Stupri, molestie e #MeToo animali

Articolo apparso originariamente su #ILLUSTRATI n. 52 — Delitti Bestiali

Lo stupro, oltre a essere un crimine, è un atto moralmente repellente.
Ma ha una sua motivazione evoluzionistica?

Prima di scandalizzarci per questa domanda, ricordiamo che essa è solo apparentemente scomoda, perché anche se si arrivasse a dimostrare che lo stupro riveste una qualche utilità ai fini della continuazione della specie, questo non cambierebbe di una virgola la dimensione etica del problema; di fatto le società umane hanno da tempo immemorabile messo in pratica tutta una serie di regole proprio per evitare che sia la cosiddetta “legge della giungla” a governare i rapporti sociali. La nostra cultura e le nostre leggi sono pensate anche per tutelare il debole contro i soprusi del più forte, che invece nello stato naturale avrebbe la meglio.
Detto questo, rispondere alla domanda non è semplice. Generalizzando si può affermare che, almeno in natura, lo stupro deriva effettivamente da stimoli adattivi ed evoluzionistici; eppure non sempre si rivela una strategia riproduttiva vincente.

Il sesso non consensuale tra gli animali è abbastanza raro, ma ciò non significa che non ne esistano declinazioni anche particolarmente violente.
La lontra marina maschio forza la compagna al rapporto sessuale infliggendole danni anche gravi perché, non riuscendosi ad aggrapparsi al suo pelo scivoloso e bagnato, le artiglia o le morde il muso ferendola a sangue. Uno stupratore particolarmente violento, osservato dagli studiosi nella baia di Monterey in California, ha fatto annegare la femmina durante il rapporto; ne ha poi trascinato in mare il cadavere per giorni, finché non ha trovato la vittima successiva.
Fin dal XVII secolo è noto che il maschio del germano reale (la classica anatra dalla sgargiante testa verde, che troviamo nei laghetti dei parchi cittadini) organizza degli stupri collettivi. Quando un gruppo di una decina di maschi cattura una femmina, spesso la stupra fino alla morte. La violenza di branco è talmente diffusa che quasi un’anatra femmina su dieci finisce i suoi giorni in questo modo terribile.

Tra i “peggiori elementi” del regno animale vanno annoverate di certo le cimici dei letti. I maschi conficcano il loro organo sessuale, simile a un pugnale o una lancia, in una qualsiasi parte del corpo femminile. Questa aggressione, non a caso definita “inseminazione traumatica”, ha lo scopo di rilasciare lo sperma nel sangue della vittima. Entrato in circolazione, esso raggiunge una sorta di organo accumulatore dove viene utilizzato per la fecondazione delle uova, appena la femmina riesce a cibarsi del sangue umano, oppure viene digerito sotto forma di proteine. Ma i maschi delle cimici non si fermano neppure di fronte a individui dello stesso sesso: trafiggono anche loro, iniettando i propri spermatozoi che raggiungono il condotto spermatico del maschio colpito. Quando questo, a sua volta, violenterà una femmina, le trasmetterà inconsapevolmente lo sperma del suo aggressore.
L’entomologo Howard Ewans, piuttosto disgustato dallo spettacolo, ha scritto: “dinanzi alla rappresentazione di questa schiera di cimici dei letti che si divertono aspettando il prossimo pasto a base di sangue – cioè copulando a piacere e indipendentemente dal sesso e trasmettendosi reciprocamente attraverso lo sperma sostanze nutritive –, al confronto Sodoma sembra il Vaticano” (citato in M. Miersch, La bizzarra vita sessuale degli animali, Newton Compton 1999).

Eppure, come dicevamo, non sempre queste aggressioni giovano alla specie. Fino a poco tempo fa, gli studiosi supponevano che i due sessi avessero sempre un fine riproduttivo comune; recentemente però si è cominciato a considerare l’ipotesi di un conflitto sessuale, causato da un’evoluzione non perfettamente allineata tra i due sessi. Il maschio, per esempio, può ricercare una maggiore frequenza di copula per aumentare le possibilità di trasmissione del suo corredo genetico, mentre la femmina tende a ridurre lo stress fisico derivante dall’accoppiamento al fine di garantire una nidiata più sana. Le due strategie, evidentemente, non vanno a braccetto.
Così anche la frenesia sessuale delle cimici dei letti, a lungo andare, ha effetti controproducenti: la frequenza degli accoppiamenti non è ottimale per il mantenimento della fertilità della femmina, anzi le continue ‘pugnalate’ ne riducono la longevità e il successo riproduttivo.

Lo stupro esiste anche tra i nostri parenti più stretti, i primati – in particolare è diffusissimo tra gli oranghi. Ma, proprio come è avvenuto nelle nostre società, anche alcune specie hanno adottato delle contromisure.
Presso i catta, i colobo rossi, i macachi e gli ateli, le femmine si organizzano in gruppi anti-stupro capaci di tenere a bada i maschi più irrequieti, e addirittura di allontanare dal branco gli individui sgraditi. Un vero e proprio #MeToo delle scimmie, che conferma come anche in natura i due sessi abbiano talvolta un rapporto conflittuale.

Spionaggio a quattro zampe

Il gatto non offre servigi. Il gatto offre se stesso.
(William S. Burroughs, The Cat Inside, 1986)

Oggi, dopo Wikileaks e Snowden, siamo abituati a pensare allo spionaggio in termini di cyberwarfare: hacking delle comunicazioni, utilizzo di trojan e rilevamento di metadata, attacchi ai router esteri, utilizzo di droni di sorveglianza, sofisticati software, ecc.
Negli anni ’60 della Guerra Fredda, l’unico modo che c’era per ascoltare le conversazioni del nemico consisteva nel piazzare fisicamente delle cimici nel suo quartier generale.

Il problema era ovviamente che tutte le fazioni ascoltavano, e sapevano di essere ascoltate. Nessun agente si sarebbe messo a chiacchierare di argomenti top secret nelle sale di un palazzo governativo. Il metodo più sicuro rimaneva quello che abbiamo visto in decine di film — se si voleva discutere in tutta tranquillità, si usciva fuori dagli edifici.
Per i vari sistemi di intelligence era fondamentale dunque trovare una adeguata contromisura: ma come origliare una conversazione all’aperto senza destare sospetti?

Nel 1961 qualcuno al Directorate of Science and Technology della CIA ebbe l’illuminazione.
C’era una sola cosa a cui le spie nemiche, intente in una conversazione riservata, non avrebbero prestato attenzione: un gatto che si trovasse a passare di lì.
Nella speranza di aver trovato la svolta spionistica del secolo, la CIA lanciò un programma segretissimo chiamato “Acoustic Kitty”. Obbiettivo del progetto: creare dei cyber-gatti dotati di sistemi di sorveglianza, addestrarli a spiare, e infiltrarli al Cremlino.

Dopotutto, come scriveva Terry Pratchett, “è risaputo che un ingrediente vitale del successo è non sapere che ciò che stai tentando non può essere fatto“.

Dopo i primi anni di studi e progetti teorici, i ricercatori passarono ai test in vivo.
Impiantarono un microfono nel condotto uditivo di un gatto, una trasmittente con alimentatore, e un’antenna che si estendeva verso la coda dell’animale. Secondo la testimonianza dell’ex ufficiale CIA Victor Marchetti, “aprirono quel gatto, gli misero delle batterie, lo cablarono. Ne fecero una mostruosità“. Una mostruosità che però avrebbe permesso di registrare tutto quello che il micio era in grado di sentire.

Ma c’era un altro dettaglio, non proprio secondario, da risolvere. Il peloso agente in incognito si sarebbe dovuto avvicinare all’obiettivo sensibile, senza lasciarsi distrarre lungo la strada — nemmeno da un intempestivo, proverbiale topolino. E tutti sanno che ammaestrare un gatto è un’ardua impresa.

Vennero dunque condotti alcuni esperimenti per controllare il gatto a distanza, in sostanza per telecomandarlo tramite impulsi elettrici (vi ricordate di José Delgado?). La cosa si rivelò più difficile del previsto, e i test si susseguirono per diversi anni senza risultati apprezzabili. I felini potevano essere “addestrati a muoversi per brevi distanze“; non esattamente un successo straordinario, nonostante i ricercatori cercassero di farlo passare per una “rimarchevole conquista scientifica“.
Alla fine, forse spazientiti, forse confidando in un inaspettato miracolo, gli agenti decisero di condurre una prova empirica sul campo. Spedirono il gatto nella sua prima, vera e propria missione.

Una bella mattina del 1966, due funzionari sovietici stavano seduti su una panchina proprio fuori dall’Ambasciata Russa a Washington, in Wisconsin Avenue, ignari di essere nel mirino di una delle più improbabili operazioni di spionaggio di sempre.
In una via adiacente, il primo gatto 007 della storia venne fatto scendere da un anonimo furgoncino.
Immaginatevi ora, all’interno del veicolo, diversi agenti della CIA, muniti di cuffie e radioriceventi, in trepida attesa. Dopo anni e anni di studi in laboratorio, era l’ora della verità: il metodo avrebbe funzionato? Sarebbero riusciti a pilotare il gatto nei pressi del target? Il micio avrebbe obbedientemente origliato la conversazione dei due uomini?

L’eccitazione, ahimé, durò ben poco.

Perché, fatti meno di dieci metri, l’Acoustic Kitty finì sotto le ruote di un taxi.
RIP Acoustic Kitty.

Con questo inglorioso incidente, dopo sei anni di ricerca pionieristica costata 20 milioni di dollari, il progetto Acoustic Kitty venne dichiarato un totale fallimento e abbandonato.
In un rapporto del marzo 1967, declassificato nel 2001, si legge: “i fattori ambientali e di sicurezza nell’uso di questa tecnica in una reale situazione estera ci forzano a concludere che […] essa non sia pratica“.

Un’ultima nota: la storia del gatto investito dal taxi è stata raccontata dal già citato Victor Marchetti; nel 2013 Robert Wallace, ex direttore dell’Office of Technical Service, l’ha smentita, sostenendo che in realtà l’animale semplicemente non faceva ciò che i ricercatori avrebbero voluto. “L’equipaggiamento fu tolto dal gatto; il gatto venne ricucito una seconda volta, e in seguito visse una lunga e felice vita“.

A voi la scelta del finale che preferite.

La corazza di corpi

I reduvidi sono fra i più aggressivi insetti conosciuti: attaccano altri insetti, ragni, ma anche vertebrati fra cui l’uomo. Arrivano a mangiarsi fra di loro, e in alcuni casi è stato osservato il più estremo dei cannibalismi: la madre che divora la propria prole appena nata. Per questo e altri comportamenti i reduvidi sono chiamati anche “cimici assassine”.

Questa famiglia di attaccabrighe conta 7000 specie. Una di queste è l’acanthaspis petax, che vive in Malaysia. A una prima occhiata l’acanthaspis non sembrerebbe particolare – è lungo poco meno di un centimetro, e si nutre di altri insetti. Anche la sua tecnica venatoria non è speciale in sé, l’acanthaspis immobilizza la preda (normalmente una formica) e le inietta un enzima che scioglie le carni dall’interno, in modo da poterle tranquillamente succhiare fuori.

Quello che è davvero notevole riguardo a questo piccolo insetto è l’uso che fa della sua vittima dopo averla mangiata. Una volta bevuto il “frullato” di carne, l’acanthaspis si attacca quello che rimane della preda sulla schiena per camuffarsi.

Essendo il suo corpo piuttosto largo, può arrivare a sostenere una piramide anche di una ventina di cadaveri; la robusta chitina degli esoscheletri protegge l’insetto, e nel caso di un attacco improvviso da parte di un ragno, quest’ultimo punterà dritto alla parte del corpo dal volume maggiore… la pila di scheletri, appunto, di cui l’acanthaspis si può liberare immediatamente, battendo in ritirata.

Ecco un video che ci mostra alcuni di questi insetti mentre sfoggiano orgogliosi le loro corazze di cadaveri.

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