Croci della peste

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La peste è stata la più catastrofica fra le malattie umane. Presente per millenni, con ciclici ritorni, la peste ha spesso plasmato la storia del nostro continente: durante le epidemie più dure, le perdite in termini di vite umane erano talmente gravi da obbligare l’intera società a ristrutturarsi completamente. Secondo molti studiosi, alle varie ondate delle malattia corrispondono altrettanti cambiamenti significativi nelle innovazioni tecnologiche, nei valori, nella concezione dell’uomo e dell’universo. Ed è facile immaginare che quando un simile flagello colpiva l’umanità, gli occhi si rivolgevano ai simboli della fede, per cercare di capire le motivazioni di questa “prova” inflitta da Dio, o semplicemente per trovare conforto.
Ecco allora nascere il vocabolo tedesco pestkreuz, (plague cross in inglese), termine dai molti e diversi significati.

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Quando, durante il XVII Secolo, le epidemie di peste bubbonica martoriavano l’Europa, prese piede l’usanza di marcare con la vernice rossa le porte delle case visitate dalla malattia, disegnandovi delle grandi croci accompagnate da invocazioni che invocavano la pietà del Signore. Si segnalava così la presenza del morbo, allertando il vicinato. Fu così che si incominciò a parlare di “croci della peste”, ma la relazione fra il feroce e incurabile morbo e il simbolo salvifico non si fermò a questo.

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Ben presto le croci vennero usate anche nel commercio: si trattava di strutture temporanee, in legno o in pietra, che venivano issate per indicare i luoghi di scambio e di mercato posti al di fuori delle mura cittadine e che, almeno in linea teorica, erano al sicuro dal contagio. Se volevate vendere o acquistare della merce avendo qualche speranza di non rimanere infettati, dovevate cercare queste croci, sotto cui si radunavano piccoli mercati estemporanei.

In Inghilterra alcune di queste croci erano equipaggiate con una bacinella d’acqua, dentro la quale venivano sommerse tutte le monete prima e dopo gli acquisti, come misura precauzionale; in altri casi l’acqua era sostituita da aceto, che avrebbe dovuto fungere da “disinfettante”. La più celebre di queste vasche è la Vinegar Stone di Wentworth.

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Altri tipi di croci della peste avevano finalità caritatevoli, come ad esempio quella, incompleta, conservata a Leek, Staffordshire: a quanto si dice, ai suoi piedi si poteva lasciare del cibo e delle provviste per gli ammalati, senza entrare in contatto con essi.

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Ma forse la declinazione più curiosa di questo rapporto fra l’icona cristiana e la peste sta in alcuni crocifissi, tipici soprattutto dell’area austro-germanica nel XVI e XVII secolo, che ritraggono Gesù afflitto dalle piaghe bubboniche: la morte, compagna di tutti i giorni, influenza anche gli artisti.

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Per quanto apertamente astoriche, queste sanguinose rappresentazioni erano un mezzo per far immedesimare il fedele nel supplizio sopportato dal Cristo, ma anche viceversa – era il Redentore che scendeva fra gli uomini, soffriva con loro, portava sul corpo gli stessi segni di dolore della gente comune, si prendeva carico della loro angoscia.

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Infine, l’ultima tipologia di croce della peste è anche la più triste, e più diffusa in tutta Europa: quella che commemora i cosiddetti plague pits, “pozzi della peste”. Si tratta delle tombe di massa, in cui venivano tumulate le vittime, talmente numerose da non poter essere seppellite singolarmente.

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Arte pericolosa

La performance art, nata all’inizio degli anni ’70 e viva e vegeta ancora oggi, è una delle più recenti espressioni artistiche, pur ispirandosi anche a forme classiche di spettacolo. Nonostante si sia naturalmente inflazionata con il passare dei decenni, a volte è ancora capace di stupire e porre quesiti interessanti attraverso la ricerca di un rapporto più profondo fra l’artista e il suo pubblico. Se infatti l’artista classico aveva una relazione superficiale con chi ammirava le sue opere in una galleria, basare il proprio lavoro su una performance significa inserirla in un adesso e ora che implica l’apporto diretto degli spettatori all’opera stessa. Così l’obiettivo di questo tipo di arte non è più la creazione del “bello” che possa durare nel tempo, quanto piuttosto organizzare un happening che tocchi radicalmente coloro che vi assistono, portandoli dentro al gioco creativo e talvolta facendo del pubblico il vero protagonista.

Dagli anni ’70 ad oggi il valore shock di alcune di queste provocazioni ha perso molti punti. Le performance sono divenute sempre più cruente per riflettere sui limiti del corpo, generando però un’assuefazione generale che è una vera e propria sconfitta per quegli artisti che vorrebbero suscitare emozioni forti. Ancora oggi ci si può imbattere però in qualche idea davvero coinvolgente ed intrigante. Fanno infatti eccezione alcuni progetti che pongono davvero gli spettatori al centro dell’attenzione, permettendo loro di operare scelte anche estreme.

È il 1974 quando Marina Abramović, la “nonna” della performance art, mette in scena il suo “spettacolo” più celebre, intitolato Rhythm 0. L’artista è completamente passiva, e se ne sta in piedi ferma e immobile. 72 oggetti sono posti su un tavolo, un cartello rende noto al pubblico che quegli oggetti possono essere usati su di lei in qualsiasi modo venga scelto dagli spettatori. Alcuni di questi oggetti possono provocare piacere, ma altri sono pensati per infliggere dolore. Fruste, forbici, coltelli e una pistola con un singolo proiettile. Quello che Marina vuole testare è il rapporto fra l’artista e il pubblico: consegnandosi inerme, sta rischiando addirittura la sua vita. Starà agli spettatori decidere quale uso fare degli oggetti posti sul tavolo.

All’inizio, tutti i visitatori sono piuttosto cauti e inibiti. Man mano che passa il tempo, però, una certa aggressività comincia a farsi palpabile. C’è chi taglia i suoi vestiti con le forbici, denudandola. Qualcun altro le infila le spine di una rosa sul petto. Addirittura uno spettatore le punta la pistola carica alla testa, fino a quando un altro non gliela toglie di mano. “Ciò che ho imparato è che se lasci la decisione al pubblico, puoi finire uccisa… mi sentii davvero violentata… dopo esattamente 6 ore, come avevo progettato, mi “rianimai” e cominciai a camminare verso il pubblico. Tutti scapparono, per evitare un vero confronto”.

1999. Elena Kovylina sta in piedi su uno sgabello, con un cappio attorno al collo. Indossa un cartello in cui è disegnato un piede che calcia lo sgabello. Per due ore rimarrà così, e starà al pubblico decidere se assestare una pedata allo sgabello, e vederla morire impiccata, oppure se lasciarla vivere. Sareste forse pronti a scommettere che nessuno avrà il coraggio di provare a calciare lo sgabello. Sbagliato. Un uomo si avvicina, e toglie l’appoggio da sotto i piedi di Elena. Fortunatamente, la corda si rompe e l’artista sopravvive.

L’artista iracheno Wafaa Bilal, colpito profondamente dalle sempre più pressanti dichiarazioni di odio xenofobo verso la sua cultura, definita “terrorista” e “animalesca”, decide nel 2005 di sfruttare internet per un progetto d’arte che riceve ampia risonanza. Per un mese Wafaa vive in una stanzetta simile a quella di una prigione, collegato al mondo esterno unicamente tramite il suo sito. Una pistola da paintball è collegata con il sito, e chiunque accedendovi può direzionare l’arma e sparare dei pallini di inchiostro verso l’artista. Un mese sotto il continuo fuoco di qualsiasi internauta annoiato. Il titolo del progetto è “Spara a un iracheno”, e vuole misurare l’odio razziale su una base spettacolare. Le discussioni in chat che l’artista conduce aiutano il pubblico a chiarire motivazioni e moventi delle più recenti “sparatorie”, con il risultato che molti utenti dichiarano che quel progetto ha “cambiato loro la vita”, oltre a fruttare numerosi premi all’artista mediorientale.

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Eccoci arrivati ai giorni nostri. L’artista russo Oleg Mavromatti è già assurto agli onori della cronaca per un film indipendente in cui si fa crocifiggere realmente. La crocifissione non è una prerogativa esclusiva di Gesù Cristo, rifletteva l’artista, e infatti sul suo corpo, durante il supplizio, era scritto a chiare lettere “Io non sono il vostro Dio”. Ma non è bastato e, condannato sulla base di una legge russa che tutela la religione dalle offese alla cristianità, Oleg ha dovuto autoesiliarsi in Bulgaria.

Ha iniziato da poco un nuovo progetto intitolato Ally/Foe (Alleato/Nemico): il suo corpo, attaccato a cavi elettrici, è sottoposto a scariche sempre maggiori, come su una vera e propria sedia elettrica da esecuzione. Unica variabile: saranno gli utenti che, tramite internet, decideranno con diverse votazioni quante e quali scosse dovrà subire. Quello che l’artista vuole veicolare è una domanda: quando la gente ha la piena libertà di azione, come la utilizza? Se aveste l’opportunità di decidere della vita di un’altra persona, come sfruttereste questo potere?

Oleg è sicuro che questo tipo di libertà verrà utilizzata dagli internauti per farlo sopravvivere – ma è pronto a subire seri danni o addirittura a morire se il suo sacrificio dovesse dimostrare una verità sociologica tristemente diversa.

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