Teste criminali

Due teste sezionate. Tavola a colori di Gautier D’Agoty (1746).

Già a partire dalla fine del Medioevo i corpi dei condannati a morte venivano comunemente utilizzati per le dissezioni anatomiche. Si trattava di una sorta di pena aggiuntiva, perché l’atto autoptico era ancora avvertito come una sorta di dissacrazione; forse proprio a causa di un certo senso di colpa che questa “crudeltà” suscitava, si accordava ai corpi sezionati quella sepoltura in terra consacrata che normalmente sarebbe stata preclusa ai criminali.

Ma nell’Ottocento si cominciò a sezionarli per un motivo specifico: comprendere in che modo l’anatomia di un criminale differisse da quella normale. Una pratica che continuò fino quasi a metà Novecento.
La foto seguente mostra la testa di Peter Kürten (1883-1931), il tristemente noto Vampiro di Düsseldorf le cui gesta ispirarono il capolavoro M (1931) di Fritz Lang. Oggi è esposta al Ripley’s Believe It Or Not di Winsconsin Dells.

Cesare Lombroso, che a dispetto delle sue teorie controverse fu uno dei pionieri e fondatori della criminologia moderna, era convinto che il criminale portasse nella sua anatomia i segni anomali di un atavismo genetico.

Il Museo a lui dedicato, a Torino, ripercorre i suoi ragionamenti, le sue convinzioni influenzate da teorie in voga all’epoca, e dà conto dell’imponente collezione di teste da lui studiate e conservate. E Lombroso stesso volle entrare a far parte del suo museo, in cui è possibile vedere l’intero scheletro del criminologo in una teca; la testa, priva di cranio e preservata in formalina, non è invece visibile al pubblico.

Testa di Cesare Lombroso.

Simili autopsie sul cranio e sul cervello degli assassini portarono pressoché invariabilmente alla stessa conclusione: nessuna differenza anatomica apprezzabile rispetto all’uomo comune.

Una criminologia deterministica — la convinzione, cioè, che il comportamento delittuoso derivi da qualche anomalia anatomica, biologica, genetica — possiede un confortante appeal per chi ritiene di essere normale.
È il classico processo di creazione/etichettatura del diverso, quello che Foucault chiamava “il macchinario che effettua qualificazioni e squalificazioni“: se il criminale è differente, se la sua natura è de-viante (si allontana dalla retta via sulla quale situiamo noi stessi), allora dormiremo sonni tranquilli.

Numerose ricerche suggeriscono come in realtà chiunque sia in grado di adottare comportamenti socialmente deplorevoli, date certe premesse, e perfino di tradire i propri principi etici non appena si attivano alcuni specifici meccanismi psicologici (cfr. P. Bocchiaro, Psicologia del male, 2009). Eppure l’idea che l’individuo “anormale” contenga in sé una qualche predestinazione alla devianza continua a essere popolare ancora oggi: si tratta nei casi migliori di un bias cognitivo, nei peggiori di vera e propria malafede. Un esempio lampante di questa malafede sono gli studi scientifici finanziati dalle multinazionali del tabacco o del gioco d’azzardo, volti a dimostrare tendenziosamente che la dipendenza è il prodotto di una predisposizione caratteriale o biologica dell’individuo (sollevando così da ogni responsabilità i committenti della ricerca).

Ma torniamo all’ossessione degli scienziati ottocenteschi per le teste dei criminali.
Ciò che è interessante ai nostri occhi è che spesso nelle preparazioni anatomiche non era nemmeno la struttura interna a essere preservata, quanto le fattezze del criminale.

Nella foto qui sotto si può vedere la pelle del volto di Martin Dumollard (1810-1862), che uccise più di 6 donne. Oggi è conservata al Musée Testut-Latarjet di Lione.
Fu conciata mentre si studiava il suo cranio alla ricerca di anomalie. Era il cranio, non la pelle, il fulcro delle ricerche. Perché quindi prendersi la briga di preparare anche il viso staccato dal teschio?

Dumollard non è certo l’unico esempio. Sempre al Testut-Latarjet si trova la pelle del volto di Jules-Joseph Seringer, colpevole di aver ucciso sua madre, il patrigno e la sorellastra. Il museo espone anche un calco in gesso, che restituisce in maniera certamente più realistica le fattezze del parricida, rispetto a questa orrenda maschera.

Ai fini degli studi fisiognomici e frenologici dell’epoca, il busto in gesso sarebbe stato un supporto di certo migliore che non un volto scuoiato. Perché allora non limitarsi al calco?

L’impressione è che conservare il volto o la testa di un criminale fosse, al di là dell’interesse scientifico, un modo per far sì che il ricordo della colpa non potesse mai svanire. Una condanna alla memoria perpetua, equivalente simbolico delle buone vecchie teste infilzate sulle lance, che anticamente si esibivano alle porte della città — come deterrente, certo, ma anche e soprattutto come spettacolo della pervasività dell’ordine, prova dell’ineluttabilità della punizione.

Testa di Diogo Alves, decapitato nel 1841.

Testa di Narcisse Porthault, ghigliottinato nel 1846. Ph. Jack Burman.

 

Testa di Henri Landru, ghigliottinato nel 1922.

 

Testa di Fritz Haarmann, decapitato nel 1925.

Questa sorta di damnatio memoriæ all’incontrario, con cui si intende immortalare il criminale invece che cancellarlo dal ricordo collettivo, si può ritrovare nelle incisioni, nella pratica delle maschere mortuarie e infine, in tempi più recenti, nelle fotografie scattate ai ghigliottinati.

Maschere mortuarie di condannati all’impiccagione (fonte).

Ghigliottinati: Juan Vidal (1910), Auguste DeGroote (1893), Joseph Vacher (1898), Canute Vromant (1909), Lénard, Oillic, Thépaut and Carbucci (1866), Jean-Baptiste Picard (1862), Abel Pollet (1909), Charles Swartewagher (1905), Louis Lefevre (1915), Edmond Claeys (1893), Albert Fournier (1920), Théophile Deroo (1909), Jean Van de Bogaert (1905),Auguste Pollet (1909).

Tutte queste teste spiccate dal boia, pur rifacendosi a un ideale di giustizia, celebrano in effetti il trionfo del potere.

Ma ce ne sono quattro che si impongono come sovversivo e ironico contrappasso. Quattro ennesime teste di criminali, usate però per beffare il regime carcerario.


Sono le effigi che, sistemate sui cuscini per ingannare le guardie, consentirono la celeberrima fuga da Alcatraz di Frank Morris assieme a John e Clarence Anglin (il quarto complice, Allen West, rimase indietro). Scolpite con sapone, dentifricio, carta igienica e polvere di cemento, e decorate con capelli raccolti dal barbiere della prigione, le finte teste sono – assieme alle foto segnaletiche – l’unico ricordo rimasto dei tre carcerati che riuscirono a evadere dal carcere di massima sicurezza.

Pur senza volerlo, Morris e soci avevano operato un vero e proprio détournement di una narrativa assodata da millenni: un’iconografia che mirava a trasformare la testa e il volto del condannato in mero simulacro, per disumanizzarlo.

Tatuaggi da collezione

Da qualche giorno mi arrivano segnalazioni riguardo alla collezione di tatuaggi del Dr. Masaichi Fukushi, ospitata all’interno del Dipartimento di Patologia dell’Università di Tokyo. Colgo volentieri il suggerimento dei lettori, anche perché l’argomento è più sfaccettato di quanto sembri a prima vista.

La suddetta collezione è molto nota e al tempo stesso piuttosto oscura.
Nato nel 1878, il Dr. Fukushi intorno al 1907 stava studiando la formazione dei nevi sulla pelle, quando le sue ricerche lo portarono a esaminare le correlazioni fra il movimento della melanina attraverso la vascolarizzazione dell’epidermide e l’iniezione di pigmenti sotto cute nella pratica dei tatuaggi. Il suo interesse venne ulteriormente alimentato da una peculiare scoperta: la presenza di un tatuaggio sembrava arrestare la comparsa dei segni della sifilide in quell’area del corpo.

Nel 1920 il Dr. Fukushi entrò a lavorare al Mitsui Memorial Hospital, un ospedale di carità dove venivano offerte cure alle classi sociali più svantaggiate. In questo ambito il medico entrò in contatto con moltissimi tatuati e, dopo un breve periodo in Germania, continuò le sue ricerche sulla formazione di nevi congeniti alla Nippon Medical University. Qui, trovandosi spesso a svolgere autopsie, sviluppò un suo metodo per preservare l’epidermide tatuata prelevata dai cadaveri; cominciò quindi a raccogliere alcuni esemplari, riuscendo a stendere la pelle in modo da poterla esibire in cornici di vetro.

A quanto pare il Dr. Fukushi non mostrava un interesse esclusivamente scientifico per i tatuaggi, ma anche umano. I portatori di tatuaggi, infatti, spesso appartenevano alle fasce più povere e problematiche della società giapponese, e la simpatia di Fukushi per i meno fortunati lo spinse addirittura, in alcuni casi, ad accollarsi le spese di chi non poteva permettersi di completare un tatuaggio già iniziato. In cambio, il dottore chiedeva l’autorizzazione di prelevare la pelle post mortem. Ma la sua passione per i tatuaggi passava anche per la documentazione fotografica: accumulò un archivio di 3.000 scatti, andati distrutti durante il bombardamento di Tokyo nella Seconda Guerra Mondiale.
A questa perdita va aggiunto un buon numero di pelli tatuate, rubate a Chicago mentre il dottore le stava portando in tour negli Stati Uniti nell’ambito di una serie di lezioni accademiche fra il 1927 e il 1928.
L’attenzione per il lavoro di Fukushi conobbe un picco durante gli anni ’40 e ’50, quando diversi giornali pubblicarono articoli su di lui, come ad esempio quello qui sotto, apparso su Life.

Life

Come dicevamo, gran parte della collezione subì gravi perdite durante i bombardamenti del ’45. Alcune pelli però, messe al sicuro altrove, si salvarono e — dopo essere passate nelle mani del figlio di Fukushi, Kalsunari — farebbero oggi parte del Dipartimento di Patologia, anche se non visibili al pubblico. Sembra che fra i reperti vi siano anche delle pelli pressoché integrali, con i tatuaggi che si estendono per tutta la superficie del corpo. Il condizionale è d’obbligo, perché il Dipartimento non è aperto al pubblico, e sulla rete non si riescono a rintracciare notizie ufficiali.

D’altronde, se il tatuaggio è ormai una moda talmente diffusa in Occidente da non destare più alcuna sorpresa, rimane ancora piuttosto tabù in Giappone.
Tempo fa, il grande tattoo artist Pietro Sedda (autore fra l’altro dello splendido Black Novel For Lovers) mi raccontava del suo ultimo viaggio in terra nipponica, e di come in quel paese il lavoro del tatuatore fosse ancora svolto pressoché in segreto, in piccoli e anonimi parlor senza insegne, nascosti all’interno di normali stabili abitativi. Il fatto che i tatuaggi non siano normalmente visti di buon occhio potrebbe essere correlato alla tradizionale associazione di questo tipo di arte con i componenti della yakuza, anche se in alcuni contesti giovanili il tatuaggio di moda ha ormai preso piede.

Lo stigma del tatuaggio esisteva anche da noi fino a meno di mezzo secolo fa, sancito da espliciti divieti in bolle papali. Una celebre eccezione era quella dei tatuaggi effettuati dai frati marcatori del Santuario di Loreto, che segnavano simboli cristiani, propiziatori o di vedovanza sui polsi dei fedeli. Ma in generale gli unici a decorare il proprio corpo a questo modo erano tradizionalmente gli outcast, le persone ai margini: pirati, mercenari, disertori, fuorilegge. Tanto che nel suo più celebre saggio, L’uomo delinquente (1876), Cesare Lombroso catalogò tutte le declinazioni di tatuaggi riscontrate fra i detenuti, leggendole alla luce della sua (ormai sorpassata) teoria dell’atavismo: il criminale era, nella sua idea, un individuo darwinianamente involuto, che si tatuava rispondendo a un’innata arretratezza, tipica per l’appunto dei popoli primitivi — presso i quali il tatuaggio tribale era ampiamente praticato.

Tornando alle pelli umane preservate dal Dr. Fukushi, quello che non molti sanno è che non si tratta affatto dell’unica, né della più grande, collezione di questo tipo. Il primato va senza dubbio alla Wellcome Collection di Londra, che conta circa 300 pezzi individuali di pelle tatuata (a fronte dei circa 105 esemplari che sarebbero conservati a Tokyo), risalenti alla fine dell’800.

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I bordi di questi reperti mostrano un tipico pattern arcuato dovuto all’essiccamento tramite spilli. Ed è emozionante il mondo che simili tracce di un tempo passato rivelano, le motivazioni che si possono indovinare dietro un’iscrizione indelebile sulla pelle. Oggi il tatuaggio è spesso poco più di una decorazione senza grandi pretese, un disegnino tribale (di cui il più delle volte ignoriamo il significato) sulla caviglia o altrove, un abbellimento che fa del corpo una sorta di tela narcisistica; in un’epoca in cui, invece, il tatuaggio era un simbolo di ribellione verso l’ordine costituito, e di per sé comportava problemi di non poco conto, la scelta del soggetto era di primaria importanza. Ogni tatuaggio d’amore sottintendeva una relazione probabilmente pericolosa e “proibita”; ogni frase iniettata sottopelle dagli aghi era una definitiva dichiarazione di intenti, una filosofia di vita.

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Queste collezioni, per quanto macabre possano apparire, aprono uno spiraglio su una sensibilità non allineata. Sono, per così dire, un atlante illustrato della parte della società di norma non contemplata né cantata dalla storia ufficiale: quella dei reietti, dei perdenti, degli outsider.
Raccolte in un’epoca in cui si cercava di stilare una tassonomia di simboli che permettesse di riconoscere e prevenire determinate psicologie ritenute aberranti, oggi invece ci parlano di un’umanità che aveva fatto della propria diversità una bandiera.

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(Grazie a tutti coloro che mi hanno segnalato la collezione Fukushi).

Il Museo Criminologico di Roma

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Nella seconda metà dell’800, in Europa e in Italia, divenne sempre più evidente la necessità di una riforma carceraria; allo stesso tempo, e grazie agli intensi dibattiti sulla questione, crebbe l’interesse per lo studi delle cause della delinquenza, e dei possibili metodi per curarla. Mentre quindi la Polizia Scientifica muoveva i primi passi, il grande criminologo Cesare Lombroso studiava le possibili correlazioni fra la morfologia fisica e l’attitudine al delitto, e grazie a lui prendeva vita il primo, grande museo di antropologia criminale a Torino.

A Roma, invece, si dovette aspettare fino al 1931 perché potesse aprire al pubblico il “Museo Criminale”, che ospitava la collezione di reperti utilizzati precedentemente per gli studi della scuola di Polizia scientifica. Il Museo ebbe poi fasi e fortune alterne, tanto da venire chiuso nel 1968, e riaperto solo nel 1975 con la nuova denominazione “MUCRI – Museo criminologico”. La nuova sede, all’interno delle carceri del palazzo del Gonfalone, è quella in cui il Museo si trova ancora oggi. Dalla fine degli anni ’70 il museo è stato nuovamente chiuso per quasi vent’anni, per riaprire al pubblico nel 1994.

Il Museo oggi conta centinaia di reperti, divisi in tre grandi sezioni: la Giustizia dal Medioevo al XIX secolo, l’Ottocento e l’evoluzione del sistema penitenziario, il Novecento e i protagonisti del crimine.

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La prima sezione, che ripercorre i metodi di punizione e di tortura in uso dal Medioevo fino al XIX secolo, è ovviamente la più impressionante. Dalle asce per decapitazione cinquecentesche, alle gogne, ai banchi di fustigazione, alle mordacchie, agli strumenti di tortura dell’Inquisizione, tutto ci parla di un’epoca in cui la crudeltà delle pene eguagliava, se non addirittura superava, quella del crimine stesso. Fra gli oggetti esposti segnaliamo la tonaca del celebre boia pontificio Mastro Titta, la spada che decapitò Beatrice Cenci, una forca e tre ghigliottine (fra cui quella in uso a Piazza del Popolo fino al 1869).

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Nella seconda sezione, dedicata all’Ottocento, troviamo traccia della nascita dell’antropologia criminale, e dell’evoluzione del sistema carcerario. Possiamo vedere il calco del cranio del brigante Giuseppe Villella (su cui Lombroso scoprì nel 1872 la “prova” della delinquenza atavica: la “fossetta occipitale mediana”); lo spazio dedicato agli attentati politici espone, tra l’altro, il cranio, il cervello e gli scritti dell’anarchico lucano Giovanni Passannante, che attentò alla vita del re Umberto I a Napoli, nel 1878. Ugualmente impressionanti il letto di contenzione e le camicie di forza che testimoniano la nascita dei manicomi criminali.

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Ma forse la parte più sorprendente è quella delle cosiddette “malizie carcerarie”, ovvero i sotterfugi con cui i detenuti comunicavano tra di loro, occultavano armi o inventavano sistemi per evadere o compiere atti di autolesionismo. Un’estrema inventiva che si tinge di toni tristi e spesso macabri.

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L’ultima sezione, quella dedicata ai grandi episodi di cronaca nera del Novecento, è una vera e propria wunderkammer del crimine, dove decine e decine di oggetti e reperti sono esposti in un percorso eterogeneo che spazia dagli anni ’30 agli anni ’90. Una stanza ospita armi e indizi trovati sulla scena dei delitti italiani fra i più celebri, come ad esempio quelli perpetrati da Leonarda Cianciulli, la “saponificatrice di Correggio”; tra gli altri, sono esibiti gli oggetti personali di Antonietta Longo, la “decapitata di Castelgandolfo”, le armi della banda Casaroli, la pistola con cui la contessa Bellentani uccise il suo amante durante una sfarzosa serata di gala. Vi si trovano anche materiali pornografici sequestrati (quando erano ancora illegali), ed esempi di merce di contrabbando, inclusi numerosi quadri ed opere d’arte.

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Altre vetrine interessanti ripercorrono le testimonianze relative alla criminalità organizzata, al banditismo (con oggetti appartenuti a Salvatore Giuliano), al terrorismo, e a tutte le declinazioni possibili del crimine (furti, falsi, giochi d’azzardo, ecc.). Nella sezione dedicata allo spionaggio si può ammirare uno splendido e curioso baule dentro il quale fu rinvenuto, dopo un rocambolesco inseguimento, un piccolo ometto seduto su un seggiolino, legato con le cinghie e avvolto da coperte e cuscini. Si trattava di una spia che cercava di imbarcarsi clandestinamente all’aeroporto di Fiumicino.

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Il Museo Criminologico si trova in Via del Gonfalone 29 (una laterale di Via Giulia), ed è aperto dal martedì al sabato dalle ore 9 alle 13; martedì e giovedì dalle 14.30 alle 18.30. Ecco il sito ufficiale del MUCRI.

Le scarpe del bandito

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Era l’epoca d’oro dei fuorilegge, quella in cui Jesse James e suo fratello terrorizzavano il far west, gli anni delle rapine alle diligenze e alle ferrovie. In quel tempo, nella seconda metà dell’800, Big Nose George Parrott era lontano dall’essere una leggenda: un outlaw di mezza tacca, ladro di cavalli e borseggiatore. Le cose sarebbero cambiate, la fama l’avrebbe infine raggiunto, ma non nel modo in cui Big Nose si sarebbe potuto aspettare.

Nel 1878, Parrott e la sua banda erano al verde e cercavano un bottino più ghiotto delle solite razzie nelle stalle. Così il 19 agosto decisero di fare il colpo grosso: avrebbero fatto deragliare un treno della Union Pacific e l’avrebbero saccheggiato. Sette fuorilegge si nascosero nei cespugli aspettando l’arrivo del treno, quando una pattuglia di guardia arrivò sul posto e scoprì che la ferrovia era stata manomessa. La polizia venne chiamata e in poco tempo due ufficiali scovarono i malviventi. La gang però ebbe la meglio, e uccise i due poliziotti. Secondo alcune fonti, i banditi smembrarono i corpi come avvertimento a chi avesse tentato di inseguirli.

Questa crudeltà fece imbestialire la Union Pacific Railroad, che moltiplicò gli sforzi per trovare i fuggitivi, e offrì una taglia di 10.000 dollari, più tardi raddoppiata a 20.000, per la loro cattura.

L’anno successivo alcuni membri della gang vennero arrestati; uno di loro, Dutch Charlie, non riuscì neppure ad arrivare al processo: una folla inferocita lo strappò dalle mani dei poliziotti e lo impiccò a un palo del telegrafo. Nel 1880 fu la volta di Big Nose George. Dopo essersi vantato in un saloon, da ubriaco, di aver ucciso i due ufficiali della rapina al treno, Parrott venne arrestato nel 1880 a Miles City.

Riportato nel Wyoming, dove il doppio omicidio era avvenuto, Parrott venne condannato all’impiccagione, prevista per il 2 aprile 1881. Ma Big Nose George non si diede per vinto. Il 22 marzo, con una pietra e un coltellino che era riuscito a nascondere, scassinò le pesanti catene alle sue caviglie; aspettò nascosto nella stanza da bagno e aggredì il secondino, fratturandogli il cranio con le manette che aveva ancora ai polsi; ma la guardia riuscì a resistere e chiamare sua moglie che, arrivata a pistole spianate, costrinse il bandito a ritornare in cella.

Alla notizia dell’ennesima malefatta di Parrott, un gruppo di uomini mascherati fece irruzione nella prigione e, minacciando con una pistola la già malmessa e convalescente guardia carceraria, portò Parrott con sé. Ma non si trattava certo di un salvataggio. Gli uomini mascherati, spalleggiati da più di duecento paesani urlanti, appesero Big Nose George ad un palo e, dopo due tentativi falliti, riuscirono finalmente ad impiccarlo.

Secondo le leggende, una volta tirato giù il criminale dalla forca improvvisata, il becchino ebbe difficoltà a chiudere la bara per via dell’enorme naso di George. Siccome nessun parente si sarebbe mai sognato di reclamare il corpo, le spoglie di Parrott passarono in possesso del dottor John Osborne, affinché potesse studiarne il cervello e capire cosa lo distinguesse da quello di una persona sana di mente e non criminale.

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Quello che fece il dottor John Osborne, però, fu del tutto particolare. Assistito dall’allora quindicenne Lillian Heath, Osborne aprì il cranio di Parrott, esaminò il cervello e (sorpresa!) non trovò nulla di particolare. Realizzò una maschera funeraria in gesso del cadavere del bandito: ancora oggi visibile, a questa maschera mancano le orecchie, perché erano state strappate accidentalmente nei tentativi di impiccagione. Ma fin qui, nulla di veramente strano.

Poi però Osborne decise di rimuovere la pelle dalle cosce e dal petto di George, capezzoli inclusi. Li spedì a una conceria, con istruzioni per farne una borsa medica e un paio di scarpe. Quando gli arrivarono, lustrate ad arte, il dottore rimase un po’ deluso che i capezzoli non fossero stati usati; ma le indossò comunque con grande orgoglio (perfino, si dice, nel giorno della sua inaugurazione a governatore dello Stato)… e Big Nose George divenne l’unico cittadino americano della storia ad essere trasformato, dopo la sua morte, in un capo di vestiario.

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Il dottore condusse i suoi esperimenti sul cadavere per un anno, conservandolo in un barile di whiskey riempito di una soluzione di sale. Una volta che ebbe finite le sue dissezioni, il barile venne sepolto nel cortile. La calotta cranica venne regalata, come simpatico souvenir, alla giovane assistente, Miss Heath, che sarebbe poi diventata la prima dottoressa femmina del Wyoming, e che negli anni avrebbe usato il macabro resto come posacenere o come fermaporta.

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L’11 maggio del 1950, durante gli scavi per la costruzione di una banca, alcuni operai dissotterrarono il barile contenente le ossa del fuorilegge… e anche il famoso paio di scarpe. Per fortuna all’epoca la dottoressa Heath era viva e vegeta, e possedeva ancora la calotta cranica di Big Nose George: combaciava perfettamente con il teschio scalottato ritrovato nel barile, e più tardi la prova del DNA identificò senz’ombra di dubbio i resti ritrovati.

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Oggi il teschio di Big Nose George Parrott, la sua maschera funebre e le scarpe forgiate con la sua pelle sono l’attrazione principale del Carbon County Museum a Rawlins, Wyoming, insieme alle scarpe che egli stesso portava durante il suo linciaggio, alle manette e ad altri oggetti. La calotta è conservata allo Union Pacific Museum a Council Bluffs, Iowa. Il resto delle ossa fu seppellito in un posto segreto, e la borsa medica non venne mai ritrovata.

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