Wunderkammer Reborn – Parte II

(Seconda e ultima parte – potete trovare la prima qui.)

Nell’Ottocento, le grandi wunderkammer scomparvero.
Le collezioni finirono disassemblate, vendute ai privati o integrate nei nascenti musei moderni. La scienza, disciplina ormai ben definita, perse interesse per il genere di meraviglia barocca di un tempo, forse ritenuta puerile rispetto alla più seria e impegnata prospettiva positivista.
Il collezionismo continuò in maniera sporadica e del tutto marginale durante il primo Novecento. Qualche raro antiquario, soprattutto in Belgio, nei Paesi Bassi o a Parigi, commerciava ancora in occasionali mirabilia, ma l’epoca d’oro era passata da un pezzo.
Tra gli sparuti collezionisti di questa prima metà del secolo il più celebre è André Breton, il cui cabinet di curiosità è ora esposto al Centre Pompidou.

L’interesse per le wunderkammer comincia a risvegliarsi durante gli anni ’80, e arriva da due fronti ben distinti: quello accademico, e quello artistico.
Da una parte gli studiosi di museologia iniziano a riconoscere il ruolo delle wunderkammer come antesignane delle collezioni museali odierne; dall’altra alcuni artisti si lasciano affascinare dal concetto di camera delle meraviglie e lo utilizzano nelle loro opere come metafora del rapporto tra l’uomo e gli oggetti.
Ma il vero boom avviene con internet. Il “movimento” delle neo-wunderkammer nasce e si sviluppa sulla rete, grazie alla quale è possibile non soltanto condividere conoscenze ma anche dare nuova linfa al mercato di oggetti di curiosità.

Diamo innanzitutto un’occhiata, come abbiamo fatto per le collezioni classiche, ad alcuni elementi concettuali delle neo-wunderkammer.

Una wunderkammer democratica

La prima macroscopica differenza con il passato è che il collezionismo di curiosità non è più appannaggio esclusivo di facoltosi milionari. Certo, esiste un mercato di altissimo profilo (a cui la maggior parte degli appassionati non avrà mai accesso); ma la buona notizia è che oggi chiunque abbia una connessione internet possiede già i mezzi per cominciare una sua piccola collezione. Grazie alla rete, perfino un teenager può creare il suo scaffale di meraviglie. Tutto ciò che serve è un po’ di pazienza e buona lena per scandagliare i vari siti di articoli naturalistici o di aste online alla ricerca di buone occasioni.

Esistono libri per bambini, attività scolastiche e corsi specifici che incoraggiano anche i più piccoli a iniziare questo genere di esplorazione delle meraviglie naturali.

Il risultato è un’idea di wunderkammer più democratica, alla portata di tutti i portafogli.

Reinventare gli exotica

Abbiamo parlato della categoria classica degli exotica, quegli oggetti provenienti da colonie distanti e da culture per l’epoca ancora misteriose.
Ma oggi, cos’è davvero esotico – cioè “che resta fuori, che è lontano”? Dopotutto viviamo in un mondo in cui le distanze hanno perso significato, e per viaggiare non occorre nemmeno più spostarsi: in una manciata di secondi e pochi clic, possiamo esplorare virtualmente qualsiasi luogo, da una mulattiera sulle Ande alle giungle del Borneo.

S tratta di un dilemma fondamentale per i collezionisti, perché la globalizzazione rischia di elidere una fetta importante del concetto stesso di meraviglia. Le loro strategie, messe in atto consciamente o meno, sono molteplici.
Alcuni collezionisti hanno rivolto il loro sguardo all’unico vero spazio “esterno” che rimane, cioè il cosmo, impegnandosi nella ricerca di memorabilia provenienti dall’epoca eroica della Corsa Spaziale. Tute da astronauti, apparecchiature provenienti da varie missioni spaziali, o addirittura dei frammenti di Luna.

Altri spingono nella direzione opposta, verso il passato più remoto, e la domanda di fossili di dinosauri è in costante crescita.

Ma esistono altri exotica più vicini a noi – anzi, che riguardano direttamente la nostra stessa società.
Esotismo interno: un ossimoro solo in apparenza, se si considera che perfino gli antropologi hanno ormai da tempo rivolto gli strumenti dell’etnologia all’Occidente moderno (si pensi per esempio a Marc Augé). Cercare ciò che è esotico nella nostra stessa cultura significa spingersi verso le zone liminali, le fringe realities del nostro tempo o del recente passato.

Ecco dunque la fascinazione per determinati oggetti “tabù” riguardanti per esempio il crimine (armi del delitto, oggettistica investigativa, memorabilia di serial killer) o la morte (oggettistica funeraria, collezionismo di corredi da lutto vittoriani); la sotto-categoria dei medicalia che si interessa delle quack cures, i rimedi alternativi (e spesso spaventosi, dalla nostra prospettiva) che si vendevano nella prima metà del Novecento, come ad esempio le terapie elettriche o i prodotti farmaceutici radioattivi.

Collezione di Jessika M. – foto Brian Powell, dal libro Morbid Curiosities (courtesy P. Gambino)

Collezionismo funerario.

Kit per la Violet wand, la cui scarica elettrica a basso voltaggio avrebbe dovuto essere la panacea di tutti i mali.

Anche la categoria dei curiosa, vale a dire gli oggetti erotici vintage o antichi, è un esempio di exotica provenienti dal nostro stesso passato recente, ormai trasfigurato.

Il dialogo tra gli oggetti

Costruire una wunderkammer oggi è un progetto eminentemente artistico. L’interesse scientifico o antropologico, per quanto rilevante, è divenuto inscindibile dall’estetica.

C’è una maggiore attenzione generale all’interazione fra gli oggetti, rispetto al passato. Un dipinto può interagire con un oggetto piazzato di fronte a esso; una maschera tribale può esser fatta “dialogare” con un altro pezzo simile proveniente però da una tradizione completamente diversa. C’è senza dubbio una certa dose di irriverenza postmoderna in questo approccio, perché quando si aprono le porte delle wunderkammer all’oggettistica di cultura pop, e la si esibisce al fianco di raffinate e preziose antichità, il critico d’arte serioso non può che rabbrividire (vedi la particolare iconoclastia di Victor Wynd).

Un esempio a mio avviso paradigmatico di questa ricerca di maggiore interazione sono gli accostamenti “avventurosi” sperimentati dall’amico Luca Cableri (l’uomo che ha portato la Luna in Italia), alla cui intervista rimando per approfondire l’argomento.

Indossare una wunderkammer

Anche la moda, sempre sensibile ai nuovi trend, ha intercettato alcuni aspetti del mondo delle wunderkammer. Grazie soprattutto alle sottoculture goth e dark, si trovano oggi accessori, gioielli e monili prodotti a partire da oggetti naturalistici: ormai non si contano i negozi artigianali su Etsy, eBay o Craigslist in cui è possibile acquistare spille e collane con teschi, piccole tassidermie indossabili e altri corredi di vestiario.

Arte concettuale e imbalsamatori folli

Dicevamo che il rinnovato interesse proviene anche dal mondo dell’arte, che ha individuato nella forma-wunderkammer un efficace quadro teorico per parlare della modernità.
Il nome più celebre è ovviamente quello di Damien Hirst, che ha sfruttato il concetto sia nei suoi iconici animali conservati in liquido che nelle caleidoscopiche composizioni di lepidotteri e farfalle; ma anche For The Love of God, il teschio tempestato di diamanti, è una curiosità smodatamente preziosa che non avrebbe certo sfigurato nelle camere del tesoro del Cinquecento.

Hirst non è certo l’unico a rifarsi all’estetica delle wunderkammer. Mark Dion, ad esempio, crea dei veri e propri armadietti delle meraviglie per l’epoca attuale: a essere messi sotto formalina nelle sue opere non sono più degli esemplari naturalistici ma le loro repliche in plastica oppure oggetti di uso comune, dagli spazzoloni per pulire i pavimenti ai vibratori in gomma. Dion costruisce così una sorta di museo del consumismo in cui – ancora una volta – Natura e Cultura collidono e a tratti si confondono, ormai senza speranza di essere distinte l’una dall’altra.

Rosamund Purcell ha invece dato vita a un’installazione che ricrea in 3D il museo di Ole Worm del Diciassettesimo Secolo: reinvenzione e replica di un’illustrazione, “doppio” postmoderno e simulacro iperreale che permette di entrare all’interno di una delle più famose incisioni relative alle wunderkammer.

Oltre all’arte, per così dire, “alta” – quella quotata nelle case d’asta ed esposta dalle gallerie più prestigiose – assistiamo anche a uno svecchiamento di altri settori più artigianali.
È il caso dell’arte tassidermica, che sta conoscendo una nuova gioventù: oggi si moltiplicano i corsi e i workshop di tassidermia.

Ricordate che nella prima parte parlavo di tassidermia come domesticazione degli aspetti più spaventosi della Natura? Bene, a detta di chi vi partecipa, questi corsi sono un modo per esorcizzare la paura della morte su piccola scala, attraverso il contatto e l’attività creativa. (Ritorneremo su questo elemento tattile.)
Un’ulteriore spinta innovativa è arrivata poi dall’ennesimo movimento digitale, la Rogue Taxidermy.

La tassidermia “artistica” (non tradizionale), è sempre esistita, dai finti mirabilia come le sirene essiccate e le Jenny Haniver ai diorami antropomorfi di Walter Potter. Ma i nuovi tassidermisti rogue portano il tutto su un altro livello.

Nata inizialmente nel 2004 come un consorzio di tre artisti – Sarina Brewer, Scott Bibus e Robert Marbury – interessati alla tassidermia nel senso più ampio (Marbury per esempio non usa nemmeno veri animali, ma giocattoli di peluche), la rogue taxidermy è diventata in breve tempo un movimento internazionale grazie alla cassa di risonanza della rete.

Le chimere di questi artisti, sempre più estreme e fantasiose, sono in verità delle meta-tassidermie: esibendo il medium in maniera così palese, sembrano interrogarci riguardo al nostro rapporto con gli animali. Un rapporto che, rispetto al passato, è profondamente cambiato ed è oggi improntato un maggiore rispetto e attenzione all’ambiente. Uno dei principi fondamentali della rogue taxidermy è infatti l’esclusivo utilizzo di fonti etiche per i materiali, vale a dire che gli animali utilizzati in queste preparazioni sono tutti morti di morte naturale. (Per approfondire, c’è un bel volume che espone l’evoluzione e i principali artisti della corrente.)

Wunderkammer Reborn

Rimane dunque il quesito fondamentale da affrontare: perché, dopo cinque secoli, le wunderkammer stanno godendo di un tale successo proprio ora? È soltanto una moda rétro e nostalgica, simile alla frivola infatuazione per il vintage di tante sottoculture (sì, cari hipster, sto guardando voi) oppure l’attrattiva risiede in un’urgenza più profonda?

È forse presto per azzardare ipotesi, ma ci provo ugualmente: è mia convinzione che il motivo della rinascita delle wunderkammer sia da ricercare in una duplice esigenza. Da una parte il bisogno di ripensare la morte, e dall’altra il bisogno di ripensare l’arte e la narrazione.

Ripensare la morte
(e perché no, già che ci siamo, addomesticarla)

L’antropologo svizzero Bernard Crettaz è stato tra i primi a dar voce al bisogno sempre più diffuso di infrangere la “segretezza tirannica”, tipica del Ventesimo secolo, riguardo alla morte: nel 2004 organizzò a Neuchâtel il primo Café mortel, un evento gratuito in cui i partecipanti potevano parlare di come si affronta una perdita, e discutere le loro paure ma anche le loro curiosità sull’argomento. Basandosi sul lavoro e sulle idee di Crettaz, Jon Underwood inaugura nel 2011 il primo Death Café britannico. Il modello incontra da subito l’entusiasmo del pubblico, e ad oggi si contano quasi 5000 eventi svoltisi in 50 paesi del globo.

Dagli Stati Uniti, nel frattempo, arriva il Death-Positive Movement vero e proprio.
Originatosi dalla volontà di ripensare da zero l’industria funeraria statunitense, verso la quale la fondatrice Caitlin Doughty è manifestamente critica, il movimento si propone di sollevare il tabù che pesa sul tema della morte, e favorire una riflessione aperta sugli argomenti correlati e sulle problematiche riguardanti il fine vita. (Forse conoscete il mio coinvolgimento personale nel movimento, al quale ho contribuito in diverse occasioni: potete leggere la mia intervista a Caitlin e il mio report dal Death Salon di Filadelfia).

Cosa ha a che fare il tabù della morte con le collezioni di meraviglie?
Nel corso degli anni ho avuto l’occasione di parlare con molti collezionisti. Quasi tutti ricordano “come fosse ieri” l’emozione di tenere fra le mani il primo pezzo della collezione, quel pezzoche ha dato avvio alla loro ossessione. E in grande maggioranza si tratta di un oggetto naturalistico – lo scheletro di un animale, una preparazione tassidermica, ecc.: come dice un amico collezionista, “il primo teschio non si scorda mai”.

L’elemento tattile è tanto fondamentale adesso quanto lo era nelle wunderkammer classiche, in cui il pubblico era invitato a studiare, esaminare, toccare in prima persona gli esemplari.

Possedere un teschio di animale (o perfino umano) è un modo innocuo e “sicuro” per prendere confidenza con la concretezza della morte. Questo potrebbe essere il motivo per cui l’elemento macabro delle wunderkammer, che era del tutto marginale secoli fa, oggi diviene spesso un aspetto preponderante.

Collezione di Ryan Matthew Cohn – foto Dan Howell & Steve Prue, dal libro Morbid Curiosities (courtesy P. Gambino)

Ripensare l’arte: estetica della Meraviglia

Dopo il declino delle arti figurative, dopo la riproducibilità industriale della pop art, dopo l’avvento del ready-made, ormai l’arte concettuale è arrivata al suo confine estremo, dando il colpo di grazia al significato. Molti artisti contemporanei hanno di fatto svincolato una volta per tutte l’arte non solo dalla manualità, dall’artistry (maestria), ma anche dall’idea che l’arte debba per forza veicolare un messaggio.
Pura forma, puro significante, le nuove opere concettuali sono problematiche perché ambiscono a mettere un punto finale alla storia dell’arte come la conosciamo. Impossibili da capire, perché sono pensate per sottrarsi a qualsiasi discorso.
È difficile dunque immaginare in che modo la ricerca artistica supererà questo vuoto fatto di algida apparenza, lucidità scintillante ma sempre e solo di superficie; quale orizzonte si potrà aprire, al di là delle aste milionarie, delle artistar e delle impennate di mercato decise a tavolino dai mega-galleristi e mega-collezionisti.

Personalmente mi pare che la passione per le wunderkammer sia un modo per ritornare alle narrative, al significato. Un antidoto al ready-made e alla soverchiante superficie. Perché un oggetto è degno di figurare in una camera delle meraviglie soltanto in virtù della storia che racconta, della meraviglia che suscita, della vertigine che spalanca di fronte a noi.
Credo di riconoscere in questo genere di collezionismo un desiderio profondo di ridonare alla realtà il suo incanto perduto.
Perduto? No, la realtà non ha mai smesso di essere meravigliosa, è il nostro sguardo che ha bisogno di essere rieducato.

Da Cabinets de Curiosités (2011) – foto C. Fleurant

Ecco, la wunderkammer è in fondo soltanto una collezione di oggetti, e in un oceano di oggetti viviamo già sommersi.
Ma è anche uno strumento (com’era un tempo, com’è sempre stata), una lente d’ingrandimento per conoscere il mondo e noi stessi. Negli oggetti strani o bizzarri, il collezionista ricerca una dimensione magico-narrativa che si oppone all’omologazione e alla serialità della produzione di massa. Che se ne renda conto o meno, nell’essere sensibile alle storie che gli oggetti celano, alle emozioni che trasmettono, alla loro unicità, il collezionista di wunderkammer sta compiendo un atto di resistenza: perché dare valore all’eccezione, all’esotismo, significa cercare prospettive inedite a dispetto della Visione Condivisa.

Da Cabinets de Curiosités (2011) – foto C. Fleurant

Medicina legale illustrata

Grazie al cinema e alla televisione, oggi tutti possono vantare una certa familiarità con le tecniche di medicina forense: sulla scena del crimine gli esperti si avvalgono di avanzate tecnologie, e le indagini coprono settori interdisciplinari quali la balistica, la chimica, la biologia, l’entomologia, la dattiloscopia, la tossicologia, e via dicendo.

La medicina forense nacque verso la metà dell’800 fra Austria e Germania, quando alcuni medici compresero l’importanza degli studi criminologici e si impegnarono affinché la disciplina adottasse scrupolosamente il metodo scientifico. Eduard von Hoffmann, medico praghese, fu uno dei padri di questa moderna tendenza. Le sue opere fondamentali sono Lehrbuch für gerichtliche Medizin (“Manuale di Medicina Legale”, 1878) e Atlas der gerichtlichen Medizin (“Atlante di Medicina Legale”, 1898).

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Quest’ultimo volume, in particolare, è arricchito da 193 fotografie e 56 illustrazioni a colori, per venire incontro alla sempre più pressante richiesta di riferimenti e materiali visivi.
La cromolitografia, tecnica artistica nata a metà secolo, permetteva di rendere con particolare realismo il colorito, la texture e le ombreggiature dei soggetti ritratti, e questo risultava di fondamentale importanza per insegnare agli studenti e ai colleghi le recenti scoperte e i nuovi metodi di analisi.
Le splendide tavole contenute nel libro sono opera di un certo A. Schmitson: nella prefazione Hoffmann loda l’artista, del tutto “digiuno” del tema trattato, per l’abilità esecutiva e l’accuratezza della comprensione. (Per quanto profano, secondo le nostre ricerche Schmitson ha illustrato almeno altri due atlanti medici, in particolare di anatomia patologica e ginecologia).

Ecco dunque una selezione di alcune fra le migliori illustrazioni dell’Atlante.

Neonato. Soffocamento da porzione di membrana.

Neonato. Soffocamento da porzione di membrana.

 

Omicidio a causa di varie ferite inferte con strumenti differenti (ferro da stiro, coltello, calci, pressione del petto).

Omicidio a causa di varie ferite inferte con strumenti differenti (ferro da stiro, coltello, calci, pressione del petto).

 

Suicidio per sgozzamento.

Suicidio per sgozzamento.

 

Suicidio per accoltellamento.

Suicidio per accoltellamento multiplo.

 

Ferita circolare da pistola (il proiettile è stato deviato dalla calotta cranica, girando attorno al cervello).

Ferita circolare da pistola (il proiettile è stato deviato dalla calotta cranica, girando attorno al cervello).

 

Suicidio per impiccagione; sospensione del corpo per diversi giorni; distribuzione peculiare dell'ipostasi cadaverica.

Suicidio per impiccagione; sospensione del corpo per diversi giorni; distribuzione peculiare dell’ipostasi cadaverica.

 

Suicidio per impiccagione con doppia corda. Posizione asimmetrica del nodo.

Suicidio per impiccagione con doppia corda. Posizione asimmetrica del nodo.

 

Suicidio per impiccagione con vecchia corda arrotolata per cinque volte attorno al collo.

Suicidio per impiccagione con vecchia corda arrotolata per cinque volte attorno al collo.

 

Formazione di Fungo (alga) su un cadavere trovato in acqua. (Stadio iniziale, il neonato è rimasto per 14 giorni nell'acqua corrente).

Formazione di Fungo (alga) su un cadavere trovato in acqua. (Stadio iniziale, il neonato è rimasto per 14 giorni nell’acqua corrente).

 

Lo stesso bambino dell'immagine precedente, rimasto nell'acqua per quattro settimane.

Lo stesso bambino dell’immagine precedente, rimasto nell’acqua per quattro settimane.

 

Cauterizzazione delle labbra e della regione attorno alla bocca per ingestione di Lysol.

Cauterizzazione delle labbra e della regione attorno alla bocca per ingestione di Lysol.

 

Avvelenamento da fumi di carbone.

Avvelenamento da fumi di carbone.

 

Traumi da caduta al momento della morte.

Traumi da caduta al momento della morte.

 

Situazione anormale del livor mortis come risultato della posizione del corpo.

Situazione anormale del livor mortis come risultato della posizione del corpo.

 

Estremità inferiore di un neonato rimasto per diversi mesi nell'acqua corrente; formazione di adipocera.

Estremità inferiore di un neonato rimasto per diversi mesi nell’acqua corrente; formazione di adipocera.

 

Cadavere mummificato di suicida (scoperto 10 anni dopo la morte).

Cadavere mummificato di suicida (scoperto 10 anni dopo la morte).

L’Atlante di Eduard von Hoffmann è consultabile gratuitamente online nella sua traduzione inglese a questo indirizzo. L’analisi forense svolta dall’autore su questi, ed altri, casi è altrettanto interessante delle illustrazioni, e non soltanto dal punto di vista criminologico: vengono infatti svelati diversi dettagli, talvolta terribili e commoventi, delle vicende umane che hanno portato a queste morti violente.

Arte criminologica

Articolo a cura del nostro guestblogger Pee Gee Daniel

Accade spesso che per il raggiungimento di mete stupefacenti la via che vi ci conduce si presenti impervia.

Anche in questo caso, al termine di un percorso accidentato, tra gli inestricabili paesini del cuore della Lomellina, sfrecciando lungo sottili assi viari a prova di ammortizzatore, si giunge finalmente a un prodigioso sancta sanctorum per gli amanti del macabro, dell’insolito e del curioso, nascosto – come sempre si conviene a un vero tesoro – nell’ampio soppalco di una grande cascina bianca, dispersa tra le campagne.

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Là sopra vi attendono, beffardamente occhieggianti dalle loro teche collocate in un ordine rapsodico ma di indubbio impatto, teste sotto formalina galleggianti in barattoli di vetro, mani mozze, corpi mummificati, arti pietrificati, crani di gemelli dicefali, barattoli di larve di sarcophaga carnaria, cadaveri adagiati dentro bare in noce, un austero mezzobusto della Cianciulli (la celeberrima “Saponificatrice di Correggio”), pezzi rari come alcuni documenti olografi di Cesare Lombroso, parti anatomiche provenienti da vecchi gabinetti medici, armi del delitto, strumenti di tortura o per elettroshock in uso in un recente passato, memento di pellagrosi e briganti, tsantsa umane e di scimmia prodotte dalla tribù ecuadoriana dei Jivaros, bambolotti voodoo, cimeli risalenti a efferati fatti di cronaca nostrana.

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Creatore e gestore di questa casa-museo del crimine è il facondo Roberto Paparella. Sarà lui a introdurvi e accompagnarvi per le varie installazioni con la giusta dose di erudizione e intrattenimento: un po’ chaperon, un po’ cicerone e un po’ Virgilio dantesco.

Diplomato in arte e restauro (la parte inferiore dell’edificio è infatti occupata da mobilio in attesa di recupero) e criminologo, il Paparella ha saputo combinare questi due aspetti dando vita a una disciplina ibrida che ha voluto battezzare “arte criminologica”, cui è improntata l’intera mostra permanente che ho avuto il piacere di visitare in quel di Olevano. Poiché c’è innanzitutto da dire che non di mero collezionismo si tratta: molti dei pezzi che vi troviamo sono cioè manufatti e ricostruzioni iperrealistiche composti ad hoc dalla sapienza tecnica del nostro, cosicché i reperti storici e i “falsi d’autore” si mescolano e si confondono in maniera pressoché indistinguibile, giocando sul significato più ampio del termine “originale”.

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È forse utile spiegare che il museo è ospitato all’interno di una comunità terapeutica. Roberto Paparella infatti, oltre a essere un artista del lugubre, un restauratore, un ricercatore scrupoloso nel campo criminologico e un tabagista imbattibile, è anche stato il più giovane direttore di una comunità per tossicodipendenti in Italia (autore insieme al giurista Guido Pisapia, fratello dell’attuale sindaco di Milano, di un testo per operatori del settore), mentre oggi si occupa di ragazzi usciti dall’istituto penale minorile. Proprio questo, mi ha rivelato, è stato uno dei principali sproni alla sua vera passione: ripercorrere quotidianamente i vari iter giudiziari e la teoria giuridica di delitti e pene in compagnia dei suoi ragazzi ha fatto rinascere in lui questo interesse per delinquenti, vittime, atti omicidiari e “souvenir” a essi connessi.

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Una vocazione riaffiorata dal passato, visto che il primo a instillare in lui questo gusto grandguignolesco fu in effetti il padre che, dopo aver visitato il museo delle cere di Milano, aveva deciso di farsene uno in proprio, nello scantinato di casa sua, che aveva poi chiamato La taverna rossa e nel quale amava condurre famigliari e amici nel tentativo di impressionarli con le ricostruzioni di famosi assassini, seppure di produzione casalinga e un po’ naif.
La tradizione familiare peraltro prosegue, visto che i due figli di Paparella, cresciuti tra cadaveri dissezionati più o meno posticci, tengono a fornire spontaneamente i propri pareri in merito alla attendibilità di questa o quella riproduzione artigianale di cui il padre è autore.

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Per quanto riguarda la “falsificazione” anatomica di salme o parti di esse, è una cura certosina quella che viene impiegata, avvalendosi di uno studio filologico, di un’attenta scelta dei materiali, di una efficace disposizione scenografica dei corpi stessi e delle luci che ne esalteranno le forme. Come nel caso di Elisa Claps, i cui resti Paparella ha rielaborato ricoprendo uno scheletro in resina con uno speciale ritrovato indiano noto come cartapelle, capace di ricreare l’effetto di un tegumento incartapecorito dalla lunga esposizione agli elementi atmosferici, e infine decorato con altri componenti di provenienza umana (l’apparato dentario è fornito da alcuni studi odontoiatrici, mentre i capelli vengono recuperati da vecchie parrucche di capelli veri, scovate nei mercatini).
Paparella afferma che nel suo operato si cela anche una motivazione morale: la volontà di ridare una consistenza tridimensionale alle vittime come ai carnefici, nella speranza di muovere dentro allo spettatore quelli che potremmo individuare come i due momenti aristotelici della pietà e del terrore.

Continuando la visita, incontriamo il corpo del cosiddetto Vampiro della Bergamasca, già esaminato a suo tempo dal Lombroso, alle cui misurazioni antropometriche lo scultore si è attenuto fedelmente: per la cronaca, Vincenzo Verzeni era un serial killer o, secondo la terminologia clinica del tempo, un «monomaniaco omicida necrofilomane, antropofago, affetto da vampirismo», che provava una frenesia erotica nello strappare coi denti larghi brani di carne alle proprie vittime.

Accanto, ecco lo scheletro di un morto di mafia, con sasso in bocca e mani amputate, che emerge faticosamente dalla terra mentre, sull’altro lato, in una posizione rattrappita, una mummia azteca lancia al visitatore una versione parodistica dell’Urlo di Munch. Alle sue spalle, addossata all’estesa parete, un’intera schiera di calchi delle teste di alienati e criminali ci osserva in maniera inquietante, a breve distanza dai calchi dei genitali di stupratori e di pazienti affette dal terribile tribadismo.

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Si prosegue lungo una parete tappezzata di scatti ANSA di celebri processi del secondo dopoguerra, finché – in un accostamento emblematico dello stile di questo stravagante museo – poggiato su una lapide di candido marmo, ci si imbatte in un set anti-vampiri completo, con tanto di teschio, altarino portatile, barattolo contenente terra consacrata, chiodone in ferro in luogo dell’abusato paletto di frassino, argilla, paramenti ecclesiastici vari, pipistrelli essiccati, breviario e crocefisso a portar via, il tutto serbato in uno scrigno ligneo di pregevole fattura.

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Ritornati all’entrata, al momento del commiato, troverete a salutarvi il manichino animato di Antonio Boggia, pluriomicida della Milano ottocentesca. A qualche passo dall’automa, l’occhio cade su una pesante mannaia in ferro, usata dallo stesso Boggia per le sue esecuzioni. Vera o falsa? Non sta a noi rivelarvelo. Se vi va, andando alla mostra (che vi si offrirà ben più particolareggiata di questo mio stringato resoconto) portatevi in tasca il giusto quantitativo di carbonio 14, oppure, più semplicemente, godetevi lo spettacolo senza porvi troppe domande.

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Museo di Arte Criminologica
, via Cascina Bianca 1, 27020 Olevano di Lomellina (PV)
È necessario prenotare: tel. 3333639136 tel./fax 038451311 email: [email protected]

La biblioteca delle meraviglie – XII

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Domenico Vecchioni
I SIGNORI DELLA TRUFFA
L’uomo che vendette la Tour Eiffel e altre incredibili storie di impostura
(2009, Editoriale Olimpia)

Truffatori, specializzati nel plagiare e raggirare, falsari, mistificatori, criminali dell’alta finanza, scrocconi, bugiardi, sempre impegnati a scovare nuovi modi di sfruttare la dabbenaggine del prossimo e magari di soffiargli i risparmi di una vita: possiamo davvero provare della simpatia per questi personaggi? Forse sì, a patto che la truffa che hanno elaborato sia talmente ingegnosa e fantasiosa da non sembrare più una disonesta scorciatoia, ma una vera e propria opera d’arte.
Domenico Vecchioni, ambasciatore italiano a Cuba e scrittore esperto di spionaggio, si concentra in questo libro, dallo stile leggero e scorrevole, proprio su questo tipo di imbroglioni – quei truffatori che, grazie alla loro spavalda faccia tosta e a un’immaginazione fuori dal comune, portano a termine dei “colpi” davvero sorprendenti. Non si tratta certo di un’apologia dell’inganno, anzi: l’autore stesso ammette di aver tirato più di un sospiro di sollievo nel constatare che quasi tutte le truffe finiscono con una giusta punizione. Queste storie sanno però strappare più di una risata; forse a volte un tantino nervosa, perché non avremmo mai sospettato la quantità di espedienti tramite i quali noi stessi potremmo venire beffati.
Fra le vicende più incredibili si può citare quella del clown che si finse nipote del sultano di Costantinopoli e divenne Re d’Albania per due giorni (ma venne smascherato prima di mettere le mani sul tesoro reale e sull’harem che aveva prontamente ordinato di costruire); oppure il più grande pittore falsario di tutti i tempi che, “posseduto” dallo spirito di Vermeer, sfornava quadri del grande maestro olandese fino ad allora sconosciuti, talmente perfetti nello stile da venire acquistati ed esibiti da prestigiosi musei di Amsterdam e Rotterdam. E ancora: l’uomo che convinse trecento sprovveduti a vendere ogni loro avere per trasferirsi nella “Nuova Francia”, un’isola nel Pacifico che si sarebbe rivelata essere non esattamente il Paradiso terrestre pubblicizzato; l’uomo che appaltò lo smontaggio e lo smaltimento della Torre Eiffel agli industriali della siderurgia; l’uomo che inventava banche fittizie con tanto di comparse e attori nel ruolo di clienti, impiegati, guardie, per proporre investimenti fantasma; e molto altro ancora.
Il libro di Vecchioni è una strana esperienza. Testimonia dell’inesauribile inventiva umana; e anche se, in questi casi specifici, essa è incanalata verso obiettivi criminali ed eticamente condannabili, non si riesce a non sorridere di fronte a tanta geniale, visionaria fantasia.

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Paul Koudounaris
HEAVENLY BODIES
Cult treasures & spectacular Saints from the Catacombs
(2013, Thames & Hudson)

In questa rubrica abbiamo raramente consigliato dei libri per cui non esista una traduzione italiana. Questo è uno dei casi che fa eccezione, perché il suo valore è inestimabile.
Dall’autore di Empire of Death (volume presto diventato cult), ecco Heavenly Bodies, un excursus attraverso alcune delle più belle e inquietanti reliquie cristiane. Si tratta di santi i cui corpi, riesumati, vennero spediti in diverse parti d’Europa (Germania, Austria e Svizzera principalmente) per essere adornati e adorati.

- Bürglen, Switzerland, detail of the skull St. Maximus inside armored helmet. One of two surviving skeletons of saints taken from the Roman Catacombs as presumed martyrs and decorated in armor in Switz -

Wil, Katakombenheiliger Pankratius / Foto 2010 - Wil, Switzerland, upper body of St. Pancratius. The relic of a presumed martyr from the Roman Catacombs arrived in the city's church of St. Nicholas in the 1670s. The relic was considered miraculous. -

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Corpi miracolosi, venerati, sacri. Rivestiti d’oro, di gemme, di gioielli, inglobati in raffinati e fantastici vestiti. La sontuosità degli orpelli contrasta con la commovente staticità dei cadaveri, tanto da imbarazzare la Chiesa stessa, che cercò di distruggerli o occultarli; eppure, molti di questi santi addobbati sono visibili ancora oggi.

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Le splendide fotografie costituiscono il valore principe di questa pubblicazione: rubini e pietre preziose adornano teschi e scheletri, i cadaveri sembrano indicare ad un tempo stesso la caducità e l’eternità dello splendore della fede, e in tutto questo brillare di diademi e decorazioni vediamo ancora una possibile negazione della morte, un’esaltazione simbolica del corpo che risorgerà vittorioso.

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Bloody Murders

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Quando state entrando ad un concerto, o a uno spettacolo teatrale, vi viene consegnato il programma della serata. Una cosa simile accadeva, in Inghilterra, anche per un tipo particolare di spettacolo pubblico: le esecuzioni capitali.

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Nel XVIII e XIX Secolo, infatti, alcune stamperie e case editrici inglesi si erano specializzate in un particolare prodotto letterario. Venivano generalmente chiamati Last Dying Speeches (“ultime parole in punto di morte”) o Bloody Murders (“sanguinosi omicidi”), ed erano dei fogli stampati su un verso solo, di circa 50×36 cm di grandezza. Venivano venduti per strada, per un penny o anche meno, nei giorni precedenti un’esecuzione annunciata; quando arrivava il gran giorno, veniva preparata spesso un’edizione speciale per le folle che si assiepavano attorno al patibolo.

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Sull’unica facciata stampata si potevano trovare tutti i dettagli più scabrosi del crimine commesso, magari un resoconto del processo, e anche delle accattivanti illustrazioni (un ritratto del condannato, o del suo misfatto, ecc.). Usualmente il testo si concludeva con un piccolo brano in versi, spacciato per “le ultime parole” del condannato, che ammoniva i lettori a non seguire questo funesto esempio se volevano evitare una fine simile.

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La vita di questi foglietti non si esauriva nemmeno con la morte del condannato, perché nei giorni successivi all’esecuzione ne veniva stampata spesso anche una versione aggiornata con le ultime parole pronunciate dal condannato – vere, stavolta -, il racconto del suo dying behaviour (“comportamento durante la morte”) o altre succulente novità del genere.

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I Bloody Murders erano un ottimo business, appannaggio di poche stamperie di Londra e delle maggiori città inglesi: costavano poco, erano semplici e veloci da preparare, e alcune incisioni (ad esempio la figura di un impiccato in controluce) potevano essere riutilizzate di volta in volta. Il successo però dipendeva dalla tempestività con cui questi volantini venivano fatti circolare.

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Questi foglietti erano pensati per un target preciso, le classi medie e basse, e facevano leva sulla curiosità morbosa e sui toni iperbolici per attirare i loro lettori. Era un tipo di letteratura che anche le famiglie più povere potevano permettersi; e possiamo immaginarle, raccolte attorno al tavolo dopo cena, mentre chi tra loro sapeva leggere raccontava ad alta voce, per il brivido e il diletto di tutti, quelle violente e torbide vicende.

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La Harvard Law School Library è riuscita a collezionare più di 500 di questi rarissimi manifesti, li ha digitalizzati e messi online. Consultabili gratuitamente, possono essere ricercati secondo diversi parametri (per crimine, anno, città, parole chiave, ecc.) sul sito del Crime Broadsides Project.

Il Museo Criminologico di Roma

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Nella seconda metà dell’800, in Europa e in Italia, divenne sempre più evidente la necessità di una riforma carceraria; allo stesso tempo, e grazie agli intensi dibattiti sulla questione, crebbe l’interesse per lo studi delle cause della delinquenza, e dei possibili metodi per curarla. Mentre quindi la Polizia Scientifica muoveva i primi passi, il grande criminologo Cesare Lombroso studiava le possibili correlazioni fra la morfologia fisica e l’attitudine al delitto, e grazie a lui prendeva vita il primo, grande museo di antropologia criminale a Torino.

A Roma, invece, si dovette aspettare fino al 1931 perché potesse aprire al pubblico il “Museo Criminale”, che ospitava la collezione di reperti utilizzati precedentemente per gli studi della scuola di Polizia scientifica. Il Museo ebbe poi fasi e fortune alterne, tanto da venire chiuso nel 1968, e riaperto solo nel 1975 con la nuova denominazione “MUCRI – Museo criminologico”. La nuova sede, all’interno delle carceri del palazzo del Gonfalone, è quella in cui il Museo si trova ancora oggi. Dalla fine degli anni ’70 il museo è stato nuovamente chiuso per quasi vent’anni, per riaprire al pubblico nel 1994.

Il Museo oggi conta centinaia di reperti, divisi in tre grandi sezioni: la Giustizia dal Medioevo al XIX secolo, l’Ottocento e l’evoluzione del sistema penitenziario, il Novecento e i protagonisti del crimine.

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La prima sezione, che ripercorre i metodi di punizione e di tortura in uso dal Medioevo fino al XIX secolo, è ovviamente la più impressionante. Dalle asce per decapitazione cinquecentesche, alle gogne, ai banchi di fustigazione, alle mordacchie, agli strumenti di tortura dell’Inquisizione, tutto ci parla di un’epoca in cui la crudeltà delle pene eguagliava, se non addirittura superava, quella del crimine stesso. Fra gli oggetti esposti segnaliamo la tonaca del celebre boia pontificio Mastro Titta, la spada che decapitò Beatrice Cenci, una forca e tre ghigliottine (fra cui quella in uso a Piazza del Popolo fino al 1869).

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Nella seconda sezione, dedicata all’Ottocento, troviamo traccia della nascita dell’antropologia criminale, e dell’evoluzione del sistema carcerario. Possiamo vedere il calco del cranio del brigante Giuseppe Villella (su cui Lombroso scoprì nel 1872 la “prova” della delinquenza atavica: la “fossetta occipitale mediana”); lo spazio dedicato agli attentati politici espone, tra l’altro, il cranio, il cervello e gli scritti dell’anarchico lucano Giovanni Passannante, che attentò alla vita del re Umberto I a Napoli, nel 1878. Ugualmente impressionanti il letto di contenzione e le camicie di forza che testimoniano la nascita dei manicomi criminali.

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Ma forse la parte più sorprendente è quella delle cosiddette “malizie carcerarie”, ovvero i sotterfugi con cui i detenuti comunicavano tra di loro, occultavano armi o inventavano sistemi per evadere o compiere atti di autolesionismo. Un’estrema inventiva che si tinge di toni tristi e spesso macabri.

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L’ultima sezione, quella dedicata ai grandi episodi di cronaca nera del Novecento, è una vera e propria wunderkammer del crimine, dove decine e decine di oggetti e reperti sono esposti in un percorso eterogeneo che spazia dagli anni ’30 agli anni ’90. Una stanza ospita armi e indizi trovati sulla scena dei delitti italiani fra i più celebri, come ad esempio quelli perpetrati da Leonarda Cianciulli, la “saponificatrice di Correggio”; tra gli altri, sono esibiti gli oggetti personali di Antonietta Longo, la “decapitata di Castelgandolfo”, le armi della banda Casaroli, la pistola con cui la contessa Bellentani uccise il suo amante durante una sfarzosa serata di gala. Vi si trovano anche materiali pornografici sequestrati (quando erano ancora illegali), ed esempi di merce di contrabbando, inclusi numerosi quadri ed opere d’arte.

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Altre vetrine interessanti ripercorrono le testimonianze relative alla criminalità organizzata, al banditismo (con oggetti appartenuti a Salvatore Giuliano), al terrorismo, e a tutte le declinazioni possibili del crimine (furti, falsi, giochi d’azzardo, ecc.). Nella sezione dedicata allo spionaggio si può ammirare uno splendido e curioso baule dentro il quale fu rinvenuto, dopo un rocambolesco inseguimento, un piccolo ometto seduto su un seggiolino, legato con le cinghie e avvolto da coperte e cuscini. Si trattava di una spia che cercava di imbarcarsi clandestinamente all’aeroporto di Fiumicino.

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Il Museo Criminologico si trova in Via del Gonfalone 29 (una laterale di Via Giulia), ed è aperto dal martedì al sabato dalle ore 9 alle 13; martedì e giovedì dalle 14.30 alle 18.30. Ecco il sito ufficiale del MUCRI.

Le scarpe del bandito

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Era l’epoca d’oro dei fuorilegge, quella in cui Jesse James e suo fratello terrorizzavano il far west, gli anni delle rapine alle diligenze e alle ferrovie. In quel tempo, nella seconda metà dell’800, Big Nose George Parrott era lontano dall’essere una leggenda: un outlaw di mezza tacca, ladro di cavalli e borseggiatore. Le cose sarebbero cambiate, la fama l’avrebbe infine raggiunto, ma non nel modo in cui Big Nose si sarebbe potuto aspettare.

Nel 1878, Parrott e la sua banda erano al verde e cercavano un bottino più ghiotto delle solite razzie nelle stalle. Così il 19 agosto decisero di fare il colpo grosso: avrebbero fatto deragliare un treno della Union Pacific e l’avrebbero saccheggiato. Sette fuorilegge si nascosero nei cespugli aspettando l’arrivo del treno, quando una pattuglia di guardia arrivò sul posto e scoprì che la ferrovia era stata manomessa. La polizia venne chiamata e in poco tempo due ufficiali scovarono i malviventi. La gang però ebbe la meglio, e uccise i due poliziotti. Secondo alcune fonti, i banditi smembrarono i corpi come avvertimento a chi avesse tentato di inseguirli.

Questa crudeltà fece imbestialire la Union Pacific Railroad, che moltiplicò gli sforzi per trovare i fuggitivi, e offrì una taglia di 10.000 dollari, più tardi raddoppiata a 20.000, per la loro cattura.

L’anno successivo alcuni membri della gang vennero arrestati; uno di loro, Dutch Charlie, non riuscì neppure ad arrivare al processo: una folla inferocita lo strappò dalle mani dei poliziotti e lo impiccò a un palo del telegrafo. Nel 1880 fu la volta di Big Nose George. Dopo essersi vantato in un saloon, da ubriaco, di aver ucciso i due ufficiali della rapina al treno, Parrott venne arrestato nel 1880 a Miles City.

Riportato nel Wyoming, dove il doppio omicidio era avvenuto, Parrott venne condannato all’impiccagione, prevista per il 2 aprile 1881. Ma Big Nose George non si diede per vinto. Il 22 marzo, con una pietra e un coltellino che era riuscito a nascondere, scassinò le pesanti catene alle sue caviglie; aspettò nascosto nella stanza da bagno e aggredì il secondino, fratturandogli il cranio con le manette che aveva ancora ai polsi; ma la guardia riuscì a resistere e chiamare sua moglie che, arrivata a pistole spianate, costrinse il bandito a ritornare in cella.

Alla notizia dell’ennesima malefatta di Parrott, un gruppo di uomini mascherati fece irruzione nella prigione e, minacciando con una pistola la già malmessa e convalescente guardia carceraria, portò Parrott con sé. Ma non si trattava certo di un salvataggio. Gli uomini mascherati, spalleggiati da più di duecento paesani urlanti, appesero Big Nose George ad un palo e, dopo due tentativi falliti, riuscirono finalmente ad impiccarlo.

Secondo le leggende, una volta tirato giù il criminale dalla forca improvvisata, il becchino ebbe difficoltà a chiudere la bara per via dell’enorme naso di George. Siccome nessun parente si sarebbe mai sognato di reclamare il corpo, le spoglie di Parrott passarono in possesso del dottor John Osborne, affinché potesse studiarne il cervello e capire cosa lo distinguesse da quello di una persona sana di mente e non criminale.

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Quello che fece il dottor John Osborne, però, fu del tutto particolare. Assistito dall’allora quindicenne Lillian Heath, Osborne aprì il cranio di Parrott, esaminò il cervello e (sorpresa!) non trovò nulla di particolare. Realizzò una maschera funeraria in gesso del cadavere del bandito: ancora oggi visibile, a questa maschera mancano le orecchie, perché erano state strappate accidentalmente nei tentativi di impiccagione. Ma fin qui, nulla di veramente strano.

Poi però Osborne decise di rimuovere la pelle dalle cosce e dal petto di George, capezzoli inclusi. Li spedì a una conceria, con istruzioni per farne una borsa medica e un paio di scarpe. Quando gli arrivarono, lustrate ad arte, il dottore rimase un po’ deluso che i capezzoli non fossero stati usati; ma le indossò comunque con grande orgoglio (perfino, si dice, nel giorno della sua inaugurazione a governatore dello Stato)… e Big Nose George divenne l’unico cittadino americano della storia ad essere trasformato, dopo la sua morte, in un capo di vestiario.

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Il dottore condusse i suoi esperimenti sul cadavere per un anno, conservandolo in un barile di whiskey riempito di una soluzione di sale. Una volta che ebbe finite le sue dissezioni, il barile venne sepolto nel cortile. La calotta cranica venne regalata, come simpatico souvenir, alla giovane assistente, Miss Heath, che sarebbe poi diventata la prima dottoressa femmina del Wyoming, e che negli anni avrebbe usato il macabro resto come posacenere o come fermaporta.

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L’11 maggio del 1950, durante gli scavi per la costruzione di una banca, alcuni operai dissotterrarono il barile contenente le ossa del fuorilegge… e anche il famoso paio di scarpe. Per fortuna all’epoca la dottoressa Heath era viva e vegeta, e possedeva ancora la calotta cranica di Big Nose George: combaciava perfettamente con il teschio scalottato ritrovato nel barile, e più tardi la prova del DNA identificò senz’ombra di dubbio i resti ritrovati.

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Oggi il teschio di Big Nose George Parrott, la sua maschera funebre e le scarpe forgiate con la sua pelle sono l’attrazione principale del Carbon County Museum a Rawlins, Wyoming, insieme alle scarpe che egli stesso portava durante il suo linciaggio, alle manette e ad altri oggetti. La calotta è conservata allo Union Pacific Museum a Council Bluffs, Iowa. Il resto delle ossa fu seppellito in un posto segreto, e la borsa medica non venne mai ritrovata.

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