.

Benché nell’area loro riservata i partecipanti restassero sempre gioviali e rispettosi, i suoni provenienti dalle aule non lasciavano infatti alcun dubbio sulla natura delle lezioni. Schiocchi di frusta e mugolii misti a risate e occasionali strilli, mentre i workshop proponevano una raffica di titoli bizzarri. Violet wand, cosa fare con l’elettricità affiancava La cultura del consenso; si poteva passare da Negoziare una sessione a Dermoincisioni artistiche o al tecnicissimo Progressioni per bondage freestyle in sospensione; incontri intellettualoidi quali La realtà delle relazioni di scambio di potere totale, Destrutturare un incontro BDSM o il mio Poliamore e BDSM coesistevano con argomenti decisamente più terra-terra quali I su e giù dei giochi anali e Giochi d’aghi per sadici. Si è parlato inoltre di feticismi, psicologia, kinbaku, sicurezza, comunicazione, strumenti e soggetti esotici quali il solletico erotico o la semantica della sessualità. L’unica cosa che proprio non s’è vista sono stati i chudwah.

‘Chudwah’ è la contrazione inglese di Clueless Heterosexual Dominant Wannabe, cioè “sprovveduti dominatori eterosessuali di belle speranze”. Si tratta di quei trogloditi che impestano le comunità kinky sia virtuali che reali pensando che fare la voce grossa e una smorfia arcigna basti per portarsi a casa partner fighissimi pronti a fornire sesso orale e pulizie domestiche in cambio di qualche ceffone. Gente insomma che non riesce nemmeno a concepire che il BDSM sia un’arte che per risultare sicura e piacevole richiede molta dedizione, per non parlare di vero e proprio studio.
I partecipanti della Conference in compenso erano determinatissimi a migliorare il proprio livello di giochi, quindi si sono comportati come studenti modello. Ciò ha reso i seminari un’esperienza ancora più surreale, con gente impegnata a prendere appunti mentre interpreti disperati cercavano le parole per tradurre discorsi su temi improbabili quali l’infantilismo sessuale, il mindfucking estremo, il bondage tradizionale giapponese o l’origine storica di un particolare virtuosismo con le fruste nato nella Firenze rinascimentale. Credetemi: nella vita ci sono poche cose più strane del ritrovarsi a fine lezione a compilare un modulo di valutazione e discutere col proprio vicino di sedia se la dimostrazione di sutura genitale meritasse quattro o cinque stelline.

Indipendentemente dall’apparente assurdità della situazione, la serietà nell’impegno di tutti a imparare e condividere le proprie conoscenze era comunque palpabile, anche perché questo tipo di nozioni si traduce immediatamente in piacere e sicurezza quando ci si sposta in camera da letto – o nella camera delle torture. Per tutto il corso dell’evento la cultura dell’eros estremo ha avuto priorità su tutto, con dibattiti ininterrotti. Perfino l’ultimo giorno, quando eravamo tutti esausti, la conversazione bilingue durante il pranzo si è per esempio concentrata sui meriti relativi allo stile di presentazione di due relatori che s’erano entrambi occupati di umiliazione erotica. Tutti hanno convenuto che lo shock di sentirsi profondamente umiliati possa contribuire molto a scrollarsi d’addosso il proprio personaggio e concedersi il permesso di lasciare le proprie inibizioni alle spalle. Un insegnante però aveva attentamente creato uno spazio mentale in cui si potesse esplorare l’imbarazzo in un ambiente sicuro, mentre l’altro aveva sottoposto la partner a una sessione di degradazione estrema che molti partecipanti hanno ritenuto semplice abuso. Ne è seguita una discussione tanto educata quanto accalorata, che sarebbe continuata ancora se solo non fosse venuto il momento di assistere a una nuova serie di lezioni che pretendevano la nostra attenzione. Ma naturalmente oltre al lavoro c’è stato anche parecchio gioco.

Aspettarsi che centinaia di pervertiti riuniti in un luogo isolato non trovino occasione di divertirsi a modo loro sarebbe assurdo. Il programma del ritiro comprendeva quindi due feste: una riservata agli iscritti alla BDSM Conference e uno più ampio aperto a tutti la sera dopo. Entrambi sono stati tenuti nei saloni tipo palestra nei quali durante il giorno si svolgevano i seminari di frusta e bondage, che richiedono parecchio spazio. Quei pavimenti moquettati che di solito ospitano soporifere presentazioni aziendali sono stati liberati dalle sedie da conferenza e stipati con una serie impressionante di croci di S. Andrea, panche da fustigazione, gabbie, sling per fisting, gogne e altra mobilia inquietante. C’era pure una grande struttura di tubi Innocenti che assomigliava al gioco da giardino più grande del mondo, ma la cui funzione era consentire la realizzazione di bondage in sospensione multipli.

Non entrerò nei dettagli dei party. Ciò che li rendeva diversi da tanti eventi analoghi era semplicemente il ritrovarsi circondati dalle stesse persone incontrate a colazione con gli occhi ancora arrossati, e poi in veste di diligenti studenti durante il giorno, e ancora a cazzeggiare o tentare approcci al bar del salone, poi vestiti eleganti (o provocanti) per la cena di gala, e ora bardati di lattice e pelle mentre si scatenavano fra dolori e delizie nella luce soffusa. Quando mi sono trovato in fila con loro la mattina dopo al tavolo dei pancake e delle marmellate, ho sentito una specie di privilegio voyeuristico per quella possibilità di averli visti così completamente spogliati da ogni maschera, a mostrare senza malizia lati del loro carattere riservati di norma solo ai coniugi – e a volte nemmeno a loro.
Se già un’intimità continua conduce a legami profondi, la consapevolezza di trovarci tutti lì per la nostra passione per l’erotismo estremo ha spinto la cosa ancora un passo avanti. Con i nostri fantasmi psicosessuali confessati fin dall’inizio, il bisogno di nascondere e sublimare la libido era semplicemente sparito – con tre curiosi effetti.

Il primo era la totale assenza di quel tipo di comportamenti nevrotici tanto comuni nella vita quotidiana; dopotutto la stragrande maggioranza di problemi personali ha origine nella repressione degli istinti e dei pensieri sessuali. Mi azzardo a dire che le rarissime persone a disagio nelle quali mi sono imbattuto nel weekend sembravano tutte avere problemi di ben altra natura.
Un’altra peculiarità è stata la mancanza di viscidume e morbosità. Certo, le persone si scambiavano occhiate inequivocabili, ma le proposte di seduzione venivano fatte e ricevute con una splendida mancanza di sovrastrutture, così come anche i rifiuti erano accettati senza drammi. In effetti, perché avvolgere nell’ansia una parte della vita che dovrebbe essere normale e sana? Il contrasto con le immagini ipersessualizzate vomitate dalle televisioni nella lobby dell’hotel e dalle riviste sui tavolini sottolineava come la società “normale” travisi la gioia del sesso nel suo gemello malvagio – e quanto sia assurdo che tutti noi si sia finiti per credere a una tale orrenda mascherata, spesso perdendo completamente di vista il senso stesso della sessualità.

L’ultimo e forse più affascinante effetto dell’insolita convivenza è stato osservare i sottili cambiamenti nel linguaggio corporeo dei partecipanti. Più l’evento procedeva, più la gente appariva rilassata e in confidenza con la propria fisicità – compresi i lividi e i segni ostentati da molti come vere e proprie medaglie d’onore. Lontanissimi dagli stereotipi frigidi alla Helmut Newton che ancora prevalgono nell’immaginario del BDSM, abbondavano i sorrisi e gli abbracci; i movimenti divenivano più morbidi e consapevoli; le persone imparavano letteralmente a non avere più paura degli altri e di se stesse. Anche l’atteggiamento generale è rapidamente cambiato: anziché essere sempre pronti a criticare e lamentarsi di ogni minuzia come avviene di solito, in questa occasione tutti tendevano a godersi ogni opportunità di piacere – da una nuova pratica erotica a una semplice buona conversazione – ignorando le parti negative. Come aveva commentato un amico sessuologo durante l’edizione precedente, chi fosse entrato in cerca di perversione e depravazione sarebbe rimasto spiazzato dalla tenerezza diffusa fra i partecipanti.

Ecco quindi perché alla fine di tre stravaganti giornate ho visto piangere così tante persone alla cerimonia di chiusura. Per chi si è sempre sentito emarginato a causa delle proprie inclinazioni sessuali e sente di avere finalmente trovato una casa e una tribù, il momento del distacco si carica di così tanta emozione da avere perfino dato vita a un giro di scommesse su quanto avrebbe resistito il rude organizzatore dell’evento prima di scoppiare anch’egli in lacrime durante il discorso di ringraziamento. E non è stato il solo: immaginate come vi sentireste se aveste finalmente passato un weekend in paradiso e sapeste che dovrà passare un altro intero anno prima di ritrovare tanti spiriti simili. Immaginate cosa sia essere stati parte di un mondo perfetto – privo di pregiudizi, ignoranza, meschinità, paura, competizione, odio – e doverselo lasciare alle spalle per tornare alle mestizie quotidiane. Immaginate quanto sia strano rendersi d’un tratto conto che la vita sarebbe tanto migliore se solo più persone smettessero di aver paura della propria sessualità, e che buffo sia scoprirlo a una convention per depravati.

Kegadoru, gli idoli feriti

colorful-harajuku

Il quartiere Harajuku di Tokyo è famoso in tutto il mondo per le sue Harajuku girls, ragazze dai vestiti stravaganti, multicolori e inevitabilmente kawaii, sempre pronte a capitalizzare qualsiasi cosa faccia tendenza al momento. In questa fucina di mode alternative potete vedere sfilare sui marciapiedi decine di gothic lolita, oppure adolescenti vestite con abiti tradizionali mischiati con capi di marca, o ancora giovani agghindati come se fossero ad un festival di cosplay.

Una moda degli ultimi anni è quella dei kegadoru, ossia gli “idoli feriti”, cioè giovani donne che mostrano segni di traumi fisici, bendaggi e garze oftalmiche o di primo soccorso.

2007_12_06_kegadoru

4268406656_705c1d591b

Forse stanno soltanto cercando di attirare l’attenzione dei maschi orientali. Ma in realtà ricoprirsi di bende o fasciarsi un arto come se si fosse appena usciti dall’ospedale è un modo di strizzare l’occhio ad uno dei feticismi sessuali più in voga in Giappone: il medical fetish ha infatti sempre occupato una nicchia piuttosto apprezzata nell’Olimpo delle fantasie nipponiche, e non soltanto.

In effetti esistono riviste erotiche specializzate sul tema, in cui belle e procaci modelle sfoggiano fasciature mediche, tutori ed altri apparecchi terapeutici o protesici. Cosa affascina il pubblico maschile in queste fotografie?

A prima vista sembrerebbe controintuitivo: gli evoluzionisti ci hanno sempre insegnato (vedi ad esempio questo articolo) che, seppur inconsciamente, scegliamo i nostri partner per la loro prestanza e salute fisica – segnali di maggiori chance che la procreazione vada a buon fine.
Ma in questo particolare caso diversi fattori entrano in gioco.

kega2

kega5

329820806_o

Innanzitutto, le bende. Le fasciature che costringono il corpo, nell’ambito feticistico, rimandano al bondage e alle sue corde, ma con tutta la portata simbolica del contesto clinico. E tutti conosciamo bene il potere di un camice bianco sulla fantasia erotica: il mondo della medicina, in virtù del suo focalizzarsi sul corpo, è entrato prepotentemente nel comune immaginario sessuale, dall’infantile “gioco del dottore”, all’icona pop dell’infermiera sexy, fino ai feticismi che trasformano alcuni strumenti medici in oggetti di desiderio (speculum, clisteri, ecc.).

329820853_o

329821000_o

329820760_o

In secondo luogo, il concetto di kegadoru fa leva sull’istinto di protezione. In questo senso, è un tipo di roleplay simile a quello che esiste, in ambito BDSM, nel cosiddetto rapporto Daddy/Little, dove il maschio è figura paterna e premurosa (ma anche severa durante le necessarie “punizioni”) e la femmina diviene una bambina, viziosa e incorreggibile ma oltremodo bisognosa di cure e attenzioni. Qui invece, la ragazza occulta parte del suo viso e del suo corpo sotto le bende, e questa sua “imperfezione”, oltre ad esaltarne la bellezza (attraverso il classico effetto vedo/non vedo), domanda premura e tenerezza.

329821050_o

329821105_o

329821079_o

Infine, i kegadoru hanno anche una chiara connotazione di sottomissione. La donna, in questo gioco, è molto più che indifesa — è addirittura ferita; non può quindi opporre alcuna resistenza. Eppure nel suo esibire le proprie fasciature in pose maliziose, come fossero un tipo particolare di intimo o una divisa fetish, sta evidentemente accettando e scegliendo il suo ruolo. Come si dice spesso in ambito di BDSM, è il sub (cioè chi interpreta la parte del sottomesso) a dettare davvero le regole del gioco e a dettarne più o meno implicitamente le regole.

329821214_o

Tutto questo contribuisce al complesso fascino degli injured idols, che ha ossessionato almeno due grandi artisti occidentali: Trevor Brown (di cui abbiamo parlato in questo articolo) e Romain Slocombe, fotografo, regista, pittore e scrittore parigino che ha fatto delle ragazze “ferite” le sue muse ispiratrici. Ecco alcune delle sue migliori foto.

tumblr_lyevqyNNvD1qmf0bmo1_500

tumblr_m90sa9iPbB1qbpdcto1_r4_500

tumblr_mhiccgszTi1qahy1wo1_500

 

Intervista sul sesso estremo

illustrati

Come sapete, da settembre dello scorso anno Bizzarro Bazar ha l’onore di compilare ogni mese una rubrica fissa sulla splendida rivista Illustrati di Logos Edizioni.

Confessiamo che il tema del numero di febbraio, “l’arte della gioia e l’amore”, ci aveva posto qualche problema, visto che questo è un blog che si occupa principalmente del macabro e del meraviglioso. Alcune strane storie d’amore le abbiamo già affrontate (ad esempio qui), e non era il caso di ripetersi.

ritratto

Dunque, per celebrare San Valentino con il giusto gusto per il bizzarro, abbiamo pensato di intervistare Ayzad, una delle massime autorità italiane in campo di sesso estremo, BDSM e sessualità alternative, autore di BDSM – Guida per esploratori dell’erotismo estremo (2004-2009, Castelvecchi) e di XXX – Il dizionario del sesso insolito (2009 – Castelvecchi), entrambi testi consigliati dall’Associazione Italiana di Sessuologia e Psicologia Applicata e dall’Istituto di Evoluzione Sessuale.

L’intervista esclusiva affronta temi succulenti come la dipendenza da sesso, i rapporti di dominazione/sottomissione, passando per l’orgasmo dei ravanelli, i matrimoni gay e i danni provocati da Cinquanta sfumature di grigio. Il tutto condito con l’ironia e l’arguzia a cui Ayzad ha abituato i suoi lettori.

Illustrati è scaricabile in PDF e consultabile online sul sito ufficiale, e sarà disponibile gratuitamente nelle librerie dai primi di febbraio. Il sito ufficiale di Ayzad è invece un must per approfondire alcuni degli argomenti di cui abbiamo chiacchierato assieme.

Letto ad aspirazione

– Amanti sotto vuoto –

Parliamo oggi di un accessorio sessuale davvero particolare utilizzato nell’ambito del BDSM.

Il BDSM è un acronimo che comprende tutta una variegata e ampia gamma di pratiche sessuali: le quattro lettere rimandano infatti a Bondage e Disciplina, Dominazione e Sottomissione, Sadismo e Masochismo. L’elemento fondamentale è il rapporto fra il ruolo del dominatore e del sottomesso, rapporto che provoca piacere e soddisfazione ad entrambi; come poi questo rapporto si sviluppi, si consolidi o si trasformi nel tempo e in quali declinazioni si configuri sta soltanto alle personalità dei due soggetti.

Come è noto, il BDSM può esprimersi in giochi molto “leggeri”, ma può arrivare a pratiche estreme fino a vere e proprie torture. Sempre regolate, comunque, dall’utilizzo di safe words (parole concordate per indicare al partner che sta esagerando e per interrompere immediatamente il gioco), e dai principi fondamentali di sicurezza espressi dall’espressione inglese SSC – Safe, Sane, Consensual (Sicuro, Sano, Consensuale).

Una peculiarità del mondo BDSM è un’attenzione davvero marcata per l’estetica. L’utilizzo di abiti in latex (nero o colorato) esalta le curve del corpo, lo rende lucido e sinuoso, e l’associazione con il metallo brillante delle borchie, gli anelli, i collari e tutto l’armamentario sado-maso ha fatto entrare questo tipo di immaginario anche nel mondo della moda (fetish fashion) e della pubblicità.

Per gli amanti di questo tipo di pratiche, è un piacere indispensabile l’utilizzo di mezzi di contenimento del sottomesso, vale a dire degli accessori per immobilizzare il partner, prima di sottoporlo ai piccoli e grandi tormenti previsti dal copione della propria fantasia sessuale. Si può andare dalle classiche (e banali!) manette, alle complesse geometrie di corde ereditate dall’arte del bondage giapponese, alla pesantezza delle catene o al minimalismo del nastro adesivo in gomma.

Ma la forma di immobilizzazione più particolare e poco conosciuta è il cosiddetto vacuum bed, letteralmente “letto sotto vuoto”. Si tratta di una struttura (plastica o metallica) che tiene tesi due “fogli” di lattice abbastanza ampi da coprire interamente una persona. Il sottomesso si stende fra i due strati di lattice, e può respirare attraverso un tubo collegato con l’esterno. A questo punto, tramite un aspirapolvere o una macchina per il vuoto, l’aria contenuta fra i due lembi di latex viene aspirata, lasciando la vittima completamente bloccata nella gomma, incapace di reagire e istantaneamente immobilizzata.

Il vacuum bed ha alcuni svantaggi che hanno impedito un successo veramente ampio di questo attrezzo. Innanzitutto, è costoso (dai 600 € in su), ingombrante e molto delicato. Il lattice teso è continuamente a rischio di tagli e rotture, il rumore dell’aspirapolvere può essere una distrazione fastidiosa, le intelaiature in plastica sono talvolta troppo fragili e non reggono alla pressione. Inoltre vi sono alcuni pericoli per la salute di chi è “risucchiato” all’interno del letto: la respirazione è particolarmente difficile, il caldo e l’impossibilità di una normale sudorazione all’interno della gomma impediscono sessioni particolarmente lunghe, e la sensazione di claustrofobia può divenire più terrorizzante di quanto ci si aspettasse.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=9wF1m5gVE04]

Nonostante questi problemi, per molti appassionati il “letto” rimane uno dei metodi più perfezionati di immobilizzazione. Inoltre è innegabile che, fissato nel lattice nella posizione concordata, il corpo del partner divenga una sorta di opera d’arte, con tanto di cornice – e questo ancora una volta prova quanto l’estetica sia fondamentale per gli amanti del BDSM.

Il solletico

Cosa c’è di strano nel solletico? Lo proviamo fin da bambini, alle volte ci fa ridere, altre volte può darci francamente fastidio. Nulla di misterioso. E invece il solletico è uno degli aspetti più sorprendenti e meno compresi dell’esperienza umana.

Innanzitutto bisogna distinguere due tipi di solletico: la knismesi e la gargalesi. Dietro questi due termini esoterici si celano i due tipi di solletico che tutti noi conosciamo bene. La knismesi è quel tipo di solletico che avviene quando la pelle viene sfiorata appena; si avverte in qualsiasi parte del corpo, è un leggero senso di prurito e di attivazione nervosa, e può essere particolarmente eccitante dal punto di vista sessuale. La gargalesi, invece, è il solletico inflitto con una pressione maggiore, ed è localizzato solo in determinate aree del corpo – pianta dei piedi, ascelle, ventre, ecc. È quello, per intenderci, che ci fa ridere in modo incontrollato e ci fa contorcere nel tentativo di evitarlo.

Ora, la parte misteriosa è che non sappiamo a cosa serva, né come funzioni veramente il solletico. In parte sembra correlato alle vie nervose che si occupano del dolore, ma esistono alcuni casi di pazienti che pur non potendo avvertire dolore (a causa di danni alla spina dorsale) sentono benissimo il solletico. Attraverso quali vie si propaghi, quindi, e quale sia il suo effettivo valore evolutivo, è tutt’oggi materia di speculazione.

Ma le sorprese non finiscono qui. Anche in campo sessuale (e se seguite il nostro blog, ve lo potevate aspettare) il solletico è protagonista di un feticismo tutto suo. Il tickling, ovvero il provocare solletico al partner, spesso immobilizzato per impedirgli di sfuggire alla “tortura”, è una pratica piuttosto diffusa, tanto che in Giappone è considerata parte integrante ed essenziale dei preliminari.


Il tickling si pratica direttamente con le dita sul corpo del partner, legato con corde o cinture, oppure mediante l’uso di strumenti come piume, spazzole, forchette, penne a biro, spazzolini da denti, arnesi appuntiti, o altri oggetti adatti allo scopo. Viene considerato una forma lieve di tortura durante una seduta di bondage.

Quello che pochi sanno, però, è che il solletico nei secoli è stato usato effettivamente come una tortura vera e propria. In due momenti storici diversi fu legalizzato come una delle principali pene corporali. Nell’antica Cina veniva praticato mediante l’uso di aghi. Il famoso “supplizio cinese” consisteva nel punzecchiare la pianta del piede della vittima per ore ed ore. L’aguzzino era bravo nel provocare un misto di solletico e dolore, al quale la vittima stremata finiva per cedere. Questo tormento era riservato alle sole donne appartenenti alle “dinastie nobili”.

Nel Medioevo, in più stati europei venne istituita dall’Inquisizione la “tortura della capra”, riservata per lo più a donne accusate di stregoneria o di adulterio. Questo tormento consisteva nell’imprigionare alla gogna i piedi nudi della vittima, cospargerli “accuratamente” sotto le piante e tra le dita di un unto ricavato da una miscela di sale e lardo per poi lasciare libere due o più capre, tenute rigorosamente a digiuno da alcuni giorni, di leccarli voracemente nella parte sensibile. Anche qui i risultati erano scontati, la lingua ruvida lasciata agire per molto tempo seviziava atrocemente la vittima che quasi mai riusciva a resistere a tanto. Nei casi più gravi la capra veniva lasciata infierire fino a consumare lo strato della pelle, per far sì che dal solletico si passasse al dolore. Esistevano varianti coeve, che implicavano l’uso di cani e gatti e altri animali domestici, attratti dal miele cosparso sul corpo della vittima.

Il tickling ancora oggi viene praticato come forma di tortura in alcuni paesi. Anche se non palesemente dichiarato risulta presente nei metodi di tortura segnalati e portati a conoscenza da Amnesty International. Sono storicamente documentati due casi in cui il prolungato solletico ha portato alla morte le vittime, e almeno uno in cui la tortura ha causato la follia.

Un’ultima annotazione per i viaggiatori: nello stato della Virginia, negli USA, è illegale provocare solletico a una donna. Si rischiano denunce penali.

el periodo medievale, in più stati europei venne istituita dall’Inquisizione la “tortura della capra”, riservata per lo più a donne accusate di stregoneria o di adulterio. Questo tormento consisteva nell’imprigionare alla gogna i piedi nudi della vittima, cospargerli “accuratamente” sotto le piante e tra le dita di un unto ricavato da una miscela di sale e lardo per poi lasciare libere due o più capre, tenute rigorosamente a “digiuno” da alcuni giorni, di leccarli voracemente nella parte sensibile. Anche qui i risultati erano scontati, la lingua ruvida lasciata agire per molto tempo seviziava atrocemente la vittima che quasi mai riusciva a resistere a tanto, inoltre nei casi più gravi la capra veniva lasciata infierire fino a consumare lo strato della pelle, per far sì che dal solletico si passasse al dolore. Esistevano tuttavia, delle varianti coeve, meno conosciute ma più “redditizie” di questa tortura. La procedura consisteva nel denudare completamente la vittima e legarla in posizione di croce di Sant’Andrea su di una grande tavola in legno poggiata direttamente sul terreno. Qui gli “aguzzini” cospargevano i punti più sensibili (seni, ascelle, fianchi, genitali, addome, gambe, oltre ovviamente alle piante dei piedi) delle vittime con un nettare dolcissimo e del miele, poi liberavano e lasciavano che svariati “animali domestici” come pecore, capre, cani e gatti mordicchiassero e leccassero voracemente le parti evidenziate. I risultati si ottenevano dopo pochi minuti, le vittime sottoposte e straziate da un solletico “insopportabile”, perdevano totalmente l’autocontrollo e si arrendevano subito. Talvolta i torturatori eccedevano non ritirando gli animali che persistevano nella loro attività…. per punire maggiormente i malcapitati/e che, tendevano letteralmente ad “impazzire” esposti ad una tale sollecitazione.

The Torture Game

Un amico di Bizzarro Bazar ci suggeriva di inaugurare una rubrica dedicata alle diverse torture, e ai principali strumenti inventati dall’uomo a tale fine. In effetti la nostra biblioteca contiene svariati volumi sulla questione, e confessiamo che il pensiero ci aveva già sfiorato, all’epoca degli scandali del waterboarding utilizzato dalle truppe americane in missione e nei carceri militari; non escludiamo in futuro di affrontare il tema.

Per il momento, però, ci piace rispondere a questo suggerimento in maniera trasversale, un po’ trasgressiva, ma ludica e leggera. Proponiamo qui un gioco flash abbastanza famoso in rete, che vi permette di vestire i panni di un torturatore. Questa, che sembra una trovata di dubbio gusto, si rivela essere poco più che un innocuo antistress: in questo videogame, avrete a vostra disposizione un manichino che subirà tutte le peggiori sevizie che vorrete provare su di lui, utilizzando una serie di armi predefinite. Ma con un clic del mouse, eccolo ritornare integro e pronto per nuove sadiche combinazioni di morte.

Certo, un gioco simile rende l’idea della tortura un intrattenimento un po’ stupido e vacuo, virtuale e irreale, quando sappiamo tutti quali terribili realtà siano legate a questa pratica. Ma buttiamo lì un paio di domande, per puro spirito di provocazione: la nostra società ha davvero bisogno di censurare violenza e sesso? O forse, come auspicava Ballard, maggiori dosi di entrambi potrebbero portare a una aumentata consapevolezza e a una minore paranoia schizofrenica dettata dai tabù? Film e videogiochi violenti sono davvero pericolosi, o è pericolosa una mancata educazione che ci porti a distinguere il reale dalla finzione? Cosa hanno a che fare la catarsi, e la sublimazione degli istinti violenti, con tutto ciò? È giunto il tempo di accettare la nostra intima psicopatologia occidentale, e di creare una mitologia adatta ad essa?

Sono questioni delicate e complesse, che noi vi proponiamo con l’ausilio di un semplice ma controverso videogioco!

Nota: su YouTube si trovano tutorial che descrivono complicate varianti e procedure per raggiungere risultati davvero artistici con questo giochino. Buon divertimento!

Torture Game 3

Trevor Brown

L’artista inglese Trevor Brown è celebre per le sue opere estreme e macabre, che spesso affrontano temi difficili e spinosi. Trasferitosi in Giappone all’inizio degli anni ’90, ha goduto di una fama sempre maggiore mano a mano che le sue pubblicazioni raggiungevano un’ampia diffusione, e che le sue immagini venivano utilizzate per adornare copertine di album di vario genere, e pubblicate sulle prime pagine di diverse riviste famose.

I dipinti di Brown sono ispirati dagli scritti di Sade e di Georges Bataille sull’erotismo, ma ciò che li rende davvero unici è la commistione di innocenza e violenza con la cultura pop giapponese. Trevor Brown esplora diversi territori ritenuti tabù: la pedofilia, la tortura, il medical fetish (di cui è pioniere riconosciuto), il BDSM e altre parafilie.

Protagoniste dei suoi disegni sono quasi esclusivamente bambine sottoposte a vari generi di stress, torture o costrizioni. Eppure, grazie appunto alla forza con la quale l’artista riesce a fondere la sua sensibilità con la cultura giapponese, queste immagini crude e forti emanano un’aria di innocenza e di infantilismo che contrasta con gli aspetti più macabri. I colori pop estremamente accesi, i grandi occhi in puro stile manga, la limpida pulizia dell’immagine rendono i suoi dipinti delle specie di teatrini astratti, pure icone di repulsione e desiderio.

Alcune delle sue immagini più celebri esplorano il cosiddetto medical fetish, vale a dire il feticismo ospedaliero per le bende, le siringhe, gli strumenti chirurgici e ginecologici. L’ispirazione principale (dichiarata) per questo tipo di feticismo restano i romanzi di uno dei maggiori scrittori inglesi del dopoguerra, James G. Ballard (Crash e La mostra delle atrocità sopra a tutti).


Trevor Brown è anche affascinato dalle bambole create da sua moglie: da un certo momento in poi comincia quindi a inserirle anche all’interno dei suoi lavori. La bambola è un altro stratagemma efficace per creare quel senso di disagio e spaesamento che l’artista ricerca: simbolo ludico e infantile per eccellenza, viene qui posto in situazioni invariabilmente adulte, crudeli o morbose.

Eppure, per quanto macabri ed estremi, i suoi dipinti hanno sempre qualcosa di indefinitamente positivo. Le ferite, gli ematomi, le garze oftalmiche divengono quasi un gioco sensuale, perdono il loro alone di semplice sofferenza: rappresentati come oggetto feticistico, sembrano divenire orpelli quasi desiderabili. Sembra cioè che le stesse bambole se ne rendano conto, e si compiacciano ingenuamente che la loro bellezza venga esaltata da questi strani ornamenti.

L’apparente semplicità dei disegni di Trevor Brown nasconde una cura maniacale per il dettaglio, e un senso della composizione non comune. Grazie all’ibridazione fra l’immaginario infantile e quello feticistico, Brown riesce a interrogarci sulla natura sadica del desiderio, mettendoci a disagio con pochi, precisi elementi.

Il sito ufficiale di Trevor Brown.