Un elefante sul patibolo

I manifesti dello Sparks World Famous Shows, che venivano affissi nelle piccole cittadine del Sud degli Stati Uniti un paio di giorni prima che il circo vi arrivasse, si mostrano piuttosto anomali per chi abbia un minimo di dimestichezza con la cartellonistica circense di inizio secolo.
Laddove ci si aspetterebbero titoloni roboanti, claim pubblicitari enfatici ed iperbolici, il circo Sparks — in maniera fin troppo dimessa — si definiva uno spettacolo “morale, piacevole e istruttivo“; invece di sbandierare meraviglie inaudite, sosteneva di “non aver mai tradito una promessa” e pubblicizzava i suoi “25 anni di rapporto onesto con il pubblico“.

Il motivo per cui il proprietario Charlie Sparks si limitava a sottolineare la trasparenza e la correttezza della sua impresa, era che non aveva molto altro su cui puntare per attirare le folle. A dispetto del buon nome di Sparks (tra gli impresari più rispettabili e reputati) il suo era in definitiva un circo di seconda categoria. Era composto da una dozzina di carrozzoni, contro i quarantadue del suo principale rivale nel stati del Sud, il John Robinson’s Circus. Sparks aveva cinque elefanti, Robinson dodici. Ed entrambi ovviamente nemmeno si sognavano di competere con il numero uno, il Barnum & Bailey, e la sua impressionante carovana composta da ben ottantaquattro carrozze.
Così, lo Sparks World Famous Shows si teneva alla larga dalle città più grosse e vivacchiava raggiungendo i piccoli centri, ignorati dai circhi più famosi, là dove per gli abitanti perfino le sue attrazioni sarebbero state meglio di niente.

Nonostante il circo Sparks fosse in crescita “non spettacolare, ma lenta e sicura“, in quegli anni non offriva ancora granché: qualche foca ammaestrata, qualche clown, cavalieri e ginnasti, il ben poco memorabile “Uomo che Cammina sulla Sua Testa“, e alcune statue viventi come quelle che oggi restano ad aspettare una monetina nelle piazze.
L’unica vera risorsa di Charlie Sparks, il fiore all’occhiello messo in bella mostra sui manifesti, era Mary.

Pubblicizzata come “7 centimetri più alta di Jumbo” (il celeberrimo elefante del circo Barnum), Mary era un pachiderma indiano di cinque tonnellate in grado di suonare diverse melodie soffiando nei corni, e di giocare a baseball come pitcher in una delle più amate routine del suo spettacolo. Mary costituiva la principale fonte di introito per Charlie Sparks, che la adorava per motivi economici ma anche, per così dire, sentimentali: era il solo elemento del suo circo che fosse davvero di classe superiore, il suo appiglio per sognare di entrare nella storia dell’intrattenimento.
E in un certo senso è proprio a causa di Mary se Sparks è ancora oggi ricordato, anche se non nel modo che egli avrebbe sospettato o voluto.

L’11 settembre 1916 Sparks piantò le tende a St. Paul, una cittadina mineraria della Clinch River Valley in Virginia. Fu proprio quel giorno che un addetto delle pulizie presso l’hotel locale, tale Walter “Red” Eldridge, decise che ne aveva abbastanza di spazzare pavimenti, e si unì al circo. Nonostante Red avesse una storia di vagabondaggio alle spalle, e non sapesse evidentemente nulla di elefanti, venne incaricato di guidare i pachidermi durante la parata che Sparks organizzava per le strade della città il pomeriggio prima degli spettacoli.
Il giorno seguente il circo si spostò a Kingsport, Tennessee, dove Mary sfilò tranquilla per la strada principale fino a quando gli elefanti vennero portati verso un fosso ad abbeverarsi. E qui le testimonianze si fanno contraddittorie: quello che sappiamo per certo è che Red inferse a Mary un colpo di bastone di troppo, facendo infuriare la bestia.
L’elefante, imbizzarrito, afferrò il custode novellino con la proboscide e lo lanciò in aria. Quando il corpo atterrò, Mary prese a calpestarlo e infine schiacciò la testa di Red Eldridge con una zampa. “E sangue e cervella e tutto il resto schizzarono ovunque sulla strada“, nelle parole di un testimone.

Charlie Sparks si ritrovò in un attimo nel peggiore degli incubi.
Senza contare la morte di un suo dipendente in una pubblica strada — non esattamente uno spettacolo “morale” e “istruttivo” — il vero problema era che l’intero tour si trovava ora in serio pericolo: quale delle prossime cittadine avrebbe accettato di ospitare un elefante fuori controllo?
La folla domandava a gran voce che l’animale fosse soppresso e Sparks, a malincuore, comprese che se voleva salvare ciò che rimaneva della sua attività, Mary andava sacrificata e, con lei, i suoi personali sogni di grandezza.
Ma uccidere un elefante non è così semplice.

Il primo ovvio tentativo fu fatto sparandole cinque colpi di fucile. I pachidermi però si chiamano così per un buon motivo: la spessa barriera della pelle non lasciava entrare i proiettili in profondità e, nonostante il dolore, Mary non crollò. (D’altronde quando nel 1994 Tyke, un elefante di 3,6 tonnellate, uccise il suo domatore impazzando poi per le strade di Honolulu, ci vollero 86 colpi per fermarlo. Tyke divenne un simbolo delle lotte contro la crudeltà sugli animali nei circhi, anche grazie allo straziante filmato della sua fine).
Qualcuno a quel punto suggerì di provare a eliminare Mary usando l’elettricità, un metodo utilizzato più di dieci anni prima per uccidere l’elefante Topsy a Coney Island. Ma nei paraggi non c’era modo di produrre una quantità di corrente sufficiente all’esecuzione.
Fu deciso dunque che Mary sarebbe stata impiccata.

Il patibolo adeguato a reggere un simile peso si trovava nei cantieri ferroviari della vicina cittadina di Erwin, dove c’era una gru capace di sollevare interi vagoni per posizionarli sulle rotaie.
Charlie Sparks, conscio di essere sul punto di perdere un animale che valeva circa 20.000 dollari, era risoluto a trarre il massimo dalla tragica situazione. Nel brevissimo tempo che occorse per trasferire Mary da Kingsport a Erwin, aveva già trasformato la pubblica esecuzione del suo elefante in un evento.

Il 13 settembre, in un cupo pomeriggio di pioggia e nebbia, una folla di più di 2.500 persone si radunò allo scalo ferroviario. I bambini stavano in prima fila per assistere alla straordinaria impresa.
Mary fu condotta all’improvvisata forca, e incatenata per una zampa alle rotaie mentre gli uomini armeggiavano per passare una catena attorno al suo collo. Fissarono poi la catena alla gru, misero in moto l’argano, e l’impiccagione ebbe inizio.
In teoria il peso del suo corpo avrebbe dovuto spezzarle il collo in breve tempo. Ma l’agonia di Mary era destinata a non essere veloce e indolore: nella concitazione del momento, qualcuno si era dimenticato di liberare la zampa dell’animale, che era ancora legata ai binari.

Quando cominciarono a sollevarla — ricordava una testimone — udii le ossa e i legamenti schioccare nella sua gamba“; gli uomini liberarono in fretta e furia la zampa, ma a quel punto la catena che sospendeva Mary per il collo si ruppe con uno schiocco metallico.

L’elefante crollò a terra e rimase lì seduto, incapace di muoversi perché nella caduta il suo bacino si era rotto.

La folla, ignara che Mary fosse ormai ferita e paralizzata, fu presa dal panico nel vedere l’elefante “assassino” libero da ogni catena. Mentre tutti correvano a nascondersi, uno dei manovali si arrampicò sulla schiena dell’animale e applicò al suo collo una catena più pesante.
La gru ricominciò quindi a sollevare nuovamente l’elefante, e questa volta la catena resse.
Dopo la morte, Mary venne lasciata a penzolare per mezz’ora. Il suo enorme corpo fu poi seppellito in una grande tomba scavata poco più avanti lungo i binari.

L’esecuzione di Mary, e la foto della sua impiccagione, ebbero un largo successo sulla stampa. Ma se pensate che gli articoli dell’epoca raccontassero la strana storia con particolare emozione o partecipazione, vi sbagliate. Per i contemporanei le vicende di Mary erano poco più che una classica bizzarria di provincia.
D’altronde si era abituati a ben altro. Sempre a Erwin, in quegli anni, un uomo di colore era stato bruciato vivo su una pira formata con le traversine della ferrovia.

Oggi gli abitanti di questa tranquilla cittadina del Tennessee sono comprensibilmente stanchi di essere associati a una bizzarra e infelice pagina di storia della loro città — a un episodio peraltro risalente a un secolo fa.
Eppure, ancora adesso, qualche straniero di passaggio rivolge loro la risaputa, sgradevole domanda.
Non è qui che avete impiccato un elefante?

Un approfondito libro sulla storia di Mary è The Day They Hung the Elephant di Charles E. Price. Su Youtube potete trovare un breve documentario intitolato Hanging Over Erwin: The Execution of Big Mary.

Gli adolescenti di Balthus

L’arte dovrebbe confortare chi è disturbato,
e disturbare chi è confortato.

(Cesar A. Cruz)

C’è tempo fino al 31 gennaio 2016 per visitare la retrospettiva su Balthus a Roma, suddivisa in due parti, la più “istituzionale” e comprensiva alle Scuderie del Quirinale, e una seconda parte a Villa Medici che si concentra sul processo creativo e dà accesso alle sale abitate e rinnovate dal pittore nei 16 anni in cui fu direttore dell’Accademia di Francia.

Per molti versi Balthus rimane ancora una figura enigmatica, così risolutamente antimodernista da tenerci a distanza: il suo sguardo sempre rivolto al passato rinascimentale (Piero della Francesca in primis) si sposa a una ricerca costante e meticolosa sui materiali, sulla pittura stessa prima di tutto il resto. Visti da vicino, i suoi quadri rivelano un immenso lavoro plastico sulla vernice, stesa in maniera irregolare e graffiante, ma che facendo qualche passo indietro si rivela funzionale alla creazione di quel peculiare pulviscolo che sempre danza nella luce delle sue composizioni, quella specie di glow che ammanta le figure e gli oggetti donando loro un’aura di realismo magico.

Nonostante la mostra abbia il pregio di ripercorrere tutta la gamma di influenze, sperimentazioni e diversi filoni esplorati dal pittore nella sua lunga (ma non troppo prolifica) carriera, è indubitabile che sono i dipinti realizzati fra gli anni ’30 e ’50 a rimanere nell’immaginario collettivo. Il fatto che Balthus non sia ampiamente conosciuto ed esposto è da imputare poi alla predilezione dell’artista per i soggetti adolescenti, spesso fanciulle discinte e in pose allusive. A Villa Medici sono esposte alcune delle famigerate polaroid che causarono il blocco di una mostra in Germania l’anno scorso, tacciata di esporre materiale pedopornografico.

Questa della presunta pedofilia di Balthus — latente o meno — è una questione che non poteva che sorgere ai giorni nostri, in cui il tabù relativo ai bambini è cresciuto fino ad assumere dimensioni senza precedenti; e ricorda da vicino i sospetti sul conto di Lewis Carroll, l’autore di Alice nel paese delle meraviglie, reo di aver scattato decine di foto di bambine (foto che Balthus, per inciso, adorava).

Eppure se alcuni suoi quadri creano tanto scalpore ancora oggi è perché portano alla luce qualcosa di sottilmente inquietante. Si tratta di erotismo, addirittura di pornografia, o di qualcos’altro?

Voler trovare la perfetta definizione che separa l’erotismo dalla pornografia è ormai un esercizio superato. Più interessante ricordare la distinzione operata da Angela Carter (straordinaria scrittrice impegnata anche sul fronte del femminismo) nel suo saggio La donna sadiana, ovvero la contrapposizione fra pornografia reazionaria e pornografia “morale” (rivoluzionaria).

La Carter afferma che la pornografia, pur essendo oscena, è in larga misura reazionaria: è pensata, cioè, per confortare e rafforzare gli stereotipi, riducendo la sessualità al livello dei rozzi graffiti sui muri dei bagni. Questo tipo di rappresentazione dell’atto sessuale finisce per essere sempre e soltanto l’incontro di peni e vagine, o dei loro analoghi sostituti. Ciò che non viene preso in esame è la complessità che sta dietro ad ogni espressione sessuale, inevitabilmente influenzata dall’economia, dalla società e dalla politica, anche se fatichiamo a rendercene conto. Essere poveri, per fare un esempio estremamente basilare, può limitare o impedire le raffinatezze erotiche: se vivete in climi freddi e non avete la possibilità di pagare il riscaldamento, vi è preclusa ad esempio la nudità; se avete molti figli, vi sarà negata l’intimità, e via dicendo. Il modo in cui facciamo l’amore è deciso dalle contingenze, dalla classe sociale, dalla cultura e da altri molteplici fattori.

Così, il pornografo “morale” è colui che non indietreggia di fronte alla complessità, non cerca di ridurla ma la sottolinea, anche a discapito della carica erotica della sua opera; così facendo, si distanzia dal topos pornografico che vorrebbe l’atto sessuale un mero incontro di mucose avulso da ogni realtà, icona superficiale e vuota; nel ridare alla sessualità il suo reale spessore, il pornografo crea vera letteratura, o vera arte. Questo atteggiamento è evidentemente sovversivo, perché mette in discussione i preconcetti e per certi versi gli archetipi che la nostra cultura — sempre secondo la Carter — ci ha inoculato a nostra insaputa (ad esempio il maschio dal sesso eretto fatto per invadere e conquistare, la donna che ancora ogni mese sanguina per l’atavica castrazione che rese i suoi genitali passivi e “ricettivi”, ecc.).

In questo senso la Carter vede in Sade non un semplice satiro ma un satirista, il precursore di questa pornografia che smaschera le logiche e gli stereotipi utilizzati dal potere per ammansire e ottundere le menti: nell’universo del Marchese, infatti, il sesso è sempre un atto di prevaricazione, ed è utilizzato narrativamente per rimandare a un orizzonte sociale altrettanto violento e immorale. La visione di Sade non è tenera né con i potenti, descritti come ripugnanti mostri dediti ai soprusi per loro propria natura, né con i deboli che decretano la loro stessa condizione perché incapaci di ribellarsi. Basta confrontare una simile pornografia con tutta quella precedente e successiva, in particolare il filone dell’educazione sessuale delle giovinette, per rendersi conto di quanto Sade l’abbia invece utilizzata a fini sovversivi e dissacranti.

Pierre Klossowski, fratello di Balthus, fu uno dei massimi esegeti dell’opera di Sade, ma non è tanto a questa connessione che si dovrebbe guardare quanto piuttosto all’amicizia del pittore con Antonin Artaud.

Infatti, al di là dei frutti tangibili della loro collaborazione (nel 1934 Artaud recensì la prima personale di Balthus, che a sua volta l’anno successivo disegnò scenografie e costumi per la messa in scena de I Cenci), sono proprio le teorie artaudiane che possono aiutarci a dare una lettura più profonda delle opere “scandalose” del pittore.

La crudeltà era per Artaud forza distruttrice e vivificatrice al tempo stesso, requisito essenziale del teatro come di qualsiasi tipo di arte: crudeltà innanzitutto nei confronti dello spettatore, a cui si deve usare violenza perché sia scosso dalle sue certezze, e crudeltà su se stessi, sull’uomo intero, al fine di spezzare ogni maschera e spalancare l’abisso vertiginoso che dietro ad esse si cela.

Il perturbante di Balthus non agisce in maniera così eclatante, ma si muove nella stessa direzione. Egli vede nei suoi adolescenti, ritratti in scarni interni borghesi dalle rigide prospettive geometriche, una forza sovversiva — crudele perché rimanda al crudo, alla sfera degli istinti, all’ancestrale animalità che l’uomo tenta di smentire e negare.

L’età prepuberale e puberale è il momento in cui, lasciata l’innocenza infantile, il conflitto fra natura e cultura entra nella vita quotidiana. Per la prima volta il bambino si scontra con le proibizioni che, nell’idea degli adulti, dovrebbero creare una cesura con il nostro passato selvaggio: gli istinti più indecorosi devono essere soppressi dalle regole della buona condotta. E, quasi ad irritare lo spettatore, i ragazzini di Balthus tutto fanno tranne che stare seduti composti: leggono in posizioni sconvenienti, si appoggiano in bilico sulle poltrone a cosce scartate, incorreggibilmente provocanti nonostante i volti inespressivi.

Ma questa provocazione è sessuale, o semplicemente ribelle? Balthus ha ripetuto allo sfinimento che la malizia sta solo negli occhi di chi guarda. Perché gli adolescenti sono ancora puri, anche se per poco, e con la loro naturalezza smascherano le inibizioni degli adulti.

Questa è la sottile ed elegante vena sovversiva dei suoi quadri, il vero motivo per cui ancora oggi fanno scalpore: la crudeltà di Balthus sta nel mostrarci un’età dell’oro, la nostra anima più pura, che viene uccisa ogni volta che un adolescente diviene adulto. La sua ammirazione, estetica e poetica, è tutta diretta a questa libertà intravista, a quell’attimo in cui brilla il diamante perduto della giovinezza.

E se ad ogni costo nei suoi quadri si vuole ricercare una traccia di erotismo, si tratta senza dubbio di erotismo “rivoluzionario”, come abbiamo visto, che insinua sotto pelle una complessità di emozioni di certo non rassicuranti. Perché con la loro disinvolta ambiguità le ragazzine di Balthus ci lasciano sempre con la spiacevole sensazione di essere noi, i pervertiti.

Veneri anatomiche: l’ossessione del femmineo

C’è un’ossessione profonda, che attraversa i secoli e non accenna a placarsi. L’ossessione maschile per il corpo della donna.

Un corpo magnetico che conduce a sé (seduce), tirando i fili del simbolo; carne duttile e plasmabile, che nell’atto sessuale ha funzione ricettiva, eppure voragine abissale nella quale ci si può perdere; corpo castrante, che eccita la violenza e l’idolatria, corpo di dea callipigia da deflorare; scrigno che racchiude il segreto della vita, sessualità ambigua il cui piacere è sconosciuto e terribile.

Così è capitato che nel corpo femminile si sia scavato, per cavarne fuori questo suo mistero, aprendolo, smembrandolo in pezzi da ricombinare, cercando le occulte e segrete analogie, le geometrie nascoste, l’algebra del desiderio, come ha fatto ad esempio Hans Bellmer in tutta la sua carriera. Nei suoi scritti e nelle sue opere pittoriche (oltre che nelle sue bambole, di cui avevo parlato qui) l’artista tedesco ha maniacalmente decostruito la figura femminile disegnando paralleli inaspettati e perturbanti fra le varie parti anatomiche, in una sorta di febbrile feticismo onnicomprensivo, in cui occhi, vulve, piedi, orecchie si fondono assieme fluidamente, fino a creare inedite configurazioni di carne e di sogno.

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L’erotismo di Bellmer è uno sguardo psicopatologico e assieme lucidissimo, freddo e visionario al tempo stesso; ed è nella sua opera Rose ouverte la nuit (1934), e nelle successive declinazioni del tema, che l’artista dà la più esatta indicazione di quale sia la sua ricerca. Nel dipinto, una ragazza solleva la pelle del suo stesso ventre per esaminare le proprie viscere.

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L’atto di alzare la pelle della donna, come si potrebbe sollevare una gonna, è una delle più potenti raffigurazioni dell’ossessione di cui parliamo. È lo strip-tease finale che lascia la femmina più nuda del nudo, che permette di scrutare all’interno della donna alla ricerca di un segreto che forse, beffardamente, non si troverà mai.
Ma l’immagine non è nuova, anzi vuole riecheggiare lo stesso turbamento che si può provare di fronte alle numerose e meravigliose veneri anatomiche a grandezza naturale scolpite in passato da abili artisti, una tradizione nata a Firenze alla fine del XVII secolo.

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Queste bellissime fanciulle adagiate in pose languide aprono l’interno del loro corpo allo sguardo dello spettatore, senza pudore, senza mostrare dolore. Anzi, dalle espressioni dei loro volti si direbbe quasi che vi sia in loro un sottile compiacimento, un piacere estatico nell’offrirsi in questa nudità assoluta.
Perché questi corpi non sono rappresentati come cadaveri, ma essenzialmente vivi e coscienti?
L’esistenza stessa di simili sculture oggi può disorientare, ma è in realtà una naturale evoluzione delle preoccupazioni artistiche, scientifiche e religiose dei secoli precedenti. Prima di parlare di queste straordinarie opere ceroplastiche, facciamo dunque un rapido excursus che ci permetta di comprenderne appieno il contesto; sottolineo che non mi interesso qui alla storia delle veneri, né esclusivamente alla loro portata scientifica, quanto piuttosto al loro particolarissimo ruolo in riguardo al femmineo.

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Il dominio dello sguardo
Quando Vesalio, con incredibile coraggio (o spavalderia), si fece immortalare sul frontespizio della sua De humani corporis fabrica (1543) nell’atto di dissezionare personalmente un cadavere, stava lanciando un messaggio rivoluzionario: la medicina galenica, indiscussa fino ad allora, era colma di errori perché nessuno si era premurato di aprire un corpo umano e guardarci dentro con i propri occhi. Uomo del Rinascimento, Vesalio era strenuo sostenitore dell’esperienza diretta – in un’epoca, questo è ancora più notevole, in cui la “scienza” come la conosciamo non era ancora nata – e fu il primo a scindere il corpo da tutte le altre preoccupazioni metafisiche. Dopo di lui, il funzionamento del corpo umano non andrà più cercato nell’astrologia, nelle relazioni simbolico-alchemiche o negli elementi, ma in esso stesso.
Da questo momento, la dissezione occuperà per i secoli a venire il centro di ogni ricerca medica. Ed è lo sguardo di Vesalio, uno sguardo di sfida, altero e duro come la pietra, a imporsi come il paradigma dell’osservazione scientifica.

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Il problema morale
Bisogna tenere a mente che nei secoli che stiamo prendendo in esame, l’anatomia non era affatto distaccata dalla visione religiosa, anzi si riteneva che studiare l’uomo – centro assoluto della Natura, immagine e somiglianza del Creatore e culmine della sua opera – significasse avvicinarsi un po’ di più anche a Dio.

Eppure, per quanto si riconoscesse come fondamentale l’esperienza diretta, era difficile liberarsi dall’idea che dissezionare una salma fosse in realtà una sorta di sacrilegio. Questa sensazione scomoda venne aggirata cercando soggetti di studio che avessero in qualche modo perso il loro statuto di “uomini”: criminali, suicidi o poveracci che il mondo non reclamava. Candidati ideali per il tavolo settorio. La violazione che si osava infliggere ai loro corpi era poi ulteriormente giustificata in quanto alle spoglie dissezionate venivano garantite, in cambio del sacrificio, una messa e una sepoltura cristiana che altrimenti non avrebbero avuto. Grazie al loro contributo alla ricerca, avendo scontato per così dire la loro pena, essi tornavano ad essere accettati dalla società.

Lo stesso senso di colpa per l’attività di dissezione spiega il successo delle tavole anatomiche che raffigurano i cosiddetti écorché, gli scorticati. Per raffigurare gli apparati interni, si decise di mostrare soggetti in pose plastiche, vivi e vegeti a dispetto delle apparenze, anzi spesso artefici o complici delle loro stesse dissezioni. Una simile visione era certamente meno fastidiosa e scioccante che vedere le parti anatomiche esposte su un tavolo come carne da macello (cfr. M. Vène, Ecorchés : L’exploration du corps, XVIème-XVIIIème siècle, 2001).

L’uomo, che si è scorticato da solo, osserva l’interno della sua stessa pelle come a carpirne i segreti. Da Valverde, Anatomia del corpo humano (1560).

Dal medesimo volume, dissezione del peritoneo in tre atti. Nella terza figura, il personaggio tiene fra i denti la propria parete addominale per mostrarne il reticolo vascolare.

Dal medesimo volume, dissezione del peritoneo in tre atti. Nella terza figura, il personaggio tiene fra i denti il proprio grembiule omentale per mostrarne il reticolo vascolare.

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Spiegel e Casseri, De humani corporis fabrica libri decem (1627).

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Spiegel e Casseri, Ibid.

Venere detronizzata
Già nelle stampe degli écorché si nota una differenza fra figure maschili e femminili. Per illustrare il sistema muscolare venivano utilizzati soggetti maschili, mentre le donne esibivano spesso e volentieri gli organi interni, e fin dalle primissime rappresentazioni erano nella quasi totalità dei casi gravide. Il feto visibile all’interno del grembo femminile sottolineava la primaria funzione della donna come generatrice di vita, mentre dall’altro canto gli écorché maschi si presentavano in pose virili che ne esaltavano la prestanza fisica.

Spiegel e Casseri, Ibid.

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Un muscoloso corpo maschile posa per una tavola che in realtà descrive una dissezione del cranio. Dal De dissectione partium corporis humani libri tres di C. Estienne (1545).

Dal medesimo volume, l’anatomia degli intestini è baroccamente inserita all’interno di una corazza da guerriero romano.

Lo svelamento dell’utero, messa in scena simbolica della denudazione. Dal Carpi commentaria cum amplissimis additionibus super Anatomia Mundini (1521).

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La gravida di Pietro Berrettini (1618) si alza snella e graziosa per esibire il suo apparato riproduttivo.

Come si vede nelle stampe qui sotto, già dalla metà del ‘500 i soggetti femminili mostrano una certa sensualità, mentre si abbandonano a pose che in altri contesti risulterebbero indecenti e impudiche. L’artista qui si spinse addirittura a realizzare delle versioni anatomiche di celebri stampe erotiche clandestine, ricopiando le pose dei personaggi ma scorticandoli secondo la tradizione anatomica, “raffreddando” così ironicamente la scena.

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Donna che tiene la placenta di due gemelli. Ispirata a una stampa erotica di Perino Del Vaga. Dal De dissectione partium corporis humani libri tres di C. Estienne (1545).

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Dal medesimo testo, gravida che espone l’apparato riproduttivo. Il contesto di camera da letto dona alla posa una connotazione marcatamente erotica.

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Altra illustrazione ispirata a una stampa erotica di Perino del Vaga (vedi sotto).

Ecco il modello “proibito” per la stampa anatomica precedente. (G.G. Caraglio, Giove e Antiope, da Perino del Vaga)

Non bisogna dimenticare infatti che un altro sottotesto — decisamente più misogino — di alcune stampe anatomiche femminili, è quello che intende smentire, sfatare il fascino della donna. Tutta la sua carica erotica, tutta la sua bellezza tentatrice viene disinnescata tramite l’esposizione delle interiora.
Difficile non pensare a Memento di Tarchetti:

Quando bacio il tuo labbro profumato,
cara fanciulla, non posso obbliare
che un bianco teschio vi è sotto celato.

Quando a me stringo il tuo corpo vezzoso,
obbliar non poss’io, cara fanciulla,
che vi è sotto uno scheletro nascosto.

E nell’orrenda visïone assorto,
dovunque o tocchi, o baci, o la man posi,
sento sporgere le fredda ossa di morto.

(Disjecta, 1879)

Se dobbiamo credere a Baudrillard (Della seduzione, 1979), l’uomo ha sempre avuto il controllo sul potere concreto, mentre la femmina si è appropriata nel tempo del potere sull’immaginario. E il secondo è infinitamente più importante del primo: ecco spiegata l’origine dell’ossessione maschile, quel senso di impotenza di fronte alla forza del simbolo detenuto dalla donna. Pur con tutte le sue violente guerre e le sue conquiste virili, egli ne è sedotto e soggiogato senza scampo.
Ricorre dunque all’estrema soluzione: frustrato da un mistero che non riesce a svelare, finisce per negare che esso sia mai esistito.
Ecce mulier! Questa è la tanto vagheggiata femmina, che fa perdere la testa agli uomini e induce al peccato: soltanto un ammasso di disgustosi organi e budella.

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Da Valverde, Anatomia del corpo humano (1560).

La messa in scena dell’osceno
Alcune stampe cinquecentesche erano composte di diversi fogli ritagliati, in modo che il lettore potesse sollevarli e scostare poco a poco i vari “strati” del corpo del soggetto, scoprendone l’anatomia in maniera attiva. L’immagine qui sotto, del 1570 circa e poi numerose volte ristampata, è un esempio di questi antesignani dei pop-up book; pensata ad uso dei barbieri-chirurghi (l’uomo tiene la mano in una bacinella di acqua calda per gonfiare le vene del braccio prima di un salasso), consiste di quattro risvolti incollati da sfogliare in successione per vedere gli organi interni.

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Le veneri anatomiche, decomponibili, non erano dunque che la versione tridimensionale di questo genere di stampe. Gli studenti avevano la possibilità di smontare gli organi, studiarne la morfologia e la posizione senza dover ricorrere a un cadavere.

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Se la ceroplastica si propose quindi fin dal principio come sostituto o complemento della dissezione, ottimo strumento didattico per medici e anatomisti spesso in cronica penuria di salme fresche, le statue in cera costituirono anche uno dei primi esempi di spettacolo anatomico accessibile anche alla gente comune. Le dissezioni vere e proprie erano già un educativo divertissement per la buona società, che pagava volentieri il biglietto di entrata per il teatro anatomico approntato solitamente nei pressi dell’Università. Ma la collezione fiorentina di cere anatomiche contenute all’interno del Museo della Specola, voluto dal Granduca di Toscana, era visitabile anche dai profani.

Da sovrano illuminato e da appassionato di scienza qual era, si rese conto, con molto anticipo rispetto agli altri regnanti, di quanto fosse importante la cultura scientifica e di come questa dovesse essere resa accessibile a tutti. […] C’erano orari diversi per le persone istruite e per il popolo: quest’ultimo infatti poteva visitare il Museo dalle 8 alle 10 “purché politamente vestito” lasciando poi spazio fino “alle 1 dopo mezzogiorno… alle persone intelligenti e studiose”. Anche se ora questa distinzione ci suona un po’ offensiva, si capisce quanto fosse innovativa per quell’epoca l’apertura anche al grosso pubblico.

(M. Poggesi, La collezione ceroplastica del Museo La Specola, in Encyclopaedia anatomica, 2001)

Le cere anatomiche dunque, oltre ad essere un supporto di studio, facevano anche appello ad altre, più nascoste fascinazioni che attiravano con enorme successo masse di visitatori di ogni estrazione sociale, divenendo tra l’altro tappa fissa dei Grand Tour.

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Allo stesso modo delle stampe antiche, anche nelle statue di cera si ritrova la stessa esposizione del corpo della donna – passiva, sottomessa all’anatomista che (presumibilmente) la sta aprendo, spesso gravida del feto che porta dentro di sé, il volto mai scorticato e anzi seducente; e la figura maschile è invece ancora una volta utilizzata principalmente per illustrare l’apparato muscolo-scheletrico, i vasi sanguigni e linfatici ed è priva della sensualità che contraddistingue i soggetti femminili.

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Eros, Thanatos e crudeltà
Le veneri anatomiche fiorentine non potevano non suscitare l’interesse di Sade.
Il Marchese ne parla una prima volta, col tono discreto del turista, nel suo Viaggio in Italia; le menziona ancora in Juliette, quando la sua perversa eroina scopre con giubilo cinque piccoli tableaux di Zumbo che mostrano le fasi della decomposizione di un cadavere. Ma è nelle 120 giornate di Sodoma che le cere sono utilizzate nella loro dimensione più sadiana: qui una giovane fanciulla viene accompagnata all’interno di una stanza che racchiude diverse veneri anatomiche, e dovrà decidere in quale modo preferisce essere uccisa e squartata.

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Lo sguardo lucido di Sade ha dunque colto il volto oscuro, cioè l’erotismo perturbante e crudele, di queste straordinarie opere d’arte scientifica. Sono senza dubbio i volti serafici, in alcuni casi quasi maliziosi, di queste donne a suggerire un loro malcelato piacere nell’essere lacerate e offerte al pubblico; e allo stesso tempo questi modelli tridimensionali rendono ancora più evidente la surreale contraddizione degli écorché, che restano in vita come nulla fosse, nonostante le ferite mortali.
Si può discutere se il Susini e gli altri ceroplasti suoi emuli fossero o meno perfettamente coscienti di un simile aspetto, forse non del tutto secondario, della loro opera; ma è innegabile che una parte del fascino di queste sculture provenga proprio dalla loro sensuale ambiguità.
Bataille fa notare (Le lacrime di Eros, 1961) che, nel momento in cui l’uomo ha preso coscienza della morte, seppellendo i suoi morti con rituali funebri, ha anche cominciato a raffigurare se stesso, sulle pareti delle grotte, con il sesso eretto; a dimostrazione di quanto morte e sesso siano collegati a doppio filo, quali opposti che spesso si confondono.

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Le veneri anatomiche, in questo senso, racchiudono in maniera perfetta tutta la complessità di questi temi. Splendidi e preziosi strumenti di indagine scientifica, meravigliosi oggetti d’arte, misteriosi e conturbanti simboli; con il loro misto di innocenza e crudeltà sembrano ancora oggi raccontarci le intricate peripezie del desiderio umano.

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Ecco la pagina dedicata alle cere anatomiche del Museo di Storia Naturale di Firenze.

La meraviglia nera – un’intervista

Ormai conoscete la mia ammirazione per Mariano Tomatis, storico e teorico dell’illusionismo che con i suoi libri e il suo Blog of Wonders si dedica da sempre al reality hacking: gli esperimenti, le suggestioni e le illuminazioni che propone mettono in discussione la realtà come la conosciamo, spingendoci ad addentrarci in una dimensione magica e sconosciuta.

Recentemente ho avuto occasione di parlare con Mariano sui temi della meraviglia nera e del suo potere sovversivo. È online l’audio della nostra chiacchierata, che tocca temi quali la figura del trickster nelle cosmogonie dei Nativi Americani, lo “scandalo” del Qoelet, la crudeltà e l’osceno, i Cafés maudits, i freakshow, David Lynch e Werner Herzog, la collana Bizzarro Bazar, le wunderkammer e la bellezza della morte.

Potete ascoltare l’audiointervista qui.

Il Diavolo e i Sette Nani

Un pallido sole era appena sorto quella mattina, quando un soldato bussò alla porta dell’Angelo. Non avrebbe mai disturbato il suo sonno, se non fosse stato certo di portargli una scoperta davvero eccezionale. Udita la novità, l’Angelo si vestì in men che non si dica e si affrettò verso i cancelli, gli occhi brucianti di trepidazione.
Era il 19 maggio 1944, ad Auschwitz-Birkenau, e Josef Mengele stava per incontrare la più grande famiglia di nani di cui si avesse notizia.

Gli Ovitz erano originari di Rozavlea, un villaggio nel distretto di Maramureș in Transilvania (Romania). Il loro patriarca era il rabbi itinerante Shimson Eizik Ovitz, affetto da pseudoacondroplasia, una forma di nanismo; nell’arco di due matrimoni egli aveva avuto dieci figli, di cui sette affetti dalla sua stessa malattia genetica. Cinque di loro erano femmine, e due maschi.
Il nanismo impediva i lavori manuali e faticosi: come risolvere il paradosso di una famiglia così numerosa in cui la forza lavoro era però quasi inesistente? Gli Ovitz decisero di rimanere il più uniti possibile, e si dedicarono all’unica attività che avrebbe garantito una vita decorosa a tutti loro: lo spettacolo.

Fondarono quindi la “Lilliput Troupe”, uno show itinerante in cui si esibivano soltanto i sette fratelli e sorelle nani; gli altri membri della famiglia, di media statura, operavano dietro le quinte occupandosi della stesura degli sketch, dei costumi o lavorando come manager per ottenere nuovi ingaggi. Il loro show di due ore consisteva principalmente in numeri musicali, in cui la famiglia proponeva le hit del momento suonando strumenti costruiti su misura (piccole chitarre, viole, violini, fisarmoniche). Per quindici anni girarono con enorme successo tutta l’Europa centrale, unico spettacolo di soli nani nella storia dell’intrattenimento, finché l’ombra scura del Nazismo non li raggiunse.

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Gli Ovitz, sulla carta, erano destinati a morire. Innanzitutto perché erano ebrei osservanti; e in secondo luogo perché erano “malformati”, e secondo il programma di eutanasia chiamato Aktion T4 le loro erano “vite indegne di essere vissute” (Lebensunwertes Leben). All’epoca del loro arrivo ad Auschwitz, erano in dodici. Il più giovane era un bambino di 18 mesi.

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Josef Mengele, soprannominato l’Angelo della Morte (Todesengel), è rimasto una delle figure più tristemente celebri di quegli inimmaginabili anni di terrore. Nei racconti dei sopravvissuti, il suo personaggio è senza dubbio il più enigmatico e spiazzante: uomo colto e raffinato, doppia laurea in antropologia e medicina, affascinante come un divo di Hollywood, Mengele possedeva un secondo volto, fatto di violenza e crudeltà, capace di affiorare in maniera del tutto disinvolta. A quanto si racconta, poteva portare zucchero ai bambini nel campo nomadi, suonare il violino per loro e, poco dopo, iniettare nel loro cuore del cloroformio su un tavolo di laboratorio o compiere personalmente un’esecuzione di massa a colpi di pistola. In qualità di medico del campo, spesso iniziava la giornata stando sulla banchina e decidendo con un colpo d’occhio e un gesto della mano chi fra i nuovi deportati era destinato al campo o a essere eliminato nelle camere a gas.
Era nota la sua ossessione per i gemelli, che secondo le sue ricerche e quelle del suo mentore Otmar von Verschuer (sempre bene informato delle attività del suo pupillo), avrebbero racchiuso i segreti definitivi dell’eugenetica. Mengele condusse esperimenti umani di ineguagliato sadismo, infettando individui sani con varie malattie, eseguendo dissezioni a paziente vivo e senza anestesia, iniettando inchiostro negli occhi per provare a renderli più “ariani”, sperimentando veleni e bruciando i genitali delle sue cavie con l’acido. Mengele non era uno scienziato pazzo che operava di nascosto, come si era inizialmente creduto, ma era spalleggiato dall’élite della comunità scientifica tedesca: essi godevano sotto il III Reich di inusitata libertà, a patto che dimostrassero che le loro ricerche fossero relative alla costruzione di una razza superiore di combattenti – uno dei chiodi fissi di Hitler.

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“Ora ho lavoro per vent’anni”, esclamò Mengele. Appena vide la famiglia Ovitz, dispose immediatamente che venissero risparmiati e collocati in baracche privilegiate, in cui avrebbero ricevuto razioni di cibo più abbondanti e goduto di migliore igiene. Era particolarmente interessato al fatto che la famiglia comprendesse sia individui di media statura che affetti da nanismo, così ordinò che anche i membri “normali” fossero salvati dalle camere a gas. A quel punto, anche alcuni altri prigionieri dello stesso villaggio degli Ovitz dichiararono di essere loro parenti (e gli Ovitz si guardarono bene dal tradirli), e vennero spostati assieme a loro.

In cambio di una vita relativamente più agiata rispetto agli altri internati – non erano stati rasati a zero, né costretti ad abbandonare i propri vestiti – gli Ovitz vennero sottoposti a una serie di esperimenti. Mengele prelevava regolarmente ingenti campioni di sangue (anche dal piccolo di 18 mesi).

Resoconti scritti di medici deportati gettano ulteriore luce sulle infinite misurazioni e comparazioni antropologiche tra gli Ovitz e i loro vicini di casa, che Mengele aveva scambiato per appartenenti alla famiglia. I dottori prelevarono midollo osseo, estrassero denti sani, strapparono capelli e ciglia, e svolsero test psicologici e ginecologici su tutti loro.
Le quattro donne nane sposate furono sottoposte ad attento scrutinio ginecologico. Le ragazze minorenni del gruppo erano terrificate dalla fase successiva dell’esperimento: temevano che Mengele le accoppiasse con i maschi nani e trasformasse i loro uteri in veri e propri laboratori, per vedere quale progenie ne sarebbe risultata. Si sapeva che Mengele l’aveva già fatto con altri soggetti sperimentali.

(Koren & Negev, The dwarfs of Auschwitz)

In tutto questo, l’Angelo bianco manteneva un rapporto volutamente ambiguo con la famiglia, in continuo equilibrio fra la spietata crudeltà e l’inaspettata gentilezza. D’altronde, se aveva raccolto centinaia di gemelli e poteva permettersi di sacrificarli quando voleva (si racconta di sette coppie di gemelli uccisi in una sola notte), aveva soltanto una famiglia di nani.
Eppure gli Ovitz non coltivavano finte speranze: erano consci che, nonostante i privilegi, sarebbero morti lì.

Invece vissero abbastanza a lungo da vedere la liberazione di Auschwitz il 27 gennaio 1945. Camminarono per ben sette mesi per tornare al loro villaggio, ma trovarono la loro casa completamente saccheggiata; quattro anni più tardi emigrarono in Israele, e ricominciarono i loro spettacoli fino a quando non si ritirarono dalle scene nel 1955.

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Mengele, com’è noto, scappò in Sudamerica sotto falso nome e nei suoi oltre trent’anni da fuggitivo la sua leggenda crebbe a dismisura, amplificandone le già terribili gesta fino a identificarlo con una sorta di demonio che gettava  bambini vivi nel forno e uccideva per semplice divertimento. Diversi resoconti ne restituiscono una versione meno esagerata e colorita, ma non per questo meno inquietante: gli esperimenti umani condotti a Birkenau (e, nello stesso periodo, in Cina all’interno della famigerata Unità 731) sono fra gli esempi più agghiaccianti di una ricerca scientifica che si stacca completamente dalla questione etica.

L’ultima appartenente alla famiglia, Perla Ovitz, si spense nel 2001. Fino alla fine continuò a raccontare la storia della sua famiglia, racchiudendo in una sola frase tutta l’impotenza e la dolorosa assurdità di una simile vicenda, impossibile da spiegare a se stessa e al mondo: “mi sono salvata per grazia del diavolo“.

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Per approfondire:

Un estratto video dal documentario The Seven Dwarfs of Auschwitz (acquistabile e scaricabile qui) , in cui è presente anche uno stralcio del racconto di Perla Ovitz.
Giants: The Dwarfs of Auschwitz (Koren&Negev, 2013) è la principale ricerca sulla famiglia Ovitz, basata sulla testimonianza di Perla Ovitz e decine di altri superstiti.
Children of the Flames: Dr. Josef Mengele and the Untold Story of the Twins of Auschwitz (Lagnado e Dekel, 1992) racconta degli esperimenti di Mengele sui gemelli, con interviste a innumerevoli sopravvissuti.
– Il video in cui il figlio di Mengele, Rolf, racconta del suo incontro con il padre – che non aveva mai conosciuto e che viveva in incognito in Brasile.
La verità su Cândido Godói, paesino del Brasile con un’inaspettata incidenza di parti gemellari, in cui negli anni ’60 si aggirava uno strano medico tedesco: Mengele ha continuato i suoi esperimenti in Sud America?

Corpi estatici: erotismo e agiografia

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Il corpo, nella tradizione cristiana, riveste un ruolo centrale.
Fra le tre grandi religioni monoteiste, infatti, quella cristiana è l’unica che contempli un Dio fattosi uomo, mostrando così di concedere alla carne e al sangue un valore fondamentale. Nella dottrina, la resurrezione non sarà soltanto spirituale, ma riguarderà anche il fisico. Eppure, la carne non si è mai liberata di un’intrinseca duplicità: se da un lato vi si intravede la perfezione dell’opera divina – tanto che il corpo può “trattenere” parte della santità dell’anima, da cui il culto delle reliquie – dall’altro si tratta dell’elemento umano più debole e suscettibile di cadere in tentazione. La corruzione della carne non si può evitare se non mortificando la sensualità o, nei casi più estremi, con il sacrificio finale, più o meno volontario.

In effetti nel Medioevo si assiste a una distinzione sempre più netta fra il corpo carnale e il corpo che risorgerà alla fine dei tempi. Come ricorda Le Goff, “il corpo del cristiano, vivo o morto, è in attesa del corpo di gloria che esso rivestirà se non si compiace nel corpo di miseria. Tutta l’ideologia funeraria cristiana giocherà tra questo corpo di miseria e questo corpo di gloria e si organizzerà attorno allo sradicamento dell’uno verso l’altro”.
Così, nelle vite dei santi, prevale uno sdegnoso rifiuto della fisicità e della vita terrena. Ma, e qui le cose si fanno interessanti, c’è un’evidente differenza fra i santi e le sante.
Se il santo è visto normalmente accettare il martirio, con coraggio e abnegazione, è nelle vite delle sante che si mette in opera invece a una programmatica distruzione o svilimento dei corpi femminili, che assume nell’immaginario agiografico dei contorni sovrumani.
Come ricorda Elisabeth Roudinesco (in La parte oscura di noi stessi. Una storia dei perversi, 2007):

Allorché furono adottati da certi mistici, i grandi rituali sacrificali – dalla flagellazione all’ingestione di immondizie – divennero la prova di una santa esaltazione. […] E se i santi – sotto la spinta di un’interpretazione cristiana del libro di Giobbe – ebbero quale principale dovere quello di annichilire in loro stessi ogni forma di desiderio e fornicazione, le sante si condannarono, mediante l’incorporazione di escrementi o mediante l’esibizione dei loro corpi straziati, a una sterilizzazione radicale dei loro ventri divenuti putridi.

Gilles Tétart nel suo Saintes coprophages: souillure et alimentation sacrée en Occident chrétien (2004, in Corps et Affects, a cura di F. Héritier e M. Xanthakou) riporta svariati esempi di questa parossistica crociata contro la carne e le sue tentazioni.

Margherita Maria Alacoque, monaca francese del ‘600 nota per le sue estasi mistiche, era “talmente delicata che la più piccola sporcizia le faceva balzare il cuore”. Ma dopo che Gesù l’ebbe richiamata all’ordine, riuscì a pulire il vomito di una malata facendo di quest’ultimo il proprio alimento. Più tardi, sorbì la materia fecale di una donna affetta da dissenteria. Per grazia divina, ciò che un tempo l’avrebbe disgustata a morte, provocava ora in lei visioni di Cristo mentre le tiene la bocca incollata alla sua piaga: “Se avessi mille corpi, mille amori, mille vite, le immolerei per essere asservita a Voi”.

Secondo alcuni resoconti, Caterina da Siena un giorno succhiò il pus dei seni di una malata di cancro, e dichiarò di non aver mai mangiato nulla di più delizioso. Infatti Cristo le apparve, rincuorandola: “Mia diletta, hai sostenuto per me grandi lotte e, con il mio aiuto, ne sei uscita vittoriosa. Mai mi fosti più cara e gradevole… Non solo hai disprezzato i piaceri dei sensi, ma hai vinto la natura sorbendo con gioia, per amor mio, un orribile beveraggio. Ebbene, poiché hai compiuto un’azione al di sopra della natura, voglio offrirti un liquore al di sopra della natura”.

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Prima di approfondire il discorso, è necessario tenere sempre a mente un concetto fondamentale: le agiografie dei santi non sono la Storia. Si tratta cioè di opere letterarie in cui ogni elemento è collocato all’interno della narrazione con uno scopo preciso – che non è affatto quello dell’accuratezza dei fatti. La motivazione di questi racconti è piuttosto quello di creare un legame con il lettore, che non solo doveva provare ammirazione per il santo ma immedesimarsi nelle sue sofferenze, sentirle quasi sulla propria pelle, identificarsi nel corpo martoriato.

In secondo luogo non va dimenticato che le vite delle sante erano perlopiù redatte da autori monastici maschi, e riflettono evidentemente l’entusiasmo e le fantasie maschili. Tutto questo ha portato alcuni studiosi (B. Burgwinkle e C. Howie, G. Sorgo, S. Schäfer-Athaus, R. Mills) a sondare i parallelismi nascosti fra agiografia e pornografia, in quanto i due generi sarebbero (fatte le dovute proporzioni) accomunati da alcuni fattori: ad esempio l’estrema attenzione per il corpo, la proposta di immedesimazione, le descrizioni dettagliate, l’utilizzo di personaggi stilizzati (personaggi-funzione), e via dicendo.

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Sarah Schäfer-Althaus, nel suo saggio Painful Pleasure. Saintly Torture on the Verge of Pornography (in Woods, Ian et alii, Mirabilia 18 2014/1) si concentra in particolare su tre sante martiri: Sant’Agata, Sant’Apollonia e Santa Cristina.
Anche nel caso di Sant’Agata, secondo alcune versioni, durante il supplizio avviene un’inversione significativa. Se Santa Caterina, come abbiamo visto, riusciva a trovare “delizioso” l’orrendo pus, in Sant’Agata è il dolore a tramutarsi in piacere.

“I dolori sono la mia delizia”, esclama letteralmente, “è come se udissi buone nuove” – un annuncio che imbestialisce il suo aguzzino maschio, tanto che egli riporta la sua attenzione non soltanto sul corpo di lei, già mutilato, ma specialmente sui suoi seni – l’elemento principe della sua femminilità – e li taglia brutalmente. Ancora una volta, i lettori contemporanei potrebbero aspettarsi una reazione di angoscia e dolore, un grido a chiedere il sollievo divino da quella tortura, eppure Agata in diverse versioni della sua leggenda replica irosa: “Non ti vergogni di tagliare ciò che tu stesso vorresti succhiare?”

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Ecco quindi che l’aggressione assume dei connotati sessuali, o perlomeno che vi è una certa tensione erotica nel martirio, il quale può essere letto come una simbolica deflorazione della femminilità della santa. Deflorazione o penetrazione, va aggiunto, che non può avvenire effettivamente – la santa cioè non può subire realmente lo stupro, perché è essenziale per il racconto agiografico che ella preservi fino alla morte la sua verginità.

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  Lo stesso accade per Sant’Apollonia e Santa Cristina: anche qui la penetrazione deve diventare simbolica, affinché le protagoniste arrivino a Cristo illibate, e ad essere violata è quindi la bocca. Alla prima vengono estirpati tutti i denti, alla seconda è tagliata la lingua.
Ad un primo sguardo l’allusione sessuale di queste due sevizie potrebbe non risultare evidente, ma Schäfer-Athaus svela il codice metaforico che le sottende:

Nell’immaginario comune del Medioevo, la bocca era da un lato considerata un “lucchetto”, con i denti a fungere da “barriera” finale, che decideva quali idee e pensieri dovessero entrare ed uscire dal corpo. Dall’altro, invece, dall’antichità fino al diciannovesimo secolo, la bocca era correlata ai genitali femminili, e la lingua spesso paragonata al clitoride. Il clitoride, a sua volta, era spesso descritto come una “piccola lingua” e apparteneva alle “parti femminili vergognose”.

Ecco quindi che anche questi due supplizi potrebbero significare una violenza di carattere sessuale, seppure ancora una volta simbolica, al fine di permettere il ricongiungimento con Gesù. Si tratta, insomma, di torture che violano quei punti del corpo che sono più femminili, ma lasciano intatta la purezza dell’anima.
Tanto che Santa Cristina può perfino permettersi di raccogliere la sua lingua appena mozzata, e tirarla in faccia al suo aguzzino.

E la sua lingua, questo strumento di parola, e simbolico clitoride, toglie la vista al suo torturatore.

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Se il paragone fra agiografia e pornografia è – ammettiamolo – interessante ma piuttosto azzardato, è innegabile peraltro che questi iperbolici resoconti, scritti come ricordato principalmente da uomini in ambito monastico, ci raccontino almeno in parte qualcosa delle fantasie maschili medievali.
Tanto che c’è chi, come la già citata Roudinesco, arriva a vedervi addirittura un’anticipazione dei temi sadiani o, meglio, una fonte di ispirazione per l’opera del Marchese:

È proprio per questo che La legenda aurea, opera pia che riporta la vita dei santi, può essere letta come una sorta di prefigurazione di quel ribaltamento perverso della Legge che sarà effettuato da Sade in Le centoventi giornate di Sodoma. Vi si trovano gli stessi corpi suppliziati, denudati, lordati. Martirio rosso, martirio bianco, martirio verde. Sul modello di questo grande internamento monastico pieno di macerazioni e dolori, il marchese inventerà, privandolo della presenza di Dio, una sorta di giardino sessuologico abbandonato alla combinatoria di un godimento illimitato dei corpi.

D’altronde, piacere e dolore si confondono spesso, e nella letteratura agiografica questo è ancora più vero in quanto, nel martirio, il dolore del sacrificio è inseparabile dal piacere del ricongiungimento con Dio.
E nel lettore il nascosto compiacimento per i dettagli più atroci, per il linguaggio pittoresco e per le colorite descrizioni doveva infine generare, almeno negli intenti, il desiderio: desiderio di emulare questi santi impavidi e queste vergini potenti, incorruttibili e capaci di tramutare la sofferenza in estasi.

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(Avevamo già parlato di martiri in questo articolo.)

Gli ammutinati della Batavia

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Il viaggio della Batavia era partito male fin dall’inizio.
Quando questa nave della Compagnia Olandese delle Indie Orientali salpò da Texel, nei Paesi Bassi, il 29 ottobre 1628, una violenta tempesta la separò dalle altre sei imbarcazioni della flotta. Tornata la calma, soltanto tre navi erano in vista: la Batavia, appunto, Assendelft e la Buren. Proseguirono il loro viaggio fino al Capo di Buona Speranza, arrivandoci perfino in anticipo di un mese sulla tabella di marcia. Ma già a questo punto era chiaro che c’era sangue amaro fra il comandante Francisco Pelsaert e il capitano Adrian Jacobsz.
Pelsaert era uno degli uomini di maggiore esperienza di tutta la Compagnia, e mal sopportava l’amore del capitano per la bottiglia: l’aveva ripreso severamente, in pubblico e di fronte alla ciurma. Jacobsz, pur facendo buon viso a cattivo gioco, covava la sua vendetta.

Il terzo uomo più importante sulla nave, dopo il comandante e il capitano, era un certo Jeronimus Cornelisz. La sua era una storia strana, perché non era davvero un marinaio: aveva sempre svolto l’attività di farmacista, come suo padre prima di lui. Ma nel 1627 il suo figlioletto di pochi mesi era morto a causa della sifilide, e Cornelisz si era impuntato nel voler dimostrare che era stata l’infermiera a contagiare il bambino, e non sua moglie. Invischiato in azioni legali, era presto andato in bancarotta. Si era imbarcato sulla Batavia proprio per scappare dall’Olanda e fuggire i suoi guai finanziari.
A bordo della nave, Cornelisz divenne amico di Jacobsz; assieme, i due cominciarono a tramare un piano di ammutinamento per spodestare il comandante Pelsaert.

Le navi ripartirono da Città del Capo dirette verso Java, ma poco dopo aver lasciato la terra si persero di vista. La Batavia ora era sola nell’Oceano Indiano. Durante la traversata, Pelsaert si ammalò e restò per gran parte del tempo chiuso nella sua cabina. Fra gli uomini della ciurma, senza il rigido controllo del comandante, le cose cominciarono a precipitare.

Dei 341 passeggeri circa due terzi erano ufficiali ed equipaggio, circa un centinaio erano soldati e il resto era costituito da civili tra cui alcune donne e bambini. Come si può immaginare, essere donna in così stretta minoranza su una nave che ospitava centinaia di uomini, lasciati a se stessi senza una vera disciplina, era piuttosto rischioso. La prima a fare le spese di questa pesante situazione fu Lucretia Jans, una ventisettenne dell’alta società oladese che viaggiava per raggiungere suo marito a Giacarta. Jacobsz ce l’aveva con lei perché aveva rifiutato le sue avances; così nel pieno dell’oceano Lucretia venne assalita da uomini mascherati che la “appesero fuori bordo per i piedi e maltrattarono indecentemente il suo corpo“. Più tardi la donna dichiarerà di aver riconosciuto Jacobz e un suo scagnozzo dalle voci dei molestatori. Non è chiaro se questo incidente facesse in realtà parte del piano di ammutinamento: se Lucretia non avesse riconosciuto gli assalitori, il comandante Palseart avrebbe dovuto punire tutta la ciurma, e forse Jacobz puntava su un’eventualità simile per diffondere il malcontento fra i marinai.
Ma Palseart, a causa della sua malattia, non arrestò né punì i colpevoli. Mentre Cronelisz e Jacobsz architettavano nuovi espedienti per scatenare l’ammutinamento, la notte del 4 giugno 1629 successe qualcosa di imprevisto.

Il 4 di Giugno, un lunedì mattina, il secondo giorno di Pentecoste, con luna piena e chiara circa due ore prima dell’alba durante la veglia del capitano (Ariaen Jacobsz), giacevo ammalato nella mia cuccetta e tutto d’un tratto sentii, con un duro e terribile movimento, l’urto del timone della nave, e immediatamente dopo sentii la nave incagliarsi nelle rocce, tanto che caddi giù dalla branda. A quel punto corsi di sopra e scoprii che tutte le vele erano spiegate, il vento da sudovest […] e che stavamo nel mezzo di una densa nebbia. Attorno alla nave c’era soltanto una rada schiuma, ma poco dopo sentii il mare infrangersi violentemente intorno a noi. Dissi, “Capitano, cosa avete fatto, a causa della vostra incauta sbadataggine avete passato questo cappio attorno al nostro collo?”

(Diario di Pelsaert)

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La Batavia si era incagliata sulla barriera corallina di Morning Reef, nell’arcipelago di Houtman Abrolhos, quaranta miglia al largo della costa ovest dell’Australia. A poco a poco i sopravvissuti vennero trasportati su due isole vicine, Beacon Island e Traitor’s Island. Alcuni uomini, fra cui Cornelisz, rimasero a bordo del relitto. Ma l’arcipelago non offriva a prima vista possibilità di sostentamento per tutti quegli uomini: il cibo scarseggiava (sulle isole si potevano trovare soltanto degli uccelli e qualche leone marino), e il problema più grave era la mancanza d’acqua dolce. Palseart decise, coraggiosamente, di tentare un’impresa impossibile – raggiungere Giacarta con le scialuppe di salvataggio che rimanevano a disposizione.

Alla fine, dopo aver discusso a lungo e ponderato che non c’era speranza di portare l’acqua fuori dal relitto a meno che la nave non fosse caduta a pezzi e i barili fossero arrivati galleggiando fino a terra, o che venisse una buona pioggia quotidiana per alleviare la nostra sete (ma questi erano tutti mezzi molto incerti), decidemmo dopo lungo dibattito […] che saremmo dovuti andare a cercare l’acqua nelle isole limitrofe o sul continente per mantenerci in vita, e se non avessimo trovato acqua, che avremmo allora navigato con le barche senza indugio per Batavia [antico nome di Giacarta], e con la grazia di Dio raccontato laggiù la nostra triste, inaudita, disastrosa vicenda.

(Diario di Pelsaert)

Pelsaert prese con sé 48 uomini fra ufficiali e passeggeri, Jacobsz incluso, e salpò per Giacarta. Ci arrivò 33 giorni dopo, incredibilmente senza perdite umane. Una volta nella capitale, Jacobsz venne arrestato per negligenza. Pelsaert cominciò a organizzare il viaggio di ritorno per salvare i superstiti, ma quello che non sapeva è che nel frattempo qualcosa di davvero inimmaginabile era successo sulle isole.

Cornelisz era rimasto sulla Batavia, incagliata nel corallo; ma poco dopo la partenza di Pelsaert la nave si era completamente sfasciata, portando con sé sott’acqua 40 uomini. Cornelisz riuscì a salvarsi e ad arrivare a riva aggrappandosi ai relitti galleggianti. I naufraghi erano amareggiati e furibondi d’essere stati abbandonati nel momento del bisogno dal loro comandante; Cornelisz quindi ebbe facile gioco nel reclutare una quarantina di uomini senza scrupoli per assicurarsi il potere sul gruppo. La sua intenzione iniziale era quella di catturare qualsiasi barca fosse arrivata per salvarli, e usarla per partire per conto proprio. Ma con il passare dei giorni un altro, più oscuro e folle progetto si fece strada nella sua mente: sarebbe diventato il tiranno incontrastato di quelle piccole e sconosciute isole, e avrebbe costruito un suo privato regno di piacere e di terrore, nel quale passare il resto della sua vita.

Chiaramente Cornelisz doveva eliminare qualsiasi oppositore o individuo pericoloso; così cominciò sistematicamente a sbarazzarsi degli altri sopravvissuti. All’inizio Cornelisz procedette in maniera subdola, spedendo per esempio una quarantina di mozzi a Seal Island, con il pretesto che lì si trovavano delle fonti d’acqua dolce; egli sapeva bene che in realtà non ce n’erano, e li abbandonò al loro destino. Un gruppo di soldati al comando di un certo Wiebbe Hayes vennero mandati ad esplorare delle isole all’orizzonte (West Wallabi Island), con l’intesa che sarebbero stati recuperati appena avessero acceso dei fuochi di segnalazione. Anche questa volta Cornelisz, ovviamente, non aveva alcuna intenzione di tornare a riprenderli.

Se fino ad allora Cornelisz si era mosso discretamente, pian piano ogni scrupolo venne a cadere. Alcuni uomini furono imbarcati per finte ricognizioni, e spinti fuori bordo dai sicari di Cornelisz; altri annegati direttamente sulla spiaggia. I potenziali oppositori erano ormai debellati, il dominio di Cornelisz divenne assoluto e con esso l’escalation di violenza non conobbe più freni. Cornelisz aveva stabilito che il numero ideale di abitanti dell’isola era di 45 persone – tutti gli altri andavano decimati senza pietà. Vennero organizzate le esecuzioni, infermi e malati per primi. I bambini vennero tutti massacrati. Alcune donne furono risparmiate soltanto per diventare schiave sessuali dei nuovi padroni dell’isola; Cornelisz si riservò come ancella personale proprio quella Lucretia Jans già concupita da molti marinai sulla Batavia.
Quando ci si accorse che sulla vicina Seal Island il gruppo d’esplorazione abbandonato a morire era in realtà ancora in vita (si potevano vedere i superstiti aggirarsi sulla spiaggia), Cornelisz inviò i suoi uomini ad ucciderli; missione che essi portarono a termine senza problemi.

Il controllo di Cornelisz era totale. Nonostante non avesse commesso personalmente alcuno dei crimini (aveva provato ad avvelenare un bambino senza successo, lasciando poi ad altri il compito di strangolarlo), con il suo carisma induceva i sottoposti ad agire per lui. A dire la verità, con il passare dei giorni, non vi fu nemmeno più il bisogno di convincerli:

Con una banda devota di giovani assassini, Cornelisz cominciò a uccidere sistematicamente chiunque credeva potesse essere un problema per il suo regno di terrore, o un peso per le loro limitate risorse. Gli ammutinati divennero inebriati di omicidi, e nessuno poteva più fermarli. Avevano bisogno soltanto della minima scusa per annegare, picchiare, strangolare o pugnalare a morte le loro vittime, donne e bambini inclusi.

(Mike Dash, Batavia’s Graveyard)

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Fra i testimoni, il predicatore Gijsbert Bastiaenz assistette impotente a tutte queste orribili carneficine, e vide trucidare di fronte a sé sua moglie e le sue figlie, tranne la primogenita che uno degli uomini di Cornelisz aveva preteso per sé. Scriverà il resoconto dell’eccidio in una lettera che ci è arrivata intatta.

Ma un giorno successe qualcosa che Cornelisz non aveva previsto: un fuoco di segnalazione venne avvistato su una delle isole all’orizzonte dove erano stati abbandonati Wiebbe Hayes e i suoi soldati. Chiaramente erano riusciti a trovare dell’acqua, e questo complicava le cose per Cornelisz: significava che il gruppo aveva mezzi per sopravvivere, e il pericolo era che quei soldati raggiungessero per primi le eventuali navi di salvataggio in arrivo.
Wiebbe Hayes però era stato avvisato dei massacri che avevano luogo su Beacon Island da alcuni uomini riusciti a fuggire; aveva dunque avuto il tempo di organizzare le sue difese. I suoi soldati avevano costruito armi di fortuna con i materiali arrivati a riva dal naufragio; avevano perfino costruito un piccolo fortino con pietre e blocchi di corallo. A questo punto erano meglio nutriti, e meglio addestrati, dei sicari di Cornelisz, e quando questi arrivarono per dare battaglia riuscirono a sconfiggerli facilmente in diversi scontri.

Quando Cornelisz vide tornare i suoi uomini a mani vuote, andò su tutte le furie e decise di prendere direttamente il comando delle operazioni. Attaccò Hayes, ma venne fatto prigioniero; e qui il suo regno sanguinario, durato per ben due mesi, conobbe la sua fine. A questo punto infatti comparve all’orizzonte una nave. Era Pelsaert che tornava a salvare i naufraghi, ignaro dei terribili eventi.

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Il giorno 17, di mattina all’alba, abbiamo levato ancora l’ancora, il vento a nord. […] Prima di mezzogiorno, avvicinandoci all’isola, vedemmo del fumo su un lungo isolotto due miglia ad ovest del relitto, e anche su un’altra piccola isola vicino al relitto, fatto per cui eravamo tutti molto felici, sperando di trovare un buon numero, se non tutti quanti, ancora vivi. Quindi, appena gettata l’ancora, navigai in barca fino all’isola più vicina, portando con me un barile d’acqua, pane di mais, e un fusto di vino; arrivato, non vidi nessuno, cosa che ci diede da pensare. Sbarcai a riva, e allo stesso momento vedemmo una piccola barca con quattro uomini che aggirava la punta nord; uno di loro, Wiebbe Haynes, saltò giù e corse verso di noi, gridando da lontano, “Benvenuti, ma tornate immediatamente a bordo, perché c’è un gruppo di furfanti sulle isole vicino al relitto, con due imbarcazioni, che hanno intenzione di catturare la vostra nave”.

(Diario di Pelsaert)

Haynes spiegò al comandante che aveva preso in ostaggio Cornelisz; Pelsaert catturò senza problemi gli ammutinati, e nei successivi interrogatori ricostruì l’intero accaduto. I crimini commessi, oltre ovviamente all’omicidio di svariate persone, includevano anche innumerevoli stupri e il furto di beni della Compagnia e di effetti personali dei passeggeri.
Il 2 ottobre 1629 venne eseguita, sulla stessa Seal Island, la condanna dei colpevoli. Agli ammutinati venne tagliata la mano destra, prima di essere impiccati. Per Cornelisz la pena comportò l’amputazione di entrambe le mani, prima di salire sul patibolo.

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A Giacarta infine si decisero le sorti degli ultimi protagonisti di questa vicenda.
Il capitano Jacobsz, che era già prigioniero, nonostante le torture non confessò mai di aver tentato l’ammutinamento sulla Batavia; morì probabilmente in prigione.
Il comandante Pelsaert venne ritenuto responsabile di mancanza d’autorità. Gli vennero confiscati tutti gli averi, e nel giro di un anno morì di stenti.
Wiebbe Hayes, che aveva invece combattuto coraggiosamente, divenne un eroe. La Compagnia lo promosse a sergente e in seguito a luogotenente.

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Quello della Batavia è considerato uno degli ammutinamenti più sanguinosi della storia: dei 341 passeggeri originari, soltanto 68 sopravvissero (intorno al centinaio secondo altre fonti). Alcune vittime furono ritrovate, in fosse comuni, durante gli scavi archeologici. Se il relitto e i resti umani sono esposti al Western Australian Museum, a Lelystad nei Paesi Bassi è possibile ammirare una straordinaria replica della Batavia, eseguita a cavallo fra gli anni ’80 e ’90, e costruita con gli stessi attrezzi, metodi e materiali che si usavano nel Seicento.

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Martiri

Roma, il Pomarancio e l’arte sacra crudele

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I martiri costituiscono uno dei temi prediletti dall’arte cristiana fin dagli albori. Eppure inizialmente le rappresentazioni dei supplizi subìti dai santi in testimonianza della loro fede mostravano comunque dei toni abbastanza neutri. Come scrive Umberto Eco nella sua Storia della bruttezza:

Raramente nell’arte medievale il martire è rappresentato imbruttito dai tormenti come si era osato fare col Cristo. Nel caso di Cristo si sottolineava l’immensità inimitabile del sacrificio compiuto, mentre nel caso dei martiri (per esortare a imitarli) si mostra la serenità serafica con cui essi sono andati incontro alla propria sorte. Ed ecco che una sequenza di decapitazioni, tormenti sulla graticola, asportazione dei seni, può dar luogo a composizioni aggraziate, quasi in forma di balletto. Il compiacimento per la crudeltà del tormento sarà caso mai reperibile più tardi […], nella pittura seicentesca.

In realtà già nel Tardo Manierismo, vale a dire verso la fine del ‘500, la Controriforma aveva riportato una rigorosa ortodossia nell’arte sacra; nel 1582 il Cardinale Gabriele Paleotti pubblica il suo fondamentale Discorso intorno alle immagini sacre e profane, in cui vengono dettate le direttive iconografiche ecclesiastiche da seguire. Da questo momento gli artisti dovranno concentrarsi su scene bibliche educative, di immediata lettura, allontanandosi dai temi classici e attenendosi scrupolosamente a quanto riportato nelle Scritture; nel caso dei martiri, si dovrà cercare di rendere il più possibile concreta la descrizione della sofferenza, in modo da favorire l’immedesimazione del fedele. In questo clima di propaganda, nacquero quindi affreschi e dipinti di una violenza senza precedenti.

A Roma soprattutto si trovano alcune chiese particolarmente ricche di simili raffigurazioni. La più significativa è quella di Santo Stefano Rotondo al Celio; poco distante si trova la Chiesa dei Santi Nereo e Achilleo; in via Nazionale, invece, sorge la Basilica di San Vitale. Innumerevoli altri esempi sono sparsi un po’ ovunque nella capitale, ma queste tre chiese da sole costituiscono una sorta di enciclopedia illustrata della tortura.

In particolare le prime due ospitano gli affreschi di Niccolò Circignani detto il Pomarancio (ma attenzione, perché il nomignolo venne dato anche a suo figlio Antonio e al pittore Cristoforo Roncalli). Autore manierista ma lontano dagli eccessi bizzarri del periodo, Niccolò Circignani mostrava una spiccata teatralità compositiva, e un’esecuzione semplice ma efficace, dai colori vivaci e incisivi.

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Il ciclo del martiriologio a Santo Stefano Rotondo è impressionante ancora oggi per il realismo cruento e a tratti rivoltante delle scene: dal supplizio di Sant’Agata, a cui le tenaglie dilaniano il petto, alla lapidazione del primo martire della storia (Santo Stefano, appunto), fino alla “pena forte e dura“, le pareti della chiesa sono un susseguirsi di santi bolliti vivi o soffocati dal piombo fuso, lingue strappate, occhi e budella sparse, corpi fatti a pezzi, mazzolati, bruciati, straziati in ogni possibile variante.

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Sempre al Pomarancio sono attribuite altre opere situate nella Chiesa dei Santi Nereo e Achilleo. Qui San Simone viene segato a metà a partire dal cranio, San Giacomo Maggiore decapitato, San Bartolomeo scorticato vivo, e via dicendo.

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Nella Basilica di San Vitale possiamo ammirare il santo omonimo che viene prima torturato sulla ruota, e poi sepolto vivo – anche se in questo caso i dipinti sono ad opera di Agostino Ciampelli. La chiesa contiene anche decapitazioni e teste mozzate.

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Certo, nelle intenzioni queste scene dovevano essere educative, e spingere all’imitazione di questi esempi di fede incrollabile. Ma che dire dell’evidente compiacimento nel mostrare le varie torture e i supplizi? Il nostro sadismo non è forse stuzzicato da queste rappresentazioni?

È questo fascino oscuro che spinge Eco a parlare di “erotica del dolore“; e d’altronde Bataille termina il suo excursus nell’arte erotica (Le lacrime di Eros) sulla fotografia di un condannato alla pena cinese del lingchi, la morte dai mille tagli, “inevitabile conclusione di una storia dell’erotismo” e simbolo dell’ “erotismo religioso, l’identità dell’orrore e del religioso“.
Fotografia talmente insostenibile che il filosofo confessa: “a partire da questa violenza – ancora oggi io non riesco a propormene un’altra più folle, più orribile – io fui così sconvolto che accedetti all’estasi“. Rapimento mistico, orgasmo e orrore sono, per Bataille, inscindibili.

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Questa seduzione ambigua delle immagini violente, però, è intrinseca in ogni crudeltà. Il concetto trova infatti origine in due ceppi etimologici diversi – da una parte cruor, la carne sanguinosa, il sangue sparso, e dall’altra crudus, il crudo, tutto ciò che è animalesco, primordiale e non ancora conquistato dalla cultura umana (conoscere il fuoco e utilizzarlo per cuocere il cibo è, sostiene Lévi-Strauss ne Il crudo e il cotto, uno dei momenti fondanti dell’umanità, rispetto alla vita bestiale).
In questo senso la crudeltà oscilla fra due opposti perturbanti: l’orrore e l’oscenità della violenza, e il segreto giubilo di vedere riaffiorare l’istinto represso, che minaccia l’ordine costituito.
Starebbe in questo nucleo di sentimenti contrapposti la calamita che attira il nostro sguardo verso simili immagini, eccitandoci e repellendoci al tempo stesso, e forse facendoci in questo modo accedere alla parte più nascosta del nostro essere.

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Per approfondire i risvolti concettuali della crudeltà, il saggio di riferimento è l’eccellente Filosofia della crudeltà. Etica ed estetica di un enigma di Lucrezia Ercoli.
Se vi interessa conoscere meglio la figura del Pomarancio, ecco un esaustivo podcast di Finestre sull’arte.

Sport bestiali: il gioco, il sangue, la crudeltà

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Orson Welles, come è noto, ha cambiato la storia del cinema a soli 26 anni con l’inarrivabile Quarto Potere, un film che già nel 1941 mostrava un linguaggio inaspettatamente moderno e complesso. Welles era anche un eccellente prestigiatore e illusionista, ma quello che pochi sanno è che in gioventù il poliedrico artista e intellettuale aveva accarezzato il sogno di diventare un torero. La sua passione per le battaglie con i tori scemò progressivamente negli anni, quando Welles vide prevalere l’aspetto sensazionalistico e folkloristico della corrida sul suo significato simbolico – nelle sue parole, il sacrificio della “bestia coraggiosa” che incontra un “uomo coraggioso” in una battaglia rituale. “Odio tutto quello che è folkloristico. Ma non ce l’ho con la corrida perché ha bisogno di tutti quei giapponesi nella prima fila per continuare ad esistere (e ne ha bisogno davvero); piuttosto, mi è successa la stessa cosa di mio padre, che era un grande cacciatore e di colpo smise di cacciare, perché disse: ho ucciso troppi animali, e adesso mi vergogno di me stesso“.
Nella stessa splendida intervista con Michael Parkinson, Welles definiva la corrida “indifendibile e irresistibile” allo stesso tempo.

Irresistibile. Qualsiasi scontro violento fra uomo e animale, o fra animale e animale, attira inevitabilmente il nostro sguardo. Sarà forse un richiamo primitivo che ci riporta in contatto con l’antica paura di diventare prede; ma alzi la mano chi non è rimasto, almeno da bambino, incantato di fronte alle immagini televisive dei leoni maschi che combattono per il privilegio sulla femmina, o dei cervi che si scornano per il territorio. La lotta, la violenza sono parte integrante della natura, ed esercitano ancora su di noi un fascino potente e ancestrale.

Questo è probabilmente lo stimolo che sottende un tipo di “show” (se così si può chiamare), già avversato sotto il profilo etico nell’800, e ormai quasi universalmente condannato per la sua crudeltà: si tratta dei cosiddetti bloodsport, definiti dal Cambridge Dictionary come “qualsiasi sport che implica l’uccisione o il ferimento di animali per l’eccitazione degli spettatori o delle persone che ne prendono parte”.
Combattimenti fra galli, fra cani, fra tori, fra orsi, fra ratti, fra tassi: la fantasia non ha mai avuto confini quando si trattava di spingere due animali ad un duello per il semplice gusto dello spettacolo. In questo articolo passeremo in rassegna alcuni dei bloodsport più bizzarri – e probabilmente farete fatica a credere che alcune di queste forme di “intrattenimento” esistano, o siano esistite, per davvero.

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Il tiro dell’oca viene praticato ancora oggi in alcune regioni del Belgio, dell’Olanda, e della Germania, ma si utilizza un’oca già morta, uccisa con “metodi umani” da un veterinario. Non era così al principio della tradizione: l’oca, ancora viva, veniva legata per le zampe ad un’asse o a una corda sospesa; si spalmavano attentamente la testa e il collo dell’animale con grasso o sapone. I concorrenti, a turno, dovevano cavalcare sotto il palo e tentare di afferrare la scivolosa testa dell’oca. L’eroe del giorno era chi riusciva a staccare la testa all’uccello, e spesso il premio per la vincita era semplicemente l’oca stessa. Poteva sembrare un’impresa semplice, ma non lo era affatto, come testimonia un passaggio di William G. Simms:

Soltanto al cavaliere esperto, e all’esperto sportivo, è possibile assicurarsi il successo. I giovani principianti, che considerano l’impresa piuttosto facile, sono costantemente scornati; molti scoprono che è impossibile per loro passare nel punto giusto; molti vengono tirati giù dalla sella, e anche quando siano riusciti a passare sotto all’albero senza disastri, falliscono nell’afferrare l’oca, che continua a svolazzare e gridare; oppure, non riescono, andando al galoppo, a mantenere la presa sul collo scivoloso come un’anguilla e sulla testa che hanno preso.

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Nato nel XVII secolo in Olanda, questo sport si diffuse anche in Inghilterra e nel Nord America e, nonostante fosse criticato da molte voci autorevoli dell’epoca, resistette oltreoceano fino alla fine dell’800. Una versione leggermente diversa, ma altrettanto antica, si tiene ogni anno in Svizzera, a Sursee, durante la festa chiamata Gansabhauet: i concorrenti indossano una maschera che rappresenta il volto del Sole e una casacca rossa; la maschera impedisce di vedere alcunché e i partecipanti, procedendo alla cieca, devono riuscire a decapitare un’oca (già morta) appesa ad una corda, utilizzando una spada a cui, per aumentare la difficoltà, è stato tolto il filo.

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Un altro sport stravagante vide la luce invece in tempi più recenti, durante gli anni ’60. Si tratta dell’octopus wrestling: senza bombole o boccagli di sorta, i concorrenti dovevano riuscire ad afferrare una piovra gigante a mani nude e riportarla in superficie. Il peso del polpo determinava il vincitore. L’animale veniva in seguito cucinato, donato all’acquario locale oppure rimesso in libertà.

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Agli inizi degli anni ’60 si teneva annualmente un Campionato Mondiale di octopus wrestling, che attraeva migliaia di persone, tanto da essere ripreso perfino dalla televisione; nell’edizione del 1963 vennero pescati un totale di 25 polpi giganti del Pacifico, il più grosso dei quali pesava quasi 26 chili. Si aggiudicò la medaglia d’oro lo scozzese Alexander Williams, che catturò ben tre animali.

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In Giappone, nella cittadina di Kajiki, ogni anno si tiene il festival tradizionale Kumo Gassen, che è il più celebre evento di lotta fra ragni. Praticata un po’ in tutto il Sud Est asiatico, questa disciplina prevede l’utilizzo di argiopi a strisce nere e gialle. Amorevolmente allevati come fossero dei cuccioli, i ragni sono liberi di vagare per la casa, di camminare sulla faccia e sul corpo dei loro padroni, e di costruirsi le loro ragnatele a piacimento: lo scotto da pagare per questa libertà è il duro allenamento alla lotta. A dire il vero, questi aracnidi non sono per loro natura particolarmente aggressivi, e anche durante il combattimento, che avviene per mezzo di un bastoncino sul quale i ragni si scontrano, è raro che si feriscano brutalmente. In ogni caso, è presente un arbitro addetto a separarli, se le cose dovessero farsi troppo violente.

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Se il Kumo Gassen non è in definitiva uno sport particolarmente cruento rispetto ad altri, concludiamo invece con quello che è forse il più agghiacciante fra tutti: il fuchsprellen, popolare nel XVII e XVIII secolo.
Immaginate la scena. In un’arena chiusa (il cortile di un castello, oppure uno spazio appositamente delimitato) si radunavano le coppie di partecipanti al gioco. Nobili con le loro consorti, alti dignitari e rampolli di grandi casate. Ogni coppia era spesso composta da marito e moglie, in modo da aumentare la competitività dei concorrenti. A sei o sette metri di distanza l’uno dall’altra, entrambi tenevano in mano il capo di una rete o di una serie di corde poggiata per terra: questa era la loro fionda.
Ad un tratto, una volpe veniva liberata nel cortile: spaventata, correva di qua e di là finché non passava sopra alla fionda di una delle coppie. In quell’esatto momento i due concorrenti dovevano tirare gli estremi della rete con tutta la forza, per lanciare l’animale il più in alto possibile.

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Nel campionato di lancio della volpe indetto da Augusto II di Polonia, non furono soltanto questi bellissimi animali a venire sparati in aria: vennero fiondati in totale 647 volpi, 533 lepri, 34 tassi e 21 gatti selvatici. Il Re in persona partecipò ai giochi, e dimostrò (a quanto si racconta) la sua forza tenendo la rete con un solo dito, mentre all’altro capo stavano due dei cortigiani più muscolosi. Ogni tanto si provava anche qualche nuova variante: nel 1648 vennero liberati nel recinto 34 cinghiali “con grande diletto dei cavalieri, ma causando il terrore delle nobildonne, fra le gonne delle quali i cinghiali crearono grande scompiglio, per l’ilarità senza fine dell’illustre compagnia ivi assembrata“. Nello stesso campionato si provò a lanciare tre lupi.
Leopoldo I d’Asburgo invece si univa con gioia ai nani di corte per finire a mazzate gli animali appena atterrati, tanto che un ambasciatore annotò la sua sorpresa nel vedere l’Imperatore del Sacro Romano Impero accompagnarsi con quella cricca di “minuscoli ragazzi, e idioti“.

Indifendibile, ma non certo irresistibile.

(Grazie, Gianluca!)

Sade, diamante oscuro

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Dopo trent’anni di battaglie legali, il manoscritto delle 120 giornate di Sodoma del Marchese de Sade è ritornato in Francia. Si tratta di un rotolo di foglietti incollati l’uno all’altro, come un antico libro sacro (o, meglio, sacrilego…), lungo 12 metri e largo 11,5 centimetri, vergato in una calligrafia microscopica sul fronte e sul retro. Un’opera colossale, lunghissima, composta di nascosto dal Divin Marchese mentre si trovava prigioniero alla Bastiglia. E proprio durante l’assalto alla prigione, quel famoso 14 luglio del 1789, nel trambusto il manoscritto scomparve. Sade morirà convinto che l’opera che riteneva il suo capolavoro fosse andata perduta per sempre.
Il manoscritto, invece, ha percorso l’Europa fra rocambolesche peripezie (ben riassunte in questo articolo), fino alla notizia di pochi giorni fa dell’acquisto per 7 milioni da parte di una collezione privata e del suo probabile, prossimo inserimento all’interno della Bibliothèque Nationale. Questo significa che il libro – e di conseguenza il suo autore – saranno presto dichiarati patrimonio nazionale.

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Questo riconoscimento arriva nel duecentenario della morte dell’autore: tanto ci è voluto perché il mondo si accorgesse appieno del valore della sua opera. Sade ha pagato con il carcere e con l’infamia postuma la sua ricerca artistica, ed è per questo il caso più interessante di rimozione collettiva della storia della letteratura. La società occidentale non ha infatti potuto tollerare i suoi scritti e, soprattutto, le loro implicazioni filosofiche per ben due secoli.
Perché? Cosa contengono di tanto scandaloso le sue pagine?

Chiariamo innanzitutto che non sono le scene erotiche il problema: la tradizione letteraria libertina era già ben solida prima di Sade, e contava diversi libri che si possono certamente definire “crudeli”. Sade, in effetti, era un ben mediocre scrittore, dalla prosa ripetitiva e noiosa e dall’originalità linguistica limitata; ma anche questo è un elemento importante, come vedremo più avanti. Allora, perché tanta indignazione?
Ciò che risultava inaccettabile era la totale inversione filosofica operata da Sade: inversione dei valori, inversione teologica, inversione sociale. La visione sadiana, molto complessa e spesso ambigua, prende le mosse dall’idea del male.

Il problema del male attraversa secoli e secoli di filosofia e teologia cristiana (nel concetto di teodicea). Se Dio esiste, come può permettere che esista il male? A che fine? Perché non ha voluto creare un mondo privo di tentazioni e semplicemente buono?

Secondo gli illuministi, Dio non esiste. Esiste soltanto la Natura. Ma il bene e il male sono comunque chiaramente definiti, e per l’uomo tendere al bene è naturale.
Sade invece fa un passo ulteriore. Guardiamo, suggerisce, cosa succede nel mondo. I malvagi, i violenti, i crudeli, hanno una vita più prosperosa delle persone virtuose. Indulgono nel vizio, nei piaceri, a discapito delle persone deboli e virtuose. Questo significa che la Natura è dalla loro parte, che anzi trova giovamento dal loro comportamento, altrimenti punirebbe le loro azioni.
La Natura dunque è malvagia, e fare il male significa accordarsi al suo volere – cioè in realtà far cosa giusta. L’uomo, secondo Sade, tende al bene soltanto per abitudine, per educazione; ma la sua anima è nera e torbida, e al di fuori delle regole imposte dalla società l’uomo cercherà sempre e solo di soddisfare i suoi piaceri, trattando i suoi simili come oggetti, umiliandoli, sottomettendoli, torturandoli, distruggendoli.

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La ricerca di Sade è stata paragonata a quella di un mistico; ma laddove il mistico si dirige verso la luce, Sade cerca al contrario l’oscurità. Nessuno prima o dopo di lui ha mai osato scendere così in fondo alla parte tenebrosa dell’uomo, e paradossalmente egli vi riesce spingendo fino alle estreme conseguenze il pensiero razionalista. Torna alla mente il famoso dipinto di Goya, Il sonno della ragione genera mostri: leggendo Sade, si ha la netta impressione che sia invece la ragione stessa a crearli, se portata all’eccesso, fino a mettere in discussione i valori morali.

Ecco quindi l’ultima spiaggia: non solo non condannare più il male, ma addirittura promuoverlo e assumerlo come fine ultimo dell’esistenza umana. Ovviamente, dobbiamo ricordare che Sade passò in carcere la maggior parte della sua vita proprio per queste idee; così, man mano che gli anni passavano, egli diveniva sempre più amaro, furibondo e carico d’odio verso la società che l’aveva condannato. Non sorprende che i suoi scritti composti in prigionia siano quelli più sulfurei, più estremi, in cui Sade sembra prendere piacere a distruggere e scardinare qualsiasi codice morale. Ne risulta, come dicevamo, una totale inversione dei valori: la carità e la pietà sono sbagliate, la virtù porta sventure, l’omicidio è il bene supremo, ogni perversione e violenza umana non solo è scusata ma proposta come modello ideale di comportamento.
Ma ci credeva veramente? Era serio? Non lo sapremo mai con certezza, ed è questo che lo rende un enigma. Di sicuro possiamo solo dire che nei suoi scritti non c’è quasi traccia di umorismo.

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La sua personalità era fiammeggiante e mai doma, perennemente inquieta e tormentata. Impulsivo, sessualmente iperattivo, anche la sua scrittura era febbrile e senza freno. Ne Le 120 giornate di Sodoma, Sade si propone di declinare tutte le possibili perversioni umane, tutte le violenze, catalogandole con precisione maniacale: un romanzo enciclopedico, colossale anche per dimensioni, compilato di straforo perché ad un certo punto le autorità gli proibirono penna, carta e calamaio. Sade arrivò a scriverlo con un pezzetto di legno utilizzando inchiostri di fortuna, e talvolta perfino con il proprio sangue, pur di non interrompere il flusso di pensieri e parole che da lui sgorgavano come un fiume in piena. Per un personaggio così, non esistevano le mezze misure.

La sua opera è contro tutto e tutti, di un nichilismo talmente disperato e terminale che nessuno ha mai avuto il coraggio di replicarla. È il nostro specchio nero, l’abisso che tanto temiamo: leggerlo significa confrontarsi con il male assoluto, la sua opera sfida continuamente qualsiasi nostra certezza. Scriveva Bataille: “L’essenza delle sue opere è la distruzione: non solamente la distruzione degli oggetti, delle vittime messe in scena […] ma anche dell’autore e della sua stessa opera.”
La sua prosa, dicevamo, non è elegante né piacevole; ma credete davvero che, viste le premesse, a Sade interessasse essere raffinato? La sua opera non è pensata per essere bella, anzi. La bellezza non gli appartiene, lo disgusta, e quanto più rivoltanti sono le sue pagine, tanto più sono efficaci. Quello che gli interessa è mostrarci il marcio, l’osceno.

Ignoro l’arte di dipingere senza colori; quando il vizio si trova alla portata del mio pennello, lo traccio con tutte le sue tinte, tanto meglio se rivoltanti. (Aline e Vancour, 1795)

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È comprensibile quindi perché, a suo modo, Sade sia assolutamente unico in tutta la storia della letteratura. C’è bisogno anche di lui, c’è bisogno della sua crudeltà, è il nostro gemello oscuro, il rimosso e il negato che tornano a galla per perseguitarci. Possiamo rimanere scandalizzati dalle sue posizioni, anzi, dobbiamo scandalizzarci: è ciò che vorrebbe anche il Divin Marchese, in definitiva. Quello che gli artisti veri fanno da sempre è appunto proporci dei dilemmi, dei dubbi, delle crisi. E Sade è un problema dall’inizio alla fine, che ha spiazzato per lungo tempo anche gli studiosi. Bataille ha paragonato l’opera sadiana a un deserto roccioso, riassumendo splendidamente il senso di smarrimento che ci fa provare:

È vero che i suoi libri differiscono da ciò che abitualmente è considerato letteratura come una distesa di rocce deserte, priva di sorprese, incolore, differisce dagli ameni paesaggi, dai ruscelli, dai laghi e dai campi di cui ci dilettiamo. Ma quando potremo dire di essere riusciti a misurare tutta la grandezza di quella distesa rocciosa? […] La mostruosità dell’opera di Sade annoia, ma questa noia stessa ne è il senso. (La letteratura e il Male, 1957)

All’inizio del ‘900 Sade è stato finalmente riconosciuto come una figura a suo modo monumentale, e la sua riscoperta (ad opera di Apollinaire, e poi dei surrealisti) ha dominato l’intero XX Secolo e continua ad essere imprescindibile oggi. L’acquisto del manoscritto diviene quindi simbolico: dopo due secoli di oscurantismo, Sade rientra trionfalmente in Francia, con tutti gli onori e gli allori del caso. Ma sarà molto difficile, forse impossibile, che un testo come Le 120 giornate venga metabolizzato nello stesso modo in cui la nostra società riesce a inglobare e rendere inoffensivi tabù e controculture – si tratta davvero di un boccone troppo indigesto. Un grido di rivolta contro l’universo intero, in grado di resistere al tempo e alle sue rovine: un nero diamante che continua a diffondere la sua luce oscura.