Le lanterne dei morti

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In alcuni cimiteri medievali della Francia centro-occidentale si ergono delle strane costruzioni in muratura, di altezza variabile, simili a piccole torri. Il loro interno, cavo e spoglio, era sufficientemente largo perché un uomo potesse arrampicarsi fino alla cima della struttura e accendere, al tramonto, una lanterna.
Ma a cosa servivano questi bizzarri fari? Che bisogno c’era di segnalare ai viandanti, nella notte, la presenza di un camposanto?

Le “lanterne dei morti”, costruite fra il XII e il XIII secolo, sono uno degli enigmi storici che rimangono tutt’oggi senza una spiegazione certa.

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Parte del problema deriva dal fatto che nella letteratura medievale non viene mai fatto cenno alle lampade: l’unica fonte coeva è un passo del De miraculis di Pietro il Venerabile (1092-1156). In uno dei suoi resoconti di eventi miracolosi, il celebre abate di Cluny menziona la lanterna di Charlieu, che aveva certamente visto nei suoi viaggi in Aquitania:

C’è, al centro del cimitero, una struttura in pietra, al culmine della quale si trova un posto che può ospitare una lampada, la cui luce rischiara tutte le notti questo sacro luogo, in segno di rispetto per i fedeli che vi riposano. Ci sono anche alcuni scalini per i quali si accede a una piattaforma il cui spazio è sufficiente per due o tre uomini seduti o in piedi.

Questa scarna descrizione è l’unica risalente al XII secolo, cioè l’esatto periodo in cui la maggior parte di queste lanterne dovrebbe essere stata edificata. Di per sé questo brano racconta ben poco, quindi, almeno a prima vista: ma torneremo più tardi sul passo e sulle sorprese che potrebbe nascondere.
Dato il silenzio letterario che circonda gli edifici, come c’era da aspettarsi è sorto negli anni un florilegio di improbabili congetture, che più che spiegare alcunché moltiplicano i presunti “misteri” — dagli studi sulla disposizione geografica delle torri, che rivelerebbe esoteriche geometrie nascoste, alla decifrazione delle correlazioni numerologiche, ad esempio fra le 11 colonne del fusto della lanterna di Fenioux e le 13 colonnette del fanale… e via dicendo. (Per inciso, queste speculazioni a briglia sciolta ricordano la classica escalation brillantemente esemplificata da Mariano Tomatis nel suo mini-documentario L’ombra di Poussin).

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Invece il dibattito “serio” fra gli storici, nato nella seconda metà dell’Ottocento, vede affermarsi inizialmente due teorie, entrambe fragili a un’analisi più moderna: da una parte l’idea che queste torri abbiano derivazioni celtiche (proposta da Viollet-Le-Duc che le associava ai menhir), e dall’altra l’ipotesi che siano nate da un’influenza orientale. Che il ricordo dei minareti visti durante le crociate, o della torcia che si racconta bruciasse sulla tomba del Saladino, abbiano veramente a che fare con le lampade dei morti è una tesi ormai scartata dagli storici.

Senza ricorrere a letture esotiche o esoteriche, è possibile dunque azzardare un’interpretazione del significato e dello scopo delle lanterne partendo dalla cultura medievale di cui sono espressione?
A questo fine, la storica Cécile Treffort ha analizzato la polisemia della luce nella tradizione cristiana, e le sue correlazioni con i ceri della Candelora, o Pasquali, e con la lanterna (Les lanternes des morts: une lumière protectrice?, Cahiers de recherches médiévales, n.8, 2001).

Fin dai primi versi della Genesi, la lux divina si contrappone alle tenebre, ed è simbolo della sapienza che porta a Dio: i fedeli devono mantenersi lontano dall’oscurità e seguire la luce del Signore che, non a caso, li attende anche dopo la morte in un aldilà splendente e pervaso da una lux perpetua, Regno dei Cieli in cui le profezie dicono che il sole non tramonterà mai più. Anche Cristo, peraltro, afferma “Io sono la luce del mondo; chi mi segue non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8,12).
L’assenza della luce, di contro, sancisce il dominio dei demoni, delle tentazioni, degli spiriti malvagi — è il regno di chi un tempo portava la fiamma, ma è stato destituito (Lucifero).

In epoca medievale erano diffuse storie di apparizioni demoniache e di pericolosi revenant ambientate all’interno dei cimiteri, e probabilmente accendere una lanterna aveva innanzitutto la funzione di proteggere questo luogo dalle grinfie degli esseri inferi.

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D’altro canto, però, la simbologia della lanterna non si risolve nella sua funzione apotropaica, ma rimanda anche alla parabola delle dieci vergini contenuta nel Vangelo di Matteo: qui il tenere la fiamma accesa in attesa dello Sposo è una metafora dell’essere vigili e pronti all’arrivo del Redentore. Al Suo ritorno, si vedrà chi ha mantenuto la propria lampada accesa — e l’anima pura —, e chi ha stoltamente lasciato che si spegnesse.

La stessa regola benedettina prevedeva che nei dormitori dei conventi vi fosse sempre una candela che bruciava, perché i “figli della luce” dovevano rimanere al riparo dalle tenebre anche sul piano corporale.
Se ricordiamo dunque che la parola cimitero etimologicamente significa “dormitorio”, accendervi una lanterna poteva assolvere diversi scopi assieme. Serviva a portare la luce nel luogo intermediario per eccellenza, posto fra la chiesa e la terra profana, fra la liturgia e le tentazioni, fra la vita e la morte, confine permeabile in cui le anime potevano ancora ritornare o perdersi in preda ai demoni; serviva a proteggere corporalmente e spiritualmente i defunti; e ancora a segnalare simbolicamente l’attesa escatologica, la vigilanza nella fede.

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Rimane un ultimo interrogativo, la cui risposta può essere piuttosto sorprendente.
Il senso teologico delle lanterne dei morti, come abbiamo visto, è ricco e sfaccettato. Perché allora Pietro il Venerabile vi fa un accenno così veloce e all’apparenza quasi disinteressato?

Questa domanda apre uno spiraglio su un aspetto poco conosciuto della storia ecclesiastica: il cimitero come campo di battaglia politico.
Dal X secolo in poi la Chiesa comincia ad “appropriarsi” sempre più gelosamente dei luoghi di sepoltura, rivendicandone la gestione. Questo movimento (che anticipa e prepara l’introduzione del Purgatorio, di cui ho scritto nel mio De Profundis) ha come effetto quello di rendere l’autorità ecclesiastica arbitro indiscusso della memoria — decidendo chi aveva o non aveva il diritto di essere sepolto sotto l’egida della Santa Chiesa. La scomunica, già arma temibile per gli eretici in vita, acquisisce così il potere di maledirli anche dopo la morte. E non dimentichiamo che il cimitero, oltre a questo controllo politico, ne offre anche uno giuridico, essendo in quel periodo terra di asilo e rifugio inviolabile.

Pietro il Venerabile si trovava nel bel mezzo di uno scisma, quello dell’antipapa Anacleto, e i suoi viaggi in Aquitania avevano lo scopo di cercare di risolvere i difficili rapporti con i monasteri benedettini insorti. Le lanterne dei morti si trovavano proprio in questa regione della Francia, e vedendoli Pietro deve essere rimasto affascinato dal loro spessore simbolico. Ponevano però un problema: potevano essere viste come un’alternativa alla consacrazione del camposanto, che l’abbazia di Cluny stava promuovendo proprio in quegli anni per creare uno spazio inviolabile sotto l’esclusivo governo ecclesiastico.
Così, nel suo racconto, ecco che egli decide di piazzare la torre funebre a Charlieu — priorato fedele alla sua abbazia — senza suggerire minimamente che la paternità dell’invenzione provenisse in realtà dalla rivale Aquitania.

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Questa battaglia di copyright ante litteram ci ricorda che il cimitero, ben lungi dall’essere un semplice luogo in cui si seppellivano i defunti, era un territorio liminale politicamente strategico. Perché detenere il dominio simbolico sulla morte e sull’aldilà si è spesso storicamente rivelato più importante di qualsiasi potere temporale.

Nonostante queste schermaglie siano ormai tornate alla polvere, ancora oggi molte torri si innalzano nei cimiteri francesi. Ritte fra le tombe e le spoglie orizzontali che attendono il risveglio, prive di lanterne ormai da secoli, rimangono testimoni muti di un tempo in cui la fiamma di una lampada offriva protezione e speranza sia ai vivi che ai morti.

(Grazie, Marco!)

I misteri della cappella Sansevero – I

Se non siete mai caduti vittime della sindrome di Stendhal, significa che non avete visitato la cappella Sansevero a Napoli.
Difficile descrivere l’esperienza. Entrando in questo spazio ristretto e stracolmo di opere d’arte si ha la sensazione di essere quasi assaliti dalla bellezza, una bellezza cui non si può sfuggire, che riempie ogni dettaglio del campo visivo. La differenza cruciale, rispetto a un qualsiasi altro affastellamento barocco di arte, è che alcune delle opere visibili all’interno della cappella non si limitano a regalare un piacere estetico, ma fanno leva su un secondo e più intenso livello di emozione: la meraviglia.
Si tratta, cioè, di sculture che a prima vista sembrano “impossibili”, troppo elaborate e realistiche per essere figlie d’un semplice scalpello, in cui la grazia delle forme si sposa con un’abilità tecnica difficile anche solo da concepire.

Il Disinganno, ad esempio, è un complesso statuario sbalorditivo: si potrebbe rimanere per ore ad ammirare la fitta rete che la figura maschile tiene fra le mani, e domandarsi come il Queirolo sia riuscito a ricavarla integralmente da un unico blocco di marmo.

La Pudicizia di Corradini, con il suo drappeggio che vela il personaggio femminile quasi fosse trasparente, è un altro “mistero” della tecnica scultorea, in cui la pietra sembra essere privata del suo peso, resa fluttuante ed eterea. Immaginate come l’artista partì da un blocco di marmo squadrato, come con l’occhio della mente riconobbe al suo interno questa figura, come rimosse pazientemente tutto ciò che non le apparteneva, liberandola a poco a poco dalla pietra, levigando, correggendo, scolpendo ogni piega del velo.

Ma l’opera d’arte che maggiormente attira l’attenzione è la più famosa fra le tante ospitate nella cappella, ovvero il Cristo velato.
La scultura ha affascinato i visitatori per due secoli e mezzo, impressionando artisti e scrittori (da Sade a Canova), ed è considerata fra i massimi capolavori scultorei al mondo. Realizzata nel 1753 da Giuseppe Sanmartino su commissione di Raimondo di Sangro, essa raffigura Cristo deposto dopo la crocifissione, ricoperto da un velo che ne lascia trasparire le forme. Il velo è reso con una raffinatezza tale da ingannare l’occhio, e l’effetto dal vivo è davvero stupefacente: si ha quasi l’impressione che la “vera” scultura stia sotto, e che basti allungare una mano per sollevare il sudario.

È proprio a causa della straordinaria maestria di Sanmartino nello scolpire il velo che attorno al Cristo è nata una delle leggende più dure a morire – tanto che di quando in quando ci cascano anche riviste specializzate o siti per altri versi ineccepibili.
Stiamo parlando della leggenda secondo cui il principe Raimondo di Sangro, committente dell’opera, avrebbe in realtà realizzato personalmente il velo, apponendolo sulla scultura del Sanmartino e pietrificandolo poi con una tecnica alchemica di propria invenzione; non si spiegherebbe altrimenti la prodigiosa liquidità del drappeggio, e la “trasparenza” del tessuto.

La leggenda ha conosciuto un revival importante nell’era di internet grazie alla diffusione di articoli di questo tenore:

La notizia sta nella recente scoperta che il velo non è di marmo, come si era finora creduto, bensì di stoffa finissima, marmorizzata con un procedimento alchemico dal Principe stesso a tal punto da costituire insieme alla scultura sottostante un’unica opera. Nell’Archivio Notarile è stato rintracciato il contratto tra Raimondo di Sangro ed il Sammartino per la realizzazione della statua. In esso si legge che lo scultore si impegna ad eseguire “di tutta bontà e perfezione una statua raffigurante Nostro Signore Morto al naturale da porre nella chiesa gentilizia del Principe”. Raimondo di Sangro si obbliga, oltre a procurare il marmo, “ad apprestare una Sindone di tela tessuta, la quale dovrà essere depositata sopra la scultura; acciò, dipodichè, esso Principe l’haverà lavorata secondo sua propria creazione; e cioè una deposizione di strato minutioso di marmo composito in grana finissima sovrapposto al velo … dinotante come fosse scolpito di tutto con la statua”. Il Sammartino si impegna inoltre a “non svelare al compimento di essa (statua) la maniera escogitata dal Principe per la Sindone ricovrente la Statua”. Allo stupefacente contratto si aggiunge un ulteriore documento nel quale è riportata la ricetta per fabbricare il marmo a velo. Se i due documenti stabiliscono senza equivoci i limiti dell’abilità del Sammartino mettono altresì in rilievo il talento alchemico del Sansevero che pone la sua perizia operativa al servizio della sua dottrina ermetica, dal momento che si impegna nella realizzazione di una delle immagini misteriche per eccellenza del simbolismo cristiano, quella della Sindone, il lenzuolo in cui fu avvolto il corpo di Gesù deposto dalla croce.

(Tratto da Restaurars)

Scavando un po’ più a fondo, si viene a sapere che la “clamorosa” scoperta non è affatto recente ma risale addirittura agli anni ’80. È opera della studiosa napoletana Clara Miccinelli, che si interessò a Raimondo di Sangro dopo essere stata contattata dal suo spirito durante una seduta medianica.
La Miccinelli pubblicò un paio di libri, nel 1982 e 1984, sull’enigmatica figura del principe, massone e alchimista, che il folclore vuole a metà strada fra lo scienziato pazzo e il genio assoluto.
Il documento rinvenuto dalla Miccinelli è in realtà un falso. Così si pronuncia il Museo della cappella Sansevero al riguardo:

Il documento […], trascritto e pubblicato da Clara Miccinelli, è concordemente ritenuto dagli studiosi non autentico. In particolare, un’analisi molto accurata del documento è stata condotta dalla prof.ssa Rosanna Cioffi, che nella nota 107 di pag. 147 del suo libro “La Cappella Sansevero. Arte barocca e ideologia massonica” (sec. ed., Salerno 1994) elenca e argomenta ben nove motivazioni – francamente incontrovertibili – per cui il documento non può ritenersi autentico (dalla carta non filigranata, alla grafia differente da qualsiasi altro atto rogato dal notaio Liborio Scala, al fatto che il foglio in questione si presenta sciolto rispetto al volume contenente tutti gli atti rogati nel 1752, al “signum” del notaio che solo in questo documento è diverso da quello presente in tutti gli altri atti, etc.). […]
Documenti sicuramente autentici, e liberamente consultabili, sono invece quelli conservati presso l’Archivio Storico del Banco di Napoli, portati alla luce da Eduardo Nappi e pubblicati in diverse occasioni: dalla fede di credito del 16 dicembre del 1752, in cui Raimondo di Sangro definisce la realizzanda scultura come “statua di Nostro Signore morto coperta da un velo ancor di marmo”, al pagamento di 30 ducati (a saldo di 500 ducati) del 13 febbraio 1754, in cui il principe di Sansevero descrive inequivocabilmente il Cristo come “ricoperto da una sindone di velo trasparente dello stesso marmo”. Senza contare, inoltre, che sempre il principe in una delle famose lettere a Giraldi sul “lume eterno”, pubblicata per la prima volta nel maggio 1753 sulle “Novelle Letterarie” di Firenze, parla del Cristo velato in questo modo: “la statua di marmo al naturale di nostro Signor Gesù Cristo morto, involta in un velo trasparente pur dello stesso marmo, ma fatto con tal perizia, che arriva ad ingannare gli occhi de’ più accurati osservatori”. […]
Tutte le testimonianze documentarie, dunque, vanno in un’unica direzione: il Cristo velato è un’opera interamente in marmo. A tagliare la testa al toro – come si dice – è venuta infine un’analisi scientifica non invasiva condotta dalla società “Ars Mensurae”, che ha decretato non essere presente nell’opera alcun materiale diverso dal marmo. Il resoconto dell’analisi è stato riportato nel 2008 in: S. Ridolfi, “Analisi di materiale lapideo tramite sistema portatile di Fluorescenza X: il caso del ‘Cristo Velato’ nella Cappella Sansevero di Napoli”. […] Riteniamo che il fatto che il Cristo del Sanmartino sia interamente in marmo aggiunga – e non sottragga – fascino all’opera.

La Miccinelli, in seguito, ha trovato in casa sua uno scrigno contenente una serie incredibile di manoscritti gesuiti che rivoluzionerebbero totalmente l’intera storia delle civiltà precolombiane così come la conosciamo. Il “caso” ha diviso la comunità etnografica, rischiando perfino di incrinare i rapporti accademici con il Perù (vedi questo articolo), visto che molti specialisti italiani ritengono i documenti autentici, mentre per la gran parte degli studiosi anglosassoni o sudamericani restano dei falsi abilmente costruiti. L’aspro dibattito non scoraggia la professoressa napoletana, che sembra non riesca a frugare in un cassetto senza scoprirvi un inedito: nel 1991 è il turno di un autografo di Dumas che le ha permesso di decrittare le simbologie alchemiche del conte di Montecristo.

Nel prossimo articolo tratteremo di un’altra leggenda relativa alla cappella Sansevero, quella delle due “macchine anatomiche” conservate nella cavea.

Laboratorio di crocifissione

Vedo lì vicino delle croci, non di un solo tipo,
ma costruite da chi in un modo da chi in un altro:
alcuni li levarono in alto rivolti con la testa verso la terra,
ad altri infilano un palo per il retto,
alcuni allungano le braccia sul patibolo;
vedo i cavalletti, vedo le percosse
e vedo macchine specifiche per ogni membro:
ma vedo anche la morte.
(Seneca, Consolatio ad Marciam)

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La Pasqua è ormai alle porte, e come ogni anno il Venerdì Santo i fedeli rievocheranno la Passione di Gesù, crocifisso al legno del Golgota. Ma siamo davvero sicuri che la raffigurazione classica del Cristo sulla croce sia realistica? Dopotutto, anche nelle infinite variazioni della scena del supplizio che la storia dell’arte ci ha proposto per lunghi secoli, sembra esserci sempre qualche discrepanza: talvolta il Redentore viene mostrato con i chiodi infissi nelle mani e nei piedi, altre volte i chiodi trapassano i suoi polsi. La confusione viene da lontano, dalle prime, approssimative, traduzioni del Vangelo di Giovanni in cui si fraintendeva il termine greco “arto” con “mano“.

Ma qual era la prassi reale della crocifissione? E di cosa moriva esattamente il condannato?
Sia gli storici che gli scienziati hanno provato a rispondere a queste domande.

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Le fonti coeve ci fanno supporre che il termine “crocifissione” in latino e greco si riferisse in realtà a diversi metodi di esecuzione capitale, dall’impalamento fino alla messa alle corde su un semplice albero, e molto probabilmente le tecniche variavano a seconda del tempo e del luogo.
L’unica certezza è che si trattava della pena più umiliante, lunga e dolorosa prevista dal sistema giudiziario dell’epoca (perlomeno nel bacino del Mediterraneo). Cicerone stesso lo definisce “il supplizio più crudele e più tetro“: le pene del condannato, appeso nudo ed esposto al pubblico ludibrio, venivano prolungate il più possibile mediante bevande drogate (mirra e vino) o miscele d’acqua e aceto che avevano lo scopo di dissetare, tamponare le emorragie, far riprendere i sensi e via dicendo.
Soltanto in rari casi si ricorreva all’accelerazione della morte. Questo avveniva per motivi d’ordine pubblico, per interventi di amici e parenti del condannato, o per specifiche usanze locali: i due metodi più usati per porre fine alle sofferenze del crocifisso erano il colpo di lancia al cuore, che secondo la tradizione venne usato anche per Gesù, e il cosiddetto crucifragium, che consisteva nello spezzare le gambe con dei martelli o dei bastoni, privando così di ogni appoggio il condannato, che soffocava a causa dell’iperestensione della cassa toracica.

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Le croci usate dai Romani per le pene giudiziarie all’epoca di Gesù erano di tre tipi: la crux decussata, o croce di Sant’Andrea, era formata da due pali fissati a forma di X; la crux commissa, con i pali disposti a T; e infine c’era la crux immissa, quella più celebre, in cui la trave orizzontale (patibulum) veniva posta a due terzi dell’altezza di quella verticale (stipes). Quest’ultimo assetto permetteva di affiggere sul prolungamento sopra al capo del condannato il cosiddetto titulus, un cartello recante le generalità dell’accusato, la condanna e la sentenza.

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Altro dettaglio piuttosto certo è la presenza di un sostegno a metà dello stipes, chiamato in latino sedile, che offriva al condannato un punto d’appoggio, per sostenere il peso del corpo senza crollare a terra, impedendogli così di morire troppo in fretta. Da sedile deriverebbe l’espressione “sedere sulla croce”. Più controverso l’utilizzo del suppedaneum, il supporto su cui forse poggiavano ed erano inchiodati i piedi, spesso raffigurato nei dipinti della crocifissione ma di cui non si fa alcun accenno nei manoscritti antichi.

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Nonostante le informazioni pervenuteci sulla croce in sé siano piuttosto dettagliate, l’effettiva tecnica di fissaggio rimase dibattuta per molto tempo. L’unico scheletro mai ritrovato di un condannato alla crocifissione (scoperto nel 1968 nei dintorni di Gerusalemme) aveva le gambe fratturate, e un chiodo ancora piantato sull’esterno della caviglia, il che fa supporre che i piedi fossero stati fissati ai lati della croce. Ma questo non risolve i molti dubbi che per secoli attanagliarono teologi e fedeli.
Dove venivano piantati esattamente i chiodi? Nelle mani o nei polsi? I piedi erano inchiodati davanti o sui lati dello stipes? Le gambe si flettevano al ginocchio o rimanevano dritte?

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Può sembrare strano, ma anche in ambito scientifico la questione venne dibattuta a lungo, soprattutto verso la fine del XIX secolo. I ricercatori medici potevano contare su un approvvigionamento costante di cadaveri, e di braccia e gambe amputate, per vagliare le diverse ipotesi.

La teoria che vedeva i chiodi inseriti nel polso, esattamente fra carpo e radio, aveva il vantaggio che con una simile tecnica sarebbero probabilmente stati parzialmente recisi nervo mediano e flessore lungo del pollice, ma senza toccare le arterie e senza fratturare le ossa.
Dall’altra parte, l’idea che il Redentore fosse stato crocifisso per i polsi era considerata, se non proprio eretica, perlomeno azzardata da una parte degli scienziati cristiani: certo, significava smentire la maggioranza delle raffigurazioni classiche, ma in realtà c’era molto di più in ballo. Il vero problema teologico erano le stigmate.
Se Gesù fosse stato inchiodato ai polsi, come si spiegavano le ferite che invariabilmente apparivano sui palmi delle persone in odore di santità? Forse che proprio Nostro Signore (che inviava le stigmate come penitenza, ma anche come dimostrazione di beatitudine) non sapeva bene dove erano passati i chiodi? Accettare la teoria dei polsi significava ammettere che gli stigmatizzati erano stati più o meno inconsciamente influenzati da un’iconografia errata, e che quindi l’origine delle piaghe era tutt’altro che ultraterrena…

Per rintuzzare queste supposizioni ignominiose, intorno al 1900, Marie Louis Adolphe Donnadieu, professore alla facoltà cattolica di Scienze di Lione, decise di sperimentare una volta per tutte una vera crocifissione. Inchiodò un cadavere a un asse di legno, e addirittura per una sola mano.

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La crudele fotografia del morto appeso per il braccio, pubblicata nel suo Le Saint Suaire de Turin devant la Science (1904), secondo il professore dimostrava senza ombra di dubbio che le mani di Gesù sarebbero state in grado di sostenere il suo corpo sulla croce. Gli altri scienziati avrebbero dovuto rimangiarsi le loro teorie una volta per tutte; l’unico rimpianto di Donnadieu non era di ordine morale, ma relativo al fatto che “la luce nella foto non offriva le migliori condizioni estetiche“.

Peccato però che la sua drammatica dimostrazione non mise affatto a tacere gli oppositori, nemmeno fra le fila dei cattolici. Trent’anni più tardi il dottor Pierre Barbet, primo chirurgo all’Ospedale Saint Joseph di Parigi, nel suo testo La passion de Jésus Christ selon le chirurgien (1936), criticava l’esperimento di Donnadieu: “la foto mostra un corpo patetico, piccolo, ossuto ed emaciato. […] Il cadavere che io ho crocifisso, invece […] era assolutamente fresco e in carne“. Sì, perché anche Barbet si era messo ad inchiodare cadaveri, ma in maniera molto più seria e programmatica di Donnadieu.

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La meticolosa ricerca di Pierre Barbet lo pone senza dubbio fra i pionieri (pochi, a voler essere pignoli) degli studi medici sulla Crocifissione, in particolare riguardo anche alle ferite riportate sulla Sacra Sindone. Le ipotesi a cui arriva Barbet sono che l’uomo raffigurato nella Sindone sia stato inchiodato attraverso i polsi e non sui palmi; che la mancanza del pollice nell’impronta della Sindone sia dovuta alla recisione del nervo mediano al passare del chiodo; che l’uomo della Sindone morì di asfissia, una volta che le gambe e le braccia non furono più in grado di sostenerlo.

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Quest’ultima teoria, rimasta quella più accreditata per molti decenni, venne smentita dall’ultimo grande esperto di crocifissione, il famoso patologo e antropologo forense americano Frederick Zugibe. I suoi studi principali si svolsero fra la fine degli anni ’90 e l’inizio di questo secolo, e non avendo a disposizione salme da inchiodare nel suo garage (come potete certo immaginare, la moda di crocifiggere cadaveri per indagare simili questioni era decisamente tramontata) Zugibe portò avanti le ricerche grazie a un’équipe di volontari. Volontari che, detto per inciso, furono più facili da trovare del previsto, dato che i membri di una congregazione cristiana vicino a casa sua facevano la fila per interpretare il ruolo del Salvatore.
Zubige costruì una croce artigianale su cui legava le sue cavie, misurandone costantemente le funzioni corporee, la pressione, il battito, la respirazione, eccetera. La sua conclusione è che Gesù non sarebbe morto di asfissia, ma a causa di shock traumatico e ipovolemia.

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Per completare il quadro, altri studiosi hanno indicato diverse possibili cause di morte in una persona crocifissa: infarto, acidosi, aritmia, embolia polmonare, ma anche infezioni, disidratazione, ferite inferte da animali, o una combinazione di questi fattori. Quale che fosse la causa finale, era chiaro che c’era soltanto un modo di scendere dalla croce.

Riguardo i famigerati chiodi e il loro punto di entrata, Zugibe era convinto che la parte più alta del palmo fosse perfettamente in grado di sostenere il peso del corpo, senza causare fratture ossee. Dimostrò più volte il suo teorema, durante alcune dissezioni in laboratorio.

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Dopodiché, molti decenni più tardi, “un incredibile e inatteso evento di significato monumentale si è svolto nell’ufficio del coroner, che conferma l’esistenza di questo percorso [all’interno della mano]. Una giovane donna era stata brutalmente pugnalata su tutto il corpo. Trovai una ferita da difesa nella sua mano, poiché aveva alzato la mano nel tentativo di proteggere il volto dalla feroce aggressione. L’esame di questa ferita sulla mano rivelò che […] la lama era passata attraverso l’area “Z” e la punta era uscita sul retro del polso esattamente come si vede nella Sindone. Una radiografia dell’area mostrò l’assenza di qualsiasi frattura!“.

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Che un medico legale si ecciti fino a usare il punto esclamativo, di fronte a un’autopsia per omicidio, pensando alle correlazioni fra una pugnalata, la Sindone di Torino e la crocifissione di Gesù Cristo… be’, non deve stupire troppo. In fin dei conti sono in gioco duemila anni di immaginario religioso.

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La riedizione inglese del testo di Pierre Barbet è A Doctor at Calvary. Le conclusioni di Zubige sono riassunte nel suo saggio Pierre Barbet Revisited, consultabile online.

Gesù Cristo in Giappone

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Tutti conosciamo la storia ufficiale: Gesù di Nazaret visse 33 anni, morì crocifisso sul Calvario, giustiziato dai Romani sotto pressioni delle autorità ebraiche e, per chi è credente, risorse dalla tomba dopo tre giorni.
In seguito vennero gli immaginifici Baigent, Leigh e Lincoln che nel loro saggio Il santo Graal raccontavano di come Cristo fosse in realtà sfuggito alla condanna, fosse emigrato in Francia, avesse sposato Maria Maddalena e fondato la stirpe dei Merovingi (“la loro malafede è così evidente che il lettore vaccinato può divertirsi come se facesse un gioco di ruolo“, ebbe a dire al riguardo Umberto Eco). Se conoscete anche questa versione, ci sono buone possibilità che l’abbiate scoperta grazie al best-seller di Dan Brown, Il Codice Da Vinci, che pescava a piene mani dal controverso saggio fantastorico dei tre autori inglesi.

Ma la nostra variante preferita della storia del Messia è quella che lo vede sbarcare sulle coste giapponesi e ritirarsi con moglie e figli in uno sperduto villaggio montano, a coltivare aglio fino all’età di 118 anni.

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Il pittoresco paesino di Shingo (prefettura di Aomori), meno di 3.000 anime, è immerso nella natura, ed è conosciuto soltanto per tre specialità: lo yogurt, il delizioso aglio locale e la tomba di Gesù Cristo.

Il Nazareno, infatti, secondo la leggenda sarebbe arrivato in Giappone quando aveva 21 anni, per completare la sua formazione teologica (era evidentemente interessato allo studio delle religioni comparate); tornato a Gerusalemme, all’età di 33 anni… riuscì a far crocifiggere suo fratello al suo posto.
Per inciso, anche suo fratello Isukuri (traducibile in italiano all’incirca come “Esù Cri“) è sepolto a Shingo, o almeno il suo orecchio.
Confusi? Procediamo per ordine.

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La tomba di Gesù.

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La tomba di Esù.

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Il Festival di Cristo.

La tomba esiste, e attira ogni anno circa 10.000 visitatori. Vi si tiene perfino un Festival di Cristo – anche se, a onor del vero, si tratta di una cerimonia shintoista a “tema” cristiano. Vicino alla tomba di Gesù (e di suo fratello Esù) c’è un piccolo museo che chiarisce la vicenda. Nelle brochure turistiche si può leggere l’intera storia:

Quando aveva 21 anni, Gesù Cristo venne in Giappone e studiò teologia per 12 anni. Tornò in Giudea all’età di 33 anni per predicare, ma la gente di laggiù rifiutò i Suoi insegnamenti e Lo arrestò per crocifiggerlo.
Nonostante questo, fu Suo fratello minore Isukuri (イスキリ) che casualmente prese il Suo posto e finì la sua vita in croce. Gesù Cristo, essendo sfuggito alla crocifissione, ricominciò i Suoi viaggi e finalmente tornò in Giappone, e si stabilì in questo villaggio, Herai, dove visse fino all’età di 106 anni (Nota: altre versioni fanno menzione dell’età di 118 anni e del nome di sua moglie, Miyu).
In questo sacro luogo, la tomba sulla destra è dedicata a Gesù Cristo, mentre la tomba a sinistra commemora suo fratello, Isukuri. Tutto questo è scritto nel testamento di Gesù Cristo.

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Enjoy Coca-Cola.

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Interno del museo.

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Il testamento giapponese di Gesù.

Il testamento, redatto di suo pugno dal Messia stesso, è consultabile nel museo, anche se si tratta di una copia dato che l’originale è andato purtroppo perduto in un bombardamento durante la Seconda Guerra Mondiale. Fa parte della serie di antichi documenti che il famoso ricercatore Kyomaro Takeuchi ha scoperto nel 1935: da queste carte risulta inoltre che i proprietari del terreno su cui sorge la tomba, la famiglia Sawaguchi, sono i veri e propri discendenti di Gesù Cristo.

D’altronde, i Sawaguchi non sono forse più alti della media, con il naso più allungato della media, e con la pelle più chiara della media? Lo stemma dei Sawaguchi non ricorda forse una stella di David a cui manca una punta? E il signor Sawaguchi non ha un profilo particolarmente occidentale, e anche piuttosto familiare?

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Il signor Sawaguchi in posa romana.

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Lo stemma araldico dei Sawaguchi.

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Esterno del museo con stemma.

Ci sono altri lampanti indizi che indicano la presenza storica di Gesù Cristo in questi luoghi. Per esempio, l’usanza di disegnare una croce sulla fronte dei neonati in segno di buon augurio. E, ancora, una filastrocca che tuttora si canta in paese, ma di cui nessuno conosce il senso:

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Naniyaa donasare inokie (ナニヤアドナサレイノキエ)
Naniyaa doyarayo (ナニヤアドラヤヨ)

Visto che questo non è giapponese, si è perso il significato originario delle parole. Ma quel nasare al centro del secondo verso ricorda in maniera sospetta il nome della città di Nazaret.
Altri indizi: il villaggio di Shingo un tempo si chiamava Herai, che forse deriva da Hebrai, quindi probabilmente l’insediamento originale era costituito da ebrei. Se questo non bastasse, il costume tradizionale locale presenta una sconvolgente somiglianza con il tipico completo ebraico.

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Insomma, la faccenda è seria, e con tutta questa abbondanza di prove inconfutabili risulta evidente che la tomba di Gesù Cristo è davvero autentica. Qualche dubbio rimane su quella di suo fratello, ma secondo alcune fonti lì sarebbe sepolto soltanto il suo orecchio, tagliato dalle guardie romane e conservato da Gesù come souvenir.

E, come souvenir, i visitatori del gift shop del museo possono portarsi a casa una tazza da tè con le parole della misteriosa canzoncina locale.
O un barattolo di gelato all’aglio per scacciare i vampiri.
O il sakè di Cristo.
O una foto ricordo nei panni della Sacra Famiglia, versione nipponica.

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Chawan (tazza da tè) di Gesù.

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Gelato all’aglio “Dracula”.

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Sakè di Cristo.

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Cheese! Alleluja!

Incredibile come, anche di fronte all’evidenza, non manchino i soliti scettici, impegnati a sostenere che si tratti solo di una bufala messa in piedi dalla famiglia Sawaguchi con il consenso del Comune, al fine di attirare un po’ di turismo.

Alcuni cinici arrivano perfino a mettere in discussione il ritrovamento, a 3 chilometri dalla tomba di Gesù Cristo, di due piramidi più antiche di quelle egiziane o messicane, scoperte sempre nel 1935, sempre dal famoso ricercatore Kyomaro Takeuchi, e sempre sul terreno di proprietà dei Sawaguchi.

Ma, si sa, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

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La Piramide del Dio della Grande Roccia, e la Piramide Superiore del Dio della Grande Roccia.

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Una roccia recante delle antichissime e misteriose iscrizioni. Il cartello spiega che purtroppo la roccia è caduta proprio sul lato delle incisioni, che quindi non si possono ammirare.

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L’incredibile Piramide di Shingo.

Croci della peste

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La peste è stata la più catastrofica fra le malattie umane. Presente per millenni, con ciclici ritorni, la peste ha spesso plasmato la storia del nostro continente: durante le epidemie più dure, le perdite in termini di vite umane erano talmente gravi da obbligare l’intera società a ristrutturarsi completamente. Secondo molti studiosi, alle varie ondate delle malattia corrispondono altrettanti cambiamenti significativi nelle innovazioni tecnologiche, nei valori, nella concezione dell’uomo e dell’universo. Ed è facile immaginare che quando un simile flagello colpiva l’umanità, gli occhi si rivolgevano ai simboli della fede, per cercare di capire le motivazioni di questa “prova” inflitta da Dio, o semplicemente per trovare conforto.
Ecco allora nascere il vocabolo tedesco pestkreuz, (plague cross in inglese), termine dai molti e diversi significati.

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Quando, durante il XVII Secolo, le epidemie di peste bubbonica martoriavano l’Europa, prese piede l’usanza di marcare con la vernice rossa le porte delle case visitate dalla malattia, disegnandovi delle grandi croci accompagnate da invocazioni che invocavano la pietà del Signore. Si segnalava così la presenza del morbo, allertando il vicinato. Fu così che si incominciò a parlare di “croci della peste”, ma la relazione fra il feroce e incurabile morbo e il simbolo salvifico non si fermò a questo.

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Ben presto le croci vennero usate anche nel commercio: si trattava di strutture temporanee, in legno o in pietra, che venivano issate per indicare i luoghi di scambio e di mercato posti al di fuori delle mura cittadine e che, almeno in linea teorica, erano al sicuro dal contagio. Se volevate vendere o acquistare della merce avendo qualche speranza di non rimanere infettati, dovevate cercare queste croci, sotto cui si radunavano piccoli mercati estemporanei.

In Inghilterra alcune di queste croci erano equipaggiate con una bacinella d’acqua, dentro la quale venivano sommerse tutte le monete prima e dopo gli acquisti, come misura precauzionale; in altri casi l’acqua era sostituita da aceto, che avrebbe dovuto fungere da “disinfettante”. La più celebre di queste vasche è la Vinegar Stone di Wentworth.

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Altri tipi di croci della peste avevano finalità caritatevoli, come ad esempio quella, incompleta, conservata a Leek, Staffordshire: a quanto si dice, ai suoi piedi si poteva lasciare del cibo e delle provviste per gli ammalati, senza entrare in contatto con essi.

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Ma forse la declinazione più curiosa di questo rapporto fra l’icona cristiana e la peste sta in alcuni crocifissi, tipici soprattutto dell’area austro-germanica nel XVI e XVII secolo, che ritraggono Gesù afflitto dalle piaghe bubboniche: la morte, compagna di tutti i giorni, influenza anche gli artisti.

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Per quanto apertamente astoriche, queste sanguinose rappresentazioni erano un mezzo per far immedesimare il fedele nel supplizio sopportato dal Cristo, ma anche viceversa – era il Redentore che scendeva fra gli uomini, soffriva con loro, portava sul corpo gli stessi segni di dolore della gente comune, si prendeva carico della loro angoscia.

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Infine, l’ultima tipologia di croce della peste è anche la più triste, e più diffusa in tutta Europa: quella che commemora i cosiddetti plague pits, “pozzi della peste”. Si tratta delle tombe di massa, in cui venivano tumulate le vittime, talmente numerose da non poter essere seppellite singolarmente.

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Arte pericolosa

La performance art, nata all’inizio degli anni ’70 e viva e vegeta ancora oggi, è una delle più recenti espressioni artistiche, pur ispirandosi anche a forme classiche di spettacolo. Nonostante si sia naturalmente inflazionata con il passare dei decenni, a volte è ancora capace di stupire e porre quesiti interessanti attraverso la ricerca di un rapporto più profondo fra l’artista e il suo pubblico. Se infatti l’artista classico aveva una relazione superficiale con chi ammirava le sue opere in una galleria, basare il proprio lavoro su una performance significa inserirla in un adesso e ora che implica l’apporto diretto degli spettatori all’opera stessa. Così l’obiettivo di questo tipo di arte non è più la creazione del “bello” che possa durare nel tempo, quanto piuttosto organizzare un happening che tocchi radicalmente coloro che vi assistono, portandoli dentro al gioco creativo e talvolta facendo del pubblico il vero protagonista.

Dagli anni ’70 ad oggi il valore shock di alcune di queste provocazioni ha perso molti punti. Le performance sono divenute sempre più cruente per riflettere sui limiti del corpo, generando però un’assuefazione generale che è una vera e propria sconfitta per quegli artisti che vorrebbero suscitare emozioni forti. Ancora oggi ci si può imbattere però in qualche idea davvero coinvolgente ed intrigante. Fanno infatti eccezione alcuni progetti che pongono davvero gli spettatori al centro dell’attenzione, permettendo loro di operare scelte anche estreme.

È il 1974 quando Marina Abramović, la “nonna” della performance art, mette in scena il suo “spettacolo” più celebre, intitolato Rhythm 0. L’artista è completamente passiva, e se ne sta in piedi ferma e immobile. 72 oggetti sono posti su un tavolo, un cartello rende noto al pubblico che quegli oggetti possono essere usati su di lei in qualsiasi modo venga scelto dagli spettatori. Alcuni di questi oggetti possono provocare piacere, ma altri sono pensati per infliggere dolore. Fruste, forbici, coltelli e una pistola con un singolo proiettile. Quello che Marina vuole testare è il rapporto fra l’artista e il pubblico: consegnandosi inerme, sta rischiando addirittura la sua vita. Starà agli spettatori decidere quale uso fare degli oggetti posti sul tavolo.

All’inizio, tutti i visitatori sono piuttosto cauti e inibiti. Man mano che passa il tempo, però, una certa aggressività comincia a farsi palpabile. C’è chi taglia i suoi vestiti con le forbici, denudandola. Qualcun altro le infila le spine di una rosa sul petto. Addirittura uno spettatore le punta la pistola carica alla testa, fino a quando un altro non gliela toglie di mano. “Ciò che ho imparato è che se lasci la decisione al pubblico, puoi finire uccisa… mi sentii davvero violentata… dopo esattamente 6 ore, come avevo progettato, mi “rianimai” e cominciai a camminare verso il pubblico. Tutti scapparono, per evitare un vero confronto”.

1999. Elena Kovylina sta in piedi su uno sgabello, con un cappio attorno al collo. Indossa un cartello in cui è disegnato un piede che calcia lo sgabello. Per due ore rimarrà così, e starà al pubblico decidere se assestare una pedata allo sgabello, e vederla morire impiccata, oppure se lasciarla vivere. Sareste forse pronti a scommettere che nessuno avrà il coraggio di provare a calciare lo sgabello. Sbagliato. Un uomo si avvicina, e toglie l’appoggio da sotto i piedi di Elena. Fortunatamente, la corda si rompe e l’artista sopravvive.

L’artista iracheno Wafaa Bilal, colpito profondamente dalle sempre più pressanti dichiarazioni di odio xenofobo verso la sua cultura, definita “terrorista” e “animalesca”, decide nel 2005 di sfruttare internet per un progetto d’arte che riceve ampia risonanza. Per un mese Wafaa vive in una stanzetta simile a quella di una prigione, collegato al mondo esterno unicamente tramite il suo sito. Una pistola da paintball è collegata con il sito, e chiunque accedendovi può direzionare l’arma e sparare dei pallini di inchiostro verso l’artista. Un mese sotto il continuo fuoco di qualsiasi internauta annoiato. Il titolo del progetto è “Spara a un iracheno”, e vuole misurare l’odio razziale su una base spettacolare. Le discussioni in chat che l’artista conduce aiutano il pubblico a chiarire motivazioni e moventi delle più recenti “sparatorie”, con il risultato che molti utenti dichiarano che quel progetto ha “cambiato loro la vita”, oltre a fruttare numerosi premi all’artista mediorientale.

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Eccoci arrivati ai giorni nostri. L’artista russo Oleg Mavromatti è già assurto agli onori della cronaca per un film indipendente in cui si fa crocifiggere realmente. La crocifissione non è una prerogativa esclusiva di Gesù Cristo, rifletteva l’artista, e infatti sul suo corpo, durante il supplizio, era scritto a chiare lettere “Io non sono il vostro Dio”. Ma non è bastato e, condannato sulla base di una legge russa che tutela la religione dalle offese alla cristianità, Oleg ha dovuto autoesiliarsi in Bulgaria.

Ha iniziato da poco un nuovo progetto intitolato Ally/Foe (Alleato/Nemico): il suo corpo, attaccato a cavi elettrici, è sottoposto a scariche sempre maggiori, come su una vera e propria sedia elettrica da esecuzione. Unica variabile: saranno gli utenti che, tramite internet, decideranno con diverse votazioni quante e quali scosse dovrà subire. Quello che l’artista vuole veicolare è una domanda: quando la gente ha la piena libertà di azione, come la utilizza? Se aveste l’opportunità di decidere della vita di un’altra persona, come sfruttereste questo potere?

Oleg è sicuro che questo tipo di libertà verrà utilizzata dagli internauti per farlo sopravvivere – ma è pronto a subire seri danni o addirittura a morire se il suo sacrificio dovesse dimostrare una verità sociologica tristemente diversa.

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Lo sguardo di Dio

Egli è colui che sta assiso sul globo della terra, i cui abitanti sono come cavallette…

(Isaia, 40:20)


Un gruppo di artisti australiani, sotto il nome di The Glue Society, ha esposto una collezione di quattro opere che mostrano alcuni eventi biblici da una visuale inedita. Come se stessimo consultando delle immagini satellitari di Google Earth, ecco che possiamo finalmente vedere questi episodi fondamentali dal punto di vista di Dio (la collezione si chiama, appunto, God’s Eye View).

Ecco Mosè che separa le acque del Mar Rosso:

La crocefissione di Cristo:

Gli ultimi istanti “sulla terra ferma” dell’Arca di Noè:

E, infine, un’idilliaca veduta sull’Eden (ingrandite l’immagine per scovare i nostri “progenitori”):

Queste fotografie, che rischiano ovviamente di risultare controverse, sono più complesse di quanto non sembri a una prima occhiata. Al di là della sorpresa iniziale e dell’umorismo un po’ geek, è interessante scoprire la stratificazione di senso nascosta in questi quadri. Innanzitutto, c’è questa discrepanza fra il contenuto (i racconti biblici, quindi relativi al mito) e il mezzo utilizzato (le fotografie satellitari, moderna e scientifica mappatura della superficie del pianeta). Le rappresentazioni fotografiche hanno in sé una “verità” e un senso di realismo che stride in relazione ad eventi tanto avvolti nella leggenda e nel mito. Ma non è tutto. L’immedesimazione con lo “sguardo di Dio”, la visuale dall’alto propria di un occhio che tutto vede, ma da una certa distanza, ci interroga su altre questioni. Cosa potrebbe aver pensato Dio, vedendo queste scene? Questo tipo di visuale non ci permette di immaginare alcun autentico coinvolgimento emotivo… le foto ci spingono a lasciare il nostro limitato punto di vista, per assumerne un altro che mortifica le nostre pretese di grandezza. Quei piccoli uomini che si affannano, sono davvero come cavallette per l’Essere Supremo? Come possono essere realmente importanti, per Lui?

Il sito di The Glue Society.

Il Santo Prepuzio

La circoncisione di Gesù avvenne, secondo i Vangeli (Luca, 2,21) 8 giorni dopo la sua nascita. Per secoli la Chiesa Cattolica Romana ha festeggiato questa ricorrenza (il primo giorno di Gennaio), e la Chiesa Ortodossa continua a farlo tutt’oggi.

In sé la cosa non avrebbe nulla di strano, se non fosse che il prepuzio tagliato del Salvatore ha, nel corso del tempo, scatenato acerrime lotte e controversie.

Il Medioevo, si sa, fu l’ “epoca d’oro” delle reliquie: oltre ai corpi (incorrotti e non) dei santi, o ai frammenti di legno della Santa Croce, comparivano di volta in volta le reliquie più varie e fantasiose. Il campionario comprendeva il latte della Vergine, le tre vertebre della coda dell’asino cavalcato da Cristo al suo ingresso a Gerusalemme, il pelo della barba di San Giovanni Battista, la cinta di Maria caduta a terra durante la sua ascensione al cielo e addirittura un piolo della scala vista (in sogno!) da Giacobbe.

Il Santo Prepuzio era una delle reliquie più gettonate: a seconda della fonte, in varie città europee c’erano otto, dodici, quattordici o addirittura diciotto diversi Santi Prepuzi. Contemporaneamente.

Secondo la versione “ufficiale” dell’epoca, Carlo Magno, mentre pregava presso il Santo Sepolcro, avrebbe ricevuto in dono il Prepuzio da un angelo. In seguito, l’avrebbe regalato a Leone III il 25 dicembre 800  in occasione della sua incoronazione. Secondo un’altra versione invece il prepuzio sarebbe un dono di Irene di Bisanzio, ricevuto da Carlo Magno in occasione delle nozze. Leone III collocò la reliquia nel Sancta sanctorum della Basilica di San Giovanni in Laterano a Roma, assieme alle altre.

Ma Roma era soltanto un nome tra gli altri, sull’affollata mappa delle basiliche che rivendicavano il possesso del Santo Prepuzio: ce n’era uno a Santiago di Compostela, uno a Coulombs nella diocesi di Chartres (Francia), uno a Chartres stessa;  e anche le chiese di Besançon, Metz, Hildesheim, Charroux, Conques, Langres, Anversa, Fécamp, Puy-en-Velay, e Auvergne ritenenevano ciascuna di essere in possesso dell’unico vero Santo Prepuzio.

Uno dei più famosi prepuzi era quello conservato dal 1100 in poi ad Anversa, prepuzio che era stato venduto al re Baldovino I di Gerusalemme in quel di Palestina nel corso di una crociata. Durante una messa, il vescovo di Cambray ne vide uscire tre gocce di sangue che macchiarono i lini dell’altare. In onore di questo santissimo e sanguinante pezzetto di pelle, nonché della macchiata tovaglia, venne subito costruita una speciale cappella e vennero periodicamente tenute festose processioni; il miracoloso prepuzio divenne oggetto di culto e meta di pellegrinaggi.

Nel 1557 venne rinvenuto un Santo Prepuzio nella cittadina di Calcata (Viterbo). Il Prepuzio di Calcata è degno di nota perché è il più longevo di cui si abbia notizia: il reliquiario venne portato in processione anche recentemente (nel 1983) durante la Festa della Circoncisione. La tradizione ebbe fine quando dei ladri rubarono il contenitore ricoperto di gioielli e le reliquie in esso contenute.

Il Prepuzio di Calcata fu anche al centro di un acceso dibattito teologico. Infatti i  monaci di una abbazia rivale, quella di Charroux, sostenevano che il Santo Prepuzio conservato nella loro chiesa fosse stato donato direttamente, dall’immancabile Carlo Magno. Nei primi anni del XII secolo il Prepuzio venne portato in processione fino a Roma, perché Innocenzo III ne verificasse l’autenticità, ma il Papa rifiutò di farlo. La reliquia in seguito andò perduta, per ricomparire solo nel 1856, quando un operaio che lavorava nell’abbazia dichiarò di aver trovato il reliquiario nascosto nello spessore di un muro. La riscoperta portò ad uno scontro teologico con il Prepuzio ufficiale di Calcata, che era venerato ufficialmente dalla Chiesa da centinaia di anni. Nel 1900 la Chiesa risolse il dilemma vietando a chiunque di scrivere o parlare del Santo Prepuzio, pena la scomunica (Decreto no. 37 del 3 febbraio 1900). Nel 1954, dopo lungo dibattito, la punizione venne portata al vitandi (persona da evitare), il grado più grave della scomunica; successivamente il Concilio Vaticano Secondo rimosse dal calendario liturgico la festività della Circoncisione di Cristo.

Il Santo Prepuzio di Calcata rimase per lungo tempo l’ultimo sopravvissuto ai vari saccheggi. A seguito del furto in epoca moderna del reliquiario di Calcata, non si sa se qualcuno dei Prepuzi sia tuttora esistente. Il mistero riguardante una delle più bizzarre reliquie della storia cristiana resiste ancora.