La scacchiera e la Nera Signora

Pochi giochi si prestano alla metafora filosofica come gli scacchi.
Le due armate, una oscura e l’altra luminosa, si affrontano da millenni in eterno scontro. Una lotta astratta, di perfezione matematica, in cui il “terribile amore per la guerra” dell’Uomo viene iscritto in una griglia ortogonale solo superficialmente rassicurante.
La scacchiera nasconde infatti un’impossibile vertigine combinatoria, un’infinità di varianti. Tocca non lasciarsi ingannare dall’apparente semplicità dello schema (la stima delle possibili partite è un numero da capogiro), e ricordarsi del Faraone che accettando di pagare un chicco di grano sulla prima casella e di raddoppiarlo per le successive si ritrovò sul lastrico.

La battaglia dei 32 pezzi sulle 64 caselle ha ispirato, al di là delle ovvie allegorie marziali, diversi componimenti poetici che tracciano un’analogia tra la scacchiera e l’universo intero, e tra le pedine e la condizione umana.
La più antica e celebre è una delle quartine del Rubaiyyát di ʿUmar Khayyām (1048–1131):

Sotto specie di verità, non di metafora,
noi siamo dei pezzi da gioco, e il cielo è il giocatore.
Giochiamo una partita sulla scacchiera di giorni e notti,
e ad uno ad uno ce ne torniamo nella cassetta del Nulla.

Quest’idea di Dio che muove gli uomini a suo piacimento sulle caselle è già piuttosto inquietante; Jorge Luis Borges la moltiplicò in una regressione ad infinitum, con una geniale struttura “a cannocchiale”, domandandosi se perfino Dio non fosse pezzo inconsapevole di una scacchiera più ampia:

E il re cortese, il sinistro alfiere
la regina irriducibile, la rigida torre, l’accorto pedone
sopra questo spazio bianco e nero
si cercano e si scelgono
in una muta accanita battaglia.

Non sanno che la mano precisa di un giocatore
governa quel destino
non sanno che una legge ineluttabile
decide il loro prigioniero capriccio.
Ma anche il giocatore (Omar Khayyam lo ricorda)
è prigioniero di un’altra scacchiera
di notti nere e di accecanti giorni.

Dio muove il giocatore
che muove il pezzo.
Ma quale dio, dietro Dio,
questa trama ordisce
di polvere e di tempo, di sogno e di agonia?

Questa partita cosmica ci interroga naturalmente sulla questione del libero arbitrio, ma si iscrive anche nel più ampio contesto del memento mori e della Morte livellatrice. Che siamo Re o Alfieri, torri o semplici pedine; che si combatta per i Bianchi o per i Neri; che il nostro esercito vinca o perda — il vero esito della battaglia è comunque segnato. Si finirà tutti riposti nella cassetta dei pezzi, nella “fossa comune del tempo“.

Non sorprende dunque che la Morte personificata si sia a più riprese seduta alla scacchiera con l’Uomo.

Nelle raffigurazioni più antiche lo scheletro era dipinto come crudele e pericoloso, pronto a ghermire l’ignaro passante con la violenza; a partire dal tardo medioevo con la Danza Macabra (e la possibile fusione con la figura bretone di Ankou, inquietante ma non malevola) ritroviamo invece lo scheletro disarmato e pacifico, perfino danzante, in una festa carnascialesca che, se da un lato ricorda l’inevitabile destino, funge anche da esorcismo.

Che la Morte concedesse una partita a scacchi, dunque, si accordava con quest’idea più positiva rispetto ai temi iconografici antecedenti (trionfo, Giudizio Universale, incontro con i vivi, ecc.). Di più: il fatto che il Mietitore potesse ora essere addirittura sfidato, suggerisce la nascita di un atteggiamento tipico del pensiero rinascimentale.


Anche nelle raffigurazioni della partita a scacchi con la Morte infatti, come nella Danza Macabra, non ci sono

allusioni o simboli che direttamente riportino il pensiero alla presenza apocalittica della religione o alla necessità dei suoi riti; non ci sono elementi che suggeriscano per esempio la necessità di ricevere, nell’atto finale, gli estremi conforti di un sacerdote o l’assoluzione come viatico per l’al di là, sottolineando così ancor di più il senso d’impotenza dell’uomo. È un uomo, quello ritratto nelle figurazioni di Danza Macabra, che si vede inserito nel mondo e riconosce di essere artefice del cambiamento della sua realtà, non solo quella personale ma anche quella sociale, in una prospettiva storica.

(A. Tanfoglio, Lo spettacolo della morte… Quaderni di estetica e mimesi del bello nell’arte macabra in Europa, Vol. 4, 1985)

Quello che fa le sue mosse contro la Morte, quindi, non è già più un uomo medievale, ma moderno.
Più tardi a questo gioco verrà sconfitto il Diavolo stesso: secondo il folklore, lo scacchista cinquecentesco Paolo Boi (detto Il Siracusano) giocò un giorno una partita con un misterioso sconosciuto che fuggì inorridito nel momento in cui sulla scacchiera i pezzi disegnarono la forma di una croce…

Ma l’episodio forse più interessante risale a tempi molto recenti, al 1985.
Un certo Dr. Wolfgang Eisenbeiss e un suo conoscente decisero di organizzare una partita a scacchi del tutto particolare: si sarebbe disputata tra due grandi maestri, uno vivo e uno morto.
Lo svolgimento del gioco sarebbe stato possibile grazie a Robert Rollans, un medium “affidabile” e profano degli scacchi (per non inquinare il risultato).
La strana combriccola trovò presto il giocatore vivo disposto a tentare l’esperimento, il grande maestro internazionale Viktor Korchnoi; fu un po’ più complicato mettersi in contatto con lo sfidante, ma il 15 giugno la tenzone fu accettata dallo spirito di Géza Maróczy, morto più di trent’anni prima il 29 maggio 1951.
Anche comunicare le mosse e le contromosse fra i due avversari, tramite la scrittura automatica del sensitivo, prese più tempo del previsto. La partita durò ben 7 anni e 8 mesi, finché il fantasma di Maróczy non gettò la spugna, alla sua 47esima mossa.

Questa partita “soprannaturale” testimonia come il valore simbolico degli scacchi sia sopravvissuto al passare dei secoli.
Uno dei giochi più antichi del mondo continua a fornire ispirazione alla fantasia umana, dalla letteratura (Attraverso lo specchio di Carroll è costruito su un enigma scacchistico) alla pittura, dalla scultura alla misteriologia (potevano gli scacchi non avere un ruolo anche nella mitologia di Rennes-le-Château?).
E di volta in volta i 64 quadrati sono stati usati ad emblema di schermaglie amorose, di sfide politiche, o della grande guerra fra il Bianco e il Nero, quella con se stessi, che ha luogo sulla scacchiera dell’anima.

Si tratta in definitiva di un fascino ambiguo, duplice.
La scacchiera propone un campo di battaglia finito, certo, razionalista. La vita come un insieme di decisioni strategiche, di leggi e movimenti prevedibili. Ci piace pensare che la partita abbia un suo rigore e un senso logico.
Eppure ogni gioco è precario, e c’è sempre la possibilità che il vero “finale di partita” ci colga impreparati, a tradimento, come successe al Faraone:

CLOV (sguardo fisso, voce bianca):
Finita, è finita, sta per finire, sta forse per finire.
(Pausa).
I chicchi si aggiungono ai chicchi a uno a uno, e un giorno, all’improvviso, c’è il mucchio, un piccolo mucchio, l’impossibile mucchio.

(Grazie, Mauro!)

Speciale: Claudio Romo

claudio1

Il 4 aprile all’interno della Libreria Modo Infoshop a Bologna ho avuto l’occasione di incontrare l’artista cileno Claudio Andrés Salvador Francisco Romo Torres, per aiutarlo a presentare il suo ultimo libro di illustrazioni intitolato Viaggio nel fantasmagorico giardino di Apparitio Albinus di fronte a una folla di suoi fan.

Non voglio dilungarmi sul suo lavoro, perché ne parlerà direttamente lui nelle righe successive. Vorrei solo aggiungere una piccola nota personale. Nella mia vita sono stato abbastanza fortunato da conoscere molti scrittori, registi, attori, disegnatori: alcuni erano miei eroi personali. E nonostante sia vero che il creatore è sempre un po’ più povero della sua opera (nessuno è senza difetti), ho peraltro potuto notare che gli artisti più visionari e originali mostrano spesso un’inattesa gentilezza, discrezione, dolcezza d’animo. Claudio è il tipo di persona che quasi si imbarazza quando è al centro dell’attenzione, e la sua immensa fantasia si intuisce dietro uno sguardo elettrico, entusiasta e perennemente infantile. È il tipo di persona che, alla fine della presentazione del libro, chiede il permesso di scattarsi un selfie assieme al pubblico, perché “altrimenti a casa nessuno dei miei amici e studenti crederà che tutto questo è successo veramente“.
Sono convinto che uomini simili siano più preziosi dell’ennesimo maudit.

Quella che segue è la trascrizione della nostra chiacchierata.

alebrijido

Eccoci qui con Claudio Romo (il nome intero io non lo ricorderò mai perché è lunghissimo…) per parlare della sua ultima opera Viaggio nel fantasmagorico giardino di Apparitio Albinus, un libro che ho amato particolarmente perché è una sorta di commistione di universi molto differenti: ci si trovano viaggi nel tempo, meduse giganti, un po’ di alchimia, città telepatiche volanti e molte creature e mostri fin troppo umani… e, come ne Le città invisibili di Calvino, questo giardino è una sorta di luogo della mente, luogo dell’anima… proprio come l’anima, la mente è un luogo misterioso, complicato, anche un po’ perverso a volte. Ed è un luogo in cui i referenti letterari e artistici si mescolano e  si confondono.
Dal punto di vista artistico, questo lavoro di sicuro fa venire in mente il Topor de Il pianeta selvaggio, filtrato però da una sensibilità latino americana, attraverso le iconografie precolombiane. Dall’altra parte ci sono alcune tavole che ricordano magari Hieronymus Bosch per il loro affastellamento e affollamento di piccoli esserini mutanti e con menomazioni fisiche e anatomiche. Poi ci sono i referenti letterari. È impossibile non pensare al Borges del Manuale di zoologia fantastica, ma anche a La biblioteca di Babele nel finale; così come alcuni incontri di corpi mutanti e alcune copule ricordano il Burroughs del Pasto nudo, e il finale rimanda all’alchimia vera, la tavola smeraldina di Ermete con la famosa frase “Ciò che è in basso è come ciò che è in alto e ciò che è in alto è come ciò che è in basso per fare i miracoli della cosa una”. Il giardino, nel finale, si scopre essere infinito come il cosmo, ma anche collegato a un’infinità di altri infiniti, non soltanto il suo giardino personale ma anche il mio, i vostri giardini. In un certo senso l’universo che ne emerge è un compenetrarsi di meraviglie in cui si fa fatica a capire dove finisca la realtà e dove cominci l’immaginazione, perché anche la fantasia ha una sua concretezza. È come se Claudio facesse da cartografo del suo ecosistema mentale, e in un certo senso lo fa con il piglio del biologo, dell’etnologo e dell’entomologo, che studia e descrive tutti i dettagli e  i comportamenti della fauna che lo abita… e da questo punto di vista, la prima domanda che vorrei fargli è proprio relativa alla realtà e alla fantasia. Per te come interagiscono? Perché per molti artisti questa dicotomia è importante, e come l’affrontano ci fa capire molto della loro arte.

Prima di tutto ringrazio Ivan perché ha fatto una buona lettura del mio libro.
Ho sempre pensato che nessun autore è autonomo, tutti dipendiamo da qualcuno, veniamo da qualcuno, abbiamo un’eredità che non è del sangue, ma spirituale, concettuale, un’eredità ricevuta sin dalla nascita della cultura. Borges è il mio punto di partenza, l’incisione alchemica, la fantascienza, la letteratura fantastica, la letteratura popolare… sono tutti elementi che costituiscono il mio lavoro. Quando costruisco queste narrazioni sto facendo un collage, un montaggio, per costruire delle realtà parallele.
E per rispondere alla domanda di Ivan: credo che la realtà sia una costruzione del linguaggio e quindi la dicotomia tra realtà e fantasia non esiste, perché noi come esseri umani abitiamo il linguaggio, e il linguaggio è una costruzione permanente e delirante.
Detesto chi parla della realtà della natura, o della natura statica, per me la realtà è una costruzione permanente e il linguaggio è lo strumento con cui questa costruzione si genera.
Per questo prendo come modelli dei personaggi come Borges, Bioy Casares, Athanasius Kircher (un gesuita alchimista nominato maestro di un centinaio d’arti che creò il primo teatro anatomico e costruì una wunderkammer), persone che dalle loro diverse provenienze hanno costruito delle realtà.

ginoide

hornos
In questo senso la cosa interessante è che i disegni e i racconti di Apparitio Albinus rimandperchéhanno una patina diciamo – che li fa assomigliare ai resoconti degli esploratori del passato. Albinus potrebbe essere quasi un Marco Polo che visita una terra lontana e l’immagine che ne riporta è simile a quella dei bestiari medioevali; bestiari in cui l’animale non veniva descritto in maniera realistica, ma nella sua funzione simbolica, come ad esempio il leone che veniva rappresentato come un animale onesto e che non dormiva mai, perché doveva rimandare alla figura del Cristo… in effetti gli animali di Claudio spesso si mettono in posa proprio come nei bestiari medioevali. C’è anche uno sguardo che mi pare sempre infantile, uno sguardo pronto a meravigliarsi, a ricercare la magia dell’interconnessione fra le cose, e vorrei chiederti se c’è davvero questo bambino dentro di te, e quanto spazio gli concedi nel processo creativo.

Quando ho iniziato a fare libri, mi dedicavo solo all’incisione, e l’incisione era molto forte a livello tecnico in me, ero ortodosso nella mia pratica, ma la bellezza delle graphic novel è che il pubblico è adulto ma anche infantile, e quello che mi interessa in fondo è far conoscere e far capire ai bambini che la realtà è morbida.
Il primo libro che feci su questo tema si chiama El Álbum della Flora Imprudente, ed è un bestiario pensato e realizzato per attrarre i bambini e condurli alla scienza, la botanica, la meraviglia della natura… non come qualcosa di statico ma come qualcosa di mobile. Ad esempio descrivevo alberi che contenevano nei loro rami nazioni di portoghesi che si erano persi cercando l’Antartide: si erano poi rimpiccioliti per aver mangiato fragole di Lilliput, e quando morivano tornavano in un luogo speciale chiamato Portogallo… c’erano anche altre piante che si nutrivano di paura e che inducevano gli spiriti di Saturno al suicidio e gli spiriti di Marte a uccidere e poi morire. Ho creato una serie di personaggi e piante, che avevano come scopo quello di affascinare l’infanzia. C’era anche un fiore che aveva nel pistillo un pezzo di ectoplasma, e se mettevi un topo di fronte a quel fiore, il pistillo si trasformava in un pezzo di formaggio, e quando il topo mangiava il formaggio la pianta mangiava il topo… e poi davanti a un gatto il pistillo si trasformava in un topo e così via. La mia idea era quella di creare piante e fiori che fossero caleidoscopiche.
C’era anche un’altra pianta a cui ho messo il nome di una mia zia, molto brutta, e in onore a lei ho dato a questa pianta la capacità di mutare costantemente: di giorno si trasfigurava e in alcuni momenti la sua materia era colloidale, mentre in altri era come una struttura geometrica, un fiore assolutamente mutante. Tutto ciò è mostruoso, ma allo stesso tempo affascinante, ragion per cui chiamai questo libro “la flora imprudente”, cioè che andava oltre la natura. Credo che in fondo quando disegno lo faccio per i bambini, per costruire un modo di leggere la realtà ampio e ricco.

maquina_crononautica

automata_jerizaro

Questa fluidità del corpo si nota anche nell’ultimo libro, ma c’è anche un altro elemento che mi sembra interessante, ed è l’inversione che molto spesso Claudio opera. Ad esempio Lazzaro che non viene resuscitato ma finisce trasformato in spettro dalla macchina fantasmagorica; abbiamo automi guerrieri che però rifiutano la violenza e diventano pacifisti e disertori; e allo stesso tempo, in uno dei capitoli che preferisco, c’è una macchina del tempo costruita per portarci nel futuro e che in realtà fa l’opposto, cioè porta il futuro nel presente – ed è un futuro che non vorremmo mai conoscere, perché ad arrivare nel presente è proprio il cadavere che saremo. Mi sembra chiaro che l’ironia è importante nel tuo universo e vorrei che ce ne parlassi.

È un’ottima domanda, sono felice che tu me la faccia, sono due temi molto belli.
Uno è il tema del fantasma, perché per la macchina fantasmagorica mi sono basato su un autore argentino, Bioy Casares, e L’invenzione di Morel. Nel libro lo scienziato Morel si innamora di Faustine e siccome lei non lo corrisponde, lui inventa una macchina che assorbe il suo spirito, lo registra e più tardi, in un’isola fantasmagorica, lo replica per l’eternità… ma la macchina uccide le persone che ha filmato e allora Morel si suicida filmandosi insieme a Faustine, finendo così in quest’isola in cui ogni giorno si ripete la stessa scena di questi fantasmi che la abitano. Ma la storia inizia davvero quando un uomo arriva sull’isola e si innamora del fantasma di Faustine, impara a maneggiare la macchina e riprende se stesso nel momento in cui Faustine guarda il mare. Così anche lui si suicida per restare nel paradiso della coscienza di Faustine.
Questo è un tema allucinante, mi affascinava la volontà di un uomo che si toglie la vita per abitare la coscienza della donna amata, perfino quando la donna in questione è un fantasma.
E sull’altra domanda… sull’ironia… La maggioranza delle macchine che costruisco nel libro sono fatue, sono errori: chi vuole cambiare il tempo finisce conoscendo se stesso anziano nel momento della morte, chi invece voleva inventare una macchina per essere immortale muore immediatamente e finisce in un limbo eterno… mi piace parlare di fantasmi ma anche di avventure fallite, come metafora della vita, perché nella vita reale le imprese falliscono tutte… tranne questo viaggio in Italia che si è rivelato una meraviglia!

demiurdo_y_humunculos

jardin_final
Qualche giorno fa su Facebook ho visto uno stralcio di conversazione in cui tu, Claudio, affermi che il disegno e la parola non sono in realtà differenti, ma questa distanza tra logos e disegno è fittizia, e per questo usi entrambi i mezzi per veicolare il tuo significato. Li utilizzi come due binari paralleli, allo stesso modo, e questo è evidente perché nel tuo libro anche i testi hanno una qualità pittorica, e se non fosse per la carta nuova dell’edizione, potremmo pensare di sfogliare una enciclopedia fantastica di due o tre secoli fa.
Volevo appunto fare un’ultima domanda su questo argomento, forse la più banale, quella che si fa anche ai cantautori – se nasca prima il testo o la musica… ecco, vorrei sapere se le tue visioni emergono dalla carta di disegno e soltanto in seguito ci trovi una sorta di testo esplicativo? Oppure nascono come narrazioni fin dall’inizio?

Se dovessi definirmi, direi che sono un animale del disegno. Tutti i libri che ho realizzato li ho progettati e disegnati prima, e il senso concettuale nasce dal disegno, perché in realtà non sono uno scrittore, io non ho mai scritto. Non volevo scrivere neppure questo libro, solo disegnarlo, ma Lina [l’editrice, ndr] mi ha obbligato a scriverlo! Le ho detto: Lina, ho un amico bravissimo con le parole, e lei in modo dittatoriale mi ha risposto: “Non mi interessa, voglio che lo faccia tu”. Cosa di cui ora le sono grato.
Io parto sempre dal disegno, sempre, sempre…

cover_apparitio_it alta

Il nuovo libro di Claudio Romo è acquistabile qui.

Scherzi della memoria

Il modo in cui il nostro cervello registra e rielabora i ricordi è ancora in gran parte sconosciuto alla scienza. Vi sono però alcuni casi estremi che potrebbero aiutare gli studiosi a comprendere i confini della nostra memoria: come ricordiamo, e come dimentichiamo.

La sindrome di Susac è stata scoperta negli anni ’70 dall’omonimo medico; si tratta di un disordine cerebrale che colpisce le donne fra i 18 e i 40 anni, e presenta molti segni clinici distintivi – ma fra tutti il più peculiare è la perdita della memoria a lungo termine. Chi è affetto da questa sindrome ricorda quasi esclusivamente ciò che gli è accaduto nelle 24 ore precedenti. Immaginate cosa significhi avere dimenticato dove eravate e cosa avete fatto la settimana scorsa, tre mesi fa, tre anni fa; risvegliarvi ogni mattina non sapendo se siete laureati, o fidanzati, o addirittura sposati… se è Natale, se vostra nonna è viva o morta, e via dicendo. Come dare un senso alla vostra persona, alla vostra identità?

È quello che accade a circa 250 persone in tutto il mondo. La sindrome arriva all’improvvio e in genere si manifesta con attacchi ricorrenti che durano più o meno da quindici mesi a 5 anni. Come si presenta se ne va, senza preavviso. Non sono segnalati casi mortali, ma su un terzo dei pazienti restano postumi sensoriali e neurologici di gravità variabile.

Jess Lydon, 19 anni, inglese, soffre della sindrome da qualche tempo. Rinchiusa in un infinito presente, non può ricordarsi nemmeno se ha già mangiato. Non osa avventurarsi fuori di casa, per paura di dimenticare la strada del ritorno; ma continua a pettinarsi e curarsi, perché «quando questo disastro sarà passato voglio che la vita mi trovi in ordine». La sindrome provoca anche stati confusionali e Jess è di tanto in tanto preda di terrori e convinzioni paranoiche e irreali – crede che dei chirurghi l’abbiano operata, lasciando una scarpa nel suo stomaco, o che la sua casa sia in realtà un ospedale psichiatrico. I neurologi non conoscono ancora le cause della sindrome, né sanno esattamente come curarla: si procede a tentoni, cercando di arginare le crisi, ma nessun farmaco si è rivelato efficace fino ad ora. Si sa soltanto che Jess guarirà prima o poi, anche se la perdita di udito e di vista potrebbe rimanere permanente.

Ancora più strana è l’opposta malattia di cui soffre l’americana Jill Price: come il Funes del celebre racconto di Borges, Jill non riesce a dimenticare. Ricorda esattamente quasi tutti i giorni della sua vita, da quando aveva 11 anni. È in grado di dire in che giorno e a che ora un determinato episodio di Dallas è andato in onda 20 anni fa, e anche cosa stava facendo lei in quel momento, se pioveva, se era un lunedì o un martedì, com’era vestito suo fratello, e via dicendo.

Quello che potrebbe sembrare un dono invidiabile, com’è facilmente intuibile, risulta essere nella realtà una vera e propria disgrazia. È la nostra capacità di dimenticare che ci permette di superare i problemi e metabolizzare il passato. Jill non può fare né l’una né l’altra cosa: ricorda esattamente tutte le volte in cui la madre l’ha rimproverata quando aveva 15 anni, sente ancora le precise parole così come sono state pronunciate, e ovviamente non può fare a meno di ripassare nella sua testa tutti i momenti drammatici della sua vita, primo fra tutti la morte dell’unico amore della sua vita, vittima di un infarto due anni fa. Il tormento di non riuscire a disfarsi del passato e voltare pagina è ciò che l’ha spinta a sottoporsi a innumerevoli esami e a divenire un caso clinico celebre, nella speranza di poter trovare una cura e finalmente archiviare le sue memorie senza doverle rivivere costantemente.

La sua sindrome si chiama ipertimesia, e la particolarità di questa affezione è che concerne principalmente la memoria autobiografica; questo significa che, paradossalmente, Jill ha difficoltà a memorizzare qualcosa volontariamente – l’enorme flusso di ricordi relativi alla sua vita e alle sue esperienze le impedisce di dare buoni risultati nei test di memoria. La sindrome ha alcuni punti di contatto con l’autismo e la sindrome dei savant, per quanto riguarda la calendarizzazione ossessiva che permette di ricordarsi data e ora di ogni evento; ma le scansioni cerebrali di Jill hanno mostrato anche una maggiore estensione dell’area normalmente associata con il comportamento maniaco-compulsivo, come se la sindrome potesse essere una sorta di ossessione non rivolta ad oggetti concreti, ma ai ricordi stessi, “collezionati” in maniera incontrollabile.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=SoxsMMV538U]

Tutti impariamo dal passato, e facciamo le nostre previsioni sulla base delle esperienze precedenti; la capacità di ricordare, e di dimenticare, forgia gran parte delle nostre azioni, e in definitiva sta alla base di chi siamo o pensiamo di essere. Eppure la nostra memoria è forse un equilibrio più delicato e misterioso di quello che sembrerebbe, una selezione e rielaborazione continua con cui la nostra mente “decide” a quali avvenimenti far spazio e quali accantonare, cosa è degno di essere ricordato e cosa possiamo, o dobbiamo, lasciare andare.

E anche cosa tutti noi possiamo immaginare di aver vissuto, “ricordando” eventi mai accaduti… ma questa è un’altra storia, ancora più affascinante, di cui parleremo certamente in futuro.

Interconnessioni

Jorge Louis Borges, contemplando il suo bastone da passeggio in lacca cinese, scriveva queste parole:

“Lo guardo. Penso all’artigiano che lavorò il bambù e lo piegò affinché la mia mano destra potesse stringerlo bene nel pugno.
Non so se vive ancora o è morto.
Non so se è taoista o buddista o se interroga il libro dei sessantaquattro esagrammi.
Non ci vedremo mai.
È sperduto tra novecentotrenta milioni.
Qualcosa, tuttavia, ci lega.
Non è impossibile che Qualcuno abbia premeditato questo vincolo.
Non è impossibile che l’universo necessiti di questo vincolo.”

(da La cifra, 1981)

Ad ogni causa corrisponde un effetto, certo. Ma la causalità va inserita in una visione più ampia e complessa: quella delle interconnessioni, delle interdipendenze. Ce lo dicono da centinaia d’anni poeti, mistici, visionari – e dal secolo scorso anche fisici e scienziati: nulla esiste per conto proprio, ma ogni cosa è legata alle altre, anche le più remote, le più lontane o antiche. Così la vostra vita (e intendo proprio la vostra giornata di oggi!) è influenzata ovviamente da come vi svegliate, ma anche dal modo in cui la luce filtra dalla finestra, dalle nuvole nel cielo e dal rumore che proviene dalla strada; cosa più difficile da afferrare, la vostra potrebbe essere una buona o una cattiva giornata a seconda se una pecora, in un villaggio del Messico, stia calpestando o meno una violetta. E ancora: la vostra giornata è influenzata da Scipione che sconfigge Annibale, dal buon funzionamento della ghigliottina in una calda mattina di fine ‘700, e in definitiva da ogni uomo o donna o animale che sia comparso ed abbia agito sulla Terra. Ogni minima cosa accaduta vi ha portato fin qui, e contribuisce a farvi sentire come vi sentite ora.

Vi sembra che stiamo esagerando? Facciamo allora un esempio.

Fabio è un ragazzo di quindici anni, e sfogliando un libro d’arte si imbatte per la prima volta nella sua vita in un quadro splendido: si tratta dell’ Urlo di Munch. Il cielo dai colori apocalittici e la figura sgomenta in primo piano lo colpiscono profondamente, toccano una parte di lui che sta appena nascendo. Immediatamente, Fabio sente un’affinità con quel dipinto, che gli sembra racchiudere tutta la paura, l’insicurezza e l’orrore che l’universo gli ispira.


In un’altra parte del mondo, Margot sta completando la lettura di Frankenstein di Mary Shelley. Margot è romantica, ma è ugualmente attratta dalla scienza. Il libro sembra riassumere le sue due passioni, e la tragica storia del mostro riportato in vita con parti di cadavere la affascina. Margot è rapita dalle sue fantasticherie.

Sono due esperienze comuni, e senza una evidente correlazione. Eppure, per quanto sembri assurdo, ciò che oggi provano Fabio e Margot è strettamente collegato a due vulcani, ubicati in una remota parte del pianeta, in Indonesia: il vulcano Tambora e il vulcano Krakatoa.

Nell’aprile del 1815 il vulcano Tambora esplose con una furia talmente devastante da riempire l’atmosfera terrestre di cenere e polveri sottili per i quattro anni a seguire: l’eruzione fu 52.000 volte più potente della bomba di Hiroshima. Si stima che, a livello globale, questa catastrofe costò la vita a più di 60.000 persone. La cenere sparata nell’atmosfera causò cambiamenti climatici drammatici, e il 1816 venne ricordato come l’ “anno senza estate“: anche in Europa la luce del sole non riuscì a scaldare le messi; piogge, gelo e carestie si prolungarono per tutto l’anno. Proprio a causa di queste condizioni climatiche avverse, un gruppo di poeti romantici si ritirò in una villa, a Ginevra, dove si sfidarono l’un l’altro a scrivere la più paurosa storia del terrore. In questa sessione di scrittura creativa, nata proprio dalle intemperie causate dal vulcano, vide la luce il romanzo Frankenstein ad opera della signora Shelley, moglie del più celebre poeta inglese Percey Shelley. Quanto questo romanzo abbia influito sulla cultura occidentale è noto.

Il 27 agosto 1883, il vulcano Krakatoa (poco distante dal Tambora) eruttò con un’energia equivalente a 500 megatoni, provocando il suono più forte mai udito sul pianeta, un boato che arrivò a quasi 5000 km di distanza. L’esplosione ridusse in cenere l’isola sulla quale sorgeva il vulcano e scatenò un’onda di maremoto alta 40 metri, che correva alla velocità di 1120 km/h. Morirono più di 36.000 persone, e fu riportata la presenza di gruppi di scheletri umani vaganti alla deriva per l’oceano indiano su zattere di pomice vulcanica, e finiti sulle coste orientali dell’Africa fino a un anno dopo l’eruzione.
A causa delle particelle di cenere emesse nell’aria, la Luna mantenne per anni un colore bluastro.

L’eruzione generò anche tramonti spettacolari in tutto il mondo per diversi mesi successivi, a causa del fatto che la luce solare si rifletteva sulle particelle di polvere sospese nell’aria, eruttate dal vulcano nell’atmosfera. L’artista inglese William Ashcroft realizzò centinaia di schizzi a colori dei tramonti rossi intorno al mondo (generati dal Krakatoa) negli anni successivi all’eruzione.

Nel 2004 alcuni ricercatori supposero che il cielo color rosso sangue del famoso quadro di Edvard Munch L’urlo, realizzato nel 1893, sia in realtà una riproduzione accurata del cielo norvegese dopo l’eruzione.

Così, senza eruzioni in Indonesia, niente Urlo, niente Frankenstein.

Attenti, perché la vertigine è a pochi passi. Quante altre, minuscole, impercettibili interconnessioni sfuggono al nostro occhio? Quante delle nostre scelte sono condizionate da eventi del passato, o da situazioni che logicamente riterremmo lontane da noi? La nostra mente è davvero razionale e a “tenuta stagna”, oppure le decisioni che prende sono continuamente influenzate dal mondo in cui è immersa? Il passato è veramente passato o vive ancora oggi al nostro fianco?

In un paesino del Messico, una pecora ha calpestato una violetta: ora sta a voi.

La biblioteca delle meraviglie – VI

Lawrence Weschler

IL GABINETTO DELLE MERAVIGLIE DI MR. WILSON

(1999, Adelphi)

Questo libro parla di un museo scientifico davvero straordinario, un museo che potrebbe sembrare impossibile se non esistesse veramente: si tratta del Museum Of Jurassic Technology, ubicato a Los Angeles e diretto dall’enigmatico e geniale Mr. Wilson del titolo. Quest’ultimo ha creato e mantiene in vita una delle più sconcertanti esposizioni al mondo. La peculiarità del museo, che illustra diverse scoperte scientifiche poco note e dettaglia teorie dimenticate, strambe o fantasiose, non sta tanto nel materiale che propone, quanto piuttosto nel fatto che il visitatore non può mai sapere se quello che sta vedendo è realtà o invenzione. Facciamo un esempio: nella collezione permanente del museo è narrata con dovizia di particolari la strana storia del Deprong Mori, un pipistrello sudamericano che sembra abbia l’abilità di passare attraverso le pareti delle capanne e attraverso il legno, e dei tentativi fatti per catturarlo. Allo stesso modo, viene illustrata la formica del Camerun denominata Megolaponera foetens, il cui cervello viene talvolta controllato da una spora fungina che la “costringe” ad arrampicarsi sugli alberi più alti della foresta e infine le fa esplodere la testa. Una di queste due storie è basata su fatti scientifici comprovati, l’altra no. Eppure sono esposte fianco a fianco, senza che il pubblico possa distinguere i fatti inventati da quelli reali.

Vi domanderete, ma che razza di museo scientifico è? Qual è lo scopo?

Beh, di certo non avrete risposte da Mr. Wilson, che se ne starà beffardo a guardarvi dal suo bancone all’entrata. Il museo include aneddoti veritieri e notizie false, teorie certe e dati contraffatti, eppure il tutto è presentato con rigore scientifico e con la classica didattica “alta” ma divulgativa tipica di un museo di scienze. Ci sono addirittura le audioguide, con la seria e pacata voce di una professionista che spiega gli oggetti nelle varie sale. Eppure, alla fine, il terreno vi mancherà sotto ai piedi… e forse è proprio quello lo scopo segreto di Mr. Wilson.

Lo splendido libro di Weschler ci accompagna fra le varie sale del museo, raccontandoci qualcosa di più sul suo misterioso creatore, e spiegandoci perché questo strano connubio di verità e falsità ha tanto affascinato ed entusiasmato allo stesso modo la comunità scientifica (che vi ha visto una rappresentazione dell’incertezza del lavoro del ricercatore) e il mondo dell’arte: il museo è in definitiva una vera e propria installazione artistica permanente, che affronta il metodo scientifico e la stranezza del mondo con bizzarro senso dello humor.

André Pieyre De Mandiargues

MUSEO NERO

(1997, EST Saggiatore)

All’interno di questa nostra rubrica dedicata ai consigli di lettura non abbiamo ancora presentato alcun libro di narrativa. Sopperiamo a questa mancanza con Museo nero, capolavoro poco conosciuto in Italia, il cui sottotitolo è “L’invasione della realtà da parte del meraviglioso”. L’autore è il grande A.P. De Mandiargues, morto nel 1991, scrittore e poeta francese vicino ai surrealisti. Questo libro è una buona introduzione ai temi e ai fantasmi che popolano il mondo altamente erotico e crudele di Mandiargues, influenzato da Sade ma venato da un fiume sotterraneo di allegorie fantastiche e macabre. Ciò che colpisce maggiormente è la stupefacente abilità stilistica nelle descrizioni, che riescono a cogliere i minimi dettagli della scena e a colorarli di accenti misteriosi, come se ogni particolare fosse espressione di un complesso piano metaforico che costituisce la rete nascosta della realtà. Il mito e l’archetipo sono evidenti in ogni racconto, e Museo nero è essenzialmente un’iniziazione ai segreti del mostruoso. L’erotismo per Mandiargues è sempre un momento di crudele discesa negli abissi del nostro stesso significato: abbandono, dolorosa illuminazione, perdita di ogni maschera sociale, scoperta dell’animalità, liberazione e condanna al tempo stesso. Museo nero è un’esplorazione di quegli strappi e buchi che si aprono talvolta nel “panorama tracciato dai nostri sensi”, e che lasciano intravvedere ciò che sta sotto – la nostra vera, misteriosa e spesso mostruosa natura. Apre la raccolta il sublime Il sangue dell’agnello, adattato per il cinema da Walerian Borowczyk (un altro autore di cui parleremo sicuramente).