Sourtoe Cocktail Club

VI PREGO DI ACCETTARE LE MIE DIMISSIONI.
NON INTENDO FAR PARTE DI ALCUN CLUB
CHE ACCETTI FRA I SUOI MEMBRI GENTE COME ME.

(Telegramma di Groucho Marx al Friar’s Club di Beverly Hills)

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Ogni club, confraternita universitaria, o gruppo goliardico che si rispetti ha la sua specifica prova d’iniziazione, che gli aspiranti membri devono superare per potersi infine fregiare del titolo d’appartenenza a quella comunità. Ma fra tutti i bizzarri rituali richiesti per entrare a far parte dell’esclusiva élite in questione, nessuno al mondo è più improbabile di quello del Sourtoe Cocktail Club di Dawson City, in Canada.

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Dawson City è una cittadina di poco più di 1.300 anime del territorio dello Yukon, ed un tempo era il fulcro della celebre corsa all’oro del Klondike; tanto che il romanziere Jack London ne fece la cornice di diversi suoi romanzi e racconti, fra cui anche Il richiamo della foresta (1903). Oggi è principalmente una meta turistico-naturalistica, in cui potete esplorare vecchie miniere, fare trekking, visitare qualche museo storico e, se non vi siete dimenticati il setaccio a casa, cimentarvi perfino nella ricerca di pepite a Bonanza Creek.

E poi, ovviamente, potreste recarvi al Downtown Hotel, all’angolo fra Second Avenue e Queen Street, e cercare di diventare membri del Sourtoe Cocktail Club. A dire la verità, il club non è esattamente esclusivo: secondo gli organizzatori, nel corso degli anni ha acquisito dai 60.000 ai 100.000 membri. Fatto sta che la prova di ammissione è ormai diventata una delle più celebri attrazioni della città.

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Ma allora, in cosa consiste questa prova? Come si diventa membri?
Semplice:

Punto 1 – Recatevi al Sourdough Saloon e chiedete di Captain River Hat;
Punto 2 – Acquistate un drink (il preferito dai membri è il liquore Yukon Jack, a base di whiskey e miele);
Punto 3 – Recitate il “Giuramento di Sourtoe”;
Punto 4 – Guardate mentre nel vostro drink viene lasciato cadere un autentico alluce umano;
Punto 5 – Bevete il vostro Sourtoe Cocktail.

Avete letto bene, il punto 4 dice proprio “alluce umano”. Se vi può consolare, è mummificato.

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Esiste soltanto un’ultima regola aggiuntiva, la più importante:

You can drink it fast, you can drink it slow, but your lips have gotta touch the toe!
(“Puoi bere velocemente, puoi bere lentamente, ma le tue labbra devono toccare il dito!”)

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Dopo aver eseguito tutte le istruzioni alla lettera, ed aver sorbito il cocktail guarnito con dito umano, avrete diritto a una membership card e a un attestato che prova che siete persone “capaci di quasi qualsiasi cosa“.

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La leggenda che sta alla base di questa strana tradizione comincia negli anni ’20. Si racconta che il contrabbandiere di rum Louie Linken e il suo fratello Otto stessero attraversando il confine con un carico di liquore, quando incontrarono una terribile bufera. Nel tentativo di far orientare i suoi cani, Louie scese dalla slitta, ignaro che proprio lì sotto scorresse un rigagnolo ghiacciato. Il suo piede affondò nell’acqua gelida, ma i due non si fermarono, per paura che la polizia fosse sulle loro tracce. La prolungata esposizione al freddo fece sì che l’alluce dello sfortunato contrabbandiere si congelasse completamente. Per prevenire la cancrena, dopo aver somministrato al fratello una buona dose di rum, il fedele Otto eseguì l’amputazione con un’accetta. Per commemorare il momento, i fratelli Linken conservarono il dito in un barattolo di alcol.

Nel 1973, mentre ripuliva una capanna, il Capitano Dick Stevenson ritrovò barattolo e dito.
Ma che utilizzo si poteva trovare per un alluce ormai disidratato e completamente mummificato?
Il Capitano Stevenson analizzò a lungo il problema con gli amici, finché non convennero che non c’era altra soluzione: bisognava formare il Sourtoe Cocktail Club. Le regole originali erano simili a quelle odierne, ma prevedevano tassativamente l’uso dello champagne in un boccale da birra per preparare il famigerato drink.

Purtroppo, il primo dito durò soltanto sette anni. Nel luglio del 1980, un minatore di nome Garry Younger stava cercando di stabilire il record di Sourtoe. Al suo tredicesimo boccale di champagne, la sua sedia scivolò all’indietro e Garry per sbaglio inghiottì il dito.

Qualche maligno pensò forse che questo incidente sancisse la fine del Club.
Invece, da allora, l’hotel ha avuto a disposizione all’incirca una dozzina di nuovi alluci, tutti regalati da generosi donatori affinché la tradizione continuasse. Il primo dito “non originale” era stato amputato a causa di un callo inoperabile; il secondo venne donato da un’altra vittima di geloni (e di nuovo l’alluce venne accidentalmente inghiottito).
E poi ancora: un dito anonimo, in seguito rubato; ben due alluci di un veterano dello Yukon, donati in cambio di alcuni drink offerti alle sue infermiere; uno proveniente da un’amputazione per diabete; e un altro dito, arrivato in forma anonima in un barattolo d’alcol insieme ad un biglietto che ammoniva: “Non indossate mai i sandali mentre tagliate l’erba del prato“.

Fino a poco tempo fa, la multa per chi per sbaglio inghiottiva il dito era di 500 $.
Ma nell’agosto del 2013 un certo Josh di New Orleans entrò nel bar con un paio di amici, ordinò il Sourtoe Cocktail e lo mandò giù tutto d’un fiato, dito compreso. Poi allungò sul bancone i 500 dollari della multa, prima che gli sbigottiti proprietari avessero ancora detto alcunché. Si trattava evidentemente di una sfida con gli amici, in occasione del suo ultimo giorno di lavoro estivo a Dawson.
Per fortuna lo staff aveva già pronto un dito di riserva. Ma da quel giorno la multa è salita a 2.500 $.

Oggi, purtroppo, rimane soltanto un alluce. Gli organizzatori hanno quindi pubblicato un annuncio sul giornale, in seguito al quale — a quanto riporta l’ABC — pare abbiano già ricevuto alcune offerte.

In conclusione, se pensate di non avere lo stomaco per diventare membri del Sourtoe Cocktail Club, vi suggeriamo un trucco ingegnoso per aggirare la temibile prova:  potete sempre diventare donatori… e avrete il vostro nome immortalato nella Sourtoe Hall of Fame.

Kapala

I kapala (in sanscrito, “teschio”) sono coppe rituali caratteristiche del tantrismo di matrice induista o buddista, utilizzate in diversi rituali sacri, e ricavate normalmente dalla calotta cranica di un teschio umano.

Tipiche del tantrismo tibetano, quello più specificatamente magico e sciamanico, queste coppe sono spesso scolpite in bassorilievo con figure sacre (soprattutto Kali la dea dell’eterna energia, Shiva il distruttore e creatore, principio primo di tutte le cose, e Ganesha colui che rimuove gli ostacoli), e talvolta montate con elaborati orpelli e abbellimenti in metallo e pietre preziose.

Gli utilizzi rituali di queste coppe sono molteplici: vengono impiegate nei monasteri tibetani come piatti di offerta di libagioni per gli dèi – pane o dolci a forma di occhi, lingue, orecchie – come oggetti di meditazione, o per iniziazioni esoteriche che prevedono che dai kapala si beva sangue o vino. A seconda di cosa contengono, le coppe vengono chiamate con differenti appellativi.

Gli dèi tantrici vengono talvolta rappresentati mentre reggono dei kapala nelle mani, o bevono il sangue da simili coppe. Esistono kapala ricavati da teschi di scimmie o di capre, che come quelli umani debbono essere consacrati prima che si possano utilizzare per scopi religiosi.

L’antica tradizione dei kapala è vista spesso come un retaggio di antichi sacrifici umani. Quello che ne resta al giorno d’oggi è una strana, macabra ma affascinante forma d’arte e di scultura, una sorta di memento mori ritualizzato, che dona a questi oggetti un alone di mistero e ci riconnette al senso più vero e ineluttabile del sacro.

F.A.Q. – Il bicchiere d’acqua

Caro Bizzarro Bazar, come posso bermi un bel bicchiere d’acqua in assenza di gravità?

Facile. Prendi l’acqua e divorala.

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Il Grande Rigurgitatore

Hadji Ali, noto nel mondo dello spettacolo come Il Grande Rigurgitatore, era nato in Egitto nel 1872. Negli anni ’20, in America, divenne celebre per la sua abilità di inghiottire diversi oggetti e liquidi, e di rigurgitarli in un ordine preciso (scelto dal pubblico, o da lui stesso).

La sua arte non era in realtà una novità vera e propria, ma affondava le sue radici nella metà del 1600, quando artisti francesi come Jean Royer o Blaise Manfre impressionavano il pubblico con le loro abilità. Manfre, in particolare, era famoso per bere grosse quantità d’acqua, e rigurgitare vino. Questo era in realtà un trucco: prima dello spettacolo, Manfre inghiottiva un estratto di legno brasiliano, per colorare di rosso l’acqua che avrebbe in seguito bevuto.

Rispetto a tutti i suoi predecessori, però, Hadji Ali aveva dalla sua una tecnica davvero insuperata: poteva ingollare quantità incredibili di acqua, e risputarle con una precisione millimetrica. Sapeva bere l’equivalente di tre acquari da pesce, e rigurgitarli in una piccola fontanella ad arco per colpire un bicchierino posto a una notevole distanza. Ali riusciva perfino  a complicare questo numero intervallando l’emissione di acqua con la rigurgitazione di diversi oggetti precedentemente inghiottiti, secondo l’ordine prescelto, dimostrando così un’incredibile abilità a dividere il suo stomaco in “compartimenti”.

In effetti, nell’arte del rigurgitatore non esistono trucchi: si tratta semplicemente di abilità e allenamento nel controllare i muscoli della gola e dello stomaco, e di vomitare a comando. Ma Ali era unico: nel suo gran finale, inghiottiva un gallone d’acqua (quasi 4 litri), seguito da un gallone di kerosene. Un castello di carta veniva portato sul palco, e Ali riusciva in qualche modo a separare, nel suo stomaco o a livello dell’esofago, il kerosene dall’acqua. Rigurgitava la benzina, dando fuoco al castello di carta, e in seguito spegneva l’incendio provocato, risputando fuori l’acqua.

Qualsiasi testimonianza filmata della sua sorprendente abilità sarebbe andata persa, se una sua performance non fosse stata immortalata nella versione spagnola di un film di Stanlio e Ollio (“Politiquerias”).

Ecco a voi, signore e signori, Hadji Ali, Il Grande Rigurgitatore.

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Anche oggi questo tipo di arte circense sopravvive grazie allo scozzese Stevie Starr, di cui potete vedere un video qui. L’altro grande vero protagonista della rigurgitazione rimane The Great Waldo, che sapeva inghiottire gli oggetti più disparati (chiavi, monete, orologi), ma che con il tempo affinò la sua tecnica: cominciò a deglutire animali vivi come rane, topi e perfino ratti, rigurgitandoli sani e salvi. Questa sua peculiarità, però, lo rese poco simpatico al pubblico femminile. Solo e disperato, dopo l’ennesimo rifiuto da parte di una donna di cui era innamorato, il Grande Waldo si suicidò con il gas.

Scoperto via The Human Marvels.