Il vostro prossimo cucciolo – IX

Nonostante tutti i nostri suggerimenti non siete ancora riusciti a trovare l’animale da compagnia che fa per voi? Mamma mia, che difficili che siete… che ne dite di un’alce domestica?

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=bC0fDsUI4mQ]

Amore materno

Su consiglio di una nostra affezionata lettrice, parliamo oggi di un classico della ricerca psicologica.

Abbiamo già affrontato (in questo articolo) l’esperimento di Watson sul “piccolo Albert”: come Watson, all’epoca la maggioranza degli psicologi pensava che l’amore materno fosse un sentimento sopravvalutato, e che i bambini stessero attaccati alle madri soltanto perché fornivano loro il latte, o per ricevere protezione. L’idea comune era che dare troppe attenzioni a un bambino l’avrebbe reso un pappamolle.

Il dottor Harry Harlow, docente all’Università del Wisconsin, era interessato allo studio di questo particolare tipo di relazione che si instaura fra madre e figlio nei primi anni di vita del bambino. Al contrario dei suoi contemporanei, sospettava che vi fosse qualcosa di più, che la simbiosi fra figlio e genitrice nascondesse un tipo di bisogno primario molto più forte; che quel legame così assoluto avesse insomma uno scopo ben più profondo del ricevere cibo o protezione.

Allevando degli esemplari di macaco in laboratorio, egli aveva provato a separare i cuccioli dalla madre per lunghi periodi di tempo. Aveva posto piccoli di macaco in camere di isolamento piccole e buie (da lui chiamate pits of dispair, “pozzi della disperazione”) addirittura per 24 mesi. Le scimmiette non avevano reagito bene: depresse, aggressive, emotivamente e mentalmente turbate, avevano sviluppato attaccamento per dei “surrogati” di madre, restando abbracciate per ore ai morbidi tappetini che coprivano il fondo delle gabbie. Questo aveva portato Harlow a credere che il bisogno del contatto materno fosse uno stimolo potente quanto la fame.

Deciso ad indagare a fondo la faccenda, in una serie di celebri esperimenti che si protrassero dal 1957 al 1963, egli studiò le reazioni di piccole scimmie isolate alla nascita dalle loro madri biologiche, ma dotate di diverse “mamme-surrogato” di sua invenzione.

La prima mamma era chiamata “madre di pezza”. Consisteva in un pezzo di legno avvolto in gomma, spugna e tessuto, riscaldato con una lampadina. Questa era la mamma buona, calda, soffice, paziente, che era sempre disponibile per ventiquattr’ore al giorno. Ma aveva un piccolo difetto: non dava il latte.

Il secondo surrogato era la “madre di fil di ferro”. Una struttura di fili d’acciaio, per niente adatta alle coccole, ma con delle mammelle posticce che fornivano il latte. Cosa avrebbero scelto le scimmie? Il cibo o il calore di una madre morbida e soffice?

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=KlfOecrr6kI]

I cuccioli non avevano dubbi: se ne stavano per quasi tutto il tempo accoccolati sulla madre di pezza, rassicurati dal suo calore. Quando avevano fame, correvano per pochi secondi a prendere il latte dalla madre di ferro, per poi tornare precipitosamente a ripararsi al calduccio della mamma di pezza. Chiaramente per loro le coccole erano più importanti del cibo. Decenni di dogmi psicologici erano stati spazzati via.

Ma Harlow non si fermò qui. Le scimmie “allevate” dalla madre di pezza soffrivano comunque di seri disturbi: erano timide, antisociali, depresse, si nascondevano negli angoli, e le altre scimmie le evitavano. Le scimmie allevate dalla sola mamma di ferro stavano anche peggio. Così Harlow si decise a determinare scientificamente quali fossero le giuste qualità per una madre perfetta. Cambiando diverse variabili, costruì altrettante madri-surrogato che si distinguevano per un solo tratto fondamentale, al fine di scoprire quali madri le scimmie avrebbero preferito. Provò molti materiali di rivestimento differenti, per capire quale consistenza fosse maggiormente gradita ai cuccioli: la spugna vinse il primo posto, confermando così che una buona madre deve essere soffice. Provò poi a capire se una madre fredda potesse piacere: facendo passare in una serpentina dell’acqua fredda, abbassò la temperatura della madre-surrogato. Niente da fare. Per quello che potevano saperne, quella mamma poteva anche essere morta, e così i cuccioli la evitavano.

Infine, Harlow si domandò se il movimento non avesse un qualche ruolo fondamentale nello sviluppo dell’attaccamento madre-figlio. Costruì così delle madri-surrogato appese a una certa distanza da terra, delle specie di sacchi di pezza penzolanti dal soffitto. A sorpresa, i cuccioli le adoravano. Una buona madre, quindi, dev’essere calda, soffice, e deve muoversi.

Il lavoro di Harlow, già abbastanza controverso, divenne in seguito ancora più crudele. Ancorché animato da buone intenzioni (Harlow voleva scoprire in che modo il legame madre-figlio potesse essere interrotto, al fine di aiutare i bambini di famiglie disfunzionali), egli cominciò a costruire “mamme” torturatrici. Madri-surrogato che picchiavano i propri cuccioli, che davano loro degli schiaffoni tanto forti da farli volare dall’altra parte della gabbia, madri ad aria compressa che colpivano con getti d’aria improvvisi le povere scimmiette, mamme-vergini-di-Norimberga con punte di ottone che spuntavano saltuariamente dalla pelliccia. Picchiati, spaventati, aggrediti, i piccoli ritornavano sempre e comunque dalle loro crudeli mamme. L’attaccamento era così ostinato, e il loro bisogno di affetto talmente fondamentale e profondo, che nessuna violenza li avrebbe mai separati da quei tristi fantocci che erano il loro unico punto di riferimento.

Divenne chiaro a poco a poco che, per quanto scientificamente interessanti, le ricerche di Harlow stavano progressivamente varcando una soglia etica e morale. Uno dei suoi più stretti collaboratori dichiarò che “continuò ad andare avanti al punto che molte persone si resero conto che stava violando la sensibilità comune, che chiunque avesse rispetto per la vita o per le persone avrebbe trovato tutto questo offensivo”. Nonostante nell’ultima parte della sua carriera Harlow avesse tentato di “riabilitare” e curare le scimmie da lui traumatizzate, le critiche piovvero su di lui come un uragano.

Gli esperimenti di Harlow furono un terremoto per la ricerca psicologica, e non soltanto per i loro risultati: diedero una forte spinta per la creazione di movimenti per la protezione degli animali, che garantiscono oggi (per quanto possibile) un trattamento più amorevole e dignitoso agli animali da laboratorio. Le sofferenze inflitte da Harlow alle sue scimmie hanno quindi avuto almeno due esiti positivi: da una parte, una conoscenza scientifica più profonda degli istinti che legano una madre al proprio cucciolo; dall’altra, paradossalmente, un’aumentata coscienza etica nel pubblico, e negli stessi ricercatori.

Sito web che riporta (in inglese) il classico The Nature of Love di Harry Harlow.

Pagina di Wikipedia su Harlow.

Allattamento maschile

Siete  in una sala d’attesa: sedute come voi ci sono altre otto o nove persone. Un bambino di pochi mesi, tenuto in braccio dal papà, ad un tratto comincia a piangere. Un po’ imbarazzato, l’uomo si guarda intorno. Poi solleva un lembo della sua camicia, e si scopre il capezzolo. Il neonato si attacca avidamente al seno, mentre il papà vi sorride. Non siete culturalmente preparati a una scena simile. Come reagireste?

Sembra l’ennesima leggenda urbana, invece è realtà: anche i maschi possono allattare.

Le ghiandole mammarie maschili, nonostante siano presenti in ciascun individuo, non producono latte in normali circostanze. Ma già Darwin aveva notato la loro “completezza” e aveva ipotizzato che agli albori dell’umanità i figli potessero essere allattati indistintamente da maschi e femmine. E i resoconti di bambini svezzati con “latte paterno” sono presenti fin dall’antichità (se ne rileva traccia nel Talmud, in Aristotele, perfino in Anna Karenina). George Gould e Walter Pyle nel loro Anomalies and Curiosities of Medicine del 1896 registrano diversi casi di allattamento maschile negli Stati Uniti meridionali.

Recentemente alcune storie simili sono divenute celebri sui media di mezzo mondo. Il caso più conosciuto è quello di un padre di Walapore, nello Sri Lanka: nel 2002 si venne a sapere che quest’uomo, avendo perso la moglie durante il parto, da mesi ormai allattava al seno le due figliole. Un fatto strano per tutti, ma non per il padre, che raccontò con la massima naturalezza l’inizio della sua esperienza: “mia figlia maggiore rifiutava di essere nutrita col latte in polvere dal biberon. Una sera ero così affranto che, pur di farla smettere di piangere, le offrii il mio capezzolo. Allora mi resi conto che ero in grado di allattarla al seno”.

Laura Shanley, consulente per le maternità, dopo aver letto un saggio di Dana Raphael (The Tender Gift: Breastfeeding, 1978), decise di provare se fosse sufficiente l’auto-suggestione per indurre una produzione maschile di latte. Convinse l’ex-marito David a “dire a se stesso che poteva allattare, e nel giro di una settimana una delle sue mammelle si gonfiò ed iniziò a gocciolare latte”. Che la faccenda sia davvero così semplice sembra piuttosto inverosimile, ma lasciamo il beneficio del dubbio all’entusiasta Laura.

Fatto sta che diversi tipi di animali dividono il compito dell’allattamento equamente fra mamma e papà: non soltanto le comunità di volpi volanti della Malaysia (un genere di pipistrello, ecco l’articolo che ne parla) annoverano maschi allattanti, ma anche capre e colombi possono occasionalmente compiere lo stesso exploit. Ovviamente per quanto riguarda i colombi non si tratta di un vero e proprio allattamento, ma del cosiddetto latte di gozzo, prodotto lattiginoso che viene dispensato ai cuccioli tanto dalle madri quanto dai padri, durante i primi 10-12 giorni di vita.

Ma ritornando alla nostra specie, e ai casi reali, la produzione maschile di latte avviene più spesso per cause meno “romantiche”. Si tratta più comunemente di un effetto collaterale di alcuni trattamenti farmacologici a base di ormoni. Ad esempio, nella cura del cancro alla prostata vengono utilizzati ormoni femminili per arginare la proliferazione del tumore. Questo può portare ad una stimolazione delle ghiandole mammarie. Allo stesso modo, i transessuali che stanno compiendo la cura ormonale rilevano talvolta i medesimi sintomi. Trattamenti antipsicotici o l’assunzione di droghe che bloccano i recettori della dopamina potrebbero avere un effetto simile. Situazioni di stress e di mancanza di cibo possono portare alla produzione di latte maschile: lo si riscontrò in alcuni dei detenuti dei campi di concentramento durante la Seconda Guerra Mondiale, e nelle truppe di ritorno dalle guerre di Vietnam e Corea.

Sembra insomma ormai ben documentata la possibilità che un uomo possa allattare suo figlio. Purtroppo, poche ricerche veramente esaustive sono state condotte al riguardo. Resta ancora un mistero come e in quali condizioni questa eventualità si palesi. Certo è che se una delle peculiarità escusivamente femminili dovesse venire a cadere, anche i ruoli all’interno della famiglia andrebbero ripensati.

Per molti padri, l’idea di nutrire il figlio attraverso il proprio corpo sembra essere un’esperienza desiderabile, un legame con il bambino che normalmente viene negato ad un maschio: le donne sono culturalmente predestinate a questo tipo di intimità, e il padre ne è tradizionalmente escluso. È possibile per i maschi “allenarsi” all’allattamento? Dovremmo forse pensare a un futuro più eterogeneo riguardo a questo aspetto dello svezzamento? Un bambino allattato indifferentemente da mamma e papà potrebbe crescere più sano e felice?

Il vostro prossimo cucciolo – VII

Sorprendete i vostri ospiti al prossimo pool-party!

Questo simpatico cucciolotto di salamandra gigante chiede soltanto un po’ di spazio, un po’ di pesci e crostacei da sbafarsi, e un po’ del vostro affetto.

Le salamandre giganti asiatiche (famiglia cryptobranchidae) possono vivere fino a 50 anni in cattività, quindi si tratta di un investimento a lungo termine.

La salamandra gigante giapponese arriva fino a un metro e mezzo di lunghezza, ma se proprio siete di quelli che vogliono tutto più grande degli altri, c’è sempre la varietà cinese, che arriva oltre i 180 cm di lunghezza, per 40 kg di peso. Ormai, però, le salamandre cinesi raramente raggiungono questa stazza.

E se un giorno al vostro cucciolo dovesse succedere qualcosa di brutto… be’, potete sempre chiamare gli amici a cena!

A parte gli scherzi, la salamandra gigante cinese è fra le specie più a rischio di estinzione: oltre alla scomparsa dell’habitat dovuta all’inquinamento, la situazione critica delle salamandre in Cina è da imputarsi proprio alla cucina e alla medicina tradizionale, che ne fanno ampiamente uso.

Il vostro prossimo cucciolo – VI

Nessun acquario è completo senza uno splendido blobfish dallo sguardo malizioso e intelligente. Il fatto che questi pesci siano stati raramente visti dal vivo non dovrà scoraggiarvi. Armatevi di coraggio e pazienza, partite per gli oceani che circondano Australia e Tasmania, e non tornate a casa senza il vostro nuovo cucciolino!

Il vostro blobfish non vi impegnerà molto: passa il suo tempo a fluttuare, senza fare granché, aspettando che qualche detrito o pezzo di cibo finisca nelle sue vicinanze per mangiare. Il suo corpo meno denso dell’acqua gli permette di vivere così, cincischiando, senza il bisogno di avere una muscolatura comparabile a quella degli altri pesci. Molto zen.

Il vostro prossimo cucciolo – III

Perché accontentarsi del solito, trito pesce rosso quando nel vostro acquario potete ospitare il mollusco bivalve che quest’anno va per la maggiore?

Preparate le vostre vasche per l’arrivo di uno splendido esemplare di Geoduck, o vongola dalla proboscide.

2072059921_3e6a3ad95d_o

Si tratta di una specie di vongola gigante, diffusa in Nord America. I Geoduck misurano circa 40 cm di lunghezza (ai quali si aggiunge fino a un metro di sifone) per un peso totale che supera di poco il chilogrammo, ma tendono a crescere per tutta la durata della loro vita ed essendo assai longevi (fino ad oltre 140 anni d’età, l’esemplare più vecchio pescato sinora aveva 160 anni) non è raro trovare individui che pesano oltre 7 kg e misurano oltre due metri di lunghezza. Queste dimensioni ne fanno il bivalve fossore più grande attualmente esistente al mondo.

dfgsdgfsdfgsdfgsd994511891_6158368557_o

Se come animale da compagnia non dovesse incontrare i vostri gusti, potrete sempre venderlo o trasformarlo in una deliziosa pietanza.

Pescati, il loro costo si aggira attorno ai 60 €/kg ed alimentano un mercato di circa ottanta milioni di dollari l’anno.
Il principale mercato di questi animali è l’Estremo Oriente, dove vengono considerati come una leccornia e si crede abbiano effetti medicinali, al pari della cistifellea degli orsi e delle pinne di pescecane: in particolare, a causa della loro forma fallica, si ritiene che essi siano dei potenti afrodisiaci e potenzino le prestazioni maschili.

995321042_c1091dab1b_o12_molusk

Le sue carni hanno consistenza fibrosa: per cucinarli, i cinesi utilizzano l’animale crudo, accompagnandolo con sashimi, salsa di soia e wasabi. In Corea, invece, li si mangia crudi a mo’ di ostriche, spesso intinti in salse piccanti, oppure come ingrediente di bolliti e zuppe.
Nella cucina giapponese, i geoduck vengono definiti mirugai o mirukuigai, traducibile in italiano come “vongola gigante”, e cucinati analogamente a quanto si fa in Cina.

Divertitevi con il vostro nuovo cucciolo, oppure… tirate fuori la pentola grande, e preparatevi per la più grassa impepata della vita. Buon appetito!

Il vostro prossimo cucciolo – II

Ecco a voi il dolcissimo Gerboa pigmeo, un roditore che vive nella Cina nordoccidentale e nei deserti della Mongolia. Si sa poco sul suo conto, se non che molto probabilmente si tratta di un insettivoro notturno che scava vari tipi di tane e trascorre l’inverno in stato di ibernazione.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=PJnn-wMPU9w]