Spiriti della strada: il culto delle animitas

Il passante che uscendo dalla Estación Central di Santiago del Cile si incammini lungo via San Francisco de Borja, dopo neanche una ventina di metri si imbatterà, proprio sul muro della stazione ferroviaria alla sua sinistra, in una sorta di parete votiva, assiepata di targhette, offerte, candele perennemente accese, santini e fotografie. Un semplice cartello verde annuncia: “Romualdito”, lo stesso nome presente su tutti gli ex voto di ringraziamento.

Se poi il nostro ipotetico viaggiatore si dirigesse in auto lungo l’Autopista del Sol verso il sobborgo di Maipù, sul bordo della carreggiata opposta vedrebbe un altare abbastanza simile al primo, questa volta dedicato a una giovane ragazza di nome Astrid il cui ritratto è quasi sommerso da decine e decine di orsetti di peluche e giocattoli.

E se percorresse tutta l’affilata lingua di terra del Cile, stretto com’è tra la cordigliera e l’oceano, magari sconfinando talvolta nelle pampas argentine, noterebbe che il paesaggio (sia urbano che rurale) è costellato da numerosi di questi strani piccoli templi: luoghi di devozione in cui non si venerano i santi canonici, ma gli spiriti di alcune persone morte tragicamente. Questo è il culto delle animitas.

Espressione di pietas popolare, le animitas sono edicole votive che si innalzano spesso sul bordo della strada (animita de carretera) per commemorare alcuni morti di “mala morte”: nonostante le spoglie di questi individui siano sepolte al cimitero, essi non possono riposare veramente per via delle circostanze violente della loro dipartita. Le anime si aggirano ancora per i luoghi in cui la vita è stata loro tolta.

 

Il Romualdito della stazione dei treni, ad esempio, era un ragazzino malato di tubercolosi che venne assaltato dai malavitosi che lo uccisero per rubargli il poncho e i 15 miseri pesos che portava addosso. Ma la sua storia, risalente agli anni ’30, si è persa in molteplici versioni più o meno leggendarie, ed è ormai impossibile risalire con certezza alla verità dei fatti: certo è che la fede in Romualdito è così radicata a Santiago che quando si dovette rimodernare e ricostruire la stazione, la sua parete non venne toccata.

La giovane Astrid, a cui è dedicata l’edicola ricoperta di peluche, morì nel 1998 in un incidente di moto, quando aveva 19 anni. Oggi è conosciuta come la Niña Hermosa.

Ma questi cenotafi sono centinaia, per lo più installati sul ciglio delle strade, in forma di casette o di piccole chiese con croci ben evidenti che spuntano dai tettucci.


Vengono costruiti in un primo momento come atto di misericordia e di memoria, sul luogo esatto dell’incidente mortale (o, nel caso di pescatori dispersi in mare, in settori appositi sulla costa); ma diventano vero e proprio fulcro di devozione nel momento in cui l’anima del defunto si dimostra miracolosa (animita muy milagrosa). Quando cioè comincia a rispondere alle offerte e alle preghiere con delle grazie particolari, intercedendo presso la Vergine o Cristo stesso.

Il culto delle animitas è un’originale fusione del culto dei morti indigeno pre-ispanico (in cui l’antenato si trasformava in presenza benigna che proteggeva la stirpe) e il culto delle anime del Purgatorio che arrivò qui assieme al Cattolicesimo. Per questo esso presenta delle sorprendenti analogie con un’altra forma di religiosità popolare “anomala” – quella relativa alle anime pezzentelle sviluppatasi a Napoli nel Cimitero delle Fontanelle, a cui ho dedicato il mio libro De profundis.
Oltre a essere non ufficialmente riconosciuti dalla Chiesa, hanno in comune diversi aspetti fondamentali.

Per prima cosa le animitas, costruite con materiali di recupero, sono oggetti estetici e d’arte popolare che ricordano molto da vicino i carabattoli delle Fontanelle; non soltanto per la forma ma anche per la loro funzione, che è quella di rendere possibile una dialettica, un dialogo con l’oltretomba.
In secondo luogo, il sistema di intercessioni e di grazie, di offerte e di ex voto, è essenzialmente lo stesso in entrambi i casi.

Ma lo snodo davvero cruciale è che a essere venerati non sono gli eroi religiosi, vale a dire dei santi che hanno compiuto imprese incredibili miracolose in vita, ma piuttosto delle vittime del destino.
Questo consente un’identificazione tra il fedele e l’anima invocata, un riconoscimento della reciproca condizione, una condivisione dell’umana miseria che risulta pressoché impossibile avvertire nei confronti di figure “soprannaturali” come i santi. I quali certo svolgono anch’essi una funzione apotropaica, ma rimanendo sempre in posizione più elevata rispetto al comune mortale.
Le animitas, così come le anime pezzentelle, sono invece emblemi “democratici”, con cui è più semplice relazionarsi: condividono con i fedeli la stessa estrazione sociale, conoscono le difficoltà quotidiane della sopravvivenza. Sono degli spiriti protettivi che è possibile scomodare anche per miracoli più modesti, più banali potremmo dire, perché in fondo comprendono bene le necessità della gente.

Ma se in Italia il culto è rimasto esclusivo appannaggio di una singola città, Napoli, in Cile si è diffuso a macchia d’olio. Per dare un’idea della tenacia e della pervasività di questa fede, è sufficiente fare un ultimo, stupefacente esempio.
Il fenomeno artistico delle bici fantasma (biciclette pitturate di bianco a ricordo di un ciclista investito) è diffuso in tutto il mondo, e ha la funzione di monito per gli utenti della strada. Ebbene, quando queste installazioni sono arrivate in Cile non hanno potuto fare a meno di confondersi con la devozione popolare, dando luogo a degli ibridi chiamati bicianimitas. Ecco dunque che vicino alla bicicletta compaiono anche le edicole per le offerte rituali, e il memoriale funebre si trasforma in punto di comunicazione tra i vivi e i morti.
Vivi e morti che, sembrano voler ricordare le animitas, non sono mai veramente separati ma coesistono per le strade della città, o lungo i bordi delle polverose autostrade che s’inoltrano nel deserto.

Il blog Animitas Chilenas si propone di archiviare tutte le animitas, riportando di ciascuna il nome, la storia e le  coordinate GPS.
Oltre ai link alle fonti presenti nell’articolo, consiglio il saggio di Lautaro Ojeda,
Animitas – Una expresión informal y democrática de derecho a la ciudad (in ARQ Santiago n. 81 agosto 2012) e l’approfondito post El culto urbano de la muerte: el origen y la trascendencia de las animitas en Chile, di Criss Salazar.
Il fotografo Patricio Valenzuela Hohmann ha una splendida gallery di foto di animitas.
A margine segnalo infine
la Difunta Correa, l’animita più celebre in Argentina, dedicata alla leggendaria figura di una donna morta di sete e fatica a metà dell’Ottocento mentre seguiva il marito costretto forzosamente ad arruolarsi, e il cui cadavere fu trovato sotto un albero mentre stringeva ancora al petto il figlio neonato. Il culto della Difunta Correa si è diffuso a tal punto che è stato addirittura costruito un vero e proprio santuario a Vallecito, presso il quale arrivano un milione di pellegrini all’anno.

I demoni di Loudun

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La piccola cittadina francese di Loudun, situata nella regione Poitou-Charentes, divenne nel 1600 il teatro di uno degli episodi storici più oscuri e affascinanti. Un affaire in cui politica, sesso e fanatismo religioso sono mescolati assieme in un torbido e inquietante ritratto dell’Europa del tempo.

La Francia, all’epoca, era sotto lo scettro di Luigi XIII, ma soprattutto del Cardinale Richelieu, suo primo ministro. Il progetto politico di Richelieu era quello di rendere la monarchia assoluta, assoggettando i nobili e reprimendo qualsiasi ribellione in nome della “ragione di Stato” (che permette di violare il diritto in nome di un bene più alto); dal punto di vista religioso, inoltre, si era in pieno periodo di Controriforma, e Richelieu doveva fare i conti con il pressante problema degli Ugonotti calvinisti, i protestanti francesi. Per far fronte al dilagare dei riformisti, Richelieu era pronto a una guerra senza esclusione di colpi.

Loudun era una città in cui da tempo serpeggiava il protestantesimo, ma a farla finire nell’occhio del ciclone fu il canonico della chiesa di Sainte-Croix, padre Urbain Grandier. Prete coltissimo e controverso, teneva dei sermoni infiammati a cui accorrevano le folle anche dalle città vicine: le posizioni di Grandier erano sempre sul filo del rasoio, il suo spirito era rivoluzionario e anticonformista, e non temeva di contraddire o attaccare i canoni della Chiesa o Richelieu stesso.

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Seduttore impenitente, Grandier aveva intrattenuto relazioni sessuali e affettive con diverse donne in maniera sempre più aperta e spavalda, fino ad arrivare a mettere incinta la figlia quindicenne del procuratore del Re. Dopo questo scandalo, incominciò una relazione con Madeleine de Brou, orfanella di nobile casata a cui egli faceva da guida spirituale; i due si innamorarono, e Urbain Grandier commise il primo dei suoi errori diplomatici. Avrebbe potuto mantenere nascosta la loro relazione, anche se in realtà le voci circolavano da mesi; invece, decise che avrebbe sposato Madeleine, in barba ai precetti della Romana Chiesa e della Controriforma. Scrisse un pamphlet intitolato Trattato contro il celibato dei preti, e in seguito officiò con la sua amata una messa di matrimonio, notturna e segretissima, in cui egli ricoprì il triplice ruolo di marito, testimone e prete. Arrestato, riuscì a vincere il processo e tornare a Loudun, ma le cose non si misero a posto così facilmente.

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Qui entra infatti in gioco Jeanne de Belcier, priora del convento di Suore Orsoline di Loudun, chiamata anche suor Jeanne des Anges. Anima tormentata, dedita secondo la sua stessa autobiografia al libertinaggio nei primi anni di clausura e in seguito duramente repressa e ossessionata dal sesso, la madre superiora comincia ad avere delle fantasie erotiche su Urbain Grandier dopo aver sentito parlare delle sue avventure amatorie, nonostante non l’abbia mai conosciuto di persona. Gli propone quindi di diventare il confessore della comunità delle Orsoline, ma padre Grandier rifiuta. La scelta di Jeanne cade quindi su padre Mignon, un canonico nemico giurato di Grandier che comincia fin da subito a complottare contro il prete. Nei dieci anni successivi, assieme ad alcuni nobili della città (incluso il padre della giovane che Grandier aveva ingravidato), intenterà diversi processi contro Grandier, accusandolo di empietà e di vita debosciata.

Nel 1631 la tensione politica si innalza, perché Richelieu ordina che il castello di Loudun sia distrutto. Egli infatti aveva appena fondato, poco distante, una cittadina che portava il suo stesso nome, e non desiderava affatto che Loudun rimanesse un covo di Ugonotti, per di più fortificato. Urbain Grandier si oppose strenuamente all’abbattimento delle mura, scrivendo violenti pamphlet contro Richelieu e ponendosi quindi in aperto contrasto con le disposizioni del cardinale. Loudun diventò così una roccaforte sotto virtuale assedio delle guardie del Re, e a peggiorare le cose all’inizio del 1632 arrivò una terribile epidemia di peste a colpire la città.

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Fu a partire da settembre di quell’anno che scoppiò il vero putiferio. Secondo gli storici Jeanne des Anges, la madre superiora del convento di Orsoline, era ancora fuori di sé per il rifiuto ricevuto da Grandier. Per vendicarsi, nel segreto del confessionale raccontò a padre Mignon che il prete aveva usato la magia nera per sedurla. Accodandosi a lei, diverse altre religiose dichiararono che il prete le aveva stregate, inviando loro dei demoni per costringerle a commettere atti impuri con lui. A poco a poco, le suore vennero prese da un’isteria collettiva. In una di queste crisi di possessioni demoniache, durante le quali le religiose si contorcevano in pose impudiche e urlavano oscenità e bestemmie, una suora fece il nome di Urbain Grandier.

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Fino a pochi anni prima una dichiarazione rilasciata da una persona posseduta dal demonio non sarebbe stata ritenuta legalmente valida, in quanto proveniente dalla bocca del “padre della menzogna” (Giovanni 8:44). Ma il famoso caso delle possessioni di Aix-en-Provence del 1611, il primo nel quale la testimonianza di un indemoniato era stata accolta come prova, aveva creato un precedente.

Grandier venne processato e inizialmente rilasciato, ma non poteva finire lì. Richelieu non aspettava di meglio per mettere a tacere una volta per tutte questo prete scomodo e apertamente indisciplinato, e ordinò un nuovo processo, affidandolo stavolta a un suo speciale inviato, Jean Martin de Laubardemont, parente di Jeanne des Anges; impose inoltre una “procedura straordinaria”, così da impedire che Grandier potesse appellarsi al Parlamento di Parigi. Il prete sovversivo era stato incastrato.

Interrogatorio

Urbain Grandier venne rasato (alla ricerca di eventuali marchi della Bestia) e sottoposto a tortura, in particolare con il terribile metodo dello “stivale”. Si trattava di una delle torture più crudeli e violente, tanto che, a detta dei testimoni, tutti i membri del Consiglio che la ordinava invariabilmente chiedevano di andarsene appena iniziata la procedura. Le gambe dell’accusato venivano inserite fra quattro plance di legno strette e solide, fermamente legate con una corda: dei cunei venivano poi battuti a colpi di martello fra le due tavolette centrali, imprimendo così una pressione crudele sulle gambe, le cui ossa si frantumavano a poco a poco. I cunei erano di norma quattro per la “questione ordinaria”, cioè il primo grado di inquisizione.

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Dopo la tortura, i giudici produssero alcuni documenti come prova dei patti infernali di Grandier. Uno dei documenti era in latino e sembrava firmato dal prete; un altro, praticamente illeggibile, mostrava una confusione di strani simboli e diverse “firme” di diavoli, incluso Lucifero stesso (“Satanas“).

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A questo punto, Grandier venne dichiarato colpevole e condannato a morte. Ma prima, i giudici ordinarono che si procedesse con la “questione straordinaria”. Grandier fu sottoposto nuovamente a tortura, questa volta con otto cunei a stritolargli le gambe. Nonostante le sofferenze, rifiutò di confessare e continuò a giurare di essere innocente. Venne quindi bruciato sul rogo il 18 agosto 1634. Le possessioni demoniache andarono scemando, e terminarono nel 1637.

Condanna

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Jeanne des Anges, vittima di stigmate a partire dal 1635 e poi miracolosamente guarita, godette di crescente reputazione fino ad ottenere addirittura la protezione di Richelieu in persona, garantendo così prosperità al convento. Jean Martin de Laubardemont, l’inviato del cardinale, divenne famoso per aver convertito numerosi protestanti. Il clamore del caso dei demoni di Loudun portò nella città una nuova ondata di curiosi e visitatori che diedero nuova spinta all’economia e al commercio. Richelieu, una volta morto Grandier, riuscì nel suo intento di distruggere il castello.

The Devils

La storia delle possessioni di Loudun è raccontata anche in un romanzo di Aldous Huxley, portato poi sullo schermo da Ken Russell nel suo capolavoro I Diavoli (1971), opera accusata di blasfemia, osteggiata, sequestrata e “maledetta”, tanto che ancora oggi è praticamente impossibile reperirne una copia non censurata.

(Grazie, Nicholas!)

Religioni immaginarie

Non è vero, ma ci credo“: così Benedetto Croce sintetizzava l’esperienza di fede. La fede in un Dio che doni logica e significato a questo mondo, permettendo di comprendere quale sia il “modo giusto” di vivere, è un impulso necessario che appartiene ad ogni cultura, periodo o latitudine. Ed è un paradosso, ovviamente. Non c’è modo di dimostrare alcunché riguardo a questo presunto Dio: per cui, soggettivamente, o si avverte la sua presenza, o non la si avverte – o si crede, o non si crede.

La fede personale non è mai particolarmente problematica; forse è quando si viene a creare una “chiesa” ufficiale, con la propria casta sacerdotale, le sue dottrine e la sua teologia, che si rischia di finire alle Crociate. Ecco, appunto, la teologia: nobilissima branca di pensiero, troppo spesso sottovalutata, volta a fondere in modo complementare fede e ragione – ma che talvolta si è impantanata in sterili dissertazioni dogmatiche. E quando la religione, nell’intento di delimitare il proprio credo e stigmatizzare quello delle “tribù” vicine, si spinge fino a catalogare ed analizzare ogni minimo dettaglio delle caratteristiche e volontà dell’Essere Supremo, è chiaro che rischia di sortire un effetto involontariamente comico. I dibattiti sull’imene della Sacra Vergine che rimane intatto durante il parto, le discussioni sull’ascesa al cielo o meno del Santo Prepuzio, sono diatribe medievali che possono suscitare il riso, soprattutto quando l’intera cattedrale di speculazioni si basa su un assunto (l’esistenza di un Dio) che ha subìto forti contraccolpi in epoca moderna.

È proprio sulla scia di questa vis comica involontaria che, nell’ultima metà del secolo scorso, sono nate alcune “religioni immaginarie” che non contano adepti veri e propri, ma il cui scopo satirico è quello di parodiare e ridicolizzare alcuni dei paradossi delle religioni “serie”. Prendiamo qui in esame alcune delle più celebri religioni immaginarie, la cui fortuna è anche stata aiutata dall’avvento di internet. Sono religioni scherzose, umoristiche, ma che possono comunque far riflettere sull’assurdità di alcuni dogmi.

BOKONONISMO

Il Bokononismo è una religione immaginaria inventata da Kurt Vonnegut, autore di una serie di grandissimi romanzi dall’inimitabile atmosfera surreale e beffarda, conditi spesso da vaghi elementi fantascientifici. In Ghiaccio-nove (1963), il protagonista e narratore in prima persona della vicenda si dichiara fin da subito bokononista e ci spiega gli assunti fondamentali di questa religione. Il principio di base del credo di Bokonon è che ogni religione è fondata sulla menzogna. Il Bokononismo non fa eccezione, ma almeno lo dichiara apertamente: “Tutte le verità che sto per dirvi sono spudorate menzogne“. Ma se le bugie sono innocue, potranno comunque portare a condurre una vita felice. Queste bugie a fin di bene sono chiamate, nel linguaggio bokononista, i foma.

L’altro concetto fondamentale del Bokononismo, e forse quello più affascinante, è quello di karass. A ciascun uomo, Dio ha riservato un progetto imperscrutabile, un fine ultimo inconoscibile. Così, esistono molti individui che senza saperlo stanno “lavorando” per lo stesso fine: essi formano una karass, una sorta di gruppo o di “famiglia” inconsapevole, i cui membri spesso si incrociano senza apparente logica. Stanno in realtà tutti tendendo allo stesso wampeter, cioè un oggetto o una persona che è il loro centro gravitazionale, il loro motivo di esistenza. A completare il quadro, esistono false karass (chiamate granfaloon), come ad esempio il far parte di una Nazione o di un Partito, ed esistono anche karass composte da soli due elementi (chiamate duprass), i quali hanno una relazione talmente forte da vivere tutta la loro vita, e morire, sempre assieme.

Sotto la patina scanzonata e buffonesca, il bokononismo inventato da Vonnegut scardina così in un sol colpo praticamente tutte le istituzioni: la religione “seria” (che è fondata sulle menzogne), lo Stato (che è un’istituzione fittizia) e l’appartenenza politica (anche questa priva di valore). E riporta l’essenza stessa della vita a uno scopo misterioso, inconoscibile… che possiamo sopportare con un sorriso soltanto se siamo capaci di credere alle bugie.

DISCORDIANESIMO

Descritto spesso come “Zen per occidentali”, il Discordianesimo è la più complessa, esoterica e delirante delle religioni parodistiche. Anche soltanto riuscire a comprendere come sia nata è un enigma senza soluzione, fra autori reali, pseudonimi, false attribuzioni: quello che si sa è che nel 1958 (o 1959) vennero pubblicati i Principia Discordia, ad opera di Malaclypse II il Giovane (che sarebbe lo pseudonimo dello scrittore Gregory Hill, il quale a sua volta potrebbe non essere mai esistito…) e Kerry Thornley. Oltre a questo testo seminale, il Discordianesimo fu poi ampliato e sviluppato nei decenni successivi da Robert Anton Wilson, autore della trilogia Illuminati!, una vera e propria Bibbia della controcultura hacker. Nei suoi romanzi, che uniscono umoristicamente teorie del complotto, paranoia, esoterismo e anarchia, la Setta degli Illuminati controlla il mondo intero da centinaia di anni ed è in perenne lotta contro la resistenza discordiana. Secondo molti Wilson potrebbe essere l’unico artefice di tutta la complicata faccenda, ma nessuno lo saprà mai con certezza.

Per farla breve, il principio fondamentale del Discordianesimo è il Caos (non si era capito?). Rifiutando le idee di armonia e ordine cosmico, i Principia pongono la dea greca della discordia, Eris, al comando del mondo.

Se vuoi entrare nella Società Discordiana / dichiarati quello che vuoi / fai quello che ti pare / e vieni a dircelo / oppure / se preferisci / non farlo. / Non c’è nessuna regola. / La Dea Prevale.

Il Pentaconato (i cinque doveri sacri di ogni discordiano) è un capolavoro di parodia dei dogmi ufficiali:

  1. Non c’è Dea tranne Dea e Lei è la Tua Dea. Non c’è Movimento Erisiano tranne Il Movimento Erisiano ed è Il Movimento Erisiano. E ogni Corpo della Mela D’oro è l’adorata casa di un Verme D’oro.
  2. Un Discordiano Deve Sempre usare il Sistema Discordiano Ufficiale di Numerazione dei Documenti.
  3. È Richiesto che un Discordiano, nella sua fase iniziale di Illuminazione, si Allontani in Solitudine e Gioisca nella Comunione con un Panino con hot dog di venerdì; questa Cerimonia Devozionale serve per Protestare contro le numerose forme di Paganesimo di oggi: dei Cattolici Cristiani (niente carne al Venerdì), degli Ebrei (niente carne di Maiale), degli Induisti (niente carne di Manzo), dei Buddisti (niente carne di animali) e dei Discordiani (niente Panini da Hot Dog).
  4. Un Discordiano non mangerà Panini da Hot Dog, poiché Ciò è stato il Conforto della Nostra Dea quando subì il Rifiuto Originale.
  5. È proibito a un Discordiano di Credere in quello che legge.

Il Discordianesimo si basa su una ramificazione eccezionalmente complessa di simboli e di assunti che non possiamo riassumere qui. Vogliamo citare soltanto uno dei racconti più illuminanti contenuti nei Principia. È scritto che nel 1166 a.C., un uomo malvagio chiamato Grigiaghigna (Greyface, nell’originale) insegnò agli uomini che la vita è seria e che il gioco è peccato. Da questa “maledizione” stiamo cercando di liberarci ancora oggi, e i discordiani hanno escogitato mille modi di combattere i seguaci di Grigiaghigna… E voi, da che parte state?

INVISIBILE UNICORNO ROSA

L’Invisibile Unicorno Rosa è il primo sistema religioso inteso apertamente come satira e parodia delle religioni ufficiali. Le linee di base di questa “fede” umoristica sono infatti nate nei primi anni ’90 all’interno di un celebre newsgroup dedicato all’ateismo; elaborate dagli utenti, e sviluppate negli anni successivi, le dottrine dell’Invisibile Unicorno Rosa contano ormai diversi siti internet dedicati, T-shirt, gadget. L’idea di base è ovviamente il paradosso insito nello stesso nome della divinità: il sacro unicorno in questione è contemporaneamente invisibile e rosa. Da qui l’ormai celebre citazione:

Gli invisibili unicorni rosa sono esseri dotati di grande potere spirituale. Questo lo sappiamo perché sono capaci di essere invisibili e rosa allo stesso tempo. Come tutte le religioni, la fede negli invisibili unicorni rosa è basata sia sulla logica che sulla fede. Crediamo per fede che siano rosa; per logica sappiamo che sono invisibili, perché non possiamo vederli.

L’assenza di prove sull’esistenza dell’Unicorno non scoraggia i fedeli; anzi, questa stessa assenza dimostra l’invisibilità del fantastico animale divino. E, anche se è soltanto uno scherzo, l’Unicorno ha anche il suo opposto malvagio: la temibile Ostrica Viola. Un tempo la prediletta dell’Invisibile Unicorno Rosa, l’Ostrica venne in seguito scacciata dai pascoli divini per aver sostenuto che l’Unicorno preferisce la pizza con i funghi all’ananas con prosciutto. Ogni riferimento ad altre cosmogonie non è puramente casuale.

Ecco un sito italiano dedicato all’Invisibile Unicorno Rosa.

PASTAFARIANESIMO

Dovete sapere che i creazionisti americani sostengono che tutti gli animali sono stati creati assieme, così come sono, e nessuna mutazione o selezione naturale è mai sopravvenuta. Dovete sapere che i creazionisti americani sostengono che i fossili di dinosauri sono stati messi sottoterra da Dio solo per provare la nostra fede. Dovete sapere che in alcuni stati americani si è legiferato, un po’ come da noi per l’ora di religione, di insegnare nelle scuole il Creazionismo come alternativa all’evoluzione darwiniana.

Per protestare contro questo tipo di insegnamento nel Kansas, nel 2005 Bobby Henderson con una lettera aperta chiese che, per par condicio, venisse dedicato lo stesso tempo di insegnamento del creazionismo e dell’evoluzione darwiniana al Pastafarianesimo, una religione inventata di sana pianta, ma internamente coerente. Aprite le orecchie, miscredenti.

Il mondo è stato creato dal Mostro Spaghetti Volante, probabilmente mentre era ubriaco. Ecco perché la sua Creazione non è perfetta. Ogni tentativo scientifico volto a dimostrare la non-esistenza del Mostro Spaghetti Volante viene regolarmente viziato e alterato dalla sua Spaghettosa Appendice.

Il dogma principale del pastafarianesimo, poi, è davvero ingegnoso: qual è la causa del surriscaldamento globale, degli uragani e dei terremoti che devastano con sempre maggiore frequenza la Terra? Ovviamente, il calo nel numero di pirati a livello mondiale. Infatti la diminuzione della pirateria dal XIX secolo ad oggi va di pari passo con l’innalzarsi delle temperature (questo dogma è una parodia di quelle correlazioni che non indicano affatto una causalità, sfruttate spesso dalle religioni apocalittiche).

Il Pastafarianesimo è diventato, è il caso di dirlo, un fenomeno “di culto”. Il Mostro Spaghetti Volante esige che tutti i suoi fedeli si vestano da pirati (uno studente della North Carolina invocò la libertà di culto quando venne sospeso perché indossava indumenti pirateschi) e spesso si manifesta con miracolose apparizioni, come dimostra la foto seguente.

Alcune di queste religioni-burla partono evidentemente dall’idea che la fede sia un inganno e un’illusione. Comunque la pensiate, la satira può sempre essere feconda perché ci offre uno specchio in cui normalmente non vorremmo guardare; uno specchio in cui possiamo scorgere alcune delle nostre stesse contraddizioni.

In conclusione, possiamo soltanto ricordare che, se l’idea di Dio può sembrare un controsenso, è altrettanto vero che paradossale è la vita che viviamo: piccoli esseri che si aggirano su una palla di fango che vola nel vuoto, in un universo incredibile di cui non si conoscono né lo scopo né i confini. Forse è il cosmo il primo a parlare la lingua del paradosso, il primo a ridere di se stesso e di tutto.

Il Santo Prepuzio

La circoncisione di Gesù avvenne, secondo i Vangeli (Luca, 2,21) 8 giorni dopo la sua nascita. Per secoli la Chiesa Cattolica Romana ha festeggiato questa ricorrenza (il primo giorno di Gennaio), e la Chiesa Ortodossa continua a farlo tutt’oggi.

In sé la cosa non avrebbe nulla di strano, se non fosse che il prepuzio tagliato del Salvatore ha, nel corso del tempo, scatenato acerrime lotte e controversie.

Il Medioevo, si sa, fu l’ “epoca d’oro” delle reliquie: oltre ai corpi (incorrotti e non) dei santi, o ai frammenti di legno della Santa Croce, comparivano di volta in volta le reliquie più varie e fantasiose. Il campionario comprendeva il latte della Vergine, le tre vertebre della coda dell’asino cavalcato da Cristo al suo ingresso a Gerusalemme, il pelo della barba di San Giovanni Battista, la cinta di Maria caduta a terra durante la sua ascensione al cielo e addirittura un piolo della scala vista (in sogno!) da Giacobbe.

Il Santo Prepuzio era una delle reliquie più gettonate: a seconda della fonte, in varie città europee c’erano otto, dodici, quattordici o addirittura diciotto diversi Santi Prepuzi. Contemporaneamente.

Secondo la versione “ufficiale” dell’epoca, Carlo Magno, mentre pregava presso il Santo Sepolcro, avrebbe ricevuto in dono il Prepuzio da un angelo. In seguito, l’avrebbe regalato a Leone III il 25 dicembre 800  in occasione della sua incoronazione. Secondo un’altra versione invece il prepuzio sarebbe un dono di Irene di Bisanzio, ricevuto da Carlo Magno in occasione delle nozze. Leone III collocò la reliquia nel Sancta sanctorum della Basilica di San Giovanni in Laterano a Roma, assieme alle altre.

Ma Roma era soltanto un nome tra gli altri, sull’affollata mappa delle basiliche che rivendicavano il possesso del Santo Prepuzio: ce n’era uno a Santiago di Compostela, uno a Coulombs nella diocesi di Chartres (Francia), uno a Chartres stessa;  e anche le chiese di Besançon, Metz, Hildesheim, Charroux, Conques, Langres, Anversa, Fécamp, Puy-en-Velay, e Auvergne ritenenevano ciascuna di essere in possesso dell’unico vero Santo Prepuzio.

Uno dei più famosi prepuzi era quello conservato dal 1100 in poi ad Anversa, prepuzio che era stato venduto al re Baldovino I di Gerusalemme in quel di Palestina nel corso di una crociata. Durante una messa, il vescovo di Cambray ne vide uscire tre gocce di sangue che macchiarono i lini dell’altare. In onore di questo santissimo e sanguinante pezzetto di pelle, nonché della macchiata tovaglia, venne subito costruita una speciale cappella e vennero periodicamente tenute festose processioni; il miracoloso prepuzio divenne oggetto di culto e meta di pellegrinaggi.

Nel 1557 venne rinvenuto un Santo Prepuzio nella cittadina di Calcata (Viterbo). Il Prepuzio di Calcata è degno di nota perché è il più longevo di cui si abbia notizia: il reliquiario venne portato in processione anche recentemente (nel 1983) durante la Festa della Circoncisione. La tradizione ebbe fine quando dei ladri rubarono il contenitore ricoperto di gioielli e le reliquie in esso contenute.

Il Prepuzio di Calcata fu anche al centro di un acceso dibattito teologico. Infatti i  monaci di una abbazia rivale, quella di Charroux, sostenevano che il Santo Prepuzio conservato nella loro chiesa fosse stato donato direttamente, dall’immancabile Carlo Magno. Nei primi anni del XII secolo il Prepuzio venne portato in processione fino a Roma, perché Innocenzo III ne verificasse l’autenticità, ma il Papa rifiutò di farlo. La reliquia in seguito andò perduta, per ricomparire solo nel 1856, quando un operaio che lavorava nell’abbazia dichiarò di aver trovato il reliquiario nascosto nello spessore di un muro. La riscoperta portò ad uno scontro teologico con il Prepuzio ufficiale di Calcata, che era venerato ufficialmente dalla Chiesa da centinaia di anni. Nel 1900 la Chiesa risolse il dilemma vietando a chiunque di scrivere o parlare del Santo Prepuzio, pena la scomunica (Decreto no. 37 del 3 febbraio 1900). Nel 1954, dopo lungo dibattito, la punizione venne portata al vitandi (persona da evitare), il grado più grave della scomunica; successivamente il Concilio Vaticano Secondo rimosse dal calendario liturgico la festività della Circoncisione di Cristo.

Il Santo Prepuzio di Calcata rimase per lungo tempo l’ultimo sopravvissuto ai vari saccheggi. A seguito del furto in epoca moderna del reliquiario di Calcata, non si sa se qualcuno dei Prepuzi sia tuttora esistente. Il mistero riguardante una delle più bizzarre reliquie della storia cristiana resiste ancora.