Le nozze fantasma

Cina, provincia di Shanxi, nella parte settentrionale della Repubblica.
All’inizio del 2016, il capo della polizia della contea di Hongtong dà l’allarme: nel triennio precedente sono stati accertati almeno una dozzina di furti di cadavere all’anno. Le salme disseppellite e trafugate sono tutte di giovani donne, e la tendenza è talmente in crescita che molte famiglie preferiscono inumare i membri femminili vicino alle loro case, piuttosto che in luoghi più appartati. Altri fanno ricorso a tombe in cemento, installano telecamere a circuito chiuso, assoldano guardie o costruiscono delle grate attorno al sito di sepoltura, proprio come si faceva nell’Inghilterra dei body snatchers. Sembra che in alcune parti della provincia il corpo di una ragazza morta in giovane età non sia mai troppo al sicuro.
Cosa c’è dietro a questo trend inquietante?

Questi episodi di furto di cadavere sono collegati a un’antichissima tradizione che si pensava abbandonata da molto tempo: l’usanza dei “matrimoni nell’aldilà”.
La morte di un maschio giovane e celibe è considerata un evento che porta sfortuna all’intera famiglia: l’anima del ragazzo infatti non trova pace, senza una compagna.
Per questo i familiari, nell’intento di trovare una sposa per il defunto, si affidano a degli intermediari che si occupano di metterli in contatto con altre famiglie le quali hanno, a loro volta, recentemente perso una figlia. I due giovani deceduti vengono dunque sposati mediante un rito apposito e seppelliti assieme, per il sollievo di entrambe le famiglie.
Questo tipo di matrimoni sembra risalga alla dinastia Qin (221-206 a.C.) anche se le fonti principali attestano la pervasività della pratica a partire dalla dinastia Han (206 a.C.-220 d.C.).

Il problema è che, visti gli ingenti guadagni derivanti da un simile traffico, alcuni di questi “agenti di matrimonio” non si fanno scrupoli ad agire in clandestinità per dissotterrare le preziose fanciulle: talvolta, per rivendere i corpi, fingono di essere parenti della morta, ma in altri casi trovano famiglie in lutto che sono semplicemente disposte a pagare pur di trovare una sposa al loro caro estinto, chiudendo un occhio sulla provenienza del cadavere.

Fino a qualche anno fa i “matrimoni fantasma” si svolgevano utilizzando delle simboliche figurine di bambù, vestite con abiti tradizionali; oggi che il benessere è aumentato si arriva a spendere anche 100.000 yuan (equivalenti a circa 15.000 euro) per un cadavere fresco di fanciulla. Anche dei resti umani più vecchi, ricomposti con filo di ferro, possono valere intorno agli 800 euro. D’altronde sono proprio gli anziani dei villaggi ad ammonire le nuove generazioni: per scacciare la sfortuna non c’è niente di meglio che un’autentica salma.
Nonostante la pratica sia stata dichiarata illegale nel 2006, il business è talmente lucrativo che gli arresti si moltiplicano e si ha notizia almeno di due omicidi compiuti al fine di rivendere il corpo della vittima.

Se a primo sguardo questa tradizione ci può sembrare macabra e insensata, soffermiamoci un attimo sulle possibili motivazioni.
Nella provincia in cui si concentrano gli episodi, un grande numero di ragazzi maschi lavorano nelle miniere di carbone dove gli incidenti sul lavoro sono tristemente frequenti. La maggioranza di questi giovani costituiscono la sola prole avuta da una coppia, a causa della politica del figlio unico attuata dal governo cinese fino al 2013.
Oltre ai motivi legati alla superstizione, dunque, c’è anche una componente psicologica importante: immaginate il sollievo se, nel processo di elaborazione del lutto, poteste ancora fare qualcosa per rendere felice il vostro caro estinto. Ecco, il “matrimonio degli spiriti” agisce proprio da compensazione per la perdita di un ragazzo amato, morto magari lavorando per supportare la famiglia.

I matrimoni fra due defunti, o fra una persona viva e una morta, non sono peraltro prerogativa della Cina. In Francia le nozze postume (svolte solitamente quando una donna perde in modo prematuro il fidanzato) vengono regolarmente richieste facendo ricorso al Presidente della Repubblica, che ha il compito di rilasciare il permesso. Lo scopo è quello di riconoscere eventuali figli concepiti prima del decesso, ma vi possono essere anche motivazioni puramente emotive. In effetti è relativamente lunga la lista dei paesi che hanno visto casi di matrimoni in cui uno o entrambi i gli sposi non erano più in vita.

Infine, una piccola curiosità.
Nel celebre film di Tim Burton La sposa cadavere (2005), ispirato a una leggenda secolare (se ne può trovare un’incarnazione romantica anche nell’antologia Fantasmagoriana, nel racconto Die Todtenbraut di F. A. Schulze), è un anello infilato quasi per gioco su un arbusto a sancire l’inconsapevole fidanzamento dell’oltretomba.
Assai simile a quel ramoscello, all’apparenza innocuo, è il “trabocchetto” usato a Taiwan quando muore una giovane donna ancora nubile: i familiari piazzano per strada dei pacchetti rossi contenenti soldi dei morti, oppure una ciocca di capelli o delle unghie della morta. Il primo uomo a raccogliere il pacchetto è tenuto a sposare la giovinetta deceduta, pena un’indicibile sventura. Potrà poi prendere nuovamente moglie, ma dovrà riverire per sempre la sposa “fantasma” come la sua prima, vera moglie.

Questi rituali si rendono necessari quando un individuo accede all’aldilà prematuramente, senza aver eseguito un rito di passaggio fondamentale come il matrimonio (quindi senza aver completato il “corretto” percorso della sua vita). Come spesso accade nelle usanze funebri, la pratica ricopre una funzione benefica e apotropaica sia per il gruppo sociale dei vivi che per il defunto stesso.
Viene cioè scongiurata da una parte la sfortuna che potrebbe colpire i parenti; si viene a creare “per procura” quel legame tra due diverse famiglie che sarebbe mancato in assenza di un vero e proprio matrimonio; e ad un tempo ci si assicura anche che l’anima lasci questo mondo in pace, e non si avventuri per il suo ultimo viaggio indossando il marchio di una disgraziata solitudine.

Dipingere sull’acqua

Se avete in casa qualche libro vecchio, conoscerete di certo quelle copertine o quegli interni decorati con colorate fantasie che ricordano i motivi del marmo.
La marmorizzazione della carta ha origini antichissime, risalenti forse alla Cina di duemila anni fa, anche se la tecnica si affermò definitivamente in Giappone durante il periodo Heian (VIII-XII secolo) con il nome di suminagashi. Il segreto del suminagashi era gelosamente conservato e passato di padre in figlio, nelle famiglie di artisti; gli esempi più belli e piacevoli venivano utilizzati per impreziosire le raccolte poetiche o i sutra.

Dal Giappone attraverso le Indie il metodo arrivò in Persia e in Turchia, dove divenne un’arte raffinata chiamata ebru. I viaggiatori occidentali la importarono in Europa e cominciarono a produrre carte marmorizzate su larga scala per foderare libri e scatole.

In Turchia l’ebru è ancora oggi considerata un’arte tradizionale. Garip Ay (classe 1984), laureatosi all’Università Mimar Sinan di Istanbul, è diventato uno degli artisti ebru più conosciuti a livello mondiale, e ha tenuto workshop e seminari dalla Scandinavia agli Stati Uniti. Le sue straordinarie doti nella pittura su acqua lo hanno portato ad apparire in documentari e video musicali.

Il suo ultimo lavoro è recentemente diventato virale: dipingendo su nero e utilizzando un addensante per far meglio galleggiare i colori insolubili sull’acqua, Garip Ay ha ricreato due celebri dipinti di Van Gogh, la Notte stellata e l’iconico Autoritratto del 1889. Il tutto in soli venti minuti (condensati in un video di quattro).

La meraviglia e la magia racchiuse in questo sorprendente exploit risiedono di certo nella precisa esecuzione artistica di Ay, ma ciò che colpisce maggiormente è la fluidità, l’imprevedibilità, la precarietà del supporto acquoso: in questo senso, l’ebru mostra di essere davvero figlio dell’Estremo Oriente.
Non occorre ricordare l’importanza simbolica dell’acqua, e dell’accordarsi ai suoi movimenti, nelle discipline filosofiche orientali; arrivare a dipingere sulla sua superficie diventa un esercizio di puro wu wei, un “agire senza forzare”, permettendo al colore di organizzarsi secondo la sua natura e allo stesso tempo sfruttandone gentilmente le qualità per ottenere l’effetto desiderato. In questo modo, proprio quell’ostacolo che sembrava rendere insidiosa l’impresa (l’acqua incerta, che il minimo soffio è sufficiente a disturbare) viene tramutato in vantaggio — finché l’artista non cerca di contrastarlo, ma ne sfrutta invece il naturale movimento.

Al cuore, quest’arte ci insegna una sublime leggerezza nell’affrontare la realtà, intesa come tremula superficie su cui possiamo imparare a stendere, delicatamente, i nostri colori.

Ecco il sito ufficiale di Garip Ay, e soprattutto il canale YouTube dove potrete assistere all’affascinante creazione di molte altre sue opere.
Su Amazon: Suminagashi: The Japanese Art of Marbling di Anne Chambers. E se volete provare a marmorizzare in prima persona, non c’è nulla di meglio di un kit per principianti.

Link, curiosità & meraviglie assortite – II

Da domani sarò all’Università di Winchester per partecipare alle giornate di studio interdisciplinari dedicate a “Morte, arte e anatomia“. Nell’ambito delle conferenze, parlerò di memento mori in relazione alla Cripta dei Cappuccini di Roma, già esplorata assieme ad altri ossari religiosi italiani nel mio Mors Pretiosa.
Nell’attesa di raccontarvi qualcosa dell’evento, e dei miei successivi giorni a Londra, vi lascio qualche curiosità da assaporare.

  • La SynDaver Labs, già responsabile di un cadavere sintetico per autopsie di cui avevo parlato in questo post, ha realizzato una versione canina per la formazione di chirurghi veterinari. Anche questo cagnolino, come il suo analogo umano, può respirare, sanguinare e perfino morire.

  • Anche se fosse farlocca, questa è una delle notizie più gustose degli ultimi tempi: a Sculcoates, East Yorks, alcuni ghost hunters visitano un cimitero ottocentesco e ad un tratto sentono strani e inquietanti lamenti. Monaci fantasma che si aggirano fra le lapidi? Presenze demoniache che infestano il luogo sacro? Niente di tutto questo. Nel cimitero, di nascosto, si sta girando un porno.
  • Parlando di strani posti in cui fare l’amore, perché non all’interno di una balena? È successo negli anni ’30 al Museo di Storia Naturale di Gothenburg, dove è presente l’unica balena blu completamente tassidermizzata, e al cui interno è stato ricavato un lounge con tanto di panche e tappeti. Dopo che una coppia è stata sorpresa in atteggiamenti intimi, il cetaceo è stato purtroppo chiuso al pubblico.

  • A margine dei manoscritti medievali si trovano spesso dei conigli intenti in improbabili battaglie e crudeltà diverse. Perché? Secondo questo articolo, si trattava essenzialmente di satira.

  • Se vi sembrano bizzarri i conigli battaglieri, aspettate di vedere i gatti con i razzi sulla schiena, raffigurati in alcuni codici miniati cinquecenteschi. Se ne parla sul National Geographic.

  • Un ultimo enigma iconografico. Qual è il senso delle strane litografie cinquecentesche in cui un satiro “scandaglia” le parti intime di una donna con il filo a piombo? Lo svela un approfondito e bellissimo studio.

  • Vite avventurose: Violet Constance Jessop era una cameriera e infermiera di cabina, sopravvissuta nel 1911 all’incidente della nave Olympia. E nel 1912 sopravvisse anche all’affondamento del Titanic. E nel 1916 all’affondamento del Britannic.

Pescatori di uomini

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Il corso d’acqua scivola veloce e silenzioso, con il suo carico di terriccio e detriti che gli hanno valso il nome, celebre ma poco invitante, di Fiume Giallo. Dopo aver attraversato la città di Lanzhou, nel nordest della Cina, serpeggia per una trentina di chilometri fino a che un’ansa non lo rallenta: poco più a valle incontra la centrale idroelettrica di Liujiaxia, con la sua diga che fa da sbarramento per la melmosa corrente.
È in seno a questa curva che le acque rallentano ed ogni giorno di buon’ora alcune barche a motore salpano dalla riva per aggirarsi fra i rifiuti galleggianti – una grande distesa che ricopre l’intero fiume. Gli uomini sulle barche esplorano, nella nebbia mattutina, la spazzatura intercettata e ammassata lì dalla diga: raccolgono le bottiglie di plastica per rivenderle al riciclo, ma il prezzo per un chilo di materiale si aggira intorno ai 3 o 4 yuan, vale a dire circa 50 centesimi di euro. Quello per cui aguzzano gli occhi nella luce plumbea è un altro, più allettante bottino. Cercano dei cadaveri portati fino a lì dalla corrente.

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Il boom economico e demografico della Cina, senza precedenti, ha necessariamente un suo volto oscuro. Centinaia e centinaia di corpi umani raggiungono ogni anno la diga. Si tratta per la maggior parte di suicidi legati al mondo del lavoro: persone, molto spesso donne, che arrivano a Lanzhou dalle zone rurali affollando la città in cerca di un impiego, e trovano concorrenza spietata, condizioni inumane, precarietà e abusi da parte dei capi. La disperazione sparisce insieme a loro, con un tuffo nella torbida corrente del Fiume Giallo. Il 26% dei suicidi mondiali, secondo i dati raccolti dall’Organizzazione mondiale della sanità, ha luogo in Cina.
Qualcuno dei cadaveri è forse vittima di una piena o un’esondazione del fiume. Altri corpi però arrivano allo sbarramento della diga con braccia e piedi legati. Violenze e regolamenti di conti di cui probabilmente non si saprà più nulla.

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Un tempo, quando un barcaiolo recuperava un cadavere dal fiume, lo portava a riva e avvisava le forze dell’ordine. Talvolta, se c’erano dei documenti d’identità sul corpo, provava a contattare direttamente la famiglia; era una questione di etica, e la ricompensa stava semplicemente nella gratitudine dei parenti della vittima. Ma le cose sono cambiate, la povertà si è fatta più estrema: di conseguenza, oggi ripescare i morti è diventata un’attività vera e propria. Qui un singolo pescatore può trovare dai 50 ai 100 corpi in un anno.
Sempre più giovani raccolgono l’eredità di questo spiacevole lavoro, e scandagliano quotidianamente l’ansa del fiume con occhio esperto; quando trovano un cadavere, lo trascinano verso la sponda, facendo attenzione a lasciarlo con la faccia immersa nell’acqua per preservare il più a lungo possibile i tratti somatici. Lo “parcheggiano” infine in un punto preciso, una grotta o un’insenatura, assicurandolo con delle corde vicino agli altri corpi in attesa d’essere identificati.

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Per i parenti di una persona scomparsa a Lanzhou, sporgere denuncia alla polizia spesso non porta da nessuna parte, a causa dell’enorme densità della popolazione; così i famigliari chiamano invece i pescatori, per accertarsi se abbiano trovato qualche corpo che corrisponde alla descrizione del loro caro. Nei casi in cui l’identità sia certa, possono essere i pescatori stessi che avvisano le famiglie.
Il parente quindi si reca sul fiume, dove avviene il riconoscimento: ma da questo momento in poi, tutto ha un costo. Occorre pagare per salire sulla barca, e pagare per ogni cadavere che gli uomini rivoltano nell’acqua, esponendone il volto; ma il conto più salato arriva se effettivamente si riconosce la persona morta, e si vuole recuperarne i resti. Normalmente il prezzo varia a seconda della persona che paga per riavere le spoglie, o meglio dal suo reddito desunto: se i pescatori si trovano davanti un contadino, la richiesta si mantiene al di sotto dell’equivalente di 100 euro. Se a reclamare il corpo è un impiegato, il prezzo sale a 300 euro, e se è una ditta a pagare per il recupero si può arrivare anche sopra i 400 euro.

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Nonostante la gente paghi malvolentieri e si lamenti dell’immoralità di questo traffico, i pescatori di cadaveri si difendono sostenendo che si tratta di un lavoro che nessun altro farebbe; il costo del carburante per le barche è una spesa che devono coprire quotidianamente, che trovino corpi o meno, e in definitiva il loro è un servizio utile, per il quale è doveroso un compenso.
Così anche la polizia tollera questa attività, per quanto formalmente illegale.

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Ci sono infine le salme che non vengono mai reclamate. A quanto raccontano i pescatori, per la maggior parte sono donne emigrate a Lanzhou dalle campagne; le loro famiglie, ignare, pensano probabilmente che stiano ancora lavorando nella grande città. Molte di queste donne sono state evidentemente assassinate.
Nel caso in cui un cadavere non venga mai identificato, o resti troppo a lungo in acqua fino a risultare sfigurato, i pescatori lo riaffidano alla corrente. I filtri della centrale idroelettrica lo tritureranno insieme agli altri rifiuti per poi rituffarlo dall’altra parte della diga, mescolato e ormai tutt’uno con l’acqua.

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Anche oggi, come ogni giorno, le barche dei pescatori di cadaveri lasceranno la riva per il loro triste raccolto.

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I soldi dei morti

Per i cinesi, ogni uomo è composto da diversi spiriti: fra tutti, i due più importanti sono quello materiale, chiamato po, con sede nel fegato e nutrito dal cibo, che al momento della morte rimane nella tomba; e l’anima spirituale, chiamata hun, con sede nei polmoni e nutrita dal respiro, che al trapasso si stacca invece dal corpo e va incontro al suo destino.
Un destino che è ovviamente conseguenza delle azioni terrene, della virtù e delle qualità del morto. Così, nell’oltretomba, esiste una gamma di possibili mutamenti che attendono lo hun del defunto: il più difficile e prestigioso è ovviamente divenire uno xiandao, un Immortale taoista – oppure raggiungere Jing-tu, la Terra Pura, se si è buddhisti. Ma, qualora in vita le azioni del morto non siano state per nulla virtuose, l’anima può finire per incrementare le fila degli egui, “spiriti affamati” che arrecano danni e problemi ai viventi a causa della fame e della sete insaziabili che li divorano.
Tutti coloro che stanno nel mezzo – né spiriti eccelsi, né peccatori senza speranza – vengono destinati alla “Via dell’Uomo” (rendao), vale a dire a reincarnarsi fino a che non saranno finalmente degni di lasciare questo mondo. Queste anime, però, prima di potersi reincarnare dovranno passare per una sorta di regno di mezzo chiamato diyu, assimilabile al nostro purgatorio.

Il diyu non è altro che una terribile “prigione sotterranea” che in qualche modo riflette specularmente la burocrazia del nostro mondo. Qui le anime vengono imputate in un vero e proprio processo in dieci differenti stadi, i Dieci Tribunali dell’Inferno: alla fine del lungo dibattimento giudiziario, il defunto viene assegnato ad un supplizio specifico a seconda delle sue colpe e mancanze. Si tratta di pene e torture dantesche sia nella crudeltà che nel contrappasso, che l’anima patisce provando dolori atroci, proprio come se avesse ancora un corpo. Fra lame che mozzano la lingua ai bugiardi, seghe che tagliano in due gli uomini d’affari scorretti, stupratori e ladri gettati in calderoni d’olio bollente o cotti al vapore, gente macinata e ridotta in polvere con mole di pietra, il diyu è una fiera degli orrori senza fine. Le anime, una volta subìto il supplizio, vengono ricomposte e la pena ricomincia.

Una volta scontato il periodo di “carcere duro” previsto dai giudici, all’anima è somministrata una pozione che le fa dimenticare quanto ha visto, e infine viene rispedita sulla terra… spesso con un bel calcio nel sedere (il che spiega le voglie violacee all’altezza delle natiche che a volte mostrano i neonati).

Dicevamo però che il diyu è una sorta di versione ribaltata del nostro mondo. Non crediate quindi che le delibere del Tribunale dell’Inferno siano infallibili: proprio come accade nei Palazzi di Giustizia terreni, nell’oltretomba cinese possono verificarsi degli errori giudiziari; c’è una mole impressionante di pratiche burocratiche da sbrigare, e anche fra i demoni esistono corruzione e nepotismo.
Ecco perché i cinesi hanno sviluppato uno dei rituali sacrificali più particolari e bizzarri: quello delle qian zhi, le “banconote di carta”.

Si tratta di imitazioni di banconote su cui è impresso il volto del sovrano dell’Aldilà, simili ai soldi finti dei giochi in scatola, stampate su carta di riso ed emesse dalla Banca degli Inferi, Yantong Yinhang. I tagli variano (anche a seconda dell’inflazione!) da diecimila a centinaia di miliardi di yuan – anche se ovviamente il prezzo d’acquisto è infinitamente inferiore a quello nominale. Si possono comprare in svariati empori e negozi.

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Le banconote vengono bruciate in falò rituali accesi vicino alle tombe, così che il fuoco le “trasporti” oltre il confine fra vivi e morti, recapitandole al caro estinto. L’anima del defunto potrà quindi usare i soldi inviatigli dalla famiglia per acquistare beni di consumo, per “comprare” i favori delle guardie, oppure per guadagnarsi rispetto e status sociale, o magari addirittura per corrompere un giudice e ottenere così uno sconto di pena.

Vi sono regole strette e tabù collegati al modo in cui le banconote vanno bruciate, così come ad esempio regalarne una ad una persona ancora in vita è altamente offensivo: insomma, i soldi dei morti sono un affare serio per molti cinesi.
Il defunto è in definitiva considerato come un parente vivo e vegeto, che si trova in un luogo lontano e sta attraversando un periodo di difficoltà. Quale famiglia amorevole non gli manderebbe un po’ di soldi?

Se questo approccio, tipico della pratica e concreta mentalità cinese, ci sembra strano ad un primo sguardo, si tratta in realtà di una pratica non molto distante dal nostro atteggiamento verso i cari estinti: compriamo una bella lapide, raccomandiamo a Dio la loro anima, in modo da ottenere la loro benevolenza; in cambio, li preghiamo per avere intercessioni, protezione e favori.
Il culto degli antenati è pressoché universale, e la versione cinese delle qian zhi non fa che rendere evidente il meccanismo che lo sottende.
L’appartenenza alla società è di norma sancita dallo scambio (economico, di lavoro, di sostegno e di aiuto) fra i membri della società stessa: la barriera della morte, che in teoria dovrebbe interrompere questo commercio, non è affatto insormontabile, perché in tutte le culture lo scambio fra vivi e morti non viene mai meno, diventa semplicemente simbolico.

La peculiarità non sta quindi nel tentativo di regalare qualcosa ai morti, poiché è proprio questo il nocciolo del culto dei defunti, in ogni epoca e latitudine: vogliamo continuare a proteggere i nostri cari, e a dimostrare attraverso il dono sacrificale quanto forte sia ancora l’affetto che ci lega a loro. Il vero aspetto singolare di questa tradizione sta nella somiglianza quasi comica dell’Aldilà cinese con il nostro mondo.


Con il passare del tempo e con l’evolversi della tecnologia, ormai anche all’Inferno le semplici mazzette non bastano più. Forse i diavoli sono diventati più esigenti, o forse nell’Aldilà – dove comunque è indispensabile darsi un tono – le stesse anime dei defunti si fanno influenzare dalle mode consumistiche; fatto sta che nei negozi, accanto alle banconote, sono oggi esposte delle raffigurazioni cartacee di bottiglie di champagne (conquistare la simpatia del carceriere con un goccetto funziona sempre), prodotti di bellezza, completi in gessato, ciabatte contraffatte di Louis Vuitton con cui pavoneggiarsi, carte di credito, addirittura ville in miniatura, macchine di lusso, televisori al plasma, laptop, cellulari, iPhone e iPad taroccati con tanto di custodia. Tutto in carta, pronto da bruciare, in vendita per pochi euro.

Un oltretomba fin troppo familiare, che rispecchia vizi e problemi per i quali nemmeno la morte sembra essere un rimedio sicuro: non c’è da stupirsi quindi che, fra i vari gadget che si possono inviare nell’oltretomba, vi siano anche le repliche delle scatole di Viagra.

La maggior parte delle informazioni sono tratte dall’illuminante e consigliatissimo Tre uomini fanno una tigre. Viaggio nella cultura e nella lingua cinese (2014) di Nazzarena Fazzari.

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L’opera di Xia Xiaowan, pittore pechinese nato nel 1959, ha sempre sfidato le convenzioni artistiche. Autore eclettico, i suoi quadri spaziano dal surrealismo al simbolismo, spesso descrivendo corpi grotteschi, deformi e fluidi; ma il filone più interessante della sua carriera è quello che si interroga sulla portata filosofica della prospettiva: come cambia il mondo a seconda del punto di vista che scegliamo per osservarlo? Quali segreti inaspettati possiamo scoprire nella realtà, e in noi stessi, modificando (simbolicamente) l’angolazione del nostro sguardo?

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Così Xiaowan nella sua serie Looking Up ha scelto di ritrarre situazioni più o meno comuni (un incontro di boxe, una partita a dama cinese, una ragazza che accompagna per strada un anziano, e così via) riprese però da una prospettiva inusuale: il punto di vista è infatti quello, “impossibile” e irrealistico, di un osservatore posto un paio di metri sotto alla scena, che guardi il tutto attraverso un “terreno” trasparente.

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Poi, all’inizio del millennio, riflettendo sull’avvento delle nuove tecnologie e sulla contaminazione dei linguaggi artistici, Xiaowan ha cominciato a domandarsi se la pittura non stesse diventando vecchia rispetto agli altri mezzi espressivi. Rimasta uguale a se stessa da secoli, la tela di colpo è sembrata troppo piatta e univoca all’artista cinese. Xiaowan ha deciso quindi, ancora una volta, di cercare una nuova prospettiva, un modo inedito di guardare alla sua opera.

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Dipingendo su lastre di vetro multiple e assemblandole l’una di fronte all’altra, Xiaowan è capace di donare ai suoi dipinti una dimensione e una profondità uniche. A metà strada fra la pittura, l’ologramma e la scultura, il quadro che abbiamo di fronte agli occhi sembra respirare e modificarsi a seconda di come ci muoviamo.

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Certo, è di moda oggi parlare di “3D”: ma le opere di Xiaowan non utilizzano la profondità un maniera tutto sommato banale, per creare facili effetti prospettici come quelli dei quadri in rilievo che si trovano ormai in ogni mercatino (originariamente inventati dal britannico Patrick Hughes, vedi questo video). Al contrario, i suoi dipinti sono fumosi, eterei, la carne dei suoi personaggi si dissolve in vaghi riflessi irreali, senza più contorni. Si tratta di vorticose figure di sogno – o di incubo – sospese in uno spazio senza tempo, in movimenti apparenti e ingannevoli. È la nostra stessa coscienza spaziale ad essere messa alla prova, mentre la corteccia visiva cerca di donare profondità a questi corpi che altro non sono se non echi congelati.

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Nonostante il successo e la curiosità internazionale suscitata da queste opere, Xiaowan è tornato oggi a dipingere ad olio su tela, evidentemente soddisfatto dell’esperimento.

La città dell’oscurità

Immaginate una città che si sviluppi senza alcun tipo di controllo urbanistico. Immaginate le strade e i palazzi come un organismo vivente, arterie e cellule di un corpo la cui biologia interna è completamente impazzita. Immaginate appartamenti che crescono di giorno in giorno, uno sopra l’altro, come un tumore che aumenti a dismisura, piano dopo piano, senza che alcuna intelligenza centrale abbia mai messo mano a questo incubo architettonico, totalmente anarchico e sregolato.

La cittadella in questione era Caolun (Kowloon, in inglese), e quest’anno ricorre il ventennale della sua demolizione; dopo la difficile opera di evacuazione, con il crollo degli ultimi mattoni, finiva nel 1993 la storia stupefacente dell’unica città al mondo senza legge né regole.

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Sorta prima dell’anno 1000, la città fortificata di Caolun, in Cina, era stata abbandonata e poi ricostruita a metà dell’800 dagli inglesi che controllavano Hong Kong. Abbandonata nuovamente, cominciò a ripopolarsi e divenne ben presto una zona autonoma, sviluppandosi velocemente grazie a un inspiegabile “buco” amministrativo e politico.
Le Triadi mafiose locali presero il potere proprio quando la cittadella, abitata da profughi della Seconda Guerra Mondiale e da dissidenti del regime Maoista, si stava ingrandendo; ma per fortuna nel 1974 una task force di 3.000 poliziotti sgominò le bande criminali, “liberando” Caolun dal giogo della mafia. Fu allora che la popolazione cominciò davvero a crescere.

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Nel giro di dieci anni, il numero degli abitanti era aumentato vertiginosamente: 33.000 accertati, quasi 50.000 quelli stimati, in una “cittadella” che in realtà potrebbe benissimo essere definita un quartiere, viste le sue dimensioni ridotte (soltato 26.000 metri quadrati). Con un rapido calcolo vi accorgerete che la densità della popolazione a Caolun era davvero impensabile: quasi due milioni di esseri umani per km2.

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Le case venivano costruite a velocità folle, senza ingegneri o architetti, sopraelevando, occupando qualsiasi spazio libero: la mattina avreste potuto svegliarvi e scoprire che la vostra finestra non dava più sul consueto panorama, ma su un nuovo muro dell’edificio vicino. I cortili si chiudevano progressivamente, fino a diventare dei piccoli pozzi di aerazione, i vicoli si restringevano di giorno in giorno, e la luce del sole si allontanava sempre di più, sottile linea a malapena visibile fra le case che arrivavano a più di dieci piani. Caolun cominciò ad essere chiamata HakNam, la città delle tenebre, perché nei suoi vicoli era notte anche a mezzogiorno. Vennero istallati dei tubi fluorescenti lungo le claustrofobiche stradine, tenuti accesi costantemente.
Le case che continuavano a salire in verticale, accatastate le une sulle altre, fermarono la loro folle crescita per un solo motivo: evitare le rotte di atterraggio degli aerei del vicino aeroporto Kai Tak.

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Eppure, al contrario di quanto si potrebbe pensare, la vita all’interno di questo caos architettonico era sorprendentemente tranquilla, e l’integrazione fra le diverse etnie presenti piuttosto pacifica. Sui tetti più alti erano stati piantati alberi e piccoli giardini dove i bambini potevano giocare; una settantina di pozzi garantivano l’acqua agli abitanti, finché il governo di Hong Kong non decise di portare acqua pulita e corrente elettrica fino ai margini della cittadella. La criminalità non era poi eccessivamente elevata, nonostante case da gioco, bordelli e droga fossero comuni, e lungo i vicoli nacquero negozi, piccole fabbriche, ristoranti e persino asili, scuole, anche una specie di tribunale.  Proliferavano gli studi medici senza autorizzazione, che però talvolta avevano un discreto livello di professionalità; ma, in generale, l’aspetto più disastroso era senz’altro la terribile condizione igienico-sanitaria.

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Alla fine degli anni ’80 i due governi di Hong Kong, quello inglese e quello cinese, si accordarono per mettere fine alla situazione ormai insostenibile, ed evacuarono la zona autonoma per demolirla infine nel marzo del 1993. I lavori terminarono nel 1994, con alcuni scavi archeologici che riportarono alla luce le antiche strutture preesistenti; oggi il sole finalmente splende nel parco cittadino ubicato proprio dove sorgeva l’oscuro e labirintico alveare di case.

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(Grazie, Michele!)

Sfere cinesi

Fra gli oggetti più curiosi custoditi nelle wunderkammer antiche e moderne, figurano senz’altro le sfere cinesi. Queste palle, spesso chiamate “rompicapo” (puzzle balls), sono in realtà dei puri esercizi di virtuosismo scultoreo e artistico.

Questi oggetti sono costituiti da diverse sfere identiche e concentriche, contenute l’una nell’altra; ma la particolarità che lascia a bocca aperta è che le sfere sono tutte scolpite a partire dallo stesso pezzo d’avorio. La procedura è minuziosa e incredibile: ricavata dall’osso la palla più esterna, lo scultore pratica i primi fori, quelli che saranno comuni a tutte le sfere. Poi con degli scalpelli ricurvi comincia all’interno di questi buchi a scavare in senso orizzontale, separando a poco a poco uno strato dal successivo, e formando così una serie di palle concentriche.

Una volta separate le sfere, ognuna viene decorata in modo differente, sempre operando attraverso gli angusti fori praticati all’inizio. Nell’oggetto finale, le palle concentriche sono perfettamente libere di muoversi, e il “rompicapo” starebbe nel riuscire a riallinearle secondo la posizione originaria utilizzata per scolpirle, utilizzando la punta di una penna d’oca (o un più moderno stuzzicadenti) per non rischiare di rovinarle.

Se le sfere antiche venivano ricavate dall’avorio di elefante o di mammuth, i cui scheletri erano piuttosto comuni in alcune parti della Cina, oggi vengono spesso prodotte in avorio sintetico (polvere d’osso e resina) e in molti altri materiali come giada, resina o legno. Anche in epoca recente, comunque, il lavoro artigiano di scultura è imprescindibile e perfino quelle ricavate da stampi vengono intagliate e rifinite a mano.

Meraviglie fragili e prive di un vero e proprio scopo che non sia suscitare stupore, le sfere cinesi sono talvolta davvero impressionanti: le più grandi, di livello museale e di grosse dimensioni, possono contenere più di 20 sfere interne.

The Dangerous Kitchen – III

Le uova sono fra i cibi più versatili e diffusi al mondo, praticamente in qualsiasi cultura. La lista dei piatti a base di uova, e dei metodi tradizionali per cucinarli, conta centinaia di diverse ricette. Ci concentriamo oggi su uno dei metodi più antichi e curiosi, utilizzato per preparare il cosiddetto pidan o pei dan.

Il pidan è chiamato anche “uovo centenario”, e secondo la leggenda fu scoperto per caso 600 anni fa da un contadino cinese che trovò delle uova rimaste a bagno in una pozza di calce, e provò ad assaggiarle. Innamoratosi del sapore, cominciò a produrle e a commercializzarle. Al di là delle incerte origini, il pidan è certamente un piatto antico ed è oggi ampiamente diffuso in Cina e nel Sudest asiatico (Taiwan, Laos, Thailandia, ecc.).

Le uova utilizzate sono di anatra, di gallina o di quaglia. La ricetta tradizionale prevede di bollire del tè, e aggiungervi poi calce viva, creta, cenere e sale: la mistura diviene quindi una crema densa e potenzialmente corrosiva. Con dei guanti, essenziali per non restare bruciati dalla calce, questa fanghiglia viene spalmata sulle uova, poi fatte rotolare in una terrina riempita di foglie di semi di riso in modo che non si attacchino l’una all’altra. Così preparate, le uova vengono poste in ceste o barili coperti.

Nel corso dei mesi di riposo, il fango si rapprende e forma una dura crosta. Ma è dentro a questi “bozzoli” che sta avvenendo la trasformazione chimica: il materiale alcalino utilizzato nella preparazione comincia ad innalzare il pH dell’uovo, spezzando così alcune catene di grassi e proteine in componenti più piccoli e gustosi. Il bianco dell’uovo diviene trasparente e gelatinoso, mentre il tuorlo assume un colorito grigioverde molto scuro. Dopo diversi mesi, la corazza di fango viene rotta e l’uovo centenario è finalmente pronto.

Per via della trasformazione chimica, l’uovo emana un forte odore di zolfo e ammoniaca, simile all’urina. Per questo motivo si è diffusa la falsa leggenda che questa specialità sia preparata mettendo a bagno le uova nell’urina del cavallo. Ma se l’odore non vi spaventa, l’uovo centenario è una prelibatezza davvero unica. Il suo albume gelatinoso non ha un preciso sapore, ma è il tuorlo verde che è la vera delizia: cremoso e dal gusto pungente, ricorda il sapore di alcuni formaggi stagionati o del gorgonzola.

Sulla superficie dell’uovo si formano talvolta dei piccoli e innocui funghi che assomigliano a dei fiocchi di neve, o agli aghi delle conifere, e che ne impreziosiscono singolarmente l’aspetto: per questo motivo uno dei nomi cinesi dell’uovo centenario è “uovo dai disegni di pino”.

Servito come antipasto singolo, oppure condito con salsa di soia e verdure, questo esotico piatto garantisce un’esperienza unica per i vostri ospiti più esigenti.

Viaggi spaziali

L’esplorazione spaziale, iniziata in modo pionieristico alla fine degli anni ’60, ha conosciuto un momento “morto” negli ultimi decenni, ma oggi sta tornando ad essere parte integrante dei progetti delle grandi agenzie aerospaziali. Gli Stati Uniti hanno pianificato i primi viaggi su Marte per la metà degli anni 2030; ESA, Russia e Cina sembra abbiano in progetto missioni similari. Ma al di là dello stimolo che questi salti nell’ignoto regalano alla nostra fantasia, ci sono dei lati oscuri con cui fare i conti (che sono poi quelli che ci interessano, qui a Bizzarro Bazar!).

Innanzitutto, teniamo presente che le enormi distanze da superare pongono diversi grattacapi. Prendiamo ad esempio una missione su Marte. Il vero problema, sostengono i professori della NASA, sarebbe il costo del “biglietto” di ritorno. Far decollare una nave spaziale dalla Terra richiede già una quantità di carburante inimmaginabile, e dotare il mezzo di una quantità di combustibile tale da permettere il viaggio di rientro è al momento pura utopia. Questo significa che il volo verso Marte sarebbe di sola andata. I primi pionieri dovrebbero divenire dei veri e propri coloni, disposti non soltanto ad esplorare il nuovo pianeta, ma a fondarvi una comunità. Dovrebbero essere scelte coppie in grado di riprodursi, per dar vita alla prima vera colonia marziana che comprenda bambini nati e cresciuti sul Pianeta Rosso. Quanti di voi non esiterebbero un attimo a lasciarsi tutto alle spalle per iniziare una nuova vita su Marte? Quale uomo accetterebbe di partire sereno, sapendo che non farà mai più ritorno, che non vedrà mai più il mare, i suoi famigliari, gli uccelli nel cielo?

Parecchi, a quanto sembra. Da quando il Journal of Cosmology ha indetto il “sondaggio”, almeno 500 volontari si sono presentati all’appello. Persone per cui l’avventura, la curiosità e la gloria valgono più di ogni altra cosa; persone che non hanno più nessun legame; persone che sognano un’epopea spaziale da quando hanno 10 anni. Forse sarà proprio questo il bacino al quale gli scienziati attingeranno, in un prossimo futuro, per selezionare gli equipaggi di questa epocale “invasione”.

Ma i viaggi spaziali sono anche lunghi, e il lato più cupo della nostra personalità può prendere il sopravvento. Lo spazio può diventare una gabbia fatta di paranoie, illusioni e depressione, fatto da cui gli scrittori di fantascienza ci mettono in guardia da molti anni. Innanzitutto, la solitudine. Una solitudine inimmaginabile. Finora i viaggi sono stati troppo brevi per una qualche manifestazione psicologica in questo senso. Ma la NASA continua a ponderare gli effetti dannosi dell’isolamento per lunghi periodi di tempo, tanto da investire 1,74 milioni di dollari nella Virtual Space Station, una sorta di “psicologo-robot” che dovrebbe aiutare e dare consigli agli astronauti depressi dalla profonda solitudine. Nel 2008, uno studio condotto al NHC HealthCare in Maryland Heights ha indicato che un cane robotico si è rivelato un ottimo rimedio per la solitudine dele persone anziane, quasi quanto un cucciolo reale… anche se l’immagine di un astronauta solo nello spazio, che parla e coccola un cane-robot non è delle più confortanti.

Nello spazio, un posto che a torto riteniamo “vuoto”, si spargono radiazioni di vario tipo. Senza la protezione dell’atmosfera, queste radiazioni possono essere pericolose. E non si tratta qui soltanto delle temibili esplosioni di raggi gamma (evento talmente raro da essere trascurabile), ma anche semplicemente delle più comuni radiazioni cosmiche: alcuni esperimenti hanno dimostrato che l’esposizione a questi raggi può causare alterazioni nell’ippocampo, l’area del cervello responsabile della creazione di nuove cellule cerebrali e ritenuta responsabile dell’apprendimento e degli stati di umore. Proteggere con scudi appropriati gli astronauti potrebbe significare ridurre i danni cerebrali e la depressione di un viaggio al di fuori dell’orbita terrestre.

Un altro problema dei viaggi astrali è la fornitura e la purificazione dell’aria. Molti studi condotti sugli scalatori di alta quota hanno dimostrato come uno scarso approvvigionamento di ossigeno porti a un calo di attenzione, di capacità cognitiva e di riconoscimento linguistico. In situazioni ancora più estreme, a ridotto apporto di ossigeno, si verificano danni permanenti al cervello. Per questo si stanno dotando le astronavi di potenti rilevatori, in grado di accorgersi in largo anticipo di un cambio nell’aria della capsula. Vengono sviluppati anche dei software in grado di “misurare” la coerenza delle risposte degli astronauti a determinate domande, per prevenire eventuali danni psichici.

Aggiungete a questo quadro lo stress del lavoro di un astronauta, costantemente vigile e attento, che deve tenere sott’occhio i parametri della missione, controllare l’equipaggiamento, sapendo che soltanto un po’ di lamiera lo protegge dall’agghiacciante vuoto siderale. Molte persone, in situazioni molto meno stressanti, si imbottiscono di psicofarmaci. L’uso e l’abuso di tali sostanze (già oggi utilizzate a bordo delle stazioni spaziali) sarà un ennesimo grattacapo da risolvere. E pensate anche solo per un momento a questa situazione: non siete voi a impazzire nello spazio, ma il vostro collega. Se nella vostra giornata quotidiana c’è sempre un orario di fine lavoro, che vi permette di staccare la spina, beh, su una navicella spaziale non esiste. Per quanto professionali gli astronauti si possano dimostrare, dovranno anche essere addestrati a far fronte a qualsiasi imprevisto, persino il crollo psicologico di uno dei membri dell’equipaggio.

Ed arriviamo infine alla questione più spinosa e difficile. Cosa fare quando un astronauta muore nello spazio?

La mitica Mary Roach, giornalista scientifica autrice dell’imperdibile Stecchiti (2005), ha da poco scritto un libro sui viaggi spaziali. Con la sua consueta scrupolosa curiosità, ha indagato anche il problema della morte nello spazio. E ci ha illuminato sulle ultime tendenze della NASA al riguardo.

La morte, già di per sé destabilizzante, diviene ancora più insostenibile in un ambiente estremo come il cosmo. Nessuno sa come un piccolo gruppo isolato nello spazio possa reagire di fronte alla scomparsa di un membro: sentimenti di paura, perdita di controllo, rabbia, colpa o attribuzione di colpa possono instaurarsi. Di fronte a un decesso che colpisce inaspettatamente un membro dell’equipaggio durante una missione, il tempo per preparare il corpo sarà soltanto di 24 ore, per prevenire infezioni. Ad ogni astronauta verrà chiesto di riempire un diario in cui annotare e sfogare le proprie emozioni al riguardo.  Il corpo, dopo una cerimonia funebre che ricordi quelle terrestri (che serva da guida per la difficile situazione e riaffermi i valori che ci accomunano), verrà deposto in un modulo apposito, studiato per eseguire la cosiddetta Promession: si tratta di un “compostaggio” ecologico dei resti umani, per mezzo del quale il corpo viene completamente congelato, poi scosso violentemente fino a ridurre la salma in una fine polverina. La capsula contenente il cadavere polverizzato verrà poi estromessa dall’astronave, là dove nessuno può vederla, trattenuta da un braccio meccanico, e lì resterà fino a quando l’astronave non rientrerà sulla Terra (ritraendosi poco prima dell’impatto con l’atmosfera); una volta atterrata potrà finalmente avere degna sepoltura. Una particolare attenzione verrà mantenuta sui “sopravvissuti”, per evitare crolli psicologici e follia.

Ecco l’articolo di Mary Roach in cui viene spiegata l’intera procedura (in inglese).

Il sogno di “fare l’astronauta” non ha mai perso il suo fascino. Ma oggi, quando questa fantasia sta quasi per diventare realtà, gli scienziati continuano a interrogarsi su quali siano le vere barriere con cui dovremo fare i conti. E pare che i mostri più pericolosi, gli alieni più letali, prenderanno corpo nella nostra stessa mente.