La mummia d’oro

Quale sorpresa conterrà l’ovetto gigante qui sopra?

Che fortuna! Una mummia!

Queste foto risalgono al 2016; sono state scattate nel tempio di Chongfu, che si trova su una collina nella città di Quanzhou in Cina, durante l’apertura del vaso contenente i resti mummificati del monaco buddhista Fu Hou, morto nel 2012 all’età di 94 anni.


Il corpo, ancora seduto nella posizione del loto, si mostrava ancora ben conservato; così venne lavato e disinfettato, avvolto in garze, sigillato nella lacca rossa e infine ricoperto di foglie d’oro. Fu infine vestito e posto dentro una teca di vetro, in modo da poter essere venerato dai fedeli.

La mummificazione di quei monaci che si ritiene abbiano raggiunto un’elevata perfezione spirituale non è così rara: un tempo si praticava addirittura una sorta di “auto-mummificazione”, di cui ho parlato in questo vecchio post.
E nel 2015 alcuni studiosi olandesi fecero una TAC a una statua presente nella collezione del Drents Museum e scoprirono che conteneva i resti del maestro Liquan, morto intorno al 1100 d.C.

Potrebbe sembrare un paradosso che proprio nella tradizione buddista, che ha fatto dell’accettare l’impermanenza (anitya) uno dei capisaldi della pratica rituale e contemplativa, si ponga così tanta attenzione ai corpi di questi monaci “santi”, tanto da trasformarli in reliquie.
Ma la venerazione per simili personaggi è probabilmente un effetto del sincretismo, avvenuto in Cina, tra buddhismo e taoismo; il concetto buddhista di arhat, che indica la persona che ha esperito il nirvana (pur senza raggiungere lo status, più elevato, di bodhisattva o la vera e propria buddhità), si è unito alla figura taoista del zhenren, l’ “Uomo Vero” capace di accordare spontaneamente le sue azioni alla Via.

Molti buddhisti vedono nell’eccellente conservazione delle mummie la prova che questi grandi maestri spirituali non sono davvero morti, ma semplicemente sospesi in un avanzato, perfetto stato di meditazione.

Yamanaka Manabu

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Dove ci sono uomini
troverai mosche
e Buddha
(Kobayashi Issa)

Chiunque percorra un autentico cammino spirituale dovrà confrontarsi con il lato oscuro, osceno, terribile della vita. Questo è il sottinteso della parabola agiografica che vede il Buddha, Siddhartha Gautama, uscire di nascosto dal suo idilliaco palazzo reale e scoprire con meraviglia e angoscia l’esistenza del dolore (dukkha), che accomuna tutti gli esseri viventi.

Il fotografo giapponese Yamanaka Manabu da 25 anni esplora territori liminali o ritenuti tabù, alla ricerca della scintilla divina. Il suo intento, nonostante la crudezza degli scatti, non è certo quello di provocare un facile shock: piuttosto, lo sforzo che si può leggere nelle sue opere è tutto incentrato sulla scoperta della trascendenza anche in ciò che normalmente, e superficialmente, potrebbe provocare ripugnanza.

Gyahtei: Yamanaka Manabu Photographs è la collezione dei suoi lavori, organizzati in sei serie di fotografie. I sei capitoli si concentrano su altrettanti soggetti “non allineati”, rimossi, reietti, ignorati: sono dedicati rispettivamente a bambini di strada, senzatetto, persone affette da malattie che provocano deformità, anziani, feti abortiti, e carcasse di animali.

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L’approccio di Manabu è ammirevolmente rigoroso e rispettoso. Le sue non sono foto sensazionalistiche, né ambigue, e ambiscono invece a catturare degli attimi in cui il Buddha risplende attraverso questi corpi sbagliati, emarginati, rifiutati. Con la tipica essenzialità della declinazione giapponese del buddhismo (zen), i soggetti sono perlopiù ritratti su sfondo bianco – e il bianco è il colore del lutto, in Giappone, e sottile riferimento all’impermanenza. Sono foto rarefatte ed essenziali, che lasciano al nostro sguardo il compito di cercare un significato, se mai riusciremo a trovarlo.

Ogni serie di fotografie ha necessitato di 4 o 5 anni di lavoro per vedere la luce. Quella intitolata “Arakan” è emblematica: “Una mattina, incontrai una persona vestita di stracci che camminando lentamente emetteva un odore pungente. Aveva lo sguardo fisso verso un posto lontano, occhi raminghi e fuori fuoco. Cominciai di mattino presto, in bicicletta, cercandoli fra strade affollate e parchi pubblici. Appena li trovavo, chiedevo loro “Per favore, lasciatemi scattare una foto”. Ma non acconsentivano a farsi ritrarre così facilmente. L’idea li disgustava, e io li inseguivo e continuavo a chiedere il permesso ancora e ancora. Ho continuato a seguirli senza curarmi dei loro sputi e dei loro pugni, finché la pazienza veniva meno. Allora finalmente mi concedevano di fotografarli“.
Dopo 4 anni di ricerche, e centinaia di foto, Manabu ha selezionato 16 scatti che a suo parere mostrano degli esseri al confine fra l’umano e la condizione di Risveglio. “Sono sicuro che queste persone meritano di essere chiamate Arakan, titolo riservato a colui il quale recide i legami della carne ed è assiduo nel praticare l’austerità“.

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Nella sua sincera indagine sul significato dell’esistenza non poteva mancare la contemplazione della morte. Il suo racconto della ricognizione su una carcassa di cane illustra perfettamente il processo che sottende il suo lavoro.

Nel mio tentativo di comprendere la “morte”, ho deciso di guardare il corpo morto di un cane regolarmente, sulla costa. 

Giorno 1
    – L’ho accarezzato sulla testa, domandandomi se la sua vita fosse stata felice.

Giorno 2
– La sua faccia sembrava triste. Ho sentito l’odore diventare più forte.

Giorno 5
– Molti corvi si sono assiepati sul posto, a beccare i suoi occhi e il suo ano.

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Giorno 7
Il suo corpo era gonfio, e sangue e pus ne uscivano. Nuvole di mosche su di lui, e l’odore divenne terribile.

Giorno 10
– La bocca era infestata di larve, e il corpo si era gonfiato del doppio. Quando ho toccato il corpo, era caldo. Pensando che il corpo avesse in qualche modo ripreso vita, mi sentii ispirato e giunsi le mani verso di esso.

Giorno 12
– La pelle dell’addome si era lacerata, e molte larve erano visibili all’interno. Mi sentii deluso quando scoprii che il calore era causato dallo sfregamento degli insetti. Pensai che la “morte” è brutta e dolorosa.

Giorno 15
– Si poteva vedere l’osso da una parte della pelle strappata della faccia. Il corpo divenne sottile come quello di una mummia. L’odore divenne meno penetrante. Il corpo morto sembrava bello come un’immagine di creta, e scattai alcune fotografie.

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Giorno 24
– Le larve erano scomparse, e la testa, gli arti e il corpo erano completamente smembrati. Sembrava che nessuna creatura avrebbe potuto mangiarne ancora. In effetti di fronte a questa scena sentii che il cane era veramente morto.

Giorno 32
– Soltanto piccoli pezzi di osso bianco sono rimasti, e sembrano sprofondare nella terra.

Giorno 49
– L’erba nuova è cresciuta sul posto, e l’esistenza del cane è scomparsa.

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Ma forse la sua serie più toccante è quella intitolata “Jyoudo” (la casa del Bodhisattva).
Qui siamo confrontati con il volto più crudele della malattia – sindromi genetiche o rare, alle quali alcuni esseri umani sono destinati fin dalla nascita. Senza mai cedere alla tentazione del dettaglio fastidioso, Manabu colleziona degli scatti al contrario pietosi e commoventi, volutamente asciutti. Qui la condizione umana e la sua insensatezza trovano un perfetto compimento: uomini e donne segnati dalla disgrazia, “forse per via di cattive azioni nelle vite passate, o soltanto perché sono pateticamente sfortunati“.

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Il confronto con queste estreme situazioni di malattia è, come sempre in Manabu, molto umano. “In una casa di riposo ho incontrato una giovane ragazza. Non era altro che pelle e ossa, a stento capace di respirare mentre stava distesa. Perché è nata così, e che insegnamento dovremmo trarre da un simile fatto? Per capire il significato della sua esistenza, non potevo fare altro che fotografarla.
Persone che gradualmente diventano più piccole mentre il loro corpo esaurisce tutta l’acqua, persone i cui corpi si putrefanno mentre la loro pelle si stacca e le loro fattezze diventano rosse e gonfie, persone le cui teste pian piano si espandono a causa dell’acqua che si raccoglie all’interno, persone con piedi e mani assurdamente grandi, e via dicendo. Ho incontrato e fotografato molti individui simili, che vivono con malattie inspiegabili, senza speranza di cura. Eppure, perfino in questo stato, quando li guardavo senza farmi vincere dalla paura, vedevo quanto le loro vite fossero veramente naturali. Cominciai a sentire la presenza di Bodhisattva all’interno dei loro corpi. Queste persone erano l’ “Incarnazione del Bodhisattva”, i figli di Dio.

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Quando un artista, un fotografo in questo caso, decide di esplorare programmaticamente tutto ciò che in questo mondo è terribile e ancora in attesa di significato, il confronto con la vecchiaia è inevitabile. D’altronde i quattro dolori riconosciuti dal Buddha, in quella famosa e improvvisata uscita da palazzo, sono proprio la nascita, la vecchiaia, la malattia e la morte. Quindi i corpi nudi di persone anziane, in attesa del sacrificio ultimo, rappresentano la naturale prosecuzione della ricerca di Manabu. Pelle avvizzita e segnata dal tempo, anime splendenti anche se piegate dal peso degli anni.

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E infine ecco la serie dedicata ai feti abortiti o nati morti. “Per una ragione imperscrutabile, non ogni vita è benvenuta in questo mondo. Eppure per uno sfuggente attimo questo piccolo embrione, a cui è stata negata l’ammissione prima ancora che lanciasse il suo primo grido, ha sollecitato in me un’immagine eterna della sua perfetta bellezza.”

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Quelle di Yamanaka Manabu sono visioni difficili, dure, sconcertanti; forse non siamo più abituati a un’arte che non si fermi alla superficie, che non si nasconda dietro il manierismo o lo sfoggio del “bello”. E qui, invece, siamo di fronte a una vera e propria meditazione sul non-bello (ovvero asubha, ne avevamo parlato in questo articolo).
Nell’apparente semplicità della composizione queste opere ci parlano di una ricerca di verità, di senso, che è senza tempo e senza confini. Fotografie che si interrogano sull’esistenza del dolore. E che cercano di catturare quell’attimo in cui, attraverso e oltre il velo della sofferenza, si può intravvedere l’infinito.

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Ecco il sito ufficiale di Yamanaka Manabu.

Asubha

Asubha-Kammatthana: asubha significa “il non-bello”, kammatthana “meditazione”. Stiamo parlando di meditazioni buddhiste che riguardano gli aspetti più spiacevoli e rivoltanti del corpo umano. Alcuni di questi esercizi spirituali (come ad esempio la meditazione sulle 32 parti del corpo) richiedono di concentrarsi sugli organi interni, visualizzandoli uno per uno, in tutta la loro repulsiva mollezza e viscosità. Queste meditazioni non erano pensate per tutti i monaci, ma venivano “propinate” in particolare a quegli individui che mostravano, più degli altri, un attaccamento e un’eccessiva passione per il corpo o per il sesso. Si tratta, insomma, di una specie di estremo rimedio per curare chi proprio non ce la fa a rifuggere dagli eccessi della carne.

Ma, nonostante tutte le meditazioni asubha avessero il preciso scopo di risultare spiacevoli, di certo la più terribile era quella che si svolgeva attraverso la contemplazione dei cimiteri, e in particolare dei cadaveri in decomposizione. Se dovessimo tracciare un paragone con l’Occidente, diremmo che più che al memento mori, questi esercizi erano comparabili a una riflessione sulla vanitas: non tanto, quindi, meditazioni sul nostro destino, quanto sulla futilità dei nostri desideri. Ogni contemplazione serviva a contrastare alcuni determinati impulsi – ma teniamo bene a mente che il buddhismo non è intrinsecamente ascetico, e non condanna tanto le passioni, quanto l’eccesso. Provare attrazione fisica per una donna, per fare un esempio, non è un male in sé, ma quando diviene patologico e intralcia il percorso verso la liberazione del sé va contrastato. La via del Buddha è chiamata “del giusto mezzo” proprio perché predica un sano equilibrio fra mente e sensi.

Ma torniamo ai nostri poveri monaci che decidevano (o a cui veniva impartito dal maestro) di cimentarsi nella contemplazione più terribile e difficile che ci fosse.

Le forme della meditazione asubha erano 10:

  1. uddhumātaka (cadavere gonfio)
  2. vinīlaka (cadavere brunaceo, o violaceo per la decomposizione)
  3. vipubbaka (cadavere purulento)
  4. vicchiddaka (cadavere separato in due parti)
  5. vikkhāyitaka (cadavere rosicchiato dagli animali)
  6. vikkhattaka (parti disperse di un cadavere)
  7. hatavikkhittaka (parti di un cadavere tagliate con un coltello)
  8. lohitaka (cadavere sanguinante)
  9. puḷuvaka (cadavere pieno di vermi)
  10. aṭṭhika (scheletro di un cadavere)

Il cadavere gonfio (n.1) è perfetto per combattere la troppa passione per le forme, mostrando che non sono permanenti. Il cadavere livido (n.2) contrasta la passione per il colorito della pelle e la sua consistenza. Il cadavere purulento (n.3) mostra l’inutilità di unguenti e profumi. E via dicendo, avrete certamente capito l’antifona. Nel Vissudhimagga del V secolo vengono descritti nel dettaglio i 10 tipi di cadavere, il loro aspetto e l’importanza che rivestono nello scardinare i desideri legati al corpo. Da questo bizzarro “menu”, il monaco doveva scegliere la salma che era più adatta a curare il suo punto debole, e restare per giorni interi vicino ad essa, cercando di concentrare tutti i suoi pensieri sull’oggetto della meditazione. Sei troppo ossessionato dai seni delle donne? Guarda come sono i primi ad essere rosicchiati dai cani e dagli animali selvatici, e ti renderai conto che sono soltanto pezzi di carne.

Ovviamente non era così semplice procurarsi cadaveri freschi o trovarli nelle condizioni particolari che servivano allo scopo; magari si poteva anche trovare la salma adeguata, ma non si riusciva ad averci accesso per il lungo tempo previsto dall’esercizio. Ma era talmente importante, per vedere le cose nella giusta prospettiva, che Buddha stesso raccomandava (forse figuratamente) di “eleggere il cimitero a propria dimora”.

Oggi le cose non sono migliorate, e così il sito italiano buddhista dhammadana.org suggerisce, nella pagina dedicata all’asubha (occhio a cliccare sul link, foto esplicite), di optare per una meditazione meno cruenta: ogni volta che vediamo qualcosa di piacevole (shuba), dovremmo cercare di farlo diventare spiacevole: “la bella coscia di una graziosa giovinetta diviene comparabile ad un prosciutto di maiale; il radioso sorriso di un affascinante giovane, ad una fila di denti, circondati da un pezzo di carne, e così di seguito. Possiamo mentalmente tagliare e decomporre quanto osserviamo. Per esempio, un sorriso seducente ci appare, allora, per quello che è: un dente, più un altro, più un altro… più un labbro, più un altro, il tutto attorniato da carne, punteggiata da peli, ecc. Un altro modo di praticare è quello di ingrandire i dettagli. Vista molto da vicino, non importa quale parte tra le più attraenti di un corpo, diviene un vero orrore”.

Con buona pace del “giusto mezzo”, verrebbe da dire, qui si passa da un estremo all’altro! Ma ricordiamoci che l’esercizio asubha serve proprio a quello, a contrastare un’inclinazione esagerata, per trovare il corretto compromesso.

Oggi una simile tecnica può sembrare piuttosto assurda. Eppure la meditazione sulla morte e sul cadavere non è certo un’esclusiva buddhista, e a pensarci bene è in definitiva al centro di qualsiasi spiritualità. Cos’è in fondo la ricerca religiosa o spirituale se non un tentativo di difesa dalla morte, o al contrario di accettazione della nostra inevitabile fine? Guardare i morti può provocare ribrezzo, ma in un certo senso ci avvicina a uno sguardo sincero, rende meno solide le nostre ipocrisie e certamente mette i nostri problemi quotidiani in una prospettiva più vera.

Jhator

Siamo abituati a considerare la salma di un caro estinto con estremo rispetto: nonostante la convinzione che si tratti in definitiva di un involucro vuoto, le esequie occidentali si iscrivono nella tradizione cristiana della conservazione del cadavere, in attesa della resurrezione della carne. Anche esulando dall’ambito strettamente religioso, il rispetto per la salma non cambia: addirittura la cremazione, pur disfacendo il corpo, viene principalmente intesa da noi come metodo per “salvare” il corpo dalla naturale putrefazione, o per dissolvere metaforicamente l’anima del defunto nel mondo.

In Tibet, invece, le esequie tradizionali hanno assunto dei connotati decisamente distanti dalla nostra sensibilità, ma non per questo meno stimolanti o affascinanti. La cerimonia funebre del jhator, o “funerale del cielo”, si è sviluppata a causa della mancanza, alle grandi altitudini himalayane, della vegetazione necessaria alla cremazione e dell’estrema durezza del suolo che impedisce la sepoltura vera e propria. Jhator significa letteralmente “elemosina agli uccelli”, ed infatti sono proprio questi ultimi i protagonisti della cerimonia.

Dopo alcuni giorni di canti e preghiere, il corpo del defunto viene portato all’alba nel luogo sacro destinato al funerale, sul fianco di una montagna che guarda ad est.  Il punto esatto delle esequie può essere in prossimità di templi (stupa), marcato da altari oppure da semplici lastre di pietra. Qui il corpo viene liberato dal sudario, e al sorgere del sole alcuni uomini (chiamati rogyapa, “distruttori di corpi”) cominciano a tagliare la salma secondo le indicazioni di un lama, seguendo un preciso ordine di dissezione rituale.

I primi pezzi di carne, strappati dalle ossa, vengono gettati a qualche metro di distanza, per attirare gli avvoltoi. Se questi non si avvicinano, viene eseguita una danza propiziatoria, il cui canto intriso di versi e suoni gutturali serve da richiamo per gli animali. In breve tempo alcune dozzine di uccelli sono allineati in fremente attesa. Dopo aver proceduto a rimuovere gli organi interni e a tagliare il corpo in pezzi sempre più piccoli, i rogyapa, con dei grossi martelli o con delle pietre, frantumano le ossa per mischiarle alla polpa.

Ogni brandello di carne viene dato in offerta agli avvoltoi, e niente va conservato: una volta sazi, questi enormi uccelli lasciano i rimasugli ai falchi e ai corvi più piccoli, che hanno pazientemente aspettato a debita distanza. Talvolta le carni vengono mischiate alla farina, per sottolineare come questo “pasto” sia davvero un’offerta.

Questo rito funebre, che può apparire barbaro agli occhi di un occidentale, è in realtà intriso di un profondo sentimento: quello dell’impermanenza, una delle grandi verità buddiste. Siamo soltanto di passaggio, appariamo e subito svaniamo nel nulla, in un continuo cambiamento di forma; l’accettazione di questa realtà rende la salma niente più che un guscio, utile a nutrire altri esseri viventi. Così il jhator è innanzitutto un atto rituale di generosità, ma dona anche la sensazione che il morto non sia mai veramente uscito dal ciclo naturale della vita.

In poco meno di un’ora del corpo non rimane più nulla, e i parenti si allontanano dal sacro luogo per far ritorno, più a valle, alle loro gioie e alle loro difficoltà quotidiane. Forse, per ricordare chi se ne è andato, è sufficiente lanciare uno sguardo alle vette dell’Himalaya, che brillano, immense, nel sole.

Ecco la pagina di Wikipedia (in inglese) sul jhator.

Kapala

I kapala (in sanscrito, “teschio”) sono coppe rituali caratteristiche del tantrismo di matrice induista o buddista, utilizzate in diversi rituali sacri, e ricavate normalmente dalla calotta cranica di un teschio umano.

Tipiche del tantrismo tibetano, quello più specificatamente magico e sciamanico, queste coppe sono spesso scolpite in bassorilievo con figure sacre (soprattutto Kali la dea dell’eterna energia, Shiva il distruttore e creatore, principio primo di tutte le cose, e Ganesha colui che rimuove gli ostacoli), e talvolta montate con elaborati orpelli e abbellimenti in metallo e pietre preziose.

Gli utilizzi rituali di queste coppe sono molteplici: vengono impiegate nei monasteri tibetani come piatti di offerta di libagioni per gli dèi – pane o dolci a forma di occhi, lingue, orecchie – come oggetti di meditazione, o per iniziazioni esoteriche che prevedono che dai kapala si beva sangue o vino. A seconda di cosa contengono, le coppe vengono chiamate con differenti appellativi.

Gli dèi tantrici vengono talvolta rappresentati mentre reggono dei kapala nelle mani, o bevono il sangue da simili coppe. Esistono kapala ricavati da teschi di scimmie o di capre, che come quelli umani debbono essere consacrati prima che si possano utilizzare per scopi religiosi.

L’antica tradizione dei kapala è vista spesso come un retaggio di antichi sacrifici umani. Quello che ne resta al giorno d’oggi è una strana, macabra ma affascinante forma d’arte e di scultura, una sorta di memento mori ritualizzato, che dona a questi oggetti un alone di mistero e ci riconnette al senso più vero e ineluttabile del sacro.

Sokushinbutsu

I Sokushinbutsu erano dei monaci buddhisti giapponesi che, applicando una tecnica antichissima, forse importata dalla Cina, causavano la propria morte nel tentativo di divenire dei Buddha. Fin qui, niente di strano: quale religione non conta fra i suoi proseliti degli asceti pronti a tutto pur di raggiungere il Paradiso?

Ma i Sokushinbutsu hanno qualcosa che li rende unici. La loro tecnica consisteva nel raggiungere uno stato di auto-mummificazione che avrebbe reso il loro corpo incorrotto e virtualmente eterno.

Tutti conosciamo le mummie egiziane, o quei corpi antichi recuperati dai ghiacci siberiani. Ma qui siamo di fronte a una vera e  propria arte della preparazione della salma, mentre questa è ancora in vita.

Il procedimento era complesso e richiedeva una forza di spirito e una pazienza notevoli. Per 1000 giorni (poco meno di tre anni) i preti dovevano nutrirsi con una dieta speciale consistente in noci e semi, prendendo inoltre parte a un regime di attività fisica che eliminava ogni traccia di grasso dai loro corpi. In seguito, dovevano mangiare soltanto corteccie e radici per altri mille giorni, bevendo unicamente tè velenoso tratto dalla linfa dell’albero Urushi, normalmente usato come lacca per verniciare le tazze. Questo causava vomito e una rapida perdita di fluidi corporei, ma soprattutto rendeva il corpo troppo velenoso per essere divorato dagli scarafaggi.

Infine, il monaco auto-mummificante si chiudeva in una tomba di pietra di poco più grande del suo corpo, e lì restava senza muoversi mai dalla posizione del loto. I suoi unici collegamenti con l’esterno erano un tubo per l’aria e una campana posta all’esterno della tomba. Ogni giorno il monaco suonava per far sapere che era ancora vivo.

Quando la campana smetteva di suonare, il tubo veniva rimosso e la tomba sigillata. Dopo altri 1000 giorni, i monaci aprivano la tomba per controllare che la mummificazione fosse andata a buon fine.

Se i corpi mostravano una perfetta mummificazione, venivano immediatamente esposti nel tempio per l’adorazione. Spesso, però, quello che i monaci trovavano era un semplice cadavere decomposto. Anche se non erano considerati veri Buddha, questi resti venivano onorati per la loro dedizione e la loro forza di spirito.

Questa pratica sembrava estinta da secoli, finché un mese fa è stato rinvenuto un corpo di un vecchio che avrebbe tentato di raggiungere lo status di Buddha seguendo questa ricetta.

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Il Tempio delle Torture

Wat Phai Rong Wua.

Se visitate la Thailandia, ricordatevi questo nome. Si tratta di un luogo sacro, unico e assolutamente weird, almeno agli occhi di un occidentale. Tempio buddista, mèta annuale di migliaia di famiglie, è celebre per ospitare la più grande scultura metallica del Buddha. Ma non è questo che ci interessa. È famoso anche per il suo Palazzo delle Cento Spire, ma nemmeno questo ci interessa. Quello che segnaliamo qui sono le dozzine di figure e complessi statuari che descrivono torture e sevizie riservate dai demoni dell’inferno alle anime in pena.

Infilzate in faccia, o intrappolate nelle fauci di orrendi mostri, con le interiora esposte, trafitte da spade e lance, queste sculture lasciano ben poco all’immaginazione: se non diciamo le preghierine alla sera, non ce la passeremo tanto bene nell’aldilà. Questo macabro e violentissimo “parco di attrazioni” ha per i fedeli un valore educativo. È una visualizzazione grafica e figurativa della sofferenza e dell’inferno.

Certo, c’è da dire che il rapporto dei thailandesi con la morte è meno travagliato del nostro; eppure, per quanto a prima vista il giardino delle torture di Wat Phai Rong Wua possa sembrare una soluzione estrema per colpire la fantasia dell’uomo illetterato, ricordiamoci che anche le nostre chiese abbondano di dipinti e allegorie non meno violente o macabre. Ormai abituati all’arte del Novecento, che si è man mano astratta dal bisogno di veicolare o avere un significato, ci dimentichiamo facilmente del ruolo avuto anche nella nostra storia dell’arte figurativa: quella di educare le masse, di proporsi come libro illustrato, e di servire quindi alla formazione di un immaginario anche per quanto riguarda i mondi a venire.

Scoperto via Oddity Central.

Dolore sacro

Come è noto, nella maggior parte delle tradizioni religiose il sacrificio corporale è parte integrante di specifici rituali o pratiche di ascesi o espiazione. Nelle culture più marcatamente sciamaniche o tribali il dolore sacro va spesso di pari passo con l’estasi e la trance mistica, come accade durante alcune festività in cui le ferite vengono praticate o autoinflitte dai devoti come segno di una raggiunta “immunità” alle sofferenze, garantita dalla comunione con la divinità.

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In Oriente, l’intera esistenza era vista come una serie ininterrotta di sofferenze. Questo tipo di visione pessimistica era comune nell’area indocinese, e le due soluzioni a cui si era pensato prima dell’avvento del Buddha erano le più logiche. Per sconfiggere il dolore si doveva: 1) massimizzare il piacere – da cui la tradizione tantrista, che peraltro ha diversi elementi di derivazione sciamanica ed è radicalmente differente dalla versione edulcorata che ne hanno dato in Occidente le varie trasposizioni New-Age; oppure 2) abituare l’anima alla sofferenza, in modo talmente estremo da non poterla più percepire – da cui tutte le tecniche di meditazione ascetiche induiste. La rivoluzione operata dal Buddha fu proprio quella di proporre una via di mezzo, che non indulgesse nell’attaccamento alle cose ma che non mortificasse il corpo.

Eppure, anche la visione buddhista deve fare i conti con la sofferenza: quando il Buddha Siddhārtha Gautama annunciò le Quattro Nobili Verità, che ruotano tutte attorno al concetto di dolore (Dukkha), la prima di queste recitava: “[…] la nascita è dolore, la vecchiaia è dolore, la malattia è dolore, la morte è dolore; il dispiacere, le lamentazioni, la sofferenza, il tormento e la disperazione sono dolore; l’unirsi con ciò che è spiacevole è dolore; il separarsi da ciò che è piacevole è dolore”.

Chiaro quindi come, all’interno di una concezione simile dell’esistenza, il sottoporsi a stress fisici notevoli assuma un significato di accettazione e di “allenamento” alla vita, fino all’auspicato distacco da questa realtà fatta di illusione e dolore.

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Per quanto riguarda il cattolicesimo, il sacrificio più comune è quello di derivazione ebraica, vale a dire la vera e propria rinuncia a un beneficio o a una ricchezza come forma di contraccambio per una grazia o un favore richiesto alla divinità.

Nella tradizione cattolica, però, il corpo umano ha storicamente avuto un posto subordinato rispetto al concetto di anima. Nonostante la nuova catechesi abbia cercato di rettificare l’attitudine religiosa verso il corpo, ancora oggi per molti fedeli esiste una marcata dicotomia fra fisicità e spirito, come se la purezza dell’anima fosse minacciata costantemente dalle pulsioni animali e peccaminose del suo involucro materiale.

In questo senso nel mondo cattolico il sacrificio (da sacer+facere, rendere sacro) tenta spesso di ridare dignità al corpo disonorato; l’accanimento per il controllo degli istinti, considerati impuri, fa in questi casi sfumare i contorni dell’atto sacrificale, rendendo difficile capire se si tratti effettivamente di un atto di rinunzia al benessere fisico in nome del sacro, oppure di una vera e propria punizione.

A San Pedro Cutud, nelle Filippine, durante le celebrazioni della Settimana Santa, i credenti inscenano la Passione del Cristo in maniera fedele e realistica: il devoto che “interpreta” Gesù, in questa sorta di rappresentazione sacra, viene flagellato, coronato di spine e infine crocifisso realmente (anche se con accorgimenti che rendono il martirio non letale). Pare che Ruben Enaje, un fedele locale, sia stato crocifisso ben 21 volte fino al 2007. Rolando Del Campo, un altro devoto, ha fatto voto di essere crocifisso per 15 volte se Dio avesse voluto far superare a sua moglie una gravidanza difficoltosa.

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Chiaramente, come in tutto ciò che riguarda l’ambìto religioso, ognuno è libero di credere ciò che vuole; e di leggere, in queste manifestazioni di fede assoluta, una miopia intellettuale oppure uno strapotere della casta sacerdotale, una ricerca della spettacolarità che sconfina nel divismo, oppure al contrario una commovente espressione di modestia e di umanità. Quello che resta come dato di fatto è che il dolore trova sempre posto nella contemplazione del sacro, in quanto è, assieme alla morte, uno dei misteri essenziali a cui l’uomo ha da sempre cercato una risposta.