Holt Cemetery

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A New Orleans, se scavate due o tre metri nella terra, potreste trovare l’acqua. Questo è il motivo per cui, in tutto il Delta del Mississippi (e in gran parte della Louisiana, che per metà è occupata da una pianura alluvionale), di regola i cimiteri si sviluppano above ground, vale a dire in mausolei e loculi costruiti al di sopra del livello del suolo. Ma ci sono eccezioni, e una di queste è lo Holt Cemetery.

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Si tratta del “cimitero dei poveri”, ossia del luogo che ospita i cari estinti di coloro che non possono permettersi di far costruire una tomba sopraelevata. I costi funerari, negli Stati Uniti, sono esorbitanti e perfino famiglie in condizioni più o meno agiate devono talvolta aspettare mesi o anni prima di poter permettersi il lusso di una lapide. Lo Holt Cemetery è una delle “ultime spiagge”, riservate ai meno abbienti.

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Non è raro trovarvi delle lapidi in legno o altri materiali, insegne di tipo artigianale, su cui sono stati iscritti con vernice e pennello le date di nascita e di morte del defunto.

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In altri casi le tombe ospitano gli effetti personali del morto, perché la famiglia non aveva spazio o possibilità di metterli da parte – ma questa non è forse l’unica motivazione. New Orleans infatti è stata storicamente il crocevia di diverse etnie (neri, europei, isleños, creoli, cajun, filippini, ecc.), e ha raccolto un patrimonio culturale estremamente variegato e complesso. Questo si rispecchia anche nei rituali religiosi e funebri: alcuni di questi oggetti sono stati lasciati lì intenzionalmente, per accompagnare il parente nel suo viaggio nell’aldilà.

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Ma il problema dello Holt Cemetery è che lo spazio non è mai abbastanza: quando una tomba è in stato di abbandono, i guardiani possono decidere di riutilizzarla. Non esiste un piano regolatore, non esistono posti assegnati, né un vero e proprio registro. I nuovi morti sono sepolti sopra a quelli vecchi, dei quali non rimane traccia alcuna. Così, per evitare che si salti a conclusioni affrettate, alcune famiglie continuano a lasciare nuovi oggetti, o a sistemare corone di fiori, a erigere recinti o semplicemente a modificare l’aspetto della lapide per segnalare che quel loculo è ancora “in uso”. Si racconta ad esempio di una tomba accanto alla quale qualche anno fa era stata posizionata una sedia di latta, e sulla sedia stava aperto un libro che cambiava ogni settimana.

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I sepolcri più appariscenti, nel cimitero di Holt, sono quelli della famiglia Smith. Arthur Smith, infatti, è un artista locale che ha partecipato a diverse mostre di outsider art: ancora oggi lo si può vedere spingere il suo carrello per le discariche della città, alla ricerca di quei tesori con cui fabbricherà la sua arte povera. È proprio lui che mantiene in continua evoluzione le istallazioni che ha costruito attorno alle tombe di sua madre e di sua zia. (Potete trovare altre foto della sua produzione artistica qui).

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Nonostante i recinti e le cure dei familiari, come dicevamo all’inizio, il grande problema di New Orleans è sempre stata l’acqua, e non solo quella violenta e brutale degli uragani: basta una piena del Mississippi per causare gravi fenomeni alluvionali. Un po’ di pioggia, perché cada anche l’ultimo tabù. Ecco allora che nel piccolo cimitero di Holt i morti tornano a galla. Dalla terra umida affiorano parti di teschi, ossa che sventolano ancora brandelli di vestiti, piccoli rimasugli sbiancati dal tempo e dalla natura.

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C’è chi, venendo a conoscenza della situazione allo Holt Cemetery, grida allo scandalo, al sacrilegio e allo svilimento della dignità umana; ed è ironico, e in un certo senso poetico, il fatto che un simile cimitero sorga proprio a ridosso di un quartiere particolarmente benestante della città.

Questo strano luogo in cui i morti non hanno lapide, né una sepoltura sicura, sembra simboleggiare lo scorrere delle cose del mondo più che un cimitero opulento, circondato da alte pareti di marmo, in cui si entra come in un austero santuario in cui il tempo si sia fermato. Holt è il cimitero dei poveri, è tenuto vivo dai poveri. Qui non ci si può permettere nemmeno l’illusione dell’eterno, e la memoria esiste solo finché vi è ancora qualcuno che ricordi.

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(Grazie, Marco!)

Ladri di cadaveri

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La storia della medicina e dell’anatomia non è mai stata tutta rose e fiori, come avrete certamente scoperto se avete curiosato un po’ fra i nostri post. Nei secoli scorsi era in particolare la dissezione anatomica a sollevare le più furiose polemiche (paradossalmente spesso più di ordine morale che religioso, come abbiamo spiegato in questo articolo), perché la sua pratica interferiva con un’area sociale che gli antropologi definirebbero “tabù”, ossia il culto dei morti e del cadavere.

In Gran Bretagna, fin dal 1752, era in vigore una legge che consentiva la dissezione a fini medici unicamente sui cadaveri dei criminali condannati alla pena capitale. Ma il sapere scientifico all’epoca stava crescendo in fretta per importanza e scoperte, e velocemente si creavano le basi per quella che sarebbe divenuta la moderna medicina. Quindi, soltanto cinquant’anni dopo, la “scorta” di criminali giustiziati era troppo scarsa per riuscire a soddisfare la domanda di cadaveri delle Università e delle facoltà di anatomia.

Già nel 1810 venne creata in Inghilterra una società anatomica i cui membri avevano lo scopo di sollecitare presso il governo l’urgente modifica della legge; ma nel frattempo c’era chi aveva cominciato ad arrangiarsi in altro modo.

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Alcuni delinquenti compresero subito che i professori avrebbero pagato piuttosto bene per un cadavere fresco su cui eseguire una dissezione durante le loro lezioni, di fronte a un sempre crescente numero di studenti; così, attratti dalla possibilità di un facile guadagno, cominciarono un macabro commercio di salme.

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I body-snatchers (“ladri di corpi”) agivano di notte, dissotterrando morti sepolti di recente, e trasferendoli di nascosto nelle facoltà scientifiche; divennero presto una realtà diffusa soprattutto nella città di Edimburgo, dove aveva sede la più prestigiosa università di medicina, la Edinburgh Medical School. Sembra addirittura che alcuni cunicoli sotterranei collegassero i sobborghi più malfamati della Old Town con il Royal Mile, l’arteria principale dove aveva sede la scuola: in questo modo i body-snatchers, dopo aver sottratto i cadaveri dal cimitero, riuscivano a portarli indisturbati e nascosti fin sotto all’ingresso della Surgeon’s Hall.

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In breve tempo la situazione sfuggì di mano, e si diffuse la paranoia nei confronti dei cosiddetti resurrection men (“resuscitatori”, un altro nome dei ladri di cadaveri). C’era chi faceva la ronda tutta la notte attorno alle tombe fresche, e chi poteva permetterselo costruiva pesanti sarcofaghi di pietra; i più poveri si accontentavano di seppellire rami e bastoni attorno alla bara, per rendere la riesumazione più complessa e lunga.

Intorno al 1816 vennero inventati i mortsafes, enormi gabbie di ferro o pietra, di forme differenti. Spesso si trattava di complicate strutture in metallo pesante con sbarre e placche, assemblate con bulloni o saldature. I mortsafes si piantavano attorno alla bara, e potevano essere aperti soltanto da due persone armate di chiavi per i lucchetti. Venivano lasciate in posizione per sei settimane; quando il cadavere era rimasto sepolto sufficientemente a lungo per non fare più gola, venivano rimosse e riutilizzate.

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Ci si spinse oltre: la pistola cimiteriale veniva caricata e montata nei pressi di una tomba fresca. Il meccanismo le permetteva di girare su se stessa liberamente, e agli anelli venivano attaccati gli estremi di tre corde che venivano fatte passare attorno al luogo dell’inumazione; se un ladro, avvicinandosi nel buio, avesse inavvertitamente urtato una delle corde, la pistola si sarebbe girata nella sua direzione, facendo fuoco.

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Questo tipo di mercato clandestino si stava facendo davvero pericoloso. Alcuni ladri di cadaveri mandavano, durante il giorno, delle donne vestite a lutto, spesso con bambini in braccio, a controllare se fossero state installate pistole o altre difese nei pressi delle tombe; i guardiani del cimitero, a loro volta, avevano imparato ad aspettare l’arrivo del buio per montare questo tipo di armi. Insomma, in retrospettiva, non stupisce che prima o poi a qualcuno venisse l’idea di “saltare” il passaggio più problematico, quello del cimitero appunto, e di procurarsi i cadaveri in modo più diretto.

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Ad arrivarci per primi furono William Burke e William Hare che, con la complicità delle loro compagne, uccisero in meno di due anni 16 persone, rivendendo i loro corpi all’Università. Vennero scoperti e, una volta finito il processo nel 1829, Hare fu rilasciato, ma Burke finì impiccato; con esemplare contrappasso, il suo corpo venne dissezionato pubblicamente e ancora oggi potete ammirare presso il Museo del Surgeon’s Hall di Edimburgo il suo scheletro, la maschera mortuaria, e un libro rilegato con la sua pelle.

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Lo scalpore suscitato da questa vicenda, e il disgusto pubblico per il traffico di cadaveri, ebbero un impatto fondamentale per la promulgazione, nel 1832, dell’Anatomy Act; una legge che diede più libertà ai dottori e agli insegnanti di anatomia, permettendo loro di utilizzare per le dissezioni didattiche anche i corpi non reclamati, e incentivando la donazione spontanea con determinate forme di retribuzione (a chi decideva di “prestare” le spoglie di un parente stretto sarebbero state pagate le spese del funerale).

L’Anatomy Act si rivelò efficace nel porre fine al fenomeno dei body-snatchers, e la pratica del traffico di cadaveri per studio medico scomparì quasi istantaneamente.

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