Teste criminali

Due teste sezionate. Tavola a colori di Gautier D’Agoty (1746).

Già a partire dalla fine del Medioevo i corpi dei condannati a morte venivano comunemente utilizzati per le dissezioni anatomiche. Si trattava di una sorta di pena aggiuntiva, perché l’atto autoptico era ancora avvertito come una sorta di dissacrazione; forse proprio a causa di un certo senso di colpa che questa “crudeltà” suscitava, si accordava ai corpi sezionati quella sepoltura in terra consacrata che normalmente sarebbe stata preclusa ai criminali.

Ma nell’Ottocento si cominciò a sezionarli per un motivo specifico: comprendere in che modo l’anatomia di un criminale differisse da quella normale. Una pratica che continuò fino quasi a metà Novecento.
La foto seguente mostra la testa di Peter Kürten (1883-1931), il tristemente noto Vampiro di Düsseldorf le cui gesta ispirarono il capolavoro M (1931) di Fritz Lang. Oggi è esposta al Ripley’s Believe It Or Not di Winsconsin Dells.

Cesare Lombroso, che a dispetto delle sue teorie controverse fu uno dei pionieri e fondatori della criminologia moderna, era convinto che il criminale portasse nella sua anatomia i segni anomali di un atavismo genetico.

Il Museo a lui dedicato, a Torino, ripercorre i suoi ragionamenti, le sue convinzioni influenzate da teorie in voga all’epoca, e dà conto dell’imponente collezione di teste da lui studiate e conservate. E Lombroso stesso volle entrare a far parte del suo museo, in cui è possibile vedere l’intero scheletro del criminologo in una teca; la testa, priva di cranio e preservata in formalina, non è invece visibile al pubblico.

Testa di Cesare Lombroso.

Simili autopsie sul cranio e sul cervello degli assassini portarono pressoché invariabilmente alla stessa conclusione: nessuna differenza anatomica apprezzabile rispetto all’uomo comune.

Una criminologia deterministica — la convinzione, cioè, che il comportamento delittuoso derivi da qualche anomalia anatomica, biologica, genetica — possiede un confortante appeal per chi ritiene di essere normale.
È il classico processo di creazione/etichettatura del diverso, quello che Foucault chiamava “il macchinario che effettua qualificazioni e squalificazioni“: se il criminale è differente, se la sua natura è de-viante (si allontana dalla retta via sulla quale situiamo noi stessi), allora dormiremo sonni tranquilli.

Numerose ricerche suggeriscono come in realtà chiunque sia in grado di adottare comportamenti socialmente deplorevoli, date certe premesse, e perfino di tradire i propri principi etici non appena si attivano alcuni specifici meccanismi psicologici (cfr. P. Bocchiaro, Psicologia del male, 2009). Eppure l’idea che l’individuo “anormale” contenga in sé una qualche predestinazione alla devianza continua a essere popolare ancora oggi: si tratta nei casi migliori di un bias cognitivo, nei peggiori di vera e propria malafede. Un esempio lampante di questa malafede sono gli studi scientifici finanziati dalle multinazionali del tabacco o del gioco d’azzardo, volti a dimostrare tendenziosamente che la dipendenza è il prodotto di una predisposizione caratteriale o biologica dell’individuo (sollevando così da ogni responsabilità i committenti della ricerca).

Ma torniamo all’ossessione degli scienziati ottocenteschi per le teste dei criminali.
Ciò che è interessante ai nostri occhi è che spesso nelle preparazioni anatomiche non era nemmeno la struttura interna a essere preservata, quanto le fattezze del criminale.

Nella foto qui sotto si può vedere la pelle del volto di Martin Dumollard (1810-1862), che uccise più di 6 donne. Oggi è conservata al Musée Testut-Latarjet di Lione.
Fu conciata mentre si studiava il suo cranio alla ricerca di anomalie. Era il cranio, non la pelle, il fulcro delle ricerche. Perché quindi prendersi la briga di preparare anche il viso staccato dal teschio?

Dumollard non è certo l’unico esempio. Sempre al Testut-Latarjet si trova la pelle del volto di Jules-Joseph Seringer, colpevole di aver ucciso sua madre, il patrigno e la sorellastra. Il museo espone anche un calco in gesso, che restituisce in maniera certamente più realistica le fattezze del parricida, rispetto a questa orrenda maschera.

Ai fini degli studi fisiognomici e frenologici dell’epoca, il busto in gesso sarebbe stato un supporto di certo migliore che non un volto scuoiato. Perché allora non limitarsi al calco?

L’impressione è che conservare il volto o la testa di un criminale fosse, al di là dell’interesse scientifico, un modo per far sì che il ricordo della colpa non potesse mai svanire. Una condanna alla memoria perpetua, equivalente simbolico delle buone vecchie teste infilzate sulle lance, che anticamente si esibivano alle porte della città — come deterrente, certo, ma anche e soprattutto come spettacolo della pervasività dell’ordine, prova dell’ineluttabilità della punizione.

Testa di Diogo Alves, decapitato nel 1841.

Testa di Narcisse Porthault, ghigliottinato nel 1846. Ph. Jack Burman.

 

Testa di Henri Landru, ghigliottinato nel 1922.

 

Testa di Fritz Haarmann, decapitato nel 1925.

Questa sorta di damnatio memoriæ all’incontrario, con cui si intende immortalare il criminale invece che cancellarlo dal ricordo collettivo, si può ritrovare nelle incisioni, nella pratica delle maschere mortuarie e infine, in tempi più recenti, nelle fotografie scattate ai ghigliottinati.

Maschere mortuarie di condannati all’impiccagione (fonte).

Ghigliottinati: Juan Vidal (1910), Auguste DeGroote (1893), Joseph Vacher (1898), Canute Vromant (1909), Lénard, Oillic, Thépaut and Carbucci (1866), Jean-Baptiste Picard (1862), Abel Pollet (1909), Charles Swartewagher (1905), Louis Lefevre (1915), Edmond Claeys (1893), Albert Fournier (1920), Théophile Deroo (1909), Jean Van de Bogaert (1905),Auguste Pollet (1909).

Tutte queste teste spiccate dal boia, pur rifacendosi a un ideale di giustizia, celebrano in effetti il trionfo del potere.

Ma ce ne sono quattro che si impongono come sovversivo e ironico contrappasso. Quattro ennesime teste di criminali, usate però per beffare il regime carcerario.


Sono le effigi che, sistemate sui cuscini per ingannare le guardie, consentirono la celeberrima fuga da Alcatraz di Frank Morris assieme a John e Clarence Anglin (il quarto complice, Allen West, rimase indietro). Scolpite con sapone, dentifricio, carta igienica e polvere di cemento, e decorate con capelli raccolti dal barbiere della prigione, le finte teste sono – assieme alle foto segnaletiche – l’unico ricordo rimasto dei tre carcerati che riuscirono a evadere dal carcere di massima sicurezza.

Pur senza volerlo, Morris e soci avevano operato un vero e proprio détournement di una narrativa assodata da millenni: un’iconografia che mirava a trasformare la testa e il volto del condannato in mero simulacro, per disumanizzarlo.

Link, curiosità & meraviglie assortite – 7

Torna il mix di esotiche e bislacche trouvaille di Bizzarro Bazar, utili per intrattenere i vostri amici facendo quelli che hanno sempre storie strambe da raccontare. Mi raccomando, esibite un bel ghigno furbetto quando vi chiedono dove le andate a pescare.

  • Avevamo già detto dei conigli assassini a margine delle pagine dei libri medievali. Ora un divertente video (in inglese) svela il mistero dietro un altro grande classico dei manoscritti illustrati: i cavalieri che combattono contro le lumache. SPOILER: tutta colpa dei Longobardi.
  • Ayzad, essendo un esperto di sessualità alternative, ha sviluppato negli anni un certo aplomb nel discutere di pratiche erotiche estreme e assurde — nelle parole di Hunter Thompson, “quando le cose si fanno strane, gli strani diventano professionisti“. Eppure perfino uno scafato come lui è rimasto spiazzato dalla vicenda più weird e demenziale degli ultimi tempi: lo scandalo dei furry nazisti.
  • Nel 1973, Playboy chiese a Salvador Dalì di collaborare con il fotografo Pompeo Posar per un esclusivo servizio di nudo femminile. Il pittore ebbe carta bianca sul progetto, tanto da essere presente sul set per dirigere i lavori. Dalì manipolò poi gli scatti prodotti durante la sessione con la tecnica del collage. Il risultato è uno strano e gustosissimo distillato di surrealismo, uova, maschere, serpenti e discinte “conigliette”. Il Maestro, in una comunicazione alla rivista, si disse soddisfatto dell’esperienza: “Il significato del mio lavoro sta nella mia motivazione, che è tra le più pure — il denaro. Quello che ho fatto per Playboy è molto buono e la vostra paga è adeguata al compito.” (Grazie, Silvia!)

  • Continuando a parlare di fotografia, Robert Shults ha dedicato la serie di scatti The Washing Away of Wrongs al centro di studi sulla decomposizione umana più grande al mondo, il Forensic Anthropology Center presso la Texas State University. Le fotografie, in un bianco e nero altamente contrastato, in quanto scattate nello spettro al limite dell’infrarosso, sono davvero potenti e mostrano una qualità quasi onirica. Raccontano il lavoro difficile ma necessario degli studenti e dei ricercatori, impegnati a comprendere quali modificazioni subiscono i resti umani nelle più disparate condizioni: dati e informazioni sempre più precisi, che torneranno utili in ambito criminologico. Qualche foto in più in questo articolo, e qui il sito di Robert Shults.

  • Un’ultima segnalazione a tema fotografico. Lo svedese Erik Simander ha prodotto una serie di ritratti di suo nonno, da poco rimasto vedovo. La descrizione della solitudine di un uomo che ha appena perso la compagna di una vita viene affidata a piccoli  dettagli (il lavandino vuoto, ormai con un solo spazzolino da denti) che assumono però una carica definitiva e devastante; brevi tocchi poetici e laceranti, assieme delicati e dolorosi. D’altronde il lutto è un sentimento diverso per ognuno, e Simander dimostra un ammirevole pudore nell’osservare il limite, la soglia oltre la quale le emozioni si fanno troppo personali per poter essere condivise. Un lavoro eccelso, di un’umanità che incrina il cuore, e che ha inoltre il merito di affrontare un argomento (quello della perdita del partner nella terza età) ancora piuttosto tabù. Al cinema, il tema era già arrivato nel 2012 con lo spietato ed emotivamente impegnativo Amour di Michael Haneke.
  • Parlando di vedovi, ecco un ottimo articolo (in inglese) su un altro aspetto molto poco esplorato: l’improvviso sex-appeal di chi ha appena subito una perdita, e la confusione emotiva che ne può derivare.
  • Per ritornare ad argomenti più leggeri, ecco uno spettacolare puntaspilli trovato in un negozio di antiquariato (avvistamento e foto di Emma).

  • Per le vostre vacanze siete alla ricerca di un posticino appartato, da Mille e una notte? Eccovi accontentati.
  • Preferite rimanere a casa con popcorn e patatine per una maratona di B-movie? Ecco una delle migliori liste che si possano trovare sul web. Avete la mia parola.
  • L’inimitabile Lindsey Fitzharris di Chirurgeon’s Apprentice ha pubblicato un grazioso post che racconta come funzionava la rimozione chirurgica dei calcoli all’epoca in cui l’anestesia non esisteva. Da leggere dimenandosi piacevolmente sulla sedia.
  • Ad Amsterdam c’è stata la Death Expo, con tutte le ultime novità in campo funerario. Tra le migliori proposte: la bara in stile IKEA, da montarsi da soli, ma soprattutto la bara sul cui coperchio si possono giocare giochi di società. (via DeathSalon)
  • Com’è come non è, ogni tanto sul WWW ci sono dei ritorni di fiamma. E così da qualche giorno (almeno nella mia “bolla” internettiana) ha ricominciato a fare capolino il serial killer portoghese Diogo Alves — capolino in senso letterale perché, precisamente, stiamo parlando della sua testa, conservata sotto formalina alla Facoltà di Medicina di Lisbona. Ma a strapparmi una risata è stata in particolare una delle “immagini correlate” suggerite dall’algoritmo di Google:

Diogo’s head…

…Radiohead.

  • Un ottimo articolo di Massimo Polidoro sulla vicenda dei mangiatori di uomini dello Tsavo. (Grazie, Bruno!)
  • E infine arriviamo alla notizia più succulenta: la mia città natale, Vicenza, mi riserva ancora qualche gradita sorpresa!
    Sulle colline poco distanti dalla città, nel comune di Arcugnano, è stato infatti scoperto un anfiteatro pre-romano rimasto sepolto per millenni… pensate che poteva contenere fino a 4300 spettatori e 300 attori, musicisti e ballerini… e pensate che c’è ancora il palco, sommerso sotto le acque del lago… e c’è anche una grotta capace di agire da megafono per gli attori, amplificando i suoni da 8 Hz a 432 Hz… e lì di fianco c’è anche il tempio di Giano… dove tra l’altro è nata la vera Giulietta, che poi si sarebbe innamorata di Romeo… e ci sono perfino numerose tracce di antiche divinità canine… e del passaggio di Giulio Cesare e di Cleopatra… e… e…
    E, perdonate l’insinuazione, non sarà mica una bufala, vero?


No, non è una semplice bufala, si tratta di una straordinaria bufala. Una di quelle trovate che meriterebbero un ammirato e lento applauso, se non fossero truffe.
Lo spirito creativo dietro all’anfiteatro è il proprietario del terreno, tale Franco Malosso von Rosenfranz (un nome che è già tutto un programma). Invece di accontentarsi del tradizionale abuso edilizio all’italiana — qualche classica villetta “tirata su” di nascosto — egli avrebbe avuto l’idea di inventarsi un ritrovamento archeologico per infinocchiare i turisti. Così, approfittando di un permesso per costruire un collegamento tra due appezzamenti, in modo da motivare il viavai di ruspe e camion, Malosso von Rosenfranz avrebbe scavato il suo teatro “antico”, con il progetto di aprirlo al pubblico a 40€ a visita, e di organizzarci grandi eventi.
Assieme all’iniziale entusiasmo e popolarità sui social, sono arrivate purtroppo anche le grane legali. E le prove a carico di Malosso sono apparse da subito così schiaccianti che è finito immediatamente a processo per abuso edilizio, manufatti eseguiti senza autorizzazione e contraffazione di opere d’arte.
Questo meraviglioso esempio di inventiva italiana verrà dunque smantellato e abbattuto; per ora resiste ancora il sito internet dell’anfiteatro, che è una divertente accozzaglia di fantastoria, pensata per appoggiare e dare spessore all’opera concreta. Un centrifugato di riferimenti a figure locali, celebri personaggi di epoca romana, mitologia da supermercato e (manco a dirlo) gli onnipresenti Templari.


L’ultima ironia è che qualcuno ad Arcugnano ancora lo difende, perché “almeno ora abbiamo un teatro“. D’altronde, come ricorda la pagina Wikipedia sull’abusivismo edilizio, “la stessa percezione di illegalità del fenomeno […] è considerata talmente tenue che il reato commesso non comporta reazioni di riprovazione sociale per rilevanti quote della popolazione. Questo malcostume in Italia ha danneggiato e continua a danneggiare l’economia, il paesaggio e la cultura della legalità e del rispetto delle regole“.
Qui sta proprio la genialità della farsa messa in piedi da quella faccia tosta di Malosso von Fronsefranz (che potete vedere intervistato su questa pagina): sfruttare il clima di post-verità per creare un abuso che non svilisce il territorio, ma che ne accresce, seppur falsamente, il patrimonio.
Insomma, l’avrete capito. L’intera storia mi diverte, in un certo senso. Il mio segreto, chimerico desiderio è che si tratti di un’incredibile installazione artistica, senza precedenti. E che Malosso un giorno cali la maschera, e dichiari che era tutto un grande esperimento per puntare il dito su un’Italia che non ha a cuore il proprio paesaggio, lascia cadere a pezzi le sue meraviglie archeologiche autentiche, ma è pronta a sostenere a gran voce quelle farlocche. (Grazie, Silvietta!)

Medicina legale illustrata

Grazie al cinema e alla televisione, oggi tutti possono vantare una certa familiarità con le tecniche di medicina forense: sulla scena del crimine gli esperti si avvalgono di avanzate tecnologie, e le indagini coprono settori interdisciplinari quali la balistica, la chimica, la biologia, l’entomologia, la dattiloscopia, la tossicologia, e via dicendo.

La medicina forense nacque verso la metà dell’800 fra Austria e Germania, quando alcuni medici compresero l’importanza degli studi criminologici e si impegnarono affinché la disciplina adottasse scrupolosamente il metodo scientifico. Eduard von Hoffmann, medico praghese, fu uno dei padri di questa moderna tendenza. Le sue opere fondamentali sono Lehrbuch für gerichtliche Medizin (“Manuale di Medicina Legale”, 1878) e Atlas der gerichtlichen Medizin (“Atlante di Medicina Legale”, 1898).

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Quest’ultimo volume, in particolare, è arricchito da 193 fotografie e 56 illustrazioni a colori, per venire incontro alla sempre più pressante richiesta di riferimenti e materiali visivi.
La cromolitografia, tecnica artistica nata a metà secolo, permetteva di rendere con particolare realismo il colorito, la texture e le ombreggiature dei soggetti ritratti, e questo risultava di fondamentale importanza per insegnare agli studenti e ai colleghi le recenti scoperte e i nuovi metodi di analisi.
Le splendide tavole contenute nel libro sono opera di un certo A. Schmitson: nella prefazione Hoffmann loda l’artista, del tutto “digiuno” del tema trattato, per l’abilità esecutiva e l’accuratezza della comprensione. (Per quanto profano, secondo le nostre ricerche Schmitson ha illustrato almeno altri due atlanti medici, in particolare di anatomia patologica e ginecologia).

Ecco dunque una selezione di alcune fra le migliori illustrazioni dell’Atlante.

Neonato. Soffocamento da porzione di membrana.

Neonato. Soffocamento da porzione di membrana.

 

Omicidio a causa di varie ferite inferte con strumenti differenti (ferro da stiro, coltello, calci, pressione del petto).

Omicidio a causa di varie ferite inferte con strumenti differenti (ferro da stiro, coltello, calci, pressione del petto).

 

Suicidio per sgozzamento.

Suicidio per sgozzamento.

 

Suicidio per accoltellamento.

Suicidio per accoltellamento multiplo.

 

Ferita circolare da pistola (il proiettile è stato deviato dalla calotta cranica, girando attorno al cervello).

Ferita circolare da pistola (il proiettile è stato deviato dalla calotta cranica, girando attorno al cervello).

 

Suicidio per impiccagione; sospensione del corpo per diversi giorni; distribuzione peculiare dell'ipostasi cadaverica.

Suicidio per impiccagione; sospensione del corpo per diversi giorni; distribuzione peculiare dell’ipostasi cadaverica.

 

Suicidio per impiccagione con doppia corda. Posizione asimmetrica del nodo.

Suicidio per impiccagione con doppia corda. Posizione asimmetrica del nodo.

 

Suicidio per impiccagione con vecchia corda arrotolata per cinque volte attorno al collo.

Suicidio per impiccagione con vecchia corda arrotolata per cinque volte attorno al collo.

 

Formazione di Fungo (alga) su un cadavere trovato in acqua. (Stadio iniziale, il neonato è rimasto per 14 giorni nell'acqua corrente).

Formazione di Fungo (alga) su un cadavere trovato in acqua. (Stadio iniziale, il neonato è rimasto per 14 giorni nell’acqua corrente).

 

Lo stesso bambino dell'immagine precedente, rimasto nell'acqua per quattro settimane.

Lo stesso bambino dell’immagine precedente, rimasto nell’acqua per quattro settimane.

 

Cauterizzazione delle labbra e della regione attorno alla bocca per ingestione di Lysol.

Cauterizzazione delle labbra e della regione attorno alla bocca per ingestione di Lysol.

 

Avvelenamento da fumi di carbone.

Avvelenamento da fumi di carbone.

 

Traumi da caduta al momento della morte.

Traumi da caduta al momento della morte.

 

Situazione anormale del livor mortis come risultato della posizione del corpo.

Situazione anormale del livor mortis come risultato della posizione del corpo.

 

Estremità inferiore di un neonato rimasto per diversi mesi nell'acqua corrente; formazione di adipocera.

Estremità inferiore di un neonato rimasto per diversi mesi nell’acqua corrente; formazione di adipocera.

 

Cadavere mummificato di suicida (scoperto 10 anni dopo la morte).

Cadavere mummificato di suicida (scoperto 10 anni dopo la morte).

L’Atlante di Eduard von Hoffmann è consultabile gratuitamente online nella sua traduzione inglese a questo indirizzo. L’analisi forense svolta dall’autore su questi, ed altri, casi è altrettanto interessante delle illustrazioni, e non soltanto dal punto di vista criminologico: vengono infatti svelati diversi dettagli, talvolta terribili e commoventi, delle vicende umane che hanno portato a queste morti violente.

Arte criminologica

Articolo a cura del nostro guestblogger Pee Gee Daniel

Accade spesso che per il raggiungimento di mete stupefacenti la via che vi ci conduce si presenti impervia.

Anche in questo caso, al termine di un percorso accidentato, tra gli inestricabili paesini del cuore della Lomellina, sfrecciando lungo sottili assi viari a prova di ammortizzatore, si giunge finalmente a un prodigioso sancta sanctorum per gli amanti del macabro, dell’insolito e del curioso, nascosto – come sempre si conviene a un vero tesoro – nell’ampio soppalco di una grande cascina bianca, dispersa tra le campagne.

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Là sopra vi attendono, beffardamente occhieggianti dalle loro teche collocate in un ordine rapsodico ma di indubbio impatto, teste sotto formalina galleggianti in barattoli di vetro, mani mozze, corpi mummificati, arti pietrificati, crani di gemelli dicefali, barattoli di larve di sarcophaga carnaria, cadaveri adagiati dentro bare in noce, un austero mezzobusto della Cianciulli (la celeberrima “Saponificatrice di Correggio”), pezzi rari come alcuni documenti olografi di Cesare Lombroso, parti anatomiche provenienti da vecchi gabinetti medici, armi del delitto, strumenti di tortura o per elettroshock in uso in un recente passato, memento di pellagrosi e briganti, tsantsa umane e di scimmia prodotte dalla tribù ecuadoriana dei Jivaros, bambolotti voodoo, cimeli risalenti a efferati fatti di cronaca nostrana.

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Creatore e gestore di questa casa-museo del crimine è il facondo Roberto Paparella. Sarà lui a introdurvi e accompagnarvi per le varie installazioni con la giusta dose di erudizione e intrattenimento: un po’ chaperon, un po’ cicerone e un po’ Virgilio dantesco.

Diplomato in arte e restauro (la parte inferiore dell’edificio è infatti occupata da mobilio in attesa di recupero) e criminologo, il Paparella ha saputo combinare questi due aspetti dando vita a una disciplina ibrida che ha voluto battezzare “arte criminologica”, cui è improntata l’intera mostra permanente che ho avuto il piacere di visitare in quel di Olevano. Poiché c’è innanzitutto da dire che non di mero collezionismo si tratta: molti dei pezzi che vi troviamo sono cioè manufatti e ricostruzioni iperrealistiche composti ad hoc dalla sapienza tecnica del nostro, cosicché i reperti storici e i “falsi d’autore” si mescolano e si confondono in maniera pressoché indistinguibile, giocando sul significato più ampio del termine “originale”.

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È forse utile spiegare che il museo è ospitato all’interno di una comunità terapeutica. Roberto Paparella infatti, oltre a essere un artista del lugubre, un restauratore, un ricercatore scrupoloso nel campo criminologico e un tabagista imbattibile, è anche stato il più giovane direttore di una comunità per tossicodipendenti in Italia (autore insieme al giurista Guido Pisapia, fratello dell’attuale sindaco di Milano, di un testo per operatori del settore), mentre oggi si occupa di ragazzi usciti dall’istituto penale minorile. Proprio questo, mi ha rivelato, è stato uno dei principali sproni alla sua vera passione: ripercorrere quotidianamente i vari iter giudiziari e la teoria giuridica di delitti e pene in compagnia dei suoi ragazzi ha fatto rinascere in lui questo interesse per delinquenti, vittime, atti omicidiari e “souvenir” a essi connessi.

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Una vocazione riaffiorata dal passato, visto che il primo a instillare in lui questo gusto grandguignolesco fu in effetti il padre che, dopo aver visitato il museo delle cere di Milano, aveva deciso di farsene uno in proprio, nello scantinato di casa sua, che aveva poi chiamato La taverna rossa e nel quale amava condurre famigliari e amici nel tentativo di impressionarli con le ricostruzioni di famosi assassini, seppure di produzione casalinga e un po’ naif.
La tradizione familiare peraltro prosegue, visto che i due figli di Paparella, cresciuti tra cadaveri dissezionati più o meno posticci, tengono a fornire spontaneamente i propri pareri in merito alla attendibilità di questa o quella riproduzione artigianale di cui il padre è autore.

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Per quanto riguarda la “falsificazione” anatomica di salme o parti di esse, è una cura certosina quella che viene impiegata, avvalendosi di uno studio filologico, di un’attenta scelta dei materiali, di una efficace disposizione scenografica dei corpi stessi e delle luci che ne esalteranno le forme. Come nel caso di Elisa Claps, i cui resti Paparella ha rielaborato ricoprendo uno scheletro in resina con uno speciale ritrovato indiano noto come cartapelle, capace di ricreare l’effetto di un tegumento incartapecorito dalla lunga esposizione agli elementi atmosferici, e infine decorato con altri componenti di provenienza umana (l’apparato dentario è fornito da alcuni studi odontoiatrici, mentre i capelli vengono recuperati da vecchie parrucche di capelli veri, scovate nei mercatini).
Paparella afferma che nel suo operato si cela anche una motivazione morale: la volontà di ridare una consistenza tridimensionale alle vittime come ai carnefici, nella speranza di muovere dentro allo spettatore quelli che potremmo individuare come i due momenti aristotelici della pietà e del terrore.

Continuando la visita, incontriamo il corpo del cosiddetto Vampiro della Bergamasca, già esaminato a suo tempo dal Lombroso, alle cui misurazioni antropometriche lo scultore si è attenuto fedelmente: per la cronaca, Vincenzo Verzeni era un serial killer o, secondo la terminologia clinica del tempo, un «monomaniaco omicida necrofilomane, antropofago, affetto da vampirismo», che provava una frenesia erotica nello strappare coi denti larghi brani di carne alle proprie vittime.

Accanto, ecco lo scheletro di un morto di mafia, con sasso in bocca e mani amputate, che emerge faticosamente dalla terra mentre, sull’altro lato, in una posizione rattrappita, una mummia azteca lancia al visitatore una versione parodistica dell’Urlo di Munch. Alle sue spalle, addossata all’estesa parete, un’intera schiera di calchi delle teste di alienati e criminali ci osserva in maniera inquietante, a breve distanza dai calchi dei genitali di stupratori e di pazienti affette dal terribile tribadismo.

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Si prosegue lungo una parete tappezzata di scatti ANSA di celebri processi del secondo dopoguerra, finché – in un accostamento emblematico dello stile di questo stravagante museo – poggiato su una lapide di candido marmo, ci si imbatte in un set anti-vampiri completo, con tanto di teschio, altarino portatile, barattolo contenente terra consacrata, chiodone in ferro in luogo dell’abusato paletto di frassino, argilla, paramenti ecclesiastici vari, pipistrelli essiccati, breviario e crocefisso a portar via, il tutto serbato in uno scrigno ligneo di pregevole fattura.

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Ritornati all’entrata, al momento del commiato, troverete a salutarvi il manichino animato di Antonio Boggia, pluriomicida della Milano ottocentesca. A qualche passo dall’automa, l’occhio cade su una pesante mannaia in ferro, usata dallo stesso Boggia per le sue esecuzioni. Vera o falsa? Non sta a noi rivelarvelo. Se vi va, andando alla mostra (che vi si offrirà ben più particolareggiata di questo mio stringato resoconto) portatevi in tasca il giusto quantitativo di carbonio 14, oppure, più semplicemente, godetevi lo spettacolo senza porvi troppe domande.

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Museo di Arte Criminologica
, via Cascina Bianca 1, 27020 Olevano di Lomellina (PV)
È necessario prenotare: tel. 3333639136 tel./fax 038451311 email: [email protected]

Speciale: Mariano Tomatis

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Ama l’appellativo di wonder injector, istillatore di meraviglia o “tecnico dello stupore”. Quello che comincia come un rapido giro sul suo sito o sul suo blog si trasforma inevitabilmente in un viaggio di diverse ore, in preda ad una vertigine crescente. È difficile raccontare o definire Mariano Tomatis, ed è bello che lo sia.

Mariano si occupa di illusionismo, magia, matematica, criminologia e tecnologia. Ma, qualsiasi campo stia affrontando, lo fa inevitabilmente da un punto di vista inaspettato. Il suo lavoro è tutto proteso a un nuovo modo di relazionarsi con la meraviglia, a farla irrompere nel nostro quotidiano superando i modi triti e ritriti di quei misteri che in queste pagine abbiamo spesso definito “da supermarket”, preconfezionati, tipici di tanti libri o trasmissioni televisive.

Mariano Tomatis è il tipo di persona che, leggendo uno strano trattato esoterico seicentesco contenente alcune tavole crittografate secondo un sistema complicatissimo, si domanda: che tipo di computer avranno usato per codificarlo, all’epoca? E lo costruisce.

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È anche il tipo di persona che, vedendo l’ennesimo numero di magia in cui una bella ragazza viene tagliata a metà, sa scorgerne le implicazioni sessiste e non esita a raccontarci come un numero simile sia nato sorprendentemente proprio da problematiche politiche legati agli albori dei diritti della donna (in questo breve documentario).

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O, ancora, esaminando uno dei quadri più celebri della storia dell’arte ci racconta le infinite risme di ipotesi, sempre più fantascientifiche, che il dipinto ha originato… per poi gelarci con un’interpretazione molto più semplice e illuminante.

La performance che ha scritto assieme a Ferdinando Buscema ha aperto Ingenuity, una sontuosa celebrazione dell’intelligenza, della curiosità e della meraviglia che ha coinvolto scienziati, artisti, scrittori, designer, musicisti e maghi provenienti da tutto il mondo, organizzata da BoingBoing, uno dei siti di informazione geek e cyberpunk più letti al mondo. Potete vedere la performance qui.

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Oltre ad aver scritto libri sul mentalismo, sui numeri e sull’illusionismo, Mariano ci regala continuamente nuovi stimoli, riportando storie curiose e poco note che affronta con scrupolo, determinato com’è a “illuminare le meraviglie sul confine tra Scienza e Mistero”.

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In esclusiva per Bizzarro Bazar, ecco la nostra intervista a Mariano Tomatis.

Qual è la tua formazione?

Ho una laurea in Informatica e mi occupo di illusionismo da quindici anni.

Come hai incominciato ad appassionarti di illusionismo, misteri e scienza?

Recentemente ho ritrovato un tema scritto quando facevo le elementari, in cui mi ripromettevo – quando fossi stato “grande” – di fare luce sui principali misteri: dal mostro di Lochness al triangolo delle Bermude, fino alla perduta città di Atlantide. Ho incontrato l’illusionismo ammirando il mago Silvan e formandomi sulle sue scatole magiche. Vivendo a Torino, ho avuto la fortuna di scoprire e frequentare il Circolo Amici della Magia, dove l’arte magica è particolarmente valorizzata. Da qualche anno, insieme a Ferdinando Buscema, stiamo definendo il concetto di “magic experience design” – un approccio all’illusionismo che trascende il contesto teatrale e interviene sulla realtà, facendo succedere eventi magici nel quotidiano.

Il tuo approccio ai cosiddetti “misteri” (quello di Rennes-le-Château viene in mente per primo) è del tutto originale – ironico, scettico, e allo stesso tempo entusiasta: come concili queste tendenze? Si può dire che tu stia sfruttando il fascino di questi enigmi per parlarci in realtà di qualcos’altro?

Conciliare una consapevolezza razionale e un’immersione ingenua nei misteri potrebbe sembrare il tentativo di avere la botte piena e la moglie ubriaca, eppure si tratta di un equilibrio su cui molti autori hanno scritto pagine brillanti. Michael Saler lo chiama “incanto disincantato”. Joshua Landy parla di “sistemi di credenze consapevoli della propria illusorietà”. Orhan Pamuk confessa di scrivere romanzi la cui funzione principale è quella di coltivare tale capacità nel lettore. Il padre della prestigiazione moderna, Robert-Houdin, costruiva i suoi spettacoli in modo da premiare un atteggiamento di distaccata credulità. Con Sherlock Holmes, Conan Doyle ha creato un personaggio talmente verosimile che oggi i suoi fan continuano a visitare la sua casa in Baker Street a Londra, del tutto consapevoli di partecipare a un gioco. Coltivare nel lettore moderno questo atteggiamento è una scelta estetica a cui aderisco pienamente.
Nel dichiarare i suoi intenti, il Cicap afferma di usare il fascino dei misteri per spiegare la Scienza. Nel mio caso, spiegare la Scienza è solo un effetto collaterale: il mio intento è quello di contribuire al re-incantamento del mondo, e credo che il miglior modo di farlo sia l’educazione all’incanto disincantato.

In diversi tuoi lavori si avverte una particolare vertigine, che è quella di non poter esattamente sapere a che punto finiscono i fatti, e quando incomincia il “trucco”. Anche qui ho la sensazione che mischiare realtà e finzione sia, certamente, un gioco divertente; ma al tempo stesso, vista la sistematicità con cui lo utilizzi, che vi sia dietro un progetto più preciso.

Credo di averti risposto sopra. Per citare un altro dei miei autori più amati, Lovecraft mescolò in modi raffinati realtà e finzione, producendo potenti sensazioni di straniamento attraverso i suoi racconti. Nel suo Weird Realism: Lovecraft and Philosophy Graham Harman ne esplora le tecniche narrative con una notevole ampiezza di analisi. Leggendo Harman, oggi mi chiedo come Lovecraft avrebbe sfruttato Twitter, Facebook e YouTube per produrre le stesse sensazioni disturbanti. Accostare personaggi di epoche lontane alle moderne tecnologie offre straordinari spunti creativi. Se c’è un progetto dietro la sistematicità con cui lavoro su questi confini, esso riguarda la possibilità di portare alla luce modi per meravigliare sempre nuovi, più profondi e al passo coi tempi. E magari di ispirare un Lovecraft 2.0!

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Il mentalismo è intrigante soprattutto in quanto smaschera le trappole del nostro pensiero. Si può dire che vi sia un utilizzo “sano” del mistero e della meraviglia, e un altro invece “pericoloso”?

Michael Saler identifica nell’ironia l’elemento che è alla base della meraviglia “sana”. Inganno (e autoinganno) diventano pericolosi dove non c’è consapevolezza ironica, ma aperta volontà di approfittare di un altro individuo. Dovremmo sempre tenere in mente le parole di Joseph Pulitzer: «Non esiste delitto, inganno, trucco, imbroglio e vizio che non vivano della loro segretezza. Portate alla luce del giorno questi segreti, descriveteli, rendeteli ridicoli agli occhi di tutti e prima o poi la pubblica opinione li getterà via. La sola divulgazione di per sé non è forse sufficiente, ma è l’unico mezzo senza il quale falliscono tutti gli altri».

Hai parlato di educazione alla complessità: come sta cambiando, o come deve secondo te cambiare, la magia nell’era tecnologica, non soltanto a livello di nuovi strumenti ma anche di portata etica?

La mentalità postmoderna deve contaminare l’illusionismo molto più di quanto abbia fatto finora. È ora che i prestigiatori si interroghino seriamente sul ruolo che possono avere le loro storie nel mondo contemporaneo. Terence McKenna diceva che «il vero segreto della magia è che il mondo è fatto di parole, e che se tu conosci le parole di cui il mondo è fatto puoi farne quello che vuoi». Anche se sembra una considerazione esoterica, è un’immagine precisa del potere che hanno le storie nel plasmare la realtà. Concordo con Wu Ming 4 quando scrive che “le narrazioni ci appartengono almeno quanto noi apparteniamo a esse. Noi interagiamo con le narrazioni allo stesso modo in cui interagiamo con il mondo che ci circonda, consapevoli che per cambiarlo abbiamo innanzi tutto bisogno di raccontarlo diversamente”. Credo che l’illusionismo, come la letteratura militante, possa avere una dimensione marziale – e che tale forza sia ampiamente da esplorare. Il mio documentario Donne a metà (2013) va in quella direzione. Penn&Teller sono la coppia di illusionisti più all’avanguardia su questo versante.

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Da specialista dell’incanto per il tuo pubblico, c’è qualcosa oggi che riesce ad incantare te?

Continuamente. Aderisco totalmente alla metafora che David Pescovitz usò per rispondere alla domanda della rivista Edge “Che cosa ti rende ottimista?” L’editor del blog BoingBoing scrisse di essere ottimista perché il mondo è una gigantesca Wunderkammer, pronta a stupirci a ogni angolo.
Un blog come il tuo ha il grande valore di dimostrarlo quotidianamente.

Ecco il sito ufficiale di Mariano Tomatis.

Il Museo Criminologico di Roma

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Nella seconda metà dell’800, in Europa e in Italia, divenne sempre più evidente la necessità di una riforma carceraria; allo stesso tempo, e grazie agli intensi dibattiti sulla questione, crebbe l’interesse per lo studi delle cause della delinquenza, e dei possibili metodi per curarla. Mentre quindi la Polizia Scientifica muoveva i primi passi, il grande criminologo Cesare Lombroso studiava le possibili correlazioni fra la morfologia fisica e l’attitudine al delitto, e grazie a lui prendeva vita il primo, grande museo di antropologia criminale a Torino.

A Roma, invece, si dovette aspettare fino al 1931 perché potesse aprire al pubblico il “Museo Criminale”, che ospitava la collezione di reperti utilizzati precedentemente per gli studi della scuola di Polizia scientifica. Il Museo ebbe poi fasi e fortune alterne, tanto da venire chiuso nel 1968, e riaperto solo nel 1975 con la nuova denominazione “MUCRI – Museo criminologico”. La nuova sede, all’interno delle carceri del palazzo del Gonfalone, è quella in cui il Museo si trova ancora oggi. Dalla fine degli anni ’70 il museo è stato nuovamente chiuso per quasi vent’anni, per riaprire al pubblico nel 1994.

Il Museo oggi conta centinaia di reperti, divisi in tre grandi sezioni: la Giustizia dal Medioevo al XIX secolo, l’Ottocento e l’evoluzione del sistema penitenziario, il Novecento e i protagonisti del crimine.

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La prima sezione, che ripercorre i metodi di punizione e di tortura in uso dal Medioevo fino al XIX secolo, è ovviamente la più impressionante. Dalle asce per decapitazione cinquecentesche, alle gogne, ai banchi di fustigazione, alle mordacchie, agli strumenti di tortura dell’Inquisizione, tutto ci parla di un’epoca in cui la crudeltà delle pene eguagliava, se non addirittura superava, quella del crimine stesso. Fra gli oggetti esposti segnaliamo la tonaca del celebre boia pontificio Mastro Titta, la spada che decapitò Beatrice Cenci, una forca e tre ghigliottine (fra cui quella in uso a Piazza del Popolo fino al 1869).

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Nella seconda sezione, dedicata all’Ottocento, troviamo traccia della nascita dell’antropologia criminale, e dell’evoluzione del sistema carcerario. Possiamo vedere il calco del cranio del brigante Giuseppe Villella (su cui Lombroso scoprì nel 1872 la “prova” della delinquenza atavica: la “fossetta occipitale mediana”); lo spazio dedicato agli attentati politici espone, tra l’altro, il cranio, il cervello e gli scritti dell’anarchico lucano Giovanni Passannante, che attentò alla vita del re Umberto I a Napoli, nel 1878. Ugualmente impressionanti il letto di contenzione e le camicie di forza che testimoniano la nascita dei manicomi criminali.

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Ma forse la parte più sorprendente è quella delle cosiddette “malizie carcerarie”, ovvero i sotterfugi con cui i detenuti comunicavano tra di loro, occultavano armi o inventavano sistemi per evadere o compiere atti di autolesionismo. Un’estrema inventiva che si tinge di toni tristi e spesso macabri.

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L’ultima sezione, quella dedicata ai grandi episodi di cronaca nera del Novecento, è una vera e propria wunderkammer del crimine, dove decine e decine di oggetti e reperti sono esposti in un percorso eterogeneo che spazia dagli anni ’30 agli anni ’90. Una stanza ospita armi e indizi trovati sulla scena dei delitti italiani fra i più celebri, come ad esempio quelli perpetrati da Leonarda Cianciulli, la “saponificatrice di Correggio”; tra gli altri, sono esibiti gli oggetti personali di Antonietta Longo, la “decapitata di Castelgandolfo”, le armi della banda Casaroli, la pistola con cui la contessa Bellentani uccise il suo amante durante una sfarzosa serata di gala. Vi si trovano anche materiali pornografici sequestrati (quando erano ancora illegali), ed esempi di merce di contrabbando, inclusi numerosi quadri ed opere d’arte.

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Altre vetrine interessanti ripercorrono le testimonianze relative alla criminalità organizzata, al banditismo (con oggetti appartenuti a Salvatore Giuliano), al terrorismo, e a tutte le declinazioni possibili del crimine (furti, falsi, giochi d’azzardo, ecc.). Nella sezione dedicata allo spionaggio si può ammirare uno splendido e curioso baule dentro il quale fu rinvenuto, dopo un rocambolesco inseguimento, un piccolo ometto seduto su un seggiolino, legato con le cinghie e avvolto da coperte e cuscini. Si trattava di una spia che cercava di imbarcarsi clandestinamente all’aeroporto di Fiumicino.

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Il Museo Criminologico si trova in Via del Gonfalone 29 (una laterale di Via Giulia), ed è aperto dal martedì al sabato dalle ore 9 alle 13; martedì e giovedì dalle 14.30 alle 18.30. Ecco il sito ufficiale del MUCRI.