Le mummie di Palermo: un dialogo silenzioso

Questo mio articolo è apparso originariamente sul primo numero, intitolato “Apocrifo Siciliano”, del libro-rivista Cariddi – Rivista Vorace, edito da Rossomalpelo Edizioni di Catania. La rivista esplora le innumerevoli versioni di una Sicilia dimenticata, occulta, sospesa tra le molteplici magie del fantastico e le illusioni della realtà — in un racconto collettivo al quale hanno partecipato giornalisti, scrittori, illustratori, critici letterari e fotografi per affrontare le mille facce della Sicilia.
Cariddi si trova in libreria (sul profilo FB Cariddi – Rivista Vorace trovate tutti i punti vendita che la ospitano), su Amazon e gli altri store online, oppure è possibile ordinarne una copia scrivendo una mail alla casa editrice.

 

La prima volta non si scorda mai.
Appena entrato all’interno delle Catacombe dei Cappuccini, l’impressione fu quella di trovarmi di fronte a un gigantesco exercitus mortuorum, una spaventosa armata di revenant. Morti tutt’intorno dalla pelle arsa e rinsecchita, centinaia di bocche spalancate, mandibole abbassate da secoli di gravità, le orbite vuote eppure terribilmente espressive. La sensazione durò pochi secondi, perché in realtà nell’ipogeo regnava una pace così perfetta che lo sconcerto iniziale cedette il passo a un sentimento diverso: avvertii di essere un intruso.

Estraneo, in quanto uomo vivo in uno spazio sacro abitato dai morti; tutti coloro che scendono qui ammutoliscono di colpo. È il visitatore a sentirsi sotto scrutinio.
Io ero inoltre alieno a una cultura, quella siciliana, che dimostrava una familiarità con i suoi defunti inconcepibile per qualcuno nato e cresciuto al nord. La morte qui non era occultata dietro lastre di marmo, anzi: se ne faceva spettacolo. Esibito teatralmente, esposto come mirabilis – degno d’ammirazione – stava in bella mostra il vero rimosso del nostro tempo: il cadavere.

Un cadavere lavorato con cura dai frati, secondo un procedimento affinato nel tempo. Uno dei termini tecnici che gli antropologi usano per indicare il trattamento di scolatura e mummificazione delle salme è “tanatometamorfosi”, che rende bene l’idea della vera e propria trasformazione strutturale a cui viene sottoposto il corpo.
Una simile conservazione aveva peraltro costi non indifferenti, che solo i più abbienti potevano permettersi (anche in morte ci sono cittadini di prima e seconda classe). Ma questo non sorprende se si pensa alle innumerevoli, monumentali cittadelle dei morti, per innalzare le quali i vivi sono disposti a spendere fatiche e fortune ingenti. Quello che mi colpiva, mentre sfilavo davanti alle mummie, era che in questo caso l’investimento non era servito a costruire un fastoso mausoleo celebrativo quanto piuttosto a congelare, per quanto possibile, le fattezze del morto nel tempo.

Ecco, il tempo. Lì sotto scorreva in maniera diversa rispetto alla superficie, o forse non scorreva affatto. Sospeso, aveva smesso di divorare e trasfigurare la materia.
Indugiando sui volti antichi, sui logori vestiti, sulle mani avvizzite, risultava chiaro lo scopo di questa pratica: salvaguardare non la memoria del defunto, ma l’identità stessa.
Se in un ossario i morti sono tutti identici, il processo di mummificazione ha invece la virtù di rendere ogni corpo diverso dall’altro, di conferire ai resti una spiccata personalità – effetto ulteriormente amplificato quando la mummia indossa gli abiti che sfoggiava in vita.
Tra tutte le barriere che l’uomo ha innalzato nel donchisciottesco tentativo di negare l’impermanenza, questa è forse quella che più si avvicina al successo; è una strana strategia, perché invece di allontanare la morte, la si abbraccia fino a renderla parte della quotidianità. Così questi individui non erano mai veramente morti: i familiari potevano tornare a visitarli, a parlarci, se ne prendevano cura. Erano antenati che non avevano mai del tutto attraversato la soglia.

A poco a poco le mummie iniziarono a sembrarmi benevole – perfino solidali, come lo è sempre chi ha davvero coscienza della finitezza. I volti scheletrici, che potevano incutere timore, se osservati abbastanza a lungo apparivano sereni; tanto che non ero più così certo di compatire la loro condizione. Dentro di me cominciai una sorta di conversazione con la folla silenziosa, depositaria di un segreto inviolabile. Forse il loro sussurro, che dall’altra sponda tentava di raggiungermi, voleva rassicurarmi; forse raccontava la fine di ogni turbamento.

Quel dialogo muto e misterioso, iniziato allora, non si è mai più interrotto.
Qualche anno dopo tornai alle Catacombe assieme al fotografo Carlo Vannini. Restammo all’incirca una settimana in compagnia delle mummie, giorno e notte. Chi può dire se mi riconobbero? Da parte mia imparai a distinguerle una per una, a discernere ogni voce, poiché ancora mi chiamavano senza bisogno di parole.

Il mio primo libro, pubblicato per Logos Edizioni, fu proprio La Veglia Eterna.
In occasione della ristampa nel 2017 venne impreziosito da una prefazione del conservatore scientifico delle catacombe, il paleopatologo Dario Piombino-Mascali – il quale a sua volta, mentre scrivo, ha dato alle stampe quella che si preannuncia come la guida storico-scientifica definitiva sulle Catacombe, per i tipi di Kalòs Edizioni.
Dall’analisi delle mummie un paleopatologo è in grado di ricavare indizi sulle loro abitudini di vita, di risalire alla loro storia personale: a un esperto come lui, i corpi parlano davvero. Ma proprio adesso stanno parlando, ne sono certo, anche all’ennesima comitiva scesa nel fresco sottosuolo e incantata di fronte alla straordinaria visione.
Queste mummie, a cui mi lega un sentimento profondo e inesplicabile, mormorano a chiunque sappia davvero ascoltare.

Miraggi

Tutto quel che vediamo, quel che sembriamo
non è che un sogno dentro un sogno.
(E. A. Poe)

∼ Miraggi inferiori ∼

Aria molto calda vicina al suolo, e più fredda al di sopra. I raggi di luce rifratti dagli oggetti in lontananza vengono deviati dalla colonna di aria torrida che si sposta verso l’alto. Ecco il miraggio classico dei beduini del Sahara, le oasi fresche fra le dune e le pozze d’acqua là dove non c’è altro che sabbioso deserto.

Miraggio che accompagna anche un altro tipo di nomade, colui che non può fare a meno di viaggiare perché è in preda ai blues dell’autostrada, e che sa bene come l’asfalto possa apparire bagnato sotto il sole rovente.

Più ci si avvicina, più l’illusione svanisce. Ci affrettiamo verso l’acqua agognata per scoprire che era soltanto un inganno; e il correre nient’altro ha fatto se non peggiorare la nostra sete. “Perché l’acqua di un miraggio non è vista da chi vi sta vicino? – si domandava NāgārjunaIl modo in cui questo mondo è visto come reale da chi sta lontano non è lo stesso in cui è visto da chi sta vicino, per il quale è privo di realtà, come un miraggio”. Forse anche noi presto saremo abbastanza vicini alla verità da renderci conto che è un’illusione.

∼ Miraggi superiori∼

Il transatlantico, nella notte scura rischiarata soltanto dalle stelle, filava sull’acqua maestoso. A bordo, passeggeri in festa: all’orizzonte, una strana bruma. Reginald Lee era di vedetta:

Una notte chiara e stellata sopra di noi, ma al momento dell’incidente c’era una nebbia a prua, […] in effetti si estendeva più o meno per tutto l’orizzonte. Nessuna luna.

Foschia scura, corolla indefinibile, appena sopra l’orizzonte, ma troppo lontana per sembrare un funesto presagio. Dal nulla di quella caligine poi, senza preavviso, come un gigante che irrompesse in scena dal sipario funebre, ecco l’enorme profilo lattiginoso.

Era una massa scura che venne fuori da quella nebbia e non c’era traccia di bianco finché non fu proprio accanto al fianco della nave.

Sembra che sia andata proprio così: il Titanic probabilmente affondò per colpa di un miraggio. La montagna di ghiaccio era nascosta fino all’ultimo istante dalla luce siderale, piegata dal freddo del mare.

Ironicamente, si tratta dello stesso genere di miraggio che diede a un’altra nave, questa volta fantastica, una vita eterna, una persistenza tenace nelle fantasie dei marinai. L’Olandese Volante, che fluttuava immortale sopra le acque dell’oceano, forse deve la sua leggenda all’abbaglio chiamato “miraggio superiore”. Superiore perché le sue fantasmagorie appaiono sopra la linea dell’orizzonte, e talvolta le navi che stanno al di là della curvatura della Terra, e che non potremmo a rigore riuscire a vedere, ci appaiono sospese nell’aria.


Come gli alpinisti, che temono e rispettano la montagna, il popolo del mare conosceva un segreto che sfuggiva agli uomini di terraferma. Era conscio della natura insidiosa dell’acqua, sapeva i gorghi pronti a spalancarsi, le visioni, i fuochi magici sui pennacchi, i terribili mostri gemelli che attendevano le imbarcazioni in quella striscia di mare fra Sicilia e Calabria.

∼ Fata Morgana ∼

È proprio sullo Stretto di Messina che di tanto in tanto è avvistato il Castello nel Cielo, la dimora della Fata, crudele sorellastra di Artù figlio di Pendragon. Le arti magiche della fattucchiera fanno sì che il maniero alato sia visibile sia dalle coste dell’isola che dalle sponde calabre. Molti credettero di poter conquistare i suoi tremuli bastioni, finendo miseramente affogati.

Così la Fata Morgana ha dato il nome al più raro dei miraggi superiori, capace di accavallare tre o più strati di oggetti, invertiti e distorti, in un magma visivo in costante mutamento. Il miraggio definitivo, in cui nulla è ciò che appare; apparizioni impossibili di torri lontane e cupe, città incantate, foreste fantasma. L’orizzonte non è più una promessa, ma un beffardo abbaglio.

∼ Il miraggio del Tutto ∼

Una volta Chuang-Tzu sognò d’essere una farfalla: era una farfalla perfettamente felice, che si dilettava di seguire il proprio capriccio. Non sapeva d’essere Tzu. Improvvisamente si destò e allora fu Tzu, gravato dalla forma. Non sapeva se era Tzu che aveva sognato d’essere una farfalla, o una farfalla che sognava d’essere Tzu.

Quello che Chuang-Tzu omette di considerare è la possibilità che sia lui che la farfalla siano un sogno: il sogno di qualcun altro.
I fisici quantistici, moderni poeti, mistici, artisti, ci suggeriscono la possibilità di un cosmo olografico. Per alcuni uomini di scienza, l’intero universo sarebbe un simulacro, una sofisticata simulazione (atomi-pixel), e noi i personaggi che a poco a poco stanno prendendo coscienza di far parte di un gioco. Il metodo di Galilei abbraccia ora le lucide allucinazioni dei mangiatori d’oppio, è la matematica a dirci per prima che “la vita è sogno”.

Fra i sostenitori dell’ipotesi che vede questo universo come un’elaborata finzione all’interno di un algoritmo alieno, c’è anche un controverso, visionario innovatore che sta cercando di metterci al riparo dalla minaccia delle Intelligenze Artificiali forti. Il suo inconcepibile progetto: fondere le nostre cortecce cerebrali con la Rete, liberandoci per sempre dal virus del linguaggio e, nel tempo, riprogrammando dall’interno un corpo ormai obsoleto. Mutate or die!
E la mutazione comincerà, c’è da starne certi, non nel giro di duecento anni, ma nei prossimi dieci o quindici.

Oggi ci guardiamo attorno, e tutto è miraggio.
Da millenni si discute del Grande Sogno, ma mai come ora il velo di Maya è stato così sottile, pronto a strapparsi ad ogni istante.
Cosa può significare, per noi, accettare una possibile irrealtà del tutto? Significa forse il relativismo assoluto, che uccidere non è poi così grave, che tutto è privo di valore? Non erano le ultime parole di Hassan-i Sabbāhnulla è vero, tutto è permesso”?
[Il vecchio Uncle Bill sorride sornione dal suo universo parallelo, attorniato da seducenti ragazzi-scolopendra.]
O dobbiamo intendere il miraggio come liberazione? Che, finalmente, la morte sia davvero quel passaggio raccontato da tutti gli illuminati, e che il mondo vero non sia questo? Ma esiste, poi, un mondo vero? O è un altro miraggio dentro a un miraggio?

Di nuovo Chuang-Tzu, lo stesso della farfalla:

Gli stolti credono d’essere desti e sanno minuziosamente se sono principi o pecorai. Che certezza! Tanto io, Ch’iu, che tu sogniamo. È un sogno anche che io dica che tu sogni.

(Grazie, Bruno!)