Rita Fanari: l’ultima dei nani

ACCORRETE! ACCORRETE! Il grande fenomeno della natura, la donna più piccola del mondo, alta 70 cm, di 57 anni, del peso di 5 Kg. RITA FANARI, UXELLUS. Essa è cieca dall’età di 14 anni eppure infila l’ago, cuce e tutto ciò alla presenza del pubblico. Risponde a qualsiasi interrogazione. Tutti i giorni a tutte le ore si può vedere questo gran fenomeno.

Così recitava nel 1907 il cartellone pubblicitario che annunciava il debutto sulla scena di Rita Fanari. Purtroppo non si trattava di un palcoscenico prestigioso, ma di un baraccone alla fiera di Santa Reparata nel paese di Usellus (Oristano), all’epoca uno sperduto comune della Sardegna che contava poco più di un migliaio di anime.
Rita divideva il cartellone – e forse anche la scena – con un agnello bicefalo tassidermizzato: possiamo immaginare che chi aveva realizzato il poster l’avesse aggiunto perché dubitava che la minuscola donna, da sola, sarebbe stata in grado di catturare lo sguardo dei passanti… Insomma, già dal principio la carriera della piccola Rita non si preannunciava certo stellare.

Rita Fanari era nata il 26 gennaio 1850 da Appolonia Pilloni e Placito Fanari. Affetta da nanismo ipofisario, la vista l’aveva abbandonata durante l’adolescenza; aveva sempre vissuto assieme ai suoi genitori fino a quando nel 1900, forse in seguito alla loro scomparsa, era stata accolta ormai cinquantenne dalla famiglia di Raimondo Orrù. Quest’uomo, colto e benestante, fece di lei una figura a suo modo conosciuta, esponendola in varie fiere e feste paesane tra cui anche quella di Santa Croce a Oristano.
Poiché non aveva mai trovato marito, Rita era solita comparire in scena indossando l’abito tradizionale usellese di bagadia manna (nubile in età avanzata), e nel tempo si guadagnò una notorietà sufficiente da entrare perfino nel linguaggio popolare: quando qualcuno cantava con voce stridula, si usava dileggiarlo dicendo “mi paris Arrita Fanài cantendi!” (“Sembri Rita Fanari che canta!”).

Rita si spense nel 1913. La sua vita potrebbe sembrare umile, trascurabile come la sua stessa statura. Una donnina piccola e cieca, sopravvissuta grazie all’interessamento di un possidente terriero che però la costringeva ad esibirsi nelle feste di piazza: figura poco degna di nota, buona tutt’al più per chi si interessa di folklore locale. Una degli “ultimi”, quelli di cui la Storia non si cura di tramandare memoria.

Eppure a ben guardare la sua vicenda è significativa per più di un motivo. Non soltanto si tratta dell’unica donna sarda di cui abbiamo notizia che, affetta da nanismo, abbia dato spettacolo di sé; Rita Fanari era anche un caso piuttosto anomalo per l’Italia di quegli anni. Cerchiamo di capire perché.

Tra tutte le malformazioni congenite, il nanismo ha sempre suscitato una particolare attenzione nel corso dei secoli. Le persone affette da questo deficit della crescita, spesso reputate segno di buon auspicio e di fortuna (quando non vere e proprie incarnazioni divine, come pare fosse il caso tra gli Egizi), godevano non di rado di alti favori ed erano richiestissime in tutte le corti europee. Possedere e addirittura “collezionare” nani divenne una vera ossessione per molti regnanti, da Sigismondo Augusto II a Caterina de’ Medici fino allo Zar Pietro il Grande – che nel 1710 organizzò le scandalose “nozze dei nani”di cui ho parlato in questo articolo.

L’esibizione pubblica di Rita Fanari non dovrebbe quindi sorprenderci più di tanto, soprattutto se pensiamo alla fortuna che avevano le meraviglie umane nei circhi e nei luna park itineranti di mezzo mondo. Il tipico spettacolo dei freakshow americani consisteva esattamente in quello che faceva la Fanari: la persona deforme sedeva sul palco, pronta a soddisfare le curiosità e le domande degli spettatori (“Risponde a qualsiasi interrogazione“, sottolineava il poster di Rita).

Eppure ai primi del Novecento nel nostro paese la situazione era diversa rispetto al resto del mondo. Soltanto nei circhi italiani, infatti, la figura del nano si era evoluta in quella del “bagonghi”.

L’origine di questo termine è incerta, e secondo alcune fonti proviene dal cognome di un venditore di caldarroste bolognese, alto 70 centimetri, che nel 1890 venne scritturato dal Circo Guillaume. Comunque sia, il nomignolo ben presto diventò d’uso comune per indicare una figura unica nel mondo circense. Il bagonghi non era infatti un semplice pagliaccio di piccola statura, ma un artista completo:

Il bagonghi non si limita […] a esibire la propria deformità; recita, fa piroette, giochi di destrezza e di parole, e ha quindi bisogno, come qualsiasi attore o clown, di talento, dedizione e lunga pratica della propria arte. Deve però anche essere, sin dall’inizio, mostruoso e afflitto, vale a dire patetico. C’è persino una mitologia spicciola, cara ai giornalisti italiani, che insiste nel considerare tutti i bagonghi delle vittime del proprio ruolo.

(L. Fiedler, Freaks. Miti e immagini dell’io segreto, 1978)

Qualche esempio: il bagonghi Giuseppe Rambelli, detto Golia, era equilibrista nonché capace di spettacolari evoluzioni in sella a un cavallo; il faentino Andrea Bernabè, nato nel 1850, si esibiva come acrobata al tappeto, prestigiatore, giocoliere; Giuseppe Bignoli, classe 1892 – senz’altro il più famoso bagonghi della storia – era considerato uno dei migliori cavallerizzi acrobatici tout court, tanto da essere conteso da numerosi circhi.

Giuseppe Bignoli (1893-1939)

Nel dopoguerra divennero famosi tra gli altri Francesco Medori e Mario Bolzanella, entrambi impiegati nel Circo Togni; il primo, abile cascatore, morì cercando di domare un terribile incendio nel 1951; il secondo salì agli onori delle cronache quando sposò Lina Traverso, anch’ella di piccola statura, e soprattutto quando le nozze fecero ingelosire lo scimpanzé del circo che graffiò la sposa in volto. Una scena comica e grottesca che è in linea con l’immaginario del bagonghi, il quale

può essere considerato come una sorta di Arlecchino che nasce tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, e che diventa in breve tempo un personaggio tipico, come lo erano stati quelli della commedia dell’arte. Quella del “bagonghi” è quindi una sorta di maschera moderna che nasce e si sviluppa all’interno del mondo circense italiano per poi diffondersi a livello mondiale.

(M. Fini, Fenomeni da baraccone. Miti e avventure dei grandi circensi italiani, Italica Edizioni, 2013)

Ritornando alla nostra Rita Fanari, ecco allora che la sua carriera di “grande fenomeno della natura” risulta decisamente inusuale e fuori tempo massimo per un’epoca in cui il pubblico preferiva già l’esibizione della diversità (declinata cioè in modalità teatrale e coreografica) alla sua semplice esposizione.

Il fatto che il suo show fosse più rudimentale di quelli proposti nel resto d’Italia era senz’altro dovuto al contesto rurale, e alla cecità di Rita. Un handicap che, per quanto sbandierato nella pubblicità come un dubbio valore aggiunto, in realtà non le permetteva di sfoggiare altra abilità se non quella di infilare l’ago e mettersi a cucire. Uno spettacolo non proprio pirotecnico, già vecchio prima di iniziare.
Rita era per forza di cose ultima tra i molti nani di successo, uomini e donne di piccola statura come lei che in quegli anni facevano faville sulle piste dei circhi e talvolta si arricchivano enormemente (“ho fatto un pozzo di quattrini” scrisse Bignoli nell’ultima lettera). Tagliata fuori dai grandi circuiti, e afflitta da una disabilità invalidante, la sua fortuna fu molto più dimessa; tanto che la sua stessa esistenza sarebbe stata di certo dimenticata se qualche anno fa l’omonimo discendente del suo benefattore, il Dott. Raimondo Orru, non ne avesse rintracciato i sommi capi negli archivi di famiglia.

Ma le stesse contingenze che le impedirono di stare al passo con i tempi la resero anche “ultima” in senso più significativo. Forse proprio a causa della rustica cornice agro-pastorale, la sua messa in scena era di stampo molto antico. In effetti il suo potrebbe essere stato l’ultimo caso storico in Italia di persona affetta da nanismo esposta al pubblico come semplice lusus naturae, esotico “scherzo della natura”, prodigio da ostentare e mettere in mostra.
Sulla terraferma, l’abbiamo visto, le cose stavano già cambiando. I nani, per primi fra tutti i “diversi”, dovevano dimostrare di voler superare la propria condizione, dar prova di abilità e coraggio, compiere gesta eccezionali.
Con quest’idea, e con la definitiva patologizzazione delle anomalie fisiche avvenuta nel Novecento, si perderà del tutto l’aura mitologica che circondava il corpo difforme, e si affermerà lo sguardo di commiserazione/ammirazione. Oggi il far spettacolo della disabilità è accettato soltanto in queste due modalità – la tragedia, motore delle maratone di beneficienza, oppure l’exemplum di eroica vittoria sui propri “limiti”, aneddoto inspirational, motivational, life-affirming.

È impossibile sapere precisamente come i compaesani considerassero Rita all’epoca. Era oggetto di scherno o di meraviglia?
L’unico elemento a nostra disposizione, quel cartellone pubblicitario del 1907, la mostra in definitiva come una creatura mirabile di per sé. In questo senso Rita era un pezzo di passato, perché si presentava allo sguardo pubblico solo per ciò che era. L’ultima dei nani dei tempi andati, che affascinavano senza bisogno di acrobazie: non necessitava d’altro che sé stessa, della sua straordinaria figura per metà anziana e per metà bambina, per essere ritenuta degna almeno del prezzo di un biglietto.

Sull’etica dello sguardo sulla disabilità, il pietismo e l’ammirazione, si veda il mio articolo Freaks: disabilità e sguardo.
Desidero ringraziare Stefano Pisu, perché tutte le informazioni su Rita Fanari presenti in questo articolo provengono un suo bellissimo post, che vi invito a leggere, sulla pagina Facebook dell’Associazione culturale Julia Augusta di Usellus.
Le immagini del cartellone sono riprodotte per gentile concessione di Raimondo Orru; le sue ricerche biografiche su Rita sono incluse nel libro Usellus. Costume popolare e matrimonio (Edizioni Grafica del Parteolla, 2000).

La Nave dei Folli: esilio del diverso, e altri naufragi

Nel 1494 a Basilea Sebastian Brant pubblica La nave dei folli (Das Narrenschiff). È un’operetta satirica in versi, suddivisa nella prima edizione in 112 capitoli illustrati da altrettante xilografie attribuite ad Albrecht Dürer.

L’immagine dell’imbarcazione il cui equipaggio è costituito unicamente da pazzi era già diffusa nella tradizione europea, dall’Olanda all’Austria, e compariva in diversi poemi a partire dal XIII Secolo. Brant però la utilizza a scopi umoristico-moralistici, dedicando a ogni stolto passeggero un capitolo, e facendone una sorta di compilazione dei peccati, dei difetti e delle meschinità umane.

Ciascun personaggio è l’espressione di una specifica “follia” dell’uomo – la cupidigia, il gioco d’azzardo, la crapula, l’adulterio, le chiacchiere, gli studi inutili, l’usura, la voluttà, l’ingratitudine, la bestemmia, eccetera. Ci sono capitoli per coloro che disubbidiscono al medico, per gli arroganti che correggono di continuo gli altri, per chi si caccia volontariamente nei guai, chi si crede superiore, chi non sa mantenere un segreto, chi sposa donne vecchie per l’eredità, chi se ne va in giro di notte a cantare e suonare quando è tempo di riposare.

La visione di Brant è impietosa, sebbene in parte stemperata dai toni carnascialeschi; e in effetti la nave dei pazzi ha una correlazione evidente con il Carnevale – che potrebbe prendere il suo nome dal carrus navalis, il carro delle processioni costruito, appunto, a forma di barca.
Il Carnevale era il momento dell’inversione “sacra”, in cui ogni eccesso era lecito, si poteva liberamente parodiare il clero o i potenti mettendo in scena pantomime e sberleffi sfrenati: le “navi su ruote”, cariche di maschere e di caratteri grotteschi, portavano effettivamente la follia nelle piazze. Ma queste esternazioni erano accettate soltanto in quanto limitate a un periodo preciso, eccezione consentita per rafforzare l’equilibrio.

Foucault, che della nave dei pazzi scrive nella sua Storia della follia, ne fa il simbolo di una delle due grandi strategie non programmatiche messe in atto nei secoli per combattere il pericolo della malattia (e, più genericamente, del Male che si annida nella società).

Da una parte c’è appunto il concetto della Stultifera Navis, che consiste nella marginalizzazione di tutto ciò che è ritenuto insanabile. Le navi piene di disadattati, matti e poco di buoni forse sono esistite per davvero: come scrive P. Barbetta, “i folli venivano allontanati dalle città, imbarcati su navi per essere abbandonati altrove, ma il navigatore spesso le gettava a mare o le sbarcava in qualche landa desolata, dove morivano. Molti annegavano.


Il pazzo e il lebbroso venivano esiliati fuori dalle mura in una sorta di grande rito di purificazione comunitario:

Il gesto violento che li scaccia dalla vita della polis definisce retroattivamente la natura immunitaria della Comunità dei normali. Il folle è infatti considerato un tabù, un corpo estraneo che deve essere spurgato, allontanato, escluso. I marinai diventano allora i loro custodi: essere stivati nella Stultifera navis e abbandonati sulle acque manifesta l’esigenza di un rituale simbolico di purificazione ma anche un imprigionamento senza alcuna possibilità di redenzione. La libertà di una navigazione senza rotta è, in realtà, una schiavitù impossibile da riscattare.

(M. Recalcati, Scacco alla ragione, Repubblica, 29-05-16)

Dall’altra parte Foucault individua un secondo modello, anch’esso antico, riemerso a partire dalla fine del XVII Secolo in concomitanza con l’esplodere della peste: il modello dell’inclusione dell’appestato.
Qui la società non cede all’istinto di bandire a priori una parte dei cittadini, ma pianifica invece una capillare rete di controllo per stabilire chi è ammalato e chi è sano.
La letteratura e il teatro hanno spesso descritto le epidemie di peste come un momento in cui tutte le regole saltano, ed è il disordine a imperare; al contrario Foucault vede nella peste il momento in cui viene istituito un potere politico “esaustivo, un potere senza ostacoli, un potere interamente trasparente al suo oggetto; un potere che si esercita pienamente” (da Gli anormali).
Si implementa lo strumento della quarantena; si organizzano ronde quotidiane, si controllano gli abitanti quartiere per quartiere, casa per casa, addirittura finestra per finestra; la popolazione è censita e parcellizzata fin nei minimi denominatori, e chi non si presenta all’appello è escluso dal consorzio sociale in maniera “chirurgica”.
Ecco perché questo secondo modello mostra i caratteri sadiani del controllo assoluto: una società appestata piace a chi sogna una società militare.

Come si noterà, una vera e propria integrazione della follia e della diversità non sembra essere mai stata contemplata.

Le figure davvero scandalose (ricordava Baudrillard in Simulacri e simulazione) sono ancora il pazzo, il bambino e l’animale – scandalosi perché non parlano. E se non parlano, se esistono al di fuori del logos, sono pericolosi: bisogna negarli, o perlomeno non considerarli, per non rischiare di mettere a repentaglio i confini della cultura.
E dunque i bambini non sono reputati capaci di intendere né di volere, non sono uomini a pieno titolo e ovviamente non contano in alcuna decisione (ma essendo comunque cittadini in fieri almeno vengono protetti); gli animali, con i loro occhi misteriosi e il loro mutismo insopportabile, vanno sempre sottomessi; i folli, infine, sono relegati alla loro nave di cui è meglio non sapere nulla, destinata a perdersi tra i flutti.

Alla triade di “scandali” di Baudrillard si potrebbe forse aggiungere un’ulteriore categoria, più problematica, quella dello Straniero – che parla sì una lingua, ma non la nostra, e che fin dall’antichità è stato visto di volta in volta come foriero di novità feconde oppure di pericolo, come “scherzo di natura” (incluso nei bestiari e nei resoconti di meraviglie esotiche) oppure monstrum inconciliabile con la società progredita.

In sostanza, la contrapposizione tra la città/terraferma intesa come Norma e l’esilio marittimo del diverso non è mai tramontata.

Ma per tornare alla satira di Brant, quel Narrenschiff che ha fissato nell’immaginario collettivo l’allegoria della nave: si potrebbe ipotizzarne una lettura meno reazionaria o conformista.
Infatti guardando meglio la folla di disadattati, matti e stolti, è difficile non identificarsi almeno in parte con qualcuno dei “naviganti”. Non è un caso che nel penultimo capitolo l’autore si diletti a includere perfino sé stesso nella dissennata marmaglia.

Per questo sorge il dubbio: e se il libro non fosse una semplice messa alla berlina dei vizi umani, ma piuttosto una metafora disperata della condizione esistenziale? Se quei volti grotteschi, avidi e riottosi fossero i nostri, e non esistesse davvero alcuna terraferma?
Se è così – se noi siamo i pazzi –, cosa ci ha spinto a questa follia?

C’è una quinta e ultima categoria di interlocutori “scandalosi-perché-non-parlano”, con cui abbiamo molto, troppo in comune: sono i cadaveri.

E gli scheletri beffardi, nella narrativa del memento mori, sono personaggi-funzione tanto quanto i matti galleggianti di Brant. Anche nelle danze macabre ognuno degli scheletri rappresenta la propria specifica vanagloria, ciascuno esibisce il suo patetico orgoglio mondano, il suo grado nobiliare, con la convinzione incrollabile d’essere principe o pecoraio.

Nonostante tutti gli stratagemmi escogitati per renderla simbolica, per motivarla, la morte è ancora l’innesco che fa crollare il castello di carte. Il cadavere è il vero osceno incurabile perché non comunica, non lavora e non produce, né conosce buone maniere.
In quest’ottica allora la nave dei folli, ben più capiente di quanto sospettato, non imbarca soltanto i viziosi e i peccatori ma l’umanità intera: rappresenta l’assurdità dell’esistenza che la morte depriva di senso. Di fronte a questa realtà, il diverso, il deviante non esistono più.

A renderci pazzi è dunque il presagio: quello dell’inevitabilità del naufragio.
La perdita della ragione, cioè, avviene nel momento in cui ci si rende conto che il crederci separati dalla natura è stata una sublime illusione. “L’umanità – nelle parole di Brechtè tenuta in vita dagli atti bestiali”. E con un atto bestiale, muore.

L’occhio luccicante (glittering eye) del vecchio marinaio di Coleridge possiede il bagliore di chi ha intravisto la verità: egli ha scoperto quanto labile sia il confine tra la nostra pretesa razionalità e i mostri, gli spettri, la dannazione, l’animalità, ed è condannato a raccontarlo per sempre.

L’umanità resa folle dalla visione della morte è quella dei disperati della zattera della Medusa; e la grande intuizione di Géricault, al fine di studiare la gamma dei colori della carne, fu di procurarsi e portare nel suo studio degli autentici arti mozzati e teste umane – riduzione dell’uomo a taglio di macelleria.

Nonostante nel dipinto ultimato l’orrore sia controbilanciato dalla speranza (la goletta salvifica avvistata all’orizzonte), non fu certo quest’ultima ad accendere l’interesse dell’artista, né ad alimentare le successive polemiche. Il fulcro qui è la carne oscena, il cannibalismo, l’atto animalesco, il Panico che irrompe e assedia, il naufragio come orgia in cui ogni ordine precipita.

Acqua, acqua ovunque”: è pazzo chi si crede sano e sensato, ma diventa pazzo chi si rende conto della mancanza di senso, della caducità del mondo… In questo dilemma senza soluzione sta tutto il dramma dell’uomo fin dai tempi dell’Ecclesiaste, nell’impossibilità di operare una scelta razionale.

Da questa follia non si può guarire, da questa nave non si può scendere.
Non resta altro, forse, che abbracciare l’assurdo, emozionarsi per l’avventurosa traversata, e restare attoniti di fronte all’antico cielo stellato.

Das Narrenschiff di Brant è disponibile online nell’edizione originale tedesca, in una traduzione inglese del 1874 in due volumi (1 & 2), oppure per l’acquisto su Amazon.

Cibi rituali napoletani

di Michelangelo Pascali

Tutti conoscono la cucina italiana, ma pochi sanno che diverse pietanze hanno anche un significato simbolico. Il guestblogger Michelangelo Pascali ci porta alla scoperta del valore metaforico di alcuni piatti partenopei.

La cultura napoletana mostra una densa simbologia che accompagna la preparazione e il consumo, soprattutto a scopo propiziatorio, di alcuni cibi durante le feste rituali, intensamente sentite e legate per lo più al passaggio delle stagioni e al percorso della vita. Feste antichissime, alcune delle quali successivamente cristianizzate.
Più precisamente, il significato simbolico dei cibi rituali può essere legato talora alla ciclicità della vita, talaltra all’eccezionalità di particolari momenti sociali.

Nella categoria dei “cibi della devozione” si inserisce a pieno diritto il bianco e duro torrone, che si mangia durante le festività dei morti, tra gli ultimi giorni di ottobre e i primi di novembre. Con le mandorle al suo interno vuole rappresentare le ossa dei defunti che vanno, secondo un’ottica antropofagica, assimilate dentro di sé (un po’ come succede con gli scheletri di zucchero messicani). Il cosiddetto torrone dei morti può assumere tradizionalmente anche una forma squadrata ricoperta di cacao scuro, che steso a rivestire la bianca pasta diventa così del tutto simile alla sagoma di un tavùto («bara»).

Le decorazioni romboidali della pastiera, dolce pasquale, richiamano invece i campi arati, alludendo, assieme al grano grosso che forma la sua base, alla venuta della stagione più mite e più affine alla vita.


La rinascita primaverile, dopo la “morte” dell’inverno, trova una sua rappresentazione anche nel casatiello, tradizionale rustico della Pasquetta, la cui lievitazione deve avvenire un’intera notte dal tramonto all’alba, e che si presenta a forma circolare bucata. Il richiamo qui è alla ciclicità del tempo, secondo la lettura tipica di una società legata alla terra (per certi versi distante dal messaggio finalistico proprio della religione cristiana); i formaggi e i salumi nell’interno rievocano ancora una volta i defunti sepolti nel terreno. Ma la vera particolarità sono le uova, che spuntano per metà dalla torta, protette da una “croce” di pasta: un elemento bizzarro, che non avrebbe ragione di esistere se non come allegoria della nascita, visto che le uova sono posizionate, per l’appunto, “da sotto la terra alla terra” o “dalla terra al cielo”.

Nel menu della vigilia partenopea “i cibi comandati si chiamano ancora ‘devozioni’, proprio come nei banchetti sacri dell’antica Grecia”, e “l’obbligo del mangiare di magro si rovescia nel suo contrario” (M. Niola, Il sacrificio del capitone, in Repubblica del 15 dicembre 2013).
Il tradizionale cenone natalizio segue la falsariga degli antichi pranzi funerari (con la presenza irrinunciabile di frutta secca e frutti di mare), e provvede alla consumazione delle scorte residue prima dell’anno nuovo, come ad esempio nella menestra maretata.

Ma il protagonista assoluto è il capitone, grossa anguilla femmina dalla peculiarissima riproduzione (dovuta ai suoi costumi migratori), legato simbolicamente all’Uroboro, dal greco οὐροβόρος. Questa somiglianza con il serpente, animale che in tantissime culture viene associato al tempo proprio per la sua capacità di comporre un cerchio, è nel caso del capitone associata anche all’acqua, elemento vitale per antonomasia.
Il capitone viene prima allevato in famiglia, per finire poi ucciso dai suoi componenti (in un rito che prevede la possibile “fuga” dell’animale), richiamando esplicitamente il sacrificio rituale intracomunitario.

Il capitone, ancora vivo, viene tagliato a pezzi e gettato in una padella colma di olio bollente, mentre ciascuna delle sue singole parti si contorce e si agita freneticamente: in questa preparazione, è come se si disaggregasse e incorporasse l’infinito ciclo mentre ancora esso si muove. L’equiparazione del capitone al serpente come allegoria del male appare invece propria di una simbologia più tarda e, in qualche modo, giustapposta.

Sugli struffoli, dolci in foggia di piccole sfere ricoperte di miele — ingrediente prezioso, tanto che il corpo di Gesù Bambino è indicato come “roccia che dà miele” —, canditi e diavulilli (piccolissimi confetti di vari colori), possiamo solo avanzare l’ipotesi che essi indichino, con il loro aspetto, una connessione con il piano stellare. Questi dolcetti si offrono infatti a Natale, un momento tanto importante per la cosmologia: il solstizio d’inverno è definito da Macrobio la “porta degli dei”, in quanto sotto il segno del Capricorno è possibile la comunicazione tra gli uomini e le divinità. È il momento in cui si dice siano nate diverse divinità solari, come il persiano Mitra, il semidio irlandese Cú Chulainn, il greco Apollo — protettore precristiano di Napoli, il cui tempio era situato proprio dove ora si trova il Duomo. E il Santo protettore Gennaro, il cui sangue è conservato proprio nel Duomo, è simbolicamente affine ad Apollo.
Ovviamente anche la Chiesa ha fissato in prossimità del solstizio la nascita di Cristo, in precedenza collocata al sei gennaio.

La sfogliatella (riccia), invece, allude evidentemente nella sua forma all’organo genitale femminile, la “valle di fuoco” (secondo la traduzione della parola napoletana di uso comune, e di origine greca). Essa ci riporta ai riti orgiastici, diffusi in quel di Napoli per oltre un millennio e mezzo dall’avvento del cristianesimo, che si svolgevano in numerosi luoghi particolari, tra cui le grotte del Chiatamone. Questo dolce era forse pensato proprio per fornire ai partecipanti un alto apporto energetico.

Di carattere squisitamente profano appare infine l’inscindibile binomio di chiacchiere e sanguinaccio. La forma delle prime ricorda le lingue (o i cartigli su cui, nei dipinti e nei bassorilievi, erano impresse le parole di chi era rappresentato). Il secondo invece era originariamente a base di sangue di maiale.
Durante il Carnevale, unica vera festa profana rimanente, questa accoppiata di dolci suona come una specie di invito all’omertà: avverte e diffida dal contaminare con logiche ordinarie la carica sovversiva di questo rito che è per eccellenza egualitario (le maschere occultano l’identità individuale, rendendo irriconoscibili ma anche indistinguibili i presenti).
Quel che accade a Carnevale, insomma, lì deve rimanere confinato — pena “affogare le lingue nel sangue”.

Testa di Legno

Melvin Burkhardt è stato, a suo modo, una leggenda. Ha lavorato nei principali luna park e circhi americani dagli anni ’20 fino al suo ritiro dalle scene nel 1989.

Nel mondo dei sideshow americani, lo spettacolo di Mel faceva parte dei cosiddetti working act, ossia quelle esibizioni incentrate sulle abilità dell’artista piuttosto che sulle sue deformità genetiche o acquisite. Ma quello che davvero lo distingueva da tanti altri performer specializzati in una singola prodezza, era l’incredibile ecletticità del suo talento: nella sua lunghissima carriera, Burkhardt ha ingoiato spade, lanciato coltelli, sputato fuoco, combattuto serpenti, eseguito innovativi numeri di magia, resistito allo shock della sedia elettrica.

melvin-burkhart

È stato anche la prima “Meraviglia Anatomica” della storia del circo, grazie alla sua capacità di risucchiare lo stomaco dentro la gabbia toracica, allungare il collo oltre misura, far protrudere le scapole in maniera grottesca, torcere la testa quasi a 180°, “rigirare” lo stomaco sul suo stesso asse. Mel sapeva anche sorridere con metà faccia, mentre l’altra metà si accigliava preoccupata (provate a coprire alternativamente con una mano la foto qui sotto per rendervi conto della sua incredibile abilità).

Le sue specialità erano talmente tante che, durante la Grande Depressione, Burkhardt riuscì a sostenere da solo ben 9 dei 14 numeri proposti dal circo per cui lavorava. Praticamente un one-man show, tanto che alle volte qualcuno fra il pubblico lo punzecchiava ironicamente gridandogli: “Vedremo qualcun altro, stasera, oltre a te?”
Ma il suo maggiore contributo alla storia dei circhi itineranti è senza dubbio il numero chiamato The Human Blockhead – ovvero, la “Testa di Legno Umana”. La genesi di questo stunt, come tutto quello che concerneva Burkhardt, è piuttosto eccentrica. Ad un certo punto della sua vita, Melvin si era lasciato prendere dalla velleità di diventare un pugile professionista; purtroppo però, dopo la sesta sconfitta consecutiva, si ritrovò con i denti rotti, il labbro tumefatto e il naso completamente fracassato. Finito sotto i ferri del chirurgo, Burkhardt stava contemplando la rovina della sua carriera agonistica mentre il medico, con pinze ed altri strumenti, estraeva dalle sue cavità nasali dei sanguinolenti pezzi di osso. Eppure, mentre veniva operato, ecco che piano piano si faceva strada in lui un’illuminazione: i lunghi attrezzi del medico entravano così facilmente nel naso per rimuovere i frammenti di turbinati fratturati, che forse si poteva sfruttare questa scoperta e costruirci attorno un numero!

Detto fatto: Melvin Burkhardt divenne il primo performer ad esibirsi nell’impressionante atto di piantarsi a martellate un chiodo nel naso.

Lo spettacolo dello Human Blockhead fa leva sulla concezione errata che le nostre narici salgano verso l’alto, percorrendo la cartilagine fino all’attaccatura del naso: l’anatomia ci insegna invece che la cavità nasale si apre direttamente dietro i fori del naso, in orizzontale. Un chiodo o un altro oggetto abbastanza sottile da non causare lesioni interne può essere inserito nel setto nasale senza particolari danni.

chiodo_3

Proprio come accade per i mangiatori di spade, non c’è quindi alcun trucco: si tratta in questo caso di comprendere fino a dove si può spingere il chiodo, come inclinarlo e quale forza applicare. La parte più lunga e difficile sta nell’allenarsi a controllare ed inibire il riflesso dello starnuto, che potrebbe risultare estremamente pericoloso; altri rischi includono infezioni alle fosse nasali, ai seni paranasali e alla gola, rottura dei turbinati, lacerazioni della mucosa e via dicendo (nei casi più estremi si potrebbe arrivare addirittura a danneggiare lo sfenoide). Un lungo periodo di pratica e di studio del proprio corpo è necessario per imparare tutte le mosse necessarie.

human-block-head-3

Mel Burkhardt, però, non era affatto geloso delle sue invenzioni, anzi: con generosità davvero inusuale per il cinico mondo dello show business, insegnava tutti i suoi trucchi ai giovani performer. Così, lo Human Blockhead divenne uno dei grandi classici della tradizione circense, replicato ed eseguito infinite volte nelle decadi successive.

Magic-Brian-and-Tyler-Fyre-perform-The-Human-Blockhead-pic-by-Mitchell-Klein

Anche oggi, dopo che nel 2001 Melvin Burkhardt ci ha lasciato all’età di 94 anni, innumerevoli performer e fachiri continuano a piantarsi chiodi nel naso, nella cornice degli ultimi, rari sideshow – così come nella loro moderna controparte, i talent show televisivi da “guinness dei primati”. Moltissime le varianti rispetto al vecchio e risaputo chiodo: c’è chi nel naso inserisce coltelli, trapani elettrici funzionanti, lecca-lecca, ganci da macellaio, e chi più ne ha più ne metta. Ma nessuno di questi numeri può replicare la sorniona e consumata verve del vecchio Mel Burkhardt che, a chi gli chiedeva se ci fosse un trucco o un segreto, rispondeva serafico: “Uso un naso finto”.

La biblioteca delle meraviglie – III

FREAKS – LA COLLEZIONE AKIMITSU NARUYAMA

(2000, Logos)

Ovvero “Lo Sfruttamento Delle Anomalie Fisiche Nei Circhi E Negli Spettacoli Itineranti”.

L’impressionante collezione fotografica di meraviglie umane di Naruyama è un vero tesoro. Immagini storiche, di un’importanza eccezionale, raccolte in un libricino che, pur non offrendo un approfondito background storico, ha il potere di stregare il lettore grazie alla bellezza delle illustrazioni. Dai Lillipuziani alla Meraviglia Senza Braccia, dai Bambini Aztechi ai ragazzi-leone, tutti i più famosi freaks vissuti a cavallo fra diciannovesimo e ventesimo secolo sono presenti nella raccolta; molte delle fotografie sono infatti relative agli spettacoli circensi e alle fiere itineranti americane in cui questi artisti si esibivano. Dopo lo show, un’ulteriore fonte di profitto erano proprio le fotografie che venivano vendute al pubblico, autografate. Per quanto l’esibizione della deformità all’interno dei carnivals americani sia un capitolo affascinante della storia dello spettacolo moderno, questo prezioso libro però, così focalizzato com’è sui ritratti, offre qualcosa di diverso.

La raccolta documenta un’epoca e una società attraverso i suoi corpi meno fortunati, e allo stesso tempo nello scorrere le pagine avvertiamo l’atemporalità di queste anomalie: nell’antichità come nell’epoca moderna, certi uomini hanno dovuto sopportare il fardello di fattezze eccezionali, spesso temuti ed emarginati. Eppure, se è vero che ogni uomo è specchio per il suo prossimo, fissando gli occhi di questi nostri fratelli dai corpi stupefacenti ci accorgiamo che il loro sguardo rimanda il riflesso più puro e vero.

Alex Boese

ELEFANTI IN ACIDO E ALTRI BIZZARRI ESPERIMENTI

(2009, Baldini Castoldi Dalai)

Una buona parte degli articoli di Bizzarro Bazar contenuti nella sezione “Scienza anomala” nasconde un debito verso questo splendido libro. Boese raccoglie, in forma divulgativa e spesso scanzonata, gli esperimenti scientifici più improbabili, sconcertanti, risibili – e, talvolta, illuminanti. Chi pensa che gli scienziati siano persone serie e compite, sempre nascosti dietro provette o lavagne piene di equazioni impossibili, farebbe meglio a ricredersi: l’immagine della scienza che esce dalle pagine di Elefanti in acido è quella di una disciplina viva, fantasiosa, sempre pronta a prendere le strade meno battute, anche a costo di errori madornali e vergognosi fallimenti. In definitiva, una disciplina molto più umana (nel bene o nel male) di come viene normalmente rappresentata.

Molti di questi esperimenti sono spassosi in quanto, a una prima occhiata, totalmente inconcludenti. Dai ricercatori del titolo, che somministrano a un elefante una potentissima dose di LSD, fino allo psicologo che in automobile resta fermo quando scatta il semaforo verde soltanto per cronometrare quanto ci mette l’autista dietro di lui a suonare il clacson, per finire con gli scienziati che costruiscono uno stadio per le corse degli scarafaggi, il tempo perso dagli studiosi in progetti dagli esiti comici può sconcertare. Eppure, come ricorda l’autore, non sempre la scienza ricerca soltanto le risposte alle nobili e grandi domande. Ogni tassello, per quanto insignificante possa sembrare, contribuisce a comprendere qualcosa di più del mondo in cui viviamo. È vero che gli uomini preferiscono le donne difficili da conquistare? Se cadessimo in un pozzo, il nostro cane verrebbe a salvarci? Perché non riusciamo a farci il solletico da soli?

I ricercatori le cui vicende sono narrate in Elefanti in acido hanno una fiducia smisurata nel metodo scientifico, e non esitano ad applicarlo a quesiti di questo tenore. Anche se, come nel caso dello scienziato che si incaponisce a contare tutti i peli pubici dei suoi colleghi, questa fiducia sembra talvolta divenire talmente cieca da non accorgersi dell’assurdità della ricerca stessa. E anche questo è molto umano.

Finte meraviglie

Sulla strada del meraviglioso, non è tutto oro ciò che luccica. Dai mostri più stupefacenti, agli spettacoli circensi più mirabolanti, gli imbonitori hanno sempre saputo sfruttare i “falsi” creati ad arte per raggirare e abbindolare i creduloni.

Già all’inizio del 1500 erano diffusi i Jenny Haniver: si trattava di cadaveri rinsecchiti di sirene o di fate dei fondali marini, esseri fantastici e inquietantemente umani nell’aspetto, nonostante avessero tutte le caratteristiche di un pesce.

In realtà erano dei falsi creati a partire da un tipo di razza, o dal pesce chitarra, che veniva tagliato, arricciato, ricucito ed essiccato per assumere sembianze antropomorfe. Si tratta di uno dei primi esempi di tassidermia “creativa”. L’etimologia del nomignolo “Jenny Haniver” è controversa (pare che derivi dai pescatori di Anversa, che potrebbero aver iniziato la tradizione di costruire e vendere questi falsi); fatto sta che ancora oggi in alcuni negozi turistici di mare si possono trovare questi souvenir particolari. La cosa davvero incredibile, però, è che ancora in tempi recenti c’è chi continua a cascarci: nel 2006 il Giornale di Brescia segnalò un Jenny Haniver come un possibile cadavere di extraterreste!

Sulla stessa linea, la Sirena delle Fiji, qui sopra, è divenuta un vero e proprio classico – diciamo la regina dei “sideshow gaffs“, ovvero dei falsi esposti come curiosità all’interno dei Luna Park americani a cavallo fra l’800 e il ‘900. I primi cadaveri di sirene erano già un must delle wunderkammer rinascimentali, ma l’idea di esibirle all’interno dei sideshow si deve, manco a dirlo, all’incredibile inventiva e fiuto del “Santo Patrono degli imbonitori”, Phineas T. Barnum. Presentate come mummie di veri ibridi uomo-pesce, divennero ben presto un pezzo fisso e irrinunciabile delle fiere itineranti americane, e vengono prodotte ancora oggi con tecniche miste (scultoree e tassidermiche).

Più tardi, alcuni sideshow progettarono un sistema più “realistico” per esibire le Sirene delle Fiji: non si trattava più di pupazzetti mummificati, ma di un complesso sistema di specchi che permetteva di proiettare l’immagine di un’attrice all’interno di un acquario. Si racconta l’aneddoto di una di queste “sirene” che sbadatamente cominciò a fumare una sigaretta – nonostante fosse “sott’acqua” – provocando le ire degli spettatori.

Lo stesso Barnum portò a livelli scientifici una prassi comune nei Luna Park dell’epoca: far passare per freaks delle persone normalissime, in modo da rimpinguare le fila delle “meraviglie umane” esibite all’interno del freakshow. Già a una prima occhiata avrete indovinato che il gentiluomo qui sopra, Pasqual Pinon, portava una improbabile faccia posticcia sulla parrucca, piuttosto che essere davvero “il Messicano a Due Teste”. Allo stesso modo, la “meraviglia a tre occhi” aveva un occhio finto incollato alla fronte, i “gemelli siamesi Adolph e Rudolph” si esibivano legati alla vita (uno dei due aveva le gambe atrofizzate e minuscole, e le nascondeva nei pantaloni dell’altro), le sorelle Milton erano tutt’altro che siamesi. Queste ultime, in particolare, scioccavano gli spettatori inscenando una violenta lite e “separandosi” in diretta, uscendo poi stizzite dai due lati del palcoscenico.

Per un impresario circense dell’epoca, arrivare a scritturare un albino non era abbastanza. Occorreva trasformarlo in qualcosa di ancora più fantastico e meraviglioso. Doveva diventare “l’ultimo Atlantideo”, il “Re dei Ghiacci”, o “l’Uomo di Marte”. Ma c’è una figura ancora più emblematica di questa verve inventiva nel presentare come abnorme e curioso qualcosa che in verità era molto meno affascinante.

Il geek era un’attrazione che normalmente apriva il freakshow. Veniva presentato talvolta come “anello mancante” tra l’uomo e l’animale, o come “ragazzo selvaggio”, o più semplicemente come un essere bestiale senza capacità di parola – una sorta di mostro vorace e famelico. All’interno di una gabbia, o di un’arena circolare, il geek grugniva e sbavava in modo animalesco, mentre gli venivano lanciati dei polli vivi (più raramente, serpenti). Il “mostro” li rincorreva a quattro zampe finché, afferratone uno, gli strappava la testa con un morso e la inghiottiva. Lo spettacolo era violento e turbava non poco gli spettatori: spesso le signore svenivano alla vista dell’inumana abiezione di quell’essere. In realtà si trattava di un attore, molto spesso un senzatetto alcolista che inscenava questa recita pur di rimediare qualche bottiglia di whiskey. Oggi il termine è stato preso a prestito dagli amanti della tecnologia (che si definiscono geek in contrapposizione a nerd, che ha una connotazione negativa).

Ma forse il primo premio nelle finte meraviglie inventate per raggirare gli spettatori va nuovamente a P. T. Barnum. Non contento di esibire 500.000 curiosità, vere e finte, provenienti dai quattro angoli del pianeta, egli escogitò forse la bufala delle bufale: un’attrazione che non esiste!

Nel suo museo, appena entrati, gli spettatori vedevano un cartello con la scritta “THIS WAY TO EGRESS”. Nessuno sapeva cosa fosse questo misterioso Egress, ma di sicuro suonava come una meraviglia inedita, così tutti si affrettavano in quella direzione. Peccato che “egress” fosse un termine arcaico per “uscita”. Così, poco dopo essere entrati, gli spettatori si trovavano fuori dal museo e, se volevano rientrare, erano costretti a pagare un altro quarto di dollaro…

It’s only show biz!

Elmer McCurdy

Chi è appassionato di storia dei carnivals (i luna-park itineranti, attivi dall’Ottocento fino a pochi decenni fa) conoscerà senza dubbio la grande tradizione americana dei cosiddetti sideshow: si trattava, come dice il nome, di attrazioni secondarie – non cioè delle vere e proprie giostre, ma molto spesso dei piccoli “musei” contenenti meraviglie vere o presunte tali, fino ai veri e propri gaff, dei falsi ricostruiti con cura. Si trovava di tutto, nei sideshow: dalle sirene delle isole Fiji mummificate, al cervello di Hitler sotto formalina, ad esemplari di mucche con due teste, alla macchina in cui morirono Bonnie e Clyde, ai vari freak deformi (freakshow).

Quello che invece pochi ricordano è il nome di Elmer McCurdy. La sua storia, assurta poi a livello di leggenda urbana, è invece effettivamente accaduta.

Elmer McCurdy fu ucciso da un sottoposto dello sceriffo sul confine tra Oklahoma e Kansas nel 1911 a causa di una rapina al treno che gli aveva fruttato 46 dollari e due damigiane di whiskey. Essendo un ubriacone e un fallito, nessuno reclamò la salma.

Il coroner locale, nel frattempo, ebbe l’idea di esibire il suo cadavere imbalsamato al costo di 5 cents per persona. I visitatori dovevano far scivolare le monete fra le labbra del morto – vi lascio immaginare come i soldi venissero recuperati dall’imbalsamatore.

mccurdy2

Per i primi anni, McCurdy stette in piedi in un angolo dell’obitorio, finché due impresari di luna-park si finsero suoi fratelli e reclamarono il corpo.

Saltiamo ora al 1976: una troupe televisiva del programma The Six Million Dollar Man stava effettuando delle riprese nel parco divertimenti di Pike a Long Beach, California. All’interno dell’attrazione della casa dei fantasmi, un membro della troupe per errore staccò un braccio al manichino di un impiccato, rivelando al suo interno ossa umane mummificate. I proprietari dell’attrazione restarono sconvolti, dato che erano i primi ad essere convinti che si trattasse semplicemente di un manichino. La realistica mummia era in realtà, l’avrete capito, il vecchio Elmer, la cui storia fu poi ricostruita a ritroso fra fiere, parchi divertimenti, luna-park e sideshow differenti: un passaggio di mano in mano del macabro “accessorio di scena” protrattosi per così tanto tempo (cinque decadi) da far scordare la sua vera origine.

Elmermccurdy

Si dice anche che quando fu finalmente seppellito nel 1977 a Guthrie, Oklahoma, venne versata una colata di cemento sulla sua bara per impedire che qualcuno lucrasse ancora sul povero corpo di Elmer McCurdy.

mccurdye