Spiriti della strada: il culto delle animitas

Il passante che uscendo dalla Estación Central di Santiago del Cile si incammini lungo via San Francisco de Borja, dopo neanche una ventina di metri si imbatterà, proprio sul muro della stazione ferroviaria alla sua sinistra, in una sorta di parete votiva, assiepata di targhette, offerte, candele perennemente accese, santini e fotografie. Un semplice cartello verde annuncia: “Romualdito”, lo stesso nome presente su tutti gli ex voto di ringraziamento.

Se poi il nostro ipotetico viaggiatore si dirigesse in auto lungo l’Autopista del Sol verso il sobborgo di Maipù, sul bordo della carreggiata opposta vedrebbe un altare abbastanza simile al primo, questa volta dedicato a una giovane ragazza di nome Astrid il cui ritratto è quasi sommerso da decine e decine di orsetti di peluche e giocattoli.

E se percorresse tutta l’affilata lingua di terra del Cile, stretto com’è tra la cordigliera e l’oceano, magari sconfinando talvolta nelle pampas argentine, noterebbe che il paesaggio (sia urbano che rurale) è costellato da numerosi di questi strani piccoli templi: luoghi di devozione in cui non si venerano i santi canonici, ma gli spiriti di alcune persone morte tragicamente. Questo è il culto delle animitas.

Espressione di pietas popolare, le animitas sono edicole votive che si innalzano spesso sul bordo della strada (animita de carretera) per commemorare alcuni morti di “mala morte”: nonostante le spoglie di questi individui siano sepolte al cimitero, essi non possono riposare veramente per via delle circostanze violente della loro dipartita. Le anime si aggirano ancora per i luoghi in cui la vita è stata loro tolta.

 

Il Romualdito della stazione dei treni, ad esempio, era un ragazzino malato di tubercolosi che venne assaltato dai malavitosi che lo uccisero per rubargli il poncho e i 15 miseri pesos che portava addosso. Ma la sua storia, risalente agli anni ’30, si è persa in molteplici versioni più o meno leggendarie, ed è ormai impossibile risalire con certezza alla verità dei fatti: certo è che la fede in Romualdito è così radicata a Santiago che quando si dovette rimodernare e ricostruire la stazione, la sua parete non venne toccata.

La giovane Astrid, a cui è dedicata l’edicola ricoperta di peluche, morì nel 1998 in un incidente di moto, quando aveva 19 anni. Oggi è conosciuta come la Niña Hermosa.

Ma questi cenotafi sono centinaia, per lo più installati sul ciglio delle strade, in forma di casette o di piccole chiese con croci ben evidenti che spuntano dai tettucci.


Vengono costruiti in un primo momento come atto di misericordia e di memoria, sul luogo esatto dell’incidente mortale (o, nel caso di pescatori dispersi in mare, in settori appositi sulla costa); ma diventano vero e proprio fulcro di devozione nel momento in cui l’anima del defunto si dimostra miracolosa (animita muy milagrosa). Quando cioè comincia a rispondere alle offerte e alle preghiere con delle grazie particolari, intercedendo presso la Vergine o Cristo stesso.

Il culto delle animitas è un’originale fusione del culto dei morti indigeno pre-ispanico (in cui l’antenato si trasformava in presenza benigna che proteggeva la stirpe) e il culto delle anime del Purgatorio che arrivò qui assieme al Cattolicesimo. Per questo esso presenta delle sorprendenti analogie con un’altra forma di religiosità popolare “anomala” – quella relativa alle anime pezzentelle sviluppatasi a Napoli nel Cimitero delle Fontanelle, a cui ho dedicato il mio libro De profundis.
Oltre a essere non ufficialmente riconosciuti dalla Chiesa, hanno in comune diversi aspetti fondamentali.

Per prima cosa le animitas, costruite con materiali di recupero, sono oggetti estetici e d’arte popolare che ricordano molto da vicino i carabattoli delle Fontanelle; non soltanto per la forma ma anche per la loro funzione, che è quella di rendere possibile una dialettica, un dialogo con l’oltretomba.
In secondo luogo, il sistema di intercessioni e di grazie, di offerte e di ex voto, è essenzialmente lo stesso in entrambi i casi.

Ma lo snodo davvero cruciale è che a essere venerati non sono gli eroi religiosi, vale a dire dei santi che hanno compiuto imprese incredibili miracolose in vita, ma piuttosto delle vittime del destino.
Questo consente un’identificazione tra il fedele e l’anima invocata, un riconoscimento della reciproca condizione, una condivisione dell’umana miseria che risulta pressoché impossibile avvertire nei confronti di figure “soprannaturali” come i santi. I quali certo svolgono anch’essi una funzione apotropaica, ma rimanendo sempre in posizione più elevata rispetto al comune mortale.
Le animitas, così come le anime pezzentelle, sono invece emblemi “democratici”, con cui è più semplice relazionarsi: condividono con i fedeli la stessa estrazione sociale, conoscono le difficoltà quotidiane della sopravvivenza. Sono degli spiriti protettivi che è possibile scomodare anche per miracoli più modesti, più banali potremmo dire, perché in fondo comprendono bene le necessità della gente.

Ma se in Italia il culto è rimasto esclusivo appannaggio di una singola città, Napoli, in Cile si è diffuso a macchia d’olio. Per dare un’idea della tenacia e della pervasività di questa fede, è sufficiente fare un ultimo, stupefacente esempio.
Il fenomeno artistico delle bici fantasma (biciclette pitturate di bianco a ricordo di un ciclista investito) è diffuso in tutto il mondo, e ha la funzione di monito per gli utenti della strada. Ebbene, quando queste installazioni sono arrivate in Cile non hanno potuto fare a meno di confondersi con la devozione popolare, dando luogo a degli ibridi chiamati bicianimitas. Ecco dunque che vicino alla bicicletta compaiono anche le edicole per le offerte rituali, e il memoriale funebre si trasforma in punto di comunicazione tra i vivi e i morti.
Vivi e morti che, sembrano voler ricordare le animitas, non sono mai veramente separati ma coesistono per le strade della città, o lungo i bordi delle polverose autostrade che s’inoltrano nel deserto.

Il blog Animitas Chilenas si propone di archiviare tutte le animitas, riportando di ciascuna il nome, la storia e le  coordinate GPS.
Oltre ai link alle fonti presenti nell’articolo, consiglio il saggio di Lautaro Ojeda,
Animitas – Una expresión informal y democrática de derecho a la ciudad (in ARQ Santiago n. 81 agosto 2012) e l’approfondito post El culto urbano de la muerte: el origen y la trascendencia de las animitas en Chile, di Criss Salazar.
Il fotografo Patricio Valenzuela Hohmann ha una splendida gallery di foto di animitas.
A margine segnalo infine
la Difunta Correa, l’animita più celebre in Argentina, dedicata alla leggendaria figura di una donna morta di sete e fatica a metà dell’Ottocento mentre seguiva il marito costretto forzosamente ad arruolarsi, e il cui cadavere fu trovato sotto un albero mentre stringeva ancora al petto il figlio neonato. Il culto della Difunta Correa si è diffuso a tal punto che è stato addirittura costruito un vero e proprio santuario a Vallecito, presso il quale arrivano un milione di pellegrini all’anno.

2017: un nuovo anno di meraviglie

Il capodanno, diciamolo, è una convenzione; eppure il significato ultimo di questa festa è dare conto delle stagioni, della ciclicità, ricordarci insomma che il Tempo è assieme continua fine e continuo inizio. Si ha l’impressione di voltare pagina, di poter ripartire da capo, concedendoci fantasticherie e speranze che fino al giorno prima erano soffocate. Il capodanno è il momento per sognare nuovi sogni.

Per quanto riguarda Bizzarro Bazar, il 2017 promette davvero di essere annus mirabilis: è in arrivo una cornucopia di novità.
Sulla maggior parte di questi progetti vige ancora il canonico segreto (che sorprese sarebbero, altrimenti?), ma tutto verrà svelato al momento debito nel corso dell’anno.

Una prima anticipazione è trapelata proprio ieri su Facebook.
Il format Cult+ della RSI (Radio e Televisione Svizzera) dedicherà alcune puntate della prossima stagione alla Roma macabra e curiosa: secondo voi, chi avranno interpellato come cicerone?

Lo stralunato Ronco (Stefano Roncoroni, ideatore del format), mi ha chiesto di introdurlo non soltanto al lato meno solare della Capitale e al patrimonio macabro italiano, ma anche nel sottobosco romano di cercatori, studiosi e artefici della meraviglia.
Una realtà sempre più presente, emersa — lo dico con un po’ di orgoglio — anche grazie a questo blog, che ha operato da catalizzatore, in particolare con la fortunata iniziativa dell’Accademia dell’Incanto. La troupe elvetica ha presenziato anche a uno degli incontri organizzati alla wunderkammer Mirabilia, intervistando relatori e partecipanti; sarà interessante scoprire cosa uno sguardo esterno ha intravisto nelle nostre passioni!
Potete seguire gli sviluppi sulla pagina Facebook di Cult+.

Ma ogni anno inizia anche con uno sguardo indietro.
Ecco allora che, in guisa di mio benvenuto al 2017, ho pensato di raccogliere in un e-book quattro anni di collaborazioni con la rivista d’arte Illustrati, edita da Logos.

The Illustrati Archives 2012-2016 è un’antologia che contiene tutti gli articoli firmati Bizzarro Bazar pubblicati finora sulle pagine della rivista, e mai comparsi qui sul blog.
Ecco uno scorcio di quello che vi attende:

Un abate sordomuto scolpisce in segreto un’opera monumentale; alcuni militari sopravvivono per sei anni intrappolati in un bunker; un uomo, da solo, causa più danni al pianeta di qualsiasi altro organismo nella storia del mondo. E ancora: pantaloni in pelle umana, formiche zombi, foreste maledette, mini dive del porno, strampalate teorie scientifiche, e il mistero del blu — il colore che per i Greci antichi non esisteva.

Tre euro per trenta piccole perle di meraviglia, da portare sempre con voi.
Potete acquistare l’e-book Kindle a questo link.
(La mia gratitudine a quanti sceglieranno in questo modo di sostenere il blog).

E ora al lavoro, a dissotterrare nuove stranezze, di cui la realtà non è certo avara.
Perché “più grande è l’isola della conoscenza, più lunga è la linea costiera della meraviglia“.

De profundis

Siamo felici di annunciare che è in arrivo il secondo volume della Collana Bizzarro Bazar, edita da Logos.
Dopo aver esplorato le Catacombe dei Cappuccini di Palermo nel primo libro, anche questa volta ci addentriamo in un luogo unico al mondo, il Cimitero delle Fontanelle di Napoli, dove si è sviluppato uno fra i più affascinanti e particolari culti devozionali.

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Dalla cartella stampa:

Racchiuso nel cuore di Napoli, il Rione Sanità segna il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Basta allontanarsi dalla brulicante confusione, dai megafoni dei venditori ambulanti di frutta e verdura, dai motorini degli impavidi scugnizzi che sfrecciano fra le macchine, per arrivare fino in cima al quartiere: qui, a destra della Chiesa di Maria Santissima del Carmine, si apre il Cimitero delle Fontanelle. Ubicato all’interno di un’antica cava di tufo, il cimitero è un’imponente cattedrale sotterranea, sospesa fra l’oscurità e i fasci di luce che la squarciano.

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Vi si trovano impilate migliaia di ossa e teschi, le spoglie anonime di almeno 40.000 esseri umani. In questo suggestivo luogo di quiete, la morte non è più un confine invalicabile: a fungere da tramite fra i vivi e le anime dei defunti sono infatti le cosiddette capuzzelle, incarnazione dell’ancestrale ossessione per il teschio in quanto icona di trascendenza e promessa di vita eterna. Qui si parla con i teschi, si toccano, si puliscono. Ci si prende cura di loro. Si accendono ceri, si offrono suffragi e si chiedono grazie, in un devoto do ut des. È il culto delle anime pezzentelle, anonime e abbandonate, che hanno bisogno della pietà dei vivi per alleviare le proprie sofferenze in Purgatorio.

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Di ossari ce ne sono tanti, ma l’atmosfera che si respira al Cimitero delle Fontanelle è davvero speciale. Da una parte, la pietosa e sobria disposizione dei resti non concede nulla al gusto macabro o barocco, anzi introduce il visitatore in uno spazio di quiete sospesa, come se entrasse in un vero e proprio santuario; dall’altra, la devozione popolare ha saputo a suo modo stemperare il memento mori – non solo con le colorite leggende, talvolta pregne di quell’ironia pratica tutta partenopea, ma anche e soprattutto declinando il culto delle anime del Purgatorio secondo regole e rituali inediti. Alla meraviglia delle ossa impilate sotto le immense volte tufacee, dunque, si aggiunge il fascino di una devozione palpabile, che rende gli stessi teschi dei simboli di trascendenza invece che di mortalità.

De profundis, come tutta la collana, vuole essere soprattutto un invito alla scoperta, un libro che si sfoglia di suggestione in suggestione, lasciando che le fotografie di Carlo Vannini restituiscano parte dell’incanto del luogo.

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De profundis, che uscirà nelle librerie il 18 maggio, verrà presentato ufficialmente nell’Atelier di Laura Cadelo Bertrand in via Due Gobbi 3 a Reggio Emilia venerdì 15 maggio alle ore 19:00, e al Salone Internazionale del Libro di Torino con sessione di dediche sabato 16 e domenica 17 maggio 2015.

Anche se non potrete essere presenti ai due incontri, è ordinabile a questo indirizzo una copia dedicata e firmata: il libro autografato vi verrà spedito alla fine della fiera di Torino, entro il giorno 25 maggio 2015.

Per maggiori informazioni, sono attivi sia il book shop di Bizzarro Bazar su Libri.it che la pagina Facebook della Collana Bizzarro Bazar.

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R.I.P. Mike Vraney

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Il 2 gennaio, all’età di 56 anni si è spento Mike Vraney. Sicuramente il suo nome non vi dirà molto, ma questo eterno adolescente dall’entusiasmo senza freni è stato il fondatore della Something Weird, una distribuzione home video che ha cambiato a suo modo la storia del cinema. Giusto per chiarire, se non fosse per lui l’ormai celebratissima pin-up Bettie Page e il padrino del gore Herschell G. Lewis non sarebbero forse oggi così sconosciuti.

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Mike aveva una missione: scovare, distribuire e rendere noti al pubblico tutti quei film a bassissimo budget, prodotti in maniera oscura, che rischiano di venire dimenticati come spazzatura. Collezionava in modo ossessivo film assurdi, weird, talmente folli o brutti da possedere un innegabile potere di seduzione: le pellicole, insomma, in cui le ristrettezze economiche o l’incompetenza della troupe rendono comici e stranamente poetici tutti quegli errori che in un film mainstream non potremmo mai tollerare.

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I produttori di questi film spesso li tenevano chiusi nel casssetto, ritenendoli ringuardabili e invendibili. Vraney, scandagliando i loro archivi, scovava le “perle” nascoste, e comprava i negativi, di cui essi erano ben lieti di sbarazzarsi.
Poi, spiazzando tutti, ci faceva i soldi: per questo motivo era stato soprannominato affettuosamente “il quarantunesimo ladrone”.

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Il suo business funzionava proprio perché era lui stesso in prima persona un fan sfegatato di tutto ciò che di bizzarro il cinema di serie B o Z è riuscito a sfornare. Il catalogo della Something Weird propone al pubblico una gamma sorprendente di “filoni” e generi di cui pochi, anche fra i cinefili più smaliziati, avevano sentito parlare prima che Vraney li distribuisse. Vi si trovano enfatici filmati “educativi” anni ’50 sui pericoli della strada (che talvolta erano degli splatter ante litteram), e sugli esagerati e irrealistici danni della marijuana o del sesso; i nudies cuties, film di inzio anni ’60 che con il pretesto di una striminzita trama proponevano i primi, scandalosi (per l’epoca) nudi femminili; introvabili e rari loop erotici/striptease dell’era del proibizionismo, fra cui appunto quelli di Bettie Page; film pensati per i bambini, ma per un motivo o per l’altro risultati completamente distorti e angoscianti; peplum con scenografie da recita scolastica; spaghetti-western messicaneggianti ridicoli e raffazzonati; i primi film della storia a rappresentare il “terzo sesso” (l’omosessualità), con tutte le ingenuità che ci si può aspettare; e, ancora, cartoni animati svalvolati, detective privati guardoni, assassini pazzoidi più pericolosi per il loro overacting che per la crudeltà, film celebri reinterpretati da un cast interamente di colore, e tutta una galassia di seni, culi, melodrammi, pubblicità ambigue, film di guerra e di avventura senza guerre né avventure (sempre per motivi di budget).

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Le proposte editoriali della Something Weird sono talvolta uno spasso già dal titolo. Eccone alcuni:
The Secret Sex Lives Of Romeo And Juliet (Le segrete vite sessuali di Romeo E Giulietta)
Fire Monsters Vs. The Son Of Hercules (I Mostri del Fuoco contro il Figlio di Ercole)
Masked Man Against The Pirates (L’Uomo Mascherato contro i Pirati)
Superargo Vs. The Faceless Giants (Superargo contro i Giganti Senza Volto)
Diary Of A Nudist (Il Diario di una Nudista)
Adult Version of Jeckyll & Hyde (La versione adulta di Jeckyll & Hyde)
The Fabulous Bastard From Chicago (Il Favoloso Bastardo di Chicago)

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Il cinema, si sa, è un’arte che si mescola e si confonde con l’industria: con buona pace di chi sbraita che i film dovrebbero essere questo o quello, sia i blockbuster di Michael Bay che gli esperimenti di Guy Debord sono cinema. E allora, se qualcosa ci insegna la meticolosa ricerca di Vraney, è che si possono trovare delle piccole pepite anche nell’immensa “fogna” dei film di consumo, quelli che un tempo venivano girati esclusivamente a fini economici, senza alcuna aspirazione artistica… ma che offrono di sicuro almeno una sana risata se non proprio, in rari casi, qualche breve e fulminea illuminazione. E ci fanno riflettere su quanto complessa e variegata sia stata nell’ultimo secolo la produzione cinematografica, e sul patrimonio che andrebbe completamente perduto in assenza di persone come Mike.

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Coffin Joe

Benvenuti in Brasile, terra di sole, samba, bossa nova, piume colorate e carnevali pittoreschi.

E terra di una delle icone più tenebrose, ciniche e strambe del cinema weird – benvenuti anche nello strano mondo di Coffin Joe.

Coffin Joe (americanizzazione di Zé do Caixão, “Joe della Bara”) è il personaggio creato da José Mojica Marins nel 1963 per il film seminale À Meia-Noite Levarei Sua Alma (“A mezzanotte prenderò la tua anima”). Il film è considerato il primo horror brasiliano, e Marins si era deciso a girarlo a basso budget ispirandosi a un incubo che aveva fatto, nel quale un demoniaco becchino lo trascinava verso la tomba; poco prima delle riprese l’attore protagonista diede forfait, e José fu costretto a interpretarlo di persona, oltre che a dirigere. Questa fu, nell’imprevisto, la più grande fortuna nella vita di Marins.

Zé do Caixão è un personaggio che sembra uscito dritto dritto dagli E.C. Comics, quelli di Crypt Keeper (Zio Tibia, per intenderci): è un becchino perennemente vestito di nero, porta una vistosa tuba, barbetta mefistofelica e unghie lunghissime ed arricciate a mo’ di artigli. Odiato dai campesinos, che lo temono per i suoi continui soprusi, egli spadroneggia con crudeltà e violenza nel piccolo borgo rurale in cui vive. Ma Zé ha anche un lato più “adulto” e scorretto, che lo distingue dai personaggi classici dei film horror di quegli anni: è un assassino amorale, apertamente nichilista e blasfemo, e dedito alla ricerca dell’unica cosa che abbia valore per un ateo come lui: la “continuità del sangue”, cioè la creazione di una stirpe. Per questo cerca incessantemente la donna giusta da violentare affinché gli doni un figlio.

Già da questa breve sintesi si comprende come, in un paese radicalmente cattolico come il Brasile di inizio anni ’60, una pellicola “cattiva” e aggressiva come A Meia-Noite potesse creare scalpore. In una scena Zé, contro ogni precetto religioso, mangia euforico uno stinco di maiale davanti alla processione del Venerdì Santo, sbeffeggiando i credenti per la loro stupidità. In un’altra, lega sua moglie al letto e, come punizione per non aver saputo dargli una discendenza, le fa camminare sul corpo semisvestito un’enorme tarantola che la morde, uccidendola. Zé quindi, pur di ottenere la donna di un suo amico, non esita ad annegarlo senza pietà per poi cercare di ingravidare la spaventata vedova. Il tutto condito dalle considerazioni filosofiche rabbiose, le invettive contro la codardia e l’inferiorità dei suoi simili, e la sfrenata mitomania di un super-uomo negativo e malvagio, in una specie di ingenua e fumettistica elegia del male. Nietzsche filtrato dalla sensibilità di un adolescente cresciuto a pane e Dracula, insomma.

L’anti-eroe creato da Marins fu censurato, osteggiato e creò un putiferio all’uscita nelle sale. Nelle provincie in cui era possibile vederlo nei cinema, il film fece incassi senza precedenti. Il successo enorme spinse Marins a continuare su quella strada, e a sviluppare ulteriormente il suo personaggio. Nel seguito al primo film, intitolato Esta Noite encarnarei no Teu Cadàver (“Questa notte possiederò il tuo cadavere”), del 1967, Coffin Joe ritorna più cattivo e potente che mai… e ancora ossessionato dalla ricerca della madre perfetta per la sua discendenza. Da questo momento in poi Zé do Caixão diventa una vera e propria icona del cinema brasiliano, e conquista fumetti, musica, TV, patrocinando il merchandising più vario (da una linea di profumi a una di manicure!). José Mojica Marins raramente esce dal personaggio anche durante le interviste e le apparizioni televisive o per la stampa: si presenta immancabilmente vestito di nero, con la sua tuba e le unghie  lunghissime (che si lascerà crescere fino al 1998).

Coffin Joe è fin dall’inizio immaginato come protagonista di un’imponenete esalogia dantesca, ma i soldi per il terzo titolo della saga arriveranno solo nel 2008, con il titolo Encarnação do Demônio. Nel frattempo, Marins sforna innumerevoli altri film in cui Coffin Joe appare marginalmente, solitamente confinato nel mondo degli incubi, o in limbi allucinati e surreali. Da un certo punto in poi la sua popolarità decresce, nonostante Marins continui a tenere vivo il suo personaggio tramite trasmissioni televisive, fumetti e quant’altro. In alcuni film egli gioca con il suo personaggio, mettendosi a nudo in prima persona, cominciando a prendere le distanze dal suo alter ego mefistofelico (“Zé do Caixão non esiste!”), e in alcune sequenze Marins sfida Coffin Joe in duelli all’ultimo sangue.

Nel 1985 Marins, per motivi finanziari, acconsente a dirigere un film pornografico, che ha un inaspettato successo; nonostante il suo disprezzo per la pornografia, Marins ne dirige quindi il sequel, ma decide di buttarsi nuovamente in prima persona nel film. Così, nel corso di una maratona di 48 ore di sesso, Marins si aggira attraverso la marea di corpi sudati e copulanti, impartendo ordini, dando istruzioni su che posizioni assumere, come e dove eiaculare. Scrivono Curti e La Selva nel loro imprescindibile saggio Sex and violence: percorsi nel cinema estremo (Lindau, 2003): “più che il discorso metalinguistico, colpiscono l’ammirevole coerenza e la faccia tosta, la stessa che il regista mostra oggi, a 70 anni suonati, salendo sui palchi dei festival con gli inseparabili mantello e tuba ed esibendosi nella parte di Zé do Caixão per un pubblico che dei suoi film apprezza spesso solo il fattore camp. Pare innocuo, con quell’aria un po’ da imbonitore di fiera e un po’ da pugile suonato, ma alla fine resta il sospetto che sia lui a ridere alle nostre spalle, anziché il contrario. Proprio come nei suoi migliori film”.

Nel 2001, il documentario che ripercorre la carriera del regista, intitolato Maldito – O Estranho Mundo de José Mojica Marins, vince il premio speciale della giuria al Sundance Film Festival.

Resta il fatto che, nella marea di filmacci “rivalutati” negli ultimi anni dagli amanti del trash, José Mojica Marins sia fra gli autori meno sprovveduti, soprattutto a livello figurativo. Egli resta a metà strada fra Mario Bava, il surrealismo di Buñuel o il panico di Jodorowksy, e l’exploitation “d’autore” di un Russ Meyer. I suoi film, seppur girati con budget irrisori, vantano sempre una fotografia suggestiva, e una particolare cura per le location. E seppure nelle intenzioni dell’autore fossero degli horror con un messaggio (l’attacco alla sonnolenza di un proletariato bigotto e superstizioso), la critica sociale è sempre smorzata dallo sguardo sornione, sopra le righe, del becchino dalle unghie smisurate.

Culti del cargo

I culti del cargo sono movimenti religiosi sviluppatisi in Melanesia e osservati dalla comunità scientifica fin dalla fine del XIX secolo. I “cargo” sono i carichi di beni spediti per via aerea: i membri di un culto del cargo credono che questi beni occidentali provenienti dall’industria siano stati creati in realtà dagli spiriti degli antenati e fossero destinati alle popolazioni melanesiane. I bianchi, al contrario, avrebbero slealmente preso controllo di questi oggetti mediante precisi rituali magici. I culti del cargo quindi sono indirizzati a purificare le comunità indigene, secondo modalità bizzarre e alquanto originali.

Il processo logico alla base di un culto del cargo è il seguente: abbiamo visto i bianchi fare certe cose, e dal cielo sono arrivati i cargo. Gli spiriti degli antenati devono essere stati ingannati dagli uomini bianchi, perché quelle provviste scese dal cielo erano sicuramente destinate a noi. Noi non sappiamo quale segreta magia abbiano usato i bianchi per far arrivare i cargo, ma se facciamo esattamente quello che hanno fatto loro, riguadagneremo il favore degli spiriti, nuovi cargo arriveranno, e questa volta saranno nostri.

Così i membri creano finte piste di atterraggio, assemblano false radio fatte di noci di cocco e paglia, nella speranza che siano quelli i “rituali” giusti per attrarre aerei da trasporto pieni di cargo. I credenti inoltre inscenano finte trivellazioni e marce, dotandosi di martelli pneumatici e fucili costruiti con del legname, usando finte insegne militari e dipingendosi il corpo con la scritta “USA”, per camuffarsi da soldati. Eseguono ritualmente il saluto militare, innalzano bandiere americane, marciano come hanno visto fare ai bianchi.

Sull’isola di Tanna i credenti adorano la mitica figura di John Frum, un soldato dell’esercito americano della Seconda Guerra Mondiale. Questo soldato aveva promesso case, vestiti, trasporti e cibo agli abitanti di Tanna. Ancora oggi il culto è vivo: John Frum porterà ricchezza e serenità a chiunque lo segua. I membri di questo culto del cargo sono convinti che John Frum ritornerà tra di loro il 15 febbraio – ma di quale anno, non è dato sapere. Così annualmente in quella data viene osservato il John Frum Day, in cui si svolgono diversi rituali e parate.

Va notato che nessun soldato con un nome simile risulta essere mai stato iscritto nei ranghi dell’esercito americano. E’ possibile che “John Frum” sia una corruzione dell’espressione “John from America”. Alla fine degli anni ’50, il leader del movimento religioso istituì una sorta di armata (non-violenta e ritualistica) chiamata T-A-USA (Tanna Army USA) con il solo scopo di inscenare finte parate militari. Ogni anno il 15 febbraio l’armata USA di Tanna esegue queste marce, con i corpi dipinti in colori rituali, e indossando delle T-shirt bianche con l’acronimo del plotone: tutto questo nella speranza che il benevolo John Frum li riconosca come suoi protetti, e scenda dal cielo con il suo aeroplano carico di inestimabili doni.

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Buon compleanno Ed Wood!

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85 anni fa, il 10 ottobre 1924, nasceva Edward D. Wood Jr., l’uomo passato alla storia come il peggior regista di tutti i tempi. In questi 85 anni, molti sono stati i candidati pronti a strappargli il poco ambito titolo. Eppure Wood ha sempre dimostrato di avere qualcosa in più dei suoi tanti, pessimi colleghi: un amore incondizionato per il cinema, e per il raccontare storie. Il fatto che non ne fosse assolutamente capace non fa che aggiungere fascino ai suoi brutti film.

Per quanto tecnicamente risibili, infatti, le sue pellicole hanno un sapore naif che è difficile trovare altrove: se di registi negati, anche peggiori di Ed Wood, si potrebbe forse riempire un elenco del telefono, nessuno avrà mai l’amalgama inimitabile riscontrabile nelle sue pellicole.

Film orrendi per palati fini e per cinefili, le sue opere tentano maldestramente di inserirsi nel filone degli shockers degli anni ’40 e ’50, quando il genere era già ormai in declino. A partire da Glen or Glenda, del 1953, con povertà di mezzi, una tecnica inesistente, e basandosi su idee e plot quantomeno infantili, Wood continuò ad inanellare una serie di film definibili soltanto dall’espressione inglese so bad it’s good (talmente brutti da essere belli).

Non staremo qui a parlare ancora di Plan 9 From Outer Space, ritenuto il suo capolavoro, con i celeberrimi dischi volanti che penzolano dai fili di nylon o con la controfigura di Bela Lugosi più improbabile della storia; ormai, anche grazie al biopic di Tim Burton del 1994, quasi tutti conoscono le peculiarità dell’opera. Lasceremo invece la parola al film stesso, in questa selezione di citazioni dalla sceneggiatura.

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Criswell: Saluti, amico mio. Siamo tutti interessati al futuro, perché è là che io e voi passeremo il resto della nostra vita.

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Criswell: Amico mio, hai visto questi fatti basati su testimonianze giurate. Puoi forse provare che non siano successi? Magari sulla strada di casa passerai di fianco a qualcuno, nel buio, e non lo saprai mai, perché verrà dallo spazio profondo.

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Lt. Harper: Una cosa è sicura: l’Ispettore Clay è morto – assassinato – e qualcuno deve esserne responsabile!

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Criswell: [voce narrante] Al funerale del vecchio, nascosta dagli sguardi dei partecipanti, la sua MOGLIE MORTA stava guardando!

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Col. Edwards: Questa è la storia più fantastica che io abbia mai sentito.
Jeff: Ed è vera, anche, fino all’ultima parola.
Col. Edwards: Quella è la parte fantastica.

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Becchino: Hai sentito niente?
Becchino: Mi è sembrato di sì.
Becchino: Non mi piace sentire rumori, specialmente quando non dovrebbero essercene.

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Paula Trent: Non ti ho mai visto in questo stato d’animo, prima d’ora.
Jeff Trent: Immagino sia perché non sono mai stato in questo stato d’animo prima d’ora.

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Col. Tom Edwards: Perché è così importante che volete contattare i governi della nostra Terra?
Eros: Per via della morte. Perché tutti voi della Terra siete idioti.
Jeff Trent: Aspetta un attimo, amico.
Eros: No, aspetta un attimo tu. All’inizio era il fuoco d’artificio, un esplosivo innocuo. Poi la vostra granata: avete cominciato a uccidervi tra di voi, pochi alla volta. Poi la bomba. Poi una bomba più grande: molte persone venivano uccise in un solo momento. Poi i vostri scienziati capitarono sulla bomba atomica, e divisero l’atomo. Poi la bomba ad idrogeno, con cui fate esplodere l’aria stessa. Ora potete organizzare la distruzione totale dell’intero universo che ruota attorno al nostro sole: l’unica esplosione che vi rimane è la Solaranite.
Col. Tom Edwards: Macché, non esiste neanche.

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L’Alieno Imperatore: Piano 9? Ah, sì. Il Piano 9 si occupa della resurrezione dei morti. Elettrodi a lunga distanza inseriti nelle ghiandole pineali e pituitarie dei morti di recente.

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General Roberts: [il Generale sta spiegando perché la trasmissione da parte alieni è caduta] Il contatto è perso definitivamente. Le condizioni atmosferiche nello spazio profondo spesso interferiscono con le trasmissioni.

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Eros: [rivolto alla sua collega aliena] Sai, è una cosa interessante se ci pensi bene… la gente della Terra, che può pensare, è così spaventata da coloro che non possono farlo: i morti. Beh, la nostra navicella dovrebbe essersi ricaricata. È meglio se cominciamo.

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Col. Tom Edwards: Per un periodo abbiamo cercato di contattarli via radio ma nessuna risposta. Poi attaccarono una città, una piccola città, lo ammetto, ma comunque una città di persone, persone che sono morte.

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Lt John Harper: Era un disco.
Patrolman Larry: Un disco volante? E cosa glielo fa dire?
Lt John Harper: Ti ricordi il rumore che abbiamo sentito l’altra notte?
Patrolman Larry: Ci ha gettato a terra, come potrei dimenticarlo?
Lt John Harper: Esattamente, ma non ti stai ricordando il suono vero e proprio.
Patrolman Larry: Si sbaglia, Tenente. Sono d’accordo con lei che questo suono è simile, ma che mi dice della luce accecante?
Lt John Harper: Beh, non l’hai mai sentito dire? Tante volte un disco volante non brilla, e non ha nessuna luce.
Patrolman Larry: Questo prova che lei ha ragione! Cosa facciamo ora, Tenente?

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Paula Trent: Caro, non preoccuparti. I dischi volanti sono lassù. Il cimitero è là fuori. Ma io sarò chiusa a chiave qui dentro.

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Air Force Captain: Visite? Questo implica dei visitatori.

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Eros: Non vi serviranno le pistole.
Jeff Trent: Beh, forse noi pensiamo che ci servano.

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Eros: [con estremo disgusto] Vedete? Vedete?! Le vostre stupide menti! Stupide! Stupide! Stupide!

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Frasi di lancio del film:

  • Indicibili orrori dallo spazio profondo paralizzano i viventi e fanno risorgere i morti!
  • Alieni resuscitano i morti! Dischi volanti su Hollywood!

Grindhouse cinema

Eccovi una serie di trailer e di scene assolutamente weird tratte dalla crème dei film grindhouse anni ’60 e ’70  – titoli che di sicuro animeranno le vostre serate con gli amici.

  • Nudità, wrestler messicani, effetti gore direttamente dal cortile dietro casa, e uomini-scimmie il cui make-up non arriva più in giù del collo… ecco la succulenta anteprima di Night Of The Bloody Apes (titolo originale La horribile bestia humana, 1969, diretto da René Cardona). Da notare come il titolo del film venga ripetuto almeno 7 volte durante il trailer.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=E_oVYfnjLd8]

  • Alle volte sotto un’apparenza inoffensiva si cela un’incredibile potenza, pronta ad esplodere: eccovi una scena tratta dal mitico Mr. No Legs (1979, di Ricou Browning, lo stesso che prima di diventare regista era lo stuntman acquatico che impersonò Il mostro della laguna nera nella serie di film anni ’50).

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  • Il trailer del nostrano Starcrash (1978, di Luigi Cozzi). Un film al di là del bene e del male.

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  • Mai uccidere una tarantola con un ferro da stiro. Ecco cosa si evince dal trailer di The Giant Spider Invasion (1975, di Bill Rebane).

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  • E per chiudere questa prima, piccola panoramica, ecco il terribile Impulse (1974, di William Grefe), il film che tutti gli amanti di Star Trek dovrebbero evitare. L’ex Capitano Kirk (William Shatner) interpreta con agghiacciante enfasi il serial killer probabilmente più inetto della storia del cinema. Guardate quale diabolico piano escogita in questa scena, e notate la facilità con cui la vittima si libera dalla ingegnosa trappola mortale.

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