Tatuaggi da collezione

Da qualche giorno mi arrivano segnalazioni riguardo alla collezione di tatuaggi del Dr. Masaichi Fukushi, ospitata all’interno del Dipartimento di Patologia dell’Università di Tokyo. Colgo volentieri il suggerimento dei lettori, anche perché l’argomento è più sfaccettato di quanto sembri a prima vista.

La suddetta collezione è molto nota e al tempo stesso piuttosto oscura.
Nato nel 1878, il Dr. Fukushi intorno al 1907 stava studiando la formazione dei nevi sulla pelle, quando le sue ricerche lo portarono a esaminare le correlazioni fra il movimento della melanina attraverso la vascolarizzazione dell’epidermide e l’iniezione di pigmenti sotto cute nella pratica dei tatuaggi. Il suo interesse venne ulteriormente alimentato da una peculiare scoperta: la presenza di un tatuaggio sembrava arrestare la comparsa dei segni della sifilide in quell’area del corpo.

Nel 1920 il Dr. Fukushi entrò a lavorare al Mitsui Memorial Hospital, un ospedale di carità dove venivano offerte cure alle classi sociali più svantaggiate. In questo ambito il medico entrò in contatto con moltissimi tatuati e, dopo un breve periodo in Germania, continuò le sue ricerche sulla formazione di nevi congeniti alla Nippon Medical University. Qui, trovandosi spesso a svolgere autopsie, sviluppò un suo metodo per preservare l’epidermide tatuata prelevata dai cadaveri; cominciò quindi a raccogliere alcuni esemplari, riuscendo a stendere la pelle in modo da poterla esibire in cornici di vetro.

A quanto pare il Dr. Fukushi non mostrava un interesse esclusivamente scientifico per i tatuaggi, ma anche umano. I portatori di tatuaggi, infatti, spesso appartenevano alle fasce più povere e problematiche della società giapponese, e la simpatia di Fukushi per i meno fortunati lo spinse addirittura, in alcuni casi, ad accollarsi le spese di chi non poteva permettersi di completare un tatuaggio già iniziato. In cambio, il dottore chiedeva l’autorizzazione di prelevare la pelle post mortem. Ma la sua passione per i tatuaggi passava anche per la documentazione fotografica: accumulò un archivio di 3.000 scatti, andati distrutti durante il bombardamento di Tokyo nella Seconda Guerra Mondiale.
A questa perdita va aggiunto un buon numero di pelli tatuate, rubate a Chicago mentre il dottore le stava portando in tour negli Stati Uniti nell’ambito di una serie di lezioni accademiche fra il 1927 e il 1928.
L’attenzione per il lavoro di Fukushi conobbe un picco durante gli anni ’40 e ’50, quando diversi giornali pubblicarono articoli su di lui, come ad esempio quello qui sotto, apparso su Life.

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Come dicevamo, gran parte della collezione subì gravi perdite durante i bombardamenti del ’45. Alcune pelli però, messe al sicuro altrove, si salvarono e — dopo essere passate nelle mani del figlio di Fukushi, Kalsunari — farebbero oggi parte del Dipartimento di Patologia, anche se non visibili al pubblico. Sembra che fra i reperti vi siano anche delle pelli pressoché integrali, con i tatuaggi che si estendono per tutta la superficie del corpo. Il condizionale è d’obbligo, perché il Dipartimento non è aperto al pubblico, e sulla rete non si riescono a rintracciare notizie ufficiali.

D’altronde, se il tatuaggio è ormai una moda talmente diffusa in Occidente da non destare più alcuna sorpresa, rimane ancora piuttosto tabù in Giappone.
Tempo fa, il grande tattoo artist Pietro Sedda (autore fra l’altro dello splendido Black Novel For Lovers) mi raccontava del suo ultimo viaggio in terra nipponica, e di come in quel paese il lavoro del tatuatore fosse ancora svolto pressoché in segreto, in piccoli e anonimi parlor senza insegne, nascosti all’interno di normali stabili abitativi. Il fatto che i tatuaggi non siano normalmente visti di buon occhio potrebbe essere correlato alla tradizionale associazione di questo tipo di arte con i componenti della yakuza, anche se in alcuni contesti giovanili il tatuaggio di moda ha ormai preso piede.

Lo stigma del tatuaggio esisteva anche da noi fino a meno di mezzo secolo fa, sancito da espliciti divieti in bolle papali. Una celebre eccezione era quella dei tatuaggi effettuati dai frati marcatori del Santuario di Loreto, che segnavano simboli cristiani, propiziatori o di vedovanza sui polsi dei fedeli. Ma in generale gli unici a decorare il proprio corpo a questo modo erano tradizionalmente gli outcast, le persone ai margini: pirati, mercenari, disertori, fuorilegge. Tanto che nel suo più celebre saggio, L’uomo delinquente (1876), Cesare Lombroso catalogò tutte le declinazioni di tatuaggi riscontrate fra i detenuti, leggendole alla luce della sua (ormai sorpassata) teoria dell’atavismo: il criminale era, nella sua idea, un individuo darwinianamente involuto, che si tatuava rispondendo a un’innata arretratezza, tipica per l’appunto dei popoli primitivi — presso i quali il tatuaggio tribale era ampiamente praticato.

Tornando alle pelli umane preservate dal Dr. Fukushi, quello che non molti sanno è che non si tratta affatto dell’unica, né della più grande, collezione di questo tipo. Il primato va senza dubbio alla Wellcome Collection di Londra, che conta circa 300 pezzi individuali di pelle tatuata (a fronte dei circa 105 esemplari che sarebbero conservati a Tokyo), risalenti alla fine dell’800.

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I bordi di questi reperti mostrano un tipico pattern arcuato dovuto all’essiccamento tramite spilli. Ed è emozionante il mondo che simili tracce di un tempo passato rivelano, le motivazioni che si possono indovinare dietro un’iscrizione indelebile sulla pelle. Oggi il tatuaggio è spesso poco più di una decorazione senza grandi pretese, un disegnino tribale (di cui il più delle volte ignoriamo il significato) sulla caviglia o altrove, un abbellimento che fa del corpo una sorta di tela narcisistica; in un’epoca in cui, invece, il tatuaggio era un simbolo di ribellione verso l’ordine costituito, e di per sé comportava problemi di non poco conto, la scelta del soggetto era di primaria importanza. Ogni tatuaggio d’amore sottintendeva una relazione probabilmente pericolosa e “proibita”; ogni frase iniettata sottopelle dagli aghi era una definitiva dichiarazione di intenti, una filosofia di vita.

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Queste collezioni, per quanto macabre possano apparire, aprono uno spiraglio su una sensibilità non allineata. Sono, per così dire, un atlante illustrato della parte della società di norma non contemplata né cantata dalla storia ufficiale: quella dei reietti, dei perdenti, degli outsider.
Raccolte in un’epoca in cui si cercava di stilare una tassonomia di simboli che permettesse di riconoscere e prevenire determinate psicologie ritenute aberranti, oggi invece ci parlano di un’umanità che aveva fatto della propria diversità una bandiera.

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(Grazie a tutti coloro che mi hanno segnalato la collezione Fukushi).

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La wunderkammer della Cecchignola

Sto guardando una gigantesca testa di elefante africano che sembra emergere direttamente dal pavimento, come la locomotiva esce dal caminetto di un interno borghese in quel magnifico quadro di Magritte, La Durée poignardée. La proboscide rimane immobile nell’aria, bloccata in un attimo sospeso, e ci si potrebbe quasi aspettare che da un momento all’altro affiorasse il resto del corpo del pachiderma, invadendo la stanza.

Questo – confessa il mio ospite, con una punta di genuino dispiacere – è l’unico esemplare fra quelli che vedi a non essere morto di cause naturali; in alcune parti dell’Africa il numero degli elefanti viene controllato, in quanto potrebbe diventare pericoloso. Quindi ogni tanto le guardie forestali sono costrette a sopprimerne uno”.
Vicino alla testa di elefante, sugli scaffali della grande sala, una testa di leopardo, alcune scimmie tra cui mi pare di riconoscere un colobo e un tamarino, più in là un’antilope e altri animali sistemati un po’ alla rinfusa; eppure non siamo nel laboratorio di un tassidermista, ma nell’ala di un castello.

È Annamaria Bertoni, un’eccezionale tassidermista romana, ad occuparsi della concia delle pelli, della preparazione e conservazione dei corpi animali. Io mi dedico esclusivamente al restauro”. In effetti, controllando da vicino, i segni del tempo si fanno vedere su alcuni di questi esemplari; anche la robusta pelle dell’elefante mostra qualche incrinatura. Giano Del Bufalo, il mio cicerone, è la persona che con cura e pazienza aggiusta e corregge queste usure.

Non c’è da stupirsi che in questo luogo si riparino vecchi animali imbalsamati, perché qui il restauro è un’arte di famiglia.
Mi trovo infatti nel Castello della Cecchignola, a una manciata di chilometri in linea d’aria dall’EUR, un vero piccolo gioiello che fu sede dei Templari, dei Cavalieri di Malta, unica villa papale dentro Roma: un luogo che ha visto passare decine di secoli di storia.
Ma se l’agro romano è effettivamente disseminato di torrioni, castra e altre fortificazioni testimoni di diverse epoche storiche, davvero pochi sono così ben conservati: è stato il padre di Giano, Dario Del Bufalo, rinomato architetto e specialista di marmi antichi, a battersi per salvarlo e a restaurarlo. “Quando siamo arrivati, dieci anni fa, era in uno stato pietoso – racconta Giano, indicando l’entrata – qui era tutto coperto di immondizia, l’arco era sparito nell’edera, la torre era pericolante”.
Un lavoro di restauro piuttosto complesso, ma svolto senza usufruire di soldi pubblici e mantenendo i delicati rapporti diplomatici con il Comune, la Sovrintendenza, le associazioni locali; ne valeva la pena, visto che ora Giano si ritrova a vivere in questo castello da favola. “Diciamo che ho avuto fortuna”.

Osservando il suo sguardo sempre curioso e vivo mi dico che, laddove altri si adagerebbero su una simile fortuna, questo ragazzo è evidentemente di tutt’altra pasta. Colto, sensibile, di una gentilezza d’altri tempi, è assetato di vita e si dedica a passioni variegate: il rally, la scrittura, la cucina, la musica (appresa attraverso lo studio di chitarra, pianoforte e batteria).
Attraversato il cortile, mi introduce al vero motivo della mia visita, quello per cui sono venuto fin qui a conoscerlo: la sua wunderkammer privata.

Il colpo d’occhio è impressionante, nonostante si tratti di un’unica stanza. Alle pareti spiccano straordinari animali di grande taglia, acquistati in una grossa svendita museale dopo un incendio. Molti di questi li ha restaurati lui stesso: “da collezionista e conservatore, amo l’aspetto del mantenimento per fini scientifici. A molti la tassidermia dà fastidio, perché la caccia adopera da sempre l’arrangiamento della pelle animale a scopo di trofeo, e dunque si crea confusione. Invece per me è affascinante, dona una seconda vita all’involucro che l’ha contenuta per anni, e ci avvicina in modo investigativo a quelle specie animali che probabilmente non riusciremmo mai a vedere di persona”.

 

Alcuni pezzi lasciano davvero a bocca aperta, come ad esempio una sorta di diorama in cui un teschio umano viene artigliato da un corvo che sta ingoiando un non meglio precisato ossicino. Si tratta, mi spiega Giano, del cranio di un poeta francese ottocentesco (“un poetucolo, in verità”) che, evidentemente influenzato dall’estetica dei maudit, lasciò nel testamento la richiesta di essere riesumato e arrangiato in quel modo.

Ma c’è anche un uovo di struzzo “tatuato” a rappresentare un teschio – nascita e morte riassunte nel medesimo oggetto –, una Jenny Haniver di eccezionali dimensioni, tigri, ghepardi, leonesse e un bellissimo cucciolo di elefante (“anche lui morto di morte naturale, poveretto”).

Gli chiedo come sia iniziata questa sua passione per le wunderkammer. “Con un viaggio in solitaria che feci negli Stati Uniti. Attraversai il deserto del Nevada fino in Arizona a bordo di un fuoristrada, partendo dalle coste californiane. Ebbi la grande fortuna di essere ospitato da una tribù di indiani Navajo, mi regalarono una pelle di volpe, un pipistrello messicano essiccato e alcune piume di civetta che ancora conservo. Fu un’esperienza illuminante, mi avvicinai alla natura in modo esoterico”. Poco dopo, il suo primo incontro con le wunderkammer rinascimentali, al Museo di Storia Naturale di Venezia. L’aver assaporato la natura selvaggia prima, e l’aver scoperto il modo in cui essa veniva preservata nelle camere delle meraviglie del ‘500, è un duplice fascino che non l’ha più lasciato.

Giano mi illustra la provenienza di ogni oggetto, abbandonandosi con vivace entusiasmo a divagazioni sulla storia antica, sull’arte, sulle curiosità naturalistiche di questa o quell’altra specie.
Arriviamo al piatto forte della collezione. Non posso impedirmi di sorridere segretamente quando Giano la presenta, con spontanea coloritura romanesca, come “un’autentica capoccetta di mummia”.

Si tratta, e a ragione, del suo pezzo preferito, recuperato personalmente anni fa durante una spedizione archeologica nel deserto orientale africano alla ricerca di una cava di marmo che produceva una pietra molto usata nella Roma antica. “Passammo per il Faiyum, a Sud-Ovest del Cairo, dove insieme a un gruppo di beduini trovammo per caso un sarcofago che conteneva una mummia di epoca romana. Una volta aperto, i ricercatori che accompagnavo conservarono i gioielli e l’involucro abbandonando lo scheletro, poco interessante per loro. Io presi il cranio che si trovava in perfetto stato di conservazione e, dopo aver avuto i permessi di esportazione, riuscii a portarlo a Roma”.

Per Giano il collezionismo è passione e lavoro. “Compro e vendo antichità ed oggetti naturali, ma tengo per me gli oggetti di cui mi innamoro perdutamente, che spesso appartengono a culture ormai estinte. Sono ossessionato dal mondo antico, e grazie ai miei viaggi sono riuscito a scoprire le opere del mio popolo in terra straniera, il mondo egizio, quello persiano. I resti archeologici di Roma e di altri imperi mi hanno spalancato delle porte verso un mondo che in giovane età leggevo solo sui libri. Oggi sto lavorando ad una galleria d’arte che aprirò a Roma, dove sarà possibile acquistare prodotti e rarità provenienti da grandi collezioni private”.

Certo, la collezione di Giano è di valore museale, ma in realtà oggi si sta diffondendo, anche a livelli più “popolari”, un rinnovato interesse per le wunderkammer, come sa bene chiunque legga queste pagine.
Da parte sua, Giano è entusiasta dell’incremento di attenzione verso questa affascinante cultura, che rispetto ad altre mode più o meno passeggere richiede secondo lui un approccio non comune: “credo che ci sia bisogno innanzitutto di sensibilità e di amore verso l’arte in generale per potersi avvicinare ed essere rapiti da queste pratiche rinascimentali, ma è la curiosità che muove tutto. L’essere curiosi di vedere da vicino, di toccare con mano, di capire la natura in cui viviamo e che lentamente sta appassendo, annientata dall’uomo stesso”.

Ecco il sito ufficiale del Castello della Cecchignola.

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La mia wunderkammer

Bizzarro Bazar ha da anni uno spazio su Illustrati, la rivista gratuita edita Logos e consultabile, oltre che in libreria, anche online. Normalmente gli articoli scritti per Illustrati non vengono riproposti sul blog, ma questa volta faccio un’eccezione perché il tema del numero di settembre – “Mirabilia” – mi è particolarmente caro, ed ho deciso di contribuirvi con un testo molto più personale ed intimo.

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La mia wunderkammer

Amo restare sveglio: la grande città si fa infine vincere dalla stanchezza, e posso quasi avvertire i sogni dei miei simili esalare dalle case, fino a formare un’immensa coperta, dai colori e dalle fantasie cangianti, che si stende sopra i tetti silenziosi.
Capita allora, quando la notte già sta per tramutarsi in mattino, che io mi soffermi di fronte ai miei armadietti delle meraviglie.
Vi trovano posto teschi umani e animali, gorgoni rosse e stelle marine, esemplari tassidermici e sotto liquido, antichi testi di anatomia patologica, stampe e incisioni che illustrano la crudeltà umana nei secoli (grande rimosso che vorremmo essere soltanto vestigio di un nostro passato bestiale, e che invece non ci ha mai abbandonato). E ancora fotografie pornografiche degli anni ’20, vecchi strumenti medici, e tutta una serie di manufatti relativi all’intersezione fra sacro e macabro (calotte craniche istoriate, tibie trasformate in strumenti musicali, maschere mortuarie, arte funebre, fotografie post mortem, e via dicendo).
La mia collezione mi parla, con una sua voce particolare che è in realtà una moltitudine di voci. Ed è una tappa, uno strumento della ricerca che mi impegna da sempre.

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Nonostante io possegga questa collezione, non mi sento affatto un collezionista. Mi manca la compulsività.
Quello che amo negli oggetti che raccolgo è il fatto che siano densi di storia, di vita. Mi è capitato di conoscere collezionisti di cavatappi, di ferri da stiro, di maioliche, di barattoli di caffè; chi non condivide la loro stessa passione in capo a cinque minuti è vinto dalla noia.
Ho imparato che un armadietto delle meraviglie, invece, non lascia indifferente nessuno. Le reazioni possono andare dal disgusto (molto più raro di quanto si pensi) allo stupore infantile, all’interesse di stampo scientifico, allo sdegno morale di fronte ad alcuni costumi che oggi ci sembrano discutibili: penso al cilicio di inizio ‘900, alle minuscole scarpette cinesi per piedi fasciati, alla cartolina souvenir, colorata a mano e datata 1907, in cui si vede un fiero colonialista inglese tenere in mano la testa di un pirata giustiziato. I bambini, dal canto loro, impazziscono per gli animali impagliati e per le ossa.

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Ogni collezione è una sorta di mappa che rispecchia e descrive la personalità del collezionista, il suo gusto, le sue piccole manie.
Credo che sia stato Stefano Bessoni ad avermi insegnato – non a parole, ovviamente – che non ci si deve vergognare delle proprie ossessioni, bensì nutrirle con entusiasmo. E la sua incredibile wunderkammer è un’evidente oggettivazione della sua fantasia, una propaggine fisica del suo mondo interiore: possiede un meraviglioso e rigoroso disordine che la fa assomigliare all’impolverato bottino di un esploratore vittoriano, un po’ Livingstone e un po’ Darwin, e in cui lo sguardo si perde in mille dettagli affastellati.
La mia collezione, com’è ovvio, è differente, perché è mia. Una delle mie ossessioni è il rapporto dell’uomo con la morte, le barriere e i simboli che ha forgiato – in ogni epoca e in ogni latitudine – per sopportarne l’angoscia. Gli animali impagliati o mummificati cos’altro sono se non un tentativo di fermare il tempo e sconfiggere la putrefazione? In questi oggetti la meraviglia per il mondo e le forme naturali si mescola con una sotterranea paura del panta rei.
E sempre questo terrore della dissoluzione eterna, che svuoterebbe di senso le nostre esistenze, è visibile in filigrana dietro all’impulso ad analizzare, categorizzare, cartografare e infine controllare l’intero cosmo; sondare il nostro corpo per vincere le malattie e la vecchiaia; inventare divinità di ogni genere affinché ci rassicurino che la suddetta dissoluzione non è veramente definitiva. E l’erotismo, che trova posto in una sezione dei miei armadietti, è la rappresentazione simbolica forse più intensa degli istinti legati alla morte.

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Talvolta, nel silenzio, la mia wunderkammer mi pare un’astronave psichica. Enigmatico agglomerato di forme passeggere, coagulo di dolori e vite ritornate alla polvere, sguardo di meraviglia, mistero delle cose.
Passiamo tutta la vita a esercitarci nell’impermanenza. Mettiamo il caso che domani dovessi perdere la mia intera collezione in un incendio: verserei qualche lacrima, certo, ma senza gridare e maledire il destino. Se lo facessi, dimostrerei di non aver compreso la lezione che la wunderkammer mi sussurra, delicatamente, ogni notte.

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Potete leggere tutti i numeri di Illustrati qui. Trovate altre foto nel Flickr album dei miei armadietti.

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Il pietrificatore di pazzi

Abbiamo già parlato dei più famosi pietrificatori in questo articolo. Ritorniamo sull’argomento per esaminare la figura del torinese Giuseppe Paravicini (1871-1927), e la peculiare storia dei suoi preparati.

Paravicini ricoprì la carica di anatomista presso l’Istituto di Anatomia Patologica del più grande manicomio d’Italia, a Mombello di Limbiate, dal 1901 al 1917, e dal 1910 al 1917 fu appuntato direttore del suddetto nosocomio. Avendo accesso diretto ai cadaveri dei pazienti deceduti da poco all’interno dell’istituto, Paravicini sperimentò su di essi alcune tecniche conservative, costituendo una notevole collezione di preparati.

Fra i reperti perfettamente conservati, si contavano (nelle parole del Paravicini stesso), “una bella serie di encefali di idioti, epilettici, paralitici, dementi precoci, dementi senili, alcoolisti […] intestini con ulcere tifose e tubercolari […] polmoni […] con vaste caverne, fegati affetti da cirrosi atrofica, ipertrofica, da sarcomi e noduli cancerigni, una milza sarcomatosa di eccezionali dimensioni, reni con neoplasmi, cisti, ecc.“; i cervelli, in particolare, erano tutti suddivisi lombrosianamente secondo la malattia mentale che li aveva afflitti. Vi erano anche uno scheletro deforme affetto da nanismo e delle preparazioni in liquido di teste e feti.

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Ma i pezzi più straordinari erano i busti interi, che ancora mostravano perfette espressioni del volto. Fra di essi, anche il busto di un acromegalico e quello di alcune donne.

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E, infine, i due corpi interi pietrificati dal Paravicini: quello di Angela Bonette, morta il 3 giugno del 1914 e affetta da demenza senile, e Evelina Gobbo, un’epilettica morta di polmonite il 16 novembre 1917.

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Giuseppe Paravicini pare fosse gelosissimo del suo metodo segreto, e come altri pietrificatori ne portò le formule nella tomba.
Quello che si può dedurre dai documenti e dalle testimonianze oculari è che per la conservazione dei corpi interi egli utilizzasse una pompa a pressione costante per iniettare, mediante un’incisione sull’inguine del defunto, soluzioni a caldo di cera, solventi e paraffina (secondo altri, olii balsamici e qualche tipo di fissante). Il liquido entrava dall’arteria femorale, attraversava tutti gli organi, il derma e lo strato sottocutaneo per poi uscire dalla vena.
Per quanto riguarda le parti anatomiche più piccole, invece, egli si affidava all’uso di formolo, alcol e glicerina. Si trattava di metodi complessi e non certo rapidi, molto simili per alcuni versi a quelli utilizzati dal suo ben più celebre predecessore Paolo Gorini.

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Il risultato era, se possibile, ancora più incredibile delle pietrificazioni del Gorini. Scrive infatti Alberto Carli: “le opere di Paravicini appaiono al tatto più morbide e umide di quelle goriniane, che dimostrano, invece, un eccezionale stato di secchezza lignea.” Le sue preparazioni mantenevano un aspetto talmente realistico che, immancabile, si diffuse la leggenda che egli eseguisse le sue mummificazioni mentre il soggetto era ancora in vita, essendo in grado di sperimentare in corpore vili (cioè su corpi di persone di scarsa importanza). Certo è che la sua collezione, proprio per il fatto d’esser stata realizzata sui cadaveri di degenti del manicomio, aveva un elemento disturbante ed eticamente imbarazzante che spinse i responsabili a tenerla sempre nascosta negli scantinati dell’istituto.

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I reperti vennero in seguito trasferiti all’Ospedale Psichiatrico Paolo Pini, il cui direttore prof. Antonio Allegranza fece installare delle teche a protezione dei corpi interi, e dei supporti in legno per i busti. Sempre Allegranza sostiene di aver visto la pompa con cui presumibilmente Paravicini iniettava la sua formula, prima che andasse persa nel trasloco da Mombello al Paolo Pini.
Dal Paolo Pini, la collezione venne spostata brevemente al Brefiotrofio di Milano, poi nella Facoltà di Scienza Veterinaria.
In tutti questi decenni, gli straordinari preparati rimasero dietro porte chiuse, visibili soltanto agli studiosi.
Infine, l’Università di Milano li affidò in deposito gratuito alla Collezione Anatomica Paolo Gorini per poterli degnamente esporre. Oggi sono finalmente visibili all’interno dell’Ospedale Vecchio di Lodi, nelle sale adiacenti alla collezione Gorini.

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I volti di questi anonimi pazienti del manicomio di Mombello rimangono, al di là dell’interesse anatomico, una drammatica testimonianza di un’epoca: ombre di vite spezzate, spese in condizioni impensabili oggi.
L’ex-manicomio di Mombello è tutt’ora un’enorme struttura abbandonata: i lunghissimi corridoi ricoperti di murales, le scalinate fatiscenti, i cortili divorati dalla vegetazione, i padiglioni dove arrugginiscono i letti e le sedie d’epoca sono ormai esplorati soltanto da fotografi in cerca di location suggestive.

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NOTA: le foto a colori presenti nell’articolo ci sono state gentilmente offerte dal nostro lettore Eros, che ha visitato la collezione quando era ancora in stato di abbandono nei sotterranei di una palazzina della Provincia di Milano; le foto in bianco e nero (precedenti di almeno una decina d’anni) sono opera di Attilio Mina. Le foto del manicomio sono invece di Emma Cacciatori.

(Grazie, Eros!)

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Il primo libro di Bizzarro Bazar!

Nel tradizionale post di capodanno, avevamo preannunciato che nel 2014 ci sarebbe stata una grossa novità… eccola infatti: Bizzarro Bazar approda finalmente nelle librerie, e non con un libro, ma con un’intera collana!

Il progetto parte dalla casa editrice Logos, e si propone di esplorare le meraviglie nascoste d’Italia attraverso una serie di volumi monografici.
“Meraviglie”: a chi segua anche saltuariamente questo blog non sarà sfuggito che l’accezione del termine che ci interessa maggiormente è quella etimologica, mirabilia, vale a dire tutte quelle cose strabilianti che destano stupore e curiosità. L’Italia, in questo senso, è un’immensa wunderkammer straripante di luoghi e collezioni incredibili. In linea con l’orientamento editoriale di Bizzarro Bazar, e con la speranza di stimolare la riflessione sul patrimonio antropologico e culturale italiano, esploreremo il lato forse meno celebrato e meno conosciuto della nostra Penisola, alla ricerca dell’incanto.

In questo viaggio saranno centrali le fotografie di Carlo Vannini, artista sul quale è bene spendere qualche parola. Fotografo d’arte fra i più rinomati, Carlo ha aderito con entusiasmo al progetto, conscio che la bellezza non risiede esclusivamente nella proporzione delle forme di stampo classico: più che impreziosirne le pagine, le sue fotografie saranno il vero punto focale dei volumi della collana. Nessuno come lui sa portare alla luce (visto che con essa egli dipinge le sue fotografie) i dettagli che al nostro occhio rimarrebbero inosservati. Così, le sue foto si propongono al lettore come una vera e propria guida alla visione.

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Questo primo volume della collana, intitolato La veglia eterna, è dedicato alle Catacombe dei Cappuccini di Palermo. Certamente non un luogo nascosto e sconosciuto, ma un imprescindibile punto di partenza per parlare delle meraviglie “alternative” d’Italia.

Le Catacombe dei Cappuccini ospitano la più grande collezione di mummie artificiali e naturali del mondo. Il libro ripercorre la storia di questo luogo unico che da sempre ha affascinato poeti e intellettuali, analizza la sua rilevanza antropologica e tanatologica, oltre a svelare le tecniche e i processi attraverso i quali i Frati riuscivano a preservare perfettamente i corpi.

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Dalla cartella stampa:

Il lettore viene accompagnato a scendere i gradini che conducono alle catacombe e, oltrepassato il cancello, eccole: le mummie. Riposano in piedi nelle nicchie bianche, nei loro antichi abiti, e assomigliano a una versione macabra delle vecchie foto in bianco e nero, in cui uomini con grandi baffi e donne con grandi sottane se ne stavano in posa, impalati come manichini. Tra queste spicca la piccola Rosalia, dolcemente adagiata nella sua minuscola bara: il suo volto è sereno, la pelle appare morbida e distesa, e le lunghe ciocche di capelli biondi raccolte in un fiocco giallo le donano un’incredibile sensazione di vita. Se Rosalia Lombardo è stata imbalsamata, come altri corpi presenti nelle Catacombe, la maggior parte delle salme ha invece subìto un processo di mummificazione naturale – vale a dire senza che fossero eliminati viscere e cervello oppure iniettati particolari liquidi conservanti. La mummificazione è una tradizione antichissima in Europa, che in Sicilia ha preso particolarmente piede, e le Catacombe di Palermo rimangono l’espressione più straordinaria di questa tradizione, in ragione del numero di corpi conservati al loro interno (1252 corpi e 600 bare in legno, alcune delle quali vuote, secondo un censimento del 2011). Pagina dopo pagina, il libro si offre come una guida storica e storico-artistica alla più grande collezione di mummie spontanee e artificiali al mondo.

Quello che troverete nel volume è: la storia delle Catacombe, di come siano arrivate a diventare un sito ineguagliato per il numero di mummie presenti al suo interno; la precisa descrizione dei metodi di conservazione (tanatometamorfosi) utilizzati dai Frati per preservare i corpi; vari e curiosi aneddoti sul rapporto dei Palermitani con la morte; l’influenza esercitata dalle Catacombe sulla letteratura; una disamina scrupolosa del contesto antropologico all’interno del quale è stato possibile creare un simile luogo, nonché delle sue implicazioni etiche, religiose e filosofiche.

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Il libro è frutto di mesi di lavoro intenso, e dell’entusiasmo di tutte le professionalità coinvolte nella sua realizzazione. Senza esagerare, stimiamo in particolare che le fotografie di Carlo Vannini siano assolutamente inedite, e che mai nella storia di questo straordinario cimitero qualcuno abbia realizzato degli scatti altrettanto significativi.

L’uscita del volume è programmata per la metà di ottobre: potete però prenotare la vostra copia, scontata del 15% sul prezzo di copertina, a questo indirizzo.

Ecco un booktrailer che vi saprà introdurre, meglio di mille parole, alla magia del libro.

Per prenotare il libro: Logos Edizioni.
Il sito di Carlo Vannini.

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Arte criminologica

Articolo a cura del nostro guestblogger Pee Gee Daniel

Accade spesso che per il raggiungimento di mete stupefacenti la via che vi ci conduce si presenti impervia.

Anche in questo caso, al termine di un percorso accidentato, tra gli inestricabili paesini del cuore della Lomellina, sfrecciando lungo sottili assi viari a prova di ammortizzatore, si giunge finalmente a un prodigioso sancta sanctorum per gli amanti del macabro, dell’insolito e del curioso, nascosto – come sempre si conviene a un vero tesoro – nell’ampio soppalco di una grande cascina bianca, dispersa tra le campagne.

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Là sopra vi attendono, beffardamente occhieggianti dalle loro teche collocate in un ordine rapsodico ma di indubbio impatto, teste sotto formalina galleggianti in barattoli di vetro, mani mozze, corpi mummificati, arti pietrificati, crani di gemelli dicefali, barattoli di larve di sarcophaga carnaria, cadaveri adagiati dentro bare in noce, un austero mezzobusto della Cianciulli (la celeberrima “Saponificatrice di Correggio”), pezzi rari come alcuni documenti olografi di Cesare Lombroso, parti anatomiche provenienti da vecchi gabinetti medici, armi del delitto, strumenti di tortura o per elettroshock in uso in un recente passato, memento di pellagrosi e briganti, tsantsa umane e di scimmia prodotte dalla tribù ecuadoriana dei Jivaros, bambolotti voodoo, cimeli risalenti a efferati fatti di cronaca nostrana.

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Creatore e gestore di questa casa-museo del crimine è il facondo Roberto Paparella. Sarà lui a introdurvi e accompagnarvi per le varie installazioni con la giusta dose di erudizione e intrattenimento: un po’ chaperon, un po’ cicerone e un po’ Virgilio dantesco.

Diplomato in arte e restauro (la parte inferiore dell’edificio è infatti occupata da mobilio in attesa di recupero) e criminologo, il Paparella ha saputo combinare questi due aspetti dando vita a una disciplina ibrida che ha voluto battezzare “arte criminologica”, cui è improntata l’intera mostra permanente che ho avuto il piacere di visitare in quel di Olevano. Poiché c’è innanzitutto da dire che non di mero collezionismo si tratta: molti dei pezzi che vi troviamo sono cioè manufatti e ricostruzioni iperrealistiche composti ad hoc dalla sapienza tecnica del nostro, cosicché i reperti storici e i “falsi d’autore” si mescolano e si confondono in maniera pressoché indistinguibile, giocando sul significato più ampio del termine “originale”.

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È forse utile spiegare che il museo è ospitato all’interno di una comunità terapeutica. Roberto Paparella infatti, oltre a essere un artista del lugubre, un restauratore, un ricercatore scrupoloso nel campo criminologico e un tabagista imbattibile, è anche stato il più giovane direttore di una comunità per tossicodipendenti in Italia (autore insieme al giurista Guido Pisapia, fratello dell’attuale sindaco di Milano, di un testo per operatori del settore), mentre oggi si occupa di ragazzi usciti dall’istituto penale minorile. Proprio questo, mi ha rivelato, è stato uno dei principali sproni alla sua vera passione: ripercorrere quotidianamente i vari iter giudiziari e la teoria giuridica di delitti e pene in compagnia dei suoi ragazzi ha fatto rinascere in lui questo interesse per delinquenti, vittime, atti omicidiari e “souvenir” a essi connessi.

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Una vocazione riaffiorata dal passato, visto che il primo a instillare in lui questo gusto grandguignolesco fu in effetti il padre che, dopo aver visitato il museo delle cere di Milano, aveva deciso di farsene uno in proprio, nello scantinato di casa sua, che aveva poi chiamato La taverna rossa e nel quale amava condurre famigliari e amici nel tentativo di impressionarli con le ricostruzioni di famosi assassini, seppure di produzione casalinga e un po’ naif.
La tradizione familiare peraltro prosegue, visto che i due figli di Paparella, cresciuti tra cadaveri dissezionati più o meno posticci, tengono a fornire spontaneamente i propri pareri in merito alla attendibilità di questa o quella riproduzione artigianale di cui il padre è autore.

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Per quanto riguarda la “falsificazione” anatomica di salme o parti di esse, è una cura certosina quella che viene impiegata, avvalendosi di uno studio filologico, di un’attenta scelta dei materiali, di una efficace disposizione scenografica dei corpi stessi e delle luci che ne esalteranno le forme. Come nel caso di Elisa Claps, i cui resti Paparella ha rielaborato ricoprendo uno scheletro in resina con uno speciale ritrovato indiano noto come cartapelle, capace di ricreare l’effetto di un tegumento incartapecorito dalla lunga esposizione agli elementi atmosferici, e infine decorato con altri componenti di provenienza umana (l’apparato dentario è fornito da alcuni studi odontoiatrici, mentre i capelli vengono recuperati da vecchie parrucche di capelli veri, scovate nei mercatini).
Paparella afferma che nel suo operato si cela anche una motivazione morale: la volontà di ridare una consistenza tridimensionale alle vittime come ai carnefici, nella speranza di muovere dentro allo spettatore quelli che potremmo individuare come i due momenti aristotelici della pietà e del terrore.

Continuando la visita, incontriamo il corpo del cosiddetto Vampiro della Bergamasca, già esaminato a suo tempo dal Lombroso, alle cui misurazioni antropometriche lo scultore si è attenuto fedelmente: per la cronaca, Vincenzo Verzeni era un serial killer o, secondo la terminologia clinica del tempo, un «monomaniaco omicida necrofilomane, antropofago, affetto da vampirismo», che provava una frenesia erotica nello strappare coi denti larghi brani di carne alle proprie vittime.

Accanto, ecco lo scheletro di un morto di mafia, con sasso in bocca e mani amputate, che emerge faticosamente dalla terra mentre, sull’altro lato, in una posizione rattrappita, una mummia azteca lancia al visitatore una versione parodistica dell’Urlo di Munch. Alle sue spalle, addossata all’estesa parete, un’intera schiera di calchi delle teste di alienati e criminali ci osserva in maniera inquietante, a breve distanza dai calchi dei genitali di stupratori e di pazienti affette dal terribile tribadismo.

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Si prosegue lungo una parete tappezzata di scatti ANSA di celebri processi del secondo dopoguerra, finché – in un accostamento emblematico dello stile di questo stravagante museo – poggiato su una lapide di candido marmo, ci si imbatte in un set anti-vampiri completo, con tanto di teschio, altarino portatile, barattolo contenente terra consacrata, chiodone in ferro in luogo dell’abusato paletto di frassino, argilla, paramenti ecclesiastici vari, pipistrelli essiccati, breviario e crocefisso a portar via, il tutto serbato in uno scrigno ligneo di pregevole fattura.

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Ritornati all’entrata, al momento del commiato, troverete a salutarvi il manichino animato di Antonio Boggia, pluriomicida della Milano ottocentesca. A qualche passo dall’automa, l’occhio cade su una pesante mannaia in ferro, usata dallo stesso Boggia per le sue esecuzioni. Vera o falsa? Non sta a noi rivelarvelo. Se vi va, andando alla mostra (che vi si offrirà ben più particolareggiata di questo mio stringato resoconto) portatevi in tasca il giusto quantitativo di carbonio 14, oppure, più semplicemente, godetevi lo spettacolo senza porvi troppe domande.

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Museo di Arte Criminologica
, via Cascina Bianca 1, 27020 Olevano di Lomellina (PV)
È necessario prenotare: tel. 3333639136 tel./fax 038451311 email: [email protected]

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Necromance

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Los Angeles, California. I turisti, come sempre, cercano le star su Sunset Boulevard, ridiventano bambini nei parchi di attrazioni degli studios, oppure sognano di essere soccorsi da Pamela Anderson sulle immense spiagge di Santa Monica.

Ma nel cuore dell’assolata metropoli, fra le boutique e i locali notturni della celeberrima Melrose Avenue (e a un paio di isolati dalla Melrose Place della soap opera), sorge una piccola bottega che offre un tipo di shopping un po’ più particolare.

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Si tratta di Necromance, negozio aperto nel 1991, specializzato in esemplari naturalistici e in un vasto assortimento di stranezze. Certo non si tratta di un paradiso come possono essere Obscura di New York o il nostro ex-Nautilus (ora reincarnatosi nell’Obsoleto Store di Modena), e i più snob storceranno il naso vedendo che le giovani proprietarie non fanno segreto della loro inclinazione goth. Ma il mondo è bello perché è vario, e quando si incontrano esercizi simili andrebbero sempre salutati con entusiasmo.

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Necromance è composto di due stanze a tema distinto, tanto che per un periodo il negozio è stato fisicamente diviso in due; la prima sala è quella dedicata alle collezioni naturalistiche. Vi potete trovare conchiglie, teschi e ossa di ogni tipo di animale, scheletri posati, innumerevoli insetti, stampe e illustrazioni, esemplari imbalsamati e preparazioni in liquido.

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Gli esemplari conservati sotto glicerina e preparati con il metodo clearing and staining sono ottenuti grazie a bagni enzimatici che rendono la carne traslucida; la struttura ossea è quindi colorata in rosso e le cartilagini in blu, in modo da consentirne uno studio approfondito (Nota: se volete divertirvi a giocare al piccolo chimico, qui trovate le istruzioni per rendere un pesce trasparente).

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In questa sezione trovano posto anche molti materiali “a consumo”: cassette piene di ossicini più o meno grandi, piume e penne, zampe di alligatore o di pollo, code e teste di serpenti a sonagli, e via dicendo. Più che servire per qualche rito voodoo, è chiaro che si tratta di rifornimenti per artisti, stilisti fai-da-te e altri clienti interessati a decorare i propri abiti o la propria casa con fantasie macabre.

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La seconda stanza del negozio, invece, è dedicata ad altri tipi di collezionismo e di esigenze di mercato. Qui troverete anticaglie di ogni tipo, strumenti medici, fotografie di epoca vittoriana, addobbi funerari, cartoline originali dei freakshow, vecchie macchine fotografiche. Uno scuro armadio svetta in un angolo, colmo di repliche in resina di teschi umani. È anche la stanza dedicata alla gioielleria, tutta ovviamente a tema gotico; alcuni degli ornamenti in esposizione contengono autentiche parti di animali, come i pendagli con testa di pipistrello, gli orecchini con osso di pene di visone, o le spille con feto di topo. È fin troppo facile il sospetto che Necromance sopravviva proprio grazie al commercio di questo tipo di bigiotteria, piuttosto che con i pezzi più “seri” come ad esempio i calchi anatomici in gesso di fine ‘800.

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Nonostante un negozio simile non possa certo vantare la popolarità dei suoi concorrenti su Melrose Avenue che vendono scintillanti abiti alla moda, riesce comunque a mantenere i prezzi notevolmente bassi per il genere di oggetti da collezione che propone, e senza dubbio questo è il suo maggiore punto di forza.

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Ecco il sito ufficiale di Necromance.

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Le nozze dei nani

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Pietro il Grande, Zar e Imperatore di Russia, era un personaggio enigmatico e anticonvenzionale, ed aveva una passione per tutto ciò che era deforme. Fin da quando aveva ammirato, nel 1697, le famose collezioni anatomiche di Frederik Ruysch (su questo anatomista c’è un nostro articolo qui) aveva deciso di costruire una propria camera delle meraviglie che avrebbe ospitato le forme più curiose e impensabili partorite dalla Natura: una sorta di grandioso museo sulla conoscenza del mondo.

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La sua Kunstkamera, enorme wunderkammer che conteneva collezioni acquistate da Ruysch stesso, da Albertus Seba e da numerosi altri naturalisti e anatomisti, fu completata nel 1727. Vi trovavano posto innumerevoli esemplari di feti deformi, umani e animali, e tutto un campionario variegato di preparazioni anatomiche, minerali, e dei più disparati e rari reperti naturali. Ad un certo punto Pietro il Grande promulgò addirittura un editto, richiedendo alla popolazione di spedire al museo ogni feto malformato, da qualsiasi parte della Russia, affinché entrasse a far parte della sua collezione.

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Ma la sua passione per le curiosità umane era particolarmente accesa nei confronti delle persone affette da nanismo. All’epoca i nani erano presenti in tutte le corti europee, e venivano impiegati come giullari o come semplici oggetti di dileggio e divertimento vario. Dovevano stupire gli ospiti saltando fuori dalle torte appena portate in tavola, spesso nudi, o danzare sui deschi, cavalcare minuscoli pony, e via dicendo. Ai nostri occhi moderni tutto questo appare senza dubbio crudele, ma come al solito dovremmo cercare di calarci nel contesto dell’epoca: forse una vita simile, per quanto avvilente, era preferibile a quella, infinitamente più impietosa e feroce, che avrebbe atteso un nano al di fuori delle mura di corte.

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C’è da dire poi che alcuni dei “padroni” dei nani divenivano, com’è naturale, i più sinceri amici dei loro piccoli protetti: sembra per esempio che il famoso astronomo Tycho Brahe non si separasse mai dal suo nano di fiducia, divenuto una sorta di consigliere. Anche Pietro il Grande (che, detto per inciso, misurava più o meno due metri d’altezza) aveva il suo nano favorito e servitore fedele, Iakim Volkov, e per celebrare le sue nozze decise di mettere in scena uno dei matrimoni più indimenticabili della storia.

Lo Zar diede istruzioni al suo assistente Fyodor Romodanovsky di raccogliere tutti i nani residenti a Mosca e mandarli a San Pietroburgo. I “possessori” dei nani avrebbero dovuto vestirli a festa, con capi pregiati alla moda occidentale, riempiendoli di ninnoli e gioielli d’oro e parrucche da gran signori. Molte di queste piccole persone erano in realtà contadini e semplici paesani, dalle maniere tutt’altro che signorili.

Il giorno del sontuoso matrimonio, il corteo nuziale era formato da una settantina di nani in abiti e paramenti nobiliari, arrivati a San Pietroburgo su una carovana di pony: la cerimonia fu seguita da tutte le persone di normale statura fra risatine strozzate, colpi di gomito e sguardi increduli. Ma un serissimo Zar in persona celebrò le nozze, e pose delicatamente sul capo della piccola sposa la corona di fiori. Una volta giunti al banchetto, nel palazzo Menshikov, i nani vennero fatti accomodare ad alcuni tavoli in miniatura al centro della stanza, mentre tutte le altre tavolate erano disposte a cerchio intorno ad essi. Secondo i resoconti dell’epoca, le risate accompagnarono l’intera cena, mentre i nani si ubriacavano, cominciavano delle piccole risse, e i più vecchi e brutti ballavano sgraziatamente a causa delle gambe corte e storte.

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C’è qualcosa, però, di un po’ sospetto. Ricordiamo che Pietro il Grande aveva viaggiato nelle più raffinate corti d’Europa, e aveva cercato di modernizzare il suo Impero per renderlo più vicino e più conforme (almeno nelle sue intenzioni) alla progredita civilizzazione occidentale. E personalmente, attraverso il suo museo delle meraviglie, si era sempre adoperato per combattere l’idea antiquata che le anomalie fisiche fossero mostruose e spaventose: si trattava ai suoi occhi di sfortunati accidenti della natura, che uno spirito illuminato doveva riconoscere in quanto tali, senza per forza riderne o esserne terrorizzato. Allora, perché organizzare un matrimonio simile?

Al di là del puro intrattenimento che certamente avrà avuto la sua parte, secondo alcuni storici questa cerimonia, come tutti gli altri spettacoli farseschi che Pietro amava organizzare, mostrava un sostrato simbolico che forse non tutti erano in grado di cogliere. Era uno sberleffo in piena regola, ma non tanto rivolto contro i nani – quanto piuttosto contro la sua stessa corte di nobili. Pietro voleva mettere in scena una specie di specchio deformante, una caricatura vivente dei suoi ospiti di statura “normale”. Guardatevi!, sembrava dire quel grottesco matrimonio, siete dei lord e delle dame in miniatura, imbellettati e avvolti in raffinati abiti che però vi sono poco familiari. Siete ancora dei piccoli zotici che giocano a fare i “grandi”, gli “adulti”, e non vi accorgete che l’Europa ride di voi.

Che questa lettura dell’evento sia plausibile oppure no, il matrimonio suscitò comunque un certo scalpore, anche in tempi in cui di “politicamente scorretto” non si era ancora sentito parlare.

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Speciale: James G. Mundie

In esclusiva per Bizzarro Bazar vi proponiamo l’intervista da noi realizzata all’artista James G. Mundie, disegnatore, fotografo e incisore. I suoi lavori più noti sono due serie di opere: la prima, intitolata Prodigies, è un’iconoclasta rivisitazione di alcuni classici della pittura di ogni epoca, all’interno dei quali i soggetti originali sono stati rimpiazzati dai freaks più famosi. Quello che ne risulta è una sorta di ironica storia dell’arte “parallela” o “possibile”, in cui la deformità prende il posto del bello, e in cui per una volta gli emarginati divengono protagonisti.
Il suo altro lavoro molto noto è Cabinet of curiosities, una serie di fotografie, schizzi e incisioni riguardanti le maggiori collezioni anatomiche e teratologiche conservate nei musei di tutto il mondo.

Le fotografie fanno parte dei tuoi progetti tanto quanto i disegni. Ti ritieni più un fotografo o un illustratore?

Mi piace pensarmi come un creatore di immagini che utilizza qualsiasi strumento o mezzo sia appropriato. Questo significa talvolta disegnare, altre volte incidere su legno o fotografare. Comunque, ho cominciato ad considerare la fotografia come mezzo a sé solo da poco tempo. Ho sempre usato le fotografie come riferimenti, o come fossero dei bozzetti per altri progetti. Con il tempo, invece, ho cominciato ad apprezzare le foto che facevo nei loro propri termini estetici. Specialmente da quando sono diventato padre, la relativa immediatezza dell fotografia è stata un cambiamento benvenuto rispetto ai metodi più laboriosi che uso nei disegni e nelle incisioni, che possono prendere settimane o mesi (addirittura anni!) per emergere.

Riguardo alla serie Prodigies, come è nata l’idea di unire il mondo dei freakshow con quello dell’arte classica, e perché?

Ho sempre disegnato ritratti, e intorno al 1996-97 stavo cercando nuove ispirazioni. Ho cominciato a pensare alle fotografie di strane persone, come Jojo il Ragazzo dalla Faccia di Cane, che avevo visto decadi prima, e pensai che sarebbe stato divertente lavorarci. Cominciai a fare ricerche sui sideshow, e presto scoprii qualcosa di molto più bizzarro di quello che ricordavo dalla mia infanzia. Iniziai a trovare anche dettagli sulle vite di questi performer che li fecero risultare molto più veri ai miei occhi – cioè, più di qualcosa di semplicemente anomalo e strampalato. Prodigies è cominciato come una sfida, per vedere se sarei riuscito a mescolare questi inquietanti e affascinanti performer di sideshow ai miei quadri preferiti.
Mi resi conto che la presentazione circense dei freaks era spesso basata sull’esagerazione – ai nani venivano assegnati titoli militari come Generale o Ammiraglio, le persone molto alte venivano reinventate come giganti, ecc.; e nella storia dell’arte succedeva lo stesso, quello che vediamo nei quadri era, all’epoca, una commissione commerciale all’artista da parte di una persona benestante che voleva lasciare un ricordo di sé e del suo successo. In questo senso, un ritratto di Raffaello di un qualsiasi cardinale o poeta non è molto differente dalle cartoline di presentazione dei freaks vendute dal palcoscenico. Entrambe le cose cercano di proiettare e/o vendere un’identità. “Perché non portare il tutto a uno stadio successivo, e permettere ai freaks di abitare o rimodellare le storie raccontate nei dipinti classici?”, pensai. Ovviamente non volevo procedere a casaccio. Dovevo avere un buon motivo per collegare un performer con un certo quadro, che fosse una storia in comune, o un atteggiamento, o un elemento compositivo che mi ricordava la figura di un freak. Questo significa che sto ancora cercando l’accoppiata ideale per alcuni fra i miei performer preferiti, come ad esempio Grady Stiles l’Uomo Aragosta. Dall’altra parte, ci sono dipinti così iconici che risulta difficile utilizzarli senza apparire risaputi o pigri.

La serie Prodigies è percorsa da una vena di humor iconoclasta. Potrebbe essere letta come una “legittimazione” dei diversi, a cui viene data la possibilità di essere protagonisti della storia dell’arte; ma anche come una specie di sberleffo nei confronti del concetto storico e assodato di “bellezza”. Quale interpretazione ti sembra più corretta?

Sono entrambe corrette. Anche se è di moda oggi denigrare i freakshow come una reliquia culturale barbarica da dimenticare, credo che servissero una funzione necessaria nella società – e che non è ancora sparita. E vedo queste persone che lavoravano nei freakshow – anche se spesso sfruttate – come degli eroi, per aver affrontato le circostanze peggiori e averne tratto il maggiore successo possibile. Queste erano persone che non sarebbero mai state accettate nella società beneducata, eppure trovarono una comunità che si strinse attorno a loro e li celebrò. Invece di essere chiusi negli istituti, vissero bene la loro vita con la loro famiglia, recitando sul palcoscenico un ruolo creato ad arte. C’è un certo carattere di nobiltà, in questo. Sì, la gente guardava e di tanto in tanto li scherniva, ma almeno ora pagavano per il privilegio. Quindi, chi è che era veramente sfruttato? Anche ora vogliamo guardare, ma la maggior parte di noi non è abbastanza sincero da ammetterlo.
Molte delle presentazioni utilizzate nei freakshow erano intenzionalmente umoristiche, quasi ridicole. Credo che quello humor servisse perché il pubblico si sentisse meno a disagio, e anche per dare al performer una protezione emotiva. Una parte del fascino dei freakshow è di confrontarsi con le proprie paure. Vedi qualcuno sul palco a cui mancano degli arti oppure deforme, e naturalmente pensi “E se quello fossi io?”. Quindi ho spesso inserito dei piccoli tocchi scherzosi, per aiutarmi a metabolizzare queste domande, e per tirare un salvagente allo spettatore. Allo stesso tempo sto prendendo in giro alcuni dei pilastri della storia dell’arte. C’è un sacco di materiale esilarante con cui lavorare, se lo guardi con mente aperta. Per esempio alcune convenzioni formali che troviamo in antiche istoriazioni sugli altari: è piuttosto divertente, oggi, vedere come i santi sono raffigurati cinque volte più grandi dei meri mortali. È liberatorio camminare in un museo e permetterti di ridere, anche se per molte persone è puro sacrilegio.
Gran parte di ciò che oggi reputiamo “bello” è semplicemente regolare, uniforme. Le nostre idee moderne di bellezza ci vengono propinate dai giornali di moda, televisione e affini. Eppure, in queste strane persone che io disegno – con le loro proporzioni imperfette – andiamo oltre il bello per avvicinarci al sublime. Uno dei principi guida per me in questo progetto è quello che Sir Francis Bacon scrisse nel 1597: “non c’è beltà eccellente che non abbia in sé una qualche misura di stranezza”.

In uno dei tuoi disegni, ti autoritrai nei panni di un anatomista dilettante, e molti dei tuoi lavori raffigurano anomalie patologiche. Qual è il tuo rapporto con i tuoi soggetti? Ritieni di avere un occhio freddo e clinico oppure c’è un’empatia con la sofferenza che spesso implica l’anatomia patologica? E, ancora, cosa vorresti che provasse chi guarda i tuoi disegni?

Anche se un certo distacco è necessario per rimanere oggettivi, non posso impedirmi di immedesimarmi nei miei soggetti. Queste erano persone reali che affrontavano circostanze che non posso nemmeno immaginare. Quando attraverso una collezione anatomica, mi ritrovo a chiedermi chi fosse la persona da cui questa o quella parte è stata tolta e preservata. Oggi, i casi sono presentati in maniera anonima, ma negli scorsi secoli era comune accludere informazioni biografiche sul paziente. Credo che in questa fissazione di proteggere la privacy degli individui stiamo inavvertitamente negando la loro umanità, perché ora ciò che vediamo è una malattia invece che una persona. Anche se non è mia intenzione forzare nello spettatore alcuna emozione o idea (e spesso la gente trova nei miei lavori dei significati che non ho mai inteso esprimere), spero che almeno porti con sé il senso che i miei soggetti sono o erano persone vere, degne di considerazione.

Il tuo nuovo progetto, Cabinet of curiosities, è basato sulle tue visite ai musei anatomici americani ed europei. Cosa ti attrae nei reperti anatomici e teratologici?

Sono sempre stato interessato a come le cose funzionano, in particolare all’anatomia. Quello che mi interessa delle collezioni patologiche o teratologiche è che questi strani esemplari ci mostrano cosa sta succedendo a livello cellulare, genetico. Esaminando il sistema danneggiato, impariamo come funziona quello in salute. Sono anche affascinato dagli antichi sistemi usati per catalogare e organizzare il mondo naturale, e la teratologia – lo studio dei mostri – è un esempio particolarmente interessante. Anche l’idea del museo, nato come collezione personale per diventare istituzione pubblica è affascinante, e condivide molti aspetti con i freakshow. Alcuni di questi preparati sono strani e bellissimi, e presentati in maniera molto elaborata. Quindi Cabinet of Curiosities è un tentativo di documentare il punto in cui questi due mondi si intersecano.

Quale pensi sia il rapporto fra medicina ed arte, e più in generale fra scienza ed arte?

La medicina è stata considerata un’arte per molto più tempo di quanto non sia stata vista come scienza. La società non si libera da una simile associazione da un giorno all’altro, così ancora oggi continuiamo a  parlare dell’abilità di un chirurgo come fosse quella di uno scultore. Ma anche da un punto di vista strettamente pratico, i dottori hanno bisogno degli artisti perché le rappresentazioni artistiche sono da sempre una componente essenziale nell’educazione medica e nella sua comunicazione. Sin dal Rinascimento gli illustratori hanno insegnato l’anatomia a generazioni di medici, e in quel modo la pratica artistica dell’osservazione ha aiutato la medicina ad uscire dalla via puramente teorica. Penso che possiamo affermare che questo ruolo comunicativo valga anche per le scienze in generale, perché l’arte può aiutare a spiegare complesse teorie anche a persone che non masticano la materia. Un artista può fungere da legame tra lo scienziato e il pubblico, rendendo comprensibili le scoperte scientifiche – ma può anche servire come critico. In questo modo, l’arte può divenire una sorta di specchio morale per la scienza.

Nelle tue parole, “questi preparati anatomici rappresentano il punto di intersezione fra scienza, cultura, emozione e mito”. Credi che ci sia bisogno di miti moderni? Pensi che questi nuovi miti possano provenire dal mondo della scienza, invece che da quello magico-religioso come nel passato? Il tuo lavoro fotografico e di illustrazione può essere letto come un tentativo di dare una dimensione mitica ai tuoi soggetti? Sei religioso?

Penso che noi creiamo in continuazione nuovi miti, o che ne risvegliamo e reinventiamo di vecchi. Fa parte della natura umana.
La scienza per molte persone ha sostituito la religione come fondamentale via d’ispirazione, ma in realtà sappiamo ancora così poco dell’universo, che c’è ancora molto terreno fertile per la fantascienza. Con la nascita di Scientology abbiamo visto addirittura la fantascienza trasformarsi in religione! Io non sono assolutamente una persona religiosa, ma penso che spesso cerchiamo di riporre le nostre speranze in un potere che sta al di fuori di noi. Per alcuni, questo significa una divinità che è personalmente interessata a come ci vestiamo, o a cosa mangiamo il venerdì; per altri vuol dire l’idea che il genere umano troverà finalmente la cura per il cancro e imparerà i segreti per viaggiare nel tempo. Così nel mio lavoro mi ritrovo a raccontare storie, o quantomeno a predisporre il seme di una storia che ognuno può trasformare nel racconto che desidera.

Anche tua moglie Kate è un’artista, ma i suoi quadri sembrano essere completamente distanti dal tuo mondo – solari, impressionisti, colorati. Se non sono indiscreto, come vi rapportate l’uno con l’arte dell’altra?

Siamo i migliori critici l’uno dell’altra. Siccome i nostri lavori sono così differenti, non c’è competizione fra noi, e ci diamo costantemente dei pareri e delle idee.

Chi è appassionato di stranezze, corre il rischio di essere reputato egli stesso strano. Cosa pensano delle tue passioni gli amici e i parenti?

Alcune persone amano stare a guardare i treni, o ascoltare gli Abba. Io amo i freaks. Tutte le persone più interessanti sono strambe.

Ecco i siti ufficiali di Prodigies, e di Cabinet of Curiosities.

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Oddities

Discovery Channel ha da poco lanciato un nuovo programma che sembra pensato apposta per gli appassionati di collezionismo macabro e scientifico: la serie è intitolata Oddities (“Stranezze”), e racconta la strana e particolare vita quotidiana dei proprietari del famoso negozio newyorkese Obscura Antiques and Oddities, la versione americana del nostrano Nautilus, di cui abbiamo già parlato.

I due simpatici proprietari di questa spettacolare wunderkammer ci mostrano in ogni episodio come vengono a scoprire di giorno in giorno oggetti curiosi, strabilianti o rari, regalandoci anche un’inaspettata galleria di personaggi che frequentano il negozio. Collezionisti seri e compunti che arrivano con la fida ventiquattrore dopo un importante meeting, gente semplice dai gusti particolari, giovani darkettoni appesantiti da centinaia di piercing, compositori musicali del calibro di Danny Elfman, bizzarri personaggi che collezionano articoli funerari e si emozionano per un tavolo da imbalsamazione, ragazzi normali che hanno scoperto nel solaio del nonno una testa di manzo siamese imbalsamata, o una bara ottocentesca, e cercano di ricavarci qualche soldo.

Mike Zohn ed Evan Michelson, i due proprietari di Obscura, passano il loro tempo fra mercati delle pulci e aste di antiquariato, cercando tutto ciò che è inusuale e bizzarro. Nella loro carriera di collezionisti hanno accumulato alcuni fra i pezzi più incredibili.

Purtroppo in Italia questa serie non è ancora arrivata, ed essendo un prodotto di nicchia è probabile che non la vedremo mai sui nostri teleschermi. Per consolarvi, ecco alcuni estratti da YouTube.

Mike ed Evan riescono ad annusare un’autentica mano di mummia egizia, che stando alla loro descrizione esala un “inebriante” odore di resina:

“Oggigiorno è sempre più difficile trovare una testa mummificata”:

Un’addetta delle pompe funebri (leggermente disturbata, a quanto sembra) ha una collezione invidiabile di strumenti di imbalsamazione e non sta più nella pelle quando Evan le propone l’acquisto di un tavolo utilizzato per presentare il cadavere nella camera ardente… dopotutto, si intona con gli strumenti antichi che lei ha già… come resistere?

Un avventore scopre che quello che ha in mano è l’osso del pene di un tricheco. La maggior parte dei mammiferi (uomo escluso) è dotato di un simile osso. Sarà disposto a sborsare 450 $  per questo articolo?

Un ragazzo ha acquistato al mercato delle pulci una scatola piena di escrementi fossilizzati che gli hanno assicurato essere di dinosauro. Coproliti è il termine scientifico. Purtroppo, Mike gli spiega che quelli sono probabilmente escrementi di mammifero. Le deiezioni di uccelli e rettili sono molto più acquose. Pensate se doveste togliere una cosa del genere dal vostro parabrezza?

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