Una sfortunata esecuzione

Il volume Celebrated trials of all countries, and remarkable cases of criminal jurisprudence (1835) raccoglie 88 resoconti di fatti di sangue e curiosi processi.
Diversi aneddoti sono interessanti, ma una doppia impiccagione avvenuta nel 1807 è particolarmente stupefacente per gli inattesi effetti collaterali che provocò.

Il 6 novembre 1802 John Cole Steele, proprietario di un deposito di acqua di lavanda, stava viaggiando da Bedfont, alla periferia di Londra, alla sua casa di Strand. Era notte fonda e il commerciante, non avendo trovato una carrozza, camminava da solo.
La luna era appena sorta, quando Steele fu accerchiato da tre uomini che si nascondevano nei cespugli. Erano John Holloway e Owen Haggerty — due piccoli criminali che vivevano di espedienti, continuamente dentro e fuori dal carcere; assieme a loro, il complice Benjamin Hanfield, reclutato qualche ora prima a una locanda.
E proprio Hanfield si sarebbe rivelato l’anello debole. Quattro anni più tardi, su promessa amnistia per altri reati, avrebbe vividamente raccontato agli inquirenti la scena a cui aveva assistito quella notte:

Vedemmo un uomo venire verso di noi e, avvicinatici, gli ordinammo di fermarsi, cosa che fece immediatamente. Holloway gli passò attorno, e gli disse di darci i soldi. Lui rispose che li avremmo avuti, e che sperava che non gli avremmo fatto del male. [Steele] mise una mano in tasca, e diede i soldi a Haggerty. Io gli chiesi il portafoglio. Lui rispose che non ne aveva uno. Holloway insistette che doveva avere un portafoglio e che se non gliel’avesse consegnato, l’avrebbe steso a terra. A quel punto io gli presi le gambe. Holloway stava alla sua testa, e giurò che se avesse gridato gli avrebbe spaccato il cervello. [Steele] ripeté che sperava che non lo avremmo maltrattato. Haggerty si mise a perquisirlo quando [Steele] fece qualche resistenza, e si divincolò così tanto che finimmo dall’altra parte della strada. Si mise a gridare forte, e siccome stava arrivando una carrozza, Holloway disse “Attenti, farò star zitto io questo bastardo”, e immediatamente gli inferse diversi violenti colpi sulla testa e sul corpo. [Steele] lanciò un pesante grugnito, e si allungò senza vita. Io mi allarmai, e dissi, “John, l’hai ucciso”. Holloway replicò che era una bugia, che era solo stordito. Io dissi che non sarei rimasto più a lungo, e subito partii verso Londra, lasciando Holloway e Haggerty con il corpo. Arrivai a Hounslow, e mi fermai alla fine della città per quasi un’ora. Holloway e Haggerty arrivarono, e dissero che avevano finito il lavoro, e come prova mi misero in mano il cappello del morto. […] Io dissi a Holloway che era stato un affare crudele, e che mi dispiaceva avervi partecipato in alcun modo. Girammo per una strada, e tornammo a Londra. Mentre camminavamo, chiesi a Holloway se avesse preso il portafogli. Lui rispose che non importava, perché siccome avevo rifiutato di condividere il pericolo, non avrei condiviso il bottino. Arrivammo al Black Horse di Dyot Street, ci facemmo mezza pinta di gin, e ci lasciammo.

Una rapina finita male, dunque, come ce ne sono tante. Holloway e Haggerty l’avrebbero di certo passata liscia: le investigazioni non portarono a nulla per quattro anni, finché Hanfield non si mise a spifferare tutto.
I due vennero arrestati grazie alle deposizioni di Hanfield , nonostante si fossero dichiarati innocenti, la giuria emise il verdetto di morte per entrambi gli imputati: Holloway e Haggerty sarebbero stati impiccati un lunedì, il 22 febbraio 1807.
Durante tutta la notte di domenica, i condannati continuarono a gridare la loro estraneità ai fatti, lacerando “la terribile calma della mezzanotte“.

La mattina del 22 febbraio 1807, i due vennero portati al patibolo di Newgate. Assieme a loro sarebbe stata impiccata anche Elizabeth Godfrey, colpevole di aver accoltellato il suo vicino di casa Richard Prince.
Tre esecuzioni in contemporanea: era uno spettacolo raro, da non perdere. Per questo motivo circa 40.000 persone si erano radunate per assistere all’evento, stipate in ogni centimetro di spazio fuori da Newgate e davanti all’Old Bailey.

Haggerty fu il primo a salire sulla forca, silenzioso e rassegnato. Il boia, William Brunskill, gli coprì il capo con il cappuccio di tela bianca. Poi fu il turno di Holloway, che invece perse il suo sangue freddo, e cominciò a urlare “Sono innocente, innocente, per Dio!”, mentre il suo volto veniva coperto con il sacco. Infine anche la tremante Elizabeth Godfrey fu fatta accomodare accanto agli altri due.
Alla fine delle preghiere, il prete fece cenno al carnefice di compiere la sua opera.
Alle 8.15 circa, le botole si aprirono sotto ai piedi dei condannati. Haggerty e Holloway morirono sul colpo, mentre la donna si agitò convulsamente per qualche tempo prima di spirare. “Dying hard“, morire difficile, era il modo di dire all’epoca.

Ma i tre non sarebbero stati le uniche vittime di quella fredda mattinata di morte: la folla, d’un tratto, cominciò a muoversi come un’immensa marea fuori controllo.

La pressione della folla era tale che prima che i malfattori apparissero, numerose persone urlavano in vano per sfuggirvi: il tentativo aumentava soltanto la confusione. Diverse donne di bassa statura, che erano state così imprudenti da inoltrarsi nella folla, erano in una penosa situazione: le loro grida erano terribili. Alcune fra loro, che gli uomini non riuscirono più a proteggere, caddero e vennero calpestate a morte. Fu così anche per molti uomini e ragazzi. Ovunque c’erano grida continue di “Assassinio! Assassinio!” in particolare dalle spettatrici e dai bambini, alcuni dei quali furono visti spirare senza possibilità della minima assistenza, poiché tutti erano intenti a preservare la propria stessa vita. La scena più toccante fu vista a Green-Arbour Lane, quasi all’opposto del patibolo. La deplorevole catastrofe che accadde in quel punto venne ricondotta al fatto che mentre due uomini vendevano torte al pubblico, a uno di loro cadde il cesto, e una parte della folla, ignara di quello che era successo e al tempo stesso pressata, cadde sul cesto e sull’uomo che stava raccogliendolo con le torte che conteneva. Coloro che caddero una volta non poterono alzarsi mai più, vista la pressione esercitata dalla folla. In questo punto fatale, un uomo di nome Herrington fu gettato a terra mentre aveva in braccio il suo figlio più giovane, un bel giovinetto di circa dodici anni. Il pargolo fu presto calpestato a morte; il padre si riprese, anche se ricoperto di lividi, e finì tra i feriti al St. Bartholomew’s Hospital.

Il passo seguente è particolarmente agghiacciante:

Una donna, che era stata così avventata da portare con sé il figlioletto al seno, fu tra gli uccisi: mentre cadeva, forzò il bambino fra le braccia dell’uomo vicino a lei, chiedendogli in nome del Cielo di salvargli la vita; l’uomo, accorgendosi di necessitare di tutta la sua fatica per rimanere in vita, lanciò l’infante lontano da sé, il quale fu fortunosamente preso al volo da un altro uomo che, parimenti trovando difficile assicurarsi la salvezza, se ne sbarazzò allo stesso modo. Il bambino venne di nuovo preso da una persona, la quale trovò il modo di lottare fino a un carro, sotto il quale depose il bambino fino a che il pericolo non era passato, e la folla dispersa.

Altri si salvarono fortunosamente, come riporta The Annual Register del 1807:

Un giovanotto […] era caduto […] ma aveva tenuto la testa scoperta, e si era fatto strada sopra ai cadaveri, che giacevano in un mucchio alto quanto la folla, finché non fu in grado di arrampicarsi sulle teste della gente fino a un lampione, da cui entrò nella finestra del primo piano di Mr. Hazel, fabbricante di candele di sego, all’Old Bailey; era molto malconcio, e avrebbe sofferto lo stesso destino del suo compagno, se non fosse stato posseduto da grande forza.

La turba impazzita lasciò una scena di devastazione apocalittica.

Dopo che i corpi furono tirati giù dalle corde, e il patibolo rimosso dal cortile dell’Old Bailey, i marescialli e gli sceriffi liberarono le strade dov’era successa la catastrofe, quando quasi un centinaio persone, morte o in stato di incoscienza, furono trovate sulle strade. […] Una madre fu vista mentre portava via il corpo senza vita di suo figlio; […] un giovane marinaio era rimasto ucciso dall’altra parte di Newgate, per soffocamento; in una piccola sacca che portava c’era una buona quantità di pane e formaggio, e si pensa che fosse venuto da lontano per assistere all’esecuzione. […] Fino alle quattro di pomeriggio, la maggior parte delle case adiacenti contenevano feriti, che vennero poi portati via dai loro amici sulle barelle o in carrozze a pagamento. Al Bartholomew’s Hospital, dopo che i cadaveri furono spogliati e lavati, vennero ordinati in una sala, coperti da lenzuoli, e i loro vestiti furono posti come cuscini sotto le teste; i loro volti erano scoperti, e c’era un corrimano al centro della stanza; le persone che erano ammesse allo scioccante spettacolo, e che ne identificarono molti, entravano da una parte e ritornavano dall’altra. Fino alle due, gli ingressi dell’ospedale furono assediati da madri che piangevano i loro figli! mogli che piangevano i mariti! e sorelle i loro fratelli! e vari individui, i loro parenti e amici!

C’è però un ultimo colpo di scena in tutta questa storia: c’è un’alta probabilità che Holloway e Haggerty fossero davvero innocenti.
Henfield, il testimone chiave, potrebbe infatti aver mentito al fine di vedersi prosciolto dalle sue imputazioni.

L’avvocato difensore James Harmer (lo stesso che, per inciso, ispirerà Charles Dickens per il suo Great Expectations), pur sicuro inizialmente della colpevolezza degli imputati, continuò a investigare dopo la loro morte e finì per cambiare parere, pubblicando addirittura un pamphlet a sue spese per denunciare l’errore della giuria. Tra le altre cose, Harmer scoprì che Hanfield aveva già provato il trucchetto in precedenza, quando era stato accusato di diserzione nel 1805: aveva tentato di confessare una rapina per evitare la punizione marziale.
La Corte stessa era consapevole della probabilità che i veri criminali non fossero mai stati puniti, visto che nel 1820, 13 anni dopo la rovinosa impiccagione, dell’omicidio di Steele venne accusato un certo John Ward, poi prosciolto per mancanza di prove (cfr. Linda Stratmann in Middlesex Murders).

In un solo giorno la giustizia aveva causato la morte di decine e decine di innocenti — inclusi i condannati.
Davvero una delle più sfortunate esecuzioni che Londra avesse mai visto.

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Ho già scritto di condanne capitali finite male nel mio articolo sul boia maldestro; sempre al riguardo su Bizzarro Bazar trovate anche questo post sulla stampa dell’epoca specializzata in racconti di esecuzioni.

Il boia maldestro

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Londra, durante i circa trent’anni della Restaurazione (1660-1688), era una città in preda alla violenza, immersa in un clima di paranoia e terrore. Oltre ai “classici” crimini come furti, rapine, omicidi e via dicendo, si rischiava anche di venire denunciati come cattolici, o peggio ancora nemici della corona: i processi, religiosi e politici, colpivano chi non era devotamente aderente all’ortodossia anglicana, così come chi aveva avversato il ritorno di Re Carlo II. E la pena capitale era inflitta con inquietante leggerezza, soprattutto durante le famigerate “assise sanguinose” nel 1685, presiedute dal temibile giudice Jeffreys che mandò al patibolo quasi 300 uomini senza battere ciglio.

Dal 1666 al 1678, il più celebre fra i boia era certamente Jack Ketch. Forse di origini irlandesi, la sua data di nascita non si conosce, né si sa quale mestiere svolgesse prima di diventare carnefice della corona. Molto spesso gli aguzzini avevano una carriera di macellaio alle spalle, e in effetti Ketch mostrava una certa dimestichezza nello squartare i cadaveri dei condannati.

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All’epoca, infatti, la pena più severa fra tutte era riservata agli accusati di alto tradimento, e veniva denominata hanged, drawn and quartered: il condannato veniva legato a un’asse e trascinato da un cavallo fino alla pubblica piazza; qui, veniva completamente denudato e legato ad una scala in legno. (Per legge, le donne accusate del medesimo crimine andavano a questo punto arse vive – perché denudarle pubblicamente avrebbe offeso il comune pudore…).
Il collo veniva assicurato ad uno dei pioli della scala con una corda stretta a nodo corto, in modo da soffocare il suppliziato ma senza ucciderlo. Gli venivano tagliati pene e testicoli, e gettati in un braciere; ancora vivo, il condannato veniva poi sbudellato, e le sue viscere erano estratte dal boia che le bruciava di fronte ai suoi occhi. Infine si procedeva a decapitare il condannato, e a squartarne il corpo in quattro parti.

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Ma non era finita qui: i resti del giustiziato dovevano essere esposti in vari punti strategici di Londra, come ad esempio lungo il London Bridge o a Temple Bar, affinché servissero da monito. Ecco che Ketch procedeva quindi, nelle segrete della prigione di Newgate, chiamate appropriatamente Jack Ketch’s Kitchen, a bollire i “quarti” dei condannati. Nel 1661 un visitatore di nome Ellwood descrisse quanto vide, come in una scena di un moderno film horror: “teste venivano portate per essere bollite, dentro a sporchi cesti di vimini, e i boia compiaciuti e beffardi le canzonavano”. Le teste venivano gettate nelle pentole e bollite nella canfora per prevenire la putrefazione, prima di essere esposte nei luoghi di maggior passaggio.

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Ketch dovette occuparsi di diversi condannati a questo tipo di supplizio, perché quando Carlo II cominciò la restaurazione vennero mandati a morte tutti i regicidi (responsabili di aver firmato la condanna di Carlo I) che erano ancora in vita. Ma la maggior parte dei suoi servigi riguardavano le “semplici” impiccagioni, nelle quali eccelleva.

Purtroppo per lui, un punto debole Ketch ce l’aveva. Per quanto fosse a suo agio con cappi e coltelli, non sapeva proprio maneggiare l’ascia. A sua discolpa, c’è da dire che le decapitazioni erano relativamente rare e riservate ai nobili; fino a pochi anni prima, si faceva addirittura arrivare un boia dal Continente, esperto nell’utilizzo dell’ascia. Fatto sta che Ketch (a causa di tagli nel budget giudiziario?) si prese carico anche di quest’arte in cui non aveva alcuna esperienza, e che avrebbe macchiato per sempre il suo buon nome.

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Il primo grosso scandalo che riguardò il boia fu l’esecuzione di Lord Russell nel 1683. Secondo la legge, il nobiluomo andava decapitato con un solo fendente, e una volta sul patibolo Lord Russell pagò, com’era d’uso a quel tempo, una bella somma a Ketch affinché svolgesse il suo lavoro in maniera decisa e pulita.
Mai soldi furono spesi peggio.

Secondo alcuni, il boia esagerava spesso con l’alcol – abitudine che, come si sa, non aiuta la mira. Fatto sta che Ketch sollevò la mannaia, ma il colpo che si abbattè sul condannato ferì il collo senza staccare la testa; la seconda stoccata ancora una volta non bastò. Lord Russell era ancora vivo, fra spruzzi di sangue e urla disumane. Un altro paio di colpi, e finalmente la lama fece rotolare via la testa di Lord Russell. Quell’infinita agonia fu talmente straziante da impressionare perfino le folle abituate al sangue, che seguivano avidamente e con regolarità le esecuzioni. Ketch fu costretto a pubblicare un opuscolo intitolato Apologie, in cui si scusava per la barbarie dello spettacolo, adducendo come attenuante il fatto che Lord Russell aveva sbagliato a “posizionarsi nel modo corretto” sui ceppi.

Due anni dopo, venne il turno di James Scott, primo Duca di Monmouth, anch’egli condannato alla decapitazione. Il Duca rifiutò il cappuccio o qualsiasi altro trattamento di favore, e una volta sul patibolo allungò la solita, profumata mancia a Ketch. Le sue ultime parole furono: “Non servitemi come avete fatto con Lord Russell. Ho sentito che l’avete colpito tre o quattro volte…”

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Questa volta, se possibile, andò ancora peggio. Il primo fendente colpì addirittura la spalla del povero Duca; il secondo e il terzo non fecero che aprire nuove ferite non fatali. Fra i fischi della folla, Ketch depose l’ascia, deciso a lasciar perdere: lo fecero risalire sul patibolo a completare il lavoro. Ci vollero dai cinque agli otto colpi prima che il condannato finisse di soffrire. La gente era talmente inferocita che, se non ci fossero state le guardie a proteggerlo mentre si allontanava, Ketch sarebbe stato linciato sul posto.

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Un anno dopo, nel 1686, Ketch fu incarcerato per resistenza ad un ufficiale; il suo assistente, Paskah Rose, prese il suo posto ma venne arrestato dopo appena quattro mesi, per rapina. Una volta uscito di prigione, Ketch riprese la sua carica, e ricominciò proprio dall’impiccagione del suo assistente a Tyburn. Verso la fine dello stesso anno, Jack Ketch morì.

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A quanto si dice, Ketch fu un personaggio davvero spiacevole, costantemente ubriaco, ossessivamente avido di denaro, sempre pronto a lamentarsi del proprio compenso e a rivendere i vestiti dei condannati più nobili. Eppure, a causa delle sue ultime, maldestre performance, la figura di Ketch si guadagnò inaspettatamente un posto di rilievo nell’immaginario popolare: protagonista di ballate, poemi, pamphlet, citato da scrittori del calibro di Dickens, divenne il classico spauracchio per minacciare i bambini indisciplinati. E, grazie al tipico black humor inglese, entrò a far parte dei teatri di burattini della tradizione di Punch & Judy: in questi spettacoli, spesso il “boia pasticcione” viene ingannato e finisce immancabilmente per impiccarsi da solo.

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Bloody Murders

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Quando state entrando ad un concerto, o a uno spettacolo teatrale, vi viene consegnato il programma della serata. Una cosa simile accadeva, in Inghilterra, anche per un tipo particolare di spettacolo pubblico: le esecuzioni capitali.

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Nel XVIII e XIX Secolo, infatti, alcune stamperie e case editrici inglesi si erano specializzate in un particolare prodotto letterario. Venivano generalmente chiamati Last Dying Speeches (“ultime parole in punto di morte”) o Bloody Murders (“sanguinosi omicidi”), ed erano dei fogli stampati su un verso solo, di circa 50×36 cm di grandezza. Venivano venduti per strada, per un penny o anche meno, nei giorni precedenti un’esecuzione annunciata; quando arrivava il gran giorno, veniva preparata spesso un’edizione speciale per le folle che si assiepavano attorno al patibolo.

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Sull’unica facciata stampata si potevano trovare tutti i dettagli più scabrosi del crimine commesso, magari un resoconto del processo, e anche delle accattivanti illustrazioni (un ritratto del condannato, o del suo misfatto, ecc.). Usualmente il testo si concludeva con un piccolo brano in versi, spacciato per “le ultime parole” del condannato, che ammoniva i lettori a non seguire questo funesto esempio se volevano evitare una fine simile.

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La vita di questi foglietti non si esauriva nemmeno con la morte del condannato, perché nei giorni successivi all’esecuzione ne veniva stampata spesso anche una versione aggiornata con le ultime parole pronunciate dal condannato – vere, stavolta -, il racconto del suo dying behaviour (“comportamento durante la morte”) o altre succulente novità del genere.

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I Bloody Murders erano un ottimo business, appannaggio di poche stamperie di Londra e delle maggiori città inglesi: costavano poco, erano semplici e veloci da preparare, e alcune incisioni (ad esempio la figura di un impiccato in controluce) potevano essere riutilizzate di volta in volta. Il successo però dipendeva dalla tempestività con cui questi volantini venivano fatti circolare.

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Questi foglietti erano pensati per un target preciso, le classi medie e basse, e facevano leva sulla curiosità morbosa e sui toni iperbolici per attirare i loro lettori. Era un tipo di letteratura che anche le famiglie più povere potevano permettersi; e possiamo immaginarle, raccolte attorno al tavolo dopo cena, mentre chi tra loro sapeva leggere raccontava ad alta voce, per il brivido e il diletto di tutti, quelle violente e torbide vicende.

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La Harvard Law School Library è riuscita a collezionare più di 500 di questi rarissimi manifesti, li ha digitalizzati e messi online. Consultabili gratuitamente, possono essere ricercati secondo diversi parametri (per crimine, anno, città, parole chiave, ecc.) sul sito del Crime Broadsides Project.

Il Museo Criminologico di Roma

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Nella seconda metà dell’800, in Europa e in Italia, divenne sempre più evidente la necessità di una riforma carceraria; allo stesso tempo, e grazie agli intensi dibattiti sulla questione, crebbe l’interesse per lo studi delle cause della delinquenza, e dei possibili metodi per curarla. Mentre quindi la Polizia Scientifica muoveva i primi passi, il grande criminologo Cesare Lombroso studiava le possibili correlazioni fra la morfologia fisica e l’attitudine al delitto, e grazie a lui prendeva vita il primo, grande museo di antropologia criminale a Torino.

A Roma, invece, si dovette aspettare fino al 1931 perché potesse aprire al pubblico il “Museo Criminale”, che ospitava la collezione di reperti utilizzati precedentemente per gli studi della scuola di Polizia scientifica. Il Museo ebbe poi fasi e fortune alterne, tanto da venire chiuso nel 1968, e riaperto solo nel 1975 con la nuova denominazione “MUCRI – Museo criminologico”. La nuova sede, all’interno delle carceri del palazzo del Gonfalone, è quella in cui il Museo si trova ancora oggi. Dalla fine degli anni ’70 il museo è stato nuovamente chiuso per quasi vent’anni, per riaprire al pubblico nel 1994.

Il Museo oggi conta centinaia di reperti, divisi in tre grandi sezioni: la Giustizia dal Medioevo al XIX secolo, l’Ottocento e l’evoluzione del sistema penitenziario, il Novecento e i protagonisti del crimine.

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La prima sezione, che ripercorre i metodi di punizione e di tortura in uso dal Medioevo fino al XIX secolo, è ovviamente la più impressionante. Dalle asce per decapitazione cinquecentesche, alle gogne, ai banchi di fustigazione, alle mordacchie, agli strumenti di tortura dell’Inquisizione, tutto ci parla di un’epoca in cui la crudeltà delle pene eguagliava, se non addirittura superava, quella del crimine stesso. Fra gli oggetti esposti segnaliamo la tonaca del celebre boia pontificio Mastro Titta, la spada che decapitò Beatrice Cenci, una forca e tre ghigliottine (fra cui quella in uso a Piazza del Popolo fino al 1869).

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Nella seconda sezione, dedicata all’Ottocento, troviamo traccia della nascita dell’antropologia criminale, e dell’evoluzione del sistema carcerario. Possiamo vedere il calco del cranio del brigante Giuseppe Villella (su cui Lombroso scoprì nel 1872 la “prova” della delinquenza atavica: la “fossetta occipitale mediana”); lo spazio dedicato agli attentati politici espone, tra l’altro, il cranio, il cervello e gli scritti dell’anarchico lucano Giovanni Passannante, che attentò alla vita del re Umberto I a Napoli, nel 1878. Ugualmente impressionanti il letto di contenzione e le camicie di forza che testimoniano la nascita dei manicomi criminali.

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Ma forse la parte più sorprendente è quella delle cosiddette “malizie carcerarie”, ovvero i sotterfugi con cui i detenuti comunicavano tra di loro, occultavano armi o inventavano sistemi per evadere o compiere atti di autolesionismo. Un’estrema inventiva che si tinge di toni tristi e spesso macabri.

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L’ultima sezione, quella dedicata ai grandi episodi di cronaca nera del Novecento, è una vera e propria wunderkammer del crimine, dove decine e decine di oggetti e reperti sono esposti in un percorso eterogeneo che spazia dagli anni ’30 agli anni ’90. Una stanza ospita armi e indizi trovati sulla scena dei delitti italiani fra i più celebri, come ad esempio quelli perpetrati da Leonarda Cianciulli, la “saponificatrice di Correggio”; tra gli altri, sono esibiti gli oggetti personali di Antonietta Longo, la “decapitata di Castelgandolfo”, le armi della banda Casaroli, la pistola con cui la contessa Bellentani uccise il suo amante durante una sfarzosa serata di gala. Vi si trovano anche materiali pornografici sequestrati (quando erano ancora illegali), ed esempi di merce di contrabbando, inclusi numerosi quadri ed opere d’arte.

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Altre vetrine interessanti ripercorrono le testimonianze relative alla criminalità organizzata, al banditismo (con oggetti appartenuti a Salvatore Giuliano), al terrorismo, e a tutte le declinazioni possibili del crimine (furti, falsi, giochi d’azzardo, ecc.). Nella sezione dedicata allo spionaggio si può ammirare uno splendido e curioso baule dentro il quale fu rinvenuto, dopo un rocambolesco inseguimento, un piccolo ometto seduto su un seggiolino, legato con le cinghie e avvolto da coperte e cuscini. Si trattava di una spia che cercava di imbarcarsi clandestinamente all’aeroporto di Fiumicino.

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Il Museo Criminologico si trova in Via del Gonfalone 29 (una laterale di Via Giulia), ed è aperto dal martedì al sabato dalle ore 9 alle 13; martedì e giovedì dalle 14.30 alle 18.30. Ecco il sito ufficiale del MUCRI.