Wunderkammer Reborn – Parte I

Come mai il nuovo millennio ha visto risvegliarsi l’interesse per le “camere delle meraviglie”? Perché un genere di collezionismo così antico, tipico del periodo compreso tra Cinquecento e Settecento, mantiene il suo fascino nell’epoca di internet e della virtualità? E quali sono le differenze fra le wunderkammer classiche e le neo-wunderkammer attuali?

Mi sono recentemente trovato ad affrontare questi argomenti in due contesti diametralmente opposti.
Il primo, un seriosissimo convegno sulle discipline della conoscenza nella prima Età moderna, presso l’Università di Padova; il secondo, un festival di illusionismo e meraviglia organizzato a Fontanellato da un mentalista e da un wonder injector. In quest’ultima occasione ho allestito un tavolino con una micro-wunderkammer (davvero minima, ma è quello che mi stava in valigia!) in modo che, dopo la conferenza, il pubblico potesse vedere e toccare con mano qualche oggetto curioso.

Due ambiti tradizionalmente piuttosto distanti fra loro – il milieu accademico e il mondo dell’intrattenimento (anche se pensato con l’intento di “fare cultura”, come nel caso di Stupire) – hanno entrambi dedicato spazio alla discussione del fenomeno, il che mi sembra indicativo di una sua rilevanza.
Ho pensato dunque di riassumere a grandi linee, per chi non è potuto venire agli appuntamenti, i miei interventi sul tema.

Per motivi pratici dividerò il tutto in due post.
In questo, cercherò di delineare quelle che a mio avviso sono le principali caratteristiche delle wunderkammer storiche – o, meglio, i concetti su cui vale la pena riflettere.
Nel prossimo post affronterò invece le neo-wunderkammer del Ventunesimo Secolo, per provare a individuare quali possano essere i motivi di questa peculiare “rinascita”.

Mirabilia

Ovviamente il concetto fondamentale delle wunderkammer, fin dal loro nome, era quello di meraviglia; dai “gabinetti” nobiliari di Ferdinando II d’Austria o Rodolfo II fino alle collezioni più marcatamente scientifiche come quelle di Aldrovandi, Cospi, o Kircher, il fine delle wunderkammer antiche era prima di tutto stupire il visitatore.

Si trattava di un modo per impressionare gli ospiti di corte, ostentando l’opulenza e la fastosa ricchezza di chi assemblava la wunderkammer: in effetti la camera delle meraviglie deriva dall’evoluzione delle camere del tesoro (schatzkammer) e delle grandi collezioni d’arte del Quattrocento (kunstkammer).

Questa predilezione per gli oggetti costosi e rari finì per generare un fiorente mercato internazionale di articoli naturalistici ed etnologici provenienti dalle colonie.

Il teatro del mondo

La wunderkammer, però, aspirava anche a essere una sorta di microcosmo capace di rappresentare la totalità dell’universo conosciuto, o perlomeno di rimandare all’incredibile assortimento di creature e di forme presenti nella natura. Samuel Quiccheberg, nel suo trattato sull’allestimento di un utopico museo, utilizzò per primo la parola “teatro”, ma in realtà – come si vedrà più avanti – quella della rappresentazione teatrale è una delle idee cardine delle collezioni classiche.

In virtù di questa sua qualità di rappresentazione del mondo, la wunderkammer era anche intesa come un vero e proprio strumento di conoscenza, uno spazio d’indagine per i cosiddetti filosofi naturali.

Il sistema della conoscenza

Per quanto riguarda l’organizzazione dell’enorme quantità di materiale, inizialmente non si seguiva alcun ordine preciso, assecondando piuttosto i gusti e l’estro del collezionista stesso. Poco a poco, però, cominciò a farsi strada l’idea della catalogazione, implicando una prima distinzione fra tre macro-categorie conosciute come naturalia, artificialia e mirabilia, le quali si sarebbero in seguito perfezionate e ampliate in diverse altre classi (medicalia, exotica, scientifica, ecc.).

Naturalia

Artificialia

Artificialia

Mirabilia

Mirabilia

Medicalia, exotica, scientifica

Da questa sempre crescente necessità di distinguere, etichettare e catalogare prenderanno le mosse la tassonomia di Linneo, le dispute con Buffon, via via fino a Lamarck, Cuvier e infine la fondazione del Louvre, che sancisce la nascita del museo moderno come lo intendiamo oggi.

L’estetica dell’accumulo

L’aspetto forse più iconico e conosciuto delle wunderkammer era lo straordinario affollamento, quell’horror vacui che spingeva a non lasciare il minimo spazio vuoto nell’esposizione delle curiosità e delle bizzarrie raccolte in giro per il mondo.
Non soltanto, come dicevamo all’inizio, quest’estetica eccessiva era uno sfoggio di ricchezza, ma mirava anche a sbalordire e frastornare il visitatore. E lo stordimento era un momento essenziale: la meraviglia per l’universo, quel sentimento che era chiamato thauma, passa sì dallo stupore ma è inscindibile da un senso di inquietudine. Per accedere a questo stato di coscienza, da cui parte ogni filosofia, dobbiamo uscire dalla nostra zona di comfort.

Trovarsi confrontati di colpo con l’incredibile fantasia delle forme naturali, visivamente “aggrediti” dalla moltitudine impensabile degli oggetti, era un’esperienza che non poteva lasciare indifferenti. Estetica del Sublime, più ancora che del Bello; questa vertigine enciclopedica è il motivo per cui ad esempio Umberto Eco inserisce le wunderkammer fra gli esempi di “liste visive”.

Conservazione e rappresentazione

Uno degli scopi fondamentali di qualsiasi collezione era (ed è ancora) la conservazione degli esemplari e degli oggetti, ai fini di studio o per la posterità. Eppure ogni conservazione è già rappresentazione.

Quando entriamo in un museo, non ci rendiamo conto delle decisioni che sono state fatte a monte: eppure sono proprio queste che creano la narrativa del museo, il racconto che ci viene esposto sala dopo sala.

Le opzioni sono molteplici: quali esemplari conservare, quale tecnica utilizzare per conservarli (il risultato sarà differente a seconda che un campione biologico venga essiccato, tassidermizzato, o immerso in liquido), come raggrupparli, come allestire la loro esposizione?
Si tratta in definitiva di scegliere quali saranno gli attori, i costumi di scena, le scenografie, lo script interno del museo.

L’esempio più illuminante è senza dubbio la tassidermia, il simulacro per eccellenza: dell’animale non resta altro che la pelle, stesa su un manichino che mima le fattezze e la postura della bestia. Vengono applicati occhi di vetro per renderlo più convincente. Insomma, gli animali imbalsamati recitano la parte degli animali vivi. E non c’è, a ben vedere, più “realtà” in un elefante tassidermizzato che in uno dei moderni prop animatronici che vediamo nei musei di storia naturale.

Ma perché abbiamo bisogno di tutto questo teatro? La risposta sta nel concetto di domesticazione.

Domesticazione: Natura vs. Cultura

La natura si oppone alla cultura fin dai tempi degli antichi Greci. L’uomo occidentale ha sempre sentito la necessità di prendere le distanze da quella parte di sé che avvertiva come primordiale, caotica, incontrollabile, bestiale. I muri della polis chiudevano fuori la natura, mantenendo all’interno la cultura; non a caso i Barbari – esseri per metà uomini e per metà belve – erano etimologicamente coloro che “balbettavano”, che stavano fuori dal logos.

Il teatro, forma evoluta di rappresentazione, nasce ad Atene come sostituto degli antichi sacrifici umani (cfr. Réné Girard), e assolve ai medesimi compiti sacri: sublimare il desiderio animale di crudeltà e violenza. L’eroe tragico assume il ruolo di vittima sacrificale, e infatti il valore sacro delle tragedie è dimostrato dal fatto che assistervi era inizialmente obbligatorio per legge per ogni cittadino.

Il teatro è dunque il primo tentativo di domesticazione degli istinti naturali, di portarli letteralmente “dentro casa”, di includerli nel logos per disinnescarne la potenza antisociale. La natura diventa davvero piacevole e innocua solo se la raccontiamo, se la scenografiamo.

Ecco allora che un leone impagliato (cioè raccontato attraverso la finzione della tassidermia) è qualcosa che possiamo metterci in salotto senza timori. Tutto lo studio della natura, così come concepita nelle wunderkammer, era essenzialmente lo studio della sua rappresentazione.

Mettendola in scena, era possibile esercitare sulla natura un controllo altrimenti impossibile. Di conseguenza il simbolo delle wunderkammer, quel pezzo che non poteva mancare in alcuna collezione, era proprio il coccodrillo incatenato — imbrigliato e incapace di nuocere grazie ai legacci della Ragione, del logos, della conoscenza.

È interessante, in chiusura di questa prima parte, notare come la simbologia del coccodrillo fosse anch’essa in realtà mutuata dalla sfera del sacro. Questi rettili in catene apparvero inizialmente nelle chiese, e se ne possono ancora vedere diversi esemplari in Europa: in quel caso si trattava ovviamente di rimarcare la potenza e la gloria del Cristo che sconfigge Satana (e di impressionare i fedeli, che con ogni probabilità non avevano mai visto una simile bestia).
Esempio perfetto di tassidermia sacra; domesticazione come argine contro l’inconscio animalesco, peccaminoso; barriera fra gli istinti naturali e quelli sociali.

(Continua nella seconda parte)

Le lanterne dei morti

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In alcuni cimiteri medievali della Francia centro-occidentale si ergono delle strane costruzioni in muratura, di altezza variabile, simili a piccole torri. Il loro interno, cavo e spoglio, era sufficientemente largo perché un uomo potesse arrampicarsi fino alla cima della struttura e accendere, al tramonto, una lanterna.
Ma a cosa servivano questi bizzarri fari? Che bisogno c’era di segnalare ai viandanti, nella notte, la presenza di un camposanto?

Le “lanterne dei morti”, costruite fra il XII e il XIII secolo, sono uno degli enigmi storici che rimangono tutt’oggi senza una spiegazione certa.

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Parte del problema deriva dal fatto che nella letteratura medievale non viene mai fatto cenno alle lampade: l’unica fonte coeva è un passo del De miraculis di Pietro il Venerabile (1092-1156). In uno dei suoi resoconti di eventi miracolosi, il celebre abate di Cluny menziona la lanterna di Charlieu, che aveva certamente visto nei suoi viaggi in Aquitania:

C’è, al centro del cimitero, una struttura in pietra, al culmine della quale si trova un posto che può ospitare una lampada, la cui luce rischiara tutte le notti questo sacro luogo, in segno di rispetto per i fedeli che vi riposano. Ci sono anche alcuni scalini per i quali si accede a una piattaforma il cui spazio è sufficiente per due o tre uomini seduti o in piedi.

Questa scarna descrizione è l’unica risalente al XII secolo, cioè l’esatto periodo in cui la maggior parte di queste lanterne dovrebbe essere stata edificata. Di per sé questo brano racconta ben poco, quindi, almeno a prima vista: ma torneremo più tardi sul passo e sulle sorprese che potrebbe nascondere.
Dato il silenzio letterario che circonda gli edifici, come c’era da aspettarsi è sorto negli anni un florilegio di improbabili congetture, che più che spiegare alcunché moltiplicano i presunti “misteri” — dagli studi sulla disposizione geografica delle torri, che rivelerebbe esoteriche geometrie nascoste, alla decifrazione delle correlazioni numerologiche, ad esempio fra le 11 colonne del fusto della lanterna di Fenioux e le 13 colonnette del fanale… e via dicendo. (Per inciso, queste speculazioni a briglia sciolta ricordano la classica escalation brillantemente esemplificata da Mariano Tomatis nel suo mini-documentario L’ombra di Poussin).

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Invece il dibattito “serio” fra gli storici, nato nella seconda metà dell’Ottocento, vede affermarsi inizialmente due teorie, entrambe fragili a un’analisi più moderna: da una parte l’idea che queste torri abbiano derivazioni celtiche (proposta da Viollet-Le-Duc che le associava ai menhir), e dall’altra l’ipotesi che siano nate da un’influenza orientale. Che il ricordo dei minareti visti durante le crociate, o della torcia che si racconta bruciasse sulla tomba del Saladino, abbiano veramente a che fare con le lampade dei morti è una tesi ormai scartata dagli storici.

Senza ricorrere a letture esotiche o esoteriche, è possibile dunque azzardare un’interpretazione del significato e dello scopo delle lanterne partendo dalla cultura medievale di cui sono espressione?
A questo fine, la storica Cécile Treffort ha analizzato la polisemia della luce nella tradizione cristiana, e le sue correlazioni con i ceri della Candelora, o Pasquali, e con la lanterna (Les lanternes des morts: une lumière protectrice?, Cahiers de recherches médiévales, n.8, 2001).

Fin dai primi versi della Genesi, la lux divina si contrappone alle tenebre, ed è simbolo della sapienza che porta a Dio: i fedeli devono mantenersi lontano dall’oscurità e seguire la luce del Signore che, non a caso, li attende anche dopo la morte in un aldilà splendente e pervaso da una lux perpetua, Regno dei Cieli in cui le profezie dicono che il sole non tramonterà mai più. Anche Cristo, peraltro, afferma “Io sono la luce del mondo; chi mi segue non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8,12).
L’assenza della luce, di contro, sancisce il dominio dei demoni, delle tentazioni, degli spiriti malvagi — è il regno di chi un tempo portava la fiamma, ma è stato destituito (Lucifero).

In epoca medievale erano diffuse storie di apparizioni demoniache e di pericolosi revenant ambientate all’interno dei cimiteri, e probabilmente accendere una lanterna aveva innanzitutto la funzione di proteggere questo luogo dalle grinfie degli esseri inferi.

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D’altro canto, però, la simbologia della lanterna non si risolve nella sua funzione apotropaica, ma rimanda anche alla parabola delle dieci vergini contenuta nel Vangelo di Matteo: qui il tenere la fiamma accesa in attesa dello Sposo è una metafora dell’essere vigili e pronti all’arrivo del Redentore. Al Suo ritorno, si vedrà chi ha mantenuto la propria lampada accesa — e l’anima pura —, e chi ha stoltamente lasciato che si spegnesse.

La stessa regola benedettina prevedeva che nei dormitori dei conventi vi fosse sempre una candela che bruciava, perché i “figli della luce” dovevano rimanere al riparo dalle tenebre anche sul piano corporale.
Se ricordiamo dunque che la parola cimitero etimologicamente significa “dormitorio”, accendervi una lanterna poteva assolvere diversi scopi assieme. Serviva a portare la luce nel luogo intermediario per eccellenza, posto fra la chiesa e la terra profana, fra la liturgia e le tentazioni, fra la vita e la morte, confine permeabile in cui le anime potevano ancora ritornare o perdersi in preda ai demoni; serviva a proteggere corporalmente e spiritualmente i defunti; e ancora a segnalare simbolicamente l’attesa escatologica, la vigilanza nella fede.

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Rimane un ultimo interrogativo, la cui risposta può essere piuttosto sorprendente.
Il senso teologico delle lanterne dei morti, come abbiamo visto, è ricco e sfaccettato. Perché allora Pietro il Venerabile vi fa un accenno così veloce e all’apparenza quasi disinteressato?

Questa domanda apre uno spiraglio su un aspetto poco conosciuto della storia ecclesiastica: il cimitero come campo di battaglia politico.
Dal X secolo in poi la Chiesa comincia ad “appropriarsi” sempre più gelosamente dei luoghi di sepoltura, rivendicandone la gestione. Questo movimento (che anticipa e prepara l’introduzione del Purgatorio, di cui ho scritto nel mio De Profundis) ha come effetto quello di rendere l’autorità ecclesiastica arbitro indiscusso della memoria — decidendo chi aveva o non aveva il diritto di essere sepolto sotto l’egida della Santa Chiesa. La scomunica, già arma temibile per gli eretici in vita, acquisisce così il potere di maledirli anche dopo la morte. E non dimentichiamo che il cimitero, oltre a questo controllo politico, ne offre anche uno giuridico, essendo in quel periodo terra di asilo e rifugio inviolabile.

Pietro il Venerabile si trovava nel bel mezzo di uno scisma, quello dell’antipapa Anacleto, e i suoi viaggi in Aquitania avevano lo scopo di cercare di risolvere i difficili rapporti con i monasteri benedettini insorti. Le lanterne dei morti si trovavano proprio in questa regione della Francia, e vedendoli Pietro deve essere rimasto affascinato dal loro spessore simbolico. Ponevano però un problema: potevano essere viste come un’alternativa alla consacrazione del camposanto, che l’abbazia di Cluny stava promuovendo proprio in quegli anni per creare uno spazio inviolabile sotto l’esclusivo governo ecclesiastico.
Così, nel suo racconto, ecco che egli decide di piazzare la torre funebre a Charlieu — priorato fedele alla sua abbazia — senza suggerire minimamente che la paternità dell’invenzione provenisse in realtà dalla rivale Aquitania.

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Questa battaglia di copyright ante litteram ci ricorda che il cimitero, ben lungi dall’essere un semplice luogo in cui si seppellivano i defunti, era un territorio liminale politicamente strategico. Perché detenere il dominio simbolico sulla morte e sull’aldilà si è spesso storicamente rivelato più importante di qualsiasi potere temporale.

Nonostante queste schermaglie siano ormai tornate alla polvere, ancora oggi molte torri si innalzano nei cimiteri francesi. Ritte fra le tombe e le spoglie orizzontali che attendono il risveglio, prive di lanterne ormai da secoli, rimangono testimoni muti di un tempo in cui la fiamma di una lampada offriva protezione e speranza sia ai vivi che ai morti.

(Grazie, Marco!)

La Pinacoteca di Pietra

Articolo a cura del nostro guestblogger Stefano Cappello

Ho vissuto per diversi anni a Catania, prima come studente della facoltà di Lettere Moderne e in seguito per lavoro. L’Arte mi ha sempre affascinato e la possibilità di vivere e viaggiare in Sicilia mi ha permesso di scoprire questo luogo in cui attraverso i millenni hanno convissuto, compenetrandosi spesso con esiti unici, alcune delle più elevate espressioni della creatività umana.

Visitando una delle chiese catanesi mi capitò di notare come i marmi degli altari mostrassero forme curiose: tra le venature si potevano intuire volti grotteschi, maschere animali, figure bizzarre.

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L’uso di accostare lastre di marmo per ottenerne un’immagine speculare è una pratica nota come “macchia aperta”. Usata da millenni, tale tecnica sfrutta le lastre consecutive di un blocco, che una volta tagliate vengono affiancate tra loro, sfruttandone le venature, al fine di creare la figura presente in nuce nello stesso marmo.

Cominciai così a visitare le altre chiese della città per constatare che il fenomeno si ripeteva con una certa frequenza. Il taglio delle lastre e la loro disposizione erano intenzionali e nel caso degli esempi riportati non si può parlare di pareidolia, intesa come illusione subcosciente che codifica gli stimoli visivi artificiali o naturali riconducendoli a forme riconoscibili.
Forse è più consono accostare le figure dei marmi catanesi, o quantomeno alcuni di essi, al fenomeno del Gamahés, il quale sottende un aspetto sacro delle immagini e delle forme che l’Anima Mundi imprime nella pietra nelle sembianze di volti, animali, simboli o di interi paesaggi, come nel caso della Pietra Paesina. Attraverso la medesima via occulta, i disegni sarebbero stati impressi nei marmi da quella stessa forza creatrice, quella natura naturans che genera ogni aspetto della realtà, in attesa che uno spirito arguto, grazie alla propria Arte, li portasse alla luce.

Tutte queste chiese sono accomunate dal fatto di essere state ricostruite ex novo dopo il devastante terremoto che l’11 gennaio del 1693 distrusse Catania. La città subì ingenti perdite, si calcolano 16.000 vittime su una popolazione di circa 20.000 abitanti.
La macchina organizzativa si mise in moto per ricondurre, in tempi ragionevoli, la vita della popolazione alla normalità. La ricostruzione della città dimostra come la catastrofe abbia determinato uno stimolo verso la ricerca di soluzioni architettoniche innovative con esiti di altissima qualità. Tali innovazioni, che accomunarono con diversi risultati i centri della Val di Noto colpiti dal sisma, furono elaborate da quello che potrebbe essere considerato come un grande e unico “laboratorio di sperimentazione dei modelli internazionali del Barocco”.

Nel caso di Catania, l’unità d’intenti che sottese l’intero progetto trasparirà sia sul piano architettonico, attraverso l’utilizzo di materiali che meglio avrebbero assorbito l’urto di eventuali future scosse, sia urbanistico. Verrà infatti definita una nuova pianta della città con strade più ampie, slarghi, vie di fuga [1].
Uno dei marmi usati nelle chiese catanesi, il Libeccio Antico di Sicilia, è chiamato anche Breccia Pontificia, proprio per l’utilizzo che ne venne fatto all’interno dello Stato Vaticano. Questo marmo raro e pregiato, estratto dalle cave di Custonaci, è ideale per essere lavorato a macchia aperta, in modo da poterne esaltare i disegni che vi si trovano impressi.

L’intenzionalità dell’utilizzo figurativo del marmo è evidente nella Chiesa di S. Agata la Vetere dove, nell’altare laterale che un tempo ospitò il Sarcofago della Martire, furono posti questi marmi.

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Sembra che si sia voluta riprodurre con queste lastre di diaspro rosso, la sagoma del corpo della Santa come fosse disteso su un Sarcofago.
Se l’immagine è ruotata, la composizione risalta in maniera più definita.

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La testa, le spalle, le braccia ripiegate sul petto, la forma dei fianchi, le gambe, i piedi che emergono dalla veste.
Le suggestioni possono essere molteplici. Sul petto della figura, ad esempio, sembra intravedersi un Cuore Fiammeggiante. Una forma sferica si delinea alla base dell’immagine la quale appare come circondata da una sorta di aura.
L’intento figurativo, la forma che emerge dal componimento delle lastre è coerente, dal punto di vista delle proporzioni, con un corpo femminile.
Gli stimoli visivi che la figura può suggerire, se considerata come ritta su un globo, rimandano all’iconografia Mariana. Tale ipotetico “trasferimento iconografico” sarebbe del resto giustificabile una volta che venga applicato alla rappresentazione di una santa, in quanto le figure femminili della tradizione cristiana sono simbolicamente accomunate dal fatto di essere, in fondo, differenti manifestazioni dell’archetipo del Femminino Sacro.

Un altro esempio nel quale l’intenzionalità della figurazione marmorea sembra essere coerente con il luogo prescelto, si trova nella Chiesa di S. Michele Arcangelo. Qui, così come nelle altre chiese della città, le figure compaiono spesso a coppie, alla base delle colonne degli altari laterali discostandosi tra loro per alcuni particolari.

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I marmi in questione, maggiormente il secondo, mostrano due figure a intarsio stilizzate, ma delle quali sarebbero riconoscibili la testa, il collo, le braccia aperte, il busto, la parte terminale di una tunica. Al tempo stesso quelle che appaiono dietro la figura, potrebbero essere due ali, delle quali le venature del marmo sembrano perfino tracciarne il piumaggio. L’insieme rimanderebbe all’iconografia bizantina dell’Arcangelo.

Quello dei marmi delle chiese catanesi è un viaggio figurativo tra bestie, uomini, santi e demoni.

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Le specchiature marmoree che seguono sembrano rappresentare ciascuna un volto con un copricapo che ricorda nella forma la testa di un lupo. La figura potrebbe rimandare all’iconografia di Ade, Signore dell’Oltretomba, raffigurato con indosso il kunée, l’Elmo dell’Oscurità.

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Se si volesse considerare che le maestranze abbiano agito in libertà, verosimilmente all’insaputa delle committenze ecclesiastiche, si può immaginare che abbiano applicato la loro Arte, la quale fondeva sapere artigiano e conoscenza dei trattati, unendola al loro estro per esplorare le potenzialità di questa forma rappresentativa e testimoniando in tal modo la presenza di un’ideologia sotterranea rispetto a quella ufficiale. E questi marmi ne potrebbero fornire l’esempio.

Due volti grotteschi dei quali individuiamo gli occhi, il naso e la bocca, oltre a quella che sembra essere una mitra come copricapo.

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Curiosa l’immagine che emerge da queste lastre: una creatura ghignante con quelle che per coerenza di proporzioni rispetto alla testa sarebbero le mani (le venature sembrano tratteggiarne le dita) in posizione a triangolo, alzate di fronte al petto.

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La particolarità di questo volto grottesco sta nel fatto di trovarsi dietro un altare, invisibile frontalmente. Esempio che risponde alla necessità, tipica del Barocco, di riempire il vuoto, di esorcizzare l’horror vacui?

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Nella chiesa di S. Francesco all’Immacolata troviamo questi marmi, dai quali emerge una figura seduta con quella che parrebbe una testa asinina reclinata in avanti. Le lunghe orecchie, il muso, le narici. Le mani coerenti nella misura e nelle proporzioni come fossero appoggiate sulle gambe, le venature simmetriche ai lati della lastra che conferiscono l’idea prospettica di un sedile. Curioso che tale figura, così come altre, sia stata ottenuta con una tecnica a intarsio, in un esito che unisce la forma naturale suggerita dalle venature e l’artificio tecnico, al fine di creare una determinata suggestione figurativa. Tale pratica è documentata già da Plinio che riporta nella sua Naturalis historia di come si fosse arrivati al suo tempo non solo a rivestire di marmi tutte le pareti dei templi e degli edifici pubblici, ma anche di traforare il marmo inserendovi piccole crustae sagomate in forma d’immagini di cose e di animali. Si cominciò insomma a “dipingere con la pietra” (“coepimus et lapide pingere”, Nat. hist., Liber xxxv, 3).

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La composizione di queste lastre marmoree sembra ripetere la struttura di un parapetto proveniente da Samotracia, importante sede di Culti Misterici del mondo greco. Qui abbiamo ai lati dei marmi che, attraverso le loro venature, assumono l’aspetto di due bucrani e al centro, al posto del fiore a 8 petali presente nel parapetto di Samotracia, una croce greca alla quale si aggiungono 4 raggi, come a voler rimanere aderenti alla simbologia dell’originale.

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Possiamo immaginare che le composizioni dei marmorai si rifacessero a volte a modelli preesistenti, considerando quindi un lavoro di ricerca proprio di quelle lastre che ne potessero ricreare la suggestione, come nel caso del parapetto di Samotracia, e in tutti gli altri casi fossero le stesse venature delle lastre a suggerire l’immagine da realizzare. E tali simulacri non potevano che manifestarsi nella pietra con la fissità dei simboli, degli archetipi, ma apparire al tempo stesso mutevoli, proteiformi quando emergono dalle superfici colorate del marmo, forma informata dall’immanente azione della Natura.

L’aspetto interessante di questo capitolo ignoto del Barocco Siciliano è che il Mostruoso, il Grottesco, il Difforme dei mascheroni decorativi, rimasto al di fuori degli edifici e soprattutto di quelli civili piuttosto che ecclesiastici, vi fosse invece penetrato sotto altra forma. Dalla tridimensionalità della scultura alla bidimensionalità della lastra, appiattendosi lungo le pareti, adornando gli altari giusto in prossimità di quelle tele utilizzate come didascalico strumento del potere della chiesa nella forma di Biblia pauperum, in una sorta di parallela pinacoteca lapidea.

Non si conosce lo scopo di questa forma rappresentativa.
Possiamo affermare che fu intenzionale, che fu un sistema decorativo millenario che trovò campo di applicazione nella rappresentazione del bizzarro, del grottesco, tipica della Cultura Barocca e particolarmente di quella del Barocco Siciliano. Conosciuta probabilmente anche negli ambienti ecclesiastici dell’epoca, almeno ai suoi livelli più alti, tale forma d’arte testimoniava al tempo stesso la sua singolarità proprio nella possibilità di essere fruita da pochi.
L’ambiguità insita nella lettura di questi stimoli visivi è infatti paragonabile per certi versi alla mancanza di oggettività riferibile agli esiti interpretativi delle Tavole di Rorschach le quali, costituendo un test proiettivo, non hanno delle risposte esatte ma quelle che soggettivamente gli vengono attribuite.

Viene da chiedersi se i committenti e le maestranze si fossero interrogati sulla possibilità che i fedeli si accorgessero di tali composizioni celate nelle superfici, solo apparentemente caotiche, delle lastre. Se tale eventualità si fosse verificata, del resto quanti ne avrebbero parlato senza il rischio di incorrere nella Santa Inquisizione, attiva nell’Isola e abolita solo nel 1782?
Perché quindi selezionare solo certi marmi rari e pregiati per comporre figure che dall’astratto si concretizzano fino ad assumere le maschere del grottesco? Semplice piacere estetico per pochi o precisa funzione apotropaica, valenza magica del mostruoso per allontanare il pericolo di una catastrofe simile a quella che aveva distrutto la città?
Le motivazioni di questa forma rappresentativa rimangono quindi un campo aperto all’indagine. Si possono formulare diverse ipotesi, così come molteplici sono le analogie che emergono anche solo a livello di suggestione con la tradizione esoterica — senza dimenticare che ad ogni modo “non esiste in realtà nulla di cui uno sguardo incantato non possa intuire l’immagine dentro le chiazze, nei disegni, nei profili delle pietre” (Roger Caillois, La Scrittura delle Pietre).

Al termine di questa visita alla Pinacoteca di Pietra, la lastra che meglio simboleggia a un tempo l’inizio e la fine del Viaggio è quella che possiamo soprannominare “Il Giullare”.

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Lo sguardo acceso, il sorriso ambiguo, il berretto a sonagli. Potrebbe far pensare al Matto, la carta dei Tarocchi con valore 0, il grande moltiplicatore. È l’archetipo di tutto ciò che sta al di là dell’intelligibile, il pellegrino sulla Via che sembra emergere dalla fredda pietra per dirci: “Aprite gli occhi!

 


[1] Giuseppe Lanza duca di Camastra, nominato vicario generale, e l’architetto Giovan Battista Vaccarini sono le due personalità che vengono maggiormente ricordate nel contesto della ricostruzione di Catania mentre i documenti dell’Archivio Storico e le fonti riportano poche informazioni circa le maestranze che vi contribuirono, le quali rimasero in buona parte anonime.
Tra i pochi nomi, nell’ambito dei primi anni della riedificazione post terremoto, emerge quello dell’architetto Salvatore de Amico, in alcuni documenti citato come Caput Magister, originario di Aci S. Antonio, feudo che apparteneva alla famiglia del neoeletto vescovo di Catania. De Amico fu per cinque anni il nesso tra la curia vescovile catanese e la vita quotidiana dei cantieri: gestiva egli stesso i denari, assumendo, coordinando e dirigendo le maestranze, valutando e comprando i materiali e acquistando i terreni necessari (Le maestranze acesi nella fase iniziale di ricostruzione di Catania, S. Condorelli).
L’architetto disegnò la nuova pianta e diresse i lavori di ricostruzione del Palazzo Vescovile e anche delle cinque chiese parrocchiali della città.
La curia vescovile era la diretta committente di queste opere ed è verosimile che alcune delle figure ecclesiastiche, tra queste il vescovo Andrea Riggio (figlio di Luigi Riggio Branciforte principe di Campofiorito, nobile e diplomatico di spessore europeo) abbiano visitato le fabbriche cittadine anche nelle fasi di sviluppo degli edifici e che fossero quindi a conoscenza degli arredi che ne avrebbero abbelliti gli interni.

La strega bambina di Albenga

E forse è per vendetta, e forse è per paura
O solo per pazzia, ma da sempre
Tu sei quella che paga di più
Se vuoi volare ti tirano giù
E se comincia la caccia alle streghe
La strega sei tu.

(Edoardo Bennato, La fata, 1977)

San Calocero, Albenga. XIV Secolo.
Una bambina di neanche tredici anni viene sepolta nei pressi della chiesa. Ma gli uomini che la stanno calando nella fossa decidono di inumarla a faccia in giù, di modo che il suo viso sia sigillato dal terreno. Lo fanno per impedirle di rialzarsi, di ritornare in vita. Perché la sua anima non possa sgusciarle fuori dalla bocca, e infestare quei luoghi. Lo fanno, in definitiva, perché quella ragazzina li spaventa a morte.
Poco distante, un altro corpo di donna giace in una profonda fossa. Il suo scheletro è completamente bruciato, e sopra alla sua sepoltura gli uomini hanno posto una grande quantità di pesanti pietre che le impediranno di uscire dalla tomba. Perché quelle come lei, si sa, dalla morte possono risvegliarsi.

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La “strega bambina” di Albenga e il secondo scheletro femminile che mostra profondi segni di bruciature sono due eccezionali ritrovamenti portati alla luce l’anno scorso da un’équipe del Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, diretta dal professor Philippe Pergola e coordinata dagli archeologi Stefano Roascio e Elena Dellù. L’enigma che maggiormente sorprende gli studiosi è la vicinanza di queste due tombe anomale all’antica chiesa che conservava le reliquie del marire San Calocero: se queste due donne erano considerate “pericolose” o “dannate”, perché tumularle in un luogo di sepoltura di prestigio, sicuramente molto ambito?

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Un’ipotesi è quella che seppellirle lì fosse un “segnale di sottomissione alla chiesa”. Ma il lavoro di analisi da compiere sui resti è ancora molto, e già gli scheletri cominciano a dare qualche indizio che potrebbe gettare luce su una storia completamente dimenticata. Perché una bambina, alta neanche un metro e mezzo, incuteva un simile timore nei suoi compaesani?
Gli esami hanno evidenziato piccoli fori sul suo cranio che indicherebbero una forte anemia e una malattia come lo scorbuto. Questo tipo di patologie potevano risultare in svenimenti, improvvisi sanguinamenti e attacchi epilettici; facile, per l’epoca, attribuire sintomi simili a una possessione demoniaca.
Rimane inoltre da appurare un eventuale legame di parentela fra le due donne, dato che entrambi gli scheletri sembrano affetti da metopismo, ovvero la mancata saldatura delle ossa frontali, malformazione che ha cause genetiche.
Secondo la datazione al carbonio 14, le sepolture risalirebbero a un periodo compreso fra il 1440 e il 1530 — quando, cioè, la caccia alle streghe era già iniziata da un pezzo.

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Nel 1326, la bolla papale Super illius specula ad opera di Giovanni XXII pose le basi per la caccia alle streghe: potrà sembrare incredibile ma fino ad allora, infatti, gli intellettuali e i teologi avevano rigettato l’idea del commercio con il demonio come una superstizione da estirpare.

Perciò nelle chiese a loro affidate i sacerdoti devono costantemente predicare al popolo di Dio che queste cose sono completamente false. […] A chi, infatti, non è mai successo di uscire da sé durante il sonno o di avere visioni notturne e di vedere dormendo cose che da sveglio non aveva mai visto? Chi può essere tanto ottuso o sciocco da credere che tutte queste cose che accadono nello spirito avvengano anche nel corpo?

(Canon episcopi, X secolo)

A partire dal XIV Secolo, invece, anche l’intellighenzia si convince che le streghe siano reali, e inizia quella lotta senza confini non soltanto all’eresia ma anche al “maleficio”, persecuzione affidata dalla Chiesa agli ordini mendicanti (domenicani e francescani) e che durerà per quattro secoli. Sull’onda della pubblicazione del Malleus Maleficarum (1487), vero e proprio manuale per la repressione della stregoneria, i processi si moltiplicarono, ironicamente proprio in concomitanza con il Rinascimento e fino all’epoca dei Lumi. Il destino della “strega bambina” di Albenga è inserito in un questo complesso contesto storico: non si tratta dunque di un vero e proprio “mistero”, come annunciato da qualche giornale, ma di un’ennesima, tragica vicenda umana i cui dettagli sono andati perduti nel tempo. Forse almeno una parte della sua storia verrà a poco a poco ricostruita dall’équipe internazionale che oggi si occupa degli scavi a San Calocero.

(Grazie, Silvano!)

Battesimi pericolosi

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Castrillo de Murcia è un piccolo borgo di 500 anime nella provincia di Burgos, nella Spagna del Nord. Il paesino è sonnacchioso, e non vi succede nulla di eclatante; ma per un giorno all’anno, Castrillo si guadagna l’attenzione dei media e di un manipolo di turisti incuriositi dalla strana tradizione che vi si svolge da quasi 400 anni.

Nata nel 1620, la festa di El Colacho si svolge nel giorno del Corpus Domini (in Maggio o in Giugno), ed è curata dalla Confraternita del Santísimo Sacramento de Minerva. Un prescelto si veste con un abito tradizionale dai colori sgargianti che ricordano le fiamme dell’Inferno: si tratta infatti di una vera e propria personificazione del Diavolo, che indossa una minacciosa maschera di sapore carnevalesco. El Colacho si aggira per le vie paesane, accompagnato in processione dai membri della Confraternita, e rincorre di tanto in tanto i passanti e i bambini, frustandoli giocosamente con una sorta di gatto a nove code.

A man dressed in a red and yellow costume representing the devil runs through the streets chasing a boy during traditional Corpus Christi celebrations, in Castrillo de Murcia

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Ma è la seconda parte della processione che è la più impressionante. Giunto nella piazza cittadina, El Colacho si appresta al rituale tradizionale che ha reso celebre la festività. Vengono preparati dei materassi, su cui sono adagiati dei bambini, tutti rigorosamente nati nei dodici mesi precedenti: alcuni degli infanti piangono, altri ridono, altri ancora dormono di gusto.

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Ed ecco che, una volta pronti questi affollati lettini, El Colacho prende la rincorsa e comincia a saltarli, uno dopo l’altro, atterrando a pochi centimetri di distanza dalle testoline dei piccoli. Un passo falso potrebbe essere davvero pericoloso: ma, a quanto si dice, fino ad ora non si è mai verificato alcun incidente.

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Perché una madre dovrebbe voler posizionare il proprio figlioletto di pochi mesi sul materassino, affinché un uomo vestito da diavolo vi salti sopra, di fronte a una folla plaudente? Il rito, secondo la credenza popolare, è salvifico e benefico: il passaggio di El Colacho rimuove il Peccato Originale, e porta con sé ogni male, proteggendo i neonati dalle malattie.

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Ovviamente, la Chiesa non si limita a storcere il naso di fronte a questo tipo di tradizioni, ma le condanna apertamente, poiché secondo la dottrina ufficiale soltanto il sacramento del battesimo può sollevare il peso del Peccato Originale. Ma gli abitanti di Castrillo de Murcia, per quanto devoti, non rinuncerebbero per niente al mondo alla loro tradizione: si è sempre fatto così, e tutti coloro che battezzano i propri figli in questo strano modo sono stati a loro tempo sottoposti al salto del Colacho.

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Se il salto del Colacho può sembrare estremo e pericoloso, non è nulla in confronto al battesimo che si celebra in alcune parti dell’India, in particolare negli stati di Karnataka e Maharashtra; si tratta di un rito praticato indistintamente da musulmani ed induisti.

Un uomo scala con una corda le mura del tempio, mentre sulla sua schiena penzola un secchio. Una volta arrivato in cima, il devoto mostra a tutti il contenuto del secchio – un bambino (di massimo due anni): dal tetto, alto una decina di metri, esibisce il neonato alla folla sottostante, tenendolo per le braccia e i piedini. Dopo aver invocato la protezione divina, di colpo lo lancia nel vuoto.

Nella piazza, una quindicina di uomini stanno aspettando l’atterraggio del bambino, tendendo una coperta per salvarlo. Il piccolo rimbalza sul telone, viene acchiappato al volo, rapidamente fatto passare di mano in mano e riconsegnato alla madre o al padre. Il tutto dura pochi secondi, anche se ci vogliono svariati minuti perché il bambino si riprenda dallo shock.

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Il salto, ancora una volta, ha lo scopo di portare fortuna e salute al neonato; per la sua pericolosità, si tratta comunque di un rituale controverso, e diverse associazioni per i diritti umani hanno cercato di proibirlo. Nel 2011 queste proteste sono state ufficialmente ascoltate, ma la legge che mette al bando tale pratica è regolarmente ignorata dai fedeli, e perfino la polizia preferisce non interferire con i riti.

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Visto anche il carattere sensibile della questione, è facile immaginare lo scandalo e la rabbia di chi è estraneo a questo tipo di tradizioni, e certamente si può (e si deve) discutere sull’opportunità che certi rituali rischiosi continuino ad essere riproposti al giorno d’oggi. Ma, per quanto il rito in questione sia stato tacciato di essere barbarico, “assurdo”, “senza logica né ragione”, per chi ha un minimo di dimestichezza con l’antropologia il suo senso è cristallino – in verità, esso mostra molte caratteristiche classiche di qualsiasi rito di passaggio.

Il bambino viene innanzitutto separato dai genitori; la guida lo conduce fino al confine, fino alla prova – eminentemente fisica – che egli dovrà affrontare da solo (il salto); infine, una volta completata l’essenziale fase di “transizione”, cioè il superamento della difficoltà, avviene la reintegrazione del bambino con il nucleo familiare e, più genericamente, con la società. Il bambino, com’è ovvio, è ora un individuo nuovo, e gode dei benefici del nuovo status (immunità dalle malattie).

Il salto del Colacho, così come il lancio dei bambini dalla moschea, sono “battesimi del fuoco” portatori di un senso profondo: i riti di passaggio sono talmente fondamentali per l’uomo da sopravvivere anche nelle nostre società industrializzate, cibernetiche e all’avanguardia. Non è tanto il valore di queste tradizioni che andrebbe messo in discussione, quindi, quanto piuttosto la modalità d’esecuzione. Forse, piuttosto che bandire e proibire, sarebbe più produttivo incentivare l’elaborazione di varianti ritualistiche meno cruente, come si è provveduto a fare in molti altri casi nel mondo.

I demoni di Loudun

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La piccola cittadina francese di Loudun, situata nella regione Poitou-Charentes, divenne nel 1600 il teatro di uno degli episodi storici più oscuri e affascinanti. Un affaire in cui politica, sesso e fanatismo religioso sono mescolati assieme in un torbido e inquietante ritratto dell’Europa del tempo.

La Francia, all’epoca, era sotto lo scettro di Luigi XIII, ma soprattutto del Cardinale Richelieu, suo primo ministro. Il progetto politico di Richelieu era quello di rendere la monarchia assoluta, assoggettando i nobili e reprimendo qualsiasi ribellione in nome della “ragione di Stato” (che permette di violare il diritto in nome di un bene più alto); dal punto di vista religioso, inoltre, si era in pieno periodo di Controriforma, e Richelieu doveva fare i conti con il pressante problema degli Ugonotti calvinisti, i protestanti francesi. Per far fronte al dilagare dei riformisti, Richelieu era pronto a una guerra senza esclusione di colpi.

Loudun era una città in cui da tempo serpeggiava il protestantesimo, ma a farla finire nell’occhio del ciclone fu il canonico della chiesa di Sainte-Croix, padre Urbain Grandier. Prete coltissimo e controverso, teneva dei sermoni infiammati a cui accorrevano le folle anche dalle città vicine: le posizioni di Grandier erano sempre sul filo del rasoio, il suo spirito era rivoluzionario e anticonformista, e non temeva di contraddire o attaccare i canoni della Chiesa o Richelieu stesso.

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Seduttore impenitente, Grandier aveva intrattenuto relazioni sessuali e affettive con diverse donne in maniera sempre più aperta e spavalda, fino ad arrivare a mettere incinta la figlia quindicenne del procuratore del Re. Dopo questo scandalo, incominciò una relazione con Madeleine de Brou, orfanella di nobile casata a cui egli faceva da guida spirituale; i due si innamorarono, e Urbain Grandier commise il primo dei suoi errori diplomatici. Avrebbe potuto mantenere nascosta la loro relazione, anche se in realtà le voci circolavano da mesi; invece, decise che avrebbe sposato Madeleine, in barba ai precetti della Romana Chiesa e della Controriforma. Scrisse un pamphlet intitolato Trattato contro il celibato dei preti, e in seguito officiò con la sua amata una messa di matrimonio, notturna e segretissima, in cui egli ricoprì il triplice ruolo di marito, testimone e prete. Arrestato, riuscì a vincere il processo e tornare a Loudun, ma le cose non si misero a posto così facilmente.

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Qui entra infatti in gioco Jeanne de Belcier, priora del convento di Suore Orsoline di Loudun, chiamata anche suor Jeanne des Anges. Anima tormentata, dedita secondo la sua stessa autobiografia al libertinaggio nei primi anni di clausura e in seguito duramente repressa e ossessionata dal sesso, la madre superiora comincia ad avere delle fantasie erotiche su Urbain Grandier dopo aver sentito parlare delle sue avventure amatorie, nonostante non l’abbia mai conosciuto di persona. Gli propone quindi di diventare il confessore della comunità delle Orsoline, ma padre Grandier rifiuta. La scelta di Jeanne cade quindi su padre Mignon, un canonico nemico giurato di Grandier che comincia fin da subito a complottare contro il prete. Nei dieci anni successivi, assieme ad alcuni nobili della città (incluso il padre della giovane che Grandier aveva ingravidato), intenterà diversi processi contro Grandier, accusandolo di empietà e di vita debosciata.

Nel 1631 la tensione politica si innalza, perché Richelieu ordina che il castello di Loudun sia distrutto. Egli infatti aveva appena fondato, poco distante, una cittadina che portava il suo stesso nome, e non desiderava affatto che Loudun rimanesse un covo di Ugonotti, per di più fortificato. Urbain Grandier si oppose strenuamente all’abbattimento delle mura, scrivendo violenti pamphlet contro Richelieu e ponendosi quindi in aperto contrasto con le disposizioni del cardinale. Loudun diventò così una roccaforte sotto virtuale assedio delle guardie del Re, e a peggiorare le cose all’inizio del 1632 arrivò una terribile epidemia di peste a colpire la città.

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Fu a partire da settembre di quell’anno che scoppiò il vero putiferio. Secondo gli storici Jeanne des Anges, la madre superiora del convento di Orsoline, era ancora fuori di sé per il rifiuto ricevuto da Grandier. Per vendicarsi, nel segreto del confessionale raccontò a padre Mignon che il prete aveva usato la magia nera per sedurla. Accodandosi a lei, diverse altre religiose dichiararono che il prete le aveva stregate, inviando loro dei demoni per costringerle a commettere atti impuri con lui. A poco a poco, le suore vennero prese da un’isteria collettiva. In una di queste crisi di possessioni demoniache, durante le quali le religiose si contorcevano in pose impudiche e urlavano oscenità e bestemmie, una suora fece il nome di Urbain Grandier.

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Fino a pochi anni prima una dichiarazione rilasciata da una persona posseduta dal demonio non sarebbe stata ritenuta legalmente valida, in quanto proveniente dalla bocca del “padre della menzogna” (Giovanni 8:44). Ma il famoso caso delle possessioni di Aix-en-Provence del 1611, il primo nel quale la testimonianza di un indemoniato era stata accolta come prova, aveva creato un precedente.

Grandier venne processato e inizialmente rilasciato, ma non poteva finire lì. Richelieu non aspettava di meglio per mettere a tacere una volta per tutte questo prete scomodo e apertamente indisciplinato, e ordinò un nuovo processo, affidandolo stavolta a un suo speciale inviato, Jean Martin de Laubardemont, parente di Jeanne des Anges; impose inoltre una “procedura straordinaria”, così da impedire che Grandier potesse appellarsi al Parlamento di Parigi. Il prete sovversivo era stato incastrato.

Interrogatorio

Urbain Grandier venne rasato (alla ricerca di eventuali marchi della Bestia) e sottoposto a tortura, in particolare con il terribile metodo dello “stivale”. Si trattava di una delle torture più crudeli e violente, tanto che, a detta dei testimoni, tutti i membri del Consiglio che la ordinava invariabilmente chiedevano di andarsene appena iniziata la procedura. Le gambe dell’accusato venivano inserite fra quattro plance di legno strette e solide, fermamente legate con una corda: dei cunei venivano poi battuti a colpi di martello fra le due tavolette centrali, imprimendo così una pressione crudele sulle gambe, le cui ossa si frantumavano a poco a poco. I cunei erano di norma quattro per la “questione ordinaria”, cioè il primo grado di inquisizione.

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Dopo la tortura, i giudici produssero alcuni documenti come prova dei patti infernali di Grandier. Uno dei documenti era in latino e sembrava firmato dal prete; un altro, praticamente illeggibile, mostrava una confusione di strani simboli e diverse “firme” di diavoli, incluso Lucifero stesso (“Satanas“).

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A questo punto, Grandier venne dichiarato colpevole e condannato a morte. Ma prima, i giudici ordinarono che si procedesse con la “questione straordinaria”. Grandier fu sottoposto nuovamente a tortura, questa volta con otto cunei a stritolargli le gambe. Nonostante le sofferenze, rifiutò di confessare e continuò a giurare di essere innocente. Venne quindi bruciato sul rogo il 18 agosto 1634. Le possessioni demoniache andarono scemando, e terminarono nel 1637.

Condanna

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Jeanne des Anges, vittima di stigmate a partire dal 1635 e poi miracolosamente guarita, godette di crescente reputazione fino ad ottenere addirittura la protezione di Richelieu in persona, garantendo così prosperità al convento. Jean Martin de Laubardemont, l’inviato del cardinale, divenne famoso per aver convertito numerosi protestanti. Il clamore del caso dei demoni di Loudun portò nella città una nuova ondata di curiosi e visitatori che diedero nuova spinta all’economia e al commercio. Richelieu, una volta morto Grandier, riuscì nel suo intento di distruggere il castello.

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La storia delle possessioni di Loudun è raccontata anche in un romanzo di Aldous Huxley, portato poi sullo schermo da Ken Russell nel suo capolavoro I Diavoli (1971), opera accusata di blasfemia, osteggiata, sequestrata e “maledetta”, tanto che ancora oggi è praticamente impossibile reperirne una copia non censurata.

(Grazie, Nicholas!)

L’effigie di Sarah Hare

Stow Bardolph è piccolo villaggio del Norfolk, in Inghilterra, che conta 1000 abitanti, quasi tutti contadini. Un turista che per caso si trovasse a passare per quelle piatte campagne disseminate di pecore non troverebbe nulla di particolarmente interessante da visitare nel minuscolo borgo, e finirebbe a rintanarsi di fianco al focolare nell’unico pub di Stow Bardolph, chiamato Hare Arms, che più che un pub è una tenuta, attorniato com’è da giardini in cui beccheggiano pavoni e galline.

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Anche una visita alla chiesetta del paese, dedicata alla Trinità, potrebbe ad una prima occhiata rivelarsi deludente, visto l’interno spoglio e “povero”. Eppure, in un angolo, c’è uno strano armadietto chiuso. Chi l’ha aperto, giura che non scorderà più quel momento.

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“Avevo visto sue fotografie negli anni, da quando l’avevo scoperta a scuola, ma nulla mi avrebbe potuto preparare al brivido della porta dell’armadietto che si apriva. Allora ho capito il motivo di questa porta – lei è terrificante, il suo volto tozzo, verrucoso, lo sguardo sprezzante”, riporta un visitatore.

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Ma chi è la donna ritratta nella scultura?
La macabra effigie in cera contenuta nell’armadietto è quella di Sarah Hare, morta nel 1744 all’età di 55 anni dopo che, secondo la leggenda, aveva osato cucire di domenica, nel giorno di riposo dedicato al Signore; si era quindi punta un dito, forse per punizione divina, soccombendo in seguito alla setticemia. A parte questo episodio, la sua vita non era stata per nulla eccezionale. Eppure il suo testamento, se da un lato ostentava una carità e una generosità notevoli, dall’altra includeva una strana disposizione: “Desidero che sei uomini poveri della parrocchia di Stow o Wimbotsham mi sotterrino, e ricevano cinque scellini per il servizio. Desidero che tutti i poveri di Alms Row abbiano due scellini e una moneta da sei penny ciascuno davanti alla mia tomba, prima che mi calino giù. […] Desidero che la mia faccia e le mie mani siano modellati in cera, con un pezzo di velluto color porpora quale ornamento sulla mia testa, e messi in una cassa di mogano con un vetro antestante, e che siano fissati a questo modo vicino al luogo dove riposa il mio cadavere; sul contenitore potranno essere incisi il mio nome e la data della mia morte nel modo che più si desidera. Se non riuscirò ad eseguire tutto questo mentre sono ancora in vita, potrà essere fatto dopo la mia morte”.

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Non sappiamo se i calchi del volto e delle mani vennero eseguiti mentre Sarah Hare era ancora viva, oppure post-mortem: quello che è chiaro è che il suo testamento venne rispettato alla lettera. Possiamo immaginarci la solenne processione con cui il busto venne portato, nell’armadio di legno, fino alla cappella di famiglia che l’avrebbe infine ospitato per i secoli a venire.

Di sculture funebri in marmo che ritraggono il defunto è pieno il mondo, ma la statua in cera di Sarah Hare è l’unica di questo tipo in Inghilterra, se si escludono le effigi presenti nell’abbazia di Westminster. La cosa più straordinaria è l’ordinarietà del soggetto – una donna non celebre, né nobile, di certo non bella, che nella sua vita non diede alcun contributo particolare alla Storia.

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Nel 1987 la statua venne restaurata da alcuni esperti che lavoravano anche per Madame Tussauds, assieme all’armadio che negli anni era stato attaccato dai roditori, e all’antica stoffa di velluto rosso ormai quasi distrutta. Oggi quindi l’immagine di cera resiste ancora, quasi 270 anni dopo la sua morte.

In questi 270 anni si sono avvicendati re e regine, l’impero Britannico è sorto e crollato, sono state combattute sanguinose guerre di dimensioni inaudite, il mondo e la vita sono cambiati radicalmente. Ma, in uno sperduto paesino di campagna, dietro un’anta di mogano, ancora non è finita la lunga, immobile e silenziosa veglia che Sarah Hare si è scelta come propria personale forma di immortalità.

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Chiesa e anatomia

Qualche tempo fa Lidia, una nostra lettrice, ci segnalava la presenza della statua di un écorché (“scorticato”, una delle raffigurazioni classiche dell’anatomia umana) proprio all’interno del Duomo di Milano: si tratta del celebre San Bartolomeo di Marco D’Agrate. Eccolo qui sotto.


Lidia si chiedeva: com’è possibile che una statua simile venisse posta all’interno di un Duomo, proprio in un periodo (il XVI secolo) in cui l’utilizzo di cadaveri per la dissezione comportava la scomunica?

Questo apparente paradosso ci dà la possibilità di fare luce su alcuni miti relativi al Medioevo, in particolare riguardo ai rapporti fra la Chiesa cattolica e lo studio dell’anatomia.


L’idea che molti hanno degli albori degli studi anatomici e chirurgici si ricollega all’idea di Medioevo come di un’epoca buia, pervasa da ignoranza e superstizione; in questo contesto, i primi studiosi dell’anatomia sarebbero stati dei pionieri “fuorilegge”, che riesumavano cadaveri ed eseguivano le loro dissezioni di nascosto, perché su queste azioni gravava la pena della scomunica o, ancora peggio, la reclusione. Leonardo da Vinci, responsabile delle prime dettagliate illustrazioni dell’interno del corpo umano, e inventore del moderno disegno anatomico (quello “esploso”, che mostra come gli organi siano posizionati e si rapportino l’uno all’altro), effettuò le sue dissezioni in gran segreto, o almeno così ci hanno sempre raccontato, per evitare ritorsioni dalla Chiesa.

Preparatevi però a una sorpresa: queste idee sono state grandemente ridimensionate dagli studiosi a partire dagli anni ’70, fino ad arrivare a sostenere che la Chiesa cattolica non abbia mai condannato né le dissezioni, né lo studio dell’anatomia, né tantomeno la chirurgia.


Da cosa nasce allora questa confusione? Principalmente dalla cosiddetta “tesi del conflitto”, nata in ambito positivista nel XIX secolo: alcuni studiosi di storia infatti (White e Draper in particolare) sostennero che la Chiesa fosse da sempre stata in conflitto con la scienza, perché quest’ultima contraddice i miracoli; lo sviluppo delle materie scientifiche, quindi, sarebbe andato contro gli interessi del Pontefice e della comunità ecclesiastica, entrambi intenti a mantenere salvi i proventi della loro “vendita dell’Agnus Dei”. Quest’idea godette subito di grande popolarità, benché le fonti coeve non riportassero esplicitamente traccia di questa lotta acerrima fra scienza e religione. Gran parte degli autori, a dir la verità, non citava e spesso non si prendeva nemmeno la briga di verificare e studiare approfonditamente il diritto canonico e gli atti dei concili.

A complicare le cose, ci furono un paio di canoni e bolle papali che vennero interpretati in maniera errata o parziale. È vero infatti che alcune restrizioni erano state decise dalla Chiesa per vietare a parte del clero di studiare l’anatomia. Ad esempio, un canone approvato in diversi concili ecclesiastici prevedeva che fosse proibito a monaci e canonici regolari lo studio della medicina. Ma se si leggono approfonditamente le motivazioni di questa proibizione, si scopre che essa veniva messa in atto per limitare quella “prava e detestabile consuetudine” che alcuni monaci avevano preso di studiare “giurisprudenza e medicina al fine di ricavarne un guadagno temporale”. Un monaco avrebbe dovuto dedicarsi alla preghiera e al conforto delle anime – ma al tempo molti si dedicavano invece alla medicina e alla giurisprudenza come secondo lavoro; ed era questa sete di guadagno che, secondo il canone, male si addiceva a degli uomini di fede. D’altronde il canone è tutto incentrato sul problema dell’avidità, e vi si proibiscono anche simonia e usura: il fatto che ai monaci venisse vietato anche lo studio della giurisprudenza fa capire bene come non fosse la medicina il problema essenziale.


Un altro canone si scagliava contro quei membri della Chiesa che erano soliti “lasciare i loro chiostri per studiare le leggi e preparare medicine, con il pretesto di aiutare i corpi dei loro fratelli malati […] stabiliamo allora, con il consenso del presente concilio, che a nessuno sia permesso di partire per studiare medicina o le leggi secolari dopo aver preso i voti ed aver fatto professione di fede in un certo luogo di religione”. Anche in questo caso non viene mai proibita la pratica della medicina; vengono accusati quei ministri di Dio che abbandonano il loro chiostro per perseguire scopi differenti. Come a dire, una volta che hai preso i voti, la tua strada deve essere quella del Signore, a quello devi dedicarti, senza che altre discipline ti distraggano dai tuoi compiti.

Un altro dilemma morale era che la chirurgia curava di certo molti malati, ma spesso portava alla morte del paziente. Questo mal si conciliava con l’assunzione ad alte cariche nella Chiesa, e pertanto praticare la chirurgia fu proibito agli Ordini Maggiori (insieme, per esempio, al divieto di pronunciare sentenze di morte o di essere a capo di uomini che spargono sangue). Ancora una volta, nessuna traccia della proibizione della pratica chirurgica in sé; e ancora una volta questi divieti erano limitati soltanto a una specifica parte del clero.


Ma forse il più incredibile fra i miti relativi alla Chiesa è l’editto denominato Ecclesia abhorret a sanguine (“La Chiesa aborre dal sangue”). Questa frase, citata e ricitata nei secoli a riprova della distanza fra Chiesa e chirurgia, venne attribuita a un fantomatico editto: eppure esso non è presente in alcun canone di alcun concilio! Pare che uno storico del XVIII secolo, citando un passo delle Recherches de la France di Étienne Pasquier, abbia deciso di tradurlo in latino e di scriverlo in corsivo. Da quel momento, tutti gli storici successivi presero il motto come una citazione diretta da qualche canone, senza controllarne l’effettiva provenienza.


E le dissezioni? Anche qui, ben poco che ci confermi una presunta presa di distanza della Chiesa. Ci fu, è vero, la bolla De sepulturis, nata con l’intento di combattere l’usanza, fiorita in Terra Santa durante le Crociate, di tagliare a pezzi il corpo dei nobili e di bollirli per separare la carne dalle ossa e riportare più agevolmente le spoglie a casa, oppure per seppellirle in diversi luoghi ritenuti sacri. Nella bolla non si proibiva di fare a pezzi un corpo per scopi scientifici (la preoccupazione era rivolta appunto a quella pratica di sepoltura definita “abominevole”), ma forse la bolla poté essere liberamente interpretata e usata per limitare in alcuni rari casi anche le dissezioni anatomiche.

Quello che è certo è che i monasteri erano da sempre i depositari dei maggiori testi di anatomia e medicina, che una buona parte del clero studiava queste discipline, e che le dissezioni vennero praticate durante tutto il Medioevo senza particolari problemi. Già nel XIII secolo le autopsie erano utilizzate e legalmente permesse come pratiche sperimentali per accertare le cause di un decesso e prevenire eventuali epidemie. È proprio dal XIV secolo che la pratica della dissezione, partendo da Bologna, iniziò a diffondersi gradualmente in tutte le altre università italiane ed europee, senza trovare alcun ostacolo.


E, se ancora non siete proprio convinti che la Chiesa non avesse problemi con la dissezione di un cadavere, pensate a quello che succedeva ai corpi dei santi, spesso letteralmente smembrati appena morti, ad opera degli stessi ecclesiastici… per farne reliquie.

Il Concilio cadaverico

Questa è la storia del processo post-mortem ad uno dei pontefici più perseguitati della storia, e dimostra come a Roma, tra la metà del IX secolo fino a metà del X secolo, essere papa non fosse certo una passeggiata.

Si trattava di un’epoca turbolenta, la capitale era in mano a diverse potenti famiglie aristocratiche in violenta lotta fra di loro e ognuna cercava con ogni mezzo di installare sullo scranno papale uno dei loro uomini di chiesa, protetti e sostenitori della famiglia in questione. Le rivalità per il potere, gli intrighi e l’efferatezza di queste casate, vista oggi, è certamente stupefacente: riuscivano a far deporre il pontefice in carica, o perfino ad ucciderlo per vendetta contro presunte offese e decisioni a loro sfavorevoli. Dall’872 al 965 si avvicendarono ben 24 papi, 7 dei quali assassinati. Giovanni VIII, ad esempio, venne avvelenato, ma poiché il veleno tardava a fare effetto gli venne fracassato il cranio con un martello. Stefano VIII cadde in un agguato e venne ucciso tramite orribili mutilazioni.
Visto che usualmente il nuovo papa era spalleggiato dalla famiglia nemica del papa precedente, egli spesso si accaniva sul suo predecessore, e ne annullava le decisioni. Secondo alcune fonti coeve, nel 904 Sergio III divenne il primo papa (e unico, per fortuna) ad ordinare l’uccisione di un altro papa, Leone V, incarcerato e strangolato.
In questa sanguinosa confusione le bizzarrie si sprecavano: Giovanni XI fu ordinato pontefice (si suppone) in quanto figlio illegittimo di un altro papa e imposto dalla madre-cortigiana, e Giovanni XII divenne papa quand’era ancora adolescente (incoronato a 18 anni, ricordato come uno dei papi più dissoluti e immorali).

Questo dovrebbe darvi un’idea del contesto in cui si svolse l’assurdo processo di cui stiamo per parlare, e che è a detta di molti studiosi, il “punto più basso dell’intera storia del papato”.


Papa Formoso era asceso al soglio pontificio nell’891. Il periodo, come abbiamo detto, non era dei migliori e Formoso era inviso a molti, tanto da essere stato addirittura scomunicato e poi riammesso alla Chiesa una quindicina d’anni prima. Appena diventato papa anche lui dovette far fronte alle pressioni politiche, incoronando il potente Lamberto di Spoleto come imperatore del Sacro Romano Impero. Con un coraggioso doppio gioco, però, Formoso chiamò i rinforzi dalla Carinzia, invitando il re Arnulfo a marciare su Roma e liberare l’Italia, cosa che costui fece occupando il nord Italia, fino ad essere finalmente incoronato imperatore nell’896 da Formoso. Anche per gli imperatori, a quell’epoca, le cose erano piuttosto turbolente.

Proprio mentre Arnulfo stava marciando su Spoleto per muovere guerra a Lamberto, venne colto da paralisi e non potè portare a termine la campagna. Questo spiega perché Lamberto e sua madre Ageltrude avessero, per così dire, il dente avvelenato verso papa Formoso.

Nell’aprile dell’896 Formoso morì. Dopo un papato “di passaggio”, quello di Bonifacio VI che regnò soltanto una decina di giorni, fu incoronato papa Stefano VI. Egli era appoggiato proprio da Lamberto da Spoleto (e dalla madre di lui), e come loro nutriva un odio viscerale per papa Formoso. Nemmeno la morte di quest’ultimo, avvenuta sette mesi prima, avrebbe fermato il suo odio, così terribile e devastante.

Sobillato da Ageltrude e Lamberto, Stefano VI nel gennaio dell’897 decise che Formoso, deceduto o non deceduto, andava comunque processato, e diede ordine di cominciare quello che negli annali sarà chiamato synodus horrenda, “Sinodo del cadavere” o “Concilio cadaverico”.
Fece riesumare la salma putrescente di Formoso, dispose che venisse vestita con tutti i paramenti pontifici e trasportata nella basilica di San Giovanni in Laterano.


Qui si svolse il macabro processo: il cadavere, già in avanzato stato di decomposizione, venne seduto e legato su un trono nella sala del concilio. Di fronte a lui, un uguale seggio ospitava Stefano VII attorniato dai cardinali e dai vescovi, costretti dal papa a fungere da giuria per questa grottesca farsa. A quanto si racconta, il processo fu interamente dominato da Stefano VI, che in preda a un furore isterico si lanciò in una delirante filippica contro la salma: mentre il clero spaventato assisteva con orrore, il papa urlava, gridava insulti e maledizioni contro il cadavere, lo canzonava.

Di fianco ai resti di Formoso stava in piedi un giovane e terrorizzato diacono: il suo ingrato compito era quello di difendere il cadavere, ovviamente impossibilitato a controbattere. Di fronte alla furia del pontefice, il povero ragazzo restava ammutolito e tremante, e nei rari momenti di silenzio cercava di balbettare qualche debole parola, negando le accuse.

Manco a dirlo, Formoso venne giudicato colpevole di tutti i capi contestatigli. Il verdetto finale stabilì che egli era stato indegno d’essere nominato papa, che vi era riuscito soltanto grazie alla sua smodata ambizione, e che tutti i suoi atti sarebbero stati immediatamente annullati.

E così cominciò la carneficina. Le tre dita della mano destra con cui Formoso aveva dato la benedizione vennero amputate; le vesti papali furono strappate dal cadavere, che venne poi trascinato per le strade di Roma e gettato nel Tevere. Dopo tre giorni, il corpo verrà ritrovato ad Ostia da un monaco, e nascosto dalle grinfie di Stefano VI finché quest’ultimo rimase in vita.

L’orribile e selvaggia follia del Sinodo del cadavere però non passò a lungo inosservata: tutta Roma, rabbiosa e indignata per il maltrattamento delle spoglie di Formoso, insorse contro Stefano VI, che dopo pochi mesi venne imprigionato e strangolato nell’agosto dell’897.

I due pontefici successivi riabilitarono Formoso; le sue spoglie, nuovamente vestite con i paramenti pontifici, vennero inumate in pompa magna nella Basilica di San Pietro (non immaginatevi quella attuale, ovviamente, all’epoca una basilica costantiniana sorgeva sul medesimo sito). Tutte le decisioni prese da Formoso durante il suo pontificato vennero ristabilite.

Ma ancora non era del tutto finita. Vi ricordate quel papa che mandò a morte un altro papa, e che fece salire al soglio pontificio il suo figlio illegittimo? Costui era papa Sergio III, incoronato nel 904 e di fazione anti-Formoso; egli dichiarò nuovamente valido il Sinodo del cadavere, annullando così ancora una volta le disposizioni ufficiali del vecchio papa. A questo punto fu la Chiesa stessa ad insorgere, anche perché molti vescovi ordinati da Formoso avevano ormai a loro volta ordinato altri sacerdoti e vescovi… per evitare la baraonda, Sergio III dovette tornare sui suoi passi. Si prese la sua piccola rivincita comunque, facendo incidere sulla tomba di Stefano VI un epitaffio che ne esaltava l’operato e denigrava l’odiato Formoso.

Il setaccio del tempo, però, non gli renderà onore. Sergio III verrà giudicato come un assassino e un uomo dissoluto, e sarà ricordato principalmente per aver permesso a Teodora, madre della concubina con cui egli si intratteneva, di instaurare in Vaticano una primitiva forma di pornocrazia.
Papa Formoso, dal canto suo, arriverà quasi alle soglie della beatificazione. Eppure, ad oggi, non c’è mai stato un papa Formoso II. A dir la verità, il Cardinale Barbo, quando fu incoronato pontefice nel 1464, ci aveva fatto un pensierino, perché gli piaceva l’idea di essere ricordato come un papa di bella presenza (formosus, “bello”). I suoi cardinali, però, riuscirono a dissuaderlo, ed egli scelse il più tranquillo nome di Paolo II.

(Grazie, Alessandro & Diego!)

La Chiesa dei Morti

La Chiesa dei Morti ad Urbania, nelle Marche, ospita 18 corpi mummificati, di cui 15 sono mummie naturali. I loro corpi, cioè, si sono conservati grazie ad alcune particolarità ambientali, e non a causa di procedimenti artificiali di preservazione.

Sembra che la ragione di questa perfetta mummificazione sia da imputare a una particolare muffa (Hipha bombicina pers): i corpi essiccati, grazie anche alle proprietà geologiche del suolo, si sarebbero ricoperti interamente di questa muffa che avrebbe impedito l’accesso dell’aria ai tessuti, e di conseguenza la putrefazione. I cadaveri, oltre alla struttura scheletrica, conservano la pelle, gli organi interni e in alcuni casi anche i capelli e gli organi genitali.

Dalla pagina del sito ufficiale del Comune dedicata alle mummie (che contiene anche informazioni e orari):

“Ciascuno dei 18 personaggi nasconde vicende e storie sorprendenti.
Al centro del gruppo il priore della Confraternita Vincenzo Piccini, la moglie Maddalena e il figlio (che furono mummificati in seguito, con procedimenti chimici e non naturali). Quindi altri corpi, sormontati da cartigli con frasi bibliche che invitano a meditare sulla caducità della vita.
Tra le mummie più antiche quelle del fornaio detto “Lunano” e della donna morta di parto.
Tra i 18 corpi c’è anche quello del giovane accoltellato in una veglia danzante, con lo squarcio della lama; di questo personaggio viene mostrato il cuore essiccato e trafitto dal pugnale; quindi è esposta la mummia dell’impiccato.
Fra tutte, la storia più drammatica, è certamente quella dell’uomo che, si racconta, fu sepolto vivo in stato di morte apparente e si risvegliò nella tomba.”

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(Grazie, Giuseppe!)