Figli della tomba

Partoriscono a cavallo di una tomba,
il giorno splende un istante,
ed è subito notte.

(S. Beckett, Aspettando Godot)

Una storia dell’orrore italiana

Castel del Giudice, Italia.
Il 5 agosto 1875 una donna incinta, indicata nei documenti con le iniziali F. D’A., morì nel bel mezzo delle doglie, prima di riuscire a dare alla luce il suo bambino.
Senza osservare i tempi minimi di attesa prima della tumulazione, il giorno seguente il corpo della donna venne calato nella fossa carnaria del cimitero. Questo era un tipo di sepoltura collettiva per le classi meno abbienti, all’epoca ancora in uso in centinaia di comuni italiani: consisteva in un ambiente sotterraneo, una sorta di stanza o di pozzo sigillato, dove i cadaveri venivano deposti e lasciati a imputridire l’uno sull’altro (alcuni all’interno di casse, altri avvolti da semplici sudari).

Per il corpo di F. D’A., le cose presero una brutta piega fin dall’inizio:

Bisognava scenderla nella fossa e si credette di affidare ad una corda il voluto cadavere, però la corda si ruppe ed il povero corpo della D’A. cadde ad una certa altezza in modo da urtare con il cranio contro una cassa mortuaria. Discese alcune persone, ripresero la D’A. e la deposero supina su di altra cassa mortuaria vicina, dove restò col volto cadaverico, colle mani legate e poggiate sull’addome e colle gambe strettamente riunite mercé cucitura delle due calze. In tal modo e non altrimenti la D’A. fu lasciata dai presenti che la seppellirono.

Ma quando un paio di giorni dopo si riaprì la fossa per seppellire un’altra ragazza da poco defunta, la visione che si presentò agli astanti fu terribile:

Accorse la germana della F. D’A. per dare l’ultimo saluto alla sorella defunta, ma appena le fu possibile spingere lo sguardo verso il luogo dove la sorella venne deposta ebbe ad osservare il miserando spettacolo della sorella situata in posizione ben diversa da quella in cui fu lasciata ed avente tra le gambe il feto che nella tomba aveva dato alla luce e col quale nella tomba stessa miseramente morì. […] Accorse immediatamente la giustizia che trovò il cadavere della D’A. posare nella tomba sul lato sinistro ed il volto fortemente contratto, colle mani che legate con il nastro di cotone bianco formavano arco colle braccia e poggiavano sulla testa, con dei brandelli di nastro bianco tra i denti […]. Ai piedi della madre giaceva il neonato di sesso maschile col funicolo ombelicale e con le membra ben proporzionate e sviluppate.

Provate a immaginare l’orrore della poveretta nel risvegliarsi al buio, in preda ai dolori del parto; con le ultime forze che le rimanevano la donna aveva fatto nascere il bambino, per morire poco dopo “assediata da cadaveri, per la mancanza di aria, per mancanza di aiuto e nutrimento e per le perdite conseguenti allo sgravo”.
La fantasia fatica a figurarsi una fine più terribile.

Il caso ebbe ampia eco in tutta Italia; il medico, sindaco e becchino, a termine di un processo che si svolse nel Tribunale di Isernia, vennero riconosciuti colpevoli di due omicidi involontari “accompagnati da circostanze gravissime” e condannati a sei mesi di carcere e a 51 lire di multa – pena che però fu dimezzata in appello nel novembre del 1877 dal Tribunale di Napoli.
Questa inaudita diminuzione della pena venne aspramente criticata dal corrispondente del Times in Italia, che osservò come “le circostanze del caso, se ben analizzato, mostrano lo scarso valore attribuito alla vita umana in questa nazione“; della vicenda parlarono anche il New York Times e decine di altri quotidiani britannici e americani.

Questa storia, per quanto spaventosa – anzi, proprio perché è così spaventosa – andrebbe presa con le pinze.
C’è più di una ragione per essere cauti al riguardo.

Sepolti vivi?

Innanzitutto il tema della donna gravida creduta morta che partorisce nella tomba era già un motivo ricorrente nel Diciannovesimo secolo, quando la tafofobia (ovvero la paura di essere sepolti vivi) aveva raggiunto al suo culmine.

Il folclorista Paul Barber nel suo Vampires, Burial, and Death: Folklore and Reality (1988) sostiene che il numero di persone realmente sepolte vive sia stato largamente esagerato dalle cronache; una posizione condivisa anche da Jan Bondeson che in uno dei libri più completi sull’argomento, Buried Alive, illustra come la stragrande maggioranza dei racconti ottocenteschi riguardo alle esequie premature non siano attendibili.

In buona parte si tratterebbe dunque di un vero e proprio topos letterario, romantico e decadente, sebbene nato da un pericolo che era certamente reale nei secoli passati: interpretare i segni della morte era un procedimento complesso e spesso approssimativo, tanto che già dal Settecento esistevano alcuni trattati (il più celebre quello di Winslow), che proponevano una serie di misure per constatare con maggiore sicurezza l’effettivo decesso.

Una conoscenza superficiale dei processi decompositivi poteva inoltre portare a malintesi.
Quando si riesumavano dei corpi, non era infrequente ritrovarli in posizioni diverse da quella di sepoltura; questo era dovuto alla naturale tendenza del cadavere a muoversi durante la decomposizione, e talvolta a essere soggetto addirittura a piccole “esplosioni” a causa dei gas derivanti dalla putrefazione – scoppi abbastanza potenti da far ruotare gli arti superiori. Allo stesso modo, i segni lasciati da roditori o altri necrofagi (terra smossa, graffi, morsi, vesti rovinate, capelli caduti) potevano venire scambiati per i disperati tentativi del defunto di liberarsi.

Eppure, come detto, un fondo di verità c’era, e qualche sfortunato sarà sicuramente finito vivo in una bara. Perfino con tutti i nostri avanzati strumenti diagnostici, di tanto in tanto capita ancora che qualcuno si risvegli su un tavolo d’obitorio. Ma si tratta, oggi come allora, di eventi rarissimi, e in genere queste storie ci parlano di una paura culturale più che di un rischio concreto.

Il parto in bara

Se già venire sepolti vivi era dunque un fatto eccezionale, le probabilità che una donna incinta potesse addirittura partorire nel sepolcro risultano ancora più scarse. Anche questa idea – talmente carica di pathos da esercitare un fascino irresistibile per la sensibilità dell’epoca – deve essere nata da osservazioni reali, e di certo aprire la tomba di una donna e trovarvi un neonato doveva sembrare una prova definitiva della sua sepoltura prematura.
Quello che all’epoca non si sapeva è che il feto può in rarissime circostanze essere espulso post-mortem.

I microorganismi anaerobici, che danno avvio alla fase putrefattiva del cadavere, rilasciano durante la loro attività metabolica diversi gas. In questa fase enfisematica i tessuti interni si tendono e stirano; il torso, l’addome e le gambe si possono gonfiare; la pressione interna causata dall’accumulo di gas nel corpo di una donna in stato di gravidanza avanzato può determinare la separazione delle membrane amniotiche, il prolasso dell’utero e la conseguente estrusione totale o parziale del feto.
Questo evento sembrerebbe essere più probabile se la defunta aveva già avuto gravidanze in passato, per via della maggiore elasticità della cervice.
Lo strano fenomeno viene chiamato Sarggeburt (nascita in bara) nella letteratura forense tedesca.

Il primo caso di parto post-mortem cui siamo a conoscenza risale al 1551, quando una donna impiccata sul patibolo rilasciò, quattro ore dopo l’esecuzione capitale, i corpicini di due gemelli, entrambi morti. (Un episodio molto simile accadde nel 2007 in India, quando una donna si suicidò durante il travaglio; in quel caso il bambino nacque vivo e sano.)
A Bruxelles, nel 1633, una donna morì di convulsioni e tre giorni dopo il feto fu spontaneamente espulso. La stessa cosa avvenne a Weißenfels, in Sassonia, nel 1861. Altri casi sono citati nel primo testo medico in cui si parla di questa strana evenienza, cioè Anomalies and Curiosities of Medicine, pubblicato nel 1896, ma per la maggior parte si tratta di parti avvenuti quando la salma della madre non era ancora stata tumulata.
È John Whitridge Williams che, nel suo fortunato Obstetrics: a text-book for the use of students and practitioners (1904), indica la possibilità che il parto post-mortem avvenga dopo la sepoltura.

L’espulsione spontanea del feto dopo la morte della madre è stato osservato anche in tempi recenti.

Un caso del 2005 riguarda una donna morta nel suo appartamento a causa di intossicazione acuta da eroina: al momento del ritrovamento fu notato che la testa del feto (morto) spuntava da sotto le mutande della madre; ma più tardi, durante l’autopsia, anche la parte superiore del busto del bambino era emersa – segno che i gas sviluppatisi nella regione addominale avevano continuato a esercitare pressione dall’interno.
Nel 2008 una donna di 38 anni, al settimo mese di gravidanza, venne trovata assassinata in un campo e in stato avanzato di decomposizione per via del clima tropicale. Durante l’autopsia, il feto fu rinvenuto all’interno degli indumenti intimi della donna, ugualmente putrefatto e con il cordone ombelicale ancora attaccato alla placenta (qui il case study dei patologi forensi – ATTENZIONE immagini esplicite).

 

Vita in morte

Per tornare infine alla sventurata di Castel del Giudice, cosa le era accaduto veramente?
Certo, l’autopsia svolta all’epoca e citata negli atti del processo parlava della presenza di aria nei polmoni del neonato, che quindi sarebbe stato partorito vivo. Ed è possibile che le cose siano davvero andate così.

Eppure da una parte il racconto si inserisce fin troppo perfettamente in una specifica narrativa popolare dell’epoca, la cui reale incidenza statistica è messa in dubbio dagli studiosi; dall’altra, potrebbe essersi trattato di parto post-mortem, evento ben documentato – tanto che perfino gli archeologi faticano spesso a interpretare i ritrovamenti di scheletri antichi che mostrano resti di feti ancora parzialmente inseriti nelle ossa pelviche.

L’unica cosa certa è che queste storie atroci – autentiche o inventate – hanno una qualità quasi archetipica; morte e nascita, intrecciate in un singolo luogo e momento.
Forse ci affascinano perché, a livello simbolico, ci ricordano una verità, cioè quella espressa da un celebre verso degli Astronomica di Manilio:

Nascentes morimur, finisque ab origine pendet.

“Nascendo moriamo, e la fine dipende dall’inizio.”

Un macabro convento

Articolo a cura della guestblogger Lady Decay

Questo è il resoconto di un viaggio particolare, a differenza di altri luoghi abbandonati che mi è capitato di visitare: questo posto, oltre ad essere suggestivo, presenta anche un lato macabro e misterioso.

Siamo nel mese di novembre del 2016. Io, mio padre, mia sorella e due miei amici ci stiamo avventurando nell’esplorazione di un ex convento, abbandonato ormai da molti anni.
L’aria è gelida. Il nostro obbiettivo è adiacente a una struttura pubblica e tuttora in funzione: il cimitero.
I rovi sono secchi e corti, cosa che ci permette di addentrarci facilmente nella vegetazione verso il lato del convento che mostra l’unico punto di accesso, una finestra.
Con una certa fatica riusciamo tutti a entrare nella struttura a uno a uno, grazie anche a un alberello, cresciuto proprio al di sotto della piccola finestra, che usiamo come una sorta di scala.

Una volta ripreso fiato e data una scrollata ai nostri cappotti pieni di polvere, ci rendiamo conto di esserci perduti nel tempo. Quel luogo sembra essersi arrestato nel bel mezzo del suo ciclo vitale.

Il cortile interno è quasi del tutto inghiottito dalle piante rampicanti, e dobbiamo prestare molta attenzione al portico che lo circonda, le cui colonne sembrano stanche e instabili.

Due carri funebri ottocenteschi troneggiano in mezzo a un lato del cortile, consumati dal tempo ma capaci di conservare ancora tutta la loro magnificenza: il legno è marcio e impolverato, ma si intravedono ancora i pennacchi che pendono dagli angoli della carrozza; un tempo viola o verde scuro, ora essi sono di un colore indefinibile, che forse non esiste nemmeno.

Saliamo una rampa di scale verso una serie di camere vuote, le celle in cui una volta vivevano i Frati; alcune hanno ancora il numero inciso nel marmo di fianco alla porta.

Scendendo nuovamente di sotto, ci imbattiamo in una specie di “ufficio” dove ci danno il benvenuto i padroni di casa – due statue di santi che sembrano accoglierci e ammonirci al tempo stesso.

Mentre scattiamo qualche foto, diamo un’occhiata ai cassetti che contengono documenti risalenti addirittura agli ultimi anni del Settecento, fogli talmente vecchi che viene paura di rovinarli anche solo guardandoli.

Usciamo nel cortile esterno per goderci un po’ di raro sole novembrino. Siamo sempre nelle vicinanze del cimitero, che è aperto al pubblico, quindi ci muoviamo cautamente facendo il meno rumore possibile, quando a un tratto ecco la più macabra delle scoperte: diverse bare stanno adagiate sull’erba umida, alcune mezze aperte e altre completamente scoperchiate. Soltanto una di esse è chiusa.

I miei amici preferiscono allontanarsi, ma io e mia sorella non sappiamo resistere e curiosiamo in giro. Notiamo che accanto alle bare ci sono anche dei sacchi che recano una scritta : ‘resti organici da riesumazione‘.

Un leggero fetore aleggia nell’aria, ma nulla di troppo fastidioso: da questo, e dallo stile antiquato delle bare, ipotizziamo che queste riesumazioni non siano affatto recenti. Quelle casse sembrano stare lì aperte da parecchio tempo.

Oggi, a distanza di un anno, mi domando se non siano ancora abbandonate nell’erba, vicino a quel magico convento fantasma…

Lady Decay è una Urban Explorer (esploratrice urbana): potete seguire le sue avventure in luoghi dismessi e abbandonati sul suo canale YouTube e sulla sua pagina Facebook.