Le lanterne dei morti

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In alcuni cimiteri medievali della Francia centro-occidentale si ergono delle strane costruzioni in muratura, di altezza variabile, simili a piccole torri. Il loro interno, cavo e spoglio, era sufficientemente largo perché un uomo potesse arrampicarsi fino alla cima della struttura e accendere, al tramonto, una lanterna.
Ma a cosa servivano questi bizzarri fari? Che bisogno c’era di segnalare ai viandanti, nella notte, la presenza di un camposanto?

Le “lanterne dei morti”, costruite fra il XII e il XIII secolo, sono uno degli enigmi storici che rimangono tutt’oggi senza una spiegazione certa.

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Parte del problema deriva dal fatto che nella letteratura medievale non viene mai fatto cenno alle lampade: l’unica fonte coeva è un passo del De miraculis di Pietro il Venerabile (1092-1156). In uno dei suoi resoconti di eventi miracolosi, il celebre abate di Cluny menziona la lanterna di Charlieu, che aveva certamente visto nei suoi viaggi in Aquitania:

C’è, al centro del cimitero, una struttura in pietra, al culmine della quale si trova un posto che può ospitare una lampada, la cui luce rischiara tutte le notti questo sacro luogo, in segno di rispetto per i fedeli che vi riposano. Ci sono anche alcuni scalini per i quali si accede a una piattaforma il cui spazio è sufficiente per due o tre uomini seduti o in piedi.

Questa scarna descrizione è l’unica risalente al XII secolo, cioè l’esatto periodo in cui la maggior parte di queste lanterne dovrebbe essere stata edificata. Di per sé questo brano racconta ben poco, quindi, almeno a prima vista: ma torneremo più tardi sul passo e sulle sorprese che potrebbe nascondere.
Dato il silenzio letterario che circonda gli edifici, come c’era da aspettarsi è sorto negli anni un florilegio di improbabili congetture, che più che spiegare alcunché moltiplicano i presunti “misteri” — dagli studi sulla disposizione geografica delle torri, che rivelerebbe esoteriche geometrie nascoste, alla decifrazione delle correlazioni numerologiche, ad esempio fra le 11 colonne del fusto della lanterna di Fenioux e le 13 colonnette del fanale… e via dicendo. (Per inciso, queste speculazioni a briglia sciolta ricordano la classica escalation brillantemente esemplificata da Mariano Tomatis nel suo mini-documentario L’ombra di Poussin).

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Invece il dibattito “serio” fra gli storici, nato nella seconda metà dell’Ottocento, vede affermarsi inizialmente due teorie, entrambe fragili a un’analisi più moderna: da una parte l’idea che queste torri abbiano derivazioni celtiche (proposta da Viollet-Le-Duc che le associava ai menhir), e dall’altra l’ipotesi che siano nate da un’influenza orientale. Che il ricordo dei minareti visti durante le crociate, o della torcia che si racconta bruciasse sulla tomba del Saladino, abbiano veramente a che fare con le lampade dei morti è una tesi ormai scartata dagli storici.

Senza ricorrere a letture esotiche o esoteriche, è possibile dunque azzardare un’interpretazione del significato e dello scopo delle lanterne partendo dalla cultura medievale di cui sono espressione?
A questo fine, la storica Cécile Treffort ha analizzato la polisemia della luce nella tradizione cristiana, e le sue correlazioni con i ceri della Candelora, o Pasquali, e con la lanterna (Les lanternes des morts: une lumière protectrice?, Cahiers de recherches médiévales, n.8, 2001).

Fin dai primi versi della Genesi, la lux divina si contrappone alle tenebre, ed è simbolo della sapienza che porta a Dio: i fedeli devono mantenersi lontano dall’oscurità e seguire la luce del Signore che, non a caso, li attende anche dopo la morte in un aldilà splendente e pervaso da una lux perpetua, Regno dei Cieli in cui le profezie dicono che il sole non tramonterà mai più. Anche Cristo, peraltro, afferma “Io sono la luce del mondo; chi mi segue non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8,12).
L’assenza della luce, di contro, sancisce il dominio dei demoni, delle tentazioni, degli spiriti malvagi — è il regno di chi un tempo portava la fiamma, ma è stato destituito (Lucifero).

In epoca medievale erano diffuse storie di apparizioni demoniache e di pericolosi revenant ambientate all’interno dei cimiteri, e probabilmente accendere una lanterna aveva innanzitutto la funzione di proteggere questo luogo dalle grinfie degli esseri inferi.

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D’altro canto, però, la simbologia della lanterna non si risolve nella sua funzione apotropaica, ma rimanda anche alla parabola delle dieci vergini contenuta nel Vangelo di Matteo: qui il tenere la fiamma accesa in attesa dello Sposo è una metafora dell’essere vigili e pronti all’arrivo del Redentore. Al Suo ritorno, si vedrà chi ha mantenuto la propria lampada accesa — e l’anima pura —, e chi ha stoltamente lasciato che si spegnesse.

La stessa regola benedettina prevedeva che nei dormitori dei conventi vi fosse sempre una candela che bruciava, perché i “figli della luce” dovevano rimanere al riparo dalle tenebre anche sul piano corporale.
Se ricordiamo dunque che la parola cimitero etimologicamente significa “dormitorio”, accendervi una lanterna poteva assolvere diversi scopi assieme. Serviva a portare la luce nel luogo intermediario per eccellenza, posto fra la chiesa e la terra profana, fra la liturgia e le tentazioni, fra la vita e la morte, confine permeabile in cui le anime potevano ancora ritornare o perdersi in preda ai demoni; serviva a proteggere corporalmente e spiritualmente i defunti; e ancora a segnalare simbolicamente l’attesa escatologica, la vigilanza nella fede.

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Rimane un ultimo interrogativo, la cui risposta può essere piuttosto sorprendente.
Il senso teologico delle lanterne dei morti, come abbiamo visto, è ricco e sfaccettato. Perché allora Pietro il Venerabile vi fa un accenno così veloce e all’apparenza quasi disinteressato?

Questa domanda apre uno spiraglio su un aspetto poco conosciuto della storia ecclesiastica: il cimitero come campo di battaglia politico.
Dal X secolo in poi la Chiesa comincia ad “appropriarsi” sempre più gelosamente dei luoghi di sepoltura, rivendicandone la gestione. Questo movimento (che anticipa e prepara l’introduzione del Purgatorio, di cui ho scritto nel mio De Profundis) ha come effetto quello di rendere l’autorità ecclesiastica arbitro indiscusso della memoria — decidendo chi aveva o non aveva il diritto di essere sepolto sotto l’egida della Santa Chiesa. La scomunica, già arma temibile per gli eretici in vita, acquisisce così il potere di maledirli anche dopo la morte. E non dimentichiamo che il cimitero, oltre a questo controllo politico, ne offre anche uno giuridico, essendo in quel periodo terra di asilo e rifugio inviolabile.

Pietro il Venerabile si trovava nel bel mezzo di uno scisma, quello dell’antipapa Anacleto, e i suoi viaggi in Aquitania avevano lo scopo di cercare di risolvere i difficili rapporti con i monasteri benedettini insorti. Le lanterne dei morti si trovavano proprio in questa regione della Francia, e vedendoli Pietro deve essere rimasto affascinato dal loro spessore simbolico. Ponevano però un problema: potevano essere viste come un’alternativa alla consacrazione del camposanto, che l’abbazia di Cluny stava promuovendo proprio in quegli anni per creare uno spazio inviolabile sotto l’esclusivo governo ecclesiastico.
Così, nel suo racconto, ecco che egli decide di piazzare la torre funebre a Charlieu — priorato fedele alla sua abbazia — senza suggerire minimamente che la paternità dell’invenzione provenisse in realtà dalla rivale Aquitania.

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Questa battaglia di copyright ante litteram ci ricorda che il cimitero, ben lungi dall’essere un semplice luogo in cui si seppellivano i defunti, era un territorio liminale politicamente strategico. Perché detenere il dominio simbolico sulla morte e sull’aldilà si è spesso storicamente rivelato più importante di qualsiasi potere temporale.

Nonostante queste schermaglie siano ormai tornate alla polvere, ancora oggi molte torri si innalzano nei cimiteri francesi. Ritte fra le tombe e le spoglie orizzontali che attendono il risveglio, prive di lanterne ormai da secoli, rimangono testimoni muti di un tempo in cui la fiamma di una lampada offriva protezione e speranza sia ai vivi che ai morti.

(Grazie, Marco!)

Winchester Mystery House

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A San Jose, in California, potete visitare una delle case più singolari al mondo: la Winchester Mystery House. Si tratta di una faraonica villa di ben 18.000 metri quadri di superficie (un terzo della reggia di Versailles!), composta da circa 160 stanze – quattro piani, quaranta camere da letto, due sale da ballo, quarantasette focolari, due cantine, e via dicendo. Un tempo i piani erano sette, e la proprietà che circondava la casa era di 660.000 metri quadri. Avrebbe potuto abitarci una vera e propria corte reale.

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Ma la cosa più straordinaria non è la dimensione del complesso abitativo, quanto piuttosto lo strano e surreale modo in cui è stata costruita. Aggirandosi per le stanze della Winchester House, infatti, ci si sente talvolta come in un’incisione di Escher: si possono ammirare scalinate che portano dritte contro un soffitto, senza apparente possibilità di utilizzo; un’altra scala scende per 7 scalini, per poi salire improvvisamente di 11; e, ancora, finestre sul pavimento, o che si aprono su altre stanze, finte porte, corridoi impossibili e irregolari… si sarebbe tentati di pensare che si tratti soltanto di un’attrazione di un parco a tema, eppure questo costoso e immenso scherzo architettonico venne costruito a cavallo fra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900, ed è ancora oggi al centro di uno dei misteri americani più famosi e duraturi.

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L’ideazione di questa casa è opera dell’enigmatica figura di Sarah Winchester.
Nata Sarah Lockwood Pardee nel 1837, a New Haven nel Connecticut, nel 1862 si unì ad una delle famiglie più ricche del posto, sposando William Wirt Winchester. Costui era l’unico figlio di Oliver Winchester, il fondatore e proprietario di una delle fabbriche di fucili a ripetizione di maggior successo.

Sarah Winchester

Sarah Winchester

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William Wirt Winchester

Il 12 luglio del 1866 Sarah diede alla luce una bambina, Annie; la piccola però morì cinque settimane più tardi di marasma infantile, una grave forma di consunzione fisica normalmente dovuta a malnutrizione o svezzamento precoce. Questa perdita segnò indelebilmente la giovane madre, che precipitò in una depressione grave: non volle più avere figli.
Nel 1880 Oliver Winchester, il settantenne proprietario del celebre marchio di fucili, morì lasciando a William le redini dell’azienda; ma la presidenza del rampollo durò poco, perché l’anno successivo la tubercolosi si portò via anche lui. Sarah si trovò di colpo da sola – vedova, ed ereditiera di un’ingente fortuna. È stato calcolato che, essendo proprietaria del 50% della compagnia, Sarah guadagnasse l’astronomica cifra di 1.000 dollari al giorno: quasi 20.000 dei nostri attuali euro.

Da questo momento in poi la storia comincia già ad essere offuscata dalla leggenda, ed è difficile risalire a dati certi. Quello che si sa è che, secondo i registri della Contea, nel 1886 (e non nel 1884, come spesso riportato) Sarah si trasferì sull’altra sponda degli Stati Uniti, in California, assieme alle sorelle e le rispettive famiglie. Comprò una piccola fattoria a San Jose e, poco a poco, acquistò anche i terreni circostanti. Nessuno conosce con precisione il motivo di questo spostamento; tutto quello che gli abitanti del luogo vennero a sapere era che questa ricca signora si era insediata lì e aveva bisogno di manovalanza per la costruzione della sua nuova casa.
I lavori, però, non terminarono una volta che la Winchester House era completata: Sarah voleva che si proseguisse a costruire.

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Per ben trentotto anni – ininterrottamente – Sarah Winchester condusse una vita da reclusa, continuando imperterrita a lavorare alla sua dimora, con operai impiegati sei giorni su sette, perfezionando maniacalmente questo castello surreale e spiazzante. Gli operai potevano lavorare per un mese a una stanza, solo per ricevere in seguito l’ordine di distruggerla e ricominciare da capo; ma poiché la paga era buona, nessuno osava contraddire l’eccentrica milionaria. I lavori si fermarono soltanto alla sua morte, avvenuta il 5 settembre 1923 per infarto nel sonno, all’età di 83 anni. Ma perché questa anziana donna avrebbe dovuto investire la sua fortuna in una casa completamente assurda, in cui per orientarsi la servitù aveva bisogno di una mappa, e perserverare nella costruzione incontrollata fino alla fine dei suoi giorni?

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Secondo la leggenda, quando Sarah viveva ancora nel Connecticut un medium di Boston (a fine ‘800 siamo in piena esplosione dello spiritismo) l’avrebbe convinta di essere vittima di una maledizione. Le troppe morti – la sua bambina, il suocero, il marito – che l’avevano fatta soffrire potevano essere spiegate in un solo modo: gli spiriti di tutte le persone uccise da un fucile Winchester le stavano dando la caccia. Spostarsi ad Ovest, trovare una casa e continuare a costruire attorno a sé un labirinto di scale, finte aperture, botole e altre illusioni ottiche avrebbe impedito alle anime vendicative di trovarla. Le continue sedute spiritiche le davano indicazioni su come proseguire la sua opera. Questa, a grandi linee, sarebbe stata la motivazione dietro la genesi della Winchester House. Una donna squilibrata, quindi, in preda alle visioni e al terrore, che seguitava a ordinare nuove costruzioni per scampare alla vendetta degli spiriti – 365 giorni all’anno, per 38 anni.

Questo almeno è quanto raccontano le guide, ben addestrate dalla Winchester Investments LLC, la società privata che oggi gestisce la casa e l’ha trasformata in un’attrazione turistica. Eppure, per quanto possa essere affascinante, questa versione dei fatti non è corroborata dai dati storici. Negli archivi comunali, che contengono molte lettere redatte da Sarah Winchester di proprio pugno, non vi è riferimento ad alcun medium da Boston, né peraltro allo spiritismo in generale. Il carattere stesso della vedova non lasciava infatti supporre che fosse particolarmente irrazionale: “la Signora Winchester – dichiarò nel 1925 il figlio dell’avvocato di famiglia – era una donna sana e di chiare idee come poche altre che io abbia conosciuto, e aveva un fiuto per gli affari e per le questioni finanziarie migliore di quello di molti uomini. L’idea che soffrisse di allucinazioni è una fandonia“.
Anche sui lavori continuativi la leggenda è esagerata: la biografa di Sarah Winchester (ritorneremo su di lei) ha scoperto che venivano in realtà concessi dei lunghi periodi di pausa agli operai.
È giusto sottolineare che queste dicerie non sono nate a posteriori, appositamente per incrementare il turismo, ma circolavano già quando Sarah Winchester era ancora viva. La donna conduceva infatti una vita da reclusa, senza contatti con i vicini e senza ricevere visite. Afflitta da una grave forma di artrite reumatoide che le aveva deformato mani e piedi, aveva anche perso tutti i denti; per questo le rare volte in cui si decideva ad uscire in città, la gente poteva vedere soltanto una figura nerovestita e guantata, il volto nascosto da un velo. Naturale che attorno a questa misteriosa vedova milionaria che continuava ad espandere la sua magione sorgessero le storie più fantasiose.

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Ma la domanda principale rimane: perché costruire quella casa in maniera tanto strampalata?

Pur escludendo la pista dello spiritismo, alcune delle ipotesi avanzate sono degne del miglior (o peggior) Dan Brown: l’autore americano Richard Allan Wagner, sul sito dedicato a Sarah Winchester, si spertica in arzigogolate analisi delle presunte simbologie massoniche e rosacrociane disseminate per la casa, che dimostrerebbero come il luogo in realtà sia stato accuratamente progettato da Sarah a guisa di labirinto iniziatico e sapienziale. Ci sono infatti alcuni dettagli che si ripetono nelle decorazioni, come ad esempio le margherite (i fiori preferiti di Sarah) e delle fantasie a forma di ragnatela.
Peccato che, a voler proprio vedere l’antico simbolo della triquetra nei ghirigori degli stucchi, o a leggere la sequenza di Fibonacci nei petali dei fiorellini della carta da parati, finisce che praticamente tutte le case vittoriane diventano dei templi esoterici.
Peccato anche che l’autore di queste teorie sia lo stesso che sostiene da anni che William Shakespeare fosse, in realtà, Francis Bacon.

In tutto questo, l’unico dettaglio che sembra plausibile è che Sarah fosse ossessionata dal numero 13, tanto da ripeterlo più volte all’interno della casa, e da redigere il suo testamento in tredici sezioni firmate tredici volte. Ma questo vezzo scaramantico non getta particolare luce sulle sue motivazioni.

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Secondo Mary Jo Ignoffo, autrice della più accurata biografia su Sarah Winchester pubblicata finora, vi sono diversi fattori che potrebbero aver contribuito al continuo rimaneggiamento della casa. Da una parte, la Ignoffo suggerisce che offrire un impiego alla moltitudine di operai alla residenza di San Jose fosse un modo per la signora Winchester di ripagare idealmente suo padre, falegname che durante l’infanzia di Sarah aveva passato dei drammatici periodi di disoccupazione. Dall’altra, diverse lettere fanno sospettare che i continui lavori fossero anche una buona scusa per mantenere la volontaria reclusione, evitando le visite indesiderate dei parenti: dopo dieci anni di costruzioni, Sarah scriveva a sua cognata che la casa non era “ancora pronta” per ricevere degli ospiti.

La Ignoffo, infine, assesta un’ultima stoccata a gran parte dei “misteri” della casa, dimostrando come molte delle stranezze architettoniche furono in realtà il risultato del terremoto del 1906, che fece crollare diverse sezioni dei piani superiori: invece di ricostruirli, Sarah decise di far semplicemente richiudere le pareti danneggiate. Ecco dunque spiegate le scale che finiscono su un soffitto, o le porte che danno sul nulla.

La Winchester House prima del terremoto del 1906.

La Winchester House prima del terremoto del 1906.

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Non sapremo mai veramente cosa spinse Sarah Winchester a intraprendere quest’opera titanica e assurda“, amano ripetere le guide turistiche. Forse è così, ma il sospetto che rimane è che, al di là delle affascinanti leggende, vi fosse una realtà molto più prosaica. Quella di una donna eccentrica e sola, il cui unico entusiasmo era progettare e dirigere gli operai in complicate operazioni di costruzione: una dilettante architetta con tanto tempo, e troppi soldi, a disposizione.

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Ecco il sito ufficiale della Winchester Mystery House.

(Grazie Silvia, grazie Gennaro!)

Il Messia Meccanico

Le mie idee religiose si limitano a questa assurda convinzione:
che Dio abbia creato l’uomo, e viceversa.
(André Glucksmann)

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Massachussetts, 1853. High Rock era una collinetta rocciosa alta 52 metri da cui si poteva godere di un bel panorama: ai suoi piedi si stendeva l’industriosa cittadina di Lynn, Massachussetts, piuttosto famosa all’epoca per la produzione di calzature e come tranquillo luogo di villeggiatura. Proprio qui, all’inizio di ottobre, un gruppo di uomini si riunì per dare inizio ad  un progetto, lungo e particolarmente delicato, che avrebbe rivoluzionato il mondo. Lo scopo della loro missione era di portare un Nuovo Messia sulla Terra. Ma non l’avrebbero pregato né invocato: l’avrebbero costruito.

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La loro guida nell’incredibile impresa era John Murray Spear, un uomo gentile, anticonvenzionale ed eccentrico. Un tempo ministro della Chiesa Universalista (che predicava la salvezza finale di tutti gli uomini, senza esclusione), si era già fatto notare per alcune prese di posizione poco ortodosse: nei suoi sermoni, infatti, parlava di diritti delle donne, di liberazione degli schiavi, di uguaglianza fra razze, di abolizione della pena di morte. Tutte opinioni poco condivise dalla folla, che nel 1844 a Portland, Maine, lo pestò a sangue a causa di un suo discorso contro lo schiavismo. Dalle prigioni, in cui portava conforto ai detenuti, alle iniziative clandestine per far passare in Canada gli schiavi fuggitivi, la vita di Spear era tutta dedicata a combattere quelle che avvertiva come ingiustizie.

Ma, nella sua battaglia contro i pregiudizi del tempo, anche Spear sentiva di aver bisogno di certezze. Fu così che egli si lasciò affascinare dalla nuova moda che stava esplodendo proprio in quel periodo: lo spiritismo. Nel 1851 lasciò la Chiesa Universalista, e divenne un medium.
Il suo scopo non era mutato. Cercava ancora di aiutare gli indifesi, e portare sollievo ai sofferenti, però questa volta non era solo: gli spiriti lo guidavano durante le sessioni di trance, ed egli viaggiava di villaggio in villaggio, “curando” gli ammalati secondo le prescrizioni che gli arrivavano dall’aldilà. I defunti che lo consigliavano non erano certo i primi venuti: si trattava nientemeno che di Emanuel Swedenborg, e soprattutto Benjamin Franklin. Spear dava pubbliche dimostrazioni dei suoi poteri medianici entrando in trance e lasciando che gli spiriti parlassero, attraverso la sua bocca, di temi che (guarda caso) lo avevano sempre interessato – politica, salute, uguaglianza. I suoi nuovi sermoni, nonostante fossero ora ammantati della veste spiritista, poco sorprendentemente ricevettero la stessa accoglienza dei primi. Il pubblico era convinto che fosse Spear a parlare, e non le anime dei famosi defunti, e la carriera del medium faticava a decollare.

In effetti, a una prima occhiata Spear potrebbe sembrare il classico ciarlatano; ma tutti coloro che lo conobbero non misero mai in dubbio la sua fede sincera nella scrittura automatica, nella trance medianica e nelle voci autorevoli che guidavano le sue azioni. Fatto sta che nel 1853 a Rochester, New York, le cose cambiarono. Spear cominciò a ricevere da un gruppo di spiriti, come al solito capitanati dal buon vecchio Ben Franklin, una serie di comunicazioni che gli svelarono quale fosse la sua vera missione.

Tramite la scrittura automatica, gli spiriti lo proclamarono rappresentante terrestre della “Banda degli Elettrizzatori”, una cerchia di anime di ampie vedute scientifiche. Nell’aldilà, infatti, esisteva un’Associazione di Beneficienza che contava nelle sue file – oltre agli Elettrizzatori – anche i Salutizzatori, gli Educatizzatori, gli Agricolturizzatori, gli Elementizzatori, i Governatizzatori; ogni gruppo avrebbe scelto il suo rappresentante nel mondo dei vivi, per far progredire e rendere finalmente divina e perfetta la società umana.

Gli Elettrizzatori cominciarono a rivelare al medium i loro piani per il futuro dell’umanità.  La commissione di fantasmi gli indicò come lanciare messaggi al mondo degli spiriti tramite una sorta di armatura ricoperta di batterie di rame e zinco: grazie a questo strumento di avanzatissima tecnologia, Spear riceveva consigli che spaziavano dalla progettazione urbanistica di vaste città circolari alla costruzione di macchine da cucire perfezionate, dai metodi per eliminare il terribile sintomo dei “peli che si rizzano sul collo” (molto nocivo, a detta degli spiriti, per la memoria) al brevetto di una barca elettrica, fino al fantascientifico programma per stabilire una rete telepatica intercontinentale.

Ma il primo, e il più importante compito, che gli Elettrizzatori affidarono al fervente spiritista era la costruzione di un Nuovo Messia, “l’ultimo dono del Cielo agli uomini”, che avrebbe infuso nuova vitalità in tutte le creature, animate e inanimate, della Terra.

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Fu così che, nell’ottobre del 1853 ad High Rock, in un capanno per gli attrezzi presso il cottage della famiglia Hutchinson (anch’essi appassionati di spiritismo), cominciò la fabbricazione dell’automa messianico. Oltre a Spear e ad alcuni suoi fedelissimi, il gruppo di costruttori includeva anche due editori di testate spiritiste e una misteriosa donna chiamata “la Maria della Nuova Legge Divina”, che secondo alcune versioni sarebbe stata, più prosaicamente, la signora Spear.

Gli Elettrizzatori inviavano a Spear ogni giorno una nuova parte di precise e dettagliate istruzioni sui materiali da usare, sulla forma che i diversi ingranaggi avrebbero dovuto avere, e su come montarli. Il gruppo lavorava alla cieca, perché non c’era un piano completo: si procedeva pezzo per pezzo alla costruzione e all’assemblaggio, “come si decora un albero di Natale”. Il fatto che Spear non avesse la benché minima preparazione scientifica o tecnica era la garanzia che i progetti degli Elettrizzatori non sarebbero stati alterati da interpretazioni fallaci – o dalla logica.

Dopo una gestazione di nove mesi, la Nuova Forza Motrice era completata e pronta per essere “vivificata”. Putroppo nessuna immagine di questo Messia elettrico è giunta fino a noi, ma si trattava certamente di una macchina impressionante, seppure bislacca:

Dal centro del tavolo si alzavano due pali metallici collegati in alto da una sbarra rotante in acciaio. La sbarra sosteneva un braccio trasversale alle cui estremità erano sospese due grosse sfere d’acciaio con dei magneti al loro interno. Sotto alle sfere appariva […] una curiosa costruzione, una specie di piattaforma ovale formata da una combinazione peculiare di magneti e metalli. Direttamente sopra a questo erano sospese alternativamente un certo numero di placche di zinco e rame, che fungevano come riserva elettrica per il cervello. Erano equipaggiate con conduttori metallici, o attrattori, che dovevano raggiungere un alto strato dell’atmosfera per ricavarne direttamente l’energia. In combinazione con queste parti principali erano assemblate varie sbarre di metallo, placche, cavi, magneti, sostanze isolanti, strani composti chimici, ecc. In alcuni punti lungo la circonferenza di queste strutture, e connesse con il centro, erano appese piccole palle d’acciaio che racchiudevano magneti. Due connessioni metalliche finivano dentro il terreno, una positiva e una negativa, corrispondenti agli arti inferiori, destro e sinistro, del corpo.

La Nuova Maria, dopo aver annunciato di essere incinta, giacque accanto alla macchina per due ore in preda alle doglie, mentre Spear, rinchiuso in un elaborato pastrano rigido costellato di gemme grezze e strisce metalliche, entrava in stato di trance profonda e creava un legame psichico “ombelicale” con l’automa. Quando il “parto” giunse al termine, Maria si alzò, impose le mani sull’automa, e il Nuovo Messia… si mosse!

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O, perlomeno, questo fu quello che vide Spear. Gli altri astanti, a dir la verità, rimasero un po’ meno impressionati: ci fu chi disse di aver notato soltanto un leggerissimo movimento nelle sfere sospese; chi raccontò di non aver visto proprio un bel nulla.
Spear annunciò alla stampa con toni entusiastici “la Nuova Forza Motrice, il Salvatore Fisico, l’Ultimo Dono del Cielo all’Uomo, la Nuova Creazione, la Grande Rivelazione Spirituale dell’Era, la Pietra Filosofale, Arte di ogni Arte, Scienza di ogni Scienza, il Nuovo Messia” – e riuscì a fare in modo che qualche testata titolasse “LA COSA SI MUOVE!”.
Peccato però che già le prime lettere ai giornali facessero notare che questo straordinario Messia non era in grado nemmeno di girare un macinino per il caffè.
Un giornalista analizzò attentamente l’intero progetto e, concedendo il beneficio del dubbio al simpatico Spear, che certamente aveva operato in buona fede, concluse che forse gli spiriti si erano presi gioco di lui. Anche se non si muoveva, concluse, il Nuovo Messia era comunque un’opera di eccellente e ammirevole artigianato.

Gli Elettrizzatori, vista la mala parata, consigliarono a Spear che forse un cambio d’aria avrebbe giovato al Messia. L’automa venne spostato a Randolph, New York, dove sarebbe riuscito a nutrirsi grazie a una “posizione elettrica migliore”. Ancora una volta, un consiglio poco preveggente: una volta a Randolph, il Messia venne alloggiato temporaneamente in un fienile; ma, nella migliore tradizione frankensteiniana, una folla inferocita fece irruzione nel rifugio e distrusse completamente il macchinario, spargendo ovunque i suoi pezzi. Alla violenta aggressione non sopravvisse nemmeno un ingranaggio.

Questa è la versione narrata dallo stesso Spear al Lynn News del 27 ottobre 1854: in realtà gli storici che hanno indagato sul caso non hanno trovato alcuna fonte che corrobori la sua dichiarazione – nessun articolo che parli della distruzione di un automa, di un’orda furibonda, nessun accenno all’accaduto nemmeno nelle lettere o nei diari privati dell’epoca. Il Messia, dunque, potrebbe essere stato – molto meno romanticamente – smontato e gettato via dopo il clamoroso insuccesso.

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Sia che abbia assistito impotente alla Passione del suo meccanismo divino, sia che abbia inventato di sana pianta l’intera leggenda della folla vendicativa, Spear comunque abbandonò ogni progetto di ingegneria redentrice. Tornò a predicare le riforme sociali che gli stavano a cuore, a combattere per i diritti delle donne, continuando contemporaneamente a tenere sedute spiritiche. Fino a quando, nel 1887, non passò egli stesso dall’altra parte dell’invisibile soglia che ci separa dal mondo ultraterreno.

Il Turco

Nel 1770, alla corte di Maria Teresa d’Austria, fece la sua prima sconcertante apparizione il Turco.

Vestito come uno stregone mediorientale, con tanto di vistoso turbante, il Turco sedeva ad un grosso tavolo di fronte a una scacchiera, e fumava una lunghissima pipa tradizionale; da sopra la barba nerissima, i suoi occhi grigi, ancorché vuoti e privi d’espressione, sembravano osservare tutto e tutti.  Il Turco era in attesa del coraggioso giocatore che avrebbe osato sfidarlo a scacchi.

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Ciò che davvero impressionò tutti i presenti era che il Turco non era un uomo in carne ed ossa: era un automa. Il suo inventore, Wolfgang von Kempelen, lo aveva creato proprio per compiacere la Regina, con la quale si era vantato l’anno prima di essere in grado di costruire la macchina più spettacolare del mondo. Prima che cominciasse la partita a scacchi, Kempelen aprì le ante dell’enorme scatola sulla quale poggiava la scacchiera, e gli spettatori poterono vedere una intricatissima serie di meccanismi, ruote dentate e strane strutture ad orologeria – non c’era nessun trucco, si poteva vedere da una parte all’altra della struttura, quando Kempelen apriva anche le porte sul retro. Un’altra sezione della macchina era invece quasi vuota, a parte una serie di tubi d’ottone. Quando il Turco era messo in moto, si sentiva chiaramente il ritmico sferragliare dei suoi ingranaggi interni, simile al ticchettio che avrebbe prodotto un enorme orologio.

Il primo volontario si fece avanti e Kempelen lo informò che il Turco doveva avere sempre le pedine bianche, e muovere invariabilmente per primo. A parte questa “concessione”, si scoprì ben presto che il Turco non soltanto era un ottimo giocatore di scacchi, ma aveva anche un certo caratterino. Se un avversario tentava una mossa non valida, il Turco scuoteva la testa, rimetteva la pedina al suo posto e si arrogava il diritto di muovere; se il giocatore ci riprovava una seconda volta, l’automa gettava via la pedina.

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Alla sua presentazione ufficiale a corte, il Turco sbaragliò facilmente qualsiasi avversario. Per Kempelen sarebbe anche potuta finire lì, con il bel successo del suo spettacolo. Ma il suo automa divenne di colpo l’argomento di conversazione preferito in tutta Europa: intellettuali, nobili e curiosi volevano confrontarsi con questa incredibile macchina in grado di pensare, altri sospettavano un trucco, e alcuni temevano si trattasse di magia nera (pochi per la verità, era pur sempre l’epoca dei Lumi). Nonostante volesse dedicarsi a nuove invenzioni, di fronte all’ordine dell’Imperatore Giuseppe II, Kempelen fu costretto controvoglia a rimontare il suo automa e ad esibirsi nuovamente a corte; il successo fu ancora più clamoroso, e all’inventore venne suggerito (o, per meglio dire, imposto) di iniziare un tour europeo.

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Nel 1783 il Turco viaggiò fra spettacoli pubblici e privati, presso le principali corti europee e nei saloni nobiliari, perdendo alcune partite ma vincendone la maggior parte. A Parigi il più grande scacchista del tempo, François-André Danican Philidor, vinse contro il Turco ma confessò che quella era stata la partita più faticosa della sua carriera. Dopo Parigi vennero Londra, Leipzig, Dresda, Amsterdam, Vienna. A poco a poco si spense il clamore della novità, e il Turco rimase smantellato per una ventina d’anni: nessuno aveva ancora scoperto il suo segreto. Quando Kempelen morì nel 1804, suo figlio decise di vendere il macchinario a Johann Nepomuk Mälzel, un appassionato collezionista di automi. Mälzel decise che avrebbe dato nuova vita al Turco, perfezionandolo e rendendolo ancora più spettacolare. Aggiunse alcune parti, modificò alcuni dettagli, e infine installò una scatola parlante che permetteva alla macchina di pronunciare la parola “échec!” quando metteva sotto scacco l’avversario.

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Perfino Napoleone Bonaparte volle giocare contro il Turco. Si racconta che l’Imperatore provò una mossa illecita per ben tre volte; le prime due volte l’automa scosse il capo e rimise la pedina al suo posto, ma la terza volta perse le staffe e con un braccio – evidentemente incurante di chi aveva di fronte! – il Turco spazzò via tutti pezzi dalla scacchiera. Napoleone rimase estremamente divertito dal gesto insolente, e giocò in seguito alcune partite più “serie”.

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Nel 1826 Mälzel portò il Turco in America, dove la sua popolarità non smise di crescere su tutta la costa orientale degli States, da New York a Boston a Philadelphia; Edgar Allan Poe scrisse un famoso trattato sull’automa (anche se non azzeccò affatto il suo segreto), e numerosi “cloni” ed imitazioni del Turco cominciarono ad apparire – ma nessuno ebbe il successo dell’originale.

Ma ogni cosa fa il suo tempo. Nel 1838 Mälzel morì, e il Turco, inizialmente messo all’asta, finì relegato in un angolo del Peale Museum di Baltimora. Nel 1854 un incendio raggiunse il Museo, e ci fu chi giurò di aver sentito il Turco, avvolto dalle fiamme, che gridava “Scacco! Scacco!“, mentre la sua voce diveniva sempre più flebile. Dell’incredibile automa si salvò soltanto la scacchiera, che era conservata in un luogo separato.

Nel 1857 Silas Mitchell, figlio dell’ultimo proprietario del Turco, decise che non c’era più motivo di nascondere il vero funzionamento della macchina, visto che era andata ormai distrutta. Così, su una prestigiosa rivista di scacchi, pubblicò infine il “segreto meglio mantenuto di sempre”. Si scoprì che, fra le ipotesi degli scettici e le teorie di chi aveva tentato di risolvere l’enigma, alcune parti dell’ingegnosa opera erano state indovinate, ma mai interamente.

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Dentro al macchinario del Turco si nascondeva un maestro di scacchi in carne ed ossa. Quando il presentatore apriva i diversi scomparti per mostrarli al pubblico, l’operatore segreto si spostava su un sedile mobile, secondo uno schema preciso, facendo così scivolare in posizione alcune parti semoventi del macchinario. In questo modo, poiché non tutte le ante venivano aperte contemporaneamente, lo scacchista rimaneva sempre al riparo dagli occhi degli spettatori. Ma come poteva sapere in che modo giocare la sua partita?

Sotto ogni pezzo degli scacchi era impiantato un forte magnete, e l’operatore nascosto poteva seguire le mosse dell’avversario perché la calamita attirava a sé altrettanti magneti attaccati con un filo all’interno del coperchio superiore della scatola. L’operatore, per vedere nel buio del mobile in legno, usava una candela i cui fumi uscivano discretamente da un condotto di aerazione nascosto nel turbante del Turco; i numerosi candelabri che illuminavano la scena aiutavano a mascherare la fuoriuscita del fumo. Una complessa serie di leve simili a quelle di un pantografo permettevano al maestro di scacchi di fare la sua mossa, muovendo il braccio dell’automa. C’era perfino un quadrante in ottone con una serie di numeri, che poteva essere visto anche dall’esterno: questo permetteva la comunicazione in codice fra l’operatore all’interno della scatola e il presentatore all’esterno.

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Nel 1989 John Gaughan presentò a una conferenza sulla magia una perfetta ricostruzione del Turco, che gli era costata quattro anni di lavoro. Questa volta, però, non c’era più bisogno di un operatore umano all’interno del macchinario: a dirigere le mosse dell’automa era un programma computerizzato. Meno di dieci anni dopo Deep Blue sarebbe stato il primo computer a battere a scacchi il campione mondiale in carica, Garry Kasparov.

Oggi la tecnologia è arrivata ben oltre le più assurde fantasie di chi rimaneva sconcertato di fronte al Turco; eppure alcune delle domande che ci sono tanto familiari (potranno mai le macchine soppiantare gli uomini? È possibile costruire dei sistemi meccanici capaci di pensiero?) non sono poi così moderne come potremmo credere: nacquero per la prima volta proprio attorno a questa misteriosa e ironica figura dall’esotico turbante.

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(Grazie, Giulia!)

Sculture cinetiche

Theo Jansen è l’inventore delle Strandbeest, “animali di spiaggia”. Ha creato non delle semplici sculture, ma una nuova forma di “vita”.

Le sue creature sfruttano gli elementi per muoversi. Hanno imparato a camminare fluide, sicure, armoniose. Alcune fra loro hanno la capacità di immagazzinare parte dell’energia del vento per muoversi più a lungo. Altre hanno addirittura imparato a difendersi: quando il vento si fa troppo violento e rischia di rovesciarle, affondano i loro tubi gialli nella sabbia.

Parlare quindi di mera ingegneria toglie qualsiasi poesia alle Strandbeest. Forse anche solo parlarne, limita la loro bellezza. Guardatele in movimento nei filmati qui sotto… comincerete anche voi a sperare di incontrare un giorno, mentre fate una passeggiata sul bagnasciuga, una di queste meravigliose, armoniose e gentili creature.

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