L’ultimo castrato

Esiste, nella storia della musica classica, una figura strana e ormai quasi mitica: il castrato. Si trattava di maschi che avevano subito l’evirazione prima della pubertà, con l’unico scopo di mantenere la loro voce acuta, e di impedire il naturale abbassamento di tono e timbro che avviene durante la maturazione sessuale.

L’utilizzo di eunuchi nelle corti era diffuso in diverse culture ed epoche, ma i veri e propri castrati (coloro, cioè, che subivano questa mutilazione a fini musicali) comparirono per la prima volta nell’impero bizantino, e lì continuarono ad essere utilizzati nei cori fino alla presa di Costantinopoli nel 1204, durante la quarta Crociata. Per tre secoli non si sentì più parlare di castrati e sembrava che la crudele pratica fosse scomparsa; poi, misteriosamente, eccoli ricomparire in Italia.

Da quel momento, e fino alla fine del 1800, la presenza dei castrati nella musica lirica ed ecclesiastica sarà costante. Alcuni di loro diventeranno delle “superstar” ante litteram, come Farinelli o Velluti, vincendo ricchezze e favori presso le corti e il pubblico, diventando oggetto di isteriche adorazioni di massa. I maggiori compositori (Händel su tutti) scrivevano la loro musica appositamente per i castrati più celebri, e le voci di questi “soprani naturali”, come venivano chiamati, erano le più ricercate e pagate. Eppure, rispetto ai pochi fortunati, erano innumerevoli i bambini che morivano sotto i ferri, o in cui l’operazione non dava l’effetto sperato; altri non avevano semplicemente le doti vocali adatte per una carriera lirica e dunque restavano menomati a vita, derisi per la loro voce acuta, per il fisico tendente all’obesità, e destinati a una precoce osteoporosi.

La Chiesa, pur essendo la principale utilizzatrice dei cori di castrati, reputava l’evirazione un reato; quest’ultima veniva dunque effettuata di nascosto, senza grande pubblicità, clandestinamente. Tra il 1720 e il 1750, l’epoca d’oro dei castrati, si stima che i ragazzini evirati a scopo musicale ogni anno fossero addirittura 4000. Spesso provenienti da famiglie povere, che li vendevano a una istituzione ecclesiastica o a un maestro di canto nella speranza di vederli far fortuna, erano sottoposti a una rigida e durissima educazione musicale, dalla quale soltanto i migliori uscivano professionisti.

Nel 1861, con l’Unità d’Italia, la castrazione divenne ufficialmente illegale, e qualche anno dopo, nel 1878, anche il Papa proibì l’utilizzo di castrati nei cori ecclesiastici. L’ultimo cantante eunuco ad arrivare al successo fu il romano Alessandro Moreschi.

Nato nel 1858, il giovane Alessandro nel 1883 riuscì ad entrare nel Coro del Cappella Sistina come solista, e fu quindi uno degli ultimi ad entrarvi, prima che avvenisse l’estromissione formale da parte della Chiesa (febbraio 1902) dei castrati. Soprannominato “l’angelo di Roma”, Moreschi visse un lungo periodo di fama e successo, ma all’inizio del 1900 cominciò il suo declino. Quando morì, nel 1922, era ormai solo e dimenticato da tutti.

Ma quello che rende eccezionale Alessandro Moreschi è che la sua è l’unica voce di cantore castrato ad essere arrivata fino a noi. Tra il 1902 e il 1904, infatti, Moreschi partecipò ad alcune sessioni di incisione su fonografo, registrando sui rulli di cera 17 brani lirici.
La voce di un castrato, si sa, non è né maschile né femminile, ma possiede un timbro completamente a sé; le registrazioni di Moreschi, per quanto siano di scarsa qualità, sono l’unica occasione che abbiamo di ascoltare una simile voce.

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È una voce fragile, sottile. Forse la sua poca potenza è da attribuire al nervosismo per la registrazione (nuova esperienza, per l’epoca, quella di cantare in un imbuto!) o forse Moreschi era già in fase di declino. Fatto sta che queste canzoni possono all’inizio apparire incerte e deludenti, soprattutto rispetto alle nostre aspettative. Eppure è anche questo un elemento essenziale del loro fascino: la voce dell’ultimo castrato, esile e delicata, sembra provenire da un mondo lontano, da un’epoca ormai finita, ed è come se non fosse sicura di riuscire ad attraversare i fruscii del tempo.

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(Grazie, Andrea!)

Let It Be

A meno di una settimana dal Beatles Day (09-09-2009), anche Bizzarrobazar omaggia i geniali “quattro di Liverpool” ma, ovviamente, a suo modo. Ecco quella che può a buon diritto essere considerata la più weird e assurda cover del classico Let It Be, eseguita dal Coro dell’Armata di Marina Russa.

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