“Rachel”: tra favole e anatomia

L’ultima volta che ho parlato del mio amico e mentore Stefano Bessoni è stata quattro anni fa, in occasione dell’uscita del libro-cortometraggio Canti della Forca. Molte cose sono successe da allora. Stefano ha insegnato in innumerevoli corsi e workshop di stop motion in Italia e all’estero, pubblicando alcuni manuali sull’argomento (uno introduttivo, e un testo più tecnico diviso in primo e secondo livello); ma ha anche continuato la sua esplorazione della letteratura per ragazzi reinterpretando alcuni classici come Alice, Pinocchio, il Mago di Oz e la figura tradizionale di Mr. Punch / Pulcinella.

L’ultima fatica di Bessoni si chiama Rachel, un’opera entusiasmante per più di una ragione.

Innanzitutto, si tratta della nuova incarnazione di un progetto a cui Stefano lavora da decenni: quando lo conobbi – eoni fa – stava già cercando i finanziamenti per un film intitolato Il Paese delle Scienze Inesatte, la cui sceneggiatura ad oggi rimane fra le cose più genuinamente originali che io abbia mai letto.

Ambientato durante la Grande Guerra in un paese sperduto sulle coste dell’oceano, narrava la storia di un cercatore di meraviglie in un mondo fantastico; vi si aggiravano personaggi strampalati, ossessionati dalle scienze anomale e patafisiche (qualcuno ricorda lo splendido libro Forse Queneau?), tra fameliche wunderkammer, cacciatori di calamari giganti, anatomisti pazzi, taverne costruite all’interno di capodogli spiaggiati, botteghe di zoologia apocrifa, ventriloqui, spettri e homunculi.

Un vero e proprio compendio della poetica di Bessoni, nato dall’amore per le fiabe nere, per l’estetica delle camere delle meraviglie, per la filosofia naturale del Settecento e le ballate macabre di Nick Cave.

Oggi Stefano sta riportando in vita quel particolarissimo universo, e Rachel costituisce soltanto un tassello dell’impresa. Si tratta infatti del primo volume della tetralogia Le scienze inesatte che sarà pubblicata a cadenza semestrale, e che si arricchirà di tre titoli dedicati agli altri protagonisti della storia: Rebecca, Giona e Theophilus.

Rachel è una sorta di prequel, o di antefatto della vicenda vera e propria: è la storia di una strana e malinconica bambina che vive da sola in una casa sulla scogliera, con l’unica compagnia di alcuni improbabili amici immaginari. Ma una terribile rivelazione la aspetta…

Per quanto riletto attraverso la lente della fantasia, il personaggio è ispirato alla figura storica di Rachel Ruysch (1664-1750), figlia del celeberrimo anatomista fiammingo Frederik Ruysch (di cui ho già scritto).

Scrive Bessoni:

Si racconta che Rachel aiutasse il padre nelle sue preparazioni e che fosse anche molto brava. Testimonianza di questa inusuale attività infantile è la sua presenza in un famoso dipinto di Jan van Neck, dove, abbigliata come un maschietto, assiste il padre durante una lezione di anatomia sul corpo di un neonato. Rachel vestiva con pizzi e merletti da lei ricamati e decorava con fiori le creazioni anatomiche conservate in vetro, immerse in un liquido che Ruysch aveva battezzato liquor balsamicum, una mistura portentosa in grado di conservare nel tempo l’effimera bellezza delle cose morte; molti di questi preparati, oggi esposti nei musei, conservano ancora il colorito roseo della pelle e la morbidezza di un corpo vivo.

Ma il destino della vera Rachel fu diverso da quello immaginato nella mia storia. Una volta cresciuta abbandonò la medicina e l’anatomia, diventando una bravissima pittrice specializzata in nature morte e ritratti, una delle pochissime artiste dell’epoca di cui ci sia pervenuta notizia. Alcune delle sue opere sono conservate agli Uffizi e nella Galleria Palatina a Firenze.

Rachel Ruysch, Natura morta con cesto pieno di fiori ed erbe con insetti, 1711

Arrivato a questo punto, mi sento in dovere di fare una confessione: i libri di Bessoni per me sono sempre stati una bussola speciale. Ogni volta che mi sembra di non riuscire più a mettere a fuoco o trovare la direzione, mi basta prenderne uno in mano e di colpo le sue illustrazioni mi ricordano ciò che è davvero essenziale: perché l’opera di Stefano riflette una totale dedizione alla parte di sé che è capace di meravigliarsi. E una simile purezza è preziosa.

Basta guardare con quale amore vengono omaggiati, fra le pagine di Rachel, i favolosi diorami perduti di Ruysch; dietro le bambole anatomiche parlanti, le chimere, i bimbi sotto formalina, gli immancabili teschi di coccodrilli, non c’è traccia di sofisticazione né della “maniera” di un artista ormai riconosciuto. Si avverte soltanto uno sguardo di bambino che ancora brilla di emozione di fronte all’incanto, che è ancora in grado di riempirsi di visioni oniriche di rara bellezza — ad esempio le flotte di Zeppelin che solcano i cieli sopra alla scogliera dove vive la piccola Rachel.

Ecco perché sapere che il suo progetto più ambizioso e personale è ritornato alla luce mi riempie di entusiasmo.
E poi c’è un’ultima ragione.

Dopo tanti anni, e a partire da questi quatto libri, Le scienze inesatte è sul punto, stavolta per davvero, di trasformarsi anche in un vero e proprio lungometraggio di animazione stop motion. Attualmente in fase di sviluppo, il film sarà una coproduzione Francia-Italia, ed è già stato riconosciuto di interesse culturale dal MiBACT.

E chi non vorrebbe vedere questi personaggi, e questo mondo macabro e buffo, prendere vita sullo schermo?

Rachel di Stefano Bessoni è acquistabile a questo indirizzo.

Canti della Forca

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In ogni adulto veramente tale si cela un fanciullo

e questo fanciullo vuole giocare.

(Friederich Willielm Nietzsche)

Si apre con questa citazione – una vera e propria dichiarazione d’intenti – il nuovo lavoro di Stefano Bessoni, illustratore e filmmaker romano ormai familiare ai lettori assidui di Bizzarro Bazar, e che da questo mese ritorna in libreria con un volume che, è il caso di dirlo, riserva più di una sorpresa.

La prima sorpresa è che Canti della Forca – Galgenlieder, edito da Logos in formato più grande rispetto ai precedenti Wunderkammer, Homunculus e Alice Sotto Terra, ci introduce alla curiosa ed eccentrica opera di Christian Morgenstern (1871-1914), autore perlopiù sconosciuto in Italia.

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Il libro prende infatti spunto da una serie di oscuri componimenti in versi che l’autore monacense ideò durante un’escursione a Werder, dove si trovavano i resti di un vecchio patibolo. In tale occasione creò, insieme ad alcuni amici, una confraternita goliardica detta “della Forca”. Da quel soggiorno nacquero le poesie raccolte sotto i titoli Galgenlieder, Palmström e Palma Kunkel, strani poemetti che davano voce ad un gruppo di impiccati per i quali il patibolo diveniva un punto d’osservazione privilegiato, in cui finalmente la vita umana, con le sue debolezze e le sue paure, veniva messa nella giusta prospettiva. Queste “poesie del patibolo” sono dunque apparentemente infantili, sconclusionate, accomunabili al nonsense britannico, e prefigurano a loro modo l’approccio dadaista o surrealista; ma nascondono, sotto questa facciata giocosa, una vera e propria riflessione sull’uomo e sulle priorità della vita. Lo stesso stile poetico irriverente sembra spernacchiare la poesia “alta” e i suoi dettami: gli impiccati, che hanno visto cosa c’è dall’altra parte, si fanno beffe della seriosità degli accademici, e sono in grado di ridere di tutto e di tutti.

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Gli impiccati di Morgenstern, Bessoni li ha scoperti per puro caso anni fa scartabellando fra le vecchie edizioni di una bottega di libri usati, e ne è rimasto folgorato. In effetti queste poesie stralunate si sposano perfettamente con il mondo grottesco, fragile e poetico delle sue illustrazioni: portati sulla carta dalla matita e dal pennello dell’artista, i personaggi tutto sommato un po’ criptici dei Galgenlieder aquistano una nuova dimensione, grazie anche alla favola di cui Bessoni ha deciso di renderli protagonisti. Una fiaba macabra che, rispetto ad altri suoi lavori, tradisce maggiormente l’ironia che ha sempre fatto da sottofondo a tutte le “rivisitazioni” e riletture che ci ha proposto in questi anni – Alice su tutte.

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La seconda sorpresa, ancora più gustosa, si trova sulla terza di copertina: in allegato al libro è proposto un DVD contenente un cortometraggio realizzato con un misto di live action e stop-motion. Ecco che, grazie a questa ulteriore fatica, i bislacchi impiccati che abbiamo conosciuto fra le pagine del libro prendono letteralmente vita.

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Il film è davvero un piccolo gioiellino. Ripropone, nella cornice delle sequenze animate, un “narratore” molto simile al protagonista di Krokodyle, interpretato dallo stesso Lorenzo Pedrotti, come se il cortometraggio Canti della Forca fosse un prolungamento, uno spin-off o una fantasia collegata dichiaratamente all’universo del film precedente. Ma sono le animazioni a passo uno, curatissime nella scenografia e nella realizzazione dei pupazzi, e le splendide canzoni create appositamente dagli Za-Bùm, che ci trasportano immediatamente in un mondo cupo e strampalato, meraviglioso.

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Il cortometraggio ribadisce quanto, per Stefano Bessoni, illustrazione e cinema siano indissolubili e complementari: il regista trova qui la sua dimensione ideale, riuscendo a donare la profondità e il movimento ai personaggi usciti direttamente dal suo tavolo da disegno. In totale indipendenza creativa (il team produttivo è praticamente lo stesso di Krokodyle), Bessoni dà vita al suo immaginario in maniera forse mai così convincente: d’altronde, per quanto sia un processo lungo e laborioso, la stop-motion dei Canti della Forca è evidentemente anche ludica.

A questo proposito, Rick Baker diceva di Harryhausen, maestro dell’animazione a passo uno: “Ray ci ha dimostrato che un adulto poteva giocare con i mostri, e farla franca”. Anche Bessoni nasconde un fanciullo: siamo grati che quel fanciullo abbia ancora voglia e forza di giocare.

Canti della Forca – Galgenlieder è prenotabile qui.

Alice sotto terra

Abbiamo già parlato del regista e disegnatore Stefano Bessoni in diverse occasioni. Il suo nuovo lavoro illustrato, Alice sotto terra, verrà lanciato in anteprima al Romics di Roma sabato 29 settembre, in un appuntamento intitolato “Viaggio nella wunderkammer”. Sarà un’occasione per conoscere l’autore di persona e procurarsi una copia autografata di questa sua fantasiosa rielaborazione del capolavoro carrolliano.

Chi conosce il mondo di Bessoni, sia quello su carta che quello su grande schermo, saprà già cosa aspettarsi: nelle sue opere l’elemento fiabesco si tinge di accenti macabri, mescolando assieme suggestioni scientifiche e letterarie, la fascinazione per il pre-cinema, il collezionismo naturalistico ed entomologico; tutti questi strani e disparati ingredienti si amalgamano in maniera sorprendente, intessendo un intricato gioco di rimandi di senso.

Rispetto ai precedenti libretti editi da Logos (Homunculus e Wunderkammer), qui è però presente un referente titanico, ovvero quel Reverendo Dodgson, scrittore matematico e fotografo, in arte Lewis Carroll, che con i suoi Alice nel paese delle meraviglie (1865) e Alice dietro lo specchio (1871) ha influenzato tutto il secolo scorso nei più disparati campi (arte, cinema, letteratura, musica, psicologia, ecc.).

Stefano Bessoni, da parte sua, insegue il coniglio bianco da decenni ormai, con una passione e un entusiasmo commoventi, e dalle tavole di Alice sotto terra emerge proprio questo rispetto infinito e questa estrema familiarità con i personaggi che popolano l’universo carrolliano. Con il passare del tempo, essi sono divenuti per Bessoni dei veri e propri compagni di strada, di cui egli conosce ogni minimo segreto; e per ognuno di essi ha inventato storie parallele o devianti dalla favola classica, metabolizzandone caratteristiche e virtù attraverso il filtro delle proprie ossessioni.

Il bruco con il narghilè si trasfigura quindi in uno psiconauta appassionato di frenologia; il cilindro del Cappellaio Matto diventa una wunderkammer ambulante ricolma di teschi di feti, occhi di vetro e preparazioni entomologiche; il Tre di Cuori è un anatomo-patologo intento a dissezionare cadaveri nel tentativo di costruire un cuore a vapore… e via dicendo, tra follia, umorismo e un senso del grottesco che a Carroll, probabilmente, non sarebbe dispiaciuto affatto.

Il blog ufficiale di Stefano Bessoni.

Homunculus

Abbiamo già parlato di Stefano Bessoni nel nostro speciale dedicato al film Krokodyle (2010). Ritorniamo ad occuparci di lui e del suo universo macabro e sorprendente, più unico che raro in Italia, perché proprio domani esce in tutte le librerie, edito da Logos, un suo libro di illustrazioni incentrate sul tema dell’homunculus.

L’omuncolo è un essere “artificiale”, creato cioè secondo segreti rituali alchemici, e la sua leggenda  risale all’inizio del 1500. Sembra che il primo a parlare della possibilità di creare la vita a partire da un complesso procedimento, a metà strada fra scienza e magia, sia stato l’astrologo e alchimista Paracelso. La peculiarità degli omuncoli è quello di essere una sorta di uomini in miniatura – talvolta perfettamente formati, ma altre volte meno “riusciti”.

Prendendo spunto da queste antiche teorie, Stefano Bessoni in questa fiaba gotica ci racconta la storia di Zendak, un medico anatomista tassidermista che assieme alla figlia Rachel è diventato celebre per i suoi preparati anatomici, soprattutto di feti e bambini preservati in formalina; ma, impazzito a causa della morte di Rachel, Zendak si dedicherà alle arti oscure, cercando di dare vita a un omuncolo che possa riempire il vuoto lasciato dalla perdita della figlia adorata.

La storia è narrata con una filastrocca in rima, come accadeva nelle vecchie favole, e alle parole si accompagnano i cupi, malinconici, poetici e ironici disegni di Bessoni; inoltre impreziosisce il libriccino un’appendice finale che contiene delle ricette (alcune più classiche, altre più moderne, ma tutte rigorosamente testate e funzionanti!) per la preparazione e la creazione di un omuncolo.

Homunculus di Stefano Bessoni è acquistabile anche online a questo indirizzo.

Speciale: Krokodyle

Da bambini, tutti sognano di fare l’astronauta. Ma qualcuno sognava di diventare un becchino.

Se c’è un regista italiano che, per temi, dimostra una vera e propria “affinità elettiva” con il nostro blog, è Stefano Bessoni. Fin dai primi corti, le sue immagini pullulano di esemplari tassidermici, wunderkammer, bambole e preparati anatomici, scienze anomale, fotografie post-mortem, e tutto quell’universo macabro e straniante che caratterizza in buona parte anche Bizzarro Bazar. Ma la lente attraverso cui Bessoni affronta questi argomenti è pesantemente influenzata dalle fiabe, Alice e Pinocchio sopra a tutte, filtrate dalla sua vena di visionario illustratore.

Dopo il suo esordio al lungometraggio con Imago Mortis nel 2009, segnato da mille traversie produttive (ma qualcuno ricorderà anche il precedente Frammenti di Scienze Inesatte, mai distribuito), Bessoni ritorna quest’anno a una dimensione indie che gli è forse più congeniale. Se infatti Imago Mortis, pur contando su un notevole dispiego di mezzi, aveva sofferto di alcuni compromessi, il suo nuovo Krokodyle si propone come visione “pura” e totalmente svincolata da pressioni commerciali.

Gli elementi più apprezzati del film precedente, vale a dire la cura per i dettagli fotografici e scenografici, le atmosfere gotiche e macabre, la riflessione metacinematografica, si ritrovano anche in Krokodyle, nonostante la decisione di operare in low-budget e assoluta indipendenza artistica. Bessoni costruisce qui una specie di scrigno di “appunti di lavoro” che testimonia della varietà e profondità dei temi a cui attinge la sua fantasia. Se in Imago Mortis trovavamo la fascinazione per lo sguardo, i teatri anatomici, le favole nere, in Krokodyle il protagonista Kaspar Toporski (alter ego del regista, interpretato da Lorenzo Pedrotti) si trova a “raccogliere” in una collezione virtuale tutte le sue più grandi passioni: l’amore per le stanze delle meraviglie, l’animazione  in stop-motion, la fotografia (ancora), l’esoterismo più grottesco e fumettistico, le creature magiche medievali (mandragole e homunculi), la frenologia, l’archeologia industriale, la letteratura… e, infine, il cinema. Il cinema visto come necessità ed estasi, libertà assoluta di inquadrare “con il cuore e con la mente”, vero e proprio processo alchemico capace di infondere vita a un mondo immaginario.

In esclusiva per Bizzarro Bazar, ecco un’intervista a Stefano Bessoni.

Con Krokodyle ritorni a una dimensione più indipendente – meno soldi e più libertà espressiva. In quale dimensione ti senti più a tuo agio? Cosa trovi di positivo e negativo nelle due differenti esperienze produttive?

L’ideale sarebbe avere tanti soldi e la completa libertà espressiva, ma questa è un’ovvietà. Mi trovo sicuramente molto più a mio agio nella dimensione indipendente, anche se non è possibile farlo senza trovare un minimo di finanziamento e un rientro economico che permetta almeno di coprire i costi del film. Lavorare per il cinema commerciale è invece massacrante, per non dire avvilente, ti annullano le idee e tutta la creatività costringendoti a lavorare come se fossi comunque un indipendente, limitandoti brutalmente il budget destinato all’aspetto visivo ed espressivo, per poi gettarti in pasto al pubblico senza farsi troppi scrupoli. Certo mi auguro che non sia sempre così e che magari, trovando i produttori giusti, si possa anche lavorare in sintonia su un prodotto che possa sposare esigenze commerciali ed espressive. Comunque mi piacerebbe molto continuare a lavorare da indipendente, assieme ai miei amici fidati di Interzone Visions (produttori di Krokodyle), sognatori e visionari come me, cercando però di mettere in piedi budget soddisfacenti per produrre film particolari, di ricerca visiva, ma allo stesso tempo accattivanti per il grosso pubblico.

È inevitabile che qualsiasi cosa tu faccia venga rapportata al cinema italiano. All’uscita di Imago Mortis erano stati citati Bava, Margheriti, e (forse a sproposito) Argento. In Krokodyle “rispondi” dichiarando il tuo amore per Wenders e Greenaway. Dove sta la verità?

La verità è che io ho iniziato a fare cinema guardando autori come Greenaway, Wenders, Jarman, Russell, poi ho scoperto il cinema espressionista tedesco e quello surrealista, l’universo fantastico di Svankmajer e dei fratelli Quay, insieme al grottesco di Terry Gilliam e di Jean Pierre Jeunet, infine mi sono lasciato contaminare da una buona dose di cinema di genere, avvicinandomi in questi ultimi anni a figure come Guillermo del Toro. Gli autori ai quali mi accomunano non li conosco nemmeno bene, li ho visti di sfuggita quando ero bambino e non credo che mi abbiano mai influenzato più di tanto.

Krokodyle si presenta fin da subito come un oggetto particolare, un “contenitore di appunti”. In questo senso sembra un film estremamente personale, quasi pensato per riorganizzare e fissare alcune tue idee in modo permanente. Ma un film deve anche saper incuriosire ed emozionare il pubblico, non può essere ad esclusivo “uso e consumo” di chi lo fa. Come hai mediato questi due aspetti? Come si concilia l’onestà di una visione con i compromessi commerciali?

Krokodyle è indubbiamente un film molto personale. Un film per me necessario per permettermi di fare il punto della situazione sulle mie idee e sulla mia condizione di filmmaker diviso tra indipendenza e cinema commerciale. Penso comunque che anche qualcosa di estremamente personale, se raccontato con fantasia e vivacità, possa destare l’interesse del pubblico. In fondo si dice che si dovrebbe raccontare solamente quello che si conosce molto bene, ed io ho fatto esattamente questo.

Hai spesso parlato del cinema come wunderkammer. Al giorno d’oggi, cos’è che ti provoca meraviglia?

Tante cose mi meravigliano, cose che magari altri non degnerebbero neanche di attenzione. Un animaletto rinsecchito, un insetto, una macchia d’umidità su un muro, un ferro arrugginito, un tratto di matita che lascio su un foglio quasi casualmente. Mi meravigliano le immagini e tutti gli espedienti e le tecniche per catturarle o crearle. Mi meraviglia il cinema, che considero la mia personale camera delle meraviglie, e trovo peculiare che la macchina da presa venga spesso chiamata camera.

Il film è stato in parte realizzato a Torino. Come è stato girare al Nautilus?

Il Nautilus è un posto che adoro. Ogni volta che vado a Torino non posso fare a meno di andarci e di intrattenermi per ore con il mio amico Alessandro Molinengo, perdendomi tra le mille curiosità e stranezze di quella bottega meravigliosa. Lì dentro si respirano le ossessioni degli antichi costruttori di wunderkammer, si percepiscono le perversioni di strambi sperimentatori scientifici e riaffiorano nella mente le descrizioni delle Botteghe color cannella di Bruno Schulz. In parte l’idea iniziale di Krokodyle è partita proprio dentro a quella bottega tanto macabra quanto bizzarra. Girarci è stato come girare a casa… a parte il terrore di rompere qualche reperto dal valore inestimabile!

Krokodyle, come altri tuoi lavori, è mosso da passione enciclopedica, e stupisce per quantità e ricchezza di riferimenti “alti” – letterari, cinematografici, scientifici, magico-esoterici. Eppure il tutto è filtrato da una leggerezza e un sorriso quasi infantili. Quanto è importante l’umorismo per te?

L’umorismo per me è fondamentale, soprattutto se parliamo di un ironia tendente al grottesco e al mondo dell’infanzia. Sono pervaso da una forte dose di umorismo nero che inevitabilmente riverso in ogni lavoro che faccio, che sia un film, un’illustrazione o uno scritto. È un temperamento molto più nordico, anglosassone e lontano dal modo di fare tipicamente italiano. Infatti vengo normalmente visto come un folle o un degenerato, come uno che rema controcorrente, uno da biasimare e allontanare, che mai riuscirà a comprendere le gioie e le delizie della commedia italiana più mainstream, dove calcio, doppi sensi, peti, tette e culi sono ingredienti prelibati per “palati raffinati”.

Gli attori nel film sembrano ben integrati e assolutamente a proprio agio nel tuo mondo. Eppure, recitare in Krokodyle dev’essere stato un po’ come entrare nella tua testa, e far finta di esserci sempre stati. Ok, mi dirai, sono attori… come li hai introdotti in questa realtà macabra e straniante? Che domande ti hanno fatto? Quali difficoltà hanno incontrato?

Non è stato facile, ma sono tutti attori che mi conoscono molto bene e che avevano già lavorato su Imago Mortis. Hanno accettato con entusiasmo di lavorare su Krokodyle proprio per aiutarmi a raffigurare personaggi estremamente intimi. Abbiamo lavorato molto, affrontato lunghe discussioni, e ho pensato a loro fin dalla fase di scrittura, proprio per avere il totale controllo dell’operazione. Somigliano anche ai miei disegni e non fatico a riconoscerli come qualcosa di estremamente familiare, di “mio”. Sono molto soddisfatto del risultato ottenuto.

In Italia l’idea diffusa è che il cinema debba riflettere la realtà, la condizione sociale, parlare insomma di problemi concreti. In una delle immagini più poetiche di Krokodyle, il protagonista fa partire una macchina da presa tenendola vicino all’orecchio, finché il ronzìo del trascinamento della pellicola non copre e annulla il rumore del traffico e dei clacson fuori dalla finestra. Il cinema è per te una fuga dalla realtà? Ti senti in colpa per le tue fantasticherie o le rivendichi orgogliosamente? Insomma, l’esotismo è una vigliaccheria o un diritto?

In colpa? Assolutamente no! Ne sono consapevole ed orgoglioso. L’esotismo, come lo definisci tu, è un privilegio, un dono, un’illuminazione. Io mi sento un fortunato. E poi, sembra strano dirlo, ma per me Krokodyle è un film sulla realtà, sulla realtà che io vivo tutti i giorni. La realtà è fatta di mille sfaccettature e quella che un certo cinema si ostina a propinare è solamente una piccola parte, forse quella più evidente. Basta saper osservare, ascoltare, per scovare un infinità di livelli di realtà che non ci sognavamo minimamente che potessero esistere. Anche gli specchi in fondo non sempre riflettono la realtà, basta pensare a quello che è successo ad Alice. Per concludere vorrei citare una frase di Jean Cocteau proprio a proposito di questo: “gli specchi farebbero bene a riflettere prima di rimandarci la nostra immagine…”

[vimeo http://www.vimeo.com/22233126]

Ricordiamo che il film è in uscita nelle edicole in DVD a partire da metà giugno, in allegato con la rivista Dark Movie, contenente uno special di 16 pagine interamente dedicato al film.

Ecco il blog di Stefano Bessoni, e il sito ufficiale di Krokodyle.

Speciale “Nautilus”

Se siete in viaggio, o abitate, a Torino, c’è una bottega che non potete mancare di visitare. Si tratta sicuramente del più incredibile negozio d’Italia, e lo scrittore David Sedaris si è spinto fino a definirlo addirittura “the greatest shop in the world“: è il “Nautilus”. Prende il suo nome dal mollusco omonimo, considerato un fossile vivente.

Appena entrati, dopo un’occhiata all’invitante vetrina, vi sembrerà di tornare indietro nel tempo e vi troverete immersi nella magia di un’antica wunderkammer. La collezione di oggetti d’epoca macabri e stravaganti affolla il piccolo locale (com’è giusto che sia: il gusto barocco dell’accumulo di dettagli vuole la sua parte).

Vi scoprirete quindi ad indugiare su centinaia di oggetti curiosi, principalmente strumenti medici e chirurgici di tempi andati, animali esotici impagliati, feti sotto formalina, calchi in gesso di teste deformi e maschere mortuarie, fossili, teschi, cartografie, cartelli e insegne d’epoca, mummie, scheletri, macchinari medici esoterici e teste frenologiche, maialini e vitelli siamesi. Un’imponente quantità di oggetti, ammassati in una sorta di folle museo della biologia e della tecnica, che cattura l’interesse dello scienziato così come del ricercatore del meraviglioso.

Il Nautilus collabora anche attivamente con il Museo Cesare Lombroso, recentemente aperto a Torino, che vi consigliamo di visitare. Il negozio è inoltre segnalato sul sito Atlas Obscura, vera e propria “mappatura” dei luoghi curiosi e dei posti incredibili nei quattro angoli del mondo.

Alessandro, uno dei due proprietari di questa invidiabile collezione, ha gentilmente accettato di parlarci di questa sua passione, concedendo a Bizzarro Bazar un’intervista in esclusiva che qui pubblichiamo.

Come è cominciata la tua passione per l’antiquariato medico e naturalistico?

La passione per il collezionismo l’ho avuta da sempre… collezionavo figurine, i tappi delle bottiglie, gli adesivi, fino ad impossessarmi della collezione di francobolli di mio papà (che però perse rapidamente di interesse non appena cessò l’alone di irrangiungibilità che la circondava). Da ragazzetto saccheggiavo regolarmente un mercatino dell’usato di qualsiasi carabattola, per la “gioia” di mia mamma, fino a quando iniziai a collezionare antichi ferri da stiro, mettendo insieme un’importante collezione… Ma fu il ritrovamento fortuito ad un mercatino di un vecchio stetoscopio di legno a far scattare la scintilla della passione per la storia della medicina e per gli antichi strumenti chirurgici, filone che ho approfondito in questi ultimi anni. Le pratiche più “cruente” sono quelle che hanno maggiormente acceso la mia fantasia: l’amputazione, la trapanazione cranica, il salasso… E proprio una sega da amputazione della fine del 1500, un vero pezzo da museo, è sicuramente uno dei pezzi della mia collezione che mi è stato più difficile cedere nel passato, ad un amico-cliente… ma fu la classica “proposta indecente” a cui non si poteva dire di no…

Dopo qualche anno di collezionismo “medico” ho conosciuto Fausto, mio socio e co-papà del Nautilus, grazie al quale piano piano ho esteso i miei campi di interesse, fino a spaziare in tutti gli aspetti della scienza e natura… e oltre.


Come è nata l’idea di aprire il Nautilus? A che tipo di clientela è rivolto il negozio?

Il Nautilus nasce sicuramente da un nostro sogno, dal poter avere la nostra personale wunderkammer in cui poter godere delle nostre collezioni in modo più compiuto, invece di doverle immaginare inscatolate in qualche buio garage… e allo stesso tempo dal desiderio di poterle condividere con altri appassionati.

La dimensione commerciale del Nautilus è parecchio “marginale”, per usare un eufemismo: la bottega è quasi sempre chiusa, abbiamo una tensione alla vendita bassissima, insomma, un disastro… ma non potrebbe essere diversamente, un collezionista per ovvi motivi è restio a fare il semplice commerciante.

I nostri clienti inizialmente erano collezionisti in senso “classico”: il medico che colleziona gli strumenti antichi del suo mestiere, l’appassionato di elettrostatica, il collezionista eccentrico che è fissato con i caschi protettivi industriali… Sempre più però questi scambi diventano marginali, perché cresce il numero di clienti che non collezionano in un ambito specifico, ma “semplicemente” si innamorano di un oggetto e lo ospitano nelle loro case. E non a caso sempre più i nostri clienti sono arredatori di interni alla ricerca di un pezzo “speciale” capace di nobilitare da solo un intero ambiente.


Il Nautilus non è semplicemente un negozio di antiquariato, ma una vera e propria wunderkammer. Qual è il senso, al giorno d’oggi, di assemblarne una?

In effetti sì, il riferimento nobile è quello della stanza delle meraviglie, riletta forse in chiave moderna, dove al posto del lusso principesco delle antiche collezioni possono trovare legittimità anche oggetti “umili” (mi vengono in mente ad esempio gli zoccoli dei contadini francesi per sgusciare le castagne, irte di speroni di ferro, notevoli e inconsapevoli opere dadaiste).

E penso che in un certo senso la wunderkammer risponda ad un desiderio molto primitivo e semplice dell’uomo, quello cioè di essere circondato da un contesto in cui si trova “bene”. Il perché poi una persona si senta più “a casa sua” in una stanza bianca completamente vuota piuttosto che in un antro traboccante anticaglie… beh, lascio agli psico-qualchecosa l’ardua interpretazione…


Il tuo è un interesse di tipo strettamente scientifico, o sei maggiormente attratto dall’aspetto “meraviglioso” della tua collezione? Quanto conta, cioè, il gusto del macabro e del bizzarro?

Quando sono in bottega e guardo la stratificazione di oggetti nel Nautilus l’unico filo conduttore che riesco a riconoscere e che lega in modo coerente questo coacervo è il senso della “meraviglia”, cioè lo stupore provato di fronte a ciascun oggetto a cui abbiamo dato ospitalità nelle nostre collezioni.

Certo, c’è il piacere imprescindibile della scoperta, c’è la valenza economica (in fondo è una passione diventata attività lavorativa), c’è il valore storico… eppure alla fine è quella sensazione che ti sottrae all’esperienza dell’”abituale” a legittimare un simile accumulo, cui talvolta guardo addirittura con sospetto, prospettandomi mille domande… Quindi sicuramente un debole per il bizzarro è presente… quello che invece non avverto è l’attrazione per il macabro, che non intravvedo nemmeno nei pezzi più “estremi” (come ad esempio i reperti anatomici in formalina, di cui naturalmente ben comprendo il potenziale macabro o morboso).


Quanto c’è di infantile nel collezionismo?

Il senso della meraviglia cui accennavo prima… mi piace molto la definizione del collezionista visto come “senex puerilis”, un “anziano fanciullo”. Forse chi l’ha formulata pensava di darle una connotazione leggermente spregiativa, io la trovo invece assolutamente azzeccata e gratificante. È come se contenesse la possibilità di godere allo stesso tempo di due dimensioni incompatibili, la saggezza spesso cinica dell’età matura e la capacità di stupirsi propria dell’infanzia… E in fondo il collezionista vive costantemente questa lotta contro il tempo che passa, a cui tenta di sottrarre i pezzi della sua collezione garantendo loro nuova vita – e cercando forse di conquistare anche per sé una certa sensazione di eternità…


Qual è il pezzo della collezione a cui sei più affezionato? Quale il più raro e/o costoso?

Ho avuto un periodo in cui ero parecchio intrigato dai modelli anatomici in cera, ed ho rastrellato buona parte della bibliografia disponibile sul tema, oltre a qualche bel modello. Sicuramente ci appassiona il tema della teratologia, con tutte le anomalie della natura: dai vitellini a due teste, agli agnellini siamesi (altra vendita molto rimpianta)… I campioni anatomici umani li trovo molto emozionanti, con il loro un affascinante senso di “vita sospesa”.

Il braccio della mummia è uno dei nostri beniamini, ma sono molto affezionato anche ad una piccola scultura francese di un gatto… quindi alla fine più che il valore o la rarità ciò che di solito rende “speciale” ai nostri occhi un pezzo è la storia che porta con sé, il viaggio o le circostanze che lo hanno portato fino a noi.  Poi arriva comunque sempre il giorno in cui sentiamo che il momento è arrivato, e finalmente possiamo lasciar andare l’oggetto difeso fino ad allora: c’è una gran soddisfazione nel veder brillare gli occhi del collezionista che ha appena conquistato un nuovo pezzo che tu hai scovato e accudito per un po’…


Ti capita di essere considerato “un tipo strano” per via della tua passione?

Talvolta, esagerando un po’, dico che il mondo si divide tra quelli che entrano dentro il Nautilus, e quelli che invece rimangono appiccicati con il naso davanti alla vetrina, ma poi alla fine se ne vanno con espressioni più o meno perplesse.

E quelli che entrano però giustamente si aspetterebbero un padrone di casa all’altezza, quantomeno un Igor guercio con la gobba, o il cugino del Gobbo di Notre-Dame, o almeno un freak sopravvissuto al circo Barnum… e quindi la mia presenza delude sempre un po’.

Mi chiedono spesso se non ho paura a stare in bottega, in mezzo a tutte quelle presenze inquietanti, ma me la cavo sempre molto facilmente dicendo che in realtà io ho paura quando esco fuori dalla bottega… per cui, al solito… chi sono i veri mostri e i veri “strani” ?

(Cliccate sulla foto qui sopra per vederla in alta definizione).

Il Nautilus si trova in via Bellezia 15/B a Torino. Apre su appuntamento, per informazioni o prenotazioni chiamate il 339 5342312.

Ecco il link al sito del Nautilus, ricco di numerose fotografie.

Ringraziamo Alessandro per la sua squisita cortesia.

Ringraziamo anche Stefano Bessoni, regista, fan del Nautilus, e autore delle foto contenute in questo articolo.