Teresa Margolles: l’orrore tradotto

Immagina di vivere a Ciudad Juárez, Messico.
La “Città del Male”, una delle più violente dell’intero pianeta. Qui gli omicidi negli anni scorsi hanno toccato vette inconcepibili. Più di 3000 morti nel solo 2010 – otto o nove persone uccise ogni giorno.
E così, ogni giorno, tu esci di casa pregando di non rimanere coinvolto in un regolamento di conti fra le oltre 900 pandillas (bande armate) legate ai cartelli della droga. Ogni giorno, che tu lo voglia o no, sei testimone della strage che si perpetua incessantemente nella tua città. Non è una metafora. E’ un vero massacro, quotidiano, atroce.

Ora immagina di vivere a Ciudad Juárez, Messico, e di essere una donna tra i 15 e i 25 anni.
Le tue probabilità di non subire violenza, e di rimanere in vita, si abbassano drasticamente. A Juárez le donne come te sono vessate, picchiate, stuprate, spesso scompaiono e i loro cadaveri – se mai vengono ritrovati – mostrano i segni di torture e mutilazioni.
Nel caso tu venissi rapita, sai già che probabilmente la tua scomparsa non sarebbe nemmeno denunciata. Nessuno si metterebbe comunque alla tua ricerca: la polizia sembra fare di tutto meno che indagare. “Avrà avuto qualcosa a che fare con il cartello – direbbe la gente – oppure se la sarà cercata“.

Photo credit: Scott Dalton.

Infine, immagina di vivere a Ciudad Juárez, Messico, di essere una donna e di essere un’artista.
Come potresti far comprendere questo inferno a chi a Juárez non ci abita? Come parlare dell’immenso carico di disperazione e di dolore che queste carneficine depositano sul cuore dei parenti delle vittime? Come farti ascoltare, in un mondo già saturo di immagini di violenza? Come rendere palpabile l’angoscia, il senso di perdita costante, lo spreco di vita?

Teresa Margolles, nata nel 1963 a Culiacán, Sinaloa, ha studiato come anatomopatologa prima di diventare artista. Ora vive a Città del Messico, ma in passato ha lavorato in diversi obitori in tutto il Sudamerica incluso quello di Ciudad Juárez, la terribile morgue dove un fiume infinito di corpi scorre attraverso i quattro giganteschi frigoriferi (capaci di contenere 120 salme ciascuno).
Un obitorio per me è il termometro di una società. Quello che succede dentro a un obitorio è quello che succede fuori. Il modo in cui muore la gente mi mostra cosa sta succedendo in città.

A fronte di questa diretta esperienza, Margolles ha indirizzato tutta la sua ricerca artistica verso due difficili obbiettivi: da una parte sabotare la narrativa, onnipresente nei media e nella mentalità messicana, che colpevolizza le vittime (il già citato “se la sono cercata”); dall’altra rendere le conseguenze della violenza concrete e tangibili, traducendo l’orrore in un linguaggio fisico, universale.

Ma occorre una particolare lucidità per evitare certe trappole. La strada più semplice sarebbe sicuramente puntare sulla shock art più cruda: infliggere al pubblico una sequela di immagini di massacro, di corpi mutilati, di carne maciullata. Ma l’effetto sarebbe controproducente, poiché la nostra società è già bombardata di simili rappresentazioni, assuefatta all’immagine iperreale tanto da non distinguerla più dalla finzione.

È necessario dunque portare il pubblico in contatto con la morte e il dolore, ma operando qualche tipo di transfert, in maniera traslata, così che sia la stessa sensibilità dell’osservatore a portarlo sul ciglio dell’abisso.

Ecco la complessa via che ha deciso di intraprendere Teresa Margolles. Quella che segue è una piccola, personale selezione di suoi lavori esposti in tutto il mondo, nei maggiori musei e gallerie d’arte contemporanea, e in diverse Biennali.

En el aire (2003). Il pubblico entra in una sala, ed è subito preso da una leggera euforia alla vista eterea di decine di bolle di sapone che fluttuano nell’aria: il riflesso, infantile, è quello di farne scoppiare qualcuna allegramente, allungando una mano. La bolla esplode, un po’ d’acqua rimane sulla pelle.
Quello che si scopre presto, però, è che quelle bolle sono create con l’acqua e il sapone usati nell’obitorio per lavare i corpi delle vittime di omicidio. Ecco che di colpo tutto cambia: l’acqua che è rimasta sulla nostra pelle ha creato una connessione invisibile, magica, fra noi e questi cadaveri anonimi; e ogni bolla diventa il simbolo di una vita, un’anima che fragile si è persa nel nulla.

Vaporización (2001). Qui l’acqua dell’obitorio, ancora una volta raccolta e disinfettata, è vaporizzata nella stanza da alcuni umidificatori. La morte satura l’atmosfera, non possiamo fare altro che respirare la fitta nebbia dove ogni particella contiene la memoria delle persone brutalmente uccise.

Tarjetas para picar cocaina (1997-99). Margolles ha raccolto delle fotografie di vittime di omicidio relative al traffico di droga. Poi le ha consegnate ad alcuni tossicodipendenti perché le usassero per tagliare la cocaina. La metafora, priva di giudizi morali, è chiara – i morti alimentano il narcotraffico, ogni sniffata implica la violenza – ma al tempo stesso queste fotografie divengono oggetti spirituali, investiti di un significato simbolico/magico legato alla specifica persona scomparsa.

Lote Bravo (2005). Sul pavimento stanno quelli che sembrano dei semplici mattoni. In realtà sono stati prodotti a partire dalla sabbia raccolta da cinque diversi luoghi di Juárez dove sono stati rinvenuti i corpi di donne violentate e uccise. Ogni mattoncino fatto a mano è il simbolo di una donna assassinata nella “città delle ragazze morte”.

Trepanaciones (Sonidos de la morgue) (2003). Soltanto qualche cuffia, che penzola appesa al soffitto. Chi decide di indossarne una, potrà ascoltare i suoni, senza parole, delle autopsie eseguite da Margolles stessa. Suoni di corpi aperti, ossa che vengono tagliate – ma senza immagini che contestualizzino i rumori osceni, senza che si possa sapere precisamente a cosa corrispondano. A chi corrispondano, a quale nome, a quale vita spezzata, a quali interrotte speranze.

Linea fronteriza (2005). La foto di una sutura, un corpo ricucito dopo l’autopsia: ma il dettaglio che rende davvero potente l’immagine è il tatuaggio della Vergine, le cui due metà non combaciano più perfettamente perché si trovano proprio dove è stato eseguito il taglio. Ogni tatuaggio è un modo per dichiarare la propria individualità: la morte insensata è la frontiera che la interrompe e la frantuma.

Frontera (2011). Margolles preleva due muri da Juárez e da Culiacán, e li ricostruisce in galleria. Sui muri sono ben evidenti i fori dei proiettili usati per l’uccisione di due poliziotti e di quattro giovani da parte dei narcotrafficanti. Di fronte a queste pareti, non ci si può impedire di immaginare. Cosa si deve provare, di fronte a un plotone di esecuzione sommaria?
Inoltre, “salvando” questi muri (che nelle città di origine sono stati velocemente rimpiazzati da muri nuovi) Margolles sta anche preservando la traccia visiva di un atto di violenza che la società è ansiosa di rimuovere dalla memoria collettiva.

Frazada/La Sombra (2016). Una semplice struttura, allestita all’esterno, mantiene sollevata una coperta, come la tenda di uno stand di venditori ambulanti. Si può mettersi all’ombra, per cercare un po’ di refrigerio dal sole. Eppure la coperta viene dall’obitorio di La Paz, e avvolgeva il corpo di una donna vittima di femminicidio. L’ombra è dunque quella dell’omertà, del silenzio che avvolge questi crimini – si tratta, ancora una volta, di uno stratagemma concettuale escogitato per portarci più vicini alla morte della donna. Questo sudario, questo delitto proietta la sua ombra anche su di noi.

Pajharu/Sobre la sangre (2017). Dieci donne uccise, dieci stoffe che ne hanno contenuto i cadaveri, ancora macchiate del loro sangue. Su questa tela di partenza Margolles ha fatto ricamare a sette tessitrici di etnia Aymara dei motivi tradizionali. Il sangue rappreso si confonde con le decorazioni floreali, finisce mascherato, metabolizzato all’interno dei disegni intrecciati. In quest’opera straordinaria si può riconoscere, da un lato, la denuncia di una violenza divenuta ormai parte integrante di una cultura: quando pensiamo al Messico, pensiamo spesso alle sue tradizioni più colorate, senza accorgerci del sangue che le intride, senza vedere la dolorsa realtà che si nasconde dietro agli stereotipi che noi tuisti amiamo tanto. Dall’altro lato, però, Sobre la sangre è un atto di amore e di rispetto per quelle donne assassinate. Lungi dall’essere meri fantasmi, sono una presenza concreta; preservando e impreziosendo queste tracce di sangue, Margolles sta cercando di sottrarle all’oblio, e rendere loro la perduta bellezza.

Lengua (2000). Margolles si è presa carico delle spese per i funerali di questo ragazzo, ucciso nelle faide del narcotraffico, e in cambio ha chiesto alla famiglia il permesso di conservare e utilizzare la sua lingua per questa istallazione. In modo che essa possa parlare ancora. Analogamente al tatuaggio in Linea frontizera, qui è il piercing a diventare segno di una singolarità stroncata.
Lo scarto teorico operato qui è notevole: un organo umano, privato del corpo che lo contiene e decontestualizzato, diviene oggetto a sé stante, lingua ribelle, corpo “pieno” esso stesso — portatore di un senso completamente inedito. La ricercatrice Bethany Tabor ha interpretato quest’opera come specchio del concetto deleuziano di corpo senza organi, cioè il corpo che si dis-organizza, rivoltandosi contro le funzioni impostegli dalla società, dal capitalismo, dall’ordine costituito (da tutto ciò, insomma, che Artaud chiamava “Dio” e da cui aspicava una liberazione definitiva).

37 cuerpos (2007). I rimasugli del filo usato per cucire i corpi di 37 vittime sono legati assieme, in una corda che attraversa lo spazio e lo divide come una linea di frontiera.

¿De qué otra cosa podríamos hablar? (2009). L’opera, premiata alla 53a Biennale di Venezia, è quella che ha reso celebre Margolles. Il pavimento della sala è cosparso con l’acqua usata per lavare i cadaveri all’obitorio di Juárez. Ai muri, grandi tele sembrano quadri astratti ma sono in realtà lenzuoli impregnati del sangue delle vittime.
Fuori dal Padiglione Messicano, su un balcone che si affaccia sulla calle, è issata una bandiera del Messico, anch’essa insanguinata. La necropolitica invade gli spazi dell’arte.

Non è semplice vivere a Ciudad Juárez, Messico, essere una donna, ed essere un’artista che affronta di petto la violenza senza fine e spesso senza voce. Ancora più difficile individuare le corde giuste, trovare il miracoloso equilibrio tra crudezza e delicatezza, tra minimalismo e incisività, in un approccio radicale e poetico che possa scuotere il pubblico ma anche toccarne il cuore.

Per questo post sono in assoluto debito con Bethany Tabor, che alla Death & The Maiden Conference ha presentato la sua illuminante ricerca Performative Remains: The Forensic Art of Teresa Margolles, incentrata sulle implicazioni deleuziane dei lavori dell’artista messicana.
Un paio di saggi disponibili su Margolles sono
What Else Could We Talk About? e Teresa Margolles and the Aesthetics of Death.

Link, curiosità & meraviglie assortite – 5

Ecco un pacco regalo di strani spunti e suggerimenti di lettura che dovrebbe tenervi impegnati fino a Natale.

  • Vi ricorderete dell’amica Caitlin Doughty, fondatrice dell’Ordine della Buona Morte nonché autrice del best-seller Smoke Gets in Your Eyes. In passato l’avevo intervistata, avevo scritto un pezzo per l’Ordine, ed ero perfino volato a incontrarla a Philadelphia nel corso di tre giorni di conferenze.
    Caitlin è anche celebre per i suoi video ironici sulla cultura della morte. L’ultimo episodio è dedicato a una storia che, se seguite Bizzarro Bazar, vi è senza dubbio familiare: quella della “Suicida Punita” di Padova, divulgata per la prima volta nel mio libro Sua Maestà Anatomica.
    Con il consueto stile dissacrante, Caitlin riesce a far passare la domanda a mio avviso fondamentale: ha senso giudicare un simile episodio secondo l’etica contemporanea, o è meglio concentrarci su quello che ci racconta riguardo alla nostra storia e all’evoluzione della sensibilità nei confronti della morte?

  • Nel 1966 l’oceano portò sulle rive inglesi una misteriosa scatola: conteneva spade, candelabri, tonache rosse, e tutta una serie di simboli esoterici legati al mondo dell’occultismo. Qual era la funzione di quegli oggetti, e perché erano stati affidati alle onde?
  • E già che ci siamo, ecco una foto autoptica degli anni ’20, forse scattata in Belgio. Che le pipe fossero una strategia per proteggersi dagli odori?
    (Vista qui, grazie di nuovo Claudia!)

  • Sta per uscire un nuovo libro fotografico sull’evoluzione delle specie, che si preannuncia sontuoso. Le magnifiche fotografie di Robert Clark hanno però anche un sottofondo inquietante: “Alcuni scienziati che studiano l’evoluzione in tempo reale sono convinti che potremmo essere nel bel mezzo della sesta estinzione mondiale di massa, un imbuto di morte in slow-motion che lascerà il pianeta con una piccola frazione della sua attuale biodiversità. Una ragione per cui nessuno è in grado di prevedere come finirà — e chi sopravviverà — è che, per molti versi, la nostra stessa comprensione dell’evoluzione sta continuando ad evolversi“.
  • Ma non scoraggiatevi troppo per la fine del mondo: potrebbe essere tutta un’immensa illusione.
    Certo, l’idea è vecchia: i grandi messaggi spirituali, mitologici o artistici in fondo ci ripetono da millenni di non fidarci troppo dei nostri sensi, ci suggeriscono che c’è qualcosa di più oltre la realtà. Eppure fino ad ora nessuno aveva provato a dimostrarlo matematicamente. Fino ad ora.
    Un professore di scienze cognitive dell’Università della California ha elaborato un intrigante modello che sta facendo scalpore: la sua ipotesi è che la nostra percezione non abbia proprio nulla a che vedere con il mondo così com’è, là fuori; cioè che il nostro filtro sensoriale si sia evoluto non per restituirci un’immagine realistica delle cose, ma vantaggiosa. Qui un articolo sull’Atlantic, e qui un podcast in cui il prof fa seraficamente a pezzi tutto ciò che pensiamo di sapere sul mondo.
  • Tutte chiacchiere? E se vi dicessi che gli alieni ultra-evoluti potrebbero essere già tra di noi — senza nemmeno il bisogno di un corpo concreto, ma sotto forma di leggi della fisica?

Altre idee brillanti: la Goodyear nel 1961 sviluppò questi copertoni luminosi.

  • Il Blog of Wonders di Mariano Tomatis è praticamente il gemello meno morboso, ma più magico, di Bizzarro Bazar. Si può passare le giornate a scavare negli archivi, e riemergerne sempre con qualche pepita che ci era sfuggita le altre volte: a me per esempio è successo con questo post sul segreto “razzismo” di chi crede che i Maya siano arrivati dallo spazio. Giacobbo, take this.
  • Nei manoscritti medievali compaiono spesso degli omini oltremodo sfortunati, che avevano la funzione di illustrare tutte le ferite possibili e immaginabili. Ecco un articolo sulla storia e l’evoluzione di questa strana e un po’ fantozziana figura.

  • Guardare delle vernici colorate che si muovono nel latte? Non suona molto attraente, finché non vi prendete quattro minuti di pausa e vi lasciate ipnotizzare da Memories of Painting, di Thomas Blanchard.

  • Mi ricollego ancora alla fallacia dei sensi con alcune immagini dell’Aspidochelone (detto anche Zaratan), uno degli animali fantastici per cui stravedevo da bambino. L’idea di un mostro marino così grande da essere scambiato per un isola, e sul cui dorso cresce addirittura la vegetazione, ha avuto gran fortuna da Plinio alla letteratura moderna:

‘Un bel posto per gettare l’ancora, diceva. Un bel posto per un falò, diceva.’

  • Ma la vera sorpresa è scoprire che lo Zaratan esiste sul serio, sebbene in miniatura:

  • Saddam Hussein, poco dopo il sessantesimo compleanno, si fece togliere 27 litri di sangue che venne usato per calligrafare una versione del Corano di 600 pagine.
    Un manoscritto scomodo, tanto che ora le autorità non sanno bene cosa farsene.
  • Due segnalazioni natalizie, in caso voleste rendere i vostri addobbi un po’ più minacciosi: 1) un set di palline per l’albero decorate con le facce di celebri serial killer, nell’ordine: Charles Manson, Ted Bundy, Jeffrey DahmerEd Gein e H. H. Holmes; 2) un Babbo Natale omicida. Fate capire ai vostri ospiti che le festività vi stressano, e che potrebbero scatenare in voi impulsi incontrollati. Se volete acquistare questi simpatici oggettini, di raffinatissimo gusto, cliccate sull’immagine per aprire il relativo negozio Etsy.  Non c’è di che.

  • Infine, se siete a corto di idee per i regali di Natale, e vi vedete proprio costretti a ripiegare sul solito libro, almeno fate in modo che non sia il solito libro. Ecco quattro esempi puramente casuali…
    Buone feste e alla prossima!

(Click sull’immagine per accedere al bookshop)

R.I.P. Herschell G. Lewis

Ieri si è spento a 87 anni Herschell Gordon Lewis.
Quest’uomo rimane un adorabile, irripetibile paradosso. Un regista maldestro, spavaldo e dall’immarcescibile faccia tosta, completamente alieno all’eleganza delle immagini, che ha sempre e solo girato film per raggranellare qualche dollaro. Un uomo che ha cambiato la storia del cinema, senza volerlo.

La sua intuizione — anche un po’ casuale, secondo la leggenda — è stata comprendere che i B-movie avevano il compito di riempire, di esplicitare le ellissi del cinema mainstream: far entrare nell’inquadratura, cioè, tutto quello che per morale o per convenzione veniva normalmente tenuto fuori campo.
C’era l’esempio dei nudies, quei filmetti dalla trama pretestuosa (se c’era) pensati per mostrare tette e culi, rudimentale sexploitation che nemmeno si sforzava di essere pruriginosa. H. G. Lewis è stato il primo ad accorgersi che, oltre al nudo, nei film “seri” esisteva un secondo tabù che non veniva mai mostrato, e su cui si poteva tentare di far cassa: la violenza o, meglio, i suoi effetti. L’oscena vista del sangue, della carne martoriata, delle budella esposte.

Nel 1960 Hitchcock, per far passare Psycho al vaglio della censura, aveva dovuto promettere di cambiare il montaggio della scena della doccia, perché qualcuno nella commissione credeva di aver visto un fotogramma in cui la lama del coltello penetrava la pelle di Janet Leigh. Lasciamo perdere il fatto che Hitch non rimontò affatto la scena, ma la ripropose un mese dopo esattamente identica (e questa volta nessuno vi vide nulla di scandaloso): l’aneddoto è comunque emblematico delle imposizioni dettate all’epoca dal Codice Hays.
Tre anni dopo, uscì Blood Feast di Lewis. Un filmaccio senza capo né coda, dalla recitazione imbarazzante e dalla regia ancora più approssimativa. Però l’incipit da solo era una bomba: sullo schermo, una donna veniva accoltellata in un occhio, quindi smembrata con dovizia di particolari… e tutto questo, nella vasca da bagno.
Alla faccia tua, Sir Alfred.

Certo oggi le sequenze hardcore di Lewis, dirette discendenti delle macellerie del Grand Guignol, sembrano risibili nella loro ingenuità. Si fa fatica persino a immaginare che lo splatter sia stato un genere, prima che un linguaggio.

La violenza esplicita è ormai un colore in più nella tavolozza del regista, un’opzione sempre aperta e utilizzabile con cognizione di causa: la ritroviamo ovunque, dal poliziesco alla fantascienza e perfino in contesti comici. Il sangue, entrato a far parte del lessico cinematografico, è adesso un elemento ragionato, studiato, soppesato, talvolta estetizzato fino al limite del manierismo (sto guardando te, Quentin).

Ma per arrivare a questo punto, a questa libertà, il gore è rimasto innanzitutto relegato, e per lungo tempo, ai film di seconda o terza categoria. Al cinema brutto, sporco e cattivo che se ne infischiava della sociologia della violenza, o dei suoi significati simbolici. E proprio per questo, a suo modo, esaltante.

Blood Feast è come un poema di Walt Whitman“, amava ripetere Lewis. “Non è bello, ma è il primo del suo genere“.
Oggi, con la morte del suo padrino, possiamo ritenere il genere gore definitivamente concluso, storicizzato.

Eppure, ogni volta che rimaniamo scioccati da una feroce uccisione nell’ultimo episodio di Game of Thrones, dovremmo ringraziare mentalmente quest’uomo, e quel secchio di frattaglie acquistate solo per fare un film sanguinolento.

Per una storia del cinema estremo e hardcore, il miglior testo rimane ancora lo splendido Sex and violence di Curti e La Selva.

Sport bestiali: il gioco, il sangue, la crudeltà

famoso Orson Welles con ordonez

Orson Welles, come è noto, ha cambiato la storia del cinema a soli 26 anni con l’inarrivabile Quarto Potere, un film che già nel 1941 mostrava un linguaggio inaspettatamente moderno e complesso. Welles era anche un eccellente prestigiatore e illusionista, ma quello che pochi sanno è che in gioventù il poliedrico artista e intellettuale aveva accarezzato il sogno di diventare un torero. La sua passione per le battaglie con i tori scemò progressivamente negli anni, quando Welles vide prevalere l’aspetto sensazionalistico e folkloristico della corrida sul suo significato simbolico – nelle sue parole, il sacrificio della “bestia coraggiosa” che incontra un “uomo coraggioso” in una battaglia rituale. “Odio tutto quello che è folkloristico. Ma non ce l’ho con la corrida perché ha bisogno di tutti quei giapponesi nella prima fila per continuare ad esistere (e ne ha bisogno davvero); piuttosto, mi è successa la stessa cosa di mio padre, che era un grande cacciatore e di colpo smise di cacciare, perché disse: ho ucciso troppi animali, e adesso mi vergogno di me stesso“.
Nella stessa splendida intervista con Michael Parkinson, Welles definiva la corrida “indifendibile e irresistibile” allo stesso tempo.

Irresistibile. Qualsiasi scontro violento fra uomo e animale, o fra animale e animale, attira inevitabilmente il nostro sguardo. Sarà forse un richiamo primitivo che ci riporta in contatto con l’antica paura di diventare prede; ma alzi la mano chi non è rimasto, almeno da bambino, incantato di fronte alle immagini televisive dei leoni maschi che combattono per il privilegio sulla femmina, o dei cervi che si scornano per il territorio. La lotta, la violenza sono parte integrante della natura, ed esercitano ancora su di noi un fascino potente e ancestrale.

Questo è probabilmente lo stimolo che sottende un tipo di “show” (se così si può chiamare), già avversato sotto il profilo etico nell’800, e ormai quasi universalmente condannato per la sua crudeltà: si tratta dei cosiddetti bloodsport, definiti dal Cambridge Dictionary come “qualsiasi sport che implica l’uccisione o il ferimento di animali per l’eccitazione degli spettatori o delle persone che ne prendono parte”.
Combattimenti fra galli, fra cani, fra tori, fra orsi, fra ratti, fra tassi: la fantasia non ha mai avuto confini quando si trattava di spingere due animali ad un duello per il semplice gusto dello spettacolo. In questo articolo passeremo in rassegna alcuni dei bloodsport più bizzarri – e probabilmente farete fatica a credere che alcune di queste forme di “intrattenimento” esistano, o siano esistite, per davvero.

rat_killing_dog

Il tiro dell’oca viene praticato ancora oggi in alcune regioni del Belgio, dell’Olanda, e della Germania, ma si utilizza un’oca già morta, uccisa con “metodi umani” da un veterinario. Non era così al principio della tradizione: l’oca, ancora viva, veniva legata per le zampe ad un’asse o a una corda sospesa; si spalmavano attentamente la testa e il collo dell’animale con grasso o sapone. I concorrenti, a turno, dovevano cavalcare sotto il palo e tentare di afferrare la scivolosa testa dell’oca. L’eroe del giorno era chi riusciva a staccare la testa all’uccello, e spesso il premio per la vincita era semplicemente l’oca stessa. Poteva sembrare un’impresa semplice, ma non lo era affatto, come testimonia un passaggio di William G. Simms:

Soltanto al cavaliere esperto, e all’esperto sportivo, è possibile assicurarsi il successo. I giovani principianti, che considerano l’impresa piuttosto facile, sono costantemente scornati; molti scoprono che è impossibile per loro passare nel punto giusto; molti vengono tirati giù dalla sella, e anche quando siano riusciti a passare sotto all’albero senza disastri, falliscono nell’afferrare l’oca, che continua a svolazzare e gridare; oppure, non riescono, andando al galoppo, a mantenere la presa sul collo scivoloso come un’anguilla e sulla testa che hanno preso.

Remington_-_A_Gander-Pull

Gänsereiten_2010

Ganzenrijden-2116-Edit

Nato nel XVII secolo in Olanda, questo sport si diffuse anche in Inghilterra e nel Nord America e, nonostante fosse criticato da molte voci autorevoli dell’epoca, resistette oltreoceano fino alla fine dell’800. Una versione leggermente diversa, ma altrettanto antica, si tiene ogni anno in Svizzera, a Sursee, durante la festa chiamata Gansabhauet: i concorrenti indossano una maschera che rappresenta il volto del Sole e una casacca rossa; la maschera impedisce di vedere alcunché e i partecipanti, procedendo alla cieca, devono riuscire a decapitare un’oca (già morta) appesa ad una corda, utilizzando una spada a cui, per aumentare la difficoltà, è stato tolto il filo.

gansabhauet

Gansabhauet1

Gansabhauet2

Gansabhauet

4cdaca987a1b3

Un altro sport stravagante vide la luce invece in tempi più recenti, durante gli anni ’60. Si tratta dell’octopus wrestling: senza bombole o boccagli di sorta, i concorrenti dovevano riuscire ad afferrare una piovra gigante a mani nude e riportarla in superficie. Il peso del polpo determinava il vincitore. L’animale veniva in seguito cucinato, donato all’acquario locale oppure rimesso in libertà.

13206070723_5bdc6155ee_o

octopus_wrestling

Agli inizi degli anni ’60 si teneva annualmente un Campionato Mondiale di octopus wrestling, che attraeva migliaia di persone, tanto da essere ripreso perfino dalla televisione; nell’edizione del 1963 vennero pescati un totale di 25 polpi giganti del Pacifico, il più grosso dei quali pesava quasi 26 chili. Si aggiudicò la medaglia d’oro lo scozzese Alexander Williams, che catturò ben tre animali.

trail of the octopus

In Giappone, nella cittadina di Kajiki, ogni anno si tiene il festival tradizionale Kumo Gassen, che è il più celebre evento di lotta fra ragni. Praticata un po’ in tutto il Sud Est asiatico, questa disciplina prevede l’utilizzo di argiopi a strisce nere e gialle. Amorevolmente allevati come fossero dei cuccioli, i ragni sono liberi di vagare per la casa, di camminare sulla faccia e sul corpo dei loro padroni, e di costruirsi le loro ragnatele a piacimento: lo scotto da pagare per questa libertà è il duro allenamento alla lotta. A dire il vero, questi aracnidi non sono per loro natura particolarmente aggressivi, e anche durante il combattimento, che avviene per mezzo di un bastoncino sul quale i ragni si scontrano, è raro che si feriscano brutalmente. In ogni caso, è presente un arbitro addetto a separarli, se le cose dovessero farsi troppo violente.

30a05d23113f9782fbaa97cb1f0f00c91

130616kumo2

Kumo Gassen

photo8418

arañas

Se il Kumo Gassen non è in definitiva uno sport particolarmente cruento rispetto ad altri, concludiamo invece con quello che è forse il più agghiacciante fra tutti: il fuchsprellen, popolare nel XVII e XVIII secolo.
Immaginate la scena. In un’arena chiusa (il cortile di un castello, oppure uno spazio appositamente delimitato) si radunavano le coppie di partecipanti al gioco. Nobili con le loro consorti, alti dignitari e rampolli di grandi casate. Ogni coppia era spesso composta da marito e moglie, in modo da aumentare la competitività dei concorrenti. A sei o sette metri di distanza l’uno dall’altra, entrambi tenevano in mano il capo di una rete o di una serie di corde poggiata per terra: questa era la loro fionda.
Ad un tratto, una volpe veniva liberata nel cortile: spaventata, correva di qua e di là finché non passava sopra alla fionda di una delle coppie. In quell’esatto momento i due concorrenti dovevano tirare gli estremi della rete con tutta la forza, per lanciare l’animale il più in alto possibile.

Fox_tossing_1719

Untitled-2

Untitled-1

Vulpes-11b

Nel campionato di lancio della volpe indetto da Augusto II di Polonia, non furono soltanto questi bellissimi animali a venire sparati in aria: vennero fiondati in totale 647 volpi, 533 lepri, 34 tassi e 21 gatti selvatici. Il Re in persona partecipò ai giochi, e dimostrò (a quanto si racconta) la sua forza tenendo la rete con un solo dito, mentre all’altro capo stavano due dei cortigiani più muscolosi. Ogni tanto si provava anche qualche nuova variante: nel 1648 vennero liberati nel recinto 34 cinghiali “con grande diletto dei cavalieri, ma causando il terrore delle nobildonne, fra le gonne delle quali i cinghiali crearono grande scompiglio, per l’ilarità senza fine dell’illustre compagnia ivi assembrata“. Nello stesso campionato si provò a lanciare tre lupi.
Leopoldo I d’Asburgo invece si univa con gioia ai nani di corte per finire a mazzate gli animali appena atterrati, tanto che un ambasciatore annotò la sua sorpresa nel vedere l’Imperatore del Sacro Romano Impero accompagnarsi con quella cricca di “minuscoli ragazzi, e idioti“.

Indifendibile, ma non certo irresistibile.

(Grazie, Gianluca!)

Auto trapanazione

Fino a dove sareste disposti ad arrivare, pur di “ampliare la vostra coscienza”? Potreste scegliere la strada più lunga, la meditazione, lo yoga, lo zazen e via dicendo. Oppure potreste decidere di prendere la “scorciatoia” delle sostanze psicoattive, e cercare di “liberare la mente” attraverso lo yage o i funghetti mescalinici, o l’acido lisergico. Ma arrivereste mai al punto di prendere il vostro fido trapano Black&Decker a percussione, puntarvelo alla fronte e praticare un bel foro nel cranio, dal quale si possa vedere la dura mater che ricopre il cervello?

La trapanazione è stata praticata fin dal Neolitico. Era una pratica relativamente comune, con la quale si cercava di far “uscire” gli spiriti maligni dalla testa del malato. Secondo alcune interpretazioni dei dipinti rupestri, pare che i nostri antenati fossero convinti che praticare un foro nel cranio potesse curare da emicranie, epilessia o disordini mentali. L’intervento, popolare nelle aree germaniche durante il Medio Evo, sembra inoltre aver avuto un’alta percentuale di sopravvivenza – a giudicare dai bordi soffici dei fori sui teschi ritrovati, le ferite stavano cominciando a guarire:  sette persone su otto si riprendevano dall’operazione.

Flashforward al 1964. I tre protagonisti di questa storia si chiamano Bart, Amanda e Joseph.

Bart Huges, un giovane olandese che non aveva mai potuto finire gli studi di medicina per via del suo uso di stupefacenti, pubblica un incartamento underground intitolato Il meccanismo del Volume del Sangue al Cervello, conosciuto anche come Homo Sapiens Correctus. In questo piccolo, psichedelico saggio Huges parla di come il cervello del bambino sia così ricettivo perché le ossa del cranio sono elastiche e la fontanella alla cima della testa permette al cervello di “respirare”, ossia di sostenere la pressione del sangue proveniente dal cuore con una sua propria “pulsazione”. Crescendo, però, la fontanella si salda e le ossa si solidificano. Il nostro cervello rimane così rinchiuso in una vera e propria prigione. Praticando un foro nel cranio, si allenta la pressione del cervello e lo si libera, dandogli uno sfogo per “respirare” e rendendo possibile una sorta di sballo permanente, oltre che un ampliamento della coscienza senza precedenti. Bart Huges praticò su se stesso la trapanazione, l’anno successivo, nel 1965. L’operazione durò 45 minuti, ma per togliere il sangue dai muri occorsero 4 ore.

Con le sue bende che coprivano l’impressionante foro, praticato all’altezza del terzo occhio, Bart Huges divenne il guru della trapanazione, auspicando che tutti gli ospedali la praticassero gratuitamente, e arrivando a opinare che in un futuro non troppo lontano il buco in testa venisse praticato a tutti, a una certa età, per creare un’umanità evoluta e sensitiva.

Ora, penserete, in un mondo normale nessuno darebbe credito a un guru di questo tipo, e soprattutto alle sue fantasticherie pseudoscientifiche. Ma questo non è un mondo normale, e men che meno lo era quello dei favolosi Sixties, in cui la liberazione della mente era uno degli scopi principali dell’esistenza, assieme al libero amore e alla musica rock. Huges cominciò con il farsi un adepto, Joseph Mellen, un hippie piuttosto fatto che però ebbe il merito di fargli conoscere Amanda Feilding. Fra i due scoccò subito la scintilla della passione. Bart e Amanda convinsero il povero Joseph a trapanarsi – ma se Bart aveva usato un trapano elettrico, Joseph avrebbe dovuto usare un trapano a mano, “per convincere le autorità che anche le popolazioni del terzo mondo avrebbero potuto godere della tecnica”. Joseph, che aveva forse poca personalità ma di certo molta buona volontà, provò a bucarsi la testa con quel trapano, senza riuscirvi, forse anche a causa della quantità impressionante di LSD che si era calato per “calmare i nervi”.

Mellen ci riprovò per altre quattro volte, nell’arco dei quattro anni successivi, talvolta assistito da Amanda (che aveva nel frattempo lasciato Bart, e si era sposata con lui). Una volta, ancora strafatto di LSD, si era trapanato fino a svenire ed essere ricoverato d’urgenza. Un’altra volta aveva sentito “un sacco di bolle corrermi dentro la testa”, ma visto che l’estasi prevista non arrivava, aveva concluso che  il buco praticato doveva per forza essere troppo piccolo. Un’altra volta si ruppe il trapano, Joseph dovette interrompere l’operazione a metà, andare a chiedere a un vicino di riparargli l’utensile, e poi riprendere il “lavoro”. Infine, dopo tanti tentativi tragicomici, Mellen riuscì ad ottenere il suo bel buco, e il più grande e potente sballo della sua vita (a suo dire). Amanda, imparando dagli errori del marito, decise tre mesi dopo di tentare anche lei.

Filmata da Joseph, la sua fu un’operazione sopraffina, e divenne ben presto un filmato d’arte underground che ancora oggi pochi hanno avuto la fortuna (?) di vedere: Heartbeat In The Brain (1970). Il filmato, esplicito e duro, ebbe una certa eco negli ambienti artistici nei quali la Feilding era conosciuta.

Amanda Feilding è sempre stata più ambigua sul risultato della sua auto trapanazione; ha continuato a sostenerne gli effetti benefici con strenua convinzione, ma ha anche spesso sottolineato la “soggettività” delle sue posizioni. (A onor del vero, bisogna sottolineare che nessuno di questi ferventi fautori della trapanazione ha mai sostenuto l’auto trapanazione: vi sono arrivati dopo che nessun chirurgo si era prestato a soddisfare le loro richieste).

Dopo vent’otto anni assieme e due figli, Mellen e Fielding si separarono. Risposati, ognuno di loro convinse il rispettivo nuovo coniuge a farsi trapanare. In tutto, le persone trapanate al mondo dovrebbero essere circa una ventina. Fino a qualche anno fa era attiva anche una Church Of Trepanation, con sede in Messico, che proponeva per un modico prezzo una trapanazione operata da un chirurgo messicano compiacente. Oggi si è trasformata in un più sobrio Gruppo per la Trapanazione, con un sito ad appoggio delle teorie in favore di questa pratica.

Per saperne di più:

Trapanazione su Wikipedia (inglese) – Intervista-racconto ad Amanda Feilding – il documentario A Hole in The Head

Lacrime di sangue

art.cries.blood.wate

Calvin Inman è un teenager del Tennessee che almeno tre volte al giorno, a causa di una sconosciuta sindrome, piange sangue.  I medici non sanno dare una spiegazione a questo fenomeno: l’emolacria (questo il nome scientifico delle lacrime di sangue) è estremamente rara e riscontrata solo dopo un forte trauma o a seguito di gravi ferite alla testa. Il ragazzo è in perfetta salute, se si esclude questa sconcertante peculiarità. TAC, ultrasuoni e altri esami non hanno fornito alcuna delucidazione sulle possibili cause di questa affezione.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=0e33gJfLT90]

(Via BoingBoing)