Non toccarmi i capelli

Ogni tanto la cronaca riporta episodi di bullismo, in cui il bersaglio delle molestie viene, tra le altre cose, rasato a zero.
Abbiamo spesso ricordato in queste pagine quanto l’uomo sia un “animale simbolico”, quanto cioè la nostra mente funzioni tramite simboli e si appoggi spesso, anche inconsciamente, al mito: perché dunque l’atto di tagliare i capelli con la forza è avvertito come uno sfregio? Si tratta soltanto di una preoccupazione estetica, o c’è di più?

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Innanzitutto, certamente una violenza del genere guasta l’aspetto esteriore di una persona, e l’acconciatura è da sempre uno dei modi principali di espressione personale. Fin dai tempi antichi, ogni foggia di capigliatura veicola dei significati più o meno espliciti.
Nel passato, ad esempio, portare i capelli sciolti era normalmente un segno di lutto, o di sottomissione. Eppure, in altri contesti come ad esempio quelli rituali, lasciare liberi i capelli costituiva un elemento fondamentale di certe danze sciamaniche, irruzione del sacro che selvaggiamente spazza via convenzioni e limitazioni sociali.
Se pensiamo alle donne, per le quali i capelli costituiscono una delle principali armi di seduzione, il fatto che essi fossero nascosti o esibiti, raccolti o sciolti, era frequentemente inteso come segno della disponibilità o delle riserve della femmina; su questa scia, si è arrivati in alcune culture a proibire alle donne sposate di mostrare i capelli (ad esempio in Russia, dove il proverbio recita “una ragazza si diverte solo finché ha il capo scoperto“), o a imporre di nasconderli all’entrata in Chiesa (occidente cristiano), per inibirne la funzione di provocazione sensuale.

Il modo di pettinare i capelli rivela quindi la psicologia individuale, certo, ma anche i valori in cui si riconosce un determinato contesto sociale: moda, convinzioni dell’epoca, precetti delle istituzioni religiose o ribellione contro tutte queste cose. Le acconciature che sfidano il gusto dominante e abbattono le barriere hanno spesso accompagnato anche le ribellioni sociali o artistiche (Scapigliatura, beat generation, movimento hippie, punk, femminismo, LGBT, eccetera).

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Così, in un’epoca di tensione come la fine degli anni ’60, in cui i “capelloni” venivano caricati dalla polizia anche solo per il loro aspetto, David Crosby cantava:

Per poco non mi sono tagliato i capelli
È successo proprio l’altro giorno
Sapete, stanno diventando piuttosto lunghi
Avrei potuto dire che mi infastidivano
Ma non l’ho fatto, e mi domando perché
Avevo voglia di lasciar sventolare la mia bandiera di diverso
Sentivo di doverlo a qualcuno.
(Crosby, Stills, Nash & Young, Almost Cut My Hair, 1970)

Vi è mai capitato di cambiare colore, taglio o pettinatura in momenti cruciali della vostra vita, come se cambiando l’aspetto della chioma avvenisse anche una trasformazione interiore? Ancora oggi, evidentemente i capelli mantengono un legame strettissimo con le emozioni di una persona. Ma non è tutto.

Come le unghie, anche la capigliatura è da sempre collegata nell’immaginario con la forza sessuale e vitale. Il pensiero magico, di conseguenza, stabilisce una potente simpatia fra l’individuo e i suoi capelli, legame che non si spezza nemmeno dopo che i capelli si sono staccati dal corpo: non soltanto i ciuffi tagliati o rimasti incastrati fra i denti del pettine sono ingredienti essenziali per qualsiasi fattura o malocchio, ma dall’altro versante i capelli dei santi sono venerati come reliquie altamente miracolose. Mantengono cioè le virtù della persona da cui provengono, e i rapporti intimi fra un essere umano e i suoi capelli sopravvivono alla separazione.

Da qui l’usanza, in molte famiglie, di conservare delle ciocche di capelli e i primi denti da latte. Queste pratiche significano molto più che la perpetuazione di un ricordo, esse rivelano una sorta di volontà di far sopravvivere lo stato della persona che portava quei capelli.
(Chevalier-Gheebrant, Dictionnaire des symboles, 1982).

Se una ciocca di capelli ottenuta in pegno dalla donna amata è per i romantici ottocenteschi un feticcio ricorrente, è proprio in epoca vittoriana che l’ossessione per i capelli raggiunge il suo apice, in particolare nell’ambito della gioielleria e degli accessori collegati al lutto.
Dalle spille e i fermagli che contengono i capelli del caro estinto, arrangiati in motivi floreali, alle intricate composizioni da appendere al muro, fino ai braccialetti fatti di capelli finemente intrecciati, la mourning jewelry vittoriana è fra gli esempi più commoventi di arte funebre popolare. Inizialmente erano le donne stesse, parenti del defunto, che con i suoi capelli forgiavano questi memento da tenere sempre con sé; bisogna pensare che un fotografo non era sempre disponibile all’epoca, e che non tutti si potevano permettere un ritratto del morto. Questi gioielli erano l’unico ricordo tangibile della persona scomparsa.

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Con il tempo, però, indossare simili orpelli divenne parte della moda dell’epoca, soprattutto dopo la morte del Principe Alberto nel 1861, quando la Regina Vittoria e i membri della corte si vestirono a lutto per decine di anni. A quel punto, seguendo l’esempio dei Reali, il nero divenne il colore più gettonato e la gioielleria di lutto si diffuse talmente che i capelli utilizzati cominciarono a non essere più esclusivamente quelli dei defunti. Nella seconda metà dell’800, 50 tonnellate di capelli umani venivano importate in Inghilterra ogni anno dai gioiellieri del paese. Per creare una connessione fra il gioiello e il defunto, a quel punto, si cominciò a iscriverne il nome o le iniziali sull’oggetto.

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Tutto questo riporta, dunque, all’idea che i capelli siano connessi all’essenza stessa della vita del proprietario, e racchiudano almeno una scintilla della sua personalità.
Torniamo quindi alla vittima di cui parlavamo all’inizio, la cui testa viene rasata a forza.

Ovviamente un simile affronto ci scandalizza perché ha il valore di una metaforica evirazione, nel caso in cui la vittima sia un maschio, oppure della negazione della femminilità nel caso opposto.
I capelli sono associati a certi poteri – come appunto la forza e la virilità, si pensi a Sansone – ma soprattutto al concetto di identità.
In Vietnam ad esempio si sviluppò una peculiare arte divinatoria, che potremmo chiamare “tricomanzia”, vale a dire l’interpretazione del destino o delle virtù di una persona sulla base di come erano disposti i bulbi piliferi sul suo cuoio capelluto. E se i capelli raccontano molto della personalità di un uomo, ecco che la tonsura per i monaci, che abbandonano l’individualità per seguire le vie del Signore, non è soltanto un sacrificio ma una resa, una rinuncia alle prerogative e all’identità stessa del soggetto.

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Il taglio dei capelli non è un atto banale.
Nei secoli passati una chioma fluente era indizio di potenza e nobiltà. Così, il privilegio aristocratico di portare i capelli lunghi in Francia era appannaggio esclusivo di Re e Principi, mentre in Cina vigeva addirittura l’interdizione a certi pubblici uffici per chiunque portasse i capelli corti, che erano visti come una vera e propria mutilazione. E mutilazione definitiva, segno di sommo disprezzo, era per i nativi americani tagliare lo scalpo dei nemici in guerra. Parallelamente, in alcune civiltà vigeva il tabù del taglio di capelli per i neonati durante i primi anni di vita, per non rischiare che perdessero l’anima. Innumerevoli popoli fanno del primo taglio di capelli di un bambino un vero e proprio rito di passaggio, con tanto di feste e operazioni propiziatorie per allontanare gli spiriti malefici – dato che il piccolo, privato assieme ai capelli anche di una parte della sua forza vitale, è più esposto ai pericoli. È il caso degli indiani Hopi dell’Arizona, che procedevano al taglio soltanto collettivamente, una volta all’anno, durante i festeggiamenti per il solstizio d’inverno. Altrove, il taglio dei capelli è sospeso durante una guerra, o in conseguenza a un voto: gli Egizi non si radevano quando erano in viaggio, e in tempi più recenti i barbudos di Fidel Castro avevano giurato di non toccare né barba né capelli fino a che Cuba non fosse liberata dalla tirannia.

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Ecco dunque perché il taglio forzato dei capelli del nemico è una punizione terribile fin dall’antichità, utilizzata talvolta come pena ancora più bruciante della morte. Ogni minimo aspetto della realtà, per l’uomo, si riveste sempre di significati profondi, e anche oggi una semplice cattiveria fra ragazzi che potrebbe sembrare tutto sommato innocua (i capelli comunque ricresceranno in breve tempo) indigna particolarmente l’opinione pubblica; forse perché vi si può riconoscere, fatte le dovute proporzioni, l’eco di riti e pratiche crudeli di ancestrale portata simbolica.

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Hananuma Masakichi

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Non molti conoscono lo scultore giapponese Hananuma Masakichi, nato nel 1832, e la sua triste e straordinaria storia. Quasi un secolo prima che nell’ambito dell’arte si incominciasse a parlare di iperrealismo, Masakichi riuscì a stupire il mondo intero con una scultura praticamente indistinguibile dalla realtà.

A quanto si racconta, la statua in questione avrebbe avuto una genesi del tutto particolare. Quando Hananuma Masakichi aveva circa cinquant’anni, si ammalò di tubercolosi: era convinto di avere ancora poco tempo da vivere. Eppure Masakichi era innamorato di una donna, e quando si ama si trova anche nei momenti più disperati la forza di reagire. Così l’artista decise che avrebbe tenuto duro, sacrificando ogni attimo che gli restava, per lasciare alla propria amata un ricordo di sé che le tenesse compagnia dopo la sua morte. Quello sarebbe stato il suo ultimo, grandioso progetto: creare un’esatta copia di se stesso, a grandezza naturale e perfetta in ogni minimo dettaglio, che potesse durare per sempre. In quel modo, non sarebbe mai veramente scomparso dalla vita e dal cuore della donna dei suoi sogni.

Masakichi cominciò a lavorare alla scultura mediante specchi girevoli, in modo da poter osservare e studiare ogni parte del proprio corpo, e replicarla con il legno. La pazienza e il sacrificio necessari per raggiungere il suo scopo lasciano sbigottiti, soprattutto se pensiamo che la statua non venne scolpita a partire da un blocco unico: l’artista incise ogni muscolo, ogni vena, ogni minima protuberanza del suo fisico servendosi di minuscoli pezzi di legno separati, striscioline che poi assemblava con incastri a coda di rondine e colla. Non usò nemmeno un chiodo metallico, ma soltanto piccoli agganci e pioli di legno per collegare l’enorme quantità di ritagli che compongono la statua, cava al suo interno. Si calcola che il numero di pezzetti utilizzati stia tra le 2.000 e le 5.000 unità. Eppure i vari dettagli sono incastrati ed uniti con una tale perfezione che perfino esaminando la superficie della statua con una lente d’ingrandimento si fatica a riconoscere la linea di “saldatura” fra un segmento e l’altro. Ogni ruga, ogni tendine, ogni increspatura della pelle venne replicata ossessivamente da Masakichi. Ma non finisce qui.

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Dopo aver dipinto e laccato la statua in modo da replicare il colore e il tono della sua pelle, Masakichi si spinse ancora oltre. Desiderava infondere maggior vita alla statua, renderla a tutti gli effetti una parte di sé. Così cominciò a praticare dei piccolissimi fori per replicare la porosità della pelle, e ad incollarvi i propri peli e capelli. Li trasferiva, dal suo corpo alla statua, facendo bene attenzione che la posizione rimanesse la medesima: i capelli sulla tempia destra della statua provenivano dalla tempia destra dell’artista, e così via. Masakichi proseguì, donando alla sua opera capelli, ciglia, sopracciglia, fino alla peluria delle parti intime.

Certo, poi la leggenda pretenderebbe che, non ancora soddisfatto, nell’ormai ossessivo intento di consacrare alla statua (e alla donna che amava) il rimasuglio di vita che gli restava, Masakichi si fosse strappato le unghie da mani e piedi per applicarle alle dita della statua (c’è chi afferma che addirittura i pochi denti visibili fra le labbra socchiuse della statua sarebbero quelli dell’artista). Ma non c’è bisogno di arrivare a questi fantasiosi estremi per rimanere stupefatti dall’incredibile perfezionismo di Masakichi.

Finalmente, nel 1885, la sua opera fu compiuta. Come ultimo tocco, l’artista sistemò i propri occhiali sul naso del suo doppio, e gli mise uno scalpello nella mano destra. Nella sinistra invece, con perfetto senso della vertigine simbolica, Masakichi pose una maschera, che gli occhi della statua sembrano contemplare fissamente. Un doppelgänger che si specchia nella sua stessa ambigua identità.

La somiglianza era davvero strabiliante: secondo i racconti dell’epoca, quando Masakichi si metteva in posa di fianco alla sua statua, la gente faticava a comprendere immediatamente quale fosse l'”originale” e quale la “copia”. Nella fotografia qui sotto, ad esempio, la statua è quella a sinistra.

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La storia, così come ci viene tramandata, ha un triste epilogo. La donna tanto agognata, per amore della quale la titanica impresa era stata portata a termine, nonostante tutto rifiutò Hananuma. L’artista non morì di tubercolosi, ma visse ancora una decina d’anni, fino a terminare i suoi giorni in povertà nel 1895 (pare a causa di una diagnosi sbagliata).

Fu Robert Ripley, il disegnatore-avventuriero di cui abbiamo parlato in questo articolo, che all’inizio della sua carriera di collezionista dell’insolito, negli anni ’30, acquistò per dieci dollari la statua di Masakichi esposta in un saloon di Chinatown a San Francisco. L’autoritratto dell’artista giapponese rimase sempre uno dei suoi pezzi favoriti fra le migliaia che accumulò negli anni, e la esibì più volte nei suoi vari musei attraverso il mondo, e anche in casa propria.

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La statua è sopravvissuta a ben due terremoti, quello di San Francisco nel 1989 (era posizionata su una piattaforma rotante, venne sbalzata via e ci vollero quattro mesi per restaurarla) e quello di Northridge del 1994. Oggi non viene esposta se non in occasioni eccezionali: nonostante i danni subiti siano evidenti, la scultura di Hananuma Masakichi sorprende ancora oggi per realismo e perfezione del dettaglio, e si può soltanto immaginare quale effetto potesse avere sul pubblico di fine ‘800. Una replica della statua (una “copia della copia” del corpo di Hananuma…) è visibile nel London Ripley’s Odditorium a Piccadilly Circus.

Le sorelle Sutherland

1882. Sotto la luce delle lampade a gas, nel sideshow del Barnum & Bailey Circus, si esibirono per la prima volta le Sorelle Sutherland. Erano sette, vestite di bianco, e cantavano in armonia accompagnate al pianoforte, accennando brevi passi di danza di fronte alla folla assiepata sotto il tendone. Per quanto belle fossero le loro voci, nessuno si aspettava il gran finale che le sette donne avevano in serbo: alla conclusione dell’ultimo numero, ecco che si girarono all’unisono, dando le spalle alla platea, e lasciarono cadere le loro chiome. Fino alle spalle… fino alle ginocchia… fino ai piedi… e ancora più giù, nella fossa d’orchestra. Le sette fluenti chiome, in totale, misuravano quasi 12 metri – la più lunga da sola superava i 2 metri e mezzo.
Per un secondo la folla rimase a bocca spalancata, prima di esplodere in un fragoroso applauso.

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Le sorelle Sutherland erano figlie di un vagabondo del Vermont, Fletcher Sutherland, e di sua moglie Mary. Si chiamavano Sarah (nata nel 1851), Victoria (1853), Isabella (1855), Grace (1859), Naomi (1861), Dora (1863), e Mary (1865). Dalla madre Mary, appassionata di musica, le figlie appresero l’arte della melodia; nel 1867 però ella morì, e le ragazzine rimasero a carico del padre. Cresciute in drammatica povertà, evitate dagli abitanti di Cambria, NY, cittadina in cui risiedevano, le sorelle oltre ai rudimenti di bel canto avevano come unica particolarità i loro lunghi e nerissimi capelli. Nel tentativo di sfuggire alla fame, al padre venne l’idea di sfruttare le capigliature delle figlie per farle assumere nel circo più celebre dell’epoca.

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Una volta scritturate, la vita delle sorelle cominciò finalmente ad apparire più rosea. Il loro show era molto apprezzato, ma il vero colpo di genio doveva ancora arrivare.
Nel 1885 Naomi sposò Henry Bailey, il nipote del coproprietario del circo. Seguendo il tipico modo di ragionare, cinico e concreto, di tutti gli impresari, Henry capì che le sorelle nascondevano un potenziale economico straordinario: certo, la musica e il canto andavano bene, ma fra il pubblico c’erano più uomini calvi che melomani.
Così Henry Bailey divenne il manager delle Sutherland e cominciò, alla fine di ogni spettacolo, a pubblicizzare una lozione per capelli. Secondo quanto raccontava, la ricetta segretissima era stata inventata dalla defunta madre delle sorelle, Mary, e stava alla base della miracolosa crescita delle loro chiome: le cascate di capelli delle sette artiste erano la prova vivente dell’efficacia del prodotto. La soluzione, venduta a 50 centesimi la bottiglia, era  composta da 56 per cento di acqua amamelide, 44 per cento acqua di colonia Bay Rum, un pizzico di sale, magnesio, e acido cloridrico.

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La lozione The Seven Sutherland Sisters’ Hair Grower, brevettata nel 1890, si rivelò da subito un clamoroso successo, tanto che la gamma dei prodotti per capelli delle sorelle Sutherland si ampliò fino ad includere detergenti per il cuoio capelluto, pozioni antiforfora e tinture, tutti pubblicizzati da estenuanti tour che annunciavano, con la consueta fantasia, The Niagara of Curls, “il Niagara di ricci”.

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Nel giro di quattro anni furono vendute due milioni e mezzo di bottiglie, per un fatturato di oltre tre milioni di dollari. Le sorelle Sutherland si ritrovarono di colpo ricche sfondate.
Ritornarono nella loro cittadina natale in pompa magna, e costruirono un’enorme villa in stile vittoriano proprio dove si trovava un tempo la povera e fatiscente baracca del padre. Le sette stanze da letto della nuova casa erano tutte equipaggiate con acqua corrente e sfarzosi bagni in marmo. Il grande serbatoio sul tetto che consentiva questo lusso veniva riempito quotidianamente dagli operai.
Erano finiti i tempi in cui le sorelle venivano evitate come la peste: ora che tutti facevano la corte a queste donne (e alla fortuna che avevano accumulato), esse cominciarono a prendersi qualche rivincita mantenendo orgogliosamente le distanze e ostentando comportamenti eccentrici. I loro cagnolini avevano guardaroba estivi e invernali, e quando uno di questi cuccioli moriva, le sorelle celebravano principeschi funerali con tanto di necrologi sul giornale locale. I cavalli della loro carrozza erano ferrati in oro. Alle cene di gala, non mancavano mai gli spettacoli di fuochi d’artificio.
Ma questo periodo di fastosa spensieratezza non era destinato a durare, perché una serie di sfortune e tragedie attendevano le sorelle Sutherland.

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Naomi Sutherland (1861 – 1893)

Per prima morì Naomi, moglie di Henry Bailey. Le sorelle accarezzarono l’idea di costruire un mausoleo da 30.000 dollari, ma il progetto venne abbandonato e infine il corpo di Naomi, dopo essere rimasto nella villa per alcune settimane, venne sepolto nel lotto di famiglia senza nemmeno una lapide.

Fra i vari cercatori di fortuna attirati dal patrimonio milionario delle Sutherland vi era anche Fredrick Castlemaine, un bellimbusto di 27 anni dal fascino irresistibile. Si pensava che ci fosse del tenero fra lui e Dora, ma Fredrick colse tutti di sorpresa sposando Isabella, di 40 anni. Quanto a bizzarrie, anche questo nuovo membro della famiglia non scherzava: pare che il suo passatempo preferito fosse sedersi sul portico della villa e sparare alle ruote dei carri che passavano; pagava poi laute somme di denaro ai contadini inferociti, per calmare la loro comprensibile rabbia.
Dipendente da oppio e morfina, Fredrick si tolse la vita nel 1897, mentre accompagnava le sorelle in una tournée promozionale.

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Isabella Sutherland (1855 – 1914)

Isabella portò a casa il corpo del marito, e lo depose nella stanza della musica dove venne rinchiuso in una bara con il coperchio di vetro: le sorelle si recavano giornalmente a rendere visita al cadavere, e improvvisavano piccoli spettacolini in cui cantavano all’unisono le canzoni preferite di Fredrick.
Passate diverse settimane, il dipartimento della sanità fu costretto a intervenire, e impose alle sorelle di seppellire il corpo. Fredrick venne inumato in un enorme mausoleo di granito, costato 10.000 dollari; ogni notte Isabella prendeva una lanterna e camminava per tre miglia fino al cimitero, per comunicare con il defunto marito.

Dopo due anni di lutto, Isabella cadde nuovamente nel mirino di un approfittatore. Si trattava questa volta di Alonzo Swain, di 16 anni più giovane di lei. Swain fomentò litigi e attriti fra Isabella e le altre sorelle, e infine riuscì a convincerla a lasciare la casa, vendere la sua parte di azioni dell’impresa di famiglia, e investirle in una nuova lozione che avrebbe fatto concorrenza alla famosa The Seven Sutherlands; ma questa avventura commerciale fallì miseramente. Alonzo scomparve, e Isabella morì in miseria.

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Victoria Sutherland (1853 – 1902)

Evidentemente la vicenda di Isabella non bastò come esempio: Victoria a quasi 50 anni sposò un ragazzo di soli 19 anni. Le altre sorelle, indignate dal suo comportamento, le tolsero la parola fino a quando non fu sul letto di morte.

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Mary Sutherland (1865 – 1939)

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Sarah Sutherland (1851 – 1919)

Che fosse causata dal passaggio dall’estrema povertà ai fasti della ricchezza, oppure da una tara di famiglia, la follia cominciò in ogni caso a serpeggiare sempre più insistentemente fra le sorelle. Mary Sutherland doveva perfino essere rinchiusa nella sua stanza per lunghi periodi, a causa di violenti attacchi psicotici.

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Dora “Kitty” Sutherland (1863 – 1926)

Anche la fortuna della celebre lozione per capelli stava tramontando: con l’avvento, negli anni ’20, delle acconciature femminili corte, l’interesse per le pozioni Sutherland svanì di colpo. Nel 1926, le tre sorelle rimaste (Mary, Grace e Dora) si recarono ad Hollywood per partecipare alla realizzazione di un film tratto dalle loro vite. Mentre si trovavano là, Dora restò uccisa in un incidente automobilistico. Il film fu annullato.

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Grace Sutherland (1859 – 1946)

Mary e Grace, ridotte sul lastrico, finirono i loro giorni nella stessa povertà che avevano conosciuto da bambine. Vendettero la villa, e morirono dimenticate da tutti. Pochi anni dopo che l’ultima delle sorelle Sutherland era stata sepolta, la grande casa prese fuoco, e non ne rimase altro che un cumulo di macerie fumanti.

La memoria della loro strana e tragica vicenda, però, non si spense in quel rogo: oggi, nelle aste online, una bottiglia di vetro contenente il coltivatore di capelli The Seven Sutherlands è quotata intorno ai 250 dollari.

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(Grazie, AlmaCattleya!)

Il palo del barbiere

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Il palo del barbiere è un’insegna antichissima, che distingue questa attività sin dal Medioevo. Si tratta di un’asta più o meno lunga, con un pomo di bronzo all’estremità, e una spirale di strisce bianche e rosse che ne percorre la lunghezza (nella versione americana, compare anche il colore blu). Ma che significato ha?

Nell’antica Roma, farsi radere la barba era un implicito dovere di ogni adulto che non volesse sfigurare in società: se un uomo non era rasato, o era un filosofo o era un soldato, oppure… un barbone, appunto. Di conseguenza i tonsor erano fra i professionisti più pagati fra tutti, tanto che poeti satirici come Marziale o Giovenale non perdono occasione di ironizzare sugli ex-barbieri divenuti nobili cavalieri, che devono il loro successo alla forfex più che alla spada.

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Nel Medioevo, però, i barbieri assunsero anche un’altra funzione. Fra il 1123, anno del primo Concilio Lateranense, e il 1215, anno del quarto Concilio Lateranense, ai sacerdoti cattolici e ai diaconi venne proibito di praticare la medicina a discapito della loro funzione ecclesiastica. Fino ad allora, infatti (ne avevamo già parlato in questo articolo) erano proprio i religiosi che, edotti di anatomia, curavano i malati e spesso eseguivano piccole operazioni. Quando la Chiesa cominciò ad esigere il distacco da queste pratiche, furono i barbieri ad occupare la “nicchia” di lavoro appena liberatasi.

Nella bottega del barbiere quindi non ci si recava solo per tagliarsi i capelli o regolare la barba: in condizioni igieniche a dir poco aberranti, venivano svolti anche servizi quali l’incisione di ascessi, la ricomposizione delle fratture, l’estrazione di denti marci e la rimozione (lenta e paziente) di pidocchi, pulci e zecche.

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Ma nessuno di questi compiti era importante quanto la vera specialità dei barbieri: il salasso. Il prelievo di sangue (flebotomia) è un rimedio antico come il mondo, praticato già nell’antica Mesopotamia e in Egitto; la terapia, oggi ovviamente abbandonata, si basava sull’idea che il cibo si trasformasse in sangue all’interno del fegato, e venisse poi consumato con l’esercizio fisico: ma se questo sistema non funzionava correttamente, il sangue poteva ristagnare nel corpo, causando diversi disturbi, come mal di testa, febbre, fino addirittura all’infarto. Il controllo e il bilanciamento degli umori avveniva tramite l’incisione delle vene (o l’applicazione di sanguisughe, vedi questo post) in combinazione con farmaci emetici, per indurre il vomito, o diuretici.

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I chirurghi veri e propri ritenevano l’arte del salasso una pratica minore, ben al di sotto del loro status, e spedivano dal barbiere tutti i pazienti a loro parere curabili con un semplice prelievo di sangue.

Come altri artigiani, i barbieri si ingegnarono presto per trovare un modo di pubblicizzare la propria attività: ma all’inizio non ci andarono tanto per il sottile. Nella Londra medievale, ogni bottega esponeva alla finestra dei grandi boccali ripieni del sangue dei clienti, in modo che anche il più distratto dei passanti li notasse.

Nel 1307, la gente di Londra decise che ne aveva abbastanza di questi vasi ripieni di sangue putrido e coagulato, e venne emanata una legge che ordinava: “nessun barbiere sarà così temerario o ardito da mettere sangue nelle finestre”. La stessa legge imponeva ai barbieri di disfarsi dei liquidi corporali portandoli fino al Tamigi, e lanciandoli nel fiume.

Così la gilda dei barbieri si organizzò per trovare un simbolo meno cruento che pubblicizzasse i servizi offerti: ecco che comparve il palo. L’asta rimandava al palo che veniva dato da stringere al paziente durante il salasso, in modo che il braccio restasse orizzontale e le vene risultassero ben visibili a causa dello sforzo. Il pomo in bronzo all’estremità simboleggiava invece il vaso in cui il sangue si raccoglieva.

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Le strisce bianche e rosse all’inizio non erano affatto pitturate: si trattava delle bende insanguinate che venivano appese al palo ad asciugare, come prova dell’operazione avvenuta con successo; le bende, nel vento, si attorcigliavano all’asta. Con il tempo, si prese a dipingere direttamente il palo con la spirale bianca e rossa.

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Nel XVIII secolo le gilde di chirurghi e barbieri vennero distinte e regolate per legge, e i barbieri furono relegati alla sola tosatura dei capelli, prima in Inghilterra e poi nel resto dell’Europa. Questa perdita di prestigio dei barbieri coincide con la nascita della cosiddetta medicina moderna, intorno alla metà del 1700; ma l’insegna con il palo è rimasta fino ai giorni nostri. Ne esistono diverse varianti, spesso luminose e motorizzate: in America, viene usata anche una striscia blu, oltre a quelle rosse e bianche, forse a distinguere il sangue venoso da quello arterioso – o, molto più probabilmente, per richiamare i colori della bandiera. Anche in Italia può capitare di vedere ancora qualche esercizio che espone il palo multicolore, anche se fortunatamente il salasso non è più annoverato fra i servizi offerti dai moderni saloni di barbiere.

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F.A.Q. – Bellezza e tonicità

Caro Bizzarro Bazar, l’età avanza. Come posso mantenermi sempre giovane e bella?

Ti consigliamo le tre fasi del Trattamento Bellezza di Bizzarro Bazar®:

Fase 1 – Scrubbing. Ridona elasticità e vigore alla pelle immergendoti nella vasca dei Garra Rufa! Questi piccoli pesci elimineranno tutte le cellule morte dal tuo corpo (e forse qualcuna di quelle vive, ma bisogna pur soffrire, per essere belle).

Fase 2 – Hair conditioning. Restituisci lucentezza ai tuoi capelli secchi e danneggiati, proteggendoli e nutrendoli con un apporto naturale di proteine. Oggi, grazie al nuovo Concentrato Attivo di Sperma di Toro, i capelli si trasformano: più forti dall’interno, brilleranno di una nuova luce!

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Ma ricordati, se aprirai bocca per parlare, potrebbero sempre indovinare la tua intelligenza.