Svelando Gorini, il Pietrificatore

Questo post è apparso originariamente su The Order of the Good Death

Molti anni fa, quando avevo appena cominciato a esplorare la storia della medicina e delle preparazioni anatomiche, mi trovai terribilmente affascinato dai cosiddetti “pietrificatori”: anatomisti del Diciannovesimo e Ventesimo secolo che misero a punto oscuri procedimenti chimici per conferire ai loro preparati una solidità quasi lapidea ed eterna.
Il fine era quello di risolvere due problemi in uno: la costante penuria di corpi da dissezionare, e i problemi igienici relativi a questa pratica (all’epoca la dissezione era una faccenda non proprio pulita).
Ogni pietrificatore perfezionò la sua propria formula segreta per ottenere preparazioni anatomiche virtualmente incorruttibili: l’arte della pietrificazione divenne un’eccellenza squisitamente italiana, una branca dell’anatomia che fiorì grazie a una serie di fattori culturali, scientifici e politici.

Quando mi imbattei per la prima volta nella figura di Paolo Gorini (1813-1881), feci l’errore di presumere che il suo lavoro fosse molto simile a quello dei suoi colleghi pietrificatori.
Ma appena misi piede nella meravigliosa Collezione Gorini di Lodi, fui sorpreso nel vedere relativamente poche preparazioni scientifiche: molti dei pezzi esposti erano in realtà teste intere non sezionate, piedi, mani, corpi di bambini, ecc. Non si trattava insomma di studi strettamente medici: questi erano tentativi di preservare il corpo per sempre. Che Gorini stesse cercando di trovare il modo di trasformare i cari estinti in vere e proprie statue? Perché?
Dovevo saperne di più.

Qualsiasi ricerca biografica è di per sé una strana esperienza: scavare nel passato alla ricerca del segreto di un individuo è un’impresa inevitabilmente destinata al fallimento. Non importa quanto si legga della vita di una persona, i suoi desideri e i sogni più profondi rimangono comunque inaccessibili.
Eppure più esaminavo libri, carte, documenti su Paolo Gorini, più sentivo di poter in qualche modo relazionarmi con la ricerca di quest’uomo.

Sì, era un genio eccentrico. Sì, viveva solitario nel suo tenebroso laboratorio, circondato da “corpi d’uomo e di bestie, membri e organi di corpi, teste con intatta capigliatura […] oggetti per dama e scacchi fatti con sostanze animali; fegati e cervella pietrificati, pelli indurite, nervi di bue ecc.“. E sì, per certi versi egli si compiaceva di incarnare il personaggio dello scienziato un po’ pazzo, soprattutto a beneficio dei suoi amici scapigliati – scrittori e intellettuali che lo veneravano. Ma c’era di più.

Era necessario spogliare l’uomo dalla leggenda. Quindi, visto che una delle grandi passioni di Gorini fu la geologia, decisi di approcciarlo come se fosse un pianeta: procedendo sempre più a fondo, scendendo attraverso i diversi livelli di sedimenti che compongono il suo stratificato enigma.

La crosta esteriore era il frutto della mitopoiesi folklorica nutrita dalle storie sussurrate, dalle visioni d’orrore colte di sfuggita, dalle dicerie popolari. “Il Mago”, lo chiamavano. L’uomo che trasformava i cadaveri in pietra, che sapeva creare le montagne dalla lava fusa (come effettivamente faceva nelle sue dimostrazioni pubbliche di “geologia sperimentale”).
Lo strato immediatamente sottostante svelava l’immagine di uno scienziato “anomalo” eppure radicato entro i confini dello Zeitgeist, immerso nello spirito e nelle dispute del suo tempo, con tutti i vizi e le virtù che ne derivano.
Il livello più intimo – l’uomo vero e proprio – rimarrà forse per sempre oggetto di speculazione. Ma alcuni aneddoti erano talmente coloriti da permettermi di aprire uno spiraglio sulle sue paure e speranze.

Però ancora non sapevo come mai avvertissi un’affinità così curiosa con Gorini.

Le sue preparazioni, dal nostro punto di vista, possono apparire certamente grottesche e macabre. Egli aveva accesso ai cadaveri non reclamati dell’obitorio, fu in grado di sperimentare su un inconcepibile numero di corpi (“Alla compagnia dei viventi per la maggior parte della mia vita ho sostituito, senza troppo dolore, quella dei morti…“), e molti dei volti che possiamo vedere nel Museo sono quelli di contadini e gente povera. Questo è uno dei motivi per cui molti visitatori possono trovare la Collezione di Lodi piuttosto disturbante, rispetto a un’esposizione anatomica più “classica”.
Eppure, ecco quella che sembra una contraddizione macroscopica: verso la fine della sua vita, Gorini brevettò il primo forno crematorio realmente funzionale. Il suo modello era talmente efficiente che venne implementato in diverse parti del mondo, da Londra all’India. Ci si potrebbe chiedere perché quest’uomo, che aveva dedicato la sua vita intera a rendere i corpi eterni, tutto a un tratto aveva deciso di distruggerli con il fuoco.
Evidentemente Gorini non stava combattendo la morte: la sua era una crociata contro la putrefazione.

Quando Paolo aveva solo dodici anni, vide suo padre morire rovesciato da una carrozza in un orribile incidente: “Quel giorno è il punto nero della mia vita: segna la separazione della luce dalle tenebre, il dissiparsi d’ogni bene, il principale d’una infinita processione di mali. Dopo quel giorno io mi trovai sulla terra come un estraneo…
Il pensiero del corpo del suo amato padre che marciva nella tomba probabilmente lo perseguitò per sempre. “È una cosa orribile il rendersi conto di ciò che succede al cadavere allorché sia rinchiuso nella sua prigione sotterranea. Se attraverso un qualche spiraglio si potesse gittare là dentro uno sguardo, qualunque altro modo di trattamento dei cadaveri si giudicherebbe meno crudele, e l’uso del seppellimento sarebbe irremissibilmente condannato.”

Ed è qui che, all’improvviso, ho capito.

Questo era esattamente il motivo per cui trovavo il suo lavoro così rilevante: l’intento di Gorini era elaborare un modo per vincere lo “scandalo” del cadavere.
Egli inseguì instancabilmente un nuovo, più consono modo di relazionarsi con i resti dei cari scomparsi. Per un certo periodo, credette veramente che la pietrificazione potesse essere la risposta. Chi avrebbe più avuto bisogno di un ritratto, pensava, se la stessa persona amata poteva essere eternata per sempre?
Gorini suggerì perfino di usare le sue teste pietrificate per adornare le lapidi del cimitero di Lodi – una sfortunata ma innocente proposta, avanzata con la convinzione più genuina e un personale senso di pietas. (Non c’è bisogno di dire che quest’idea non venne accolta con molto entusiasmo).

Gorini era di sicuro eccentrico e un po’ strano ma, lungi dall’essere pazzo, era anche stimato dai suoi concittadini lodigiani in virtù della formidabile gentilezza e della sua generosità. Insegnante amato e appassionato patriota, era perennemente preoccupato che le sue invenzioni tornassero utili alla comunità.
Quindi appena comprese che la pietrificazione poteva forse avere i suoi vantaggi in campo scientifico, ma non era né pratica né particolarmente ben accetta come modo di rapportarsi con i defunti, si rivolse alla cremazione.

Ridefinire le prassi sociali di interazione con i defunti, focalizzare l’attenzione sul modo in cui trattiamo i cadaveri, esplorare nuove tecnologie in campo funerario – tutte queste preoccupazioni moderne erano già al cuore della sua ricerca.
Era un uomo del suo tempo, ma anche per certi versi un precursore. Gorini, lo scienziato e ingegnere interessato al destino dei morti, avrebbe paradossalmente incontrato condizioni più fertili oggi che non se fosse vissuto nel Ventesimo secolo. Non è difficile figurarselo mentre sperimenta entusiasta con l’idrolisi alcalina o con altre tecniche all’avanguardia per trattare i resti umani. E anche se alcune delle sue soluzioni, come la pietrificazione, appaiono ora inevitabilmente datate e lontane dal sentire contemporaneo, sembrano quasi rappresentare il seme di un’urgenza tuttora pertinente, e di una ricerca che continua anche oggi.

Il Pietrificatore è il quinto volume della Collana Bizzarro Bazar. Testo (in italiano e inglese) di Ivan Cenzi, fotografie di Carlo Vannini.

Il pietrificatore: La Collezione Anatomica Paolo Gorini

 

Il 16 febbraio uscirà Il pietrificatore, quinto volume della Collana Bizzarro Bazar, dedicato alla Collezione Anatomica Paolo Gorini di Lodi.

Pubblicato da Logos e ancora una volta impreziosito dalle meravigliose foto di Carlo Vannini, il libro racconta la vita e l’opera di Paolo Gorini, uno dei più celebri “pietrificatori” di corpi umani, e situa la straordinaria collezione nel contesto culturale, sociale e politico del tempo.

A breve scriverò qualcosa di più approfondito sul motivo che mi fa ritenere Gorini così importante ancora oggi, e così particolare anche rispetto ai suoi colleghi pietrificatori. Per adesso, ecco la descrizione nella scheda del libro:

Corpi interi, teste, neonati, giovani donne, contadini, la loro carne mutata in pietra, immune alla putredine: sono i “morti di Gorini”, fissati per sempre in un’eternità lapidea che li salva dalla famelica devastazione del Verme Conquistatore.
Li troviamo a Lodi, in un piccolo museo che raccoglie, sotto la volta cinquecentesca affrescata a grottesche, una collezione unica al mondo, lo straordinario lascito di Paolo Gorini (1813-1881).
Personaggio eccentrico, dai forti contrasti, Gorini si occupò di matematica, vulcanologia, geologia sperimentale, conservazione delle salme (imbalsamando quelle illustri di Mazzini e di Rovani) ma anche della progettazione di uno dei primi forni crematori italiani. Schivo eremita nel suo laboratorio ricavato da una vecchia chiesa sconsacrata, eppure amante delle donne e uomo di scienza capace di intrecciare stretti rapporti con i letterati del suo tempo, nell’immaginario popolare Gorini rimane ancora in bilico tra la figura del negromante e il cliché romantico dello “scienziato pazzo”, amato e temuto al tempo stesso. Proprio a causa dei suoi misteriosi procedimenti e delle segretissime formule in grado di “pietrificare” i cadaveri, la vita di Paolo Gorini è stata spesso offuscata da un alone di leggenda.
Questo libro ricostruisce, grazie anche ai contributi del curatore museale Alberto Carli e dell’antropologo Dario Piombino-Mascali, il peculiare periodo storico in cui il metodo della pietrificazione poté godere di una certa fortuna, nonché l’interesse e il valore che la collezione di Lodi riveste oggi. Perché questi preparati non sono affatto testimoni muti: raccontano la storia dell’antica ossessione umana per la conservazione delle spoglie documentando un momento seminale in cui il rapporto con la morte, in Occidente, si preparava a cambiare. E svelano, infine, l’enigma di Paolo Gorini stesso: “mago”, uomo e scienziato, che sconvolto in tenera età dalla morte del padre passerà tutta la vita a cercare di penetrare i segreti della Natura e sconfiggere il decadimento.

Potete prenotare la vostra copia de Il pietrificatore a questo link.

Una sfortunata esecuzione

Il volume Celebrated trials of all countries, and remarkable cases of criminal jurisprudence (1835) raccoglie 88 resoconti di fatti di sangue e curiosi processi.
Diversi aneddoti sono interessanti, ma una doppia impiccagione avvenuta nel 1807 è particolarmente stupefacente per gli inattesi effetti collaterali che provocò.

Il 6 novembre 1802 John Cole Steele, proprietario di un deposito di acqua di lavanda, stava viaggiando da Bedfont, alla periferia di Londra, alla sua casa di Strand. Era notte fonda e il commerciante, non avendo trovato una carrozza, camminava da solo.
La luna era appena sorta, quando Steele fu accerchiato da tre uomini che si nascondevano nei cespugli. Erano John Holloway e Owen Haggerty — due piccoli criminali che vivevano di espedienti, continuamente dentro e fuori dal carcere; assieme a loro, il complice Benjamin Hanfield, reclutato qualche ora prima a una locanda.
E proprio Hanfield si sarebbe rivelato l’anello debole. Quattro anni più tardi, su promessa amnistia per altri reati, avrebbe vividamente raccontato agli inquirenti la scena a cui aveva assistito quella notte:

Vedemmo un uomo venire verso di noi e, avvicinatici, gli ordinammo di fermarsi, cosa che fece immediatamente. Holloway gli passò attorno, e gli disse di darci i soldi. Lui rispose che li avremmo avuti, e che sperava che non gli avremmo fatto del male. [Steele] mise una mano in tasca, e diede i soldi a Haggerty. Io gli chiesi il portafoglio. Lui rispose che non ne aveva uno. Holloway insistette che doveva avere un portafoglio e che se non gliel’avesse consegnato, l’avrebbe steso a terra. A quel punto io gli presi le gambe. Holloway stava alla sua testa, e giurò che se avesse gridato gli avrebbe spaccato il cervello. [Steele] ripeté che sperava che non lo avremmo maltrattato. Haggerty si mise a perquisirlo quando [Steele] fece qualche resistenza, e si divincolò così tanto che finimmo dall’altra parte della strada. Si mise a gridare forte, e siccome stava arrivando una carrozza, Holloway disse “Attenti, farò star zitto io questo bastardo”, e immediatamente gli inferse diversi violenti colpi sulla testa e sul corpo. [Steele] lanciò un pesante grugnito, e si allungò senza vita. Io mi allarmai, e dissi, “John, l’hai ucciso”. Holloway replicò che era una bugia, che era solo stordito. Io dissi che non sarei rimasto più a lungo, e subito partii verso Londra, lasciando Holloway e Haggerty con il corpo. Arrivai a Hounslow, e mi fermai alla fine della città per quasi un’ora. Holloway e Haggerty arrivarono, e dissero che avevano finito il lavoro, e come prova mi misero in mano il cappello del morto. […] Io dissi a Holloway che era stato un affare crudele, e che mi dispiaceva avervi partecipato in alcun modo. Girammo per una strada, e tornammo a Londra. Mentre camminavamo, chiesi a Holloway se avesse preso il portafogli. Lui rispose che non importava, perché siccome avevo rifiutato di condividere il pericolo, non avrei condiviso il bottino. Arrivammo al Black Horse di Dyot Street, ci facemmo mezza pinta di gin, e ci lasciammo.

Una rapina finita male, dunque, come ce ne sono tante. Holloway e Haggerty l’avrebbero di certo passata liscia: le investigazioni non portarono a nulla per quattro anni, finché Hanfield non si mise a spifferare tutto.
I due vennero arrestati grazie alle deposizioni di Hanfield , nonostante si fossero dichiarati innocenti, la giuria emise il verdetto di morte per entrambi gli imputati: Holloway e Haggerty sarebbero stati impiccati un lunedì, il 22 febbraio 1807.
Durante tutta la notte di domenica, i condannati continuarono a gridare la loro estraneità ai fatti, lacerando “la terribile calma della mezzanotte“.

La mattina del 22 febbraio 1807, i due vennero portati al patibolo di Newgate. Assieme a loro sarebbe stata impiccata anche Elizabeth Godfrey, colpevole di aver accoltellato il suo vicino di casa Richard Prince.
Tre esecuzioni in contemporanea: era uno spettacolo raro, da non perdere. Per questo motivo circa 40.000 persone si erano radunate per assistere all’evento, stipate in ogni centimetro di spazio fuori da Newgate e davanti all’Old Bailey.

Haggerty fu il primo a salire sulla forca, silenzioso e rassegnato. Il boia, William Brunskill, gli coprì il capo con il cappuccio di tela bianca. Poi fu il turno di Holloway, che invece perse il suo sangue freddo, e cominciò a urlare “Sono innocente, innocente, per Dio!”, mentre il suo volto veniva coperto con il sacco. Infine anche la tremante Elizabeth Godfrey fu fatta accomodare accanto agli altri due.
Alla fine delle preghiere, il prete fece cenno al carnefice di compiere la sua opera.
Alle 8.15 circa, le botole si aprirono sotto ai piedi dei condannati. Haggerty e Holloway morirono sul colpo, mentre la donna si agitò convulsamente per qualche tempo prima di spirare. “Dying hard“, morire difficile, era il modo di dire all’epoca.

Ma i tre non sarebbero stati le uniche vittime di quella fredda mattinata di morte: la folla, d’un tratto, cominciò a muoversi come un’immensa marea fuori controllo.

La pressione della folla era tale che prima che i malfattori apparissero, numerose persone urlavano in vano per sfuggirvi: il tentativo aumentava soltanto la confusione. Diverse donne di bassa statura, che erano state così imprudenti da inoltrarsi nella folla, erano in una penosa situazione: le loro grida erano terribili. Alcune fra loro, che gli uomini non riuscirono più a proteggere, caddero e vennero calpestate a morte. Fu così anche per molti uomini e ragazzi. Ovunque c’erano grida continue di “Assassinio! Assassinio!” in particolare dalle spettatrici e dai bambini, alcuni dei quali furono visti spirare senza possibilità della minima assistenza, poiché tutti erano intenti a preservare la propria stessa vita. La scena più toccante fu vista a Green-Arbour Lane, quasi all’opposto del patibolo. La deplorevole catastrofe che accadde in quel punto venne ricondotta al fatto che mentre due uomini vendevano torte al pubblico, a uno di loro cadde il cesto, e una parte della folla, ignara di quello che era successo e al tempo stesso pressata, cadde sul cesto e sull’uomo che stava raccogliendolo con le torte che conteneva. Coloro che caddero una volta non poterono alzarsi mai più, vista la pressione esercitata dalla folla. In questo punto fatale, un uomo di nome Herrington fu gettato a terra mentre aveva in braccio il suo figlio più giovane, un bel giovinetto di circa dodici anni. Il pargolo fu presto calpestato a morte; il padre si riprese, anche se ricoperto di lividi, e finì tra i feriti al St. Bartholomew’s Hospital.

Il passo seguente è particolarmente agghiacciante:

Una donna, che era stata così avventata da portare con sé il figlioletto al seno, fu tra gli uccisi: mentre cadeva, forzò il bambino fra le braccia dell’uomo vicino a lei, chiedendogli in nome del Cielo di salvargli la vita; l’uomo, accorgendosi di necessitare di tutta la sua fatica per rimanere in vita, lanciò l’infante lontano da sé, il quale fu fortunosamente preso al volo da un altro uomo che, parimenti trovando difficile assicurarsi la salvezza, se ne sbarazzò allo stesso modo. Il bambino venne di nuovo preso da una persona, la quale trovò il modo di lottare fino a un carro, sotto il quale depose il bambino fino a che il pericolo non era passato, e la folla dispersa.

Altri si salvarono fortunosamente, come riporta The Annual Register del 1807:

Un giovanotto […] era caduto […] ma aveva tenuto la testa scoperta, e si era fatto strada sopra ai cadaveri, che giacevano in un mucchio alto quanto la folla, finché non fu in grado di arrampicarsi sulle teste della gente fino a un lampione, da cui entrò nella finestra del primo piano di Mr. Hazel, fabbricante di candele di sego, all’Old Bailey; era molto malconcio, e avrebbe sofferto lo stesso destino del suo compagno, se non fosse stato posseduto da grande forza.

La turba impazzita lasciò una scena di devastazione apocalittica.

Dopo che i corpi furono tirati giù dalle corde, e il patibolo rimosso dal cortile dell’Old Bailey, i marescialli e gli sceriffi liberarono le strade dov’era successa la catastrofe, quando quasi un centinaio persone, morte o in stato di incoscienza, furono trovate sulle strade. […] Una madre fu vista mentre portava via il corpo senza vita di suo figlio; […] un giovane marinaio era rimasto ucciso dall’altra parte di Newgate, per soffocamento; in una piccola sacca che portava c’era una buona quantità di pane e formaggio, e si pensa che fosse venuto da lontano per assistere all’esecuzione. […] Fino alle quattro di pomeriggio, la maggior parte delle case adiacenti contenevano feriti, che vennero poi portati via dai loro amici sulle barelle o in carrozze a pagamento. Al Bartholomew’s Hospital, dopo che i cadaveri furono spogliati e lavati, vennero ordinati in una sala, coperti da lenzuoli, e i loro vestiti furono posti come cuscini sotto le teste; i loro volti erano scoperti, e c’era un corrimano al centro della stanza; le persone che erano ammesse allo scioccante spettacolo, e che ne identificarono molti, entravano da una parte e ritornavano dall’altra. Fino alle due, gli ingressi dell’ospedale furono assediati da madri che piangevano i loro figli! mogli che piangevano i mariti! e sorelle i loro fratelli! e vari individui, i loro parenti e amici!

C’è però un ultimo colpo di scena in tutta questa storia: c’è un’alta probabilità che Holloway e Haggerty fossero davvero innocenti.
Henfield, il testimone chiave, potrebbe infatti aver mentito al fine di vedersi prosciolto dalle sue imputazioni.

L’avvocato difensore James Harmer (lo stesso che, per inciso, ispirerà Charles Dickens per il suo Great Expectations), pur sicuro inizialmente della colpevolezza degli imputati, continuò a investigare dopo la loro morte e finì per cambiare parere, pubblicando addirittura un pamphlet a sue spese per denunciare l’errore della giuria. Tra le altre cose, Harmer scoprì che Hanfield aveva già provato il trucchetto in precedenza, quando era stato accusato di diserzione nel 1805: aveva tentato di confessare una rapina per evitare la punizione marziale.
La Corte stessa era consapevole della probabilità che i veri criminali non fossero mai stati puniti, visto che nel 1820, 13 anni dopo la rovinosa impiccagione, dell’omicidio di Steele venne accusato un certo John Ward, poi prosciolto per mancanza di prove (cfr. Linda Stratmann in Middlesex Murders).

In un solo giorno la giustizia aveva causato la morte di decine e decine di innocenti — inclusi i condannati.
Davvero una delle più sfortunate esecuzioni che Londra avesse mai visto.

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Ho già scritto di condanne capitali finite male nel mio articolo sul boia maldestro; sempre al riguardo su Bizzarro Bazar trovate anche questo post sulla stampa dell’epoca specializzata in racconti di esecuzioni.

“La Veglia Eterna” è qui!

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Vi avevamo anticipato che il primo volume della Collana Bizzarro Bazar sarebbe stato disponibile nelle librerie a partire dal 15 ottobre. E infatti, per il comune e ignaro avventore sarà così. Ma per voi appassionati, che seguite regolarmente il blog, c’è una sorpresa!

In anteprima per tutti i lettori di Bizzarro Bazar, La Veglia Eterna (Logos Edizioni) è infatti già disponibile ordinando direttamente da questo link. Tutte le copie, precedentemente prenotate oppure ordinate a partire da questo momento, verranno spedite immediatamente.

Il libro è un’esplorazione delle Catacombe dei Cappuccini di Palermo che ripercorre la storia, la rilevanza antropologica, le tecniche di conservazione dei corpi e i curiosi aneddoti relativi a questa cripta cimiteriale, che ospita la più grande collezione di mummie naturali e artificiali del mondo. Ad accompagnarci e a guidare il nostro sguardo, mentre scendiamo gli scalini delle Catacombe, saranno le straordinarie fotografie di Carlo Vannini.

In chiusura, segnaliamo che lo splendido blog Salone del Lutto ha pubblicato proprio oggi questa recensione del nostro libro.

Buona lettura a tutti!

La veglia eterna

Robert E. Cornish

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Robert E. Cornish, classe 1903, era un bambino prodigio. Si laureò con lode all’Università della California a soli 18 anni, e conseguì il dottorato a 22. Eppure talvolta una mente brillante può smarrirsi all’inseguimento di sfide perse in partenza e di scommesse impossibili: di sicuro, pur con tutte le sue doti, il Dr. Cornish non eccelleva per lungimiranza.

Così, appena accettato un posto all’Istituto di Biologia Sperimentale presso l’Università, immediatamente si impelagò in una serie di ricerche che non avevano un futuro, come ad esempio un progetto per un paio di lenti che permettessero di leggere il giornale sott’acqua. (Se pensate – a ragione – che questa sia un’idea bislacca, date un’occhiata ai brevetti di cui abbiamo parlato in quest’articolo).

Nel 1932, a ventisette anni, Cornish cominciò ad essere ossessionato dall’idea di poter rianimare i cadaveri. Mise a punto una tavola basculante, una sorta di letto rotante fissato su un fulcro, su cui avrebbe dovuto essere legato il morto da riportare in vita. Ovviamente il decesso doveva essere accaduto da poco, e senza gravi danni agli organi interni: secondo le sue stesse parole, “facendolo muovere in su e in giù, mi aspetto una circolazione artificiale del sangue”.

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Erano gli anni ’30, e non era più facile come un tempo procurarsi dei corpi freschi su cui sperimentare come facevano i “rianimatori di cadaveri” di una volta (vedi questo articolo), ma Cornish riuscì comunque a testare la sua tavola su vittime di attacchi cardiaci, morti per annegamento o folgorati. Purtroppo, nessuno di essi tornò in vita dopo essere stato sbatacchiato in alto e in basso. In un rapporto confidenziale per l’Università della California, Cornish segnalava che dopo un’ora passata a basculare il cadavere di un uomo “il suo volto sembrava essersi improvvisamente riscaldato, gli occhi erano tornati a brillare, e si potevano osservare delle deboli pulsazioni in prossimità della trachea”. Un po’ pochino per affermare che la tecnica fosse efficace.

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Così Cornish decise che, prima di ritentare sugli uomini, sarebbe stato più saggio mettere a punto il suo metodo sugli animali. Nel 1934 iniziò gli esperimenti che gli avrebbero dato la fama e che, allo stesso tempo, avrebbero decretato la fine della sua carriera.

Le vittime sacrificali di queste nuove ricerche erano cinque fox terrier, chiamati (neanche troppo ironicamente) Lazarus I, II, III, IV e V. Per ucciderli, Cornish usò una miscela di azoto ed etere, asfissiandoli fino alla completa cessazione del respiro e del battito cardiaco. Dichiarati clinicamente morti, i cani venivano poi sottoposti alle tecniche sperimentali di rianimazione, che prevedevano – oltre al basculamento –  delle iniezioni di adrenalina ed eparina (un anticoagulante), mentre Cornish aspirava dell’ossigeno da una cannuccia e lo soffiava nella bocca aperta del cane morto.

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Lazarus I, II e III furono un buco nell’acqua, ostinandosi a rimanere deceduti. Ma ecco la sorpresa: nel 1934 e 1935, con Lazarus IV e V, qualcosa effettivamente successe. I cani ripresero conoscenza, e ritornarono a respirare e a vivere. Certo, i danni cerebrali che avevano subito erano irreparabili: i cani erano completamente ciechi e non riuscivano a stare in piedi da soli. Ma la stampa amplificò questo piccolo successo a dismisura, e in breve tempo Cornish acquistò la fama di novello Frankenstein, anche grazie al suo strabismo divergente che gli donava uno sguardo da vero e proprio scienziato pazzo.

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Nel 1935 anche Hollywood cercò di far cassa sulla popolare vicenda, con la realizzazione del (pessimo) film Life Returns, ispirato alle ricerche di Cornish: quest’ultimo compare in una scena del film, nei panni di se stesso, mentre esegue dal vero uno dei suoi esperimenti di “rivitalizzazione” di un cane.

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Forse Cornish pensava che l’esposizione mediatica gli avrebbe consentito maggiori fondi e più libertà di ricerca, ma accadde l’esatto opposto. Questi esperimenti erano un po’ troppo estremi, perfino per la sensibilità del tempo, e l’Università della California di fronte alle proteste degli animalisti decise di bandire Cornish dal campus, e tagliò tutti i ponti con lui.

Ritiratosi nella sua casa di Berkeley, Cornish mantenne un basso profilo per tredici anni. Ogni tanto doveva calmare l’ostilità dei vicini, per via delle fughe di pecore e cani dal suo laboratorio, o per varie esalazioni di componenti chimici che appestavano l’aria e scrostavano la vernice dagli edifici della zona. Ma nel 1947, eccolo ritornare sulla ribalta, affermando di aver finalmente perfezionato la tecnica, e dichiarandosi pronto a resuscitare un condannato a morte. L’audace impresa sarebbe stata tentata, questa volta, senza l’aiuto di tavole basculanti (concetto che aveva ormai completamente abbandonato), ma grazie ad una macchina cuore-polmoni assemblata in maniera artigianale e quantomeno fantasiosa: era composta dall’aspiratore di un aspirapolvere, dal tubo di un radiatore, da una ruota d’acciaio, da alcuni cilindri e da un tubo di vetro contenente 60.000 occhielli per lacci da scarpa.

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Un detenuto del braccio della morte di San Quintino, Thomas McMonigle, condannato per l’omicidio di una ragazzina, si propose volontariamente come cavia – con l’intesa che, se anche l’esperimento fosse riuscito ed egli fosse sopravvissuto alla camera a gas grazie all’apparecchio di Cornish, sarebbe comunque rimasto in carcere.

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Le autorità della California negarono però nettamente la richiesta di Cornish di poter sperimentare con il corpo del condannato a morte. Con quest’ultima sconfitta, la sua ricerca non aveva più alcuna possibilità di continuare. Ritiratosi nuovamente a vita privata, sbarcò il lunario vendendo un dentifricio di sua invenzione, il “Dentifricio del Dottor Cornish”, fino alla sua morte improvvisa nel 1963.

Speciale: Fotografare la morte – III

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Joel-Peter Witkin è ritenuto uno dei maggiori e più originali fotografi viventi, assurto negli anni a vera e propria leggenda della fotografia moderna. È nato a Brooklyn nel 1939, da padre ebreo e madre cattolica, che si separarono a causa dell’inconciliabilità delle loro posizioni religiose. Fin da giovane, quindi, Witkin conobbe la profonda influenza dei dilemmi della fede. Come ha più volte raccontato, un altro episodio fondamentale fu assistere ad un incidente stradale, mentre un giorno, da bambino, andava a messa con sua madre e suo fratello; nella confusione di lamiere e di grida, il piccolo Joel si trovò improvvisamente da solo e vide qualcosa rotolare verso di lui. Era la testa di una giovane ragazzina. Joel si chinò per carezzarle il volto, parlarle e rasserenarla, ma prima che potesse allungare una mano qualcuno lo portò via.
In questo aneddoto seminale sono già contenute alcune di quelle che diverranno vere e proprie ossessioni tematiche per Witkin: lo spirito, la compassione per la sofferenza e la ricerca della purezza attraverso il superamento di ciò che ci spaventa.

Dopo essersi laureato in discipline artistiche, ed aver iniziato la sua carriera come fotografo di guerra in Vietnam, nel 1982 Witkin ottiene il permesso di scattare alcune fotografie a dei preparati anatomici, e riceve in prestito per 24 ore una testa umana sezionata longitudinalmente. Witkin decide di posizionare le due metà gemelle nell’atto di baciarsi: l’effetto è destabilizzante e commovente, come se il momento della morte fosse un’estrema conciliazione con il sé, un riconoscere la propria parte divina e finalmente amarla senza riserve.

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The Kiss è lo scatto che rende il fotografo di colpo celebre, nel bene e nel male: se da una parte alcuni critici comprendono subito la potente carica emotiva della fotografia, dall’altra molti gridano allo scandalo e la stessa Università, appena scopre l’uso che ha fatto del preparato, decide che Witkin è persona non grata.
Egli si trasferisce quindi nel Nuovo Messico, dove può in ogni momento attraversare il confine ed aggirare così le stringenti leggi americane sull’utilizzo di cadaveri. Da quel momento il lavoro di Witkin si focalizza proprio sulla morte, e sui “diversi”.

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Lavorando con cadaveri o pezzi di corpi, con modelli transessuali, mutilati, nani o affetti da diverse deformità, Witkin crea delle barocche composizioni di chiara matrice pittorica (preparate con maniacale precisione a partire da schizzi e bozzetti), spesso reinterpretando grandi opere di maestri rinascimentali o importanti episodi religiosi.

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Witkin Archive
Scattate rigorosamene in studio, dove ogni minimo dettaglio può essere controllato a piacimento dall’artista, le fotografie vengono poi ulteriormente lavorate in fase di sviluppo, nella quale Witkin interviene graffiando la superficie delle foto, disegnandoci sopra, rovinandole con acidi, tagliando e rimaneggiando secondo una varietà di tecniche per ottenere il suo inconfondibile bianco e nero “anticato” alla maniera di un vecchio dagherrotipo.

Nonostante i soggetti scabrosi ed estremi, lo sguardo di Witkin è sempre compassionevole e “innamorato” della sacralità della vita. Anche la fiducia che i suoi soggetti gli accordano, nel venire fotografati, è proprio da imputarsi alla sincerità con cui egli ricerca i segni del divino anche nei fisici sfortunati o differenti: Witkin ha il raro dono di far emergere una sensualità e una purezza quasi sovrannaturale dai corpi più strani e contorti, catturando la luce che pare emanare proprio dalle sofferenze vissute. Cosa ancora più straordinaria, egli non ha bisogno che il corpo sia vivo per vederne, e fotografarne, l’accecante bellezza.

Ecco le nostre cinque domande a Joel-Peter Witkin.

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1. Perché hai deciso che era importante raffigurare la morte nei tuoi lavori fotografici?

La morte è parte della vita di ognuno di noi. La morte è anche il grande discrimine fra la fede umana e gli aspetti terreni, temporali – è il sonno senza tempo, per chi è religioso, è la vita eterna assieme a Dio.

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2. Quale credi che sia lo scopo, se ce n’è uno, delle tue fotografie post-mortem? Stai soltanto fotografando i corpi, o sei alla ricerca di qualcos’altro?

Fotografare la morte e i resti umani è sempre un “lavoro sacro”. Quello che fotografo, coloro che ritraggo, in realtà siamo sempre noi stessi. Io vedo la bellezza nei soggetti che fotografo.

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3. Come succede per tutto ciò che mette alla prova il nostro rifiuto della morte, il tono macabro e sconvolgente delle tue fotografie potrebbe essere visto da alcuni come osceno e irrispettoso. Ti interessa scioccare il pubblico, e come ti poni nei riguardi della carica di tabù presente nei tuoi soggetti?

I grandi dipinti e la scultura del passato hanno sempre affrontato il tema della morte. Amo dire che “la morte è come il pranzo – sta arrivando!”. Un tempo la gente nasceva e moriva nella propria casa. Oggi nasciamo e moriamo in apposite istituzioni. Portiamo tutti un numero tatuato sul nostro polso. Muoriamo soli.
Quindi, ovviamente, le persone rimangono sconvolte nel vedere, in un certo senso, il loro stesso volto. Credo che nulla dovrebbe mai essere tabù. In realtà quando sono abbastanza privilegiato da riuscire a fotografare la morte, resto solitamente molto toccato dallo spirito che è ancora presente nei corpi di quelle persone.

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4. È stato difficile approcciare i cadaveri, a livello personale? C’è qualche aneddoto particolare o interessante riguardo le circostanze di una tua foto?

Quando ho fotografato “l’uomo senza testa”, (Man Without A Head, un cadavere, seduto su una sedia all’obitorio, la cui testa era stata rimossa a scopo di ricerca) lui indossava dei calzetti neri. Quel dettaglio rese il tutto un po’ più personale. Il dottore, il suo assistente ed io alzammo quest’uomo morto dal tavolo settorio e posizionammo il suo corpo su una sedia di acciaio. Dovetti lavorare un po’ con il cadavere, per bilanciare le sue braccia in modo che non cadesse per terra. Alla fine, nella foto, il pavimento era tutto ricoperto dal sangue fluito dal suo collo, dove la testa era stata tagliata. Gli fui molto grato di aver lavorato con me.

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5. Riguardo alle foto post-mortem, ti piacerebbe che te ne venisse scattata una dopo che sei morto? Come ti immagini una simile foto?

Ho già preso provvedimenti affinché i miei organi siano rimossi dopo la mia morte per aiutare chi ancora è in vita. Qualsiasi cosa rimanga, verrà seppellita in un cimitero militare, visto che sono un veterano dell’esercito. Quindi temo che mi perderò l’occasione di cui mi chiedi!

P.S. Io non voglio “mantenere bizzarro il mondo” (un riferimento allo slogan del nostro blog, n.d.r.)… voglio renderlo più amorevole!

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Speciale: Fotografare la morte – II

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Negli ultimi trent’anni Jack Burman ha esplorato il mondo alla ricerca dei morti. Da quando, negli anni ’80, ha visitato le catacombe dei Cappuccini a Palermo, la sua arte è divenuta instancabilmente concentrata sull’esplorazione di ciò che rimane del corpo dopo la morte.

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Dal Sud America all’Italia, dalla Spagna alla Francia e alla Germania, Burman ha visitato luoghi sacri, musei di anatomia, obitori e scuole di medicina; in ognuno di questi luoghi ha fotografato quei morti che al  tempo stesso “riposano” e “non riposano”, poiché le loro spoglie sono ancora visibili e intatte, che siano delle mummie o delle reliquie, o dei preparati conservati per lo studio medico.

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L’approccio di Burman a questo soggetto macabro ed estremo è di grandissimo rispetto: spesso inquadrati di fronte a un backdrop nero, sapientemente illuminati, questi resti umani acquistano una nobiltà e un’astrazione inaspettate. La testa di una donna è racchiusa in un vaso di vetro: i suoi occhi socchiusi, la serenità dell’espressione, l’immobilità della carne le donano un’aura quasi sacra; questa donna ha conosciuto il segreto, è passata dall’altra parte e la sua seraficità ci parla di una conoscenza per noi irraggiungibile. Sarebbe facile parlare di memento mori – eppure forse c’è di più. Di fronte agli scatti di Burman, paradossalmente, il sentimento che proviamo non è quello della morte che conquista ogni cosa: non assistiamo alla decomposizione che annulla ogni speranza, ma siamo invece confrontati con un concetto forse ormai fuori moda – la dignità.

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Le fotografie di Burman ci mostrano con estrema compassione la bellezza e il dramma dell’uomo, fissate per sempre nell’istante ultimo. Impossibile non immaginare le aspirazioni, le passioni, la vitalità dei soggetti ritratti: e le composizioni del fotografo sembrano perpetuare questa forza vitale, come se i morti fossero ancora in grado di parlarci della vita quaggiù, delle nostre stesse esistenze, piccole ma commoventi, in cui lo splendore e la miseria sono le due facce dell’identica medaglia. Più si guardano queste fotografie, e più cresce forte la sensazione di essere guardati. E chi ha attraversato la soglia forse ha elementi in più, ha per così dire un quadro più completo – ma il suo mistero è inaccessibile, e Burman immortala questi “resti”, cosciente di fotografare uno scrigno che non potrà mai essere aperto.

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Ecco le nostre cinque domande a Jack Burman.

1. Perché hai deciso che era importante raffigurare la morte nei tuoi lavori fotografici?

Sebald ha scritto che “la fisicità è scolpita più fortemente, e la sua natura diviene più percettibile nell’indistinto confine con la trascendenza”. Io cerco di lavorare vicino al corpo e porre il mio lavoro proprio su quel confine.

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2. Quale credi che sia lo scopo, se ce n’è uno, delle tue fotografie post-mortem? Stai soltanto fotografando i corpi, o sei alla ricerca di qualcos’altro?

Una parte di questa domanda trova già risposta nella prima. Fammi aggiungere questo: io cerco di trovare una parte della presenza del corpo. La forza del danno e della perdita. La durezza e i moti del tempo che si depositano sulla (e sotto la) pelle. Il sentimento.

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3. Come succede per tutto ciò che mette alla prova il nostro rifiuto della morte, il tono macabro e sconvolgente delle tue fotografie potrebbe essere visto da alcuni come osceno e irrispettoso. Ti interessa scioccare il pubblico, e come ti poni nei riguardi della carica di tabù presente nei tuoi soggetti?

Ricordi i capelli della ragazza all’inizio di Dell’amore e di altri demoni di Garcia Marquez? I capelli sono le orecchie, gli occhi, i nervi della ragazza. Così ciascuna mano, ed il volto.  Quando entro nella sfera privata dei morti, lo faccio con un lento e forte rispetto per le loro mani, braccia, spalle e occhi. I pochi collezionisti che comprano le mie stampe (o il mio libro) per portarle fra le loro mani e nelle loro stanze – almeno quelli che conosco – vedono le cose con lo stesso rigore.

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4. È stato difficile approcciare i cadaveri, a livello personale? C’è qualche aneddoto particolare o interessante riguardo le circostanze di una tua foto?

No, non è stato mai difficile.
Tempo fa, il mio lavoro mi portò in una cittadina sulle Ande Peruviane. Ogni mattino, all’alba, una mandria di alpaca veniva condotta al pascolo attraverso uno stretto vicolo proprio dietro al muro contro il quale stava il mio letto. Il loro movimento attraversava il muro e faceva vibrare il letto. Era interessante poi alzarsi e andare a lavorare con dei cadaveri del 1500.

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5. Riguardo alle foto post-mortem, ti piacerebbe che te ne venisse scattata una dopo che sei morto? Come ti immagini una simile foto?

Sì, mi piacerebbe, a condizione che la persona che la scatterà sia capace di vedere attraverso i miei occhi, il mio passato, i miei bisogni.
La immagino pulita; scura; danneggiata; semplice; punteggiata dalla luce.

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Questo è il sito ufficiale dell’artista. Il suo libro fotografico The Dead può essere acquistato sul sito di Magenta.

Speciale: Fotografare la morte – I

Tutte le fotografie sono dei memento mori.

Scattare una foto significa partecipare alla

mortalità, vulnerabilità e mutevolezza

di un’altra persona.

(Susan Sontag)

Abbiamo deciso di proporre cinque domande, sempre le stesse, ad alcuni fra i più grandi fotografi che durante la loro carriera hanno affrontato direttamente il tema della morte e del cadavere. Alcuni hanno gentilmente declinato l’invito, come ad esempio Jeffrey Silverthorne, che già negli anni ’70 aveva rifiutato di comparire nel fondamentale saggio The Grotesque in Photography di A. D. Coleman. Altri, invece, ci hanno generosamente concesso questa breve intervista in esclusiva.

ANDRES SERRANO

Nato a New York nel 1950, figlio unico di padre honduregno e madre afro-cubana, Andres Serrano ha passato gran parte della giovinezza a Brooklyn. La rigida educazione cattolica ricevuta da ragazzo giocherà un ruolo fondamentale nella sua ricerca artistica; affascinato dai pittori del Rinascimento, da Rembrandt così come dai surrealisti, Serrano esplora fin da subito le connessioni nascoste ed estatiche fra l’iconografia religiosa e la concretezza del corpo. Il sangue, archetipo mistico e simbolo di vita e morte al tempo stesso, diviene uno degli elementi fondamentali dei suoi lavori. Più tardi comincerà ad utilizzare altri fluidi corporei, come urina, latte e sperma, rendendoli non semplici oggetti delle sue fotografie, ma veri e propri mezzi espressivi.

Le sue due serie Body Fluids e Immersions (1985-90) fecero scoppiare una furibonda polemica che colse di sorpresa l’autore stesso. Una fotografia, in particolare, si rivelò di una forza provocatoria destinata a rimanere immutata nei decenni successivi: si tratta di Piss Christ, e mostra un crocefisso immerso nell’urina. Considerata blasfema e offensiva, nel 1989 fu oggetto di un acceso dibattito al Senato degli Stati uniti; vandalizzata in Australia e presa di mira da un gruppo di naziskin in Svezia nel 2007, nel 2011 venne distrutta da un gruppo cattolico ad Avignone. Nelle intenzioni dell’artista, la serie Immersions si prefiggeva di visualizzare la dicotomia fra la condizione umana, corporale, terrena, e la tensione mistica: Piss Christ e le altre fotografie della serie sembrano affermare che è possibile trovare la divinità perfino nella fisicità umana, nei fluidi e nella carne, perché in fondo il nostro corpo è santo in tutte le sue manifestazioni.


Nell’immaginario popolare da quel momento Serrano è divenuto un artista “maledetto”, estremo e provocatore. La sua visione non ha mai deviato a causa delle polemiche, ed egli ha sempre rifiutato di censurare le sue fotografie, anche quelle più scabrose contenute nella serie A History of Sex; ma ridurre la sua opera a pietra dello scandalo significherebbe dimenticare le sue abilità di ritrattista mostrate in Nomads (1990), Klan series (1990, che ritrae membri del KKK) o in Budapest Series (1992).

Ma le fotografie che ci interessano qui sono ovviamente quelle contenute nella celebre The Morgue (1992). Serrano ha dichiarato: “credo che sia necessario cercare la bellezza anche nei luoghi meno convenzionali o nei candidati più insospettabili. Se non incontro la bellezza non sono capace di scattare alcuna fotografia”.

In The Morgue, l’obbiettivo del fotografo si concentra sui corpi arrivati all’obitorio, talvolta ancora quasi perfetti, talvolta decomposti, mutilati, dilaniati. Ritratti in composizioni rigorose, veri e propri tableaux dall’illuminazione caravaggesca e dai colori accesi, i morti sembrano in bilico fra la reificazione ultima e una sorta di postuma soggettività.

L’intrusione della macchina di Serrano in questo luogo nascosto, il suo indugiare su questi cadaveri vulnerabili e indifesi è una violazione dell’intimità, o un commosso omaggio? Il suo occhio cede alla seduzione morbosa del macabro, oppure è alla ricerca di qualche segreto dettaglio che dia significato alla morte stessa? Impossibile, e forse inutile, risolvere questa ambiguità. La potenza delle immagini di Andres Serrano sta proprio in questa capacità di estetizzare ciò che viene normalmente reputato osceno, e nella testarda convinzione di poter mostrare la meraviglia anche nel più triste e quotidiano degli orrori.


Ecco quindi la nostra intervista ad Andres Serrano.

1. Perché hai deciso che era importante raffigurare la morte nei tuoi lavori fotografici?

La morte è una parte della vita. Esserne incuriositi è naturale. Io fotografo la morte come un’investigazione, allo stesso tempo spirituale ed estetica. È una ricerca sulla vita alla fine del suo corso.


2. Quale credi che sia lo scopo, se ce n’è uno, delle tue fotografie post-mortem? Stai soltanto fotografando i corpi, o sei alla ricerca di qualcos’altro?

Lo scopo del mio lavoro sui morti è lo stesso del mio lavoro sui vivi: creare opere d’arte potenti e avvincenti.


3. Come succede per tutto ciò che mette alla prova il nostro rifiuto della morte, il tono macabro e sconvolgente delle tue fotografie potrebbe essere visto da alcuni come osceno e irrispettoso. Ti interessa scioccare il pubblico, e come ti poni nei riguardi della carica di tabù presente nei tuoi soggetti?

Lavorando nell’obitorio, a fianco di dottori e assistenti clinici, mi sono sentito parte di un gruppo di professionisti che hanno scelto di lavorare con i cadaveri. Non c’è nulla di disgustoso o irrispettoso nel lavorare con i morti, o nel volere mostrare la bellezza che è nella morte. Non considero il mio lavoro scioccante, né tabù.


4. È stato difficile approcciare i cadaveri, a livello personale? C’è qualche aneddoto particolare o interessante riguardo le circostanze di una tua foto?

Non è mai difficile fare il lavoro che vuoi fare e che ti senti spinto a intraprendere. Non saprei dire se è successo qualcosa che potrei definire aneddotico; l’unica cosa che mi ha sorpreso è che davvero poche persone erano morte di morte naturale. La maggior parte di quei cadaveri erano morti inaspettatamente e prematuramente.


5. Riguardo alle foto post-mortem, ti piacerebbe che te ne venisse scattata una dopo che sei morto? Come ti immagini una simile foto?

Preferirei scattarmela da solo, perché nessun altro saprebbe farla come me.

Ecco un interessante saggio (PDF in inglese) su The Morgue, e il sito ufficiale di Andres Serrano.

L’incidente del Passo Dyatlov

L’alpinismo porta con sé dei rischi, ma anche tutta la bellezza
che si nasconde nell’avventura dell’affrontare l’impossibile.
(Reinhold Messner)

Siamo riluttanti, qui su Bizzarro Bazar, ad affrontare tematiche “paranormali” o misteriose; il senso di meraviglia che possono provocare ci sembra sempre un po’ troppo facile, risaputo e sensazionalistico. Per questo di solito lasciamo questi argomenti ad alcune trasmissioni televisive notoriamente trash, dalle quali qualsiasi rigore scientifico è bandito per contratto.

Quello che stiamo per raccontarvi è però un episodio realmente accaduto, e ben documentato. È una storia inquietante, e nonostante le innumerevoli ipotesi che sono state avanzate, gli strani eventi che avvennero più di 50 anni fa su uno sperduto crinale di montagna nel centro della Russia rimangono a tutt’oggi senza spiegazione.

Il 25 Gennaio 1959 dieci sciatori partirono dalla cittadina di Sverdlovsk, negli Urali orientali, per un’escursione sulle cime più a nord: in particolare erano diretti alla montagna chiamata Otorten.

Per il gruppo, capitanato dall’escursionista ventitreenne Igor Dyatlov, quella “gita” doveva essere un severo allenamento per le future spedizioni nelle regioni artiche, ancora più estreme e difficili: tutti e dieci erano alpinisti e sciatori esperti, e il fatto che in quella stagione il percorso scelto fosse particolarmente insidioso non li spaventava.

Arrivati in treno a Ivdel, si diressero con un furgone a Vizhai, l’ultimo avamposto abitato. Da lì si misero in marcia il 27 gennaio diretti alla montagna. Il giorno dopo, però, uno dei membri si ammalò e fu costretto a tornare indietro: il suo nome era Yuri Yudin… l’unico sopravvissuto.

Gli altri nove proseguirono, e il 31 gennaio arrivarono ad un passo sul versante orientale della montagna chiamata Kholat Syakhl, che nel dialetto degli indigeni mansi significa “montagna dei morti”, una vetta simbolica per quel popolo e centro di molte leggende (cosa che in seguito contribuirà alle più fantasiose speculazioni). Il giorno successivo decisero di tentare la scalata, ma una tempesta di neve ridusse la visibilità e fece loro perdere l’orientamento: invece di proseguire verso il passo e arrivare dall’altra parte del costone, il gruppo deviò e si ritrovò a inerpicarsi proprio verso la cima della montagna. Una volta accortisi dell’errore, i nove alpinisti decisero di piantare le tende lì dov’erano, e attendere il giorno successivo che avrebbe forse portato migliori condizioni meteorologiche.

Tutto questo lo sappiamo grazie ai diari e alle macchine fotografiche ritrovate al campo, che ci raccontano la spedizione fino questo fatidico giorno e ci mostrano le ultime foto del gruppo allegro e spensierato. Ma cosa successe quella notte è impossibile comprenderlo. Più tardi Yudin, salvatosi paradossalmente grazie alle sue condizioni di salute precarie, dirà: “se avessi la possibilità di chiedere a Dio una sola domanda, sarebbe ‘che cosa è successo davvero ai miei amici quella notte?'”.

I nove, infatti, non fecero più ritorno e dopo un periodo di attesa (questo tipo di spedizione raramente si conclude nella data prevista, per cui un periodo di tolleranza viene di norma rispettato) i familiari allertarono le autorità, e polizia ed esercito incominciarono le ricerche; il 26 febbraio, in seguito all’avvistamento aereo del campo, i soccorsi ritrovarono la tenda, gravemente danneggiata.

Risultò subito chiaro che qualcosa di insolito doveva essere accaduto: la tenda era stata tagliata dall’interno, e le orme circostanti facevano supporre che i nove fossero fuggiti in fretta e furia dal loro riparo, per salvarsi da qualcosa che stava già nella tenda insieme a loro, qualcosa di talmente pericoloso che non ci fu nemmeno il tempo di sciogliere i nodi e uscire dall’ingresso.


Seguendo le tracce, i ricercatori fanno la seconda strana scoperta: poco distante, a meno di un chilometro di distanza, vengono trovati i primi due corpi, sotto un vecchio pino al limitare di un bosco. I rimasugli di un fuoco indicano che hanno tentato di riscaldarsi, ma non è questo il fatto sconcertante: i due cadaveri sono scalzi, e indossano soltanto la biancheria intima. Cosa li ha spinti ad allontanarsi seminudi nella tormenta, a una temperatura di -30°C? Non è tutto: i rami del pino sono spezzati fino a un’altezza di quattro metri e mezzo, e brandelli di carne vengono trovati nella corteccia. Da cosa cercavano di scappare i due uomini, arrampicandosi sull’albero? Se scappavano da un animale aggressivo perché i loro corpi sono stati lasciati intatti dalla fiera?

A diverse distanze, fra il campo e il pino, vengono trovati altri tre corpi: le loro posizioni indicano che stavano tentando di ritornare al campo. Uno in particolare tiene ancora in mano un ramo, e con l’altro braccio sembra proteggersi il capo.

All’inizio i medici che esaminarono i cinque corpi conclusero che la causa della morte fosse il freddo: non c’erano segni di violenza, e il fatto che non fossero vestiti significava che l’ipotermia era sopravvenuta in tempi piuttosto brevi. Uno dei corpi mostrava una fessura nel cranio, che non venne però ritenuta fatale.

Ma due mesi dopo, a maggio, vennero scoperti gli ultimi quattro corpi sepolti nel ghiaccio all’interno del bosco, e di colpo il quadro di insieme cambiò del tutto. Questi nuovi cadaveri, a differenza dei primi cinque, erano completamente vestiti. Uno di essi aveva il cranio sfondato, e altri due mostravano fratture importanti al torace. Secondo il medico che effettuò le autopsie, la forza necessaria per ridurre cosÏ i corpi doveva essere eccezionale: aveva visto fratture simili soltanto negli incidenti stradali. Escluse che le ferite potessero essere state causate da un essere umano.

La cosa bizzarra era che i corpi non presentavano ferite esteriori, né ematomi o segni di alcun genere; impossibile comprendere che cosa avesse sfondato le costole verso l’interno. Una delle ragazze morte aveva la testa rovesciata all’indietro: esaminandola, i medici si accorsero che la sua lingua era stata strappata alla radice (anche se non riuscirono a comprendere se la ferita fosse stata causata post-mortem oppure mentre la povera donna era ancora in vita). Notarono anche che alcuni degli alpinisti avevano addosso vestiti scambiati o rubati ai loro compagni: come se per coprirsi dal freddo avessero spogliato i morti. Alcuni degli indumenti e degli oggetti trovati addosso ai corpi pare emettessero radiazioni sopra la media.

L’unica descrizione possibile degli eventi è la seguente: a notte fonda, qualcosa terrorizza i nove alpinisti che fuggono tagliando la tenda; alcuni di loro si riparano vicino all’albero, cercando di arrampicarvici (per scappare? per controllare il campo che hanno appena abbandonato?). Il fatto che alcuni di loro fossero seminudi nonostante le temperature bassissime potrebbe essere ricollegato al fenomeno dell’undressing paradossale; comunque sia, essendo parzialmente svestiti, comprendono che stanno per morire assiderati. Così alcuni cercano di ritornare al campo, ma muoiono nel tentativo. Il secondo gruppetto, sceso più a valle, riesce a resistere un po’ di più; ma ad un certo punto succede qualcos’altro che causa le gravi ferite che risulteranno fatali.

Cosa hanno incontrato gli alpinisti? Cosa li ha terrorizzati così tanto?

Le ipotesi sono innumerevoli: in un primo tempo si sospettò che una tribù mansi li avesse attaccati per aver invaso il loro territorio – ma nessun’orma fu rinvenuta a parte quelle delle vittime. Inoltre nessuna lacerazione esterna sui corpi faceva propendere per un attacco armato, e come già detto l’entità delle ferite escluderebbe un intervento umano. Altri hanno ipotizzato che una paranoia da valanga avesse colpito il gruppo il quale, intimorito da qualche rumore simile a quello di una imminente slavina, si sarebbe precipitato a cercare riparo; ma questo non spiega le strane ferite. Ovviamente c’è chi giura di aver avvistato quella notte strane luci sorvolare la montagna… e qui la fantasia comincia a correre libera e vengono chiamati in causa gli alieni,  oppure delle fantomatiche operazioni militari russe segretissime su armi sperimentali (missilistiche o ad infrasuoni), e addirittura un “abominevole uomo delle nevi” tipico degli Urali chiamato almas. Eppure l’enigma, nonostante le decadi intercorse, resiste ad ogni tentativo di spiegazione. Come un estremo, beffardo indizio, ecco l’ultima fotografia scattata dalla macchina fotografica del gruppo.

Il luogo dei drammatici eventi è ora chiamato passo Dyatlov, in onore al leader del gruppo di sfortunati sciatori che lì persero tragicamente la vita.

Ecco la pagina di Wikipedia dedicata all’incidente del passo Dyatlov.

(Grazie, Frankie Grass!)

La Chiesa dei Morti

La Chiesa dei Morti ad Urbania, nelle Marche, ospita 18 corpi mummificati, di cui 15 sono mummie naturali. I loro corpi, cioè, si sono conservati grazie ad alcune particolarità ambientali, e non a causa di procedimenti artificiali di preservazione.

Sembra che la ragione di questa perfetta mummificazione sia da imputare a una particolare muffa (Hipha bombicina pers): i corpi essiccati, grazie anche alle proprietà geologiche del suolo, si sarebbero ricoperti interamente di questa muffa che avrebbe impedito l’accesso dell’aria ai tessuti, e di conseguenza la putrefazione. I cadaveri, oltre alla struttura scheletrica, conservano la pelle, gli organi interni e in alcuni casi anche i capelli e gli organi genitali.

Dalla pagina del sito ufficiale del Comune dedicata alle mummie (che contiene anche informazioni e orari):

“Ciascuno dei 18 personaggi nasconde vicende e storie sorprendenti.
Al centro del gruppo il priore della Confraternita Vincenzo Piccini, la moglie Maddalena e il figlio (che furono mummificati in seguito, con procedimenti chimici e non naturali). Quindi altri corpi, sormontati da cartigli con frasi bibliche che invitano a meditare sulla caducità della vita.
Tra le mummie più antiche quelle del fornaio detto “Lunano” e della donna morta di parto.
Tra i 18 corpi c’è anche quello del giovane accoltellato in una veglia danzante, con lo squarcio della lama; di questo personaggio viene mostrato il cuore essiccato e trafitto dal pugnale; quindi è esposta la mummia dell’impiccato.
Fra tutte, la storia più drammatica, è certamente quella dell’uomo che, si racconta, fu sepolto vivo in stato di morte apparente e si risvegliò nella tomba.”

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(Grazie, Giuseppe!)