Link, curiosità & meraviglie assortite – 5

Ecco un pacco regalo di strani spunti e suggerimenti di lettura che dovrebbe tenervi impegnati fino a Natale.

  • Vi ricorderete dell’amica Caitlin Doughty, fondatrice dell’Ordine della Buona Morte nonché autrice del best-seller Smoke Gets in Your Eyes. In passato l’avevo intervistata, avevo scritto un pezzo per l’Ordine, ed ero perfino volato a incontrarla a Philadelphia nel corso di tre giorni di conferenze.
    Caitlin è anche celebre per i suoi video ironici sulla cultura della morte. L’ultimo episodio è dedicato a una storia che, se seguite Bizzarro Bazar, vi è senza dubbio familiare: quella della “Suicida Punita” di Padova, divulgata per la prima volta nel mio libro Sua Maestà Anatomica.
    Con il consueto stile dissacrante, Caitlin riesce a far passare la domanda a mio avviso fondamentale: ha senso giudicare un simile episodio secondo l’etica contemporanea, o è meglio concentrarci su quello che ci racconta riguardo alla nostra storia e all’evoluzione della sensibilità nei confronti della morte?

  • Nel 1966 l’oceano portò sulle rive inglesi una misteriosa scatola: conteneva spade, candelabri, tonache rosse, e tutta una serie di simboli esoterici legati al mondo dell’occultismo. Qual era la funzione di quegli oggetti, e perché erano stati affidati alle onde?
  • E già che ci siamo, ecco una foto autoptica degli anni ’20, forse scattata in Belgio. Che le pipe fossero una strategia per proteggersi dagli odori?
    (Vista qui, grazie di nuovo Claudia!)

  • Sta per uscire un nuovo libro fotografico sull’evoluzione delle specie, che si preannuncia sontuoso. Le magnifiche fotografie di Robert Clark hanno però anche un sottofondo inquietante: “Alcuni scienziati che studiano l’evoluzione in tempo reale sono convinti che potremmo essere nel bel mezzo della sesta estinzione mondiale di massa, un imbuto di morte in slow-motion che lascerà il pianeta con una piccola frazione della sua attuale biodiversità. Una ragione per cui nessuno è in grado di prevedere come finirà — e chi sopravviverà — è che, per molti versi, la nostra stessa comprensione dell’evoluzione sta continuando ad evolversi“.
  • Ma non scoraggiatevi troppo per la fine del mondo: potrebbe essere tutta un’immensa illusione.
    Certo, l’idea è vecchia: i grandi messaggi spirituali, mitologici o artistici in fondo ci ripetono da millenni di non fidarci troppo dei nostri sensi, ci suggeriscono che c’è qualcosa di più oltre la realtà. Eppure fino ad ora nessuno aveva provato a dimostrarlo matematicamente. Fino ad ora.
    Un professore di scienze cognitive dell’Università della California ha elaborato un intrigante modello che sta facendo scalpore: la sua ipotesi è che la nostra percezione non abbia proprio nulla a che vedere con il mondo così com’è, là fuori; cioè che il nostro filtro sensoriale si sia evoluto non per restituirci un’immagine realistica delle cose, ma vantaggiosa. Qui un articolo sull’Atlantic, e qui un podcast in cui il prof fa seraficamente a pezzi tutto ciò che pensiamo di sapere sul mondo.
  • Tutte chiacchiere? E se vi dicessi che gli alieni ultra-evoluti potrebbero essere già tra di noi — senza nemmeno il bisogno di un corpo concreto, ma sotto forma di leggi della fisica?

Altre idee brillanti: la Goodyear nel 1961 sviluppò questi copertoni luminosi.

  • Il Blog of Wonders di Mariano Tomatis è praticamente il gemello meno morboso, ma più magico, di Bizzarro Bazar. Si può passare le giornate a scavare negli archivi, e riemergerne sempre con qualche pepita che ci era sfuggita le altre volte: a me per esempio è successo con questo post sul segreto “razzismo” di chi crede che i Maya siano arrivati dallo spazio. Giacobbo, take this.
  • Nei manoscritti medievali compaiono spesso degli omini oltremodo sfortunati, che avevano la funzione di illustrare tutte le ferite possibili e immaginabili. Ecco un articolo sulla storia e l’evoluzione di questa strana e un po’ fantozziana figura.

  • Guardare delle vernici colorate che si muovono nel latte? Non suona molto attraente, finché non vi prendete quattro minuti di pausa e vi lasciate ipnotizzare da Memories of Painting, di Thomas Blanchard.

  • Mi ricollego ancora alla fallacia dei sensi con alcune immagini dell’Aspidochelone (detto anche Zaratan), uno degli animali fantastici per cui stravedevo da bambino. L’idea di un mostro marino così grande da essere scambiato per un isola, e sul cui dorso cresce addirittura la vegetazione, ha avuto gran fortuna da Plinio alla letteratura moderna:

‘Un bel posto per gettare l’ancora, diceva. Un bel posto per un falò, diceva.’

  • Ma la vera sorpresa è scoprire che lo Zaratan esiste sul serio, sebbene in miniatura:

  • Saddam Hussein, poco dopo il sessantesimo compleanno, si fece togliere 27 litri di sangue che venne usato per calligrafare una versione del Corano di 600 pagine.
    Un manoscritto scomodo, tanto che ora le autorità non sanno bene cosa farsene.
  • Due segnalazioni natalizie, in caso voleste rendere i vostri addobbi un po’ più minacciosi: 1) un set di palline per l’albero decorate con le facce di celebri serial killer, nell’ordine: Charles Manson, Ted Bundy, Jeffrey DahmerEd Gein e H. H. Holmes; 2) un Babbo Natale omicida. Fate capire ai vostri ospiti che le festività vi stressano, e che potrebbero scatenare in voi impulsi incontrollati. Se volete acquistare questi simpatici oggettini, di raffinatissimo gusto, cliccate sull’immagine per aprire il relativo negozio Etsy.  Non c’è di che.

  • Infine, se siete a corto di idee per i regali di Natale, e vi vedete proprio costretti a ripiegare sul solito libro, almeno fate in modo che non sia il solito libro. Ecco quattro esempi puramente casuali…
    Buone feste e alla prossima!

(Click sull’immagine per accedere al bookshop)

Morte e tazze infrante

Questo articolo è originariamente apparso su The Order of the Good Death. Del movimento death positive, per il quale queste righe vogliono essere un piccolo contributo, ho già scritto qui e qui.

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Appena la tomba è riempita, delle ghiande dovranno esservi piantate, così che nuovi alberi più tardi ne cresceranno, e il bosco sarà fitto come prima. Ogni traccia della mia tomba dovrà svanire dalla faccia della terra, così come mi compiaccio di pensare che la mia memoria svanirà dalla mente degli uomini”.

Questo passaggio dal testamento del Marchese de Sade ha sempre toccato una corda profonda in me. Ovviamente, nell’intento dell’autore si trattava di un ultimo rabbioso, sdegnoso sberleffo all’umanità, ma lo stesso identico pensiero può anche risultare rasserenante.
Sono sempre stato sensibile alla fantasia un po’ poetica, un po’ romantica, del monaco taoista o buddista che si ritira sulla sua bella montagnola per prepararsi alla morte. Da giovane pensavo che morire significasse lasciarsi il mondo alle spalle, che non comportasse alcuna responsabilità. Anzi, da qualsiasi responsabilità avrebbe dovuto teoricamente liberarmi quel momento. La mia morte era cosa mia.
Un’esperienza intima, sacra, meravigliosa che avrei tentato di affrontare con curiosità.
Impermanenza? Svanire dalle “menti degli uomini”? Poco male. Se il mio ego è transitorio come tutto il resto, non è poi tutto questo dramma. Lasciatemi andare, gente, una volta per tutte.
Nella mia mente, la cosa importante era focalizzarsi sulla mia stessa morte. Allearmi. Prepararmi.

Voglio che la mia morte sia delicata, tranquilla, discreta”, scrivevo nel mio diario.
Preferirei andarmene in punta di piedi, per non disturbare nessuno. Senza lasciare traccia del mio passaggio”.

Purtroppo ora sono ben conscio che le cose non andranno così, e che mi verrà negato il dolce conforto di essere velocemente dimenticato.
Ho passato la maggior parte del mio tempo ad addomesticare la morte – invitandola nella mia casa, cercando di farmela amica, di comprenderla – e adesso scopro che l’unica cosa che davvero temo riguardo alla mia dipartita è lo strazio che inevitabilmente causerà. È l’altro lato dell’amare ed essere amati: la morte farà male, arriverà al costo di ferire e lasciare un segno sulle persone a cui tengo di più.

Morire non è mai soltanto un affare privato, riguarda gli altri.
E puoi sentirti a tuo agio, pronto, pacifico, ma cercare una “buona” morte significa aiutare anche i tuoi cari a prepararsi. Se solo ci fosse un modo semplice per farlo.

Il fatto è che tutti sopportiamo molte piccole morti.
I luoghi possono morire: torniamo al parco giochi in cui scorrazzavamo da bambini, e ora è scomparso, fagocitato da un’orrenda stazione di servizio.
La malinconia di non poter dare un bacio per la prima volta ancora.
Abbiamo sofferto per la morte dei nostri sogni, delle nostre relazioni, della nostra giovinezza, di quel tempo esaltante in cui ogni sera fuori con gli amici sembrava una nuova avventura. Tutte queste cose se ne sono andate per sempre.
Abbiamo fatto esperienza di morti ancora più minuscole, come la nostra tazza preferita che finisce per terra un giorno, e va in pezzi.

È ogni volta lo stesso sentimento, come se qualcosa si fosse irrimediabilmente perso. Guardiamo i frammenti della tazza rotta, e sappiamo che anche tentando di incollarli insieme, non sarebbe più la stessa tazza. Possiamo ancora vederne l’immagine nella mente, ricordare com’era, ma sappiamo che non tornerà più intera.

Mi sono talvolta imbattuto nell’idea che quando perdi qualcuno, il dolore non potrà mai andarsene; eppure se impari ad accettarlo, puoi riprendere a vivere. Ma questo non è abbastanza.
Penso che abbiamo bisogno di abbracciare il lutto, piuttosto che accettarlo soltanto, abbiamo bisogno di renderlo prezioso. Suona strano, perché il dolore è il nuovo tabù, e viviamo in un mondo che continua a suggerirci che soffrire non ha alcun valore. Ideiamo continuamente nuovi antidolorifici per ogni tipo di afflizione. Ma il dolore è l’altra faccia dell’amore, e ci forma, ci definisce e rende unici.

Per secoli in Giappone i vasai hanno preso ciotole e coppe rotte, proprio come la nostra tazza caduta, aggiustandole con lacca e polvere d’oro, una tecnica chiamata kintsugi. Quando l’oggetto è riparato, le crepe dorate – che formano una decorazione assolutemente singolare, impossibile da replicare – diventano la sua vera qualità. Cicatrici che trasformano una comune ciotola in un tesoro.

Voglio che la mia morte sia delicata, tranquilla, discreta. Preferirei andarmene in punta di piedi, per non disturbare nessuno, e dire ai miei cari, ad uno ad uno: non aver paura.

Ora credi che la coppa sia infranta, ma il dolore è l’altro lato dell’amore, la prova che hai amato. Ed è una lacca dorata che può essere usata per rimettere assieme i pezzi.
Guarda questa scheggia: questa è la notte d’inverno che passammo a suonare il blues di fronte al camino, neve fuori dalla finestra e vin brulé dentro al bicchiere.
Prendi quest’altra: questo è quando ti ho detto che avevo deciso di lasciare il lavoro, e tu mi hai risposto non preoccuparti, io sono dalla tua parte.
Questo pezzo è quando tu eri a terra, e ti ho trascinato fuori e ti ho portato giù alla spiaggia a vedere l’eclissi.
Questo pezzo è quando ti ho detto che mi ero innamorato di te.

Abbiamo tutti un cuore kintsugi.
Il lutto è affetto, possiamo usarlo per tenere assieme le schegge, e trasformarle in un gioiello. Perfino più meraviglioso di prima.
Per usare le parole di Tom Waits, “tutto ciò che hai amato, è tutto ciò che possiedi”.