Link, curiosità & meraviglie assortite – 7

Torna il mix di esotiche e bislacche trouvaille di Bizzarro Bazar, utili per intrattenere i vostri amici facendo quelli che hanno sempre storie strambe da raccontare. Mi raccomando, esibite un bel ghigno furbetto quando vi chiedono dove le andate a pescare.

  • Avevamo già detto dei conigli assassini a margine delle pagine dei libri medievali. Ora un divertente video (in inglese) svela il mistero dietro un altro grande classico dei manoscritti illustrati: i cavalieri che combattono contro le lumache. SPOILER: tutta colpa dei Longobardi.
  • Ayzad, essendo un esperto di sessualità alternative, ha sviluppato negli anni un certo aplomb nel discutere di pratiche erotiche estreme e assurde — nelle parole di Hunter Thompson, “quando le cose si fanno strane, gli strani diventano professionisti“. Eppure perfino uno scafato come lui è rimasto spiazzato dalla vicenda più weird e demenziale degli ultimi tempi: lo scandalo dei furry nazisti.
  • Nel 1973, Playboy chiese a Salvador Dalì di collaborare con il fotografo Pompeo Posar per un esclusivo servizio di nudo femminile. Il pittore ebbe carta bianca sul progetto, tanto da essere presente sul set per dirigere i lavori. Dalì manipolò poi gli scatti prodotti durante la sessione con la tecnica del collage. Il risultato è uno strano e gustosissimo distillato di surrealismo, uova, maschere, serpenti e discinte “conigliette”. Il Maestro, in una comunicazione alla rivista, si disse soddisfatto dell’esperienza: “Il significato del mio lavoro sta nella mia motivazione, che è tra le più pure — il denaro. Quello che ho fatto per Playboy è molto buono e la vostra paga è adeguata al compito.” (Grazie, Silvia!)

  • Continuando a parlare di fotografia, Robert Shults ha dedicato la serie di scatti The Washing Away of Wrongs al centro di studi sulla decomposizione umana più grande al mondo, il Forensic Anthropology Center presso la Texas State University. Le fotografie, in un bianco e nero altamente contrastato, in quanto scattate nello spettro al limite dell’infrarosso, sono davvero potenti e mostrano una qualità quasi onirica. Raccontano il lavoro difficile ma necessario degli studenti e dei ricercatori, impegnati a comprendere quali modificazioni subiscono i resti umani nelle più disparate condizioni: dati e informazioni sempre più precisi, che torneranno utili in ambito criminologico. Qualche foto in più in questo articolo, e qui il sito di Robert Shults.

  • Un’ultima segnalazione a tema fotografico. Lo svedese Erik Simander ha prodotto una serie di ritratti di suo nonno, da poco rimasto vedovo. La descrizione della solitudine di un uomo che ha appena perso la compagna di una vita viene affidata a piccoli  dettagli (il lavandino vuoto, ormai con un solo spazzolino da denti) che assumono però una carica definitiva e devastante; brevi tocchi poetici e laceranti, assieme delicati e dolorosi. D’altronde il lutto è un sentimento diverso per ognuno, e Simander dimostra un ammirevole pudore nell’osservare il limite, la soglia oltre la quale le emozioni si fanno troppo personali per poter essere condivise. Un lavoro eccelso, di un’umanità che incrina il cuore, e che ha inoltre il merito di affrontare un argomento (quello della perdita del partner nella terza età) ancora piuttosto tabù. Al cinema, il tema era già arrivato nel 2012 con lo spietato ed emotivamente impegnativo Amour di Michael Haneke.
  • Parlando di vedovi, ecco un ottimo articolo (in inglese) su un altro aspetto molto poco esplorato: l’improvviso sex-appeal di chi ha appena subito una perdita, e la confusione emotiva che ne può derivare.
  • Per ritornare ad argomenti più leggeri, ecco uno spettacolare puntaspilli trovato in un negozio di antiquariato (avvistamento e foto di Emma).

  • Per le vostre vacanze siete alla ricerca di un posticino appartato, da Mille e una notte? Eccovi accontentati.
  • Preferite rimanere a casa con popcorn e patatine per una maratona di B-movie? Ecco una delle migliori liste che si possano trovare sul web. Avete la mia parola.
  • L’inimitabile Lindsey Fitzharris di Chirurgeon’s Apprentice ha pubblicato un grazioso post che racconta come funzionava la rimozione chirurgica dei calcoli all’epoca in cui l’anestesia non esisteva. Da leggere dimenandosi piacevolmente sulla sedia.
  • Ad Amsterdam c’è stata la Death Expo, con tutte le ultime novità in campo funerario. Tra le migliori proposte: la bara in stile IKEA, da montarsi da soli, ma soprattutto la bara sul cui coperchio si possono giocare giochi di società. (via DeathSalon)
  • Com’è come non è, ogni tanto sul WWW ci sono dei ritorni di fiamma. E così da qualche giorno (almeno nella mia “bolla” internettiana) ha ricominciato a fare capolino il serial killer portoghese Diogo Alves — capolino in senso letterale perché, precisamente, stiamo parlando della sua testa, conservata sotto formalina alla Facoltà di Medicina di Lisbona. Ma a strapparmi una risata è stata in particolare una delle “immagini correlate” suggerite dall’algoritmo di Google:

Diogo’s head…

…Radiohead.

  • Un ottimo articolo di Massimo Polidoro sulla vicenda dei mangiatori di uomini dello Tsavo. (Grazie, Bruno!)
  • E infine arriviamo alla notizia più succulenta: la mia città natale, Vicenza, mi riserva ancora qualche gradita sorpresa!
    Sulle colline poco distanti dalla città, nel comune di Arcugnano, è stato infatti scoperto un anfiteatro pre-romano rimasto sepolto per millenni… pensate che poteva contenere fino a 4300 spettatori e 300 attori, musicisti e ballerini… e pensate che c’è ancora il palco, sommerso sotto le acque del lago… e c’è anche una grotta capace di agire da megafono per gli attori, amplificando i suoni da 8 Hz a 432 Hz… e lì di fianco c’è anche il tempio di Giano… dove tra l’altro è nata la vera Giulietta, che poi si sarebbe innamorata di Romeo… e ci sono perfino numerose tracce di antiche divinità canine… e del passaggio di Giulio Cesare e di Cleopatra… e… e…
    E, perdonate l’insinuazione, non sarà mica una bufala, vero?


No, non è una semplice bufala, si tratta di una straordinaria bufala. Una di quelle trovate che meriterebbero un ammirato e lento applauso, se non fossero truffe.
Lo spirito creativo dietro all’anfiteatro è il proprietario del terreno, tale Franco Malosso von Rosenfranz (un nome che è già tutto un programma). Invece di accontentarsi del tradizionale abuso edilizio all’italiana — qualche classica villetta “tirata su” di nascosto — egli avrebbe avuto l’idea di inventarsi un ritrovamento archeologico per infinocchiare i turisti. Così, approfittando di un permesso per costruire un collegamento tra due appezzamenti, in modo da motivare il viavai di ruspe e camion, Malosso von Rosenfranz avrebbe scavato il suo teatro “antico”, con il progetto di aprirlo al pubblico a 40€ a visita, e di organizzarci grandi eventi.
Assieme all’iniziale entusiasmo e popolarità sui social, sono arrivate purtroppo anche le grane legali. E le prove a carico di Malosso sono apparse da subito così schiaccianti che è finito immediatamente a processo per abuso edilizio, manufatti eseguiti senza autorizzazione e contraffazione di opere d’arte.
Questo meraviglioso esempio di inventiva italiana verrà dunque smantellato e abbattuto; per ora resiste ancora il sito internet dell’anfiteatro, che è una divertente accozzaglia di fantastoria, pensata per appoggiare e dare spessore all’opera concreta. Un centrifugato di riferimenti a figure locali, celebri personaggi di epoca romana, mitologia da supermercato e (manco a dirlo) gli onnipresenti Templari.


L’ultima ironia è che qualcuno ad Arcugnano ancora lo difende, perché “almeno ora abbiamo un teatro“. D’altronde, come ricorda la pagina Wikipedia sull’abusivismo edilizio, “la stessa percezione di illegalità del fenomeno […] è considerata talmente tenue che il reato commesso non comporta reazioni di riprovazione sociale per rilevanti quote della popolazione. Questo malcostume in Italia ha danneggiato e continua a danneggiare l’economia, il paesaggio e la cultura della legalità e del rispetto delle regole“.
Qui sta proprio la genialità della farsa messa in piedi da quella faccia tosta di Malosso von Fronsefranz (che potete vedere intervistato su questa pagina): sfruttare il clima di post-verità per creare un abuso che non svilisce il territorio, ma che ne accresce, seppur falsamente, il patrimonio.
Insomma, l’avrete capito. L’intera storia mi diverte, in un certo senso. Il mio segreto, chimerico desiderio è che si tratti di un’incredibile installazione artistica, senza precedenti. E che Malosso un giorno cali la maschera, e dichiari che era tutto un grande esperimento per puntare il dito su un’Italia che non ha a cuore il proprio paesaggio, lascia cadere a pezzi le sue meraviglie archeologiche autentiche, ma è pronta a sostenere a gran voce quelle farlocche. (Grazie, Silvietta!)

Pierre Brassau, l’artista misterioso

Nel 1964 la Gallerie Christinae a Göteborg, in Svezia, propose una mostra di giovani pittori d’avanguardia.
Fra le opere di questi promettenti artisti provenienti dall’Italia, l’Austria, la Danimarca, l’Inghilterra e la Svezia, vi erano anche quattro dipinti astratti del francese Pierre Brassau. Il suo nome era totalmente sconosciuto alla scena artistica, ma il suo talento pareva a prima vista indiscutibile: il ragazzo, benché alle prime armi, sembrava davvero avere i numeri per diventare il nuovo Jackson Pollock — tanto che già dal vernissage i suoi quadri rubarono immediatamente la scena agli altri lavori esposti.

I giornalisti e i critici d’arte erano pressoché unanimi nel considerare Pierre Brassau la vera rivelazione della mostra alla Gallerie Christinae. Rolf Anderberg, un critico del Posten, rimase particolarmente impressionato e firmò un articolo, apparso il giorno dopo, in cui affermava: “Brassau dipinge con colpi potenti, ma anche con chiara determinazione. Le sue pennellate si contorcono con furiosa meticolosità. Pierre è un artista che opera con la delicatezza di un ballerino di danza classica“.

Ovviamente, nonostante l’entusiasmo generale, non poteva mancare il solito bastian contrario. Un critico, voce isolata, dichiarò sprezzante: “solo una scimmia può aver fatto una roba simile“.
C’è sempre chi deve andare per forza controcorrente. E, per quanto agli altri bruci ammetterlo, talvolta lo fa perché ha la vista lunga.
Pierre Brassau, in verità, era proprio una scimmia. O meglio, uno scimpanzé africano di quattro anni residente allo zoo di Borås.

La trovata di esporre i quadri di un primate all’interno di una mostra d’arte moderna era venuta al giornalista Åke “Dacke” Axelsso, che all’epoca scriveva per il quotidiano Göteborgs-Tidningen. L’idea non veniva dal nulla: proprio qualche anno prima lo scimpanzé Congo era divenuto celeberrimo grazie ai suoi dipinti, che avevano affascinato Picasso, Miro e Dalì (nel 2005 saranno battuti all’asta per 14.400 sterline, mentre nella stessa vendita un dipinto di Warhol e una scultura di Renoir verranno snobbate).
Åke dunque aveva deciso di sfidare provocatoriamente i critici: dietro la facciata umoristica della sua burla non c’era (soltanto) la volontà di mettere in ridicolo l’establishment del mondo dell’arte, quanto piuttosto di sollevare la domanda che sarebbe diventata di lì a poco sempre più urgente: è possibile valutare e giudicare oggettivamente un’opera di arte astratta, che rifiuta la tecnica figurativa — o addirittura contesta che vi sia bisogno di alcuna competenza specifica per fare arte?

Così Åke aveva convinto il guardiano dello zoo, all’epoca diciassettenne, a fornire lo scimpanzé Peter di tela e pennello. All’inizio Peter aveva sparso la vernice ovunque, tranne che sulla tela, arrivando perfino a mangiarsela: andava particolarmente ghiotto, a quanto pare, del blu cobalto — colore che comparirà poi preminentemente nei suoi lavori. Incoraggiato dal giornalista, il primate aveva però cominciato a dipingere sul serio, e a prendere gusto all’attività creativa. Åke aveva selezionato i quattro quadri meglio riusciti per esporli alla mostra.

Anche quando la vera identità del misterioso Pierre Brassau venne rivelata, molti critici continuarono a sostenere che i suoi quadri erano i migliori fra quelli presenti alla galleria. Cos’altro avrebbero dovuto dire?
Il più felice, in tutto questo scandalo, fu probabilmente il collezionista privato Bertil Eklöt, che aveva acquistato un quadro dello scimpanzé per 90 dollari (equivalenti a 7-800 dollari odierni). Forse intendeva soltanto assicurarsi un’opera curiosa: eppure adesso quel dipinto potrebbe valere una fortuna, dato che Pierre Brassau è ormai un aneddoto classico della storia dell’arte. E la sua vicenda ancora oggi ci interroga su quanto davvero le opere d’arte siano, nelle parole di Rilke, “di una solitudine infinita, e nulla può raggiungerle meno della critica“.


Il primo articolo di stampa internazionale sulla storia di Brassau è apparso su Time. Altre informazioni tratte da questo post del Museum of Hoaxes.

(Grazie, Giacomo!)

I misteri della cappella Sansevero – II

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Il Principe, come un vero e proprio stregone, sta mescolando il suo composto in un enorme mastello. Finalmente, ecco la reazione tanto attesa: il misterioso liquido è pronto. Dall’altra parte della stanza, i due servi legati e imbavagliati non riescono nemmeno a urlare. Il maschio sta singhiozzando, mentre la femmina, anche se immobilizzata, rimane vigile e all’erta – forse la nuova vita che porta in grembo le impedisce di cedere alla paura, le impone di tentare una difesa ormai impossibile. Il Principe non ha molto tempo, deve agire in fretta. Versa il liquido colorato in una strana pompa, e si avvicina alle due vittime: nei loro occhi egli legge un terrore senza nome. Comincia con il maschio, incidendo la giugulare e inserendo tramite una grossa siringa il liquido nella circolazione sanguigna. Sarà il cuore a pompare il preparato alchemico attraverso tutto il corpo, e il Principe rimane a guardare il volto di quell’uomo in agonia mentre il denso veleno entra in circolo. Ecco, è finita: il servo è morto. Ci vorranno due o tre ore perché il composto si solidifichi, e di sicuro più di un mese affinché la putrefazione faccia il suo corso e la carne cada del tutto dallo scheletro e dal reticolo di vene, arterie e capillari marmorizzate dal procedimento.
Ora è il turno della donna.

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Quella che avete appena letto è la leggenda che circonda le due “macchine anatomiche” visibili ancora oggi nella cavea della Cappella Sansevero. Il Principe Raimondo di Sangro le avrebbe realizzate sacrificando la vita di due servi, in modo da ottenere un’esatta rappresentazione del sistema vascolare, con un livello di accuratezza altrimenti impossibile da raggiungere. Alla leggenda accenna anche Benedetto Croce nel suo Storie e leggende napoletane (1919): “Per lieve fallo, fece uccidere due suoi servi, un uomo e una donna, e imbalsamarne stranamente i corpi in modo che mostrassero nel loro interno tutti i visceri, le arterie e le vene, e li serbò in un armadio…” Le due “macchine” sono effettivamente un maschio e una femmina (incinta, anche se il feto è stato trafugato negli anni ’60), i loro scheletri avvolti dalla fittissima rete dell’apparato circolatorio.

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Come sono state costruite realmente?
La risposta è forse meno eccitante ma anche meno crudele della versione proposta dalla leggenda: sono state realizzate con perizia e molta pazienza. E non da Raimondo di Sangro: il Principe infatti le commissionò nel 1763-64 al medico palermitano Giuseppe Salerno, fornendogli il fil di ferro e la cera necessari all’opera, e a lavoro compiuto gratificando l’artista siciliano con una pensione a vita. Se gli scheletri sono indubitabilmente autentici, tutto il sistema vascolare fu dunque ricreato in fil di ferro avvolto in seta e successivamente impregnato di un peculiare composto di cera pigmentata e vernici che permetteva di maneggiare i fili, ripiegarli in ogni direzione e che li rendeva resistenti agli urti nel trasporto.
Giuseppe Salerno non era l’unico a comporre simili “macchine”, visto che a Palermo già nel 1753 e nel 1758 un certo Paolo Graffeo aveva presentato una coppia di modelli anatomici analoghi, con feto di quattro mesi incluso.

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La leggenda “nera” dei servi uccisi senza pietà nasce evidentemente dalla figura di Raimondo di Sangro, la vita e l’opera del quale appaiono – proprio come il Cristo di Sammartino di cui abbiamo parlato nel precedente articolo dedicato alla Cappella Sansevero – coperte da un velo, quello del simbolo.
Straordinario intellettuale e inventore, appassionato di chimica, fisica, tecnologia, Raimondo di Sangro fu sempre visto con sospetto in quanto massone e alchimista, tanto da diventare nella fantasia popolare una sorta di diavolo.

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La scienza era agli albori, e nel cuore del Settecento il razionalismo non aveva ancora abbandonato la simbologia alchemica: com’è noto, gli alchimisti operavano realmente (la chimica si svilupperà proprio a partire da queste ricerche), ma ogni procedimento o preparato era anche interpretato secondo livelli di lettura metafisici. Raimondo di Sangro si fregiava di aver concepito decine di invenzioni, fra cui un palco pieghevole, una tipografia a colori, una carrozza marittima, macchine idrauliche e marmi alchemici, carte ignifughe e tessuti impermeabili, fino al celebre “lume eterno”; ma la notizia di queste sue creazioni ci è giunta dalla sua stessa Lettera apologetica, pubblicata nel 1750, e alcuni studiosi ritengono che quelle stesse invenzioni, al di là che fossero esistite o meno, vadano interpretate come simboli della ricerca alchemica del Principe. Così come simbolica appare la scelta originaria di installare le due “macchine anatomiche” su piattaforme girevoli nell’Appartamento della Fenice: forse Raimondo di Sangro le considerava figurazioni della rubedo, lo stadio della ricerca della celebre pietra filosofale in cui la materia si ricompone, garantendo l’immortalità.

Oggi, le “macchine” stupiscono ancora gli studiosi per il realismo e l’accuratezza della loro fattura, a dimostrazione di una conoscenza pressoché perfetta del sistema circolatorio nel Settecento. Versioni moderne, queste sì realizzate per iniezione di polimeri siliconici su cadaveri veri, sono visibili nelle celebri mostre Body Worlds di Gunther Von Hagens, l’inventore della plastinazione (ne avevamo parlato qui).

Per approfondire: un articolo sull’acquisto delle “macchine” da parte del Principe; un trattato sul simbolismo esoterico delle sue invenzioni; un saggio sulla figura di Raimondo di Sangro con particolare riferimento ai suoi rapporti con la Libera Muratoria. Infine, il sito del Museo della Cappella Sansevero.

I misteri della cappella Sansevero – I

Se non siete mai caduti vittime della sindrome di Stendhal, significa che non avete visitato la cappella Sansevero a Napoli.
Difficile descrivere l’esperienza. Entrando in questo spazio ristretto e stracolmo di opere d’arte si ha la sensazione di essere quasi assaliti dalla bellezza, una bellezza cui non si può sfuggire, che riempie ogni dettaglio del campo visivo. La differenza cruciale, rispetto a un qualsiasi altro affastellamento barocco di arte, è che alcune delle opere visibili all’interno della cappella non si limitano a regalare un piacere estetico, ma fanno leva su un secondo e più intenso livello di emozione: la meraviglia.
Si tratta, cioè, di sculture che a prima vista sembrano “impossibili”, troppo elaborate e realistiche per essere figlie d’un semplice scalpello, in cui la grazia delle forme si sposa con un’abilità tecnica difficile anche solo da concepire.

Il Disinganno, ad esempio, è un complesso statuario sbalorditivo: si potrebbe rimanere per ore ad ammirare la fitta rete che la figura maschile tiene fra le mani, e domandarsi come il Queirolo sia riuscito a ricavarla integralmente da un unico blocco di marmo.

La Pudicizia di Corradini, con il suo drappeggio che vela il personaggio femminile quasi fosse trasparente, è un altro “mistero” della tecnica scultorea, in cui la pietra sembra essere privata del suo peso, resa fluttuante ed eterea. Immaginate come l’artista partì da un blocco di marmo squadrato, come con l’occhio della mente riconobbe al suo interno questa figura, come rimosse pazientemente tutto ciò che non le apparteneva, liberandola a poco a poco dalla pietra, levigando, correggendo, scolpendo ogni piega del velo.

Ma l’opera d’arte che maggiormente attira l’attenzione è la più famosa fra le tante ospitate nella cappella, ovvero il Cristo velato.
La scultura ha affascinato i visitatori per due secoli e mezzo, impressionando artisti e scrittori (da Sade a Canova), ed è considerata fra i massimi capolavori scultorei al mondo. Realizzata nel 1753 da Giuseppe Sanmartino su commissione di Raimondo di Sangro, essa raffigura Cristo deposto dopo la crocifissione, ricoperto da un velo che ne lascia trasparire le forme. Il velo è reso con una raffinatezza tale da ingannare l’occhio, e l’effetto dal vivo è davvero stupefacente: si ha quasi l’impressione che la “vera” scultura stia sotto, e che basti allungare una mano per sollevare il sudario.

È proprio a causa della straordinaria maestria di Sanmartino nello scolpire il velo che attorno al Cristo è nata una delle leggende più dure a morire – tanto che di quando in quando ci cascano anche riviste specializzate o siti per altri versi ineccepibili.
Stiamo parlando della leggenda secondo cui il principe Raimondo di Sangro, committente dell’opera, avrebbe in realtà realizzato personalmente il velo, apponendolo sulla scultura del Sanmartino e pietrificandolo poi con una tecnica alchemica di propria invenzione; non si spiegherebbe altrimenti la prodigiosa liquidità del drappeggio, e la “trasparenza” del tessuto.

La leggenda ha conosciuto un revival importante nell’era di internet grazie alla diffusione di articoli di questo tenore:

La notizia sta nella recente scoperta che il velo non è di marmo, come si era finora creduto, bensì di stoffa finissima, marmorizzata con un procedimento alchemico dal Principe stesso a tal punto da costituire insieme alla scultura sottostante un’unica opera. Nell’Archivio Notarile è stato rintracciato il contratto tra Raimondo di Sangro ed il Sammartino per la realizzazione della statua. In esso si legge che lo scultore si impegna ad eseguire “di tutta bontà e perfezione una statua raffigurante Nostro Signore Morto al naturale da porre nella chiesa gentilizia del Principe”. Raimondo di Sangro si obbliga, oltre a procurare il marmo, “ad apprestare una Sindone di tela tessuta, la quale dovrà essere depositata sopra la scultura; acciò, dipodichè, esso Principe l’haverà lavorata secondo sua propria creazione; e cioè una deposizione di strato minutioso di marmo composito in grana finissima sovrapposto al velo … dinotante come fosse scolpito di tutto con la statua”. Il Sammartino si impegna inoltre a “non svelare al compimento di essa (statua) la maniera escogitata dal Principe per la Sindone ricovrente la Statua”. Allo stupefacente contratto si aggiunge un ulteriore documento nel quale è riportata la ricetta per fabbricare il marmo a velo. Se i due documenti stabiliscono senza equivoci i limiti dell’abilità del Sammartino mettono altresì in rilievo il talento alchemico del Sansevero che pone la sua perizia operativa al servizio della sua dottrina ermetica, dal momento che si impegna nella realizzazione di una delle immagini misteriche per eccellenza del simbolismo cristiano, quella della Sindone, il lenzuolo in cui fu avvolto il corpo di Gesù deposto dalla croce.

(Tratto da Restaurars)

Scavando un po’ più a fondo, si viene a sapere che la “clamorosa” scoperta non è affatto recente ma risale addirittura agli anni ’80. È opera della studiosa napoletana Clara Miccinelli, che si interessò a Raimondo di Sangro dopo essere stata contattata dal suo spirito durante una seduta medianica.
La Miccinelli pubblicò un paio di libri, nel 1982 e 1984, sull’enigmatica figura del principe, massone e alchimista, che il folclore vuole a metà strada fra lo scienziato pazzo e il genio assoluto.
Il documento rinvenuto dalla Miccinelli è in realtà un falso. Così si pronuncia il Museo della cappella Sansevero al riguardo:

Il documento […], trascritto e pubblicato da Clara Miccinelli, è concordemente ritenuto dagli studiosi non autentico. In particolare, un’analisi molto accurata del documento è stata condotta dalla prof.ssa Rosanna Cioffi, che nella nota 107 di pag. 147 del suo libro “La Cappella Sansevero. Arte barocca e ideologia massonica” (sec. ed., Salerno 1994) elenca e argomenta ben nove motivazioni – francamente incontrovertibili – per cui il documento non può ritenersi autentico (dalla carta non filigranata, alla grafia differente da qualsiasi altro atto rogato dal notaio Liborio Scala, al fatto che il foglio in questione si presenta sciolto rispetto al volume contenente tutti gli atti rogati nel 1752, al “signum” del notaio che solo in questo documento è diverso da quello presente in tutti gli altri atti, etc.). […]
Documenti sicuramente autentici, e liberamente consultabili, sono invece quelli conservati presso l’Archivio Storico del Banco di Napoli, portati alla luce da Eduardo Nappi e pubblicati in diverse occasioni: dalla fede di credito del 16 dicembre del 1752, in cui Raimondo di Sangro definisce la realizzanda scultura come “statua di Nostro Signore morto coperta da un velo ancor di marmo”, al pagamento di 30 ducati (a saldo di 500 ducati) del 13 febbraio 1754, in cui il principe di Sansevero descrive inequivocabilmente il Cristo come “ricoperto da una sindone di velo trasparente dello stesso marmo”. Senza contare, inoltre, che sempre il principe in una delle famose lettere a Giraldi sul “lume eterno”, pubblicata per la prima volta nel maggio 1753 sulle “Novelle Letterarie” di Firenze, parla del Cristo velato in questo modo: “la statua di marmo al naturale di nostro Signor Gesù Cristo morto, involta in un velo trasparente pur dello stesso marmo, ma fatto con tal perizia, che arriva ad ingannare gli occhi de’ più accurati osservatori”. […]
Tutte le testimonianze documentarie, dunque, vanno in un’unica direzione: il Cristo velato è un’opera interamente in marmo. A tagliare la testa al toro – come si dice – è venuta infine un’analisi scientifica non invasiva condotta dalla società “Ars Mensurae”, che ha decretato non essere presente nell’opera alcun materiale diverso dal marmo. Il resoconto dell’analisi è stato riportato nel 2008 in: S. Ridolfi, “Analisi di materiale lapideo tramite sistema portatile di Fluorescenza X: il caso del ‘Cristo Velato’ nella Cappella Sansevero di Napoli”. […] Riteniamo che il fatto che il Cristo del Sanmartino sia interamente in marmo aggiunga – e non sottragga – fascino all’opera.

La Miccinelli, in seguito, ha trovato in casa sua uno scrigno contenente una serie incredibile di manoscritti gesuiti che rivoluzionerebbero totalmente l’intera storia delle civiltà precolombiane così come la conosciamo. Il “caso” ha diviso la comunità etnografica, rischiando perfino di incrinare i rapporti accademici con il Perù (vedi questo articolo), visto che molti specialisti italiani ritengono i documenti autentici, mentre per la gran parte degli studiosi anglosassoni o sudamericani restano dei falsi abilmente costruiti. L’aspro dibattito non scoraggia la professoressa napoletana, che sembra non riesca a frugare in un cassetto senza scoprirvi un inedito: nel 1991 è il turno di un autografo di Dumas che le ha permesso di decrittare le simbologie alchemiche del conte di Montecristo.

Nel prossimo articolo tratteremo di un’altra leggenda relativa alla cappella Sansevero, quella delle due “macchine anatomiche” conservate nella cavea.

Lo sconosciuto dall’elmo di ferro

Una sera imprecisata del 1907, nel lussuoso centro sportivo londinese di King Street, Covent Garden. Due fra gli uomini più ricchi del mondo – fra una sbuffata di sigaro, e una puntata sull’incontro di boxe a cui stavano assistendo – discutevano di una questione piuttosto singolare. L’argomento di discussione era se fosse possibile per un uomo attraversare il mondo intero senza mai essere identificato.

Lonsdale-Morgan

Hugh Cecil Lowther, quinto conte di Lonsdale, era convinto che l’impresa fosse attuabile; il suo interlocutore, il finanziere americano John Pierpont Morgan, sosteneva il contrario. Quest’ultimo, nella foga, si disse disposto a scommettere ben 100.000 dollari, equivalenti a diversi milioni di euro in valuta odierna: era forse la più grande somma mai scommessa nella storia. Lì vicino, ad ascoltarli, stava un gentleman inglese di nome Harry Bensley, celebre donnaiolo e viveur, mantenuto da una costante rendita di circa 5.000 sterline l’anno grazie ai suoi investimenti in Russia. A lui, quei soldi fecero subito gola, ma soprattutto lo attirò la bizzarra avventura che la sfida sembrava promettere. Così, interrompendo l’accalorata discussione, annunciò che accettava la scommessa del magnate americano.

Harry Bensley, sulla sinistra.

Harry Bensley, sulla sinistra.

I termini della prova furono messi nero su bianco. Bensley avrebbe dovuto soddisfare ben 15 condizioni, che lo costringevano a viaggiare mascherato, spingendo una carrozzella per bambini, attraversando 169 città inglesi, e 125 città in 18 nazioni differenti in giro per il mondo – tra cui Irlanda, Canada, Stati Uniti, Sud America, Nuova Zelanda, Australia, Sud Africa, Giappone, Cina, India, Egitto, Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Belgio, Germania e Olanda. Doveva cominciare il suo viaggio investendo esclusivamente una sterlina in materiale “pubblicitario”, cioè fotografie, dépliant e pamphlet, da vendere durante il suo girovagare: non avrebbe potuto avere altra fonte di reddito oltre al ricavato di quelle foto per tutta la durata della sfida. Anche i vestiti erano limitati ad un unico cambio e, per rendere le cose ancora più complicate, durante il viaggio avrebbe dovuto perfino ammogliarsi – trovare, cioè, una donna disposta a sposarlo senza conoscere la sua vera identità.

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Così, il primo gennaio del 1908, all’età di 31 anni, Harry Bensley si presentò sul luogo indicato dal contratto, a Trafalgar Square, indossando un elmo di ferro da armatura e spingendo un passeggino che conteneva i suoi vestiti e il materiale pubblicitario: al suo fianco, il “garante” (chiamato The Minder) che l’avrebbe accompagnato durante l’intera epopea, per assicurarsi che le condizioni della scommessa venissero rispettate. La folla esultante lo acclamò, visto che la notizia della incredibile impresa si era già sparsa ovunque; e così accadde anche nelle tappe successive del viaggio – tutti acquistavano le fotografie, c’era chi lasciava delle offerte, praticamente i soldi gli piovevano addosso.

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Talmente tanti soldi, in realtà, che ad un certo punto Bensley venne arrestato per vendita di cartoline senza permesso a Bexley Heath, Kent; arrivato in tribunale con il suo elmo, Harry spiegò al giudice i termini della scommessa e, grazie alla benevolenza di costui, per la prima volta nella storia si svolse un processo in totale anonimità dell’imputato. Giudicato colpevole, sotto il nome di “Uomo nella Maschera di Ferro”, venne condannato a una multa di una dozzina di sterline, e gli venne permesso di continuare il suo viaggio.
Altri gustosi aneddoti raccontano di come una cameriera si nascose sotto il letto della camera di Bensley nel tentativo di svelare la sua identità e guadagnarsi le 1.000 sterline messe in palio da un giornale, ma venne scoperta in tempo; e di come lo stesso Re Edoardo VII, divertito, chiese perfino un autografo al misterioso “cavaliere”, che rifiutò per ovvie ragioni di privacy…
Anche le offerte di matrimonio non mancavano: Harry disse di averne ricevute più di 200, da nobildonne provenienti dall’Europa, dall’Australia e dall’America. Le rifiutò tutte.

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Dopo sei anni, l’impresa procedeva con immenso successo: Bensley aveva già visitato 12 paesi, e avrebbe molto probabilmente vinto la scommessa, se non fosse incappato in un tragico imprevisto: la Prima Guerra Mondiale. Arrivato a Genova, infatti, ricevette un infausto telegramma in cui il finanziere americano Morgan gli comunicava che la sfida era da considerarsi conclusa. Egli temeva che la Guerra avrebbe messo a repentaglio il suo impero economico e, non avendo certo voglia di perdere soldi in maniera frivola, si ritirò dalla scommessa. Nonostante gli fossero state riconosciute 4.000 sterline di ricompensa, Bensley fu devastato dalla notizia. Rabbioso e deluso, donò tutto il ricavato in beneficenza; tornò in patria, si arruolò nel 1915, combattè per un anno al fronte prima di rimanere ferito ed essere rispedito a casa.

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I suoi investimenti finanziari in Russia crollarono in seguito alla Rivoluzione, ed egli tirò a campare facendo la maschera nei cinema, il guardiano d’hotel, e più tardi lavorando in una fabbrica di armamenti fino alla sua morte, avvenuta il 21 maggio 1956 all’età di 79 anni. L’elmo e la carrozzina, conservati in soffitta, non furono mai più ritrovati.

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Questa è la storia ufficiale del viaggiatore mascherato, così come è raccontata sul sito del pronipote (illegittimo) di Bensley, che però avanza qualche dubbio. Secondo quanto si racconta nella sua famiglia, le cose sarebbero andate molto diversamente: dopo una notte di gioco d’azzardo in continua perdita, Bensley avrebbe puntato l’intera sua fortuna (investimenti in Russia compresi) su una sola carta… e avrebbe perso.
Gli altri giocatori, cioè proprio il Conte di Lonsdale e J. P. Morgan, impietositi, avrebbero “commutato” questo debito in una sorta di farsesco contrappasso dantesco. Il dongiovanni avrebbe dovuto imparare a fare a meno del suo fascino, coprendosi il volto; il damerino abituato alla bella vita avrebbe dovuto campare con una sterlina sola, spingendo una carrozzina a elemosinare in giro per il mondo, con un unico cambio di vestiti. Gli fu consentito, per salvaguardare quel briciolo di onore che gli rimaneva, di far passare questa punizione per una impresa eroica – ma si trattava in realtà di una vera e propria beffa, un dileggio conosciuto a pochi insider, che sanciva di fatto la sua uscita dal circolo del bel mondo londinese.

Ma attenzione, perché ora viene il bello. Tutto quello che avete appena letto, sia la versione “ufficiale” che quella “segreta”, potrebbe non essere mai accaduto.

Negli scorsi anni, infatti, sono emersi nuovi dettagli che delineano una storia dai risvolti molto più ambigui: pare che del fantomatico uomo mascherato si fossero perse le tracce già dall’autunno del 1908, poco dopo l’inizio della sfida. I discendenti di Bensley, che hanno dato vita al sito internet proprio per racimolare informazioni sul loro antenato, ammettono che non vi sia alcuna prova che egli abbia mai lasciato l’Inghilterra.
La sfida, quindi, non sarebbe stata completata? E allora, le 4.000 sterline vinte da Bensley e da lui donate in beneficenza?
Davvero difficile che il magnate J. P. Morgan abbia potuto decidere di versare quella somma nell’agosto del 1914, come racconta la storia ufficiale, visto che era morto l’anno prima.

Nel dicembre del 1908, su un giornale chiamato Answers to Correspondents on Every Subject under the sun, veniva posta la fatidica domanda: ma dove diavolo è finito l’uomo con la maschera di ferro? Poco dopo alla testata arrivò una lettera, pubblicata il 19 dicembre, da parte di un uomo che sosteneva di essere, per l’appunto, l’uomo mascherato.

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Nella lunga lettera, l’anonimo confessava che la scommessa, la sfida e il viaggio intorno al mondo non erano altro che un’elaborata bufala, studiata meticolosamente mentre egli stava scontando una condanna in prigione. L’ispirazione, raccontava, gli era arrivata da un libro sulla celeberrima e misteriosa figura della Maschera di Ferro incarcerata alla Bastiglia: aveva così preso forma l’idea di spostarsi di città in città indossando l’elmo per attirare l’attenzione delle folle, dando risonanza alle sue apparizioni mediante la finta storia della scommessa fra i due milionari (ignari di tutto). Una volta uscito di galera, l’uomo era però senza il becco d’un quattrino: con la complicità di un tedesco conosciuto in cella, che si sarebbe finto “garante” della scommessa, aveva quindi raggirato i primi ignari finanziatori con la promessa di futuri dividendi, riuscendo ad acquistare l’elmo, il passeggino e il lotto iniziale di fotografie da vendere. Quanto al matrimonio, che secondo le “condizioni” egli avrebbe dovuto contrarre durante il viaggio, non c’era problema: egli era già sposato, e pronto a far spuntare sua moglie al momento opportuno come parte della messinscena.

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La truffa aveva funzionato: fin dal primo giorno la risposta della gente era stata sensazionale. Anche la parte relativa al giudice che gli permetteva di tenere l’elmo in un’aula di tribunale era veritiera: egli era stato davvero processato anonimamente, grazie alla fama della sua “sfida”.

Ma l’arzigogolato inganno gli si era presto ritorto contro: dopo dieci mesi in cammino, senza mai lasciare la Gran Bretagna, indossando continuamente l’elmo e spingendo una carrozzina di 50 chili per quasi 4.000 chilometri, la sua salute era peggiorata. “Gli occhi mi bruciavano, e soffrivo di tremende emicranee. In diverse occasioni svenni sul bordo della strada, e in alcuni casi fui confinato a letto per due o tre giorni di fila.” Ad un certo punto, sfinito, il truffatore aveva gettato la spugna, e si era dileguato. La lettera ad Answers era, in un certo senso, l’ultimo atto della recita, in cui l’attore calava (figuratamente, e concretamente) la maschera divenuta troppo pesante. Non rinunciando però ad un ultimo moto d’orgoglio: “posso affermare, senza tema d’esser contraddetto, che mi sono guadagnato il viaggio, e ho mantenuto me stesso, mia moglie, e il mio assistente, i cavalli e gli inservienti che ho impiegato, interamente con la vendita delle mie cartoline e pamphlet, e che non ho ricevuto nulla sotto forma di carità sin dal primo giorno del mio itinerario“.

Questa confessione è quasi certamente opera di Bensley, visto che i fatti citati dall’anonimo autore coincidono con un elemento chiave scoperto di recente (e passato sotto silenzio sul poco aggiornato sito dei discendenti, forse più interessati alla leggenda): nel 1904, egli era stato effettivamente processato per truffa e condannato a quattro anni di carcere.
L’allora ventinovenne Bensley era descritto dai giornali come un semplice manovale, figlio di un operaio di una segheria: un imbroglione qualunque, che si era fatto prestare dei soldi con la promessa di una favolosa eredità pronta per essere riscattata.

E, nella storia delle truffe, Bensley sarebbe rimasto del tutto anonimo, se la sua fantasia non si fosse scatenata proprio con l’idea dell’Uomo nella Maschera di Ferro. Il progetto di fingersi un gentleman facoltoso impegnato in una pittoresca ed eccentrica scommessa mostrava senza dubbio un guizzo di straordinaria inventiva. Si trattava di una truffa giocata sul meccanismo dell’esagerazione: “se è così assurdo – era indotta a pensare la gente – deve per forza essere vero”.
Peccato che quegli stessi dettagli strampalati (l’elmo, la carrozzina, gli spostamenti a piedi) si fossero presto rivelati il punto debole del piano, facendo finire il gioco prima del previsto.

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Ecco il sito del pronipote di Harry Bensley. The Big Retort è il blog che ha scoperto la lettera ad Answers. Ulteriori dettagli in questo articolo di Baionette Librarie, ottimo sito che si occupa di steampunk, fantascienza, armi, fatine e conigli.

Finte meraviglie

Sulla strada del meraviglioso, non è tutto oro ciò che luccica. Dai mostri più stupefacenti, agli spettacoli circensi più mirabolanti, gli imbonitori hanno sempre saputo sfruttare i “falsi” creati ad arte per raggirare e abbindolare i creduloni.

Già all’inizio del 1500 erano diffusi i Jenny Haniver: si trattava di cadaveri rinsecchiti di sirene o di fate dei fondali marini, esseri fantastici e inquietantemente umani nell’aspetto, nonostante avessero tutte le caratteristiche di un pesce.

In realtà erano dei falsi creati a partire da un tipo di razza, o dal pesce chitarra, che veniva tagliato, arricciato, ricucito ed essiccato per assumere sembianze antropomorfe. Si tratta di uno dei primi esempi di tassidermia “creativa”. L’etimologia del nomignolo “Jenny Haniver” è controversa (pare che derivi dai pescatori di Anversa, che potrebbero aver iniziato la tradizione di costruire e vendere questi falsi); fatto sta che ancora oggi in alcuni negozi turistici di mare si possono trovare questi souvenir particolari. La cosa davvero incredibile, però, è che ancora in tempi recenti c’è chi continua a cascarci: nel 2006 il Giornale di Brescia segnalò un Jenny Haniver come un possibile cadavere di extraterreste!

Sulla stessa linea, la Sirena delle Fiji, qui sopra, è divenuta un vero e proprio classico – diciamo la regina dei “sideshow gaffs“, ovvero dei falsi esposti come curiosità all’interno dei Luna Park americani a cavallo fra l’800 e il ‘900. I primi “cadaveri” di sirene erano già un must delle wunderkammer rinascimentali, ma l’idea di esibirle all’interno dei sideshow si deve, manco a dirlo, all’incredibile inventiva e fiuto del “Santo Patrono degli imbonitori”, Phineas T. Barnum. Presentate come mummie di veri ibridi uomo-pesce, divennero ben presto un pezzo fisso e irrinunciabile delle fiere itineranti americane, e vengono prodotte ancora oggi con tecniche miste (scultoree e tassidermiche).

Più tardi, alcuni sideshow progettarono un sistema più “realistico” per esibire le Sirene delle Fiji: non si trattava più di pupazzetti mummificati, ma di un complesso sistema di specchi che permetteva di proiettare l’immagine di un’attrice all’interno di un acquario. Si racconta l’aneddoto di una di queste “sirene” che sbadatamente cominciò a fumare una sigaretta – nonostante fosse “sott’acqua” – provocando le ire degli spettatori.

Lo stesso Barnum portò a livelli scientifici una prassi comune nei Luna Park dell’epoca: far passare per freaks delle persone normalissime, in modo da rimpinguare le fila delle “meraviglie umane” esibite all’interno del freakshow. Già a una prima occhiata avrete indovinato che il gentiluomo qui sopra, Pasqual Pinon, portava una improbabile faccia posticcia sulla parrucca, piuttosto che essere davvero “il Messicano a Due Teste”. Allo stesso modo, la “meraviglia a tre occhi” aveva un occhio finto incollato alla fronte, i “gemelli siamesi Adolph e Rudolph” si esibivano legati alla vita (uno dei due aveva le gambe atrofizzate e minuscole, e le nascondeva nei pantaloni dell’altro), le sorelle Milton erano tutt’altro che siamesi. Queste ultime, in particolare, scioccavano gli spettatori inscenando una violenta lite e “separandosi” in diretta, uscendo poi stizzite dai due lati del palcoscenico.

Per un impresario circense dell’epoca, arrivare a scritturare un albino non era abbastanza. Occorreva trasformarlo in qualcosa di ancora più fantastico e meraviglioso. Doveva diventare “l’ultimo Atlantideo”, il “Re dei Ghiacci”, o “l’Uomo di Marte”. Ma c’è una figura ancora più emblematica di questa verve inventiva nel presentare come abnorme e curioso qualcosa che in verità era molto meno affascinante.

Il geek era un’attrazione che normalmente apriva il freakshow. Veniva presentato talvolta come “anello mancante” tra l’uomo e l’animale, o come “ragazzo selvaggio”, o più semplicemente come un essere bestiale senza capacità di parola – una sorta di mostro vorace e famelico. All’interno di una gabbia, o di un’arena circolare, il geek grugniva e sbavava in modo animalesco, mentre gli venivano lanciati dei polli vivi (più raramente, serpenti). Il “mostro” li rincorreva a quattro zampe finché, afferratone uno, gli strappava la testa con un morso e la inghiottiva. Lo spettacolo era violento e turbava non poco gli spettatori: spesso le signore svenivano alla vista dell’inumana abiezione di quell’essere. In realtà si trattava di un attore, molto spesso un senzatetto alcolista che inscenava questa recita pur di rimediare qualche bottiglia di whiskey. Oggi il termine è stato preso a prestito dagli amanti della tecnologia (che si definiscono geek in contrapposizione a nerd, che ha una connotazione negativa).

Ma forse il primo premio nelle finte meraviglie inventate per raggirare gli spettatori va nuovamente a P. T. Barnum. Non contento di esibire 500.000 curiosità, vere e finte, provenienti dai quattro angoli del pianeta, egli escogitò forse la bufala delle bufale: un’attrazione che non esiste!

Nel suo museo, appena entrati, gli spettatori vedevano un cartello con la scritta “THIS WAY TO EGRESS”. Nessuno sapeva cosa fosse questo misterioso Egress, ma di sicuro suonava come una meraviglia inedita, così tutti si affrettavano in quella direzione. Peccato che “egress” fosse un termine arcaico per “uscita”. Così, poco dopo essere entrati, gli spettatori si trovavano fuori dal museo e, se volevano rientrare, erano costretti a pagare un altro quarto di dollaro…

It’s only show biz!