L’Accademia dell’Incanto

Finalmente è arrivato il momento di svelarvi il progetto sul quale ho concentrato i miei sforzi per buona parte di quest’anno.

Tutto ha avuto inizio da un luogo, un curioso segreto incastonato nel cuore di Roma, a due passi dal Circo Massimo. Probabilmente il mio rifugio preferito in tutta la capitale: la wunderkammer Mirabilia, una “camera delle meraviglie” allestita secondo la filosofia e il gusto delle collezioni cinquecentesche antesignane dei moderni musei.

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Giraffe e leoni tassidermizzati, opere d’arte di alto profilo e rarità da tutto il mondo sono stati raccolti nel corso di molti anni di ricerche e avventure dal proprietario, Giano Del Bufalo, giovane collezionista di cui vi avevo già parlato in questo post.

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Questa bottega barocca in cui la bellezza si sposa con il macabro e il meraviglioso è diventata per me il luogo privilegiato in cui ritirarmi a sognare dopo una giornata faticosa.
Date le premesse, era solo una questione di tempo prima che nascesse l’idea di una collaborazione fra Bizzarro Bazar e Mirabilia.

E ormai ci siamo.
Il 9 ottobre, nel perfetto contesto di questa galleria, aprirà i battenti l’Accademia dell’Incanto.

Quello che assieme a Giano abbiamo progettato è un centro culturale alternativo, inedito nello scenario italiano, ritagliato su misura per gli amanti dell’insolito.
L’Accademia ospiterà una nutrita serie di appuntamenti con scienziati, letterati, artisti e studiosi il cui lavoro si snoda lungo i sentieri meno battuti della realtà: si spazierà dalla mummificazione ai libri magici, dall’anatomia patologica alla letteratura gotica, dalla storia della sessualità all’incontro con alcuni degli artisti più originali del panorama contemporaneo.

Potete facilmente intuire come questo progetto mi stia particolarmente a cuore, in quanto si tratta di una trasposizione fisica del lavoro sviluppato da tempo su questo blog. Ma il privilegio di immaginare questa sua “irruzione” nel mondo concreto mi è stato concesso soltanto dall’amichevole disponibilità dei numerosi spiriti affini incontrati negli anni proprio grazie a Bizzarro Bazar.
Confesso di essere rimasto sorpreso e quasi intimidito dall’entusiasmo di queste figure straordinarie, per cui nutro una stima assolutamente incondizionata: docenti universitari, illustratori, registi, prestigiatori e collezionisti di stranezze hanno tutti risposto in maniera calorosa alla mia call for action che si riassume nell’ambizioso proposito di “rieducare lo sguardo alla vertigine dello stupore”.

Rivolgo un simile appello anche a voi amici del blog: spargete la voce, diffondete la buona novella e soprattutto partecipate numerosi se potete. Sarà un’occasione unica per ascoltare, confrontarsi, discutere, per conoscere di persona gli eccezionali relatori, per allenare i muscoli del sogno… ma soprattutto per trovarci l’un l’altro.

Così, infatti, ci piace pensare all’Accademia dell’Incanto: come a un avamposto di frontiera, in cui la grande famiglia di pionieri e appassionati del meraviglioso abbia finalmente modo di radunarsi; in cui si intreccino itinerari e scoperte; e dal quale, infine, ciascuno possa incamminarsi verso nuove esplorazioni.

mirabilia

Sul sito ufficiale dell’Accademia troverete presto tutti i dettagli relativi ai prossimi eventi e alle modalità di adesione.
L’Accademia dell’Incanto è anche su Facebook, Twitter e Instagram.
Keep the World Weird!

La Morgue, ieri e oggi

Riguardo al tabù occidentale per la morte, si è scritto estesamente di come la sua “rimozione sociale” sia avvenuta pressappoco in concomitanza con la Prima Guerra Mondiale e l’istituzione dei grandi ospedali moderni; eppure sarebbe forse più corretto parlare di rimozione e medicalizzazione del cadavere. Di morte, in realtà, si è continuato a parlare estesamente per tutto il ‘900: un secolo intriso di funeree meditazioni, anche a causa della sua storia di inaudita violenza. Ciò che è scomparso dalla quotidianità delle nostre vite, piuttosto, è la presenza del corpo morto e soprattutto della putrefazione.

Fino alla fine dell’800 il rapporto con le spoglie era inevitabile e accettato come parte naturale dell’esistenza, non soltanto nella preparazione delle salme svolta in casa, ma anche nell’esperienza concreta delle morti avvenute per cause non naturali.
Uno degli esempi più eclatanti di questa familiarità con la decomposizione è senza dubbio la famigerata Morgue di Parigi.

Istituita nel 1804 a sostituzione del deposito di cadaveri che nei secoli precedenti era situato nelle galere del Grand Châtelet, la Morgue si trovava nel cuore della capitale, sull’île de la Cité. Nel 1864 venne trasferita in un edificio più ampio sulla punta dell’isola, proprio dietro a Notre Dame. Il termine indicava, fin dal ‘500, la cella in cui venivano identificati i criminali; nelle carceri, i prigionieri venivano messi “alla morgue” per essere riconosciuti. Dal ‘600 invece la parola cominciò ad essere usata esclusivamente per designare il luogo in cui si svolgeva il riconoscimento delle salme.

Visto il grande numero di morti violente e di corpi ripescati nella Senna, questo obitorio era costantemente rifornito di nuovi “ospiti”, e ben presto la sua funzione originaria venne trascesa. La maggior parte dei visitatori, cioè, non avevano familiari scomparsi da riconoscere.
I primi che avevano motivi diversi da quelli ufficiali per recarsi ad osservare i cadaveri, allungati su dodici tavoli di marmo nero dietro la grande vetrata, erano naturalmente gli studiosi di medicina e di anatomia.

Questo ricettacolo per i morti sconosciuti trovati a Parigi e nei sobborghi della città contribuisce non poco all’avanzamento delle scienze mediche, grazie al vasto numero di corpi che fornisce, che, di media, ammontano a circa duecento all’anno. Il processo della decomposizione nel corpo umano alla Morgue può essere seguito attraverso ogni stadio fino alla sua soluzione da coloro che dal gusto, o dalla ricerca della scienza, son condotti fino a quella triste esibizione. I medici frequentano spesso il posto, non per mera curiosità, ma a fini di osservazione medica, poiché ferite, fratture e lesioni di ogni sorta si presentano occasionalmente, come effetti di un incidente o di un assassinio. A malapena un giorno passa senza l’arrivo di cadaveri freschi, trovati principalmente nella Senna, e molto probabilmente uccisi per essere stati lanciati o fuori dalle finestre che affacciano sul fiume, oppure già dai ponti, o da quelle chiatte di legno a cui generalmente ritornano con le tasche piene di soldi quegli uomini che vendono le merci […]. I vestiti dei morti portati in questo edificio vengono appesi, e il cadavere esposto in una stanza pubblica per essere ispezionato da chi visita il posto in cerca di un amico perduto o di un familiare. Se non viene riconosciuto nel giro di quattro giorni, viene dissezionato pubblicamente, e poi seppellito.

(R. Sears, Scenes and sketches in continental Europe, 1847)

Questa descrizione, però, è fin troppo “pulita”. Nonostante i provvedimenti presi per mantenere i corpi a una bassa temperatura, e i bagni in cloruro di calcio, le esalazioni erano tutt’altro che piacevoli:

Per la maggior parte del XIX secolo, e fin da un’epoca ancora precedente, l’odore dei cadaveri fa parte del quotidiano della Morgue. A causa del suo scopo e del suo modo di funzionamento, la Morgue è il luogo privilegiato del fetore cadaverico a Parigi […]. In effetti, i cadaveri che hanno soggiornato nell’acqua costituiscono la realtà ordinaria della Morgue. La loro putrefazione è particolarmente spettacolare.

(B. Bertherat, Le miasme sans la jonquille, l’odeur du cadavre à la Morgue de Paris au XIXe siècle,
in Imaginaire et sensibilités au XIXe siècle, Créaphis, 2005)

Quello che per noi oggi risulta più curioso (e per certi versi incomprensibile) è il fatto che la Morgue divenne ben presto una delle attrazioni parigine più alla moda.
Vero e proprio teatro della morte, pubblica esibizione dell’orrore, accoglieva frotte di visitatori appartenenti a ogni ceto sociale, e offriva certamente il brivido di uno spettacolo unico. Era tappa fissa nei tour della capitale, come dimostrano i diari dell’epoca:

Abbiamo lasciato il Louvre e siamo andati alla Morgue dove tre cadaveri attendevano di essere identificati. Erano una vista orribile. In una teca di vetro c’era un bambino che era stato ucciso, il suo volto paurosamente fracassato.

(Diario di Adelia “Addie” Sturtevant, 17 settembre 1889)

La descrizione più illuminante emerge dalle splendide e terribili pagine che all’obitorio dedica Émile Zola. Le sue parole ci restituiscono un’immagine perfetta dell’esperienza della Morgue nel XIX secolo:

Laurent si prese la briga di passare ogni mattina dalla Morgue mentre andava al lavoro. […] Quando entrava, un odore nauseabondo, un odore di carne macerata lo disgustava, e soffi gelidi gli correvano sulla pelle; l’umidità dei muri sembrava impregnargli gli abiti che sentiva più pesanti sulle spalle. Andava difilato alla vetrata che separa gli spettatori dai cadaveri; appiccicava ai vetri la faccia pallida, guardava. Davanti a lui erano allineate grigie lastre di pietra. E sulla pietra i corpi nudi apparivano come sparse macchie verdi e gialle, bianche e rosse; certuni serbavano nella rigidità della morte le loro carni illibate; altri sembravano informi avanzi di macellazione, sanguinolenti e putrefatti. In fondo, contro il muro, pietosi brandelli di indumenti, gonne e pantaloni, pendevano raggrinziti sull’imbiancata nudità della parete. […] Sovente la carne di quei volti cadeva a brandelli, le ossa avevano perforato la pelle diventata molle, la faccia era come spappolata e disossata. […] Un mattino si prese un vero spavento. Stava osservando un annegato da qualche minuto, piccolo di statura, atrocemente sfigurato. Le sue carni erano molli e sfatte, e l’acqua corrente che le lavava le portava via pezzo dopo pezzo. Il getto che cadeva sulla faccia scavava un buco a sinistra del naso. E all’improvviso il naso si spianò, le labbra si staccarono scoprendo i denti bianchi. La testa dell’annegato si spalancò in una risata.

Zola esplora anche la malcelata tensione erotica che un simile spettacolo poteva provocare negli spettatori, sia maschi che femmine. Una zona liminale — il confine fra Eros e Thanatos — che per la nostra sensibilità odierna è ancora più “pericolosa”.

Era uno spettacolo che lo divertiva, soprattutto quando c’erano donne con il petto nudo bene in vista. Queste nudità brutalmente esposte, macchiate di san­gue, qua e là sforacchiate, lo attiravano e lo trattenevano alla vetrata. Una volta vide una giovane donna di vent’anni, una ragazza del popolo, grossa e forte, che pareva dormisse sulla pietra; il suo corpo fresco e opu­lento biancheggiava con una soavità di tinte di una grande delicatezza; accennava un sorriso, la testa appena reclinata, e offriva il petto in un modo provocante; poteva sembrare una cortigiana in una posa di molle abbandono non fosse stato per una linea nera sul collo che le metteva come un vezzo d’ombra; era una ragazza che si era impiccata per una delusione d’amore. Laurent la osservò a lungo, come accarezzandola con lo sguardo, smarrito in una sorta di trepido desiderio. […] Un giorno Laurent vide una di queste signore che se ne stava ferma a qualche passo dalla vetrata coprendosi le narici con un fazzoletto di batista. Indossava una deliziosa sottana di seta grigia e un’ampia mantellina di pizzo nero; una veletta le nascondeva il volto, e le mani guantate sembravano minute e finissime. Un dolce profumo di violetta le aleggiava attorno. Guardava un cadavere. Su una pietra non troppo distante giaceva il corpo di un ragazzo robusto, un manovale morto sul colpo cadendo da un’impalcatura; aveva un busto quadrato, muscoli grossi e tozzi, carne bianca e pingue; la morte ne aveva fatto una statua mormorea. La signora lo esaminava, lo rivoltava per così dire con lo sguardo, lo soppesava, restava assorta nella visione di quell’uomo. Alzò una punta della veletta, guardò ancora, poi uscì.

Infine, la Morgue era anche un’attrazione ironicamente democratica, proprio come la morte stessa:

La Morgue è uno spettacolo alla portata di tutte le borse, che qualunque passante, povero o ricco, si concede gratuitamente. La porta è aperta, entra chi vuole. Ci sono ammiratori che allungano il cammino pur di non perdersi una di queste rappresentazioni della morte. Quando le lastre di pietra sono spoglie, la gente esce delusa, come defraudata, biascicando proteste. Quando sono ben fornite, quando c’è sfoggio di carne umana, i visitatori accorrono numerosi per procurarsi emozioni a buon mercato – si spaventano, scherzano, applaudono o fischiano come a teatro, e per quel giorno escono soddisfatti commentando la buona riuscita della Morgue.
Laurent fece presto a conoscere il pubblico che frequentava il posto, un pubblico variopinto e disparato che lì veniva a impietosirsi e a sghignazzare in compagnia. Entravano operai diretti al lavoro, con una pagnotta e gli attrezzi sotto il braccio; la trovavano buffa la morte. In mezzo a loro qualche mattacchione di turno faceva sorridere la platea con qualche battuta sul ghigno di ogni cadavere; i morti carbonizzati li chiamavano “i carbonai”; gli impiccati, gli assassinati, gli annegati, i cadaveri sforacchiati o maciullati eccitavano il loro estro beffardo, e con una voce che leggermente si incrinava balbettavano frasi comiche nel vibrante silenzio della sala.

(É. Zola, Thérèse Raquin, 1867)

 

Nell’arco della sua attività, la Morgue non venne criticata se non sporadicamente, e soltanto per la posizione ritenuta troppo centrale. La curiosità di vedere le salme non era evidentemente avvertita come morbosa, o perlomeno non era considerata particolarmente sconveniente: del famoso obitorio e dei suoi corpi scrivevano volentieri i giornali, dedicando spazio ai ritrovamenti più misteriosi.
Il 15 marzo 1907 la Morgue venne definitivamente chiusa al pubblico, per questioni di “igiene morale”. I tempi, evidentemente, stavano già cambiando: di lì a poco l’Europa conoscerà purtroppo una saturazione di cadaveri tale da non poter essere più considerata uno spettacolo di intrattenimento.

Eppure, il desiderio e l’impulso a osservare gli effetti della morte sul corpo umano non sono mai del tutto scomparsi. Oggi sopravvivono nelle “morgue” virtuali dei siti internet che propongono fotografie e video di violenze e incidenti. Riparati non più da una vetrata a muro, ma dalla distanza offerta dallo schermo di un computer, i visitatori contemporanei osservano questi iperrealistici obitori in cui la fragilità corporea è declinata in tutte le sue possibili varianti, testimoni della sfrenata fantasia della morte.
La cosa che più colpisce, navigando in queste bacheche in cui l’osceno è messo in vetrina, sono le reazioni degli utenti. In questo sottobosco estremo (che sarebbe interessante studiare seriamente, con gli strumenti della psicologia sociale) si trova una vasta gamma di persone, dall’avventore più o meno casuale in cerca di brividi fino ai gorehound più esperti, che sembrano collezionare queste immagini quasi fossero figurine e che, a ogni nuovo video postato, fanno gli “scafati” disquisendo della qualità tecnica ed estetica della realizzazione.
Sarà forse per esorcizzare il disgusto, ma un’altra costante è il ricorso a uno humor sgraziato e fuori luogo; ed è impossibile leggere queste battute, oscene e apparentemente irrispettose, senza pensare ai “mattacchioni” di cui parlava Zola, che scherzavano di fronte all’orrore.

Gli aggregatori di immagini brutali fanno discutere sulla libertà di informazione, sull’etica e la liceità dell’esibizione del cadavere, e ci si può domandare se abbiano davvero un qualche scopo “educativo” oppure siano soltanto derive morbose, abnormi, patologiche.
Ma simili fascinazioni non sono affatto inedite: mi pare anzi che questo tipo di curiosità sia in un certo senso intrinseco alla specie umana, come ho già avuto modo di sostenere.
E, a ben vedere, si tratta in fondo dello stesso istinto autoptico, la stessa voglia di “vedere con i propri occhi” che in un tempo non certo lontano (l’epoca, per intenderci, dei nonni dei nostri nonni) faceva della Morgue parigina una sortie en vogue, un’uscita alla moda di gran richiamo.

Le nuove morgue virtuali costituiscono certamente una nicchia e, rispetto alle folle che sfilavano a vedere i corpi gonfi degli annegati, in generale la nostra attitudine è più complessa. Di sicuro, come detto in apertura, è coinvolto un elemento di tabù che a quei tempi era molto meno presente.
Il cadavere, ai nostri occhi, rimane ancora una realtà scomoda, scandalosa e spesso troppo dolorosa da accettare. Eppure, consciamente o no, torniamo sempre a fissare il nostro sguardo su di esso, come se racchiudesse un misterioso segreto.

La mia settimana di meraviglie inglesi – II

(Continua dall’articolo precedente)

Il Viktor Wynd Museum of Curiosities, Fine Art & Natural History resta ancora nella sua sede storica, in Mare Street a Hackney, East London, la stessa dove anni fa avevo spedito un inviato di fiducia che era ritornato con un ironico reportage.
Eppure da allora diverse cose sono cambiate: nel 2014, il proprietario ha lanciato una campagna Kickstarter che in un mese ha fruttato 16.000 sterline e gli ha permesso di trasformare la sede della sua eclettica collezione in un vero e proprio museo, con un piccolo cocktail bar, una galleria d’arte e un piano interrato con sala da pranzo. Soltanto un paio di tavoli, a dir la verità; ma difficile pensare a un altro luogo in cui i commensali possano banchettare attorno a un autentico scheletro ottocentesco.

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L’oltraggioso cattivo gusto dei resti umani all’interno del tavolo è un buon esempio della vena dissacrante che attraversa tutta la disposizione degli oggetti collezionati da Viktor: qui l’idea stessa del museo come istituzione di cultura “alta” viene scardinata e sbeffeggiata apertamente. Opere d’arte raffinate stanno accanto a paperback pornografici, rari e preziosi manufatti antichi sono in bella mostra di fianco alle sorprese degli Happy Meal di McDonald’s.

Ma non si tratta nemmeno di un’accozzaglia senza senso — è l’idea originaria del Museo come dominio delle Muse, dell’ispirazione, delle connessioni misteriose e inattese, dell’aggressione ai sensi. Una wunderkammer che potrebbe far infuriare perfino i puristi delle wunderkammer.

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Viktor Wynd, quando lo incontro, non ha nemmeno bisogno di parlare più di tanto, di raccontarsi. Tra ossa di dodo, granchi giganti, modelli anatomici, teschi e volumi dai titoli ineguagliabili — come ad esempio Sesso di gruppo: una guida pratica, oppure Se vuoi chiudere una relazione, comincia dalle tue gambe — il patron del locale è immerso nell’oggettivazione della sua sfrenata fantasia. Quando si muove fra le teche e la sua immensa collezione (assicurata per 1 milione di sterline) sembra che si aggiri tra le stanze della sua stessa mente.
Artista, surrealista e intellettuale dandy dalla vita affascinante tanto quanto i suoi progetti, Viktor parla del suo Museo come di una necessità inevitabile: “ho bisogno di bellezza e del perturbante, di ciò che è divertente e un po’ stupido, di ciò che è strano e raro. Le cose rare e belle sono la barriera che mi separa da un pozzo di squallore e disperazione senza fondo“.

E questo strano bistrot delle meraviglie in cui si tengono conferenze, cocktail party, balli in maschera, mostre, cene, è certamente una cosa rara e bella.

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Mi sposto dalle parti di London Bridge. Proprio di fronte al famoso Borough Market si apre St. Thomas Street, dove la vecchia chiesa di St. Thomas resta incastonata fra edifici più moderni. Ma non è la chiesa in sé che mi interessa, quanto piuttosto la sua soffitta.
Nel solaio sotto il tetto, infatti, è nascosto un museo poco conosciuto e dalla storia particolare.

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L’Old Operating Theatre Museum and Herb Garret sorge nei locali in cui venivano preparati e tenuti i medicinali utilizzati nell’annesso Ospedale di St. Thomas. Una prima parte del museo è dedicata alle piante medicinali e a tutta una serie di strumenti terapeutici d’epoca. Vi si trovano anche le testimonianze relative a molti dispositivi ormai abbandonati dalla medicina, come ad esempio le lame per il salasso, i trapani cranici, e altri congegni oggi piuttosto spaventosi a vedersi. Ma è il profumo penetrante dei fiori essiccati, delle erbe e delle spezie (così tipico anche di altre farmacie antiche) che, unito alla location davvero singolare, dona a questa parte del museo una dimensione quasi fiabesca.

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Se la farmacia, a quanto pare, fu attiva fin dal XVIII secolo, soltanto nel 1822 una parte del solaio venne trasformato in teatro per gli interventi chirurgici — uno dei più antichi visitabili ancora oggi.
Qui venivano operate le pazienti del reparto femminile dell’Ospedale. Si trattava di persone indigenti, che accettavano di finire sotto i ferri di fronte a una folla di studenti di medicina ma in cambio potevano contare sui migliori chirurghi dell’epoca, privilegio che altrimenti non avrebbero certo potuto permettersi.
Le operazioni erano spesso l’ultima spiaggia, a cui si ricorreva quando tutti gli altri rimedi non avevano avuto successo. Senza anestetici di alcun genere, ignari dell’importanza delle misure igieniche, i chirurghi erano costretti a contare unicamente sulla propria velocità e precisione (si veda ad esempio il mio articolo su Robert Liston). Il risultato è intuibile: nonostante gli sforzi, date anche le condizioni spesso già critiche dei pazienti, la mortalità operatoria e post-operatoria era altissima.

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Gli ultimi due luoghi che mi aspettano a Londra sono anche gli unici, tra quelli visitati finora, in cui non è possibile scattare fotografie. E questo è un dettaglio particolarmente interessante.

Il primo è lo Hunterian Museum.
Sui due piani visitabili sono esposti migliaia di preparati anatomici, veterinari e umani, raccolti dal celebre chirurgo scozzese John Hunter (a Leicester Square è possibile vedere il suo busto scolpito).
Tra questi, spiccano i preparati acquistati a Padova da John Evelyn, che sono reputati i più antichi d’Europa e che illustrano il sistema vascolare e quello nervoso. L’altra “star” del museo è lo scheletro di Charles Byrne, il “gigante irlandese” morto nel 1783. Byrne era talmente terrorizzato alla prospettiva di finire in un museo anatomico che assoldò dei pescatori affiché gettassero il suo cadavere al largo. Questo non fermò purtroppo John Hunter che, deciso ad impossessarsi di quel corpo fuori dall’ordinario, corruppe i pescatori e pagò una cifra astronomica pur di ottenere il suo trofeo.

I reperti, alcuni dei quali patologici, sono estremamente interessanti eppure tutto mi sembra un po’ freddo rispetto al fascino degli antichi musei di anatomia italiani, o anche soltanto della soffitta appena visitata nella chiesa di St. Thomas. Quello che manca è l’atmosfera, la narrativa: il corpo umano, soprattutto quello patologico, è ai miei occhi un vero e proprio testo teatrale, una rappresentezione tragica, ma qui la dimensione del dramma viene attentamente evitata. Si avverte anzi una certa insistenza, all’interno dei pannelli informativi, nel sottolineare il valore e il fine eminentemente scientifico della collezione. Questo è forse una reazione alle critiche, sorte negli ultimi anni, sull’eticità dell’esposizione di resti umani nei musei. Lo Hunterian è dopotutto il luogo in cui ancora oggi le ossa del gigante irlandese, sottratte a tradimento alle onde, restano in una grande vetrina, “indifese” sotto lo sguardo dei visitatori.

L’ultimo mio luogo della meraviglia, e uno dei segreti meglio mantenuti di Londra, è la Wildgoose Memorial Library.
Opera di una sola persona, l’artista Jane Wildgoose, la biblioteca si trova all’interno della sua abitazione privata, è visitabile su appuntamento e raggiungibile seguendo una serie di indicazioni che assomigliano a quelle di una caccia al tesoro.
E di un tesoro vero e proprio si tratta.

Jane è uno spirito gentile e dolce, dalla serena ospitalità.
Prima di scomparire a preparare un caffè, mi sussurra: “prenditi il tuo tempo per scorrere i titoli, per sfogliare qualche pagina… e per leggere gli oggetti“.
Gli oggetti a cui si riferisce sono in realtà il cuore della libreria, che oltre ai volumi ospita calchi in gesso, sculture, memento ottocenteschi composti con i capelli dei defunti, antichi ventagli e accessori di moda, dagherrotipi, incisioni, conchiglie, urne, maschere mortuarie, crani animali. Eppure, rispetto a tante altre collezioni di meraviglie viste negli anni, la sua mi colpisce per la grazia compositiva, per l’attenzione maniacale alla disposizione degli oggetti. E c’è anche qualcos’altro, che mi sfugge.

Jane ritorna con il vassoio del caffè e mi lancia un sorriso un po’ inquieto. Nel suo sguardo si mescolano attesa e un lieve imbarazzo. Sono, dopotutto, un estraneo che lei ha fatto volontariamente entrare nell’intimità della sua casa. Se si avverasse il miracolo di una sintonia, l’incontro potrebbe divenire uno di quei rari momenti di contatto autentico tra sconosciuti; ma l’azzardo è grosso. Questa donna sta esponendo alla mia vista tutto ciò che le è più sacro — “un poeta è un uomo nudo“, scriveva Bob Dylan — e ora tutto dipende dalla mia sensibilità.

Cominciamo a parlare, mi racconta della sua vita passata a custodire oggetti, a cercare di comprenderli, di capirne le nascoste connessioni: da quando, ancora bambina, raccoglieva conchiglie sul bagnasciuga delle coste meridionali dell’Inghilterra, fino alle sue più recenti installazioni d’arte. A poco a poco comincio a intuire quale sia il carattere così specifico di quella collezione, che in un primo momento non avevo individuato con precisione: l’empatia, l’umanità.
La Wildgoose Memorial Library non è un luogo in cui si esplora il concetto di morte, bensì quello di lutto. Jane è interessata alle tracce del passaggio, ai segni lasciati dal dolore, dall’assenza, dalla mancanza. È ciò che sta alla base dei suoi tanti lavori, commissionati dalle più prestigiose istituzioni, e nei quali mi sembra che lei cerchi di metabolizzare e risolvere dei lutti rimasti incompleti, o sconosciuti. È per scovare queste tracce che passa ore a scandagliare pazientemente gli archivi; è questa attenzione all’anima delle cose che l’ha resa capace di comprendere, per esempio, come un arido catalogo di beni messi all’incanto nel 1786 dopo la morte della Duchessa Margaret Cavendish fosse in realtà il ritratto più intimo di quella donna, delle sue passioni e delle sue amicizie.

Questo salotto, mi rendo conto, è il luogo in cui Jane tenta di medicare i dolori — non soltanto i propri, ma anche quelli dei suoi simili, e perfino dei defunti.

Ecco che di colpo mi ritorna in mente lo Hunterian Museum.
Anche là, come in questo salotto, sono presenti resti umani.
Anche là, come in questo salotto, i reperti ci parlano di sofferenza e morte.
Anche là, come in questo salotto, non è concesso scattare fotografie, per rispetto e pudore.

Eppure le due collezioni non potrebbero essere più distanti fra loro, collocate come sono agli opposti estremi dello spettro. Da una parte le vetrine asettiche, gli ambienti moderni da cui ogni emozione è rimossa, dove per far comprendere ed accettare al pubblico l’osceno del corpo si è costretti a filtrarlo attraverso lo sguardo distaccato della scienza. Lo stesso museo che, paradossalmente, si ritrova a fare i conti con la mancanza di etica dei suoi fondatori, vissuti in un’epoca in cui una collezione anatomica poneva ben pochi dilemmi morali.
Dall’altra, quest’oasi di meditazione, la personale visione dell’uomo e della sua impermanenza racchiusa nel caldo e scuro legno della vecchia libreria di Jane Wildgoose; un luogo in cui la compassione diventa tangibile, entra sotto pelle, un luogo che esiste soltanto in virtù di un’etica. Una ricerca in cui la morte è vista come un confronto essenziale che in fondo non deve spaventarci: la libreria non a caso è dedicata a Persefone perché, mi ricorda Jane, “non c’è inverno senza estate“.

Forse abbiamo bisogno di entrambi gli opposti, di queste due diverse medicine. Di studiare il corpo senza dimenticare l’anima, e viceversa.
Sul treno veloce diretto all’aeroporto fisso gli occhi al cielo terso, tra gli alberi che scivolano via. Senza una nuvola.
Non c’è pioggia senza sole, mi dico. Con buona pace dei preconcetti con cui ho iniziato il mio viaggio.

Link, curiosità & meraviglie assortite – 2

Da domani sarò all’Università di Winchester per partecipare alle giornate di studio interdisciplinari dedicate a “Morte, arte e anatomia“. Nell’ambito delle conferenze, parlerò di memento mori in relazione alla Cripta dei Cappuccini di Roma, già esplorata assieme ad altri ossari religiosi italiani nel mio Mors Pretiosa.
Nell’attesa di raccontarvi qualcosa dell’evento, e dei miei successivi giorni a Londra, vi lascio qualche curiosità da assaporare.

  • La SynDaver Labs, già responsabile di un cadavere sintetico per autopsie di cui avevo parlato in questo post, ha realizzato una versione canina per la formazione di chirurghi veterinari. Anche questo cagnolino, come il suo analogo umano, può respirare, sanguinare e perfino morire.

  • Anche se fosse farlocca, questa è una delle notizie più gustose degli ultimi tempi: a Sculcoates, East Yorks, alcuni ghost hunters visitano un cimitero ottocentesco e ad un tratto sentono strani e inquietanti lamenti. Monaci fantasma che si aggirano fra le lapidi? Presenze demoniache che infestano il luogo sacro? Niente di tutto questo. Nel cimitero, di nascosto, si sta girando un porno.
  • Parlando di strani posti in cui fare l’amore, perché non all’interno di una balena? È successo negli anni ’30 al Museo di Storia Naturale di Gothenburg, dove è presente l’unica balena blu completamente tassidermizzata, e al cui interno è stato ricavato un lounge con tanto di panche e tappeti. Dopo che una coppia è stata sorpresa in atteggiamenti intimi, il cetaceo è stato purtroppo chiuso al pubblico.

  • A margine dei manoscritti medievali si trovano spesso dei conigli intenti in improbabili battaglie e crudeltà diverse. Perché? Secondo questo articolo, si trattava essenzialmente di satira.

  • Se vi sembrano bizzarri i conigli battaglieri, aspettate di vedere i gatti con i razzi sulla schiena, raffigurati in alcuni codici miniati cinquecenteschi. Se ne parla sul National Geographic.

  • Un ultimo enigma iconografico. Qual è il senso delle strane litografie cinquecentesche in cui un satiro “scandaglia” le parti intime di una donna con il filo a piombo? Lo svela un approfondito e bellissimo studio.

  • Vite avventurose: Violet Constance Jessop era una cameriera e infermiera di cabina, sopravvissuta nel 1911 all’incidente della nave Olympia. E nel 1912 sopravvisse anche all’affondamento del Titanic. E nel 1916 all’affondamento del Britannic.

Il Tè delle Muse

Te delle muse

Domenica 22 novembre alle ore 16 presso i bellissimi Musei Civici di Reggio Emilia, parlerò di meraviglie macabre assieme allo storico Carlo Baja Guarienti.

La nostra chiacchierata si inserisce nella serie di incontri chiamata Il Tè delle Muse: titolo a mio avviso splendido, perché l’ironico richiamo all’etimologia del “museo” sottolinea la sua originaria funzione di luogo di incantamento e ispirazione. Non esiste dunque spazio migliore per parlare di quella che ho chiamato spesso la meraviglia nera; da anni su queste pagine propongo di superare i pregiudizi che la parola “macabro” può generare, e di comprendere che molte delle curiosità ritenute “morbose” possano invece rivelarsi passioni nobili e per certi versi necessarie. Si parlerà di esotismo, di nuove tendenze, di wunderkammer e di punti di intersezione fra l’arte, la scienza e il sacro.

Ecco la pagina ufficiale dell’evento.

La mia wunderkammer

Articolo apparso originariamente su #ILLUSTRATI n.31 – “MIRABILIA”

Amo restare sveglio: la grande città si fa infine vincere dalla stanchezza, e posso quasi avvertire i sogni dei miei simili esalare dalle case, fino a formare un’immensa coperta, dai colori e dalle fantasie cangianti, che si stende sopra i tetti silenziosi.
Capita allora, quando la notte già sta per tramutarsi in mattino, che io mi soffermi di fronte ai miei armadietti delle meraviglie.

Vi trovano posto teschi umani e animali, gorgoni rosse e stelle marine, esemplari tassidermici e sotto liquido, antichi testi di anatomia patologica, stampe e incisioni che illustrano la crudeltà umana nei secoli (grande rimosso che vorremmo essere soltanto vestigio di un nostro passato bestiale, e che invece non ci ha mai abbandonato). E ancora fotografie pornografiche degli anni ’20, vecchi strumenti medici, e tutta una serie di manufatti relativi all’intersezione fra sacro e macabro (calotte craniche istoriate, tibie trasformate in strumenti musicali, maschere mortuarie, arte funebre, fotografie post mortem, e via dicendo).

La mia collezione mi parla, con una sua voce particolare che è in realtà una moltitudine di voci. Ed è una tappa, uno strumento della ricerca che mi impegna da sempre.

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Nonostante io possegga questa collezione, non mi sento affatto un collezionista. Mi manca la compulsività.
Quello che amo negli oggetti che raccolgo è il fatto che siano densi di storia, di vita. Mi è capitato di conoscere collezionisti di cavatappi, di ferri da stiro, di maioliche, di barattoli di caffè; chi non condivide la loro stessa passione in capo a cinque minuti è vinto dalla noia.
Ho imparato che un armadietto delle meraviglie, invece, non lascia indifferente nessuno. Le reazioni possono andare dal disgusto (molto più raro di quanto si pensi) allo stupore infantile, all’interesse di stampo scientifico, allo sdegno morale di fronte ad alcuni costumi che oggi ci sembrano discutibili: penso al cilicio di inizio ‘900, alle minuscole scarpette cinesi per piedi fasciati, alla cartolina souvenir, colorata a mano e datata 1907, in cui si vede un fiero colonialista inglese tenere in mano la testa di un pirata giustiziato. I bambini, dal canto loro, impazziscono per gli animali impagliati e per le ossa.

Colonialist postcard (fronte)

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Ogni collezione è una sorta di mappa che rispecchia e descrive la personalità del collezionista, il suo gusto, le sue piccole manie.
Credo che sia stato Stefano Bessoni ad avermi insegnato – non a parole, ovviamente – che non ci si deve vergognare delle proprie ossessioni, bensì nutrirle con entusiasmo. E la sua incredibile wunderkammer è un’evidente oggettivazione della sua fantasia, una propaggine fisica del suo mondo interiore: possiede un meraviglioso e rigoroso disordine che la fa assomigliare all’impolverato bottino di un esploratore vittoriano, un po’ Livingstone e un po’ Darwin, e in cui lo sguardo si perde in mille dettagli affastellati.

La mia collezione, com’è ovvio, è differente, perché è mia. Una delle mie ossessioni è il rapporto dell’uomo con la morte, le barriere e i simboli che ha forgiato – in ogni epoca e in ogni latitudine – per sopportarne l’angoscia. Gli animali impagliati o mummificati cos’altro sono se non un tentativo di fermare il tempo e sconfiggere la putrefazione? In questi oggetti la meraviglia per il mondo e le forme naturali si mescola con una sotterranea paura del panta rei.

E sempre questo terrore della dissoluzione eterna, che svuoterebbe di senso le nostre esistenze, è visibile in filigrana dietro all’impulso ad analizzare, categorizzare, cartografare e infine controllare l’intero cosmo; sondare il nostro corpo per vincere le malattie e la vecchiaia; inventare divinità di ogni genere affinché ci rassicurino che la suddetta dissoluzione non è veramente definitiva. E l’erotismo, che trova posto in una sezione dei miei armadietti, è la rappresentazione simbolica forse più intensa degli istinti legati alla morte.

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Talvolta, nel silenzio, la mia wunderkammer mi pare un’astronave psichica. Enigmatico agglomerato di forme passeggere, coagulo di dolori e vite ritornate alla polvere, sguardo di meraviglia, mistero delle cose.
Passiamo tutta la vita a esercitarci nell’impermanenza. Mettiamo il caso che domani dovessi perdere la mia intera collezione in un incendio: verserei qualche lacrima, certo, ma senza gridare e maledire il destino. Se lo facessi, dimostrerei di non aver compreso la lezione che la wunderkammer mi sussurra, delicatamente, ogni notte.

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Morte 2.0

Considerazioni sulla morte all’epoca dei social media

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Guardate la Top Chart qui sopra.
Blackbird
è una canzone pubblicata dai Beatles all’interno del White Album nel 1968.
Nonostante Paul McCartney l’abbia scritta 46 anni fa, la settimana scorsa il brano è arrivato al primo posto delle classifiche iTunes per il genere Rock. Perché?

La risposta sta qui sotto:

Chris è un ragazzo che vive in California: ha perso sua moglie Ashley, morta dando alla luce il piccolo Lennon, nato prematuro. Il 12 novembre viene pubblicato su YouTube il video di Chris che canta Blackbird di fronte all’incubatrice dove il figlioletto sta lottando per rimanere in vita; il bambino morirà a soli quattro giorni dal parto.
Il video diventa virale in pochissimo tempo, raggiunge presto 15 milioni di visualizzazioni, rimbalzando dai social network alle testate giornalistiche e viceversa, con sentita partecipazione degli utenti e gran dispendio di emoticon e faccine tristi e piangenti. Soltanto l’ultimo episodio di una nuova e ormai consolidata tendenza di pubbliche esposizioni del dolore e del lutto.

Brittany Maynard (1984-2014), malata terminale e attivista per il diritto al suicidio assistito.

Un recente articolo di Kelly Conaboy, nell’affrontare il fenomeno dei video o delle storie di lutto e tragedia che diventano virali, utilizza il termine grief porn, come se si trattasse di una vera e propria pornografia del lutto: questi video magari possono anche nascere come qualcosa di diverso, ma diventano presto puro intrattenimento, regalando allo spettatore una scarica di adrenalina immediata e breve; una volta finita la “masturbazione emotiva”, spesa la lacrimuccia, commentato, condiviso, ci si sente meglio. Si chiude il browser e si va avanti con la propria giornata.
Se il grief porn, sottolinea la giornalista, è un filone da tabloid vecchio quanto gli scandali sessuali, fino ad oggi si era sempre limitato a lucrare sui resoconti di morti particolarmente tragiche, violente, fuori dall’ordinario; la rete, invece, rende possibile la messa in vetrina del privato della gente comune. Questi video sarebbero cioè parte di un esibizionismo ormai diffuso, in cui alla voglia di mostrare il dolore corrisponde, da parte degli altri utenti, una voglia di assistervi – e di poter poi esprimere il proprio “Like”, per dimostrare di essere persone sensibili.

Durante il XX secolo si è osservata una rimozione della morte in ambito collettivo. Di questa rimozione si è così estesamente parlato che non è necessario dilungarsi sulla questione. La domanda è invece: vi è qualche cambiamento al riguardo? Cosa ci dicono questi nuovi fenomeni sul nostro rapporto con la morte? Come si sta evolvendo?

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Se la morte, vera ed esperita personalmente, resta ancora un doloroso mistero, territorio proibito che investe sia la realtà del cadavere (vero “scandalo”) sia l’elaborazione del lutto (non più rigidamente codificata come un tempo), dall’altra parte è innegabile che stiamo assistendo a una pervasività inedita della rappresentazione della morte stessa.
Al di là dei giudizi di mercificazione o di banalizzazione, dobbiamo far fronte alla sempre più disinibita presenza dell’immagine della morte nella società odierna: dai teschi che decorano borse, spille, T-shirt così come le teche dei Musei d’arte moderna, passando per la morte come espediente di comunicazione/marketing/propaganda (le videodecapitazioni terroristiche e i filmati delle esecuzioni dei cartelli della droga, fino ai siti web che propongono un archivio sterminato di foto, video e materiale riguardante incidenti, omicidi e suicidi). Tutto questo non è morte, sottolineiamo, è immagine, simulacro – che non necessita nemmeno del filtro della narrazione. E parlare di pornografia della morte non è così insensato, visto che questa messe di rappresentazioni propone di fatto l’elemento che più è eccitante nella pornografia classica, ovvero l’iperrealtà di matrice baudrillardiana, un’immagine così realistica da sostituirsi alla realtà stessa. (Pensiamo, nel cinema porno, alle inquadrature che permettono punti di vista che sarebbero “impossibili” nella realtà del coito, alla risoluzione HD che esalta ogni minimo dettaglio della pelle degli attori, addirittura al porno in 3D, ecc. – così va con la morte in simulacro).

Damien Hirst posa con il suo celebre For the love of God.

Sono passati i tempi in cui Bazin, sul legame fra pornografia e “morte in diretta”, scriveva: “come la morte, l’amore si vive e non si rappresenta – non è senza ragione che lo si chiama la piccola morte – o almeno non lo si rappresenta senza violazione della sua natura. Questa violazione si chiama oscenità. La rappresentazione della morte reale è anch’essa un’oscenità, non più morale come nell’amore, ma metafisica. Non si muore due volte.” (Morte ogni pomeriggio, 1949).
Oggi, si può morire milioni di volte, in punta di cursore, ad ogni click che fa partire un video o che apre un’immagine. L’onnipresenza odierna della rappresentazione della morte può però non essere la degenerazione di una società votata all’oscenità, bensì una naturale reazione ed un superamento della rimozione messa in atto nel secolo scorso. Non potendo risolvere il mistero in sé, si sfalda a poco a poco l’osceno (che viene così rimesso “in scena”) fino a farlo diventare figurazione quotidiana. Per continuare il parallelo con la pornografia, Davide Ferrario raccontava (all’interno del libro-inchiesta Guardami. Storie dal porno) che il fatto di assistere all’incontro carnale di due persone su un set a luci rosse non era per lui affatto eccitante; ma gli bastava guardare nella loupe della macchina da presa, ed ecco che tutto sembrava differente, più reale. Anche alcuni reporter di guerra affermano che le esplosioni non sembrano vere finché non le si osserva attraverso un obbiettivo fotografico. È il magistero dell’immagine che ha preso il sopravvento sugli oggetti concreti, e se in Baudrillard questo epocale passaggio pareva avere talvolta dei colori compiaciutamente apocalittici, oggi si può cominciare a vedere questo sopravanzo dell’immaginario sul reale non più come una fine, ma come un nuovo inizio.

Pian piano la nostra cultura sta evolvendo verso una mitologia globale e globalizzata. L’intelligenza – almeno quella del “genio” classico, individuo che da solo compie imprese straordinarie – sta pian piano diventando un mito sorpassato, e cede il passo alla supercoscienza dell’organismo-rete, che lavora di più, e più efficacemente, del singolo. Sempre meno saranno i monumenti ad epici personaggi, se questa tendenza dovesse confermarsi, sempre meno gli eroi. Sempre più comuni saranno invece le innovazioni e scoperte da imputarsi a intere comunità virtuali (ma esiste più una virtualità che si contrapponga alla realtà?), e le grandi conquiste in cui l’impresa è stata parcellizzata e distribuita su tutta una rete di individui.

Allo stesso modo la morte sta mutando di peso e significato.
La conservazione e il rispetto delle spoglie, per quanto tradizioni ben radicate, sono già messi in discussione dalla nuova e diffusa sensibilità del riciclo, del riutilizzo ecologico, che in fondo è un riappropriarsi della decomposizione – da secoli aborrita dall’uomo Occidentale, l’unico che si sia mai sottratto ad essa tramite sepolcri che preservavano la salma dal contatto con la terra. La Risurrezione della carne, motivazione teologica principale per la sepoltura intatta, lascia il posto all’idea, nobile a suo modo, del compostaggio. Il rispetto delle salme non si esercita più nell’idea di devozione, di soggezione verso le ossa, di inviolabilità del corpo; passa invece per l’idea dell’utilità del cadavere, sia essa esplicitata tramite espianto degli organi, donazione alla scienza, oppure minima incidenza sull’inquinamento ambientale. Distruggere il corpo non è più un tabù, ma un vero e proprio atto di generosità verso gli altri.

Allo stesso modo, questa nuova rappresentazione tende a liberarsi dai toni misterici, seriosi e cupi d’un tempo. Anche la “moda” del macabro, il turismo nero o le diverse iniziative di intrattenimento legate alla morte (vedi ad esempio il London Month of the Dead), sono metabolizzazioni che tentano di risolvere una volta per tutte il rimosso novecentesco. Perfino l’umorismo e le baracconate, che possono sembrare offensivi, sono passi obbligati in questa trasformazione.

Ceneri umane pressate in un vinile.

Ceneri umane trasformate in diamante.

E così la rete propone quotidianamente una morte non più censurata e negata, ma affrontata a viso aperto, finanche a trasformarla in spettacolo.
Nel riferirsi al vertiginoso successo delle immagini di sofferenza e morte, si usa spesso la parola voyeurismo. Ma si può parlare di voyeurismo quando lo sguardo degli sconosciuti è ormai cercato e desiderato anche dalle “vittime” di tale attenzione, per esempio dai malati terminali che vogliono sensibilizzare l’opinione pubblica sulla propria condizione, cercare conforto, lasciare una testimonianza o, più semplicemente, dare voce al proprio dolore?

Jennifer Johnson, madre di due bambini e malata terminale, nell'ultimo video prima della morte.

Jennifer Johnson, madre di due bambini, nell’ultimo video prima della morte (2012).

In queste esibizioni di esperienze personali difficili, si può leggere l’espediente inedito che la nostra società sta utilizzando per rapportarsi alla morte e alla sofferenza: non più tabù da occultare e metabolizzare esclusivamente nell’ambito della sfera privata, ma coacervo di sentimenti che vale la pena condividere con il mondo intero. Se al tempo delle grandi famiglie allargate di inizio Novecento il lutto spesso veniva, per così dire, “spalmato” sull’intera comunità, e nella seconda metà del secolo era ricaduto invece sull’individuo singolo, che si ritrovava senza strumenti adeguati per la sua elaborazione, ecco che la comunità online si propone come nuova valvola di ripartizione della sofferenza. Si ricevono condoglianze e messaggi di affetto e vicinanza anche da perfetti sconosciuti, in una sorta di nuovo paradigma di “superficiale” ma solerte solidarietà.
Chris Picco, il “papà Blackbird“, di certo non vede con occhio negativo l’attenzione che gli è stata dedicata, anche perché la generosità degli utenti gli ha permesso di raccogliere i 200.000 $ necessari a coprire le spese mediche.

Non potrei mai trovare le parole per esprimere quanto il vostro supporto e la vostra forza e le vostre preghiere e le vostre email e i vostri messaggi su Facebook e i vostri SMS – non so come molti di voi abbiano recuperato il mio numero, ma molte volte il mio messaggio si limitava a un “Ah, ok, grazie, uhm.”… Non ho voluto entrare nel merito, tipo “Non so chi sei”, ma grazie. Io credo che – ha significato così tanto per me, e quindi quando dico “grazie” so che sapete cosa vuol dire.

Dall’altra parte dello schermo del PC c’è la segreta curiosità di chi guarda le immagini di morte. Di chi i video li condivide, li apprezza più o meno velatamente. Davvero, come abbiamo già detto, si tratta di pura “masturbazione emotiva”? Di curiosità oscena e morbosa?
Non esiste, a nostro parere, curiosità che possa essere morbosa, cioè ammalata. La curiosità è uno strumento evolutivo che ci permette di elaborare strategie per il futuro, e in questo senso è sempre sana e salutare. Se proviamo a considerare il cosiddetto voyeurismo sotto questa luce, esso si rivela in realtà una vera e propria risorsa. Quando le macchine rallentano in autostrada per guardare un incidente stradale appena avvenuto, non è sempre e soltanto nella speranza di vedere sangue e budella: il nostro cervello ci intima di frenare perché sente la necessità di esaminare la situazione, di elaborare l’accaduto, di capire cosa sia successo. È quello che è equipaggiato per fare, inferire dati da utilizzare in futuro nel caso dovesse trovarsi in situazioni analoghe.

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D’altra parte la storia del teatro, della letteratura, del cinema, straborda di tragedie, violenze, catastrofi: l’interesse sta tutto nello scoprire come reagiscono i personaggi alle difficoltà che si trovano di fronte. Abbiamo ancora bisogno del Viaggio dell’Eroe, di scoprire in che modo egli supererà di volta in volta le prove del cammino, e come risolverà i suoi problemi. Se da bambini studiavamo attentamente i nostri genitori per imparare il modello di risposta appropriato in qualsiasi situazione, da adulti la nostra mente continua ad ammassare quanti più dettagli possibile, a fine di esercitare il maggior controllo possibile sugli ostacoli futuri.

Identificandoci con il padre californiano che suona per il figlio morente, ci confrontiamo con noi stessi. “Cosa sta provando quell’uomo? E io, cosa farei in un simile frangente? Sarei in grado di superare il terrore in questo modo? È una strategia che potrebbe funzionare, nel mio caso?”
L’elemento di costruzione della nostra auto-immagine in rete, la nostra online persona, arriva soltanto in un secondo momento, a video finito. È importante allora dimostrare a tutti i contatti e ai follower che noi siamo umani e simpatetici, che ci commuoviamo, e a questa seconda fase sono ascrivibili tutte le esternazioni di dolore, le lacrime vere o finte, la partecipazione. Questo è un nuovo paradigma, un lutto moderno, che costa poco tempo e poche risorse ma che forse funziona meglio di quanto pensiamo (si veda appunto il successo della raccolta fondi di Chris Picco). Ma questa condivisione del lutto è possibile soltanto grazie alla curiosità iniziale che ci ha fatto cliccare quel video.

E che differenza c’è con chi si addentra ancora più a fondo nel dark side of the web, nell’offerta sterminata di immagini di morte, confrontandosi con video estremi e sanguinosi?
Lo stimolo fondamentale implicato nella visione di un filmato di un uomo che viene, diciamo, mangiato da un coccodrillo, è probabilmente identico. Ad un livello basilare, stiamo sempre cercando di acquisire dati utili per rispondere al meglio all’imprevisto, e la curiosità è la nostra arma di difesa e di adattamento ad un futuro incerto; futuro in cui quasi certamente non dovremo mai lottare contro un alligatore, ma avremo comunque il compito di affrontare sofferenza, morte e tutto ciò che meno ci aspettiamo.
I filmati più scioccanti talvolta ci tentano anche con la promessa di mostrarci ciò che è di norma precluso o censurato: come reagisce un corpo umano ad una caduta dal decimo piano? Guardando il video, è come se cadessimo anche noi per procura; così come, per procura, ma a un livello più accettabile, possiamo assistere alla reazione tragica di un individuo che vede morire suo figlio, e identificarci con lui.

Un sollevatore sta alzando un manubrio con i pesi. Di colpo il suo ginocchio cede e si spezza. Gridiamo anche noi, saltiamo sulla sedia, avvertiamo una fitta allo stomaco. Distogliamo lo sguardo, poi guardiamo di nuovo, nella nostra mente ripercorriamo l’orribile scena ed ogni volta è come se provassimo almeno un po’ del dolore dell’atleta (un celebre studio neurologico sull’empatia ha dimostrato che in parte è proprio così). Questo non è masochismo, o bisogno di procurarsi uno stato di malessere: l’anticipazione del dolore è uno dei nostri modi di prepararci al suo arrivo, e guardare un video è in fondo una soluzione innocua ed economica.

A nostro parere, la curiosità di chi si ritrova a guardare l’immagine di morte o di sofferenza non andrebbe stigmatizzata come “malata”, ma come un impulso perfettamente naturale. Senza contare che è proprio questa curiosità a motivare l’offerta sempre più abbondante di tali immagini, ed è anche ciò che permette a chi sta soffrendo di mettere in scena la sua condizione.

La vera novità di questi tempi sta proprio nello sdoganamento della morte come rappresentazione pubblica, nella collettivizzazione dell’esperienza del lutto e della sofferenza, sotto il segno del confronto, della condivisione e del cosiddetto spirito social. Essa si farà sempre più presente su piattaforme quali Facebook e Twitter: già oggi molti malati decidono di postare dispacci in tempo reale sul decorso della loro terapia o di quella dei propri cari, aprendo di fatto una finestra su una parte di mondo da molto tempo occultata.

There’ll be the breaking of the ancient Western Code / Your private life will suddenly explode (“L’antico codice occidentale si spezzerà / e la tua vita privata di colpo dovrà esplodere”), preconizzava Leonard Cohen in The Future. I suoi toni erano pessimisti, per non dire apocalittici, da buon esponente del Novecento. Sembrerebbe che questa volontaria rinuncia (parziale, s’intende) alla sfera privata, si stia rivelando un efficace espediente per reagire all’assenza di codici di elaborazione del lutto. Di morte e malattia si parla sempre più frequentemente, e per ora sembra che i benefici di questo dialogo superino gli eventuali stress emotivi che una tale pervasività può comportare (si veda questo articolo).

La sensazione, seppur vaga e incerta, che ha dato vita a queste righe, è che una transizione stia avvenendo, sotto i nostri occhi, anche se ancora troppo nebulosa per essere delineata con chiarezza, e non scevra da tutti gli eccessi che ogni crisi o superamento porta con sé. Che queste nuove strategie, in parte inconsapevoli, si rivelino adeguate per convivere con il nostro ultimo destino, o che finiscano per assumere altre, diverse forme, resta da vedere. Qualcosa, però, sta cambiando.

Bizzarro Bazar a New York – II

Come resistere alla tentazione dello shopping a New York, quando la città si riveste di luci natalizie e le vetrine dei negozi divengono delle vere e proprie opere d’arte? In questo secondo, ed ultimo, post sulla Grande Mela ci occupiamo quindi di negozi – ma se vi aspettate che vi parliamo di Tiffany o di Macy’s, siete fuori strada.

Da quando Maxilla & Mandible ha chiuso i battenti (senza avvertire nessuno – sul sito nemmeno un cenno al fatto che il negozio è dismesso) sono poche le botteghe ancora aperte che possono offrire oggetti da collezione naturalistica: Evolution Store è però la punta di diamante di questo strano tipo di esercizio.

Uno scheletro sull’uscio ci avverte del tono generale del negozio, e la vetrina già lascia a bocca aperta: kapala istoriati, teschi di feti umani disposti secondo l’età raggiunta in utero, grandi pavoni impagliati. Non ci sono vie di mezzo – o alzate gli occhi al cielo e proseguite per la vostra strada, o vi fiondate oltre la porta d’ingresso.

All’interno, la cornucopia di oggetti assale i sensi. Ci sono scheletri e teschi di animali di ogni specie, tutti in vendita, esemplari tassidermici, altri sotto alcol, ninnoli e portachiavi ricavati da ossa autentiche. Insomma, troverete il regalo di Natale giusto per chiunque.

E per i vostri bambini più indisciplinati quest’anno, al posto del solito vecchio carbone, Babbo Natale potrebbe lasciare sotto l’albero una nuova sorpresa: leccalecca con scorpioni e altri insetti incorporati.

Al piano superiore i titolari espongono i pezzi di maggior valore della loro collezione. Spicca una serie di scheletri umani, di cui uno femminile che ospita nel grembo uno scheletro fetale fissato in posizione di gravidanza. E poi ancora maschere tribali, teste rimpicciolite, uova di dinosauro, pietre preziose, animali impagliati o essiccati, fossili, coralli, farfalle multicolori e insetti esotici.

I prezzi non sono sempre popolari, ma nemmeno esorbitanti, e variano considerevolmente a seconda delle vostre esigenze. Comunque, se non volete spendere troppo, gli impiegati e i gestori del negozio, tutti accomunati dalla classica gentilezza newyorkese, saranno più che felici di impacchettarvi uno squalo sotto alcol (solo $29) o l’osso del pene di qualche mammifero ($6).

Sbucando con la metro all’East Village si entra in una dimensione totalmente diversa. Le foglie in questa stagione si fanno gialle e risaltano sulle pareti in mattoni e fra le scale antincendio esterne, che abbiamo visto in innumerevoli film. Qui, dalle parti di Cooper Union, c’è St. Mark’s Place, una stradina dedicata ai tatuaggi, ai piercing e all’abbigliamento punk e glam. Residuati della no-future generation, ormai cinquantenni ma ancora orgogliosamente imborchiati e dai (radi) capelli dipinti, gestiscono piccoli negozi di oggettistica e fashion. Anche se non siete tipi da creste e catene, vi consigliamo comunque di farvi un giro all’interno del negozio di vintage e usato Search & Destroy – se non altro per dare un’occhiata al delirante allestimento del negozio.

Qui i vestiti sono quasi nascosti da un’accozzaglia di giocattoli, props e collectibles: e se all’entrata siete salutati da bambole con la maschera antigas, modellini anatomici e feti deformi in gomma, all’interno i toni si fanno ancora più splatter. Un finto maiale sgozzato a grandezza naturale è appeso al soffitto, dal quale penzola anche un manichino fetish in posizione di bondage. Un flipper sta vicino a maschere di carnevale di mostri iperrealistici e sanguinosi. Ovunque manichini in pose oscene e, particolare non trascurabile, dalle parti genitali correttamente rappresentate. Purtroppo i gestori orientali sono (giustamente) gelosi del loro arredamento e ci permettono di scattare soltanto qualche foto.

Poco più avanti, sempre qui all’East Village, sulla decima strada, si trova uno dei negozi più celebri: si tratta di Obscura Antiques & Oddities.

Da quando Obscura è al centro di una serie televisiva di Discovery Channel (di cui vi avevamo parlato in questo articolo), il piccolo spazio espositivo è perennemente affollato. E la gente compra, il giro di affari è in stabile crescita e di conseguenza la collezione è in continuo cambiamento.

Obscura è l’analogo newyorkese del nostro Nautilus, anche se gli manca quella maniacale e coreografica cura espositiva che Alessandro ha donato alla sua bottega delle meraviglie. D’altronde Mike ci racconta che stanno per trasferirsi in uno spazio più grande, dove finalmente la collezione potrà evitare di essere accatastata e un po’ disordinata com’è adesso. Comunque sia, i pezzi sono davvero straordinari e l’atmosfera unica.

Fra tutti spicca la testa mummificata divenuta un po’ il simbolo di Obscura, tanto da farne delle minuscole repliche per portachiavi.

Ma le sorprese sono tante, e fra scheletri umani, strani animali, oggetti di antiquariato medico e bizzarrie in tutto e per tutto ascrivibili alla tradizione denominata Americana, si potrebbe perdere una buona oretta a curiosare.

Mike ed Evan, la strana coppia di proprietari, sono fra le persone più gentili e disponibili del mondo, talmente colti e appassionati che è una goduria anche solo rimanere ad ascoltarli mentre rispondono alle domande più stravaganti dei clienti. Il giro di collezionismo legato ad Obscura è impressionante, ma di certo anche voi riuscirete a trovare almeno un regalino per chi, fra i vostri conoscenti, ha già davvero tutto.

La biblioteca delle meraviglie IV

Paolo Albani e Paolo Della Bella

FORSE QUENEAU – ENCICLOPEDIA DELLE SCIENZE ANOMALE

(1999, Zanichelli)

Raymond Queneau (l’autore di Esercizi di stile, I fiori blu e Zazie nel metrò, per intenderci) aveva in progetto di compilare una “Enciclopedia delle scienze inesatte”; la ricerca avrebbe dovuto essere inclusa nei suoi studi sui fous littéraires, cioè quegli autori che non seguono strade battute e “integrate” nella società in cui vivono. Partendo da questa idea, Albani e Della Bella realizzano quello che è a tutt’oggi il più completo e indispensabile compendio enciclopedico sulle scienze anomale. Indispensabile, perché ci permette di curiosare in una galassia semisepolta di teorie bislacche, folli o magari plausibili ma dimenticate; e poi perché approcciarsi a queste scienze “non ortodosse”, se da un lato diverte, e molto, dall’altro spinge a riflettere. Ogni voce dell’enciclopedia è contrassegnata da un simbolo che rimanda a diversi ambiti o categorie, in modo da comprendere subito di cosa stiamo parlando. Le dieci categorie sono le seguenti:

1. Scienze e teorie elaborate da eterodossi scientifici e mattoidi scienziati;
2. Scienze e teorie inventate da letterati e artisti;
3. Scienze e teorie comiche, effimere, parodie di scienze;
4. Scienze della fantascienza e utopiche;
5. Scienze e teorie non riconosciute, marginalizzate, alternative alla scienza ufficiale;
6. Scienze e teorie dimenticate, scomparse, abortite;
7. Scienze potenziali, al confine di altre scienze;
8. Scienze e teorie bizzarre, avanzate da studiosi accademicamente riconosciuti;
9. Scienze occulte, paranormali, magiche, religiose;
10. Studi su pseudoscienze, su mattoidi scienziati ed eterodossi scientifici.

Dalle teorie sulla Terra cava, alla “bestemmiologia”, dalle più disparate cosmogonie alternative fino alla teologia genetica,ogni pagina dell’enciclopedia è un’incessante sorpresa che dimostra come nella storia della scienza ci sia sempre stato qualcuno che cercava di immaginare le cose da una nuova prospettiva. Sarebbe facile, e rassicurante, ridurre molte di queste teorie ad infantilismi o errori concettuali. Siamo abituati a dire: “ieri pensavamo che…, mentre oggi sappiamo che…”, come se la verità fosse stata raggiunta senza ombre di dubbio. Eppure qualsiasi conquista è provvisoria, e ogni sapere viene invariabilmente ampliato, ridefinito, corretto, in un costante affinamento. E tutto questo è possibile perché una moltitudine di uomini, alcuni scienziati, altri artisti, altri pazzoidi strampalati, continuano a porsi domande ed elaborare risposte. Che molte di queste teorie siano bislacche e assurde non fa che testimoniare il fascino dell’infinita ricerca: l’uomo che esce dipinto da queste pagine è, per fortuna, sempre pronto a dimenticare le “verità assodate”, e immaginare possibilità e punti di vista inediti e diversi.

Piero Bocchiaro

PSICOLOGIA DEL MALE

(2009, Laterza)

Perché si fa il male? Chiunque, posto in una determinata condizione, sarebbe in grado di farlo? Il piccolo, apparentemente innocuo libriccino di Piero Bocchiaro racchiude in realtà uno specchio nel quale non vorremmo (ma dovremmo) fissare lo sguardo. Prendendo spunto da quattro dei più famosi e controversi esperimenti di psicologia sociale (l’esperimento di Milgram, quello di Darley e Latané, l’arcinoto esperimento carcerario di Stanford e un ulteriore esperimento di Zimbardo), Bocchiaro estende i risultati della ricerca “in laboratorio” ad alcuni fatti di cronaca, per analizzarli alla luce dei dati sperimentali. Si affrontano quindi il caso del gerarca nazista Eichmann; il delitto Genovese, giovane italo-americana assassinata dinanzi allo sguardo passivo di 38 testimoni; la tragedia dell’Heysel, stadio belga scenario di un sanguinoso scontro fra tifoserie; e le torture di Abu Ghraib, carcere tristemente noto per gli atti disumani perpetrati da alcuni militari americani sui detenuti iracheni. Con linguaggio chiaro e comprensibile anche ai non addetti ai lavori, l’autore ci accompagna attraverso decenni di ricerche psicologiche che indagano le motivazioni della violenza e del mancato soccorso.

Sapevate che se venite aggrediti in un posto affollato avete paradossalmente meno possibilità di essere soccorsi che se l’aggressione accade in un vicolo semideserto? Siete davvero sicuri che rifiutereste l’ordine di un superiore che vi intima di usare violenza su un vostro collega? Quando vedete in televisione episodi di sciacallaggio, giudicate quelle persone dei “vandali” e siete intimamente convinti che voi, una cosa del genere, non la fareste proprio mai? Purtroppo, le ricerche in ambito della psicologia sociale dimostrano che tutti, chi più chi meno, posti nella “giusta” situazione straordinaria, sono capaci e pronti a fare ciò che, in momenti più normali, definirebbero “azioni malvagie”. Scopriamo così che molte delle nostre certezze sono piuttosto fragili: la nostra auto-immagine di persone buone e generose, pronte ad intervenire per aiutare il prossimo, e di certo lontane da pulsioni di violenza, viene a poco a poco messa in discussione. Eppure, nel momento in cui ci rendiamo conto dei meccanismi psicologici che scattano in situazioni di emergenza, ne usciamo rafforzati; e chissà che, grazie a questo piccolo libro, non finiremo magari per riconoscere il “tranello mentale” in cui stiamo cadendo, e riuscire ad agire nel modo in cui davvero desideriamo agire.

Speciale “Nautilus”

Se siete in viaggio, o abitate, a Torino, c’è una bottega che non potete mancare di visitare. Si tratta sicuramente del più incredibile negozio d’Italia, e lo scrittore David Sedaris si è spinto fino a definirlo addirittura “the greatest shop in the world“: è il “Nautilus”. Prende il suo nome dal mollusco omonimo, considerato un fossile vivente.

Appena entrati, dopo un’occhiata all’invitante vetrina, vi sembrerà di tornare indietro nel tempo e vi troverete immersi nella magia di un’antica wunderkammer. La collezione di oggetti d’epoca macabri e stravaganti affolla il piccolo locale (com’è giusto che sia: il gusto barocco dell’accumulo di dettagli vuole la sua parte).

Vi scoprirete quindi ad indugiare su centinaia di oggetti curiosi, principalmente strumenti medici e chirurgici di tempi andati, animali esotici impagliati, feti sotto formalina, calchi in gesso di teste deformi e maschere mortuarie, fossili, teschi, cartografie, cartelli e insegne d’epoca, mummie, scheletri, macchinari medici esoterici e teste frenologiche, maialini e vitelli siamesi. Un’imponente quantità di oggetti, ammassati in una sorta di folle museo della biologia e della tecnica, che cattura l’interesse dello scienziato così come del ricercatore del meraviglioso.

Il Nautilus collabora anche attivamente con il Museo Cesare Lombroso, recentemente aperto a Torino, che vi consigliamo di visitare. Il negozio è inoltre segnalato sul sito Atlas Obscura, vera e propria “mappatura” dei luoghi curiosi e dei posti incredibili nei quattro angoli del mondo.

Alessandro, uno dei due proprietari di questa invidiabile collezione, ha gentilmente accettato di parlarci di questa sua passione, concedendo a Bizzarro Bazar un’intervista in esclusiva che qui pubblichiamo.

Come è cominciata la tua passione per l’antiquariato medico e naturalistico?

La passione per il collezionismo l’ho avuta da sempre… collezionavo figurine, i tappi delle bottiglie, gli adesivi, fino ad impossessarmi della collezione di francobolli di mio papà (che però perse rapidamente di interesse non appena cessò l’alone di irrangiungibilità che la circondava). Da ragazzetto saccheggiavo regolarmente un mercatino dell’usato di qualsiasi carabattola, per la “gioia” di mia mamma, fino a quando iniziai a collezionare antichi ferri da stiro, mettendo insieme un’importante collezione… Ma fu il ritrovamento fortuito ad un mercatino di un vecchio stetoscopio di legno a far scattare la scintilla della passione per la storia della medicina e per gli antichi strumenti chirurgici, filone che ho approfondito in questi ultimi anni. Le pratiche più “cruente” sono quelle che hanno maggiormente acceso la mia fantasia: l’amputazione, la trapanazione cranica, il salasso… E proprio una sega da amputazione della fine del 1500, un vero pezzo da museo, è sicuramente uno dei pezzi della mia collezione che mi è stato più difficile cedere nel passato, ad un amico-cliente… ma fu la classica “proposta indecente” a cui non si poteva dire di no…

Dopo qualche anno di collezionismo “medico” ho conosciuto Fausto, mio socio e co-papà del Nautilus, grazie al quale piano piano ho esteso i miei campi di interesse, fino a spaziare in tutti gli aspetti della scienza e natura… e oltre.


Come è nata l’idea di aprire il Nautilus? A che tipo di clientela è rivolto il negozio?

Il Nautilus nasce sicuramente da un nostro sogno, dal poter avere la nostra personale wunderkammer in cui poter godere delle nostre collezioni in modo più compiuto, invece di doverle immaginare inscatolate in qualche buio garage… e allo stesso tempo dal desiderio di poterle condividere con altri appassionati.

La dimensione commerciale del Nautilus è parecchio “marginale”, per usare un eufemismo: la bottega è quasi sempre chiusa, abbiamo una tensione alla vendita bassissima, insomma, un disastro… ma non potrebbe essere diversamente, un collezionista per ovvi motivi è restio a fare il semplice commerciante.

I nostri clienti inizialmente erano collezionisti in senso “classico”: il medico che colleziona gli strumenti antichi del suo mestiere, l’appassionato di elettrostatica, il collezionista eccentrico che è fissato con i caschi protettivi industriali… Sempre più però questi scambi diventano marginali, perché cresce il numero di clienti che non collezionano in un ambito specifico, ma “semplicemente” si innamorano di un oggetto e lo ospitano nelle loro case. E non a caso sempre più i nostri clienti sono arredatori di interni alla ricerca di un pezzo “speciale” capace di nobilitare da solo un intero ambiente.


Il Nautilus non è semplicemente un negozio di antiquariato, ma una vera e propria wunderkammer. Qual è il senso, al giorno d’oggi, di assemblarne una?

In effetti sì, il riferimento nobile è quello della stanza delle meraviglie, riletta forse in chiave moderna, dove al posto del lusso principesco delle antiche collezioni possono trovare legittimità anche oggetti “umili” (mi vengono in mente ad esempio gli zoccoli dei contadini francesi per sgusciare le castagne, irte di speroni di ferro, notevoli e inconsapevoli opere dadaiste).

E penso che in un certo senso la wunderkammer risponda ad un desiderio molto primitivo e semplice dell’uomo, quello cioè di essere circondato da un contesto in cui si trova “bene”. Il perché poi una persona si senta più “a casa sua” in una stanza bianca completamente vuota piuttosto che in un antro traboccante anticaglie… beh, lascio agli psico-qualchecosa l’ardua interpretazione…


Il tuo è un interesse di tipo strettamente scientifico, o sei maggiormente attratto dall’aspetto “meraviglioso” della tua collezione? Quanto conta, cioè, il gusto del macabro e del bizzarro?

Quando sono in bottega e guardo la stratificazione di oggetti nel Nautilus l’unico filo conduttore che riesco a riconoscere e che lega in modo coerente questo coacervo è il senso della “meraviglia”, cioè lo stupore provato di fronte a ciascun oggetto a cui abbiamo dato ospitalità nelle nostre collezioni.

Certo, c’è il piacere imprescindibile della scoperta, c’è la valenza economica (in fondo è una passione diventata attività lavorativa), c’è il valore storico… eppure alla fine è quella sensazione che ti sottrae all’esperienza dell’”abituale” a legittimare un simile accumulo, cui talvolta guardo addirittura con sospetto, prospettandomi mille domande… Quindi sicuramente un debole per il bizzarro è presente… quello che invece non avverto è l’attrazione per il macabro, che non intravvedo nemmeno nei pezzi più “estremi” (come ad esempio i reperti anatomici in formalina, di cui naturalmente ben comprendo il potenziale macabro o morboso).


Quanto c’è di infantile nel collezionismo?

Il senso della meraviglia cui accennavo prima… mi piace molto la definizione del collezionista visto come “senex puerilis”, un “anziano fanciullo”. Forse chi l’ha formulata pensava di darle una connotazione leggermente spregiativa, io la trovo invece assolutamente azzeccata e gratificante. È come se contenesse la possibilità di godere allo stesso tempo di due dimensioni incompatibili, la saggezza spesso cinica dell’età matura e la capacità di stupirsi propria dell’infanzia… E in fondo il collezionista vive costantemente questa lotta contro il tempo che passa, a cui tenta di sottrarre i pezzi della sua collezione garantendo loro nuova vita – e cercando forse di conquistare anche per sé una certa sensazione di eternità…


Qual è il pezzo della collezione a cui sei più affezionato? Quale il più raro e/o costoso?

Ho avuto un periodo in cui ero parecchio intrigato dai modelli anatomici in cera, ed ho rastrellato buona parte della bibliografia disponibile sul tema, oltre a qualche bel modello. Sicuramente ci appassiona il tema della teratologia, con tutte le anomalie della natura: dai vitellini a due teste, agli agnellini siamesi (altra vendita molto rimpianta)… I campioni anatomici umani li trovo molto emozionanti, con il loro un affascinante senso di “vita sospesa”.

Il braccio della mummia è uno dei nostri beniamini, ma sono molto affezionato anche ad una piccola scultura francese di un gatto… quindi alla fine più che il valore o la rarità ciò che di solito rende “speciale” ai nostri occhi un pezzo è la storia che porta con sé, il viaggio o le circostanze che lo hanno portato fino a noi.  Poi arriva comunque sempre il giorno in cui sentiamo che il momento è arrivato, e finalmente possiamo lasciar andare l’oggetto difeso fino ad allora: c’è una gran soddisfazione nel veder brillare gli occhi del collezionista che ha appena conquistato un nuovo pezzo che tu hai scovato e accudito per un po’…


Ti capita di essere considerato “un tipo strano” per via della tua passione?

Talvolta, esagerando un po’, dico che il mondo si divide tra quelli che entrano dentro il Nautilus, e quelli che invece rimangono appiccicati con il naso davanti alla vetrina, ma poi alla fine se ne vanno con espressioni più o meno perplesse.

E quelli che entrano però giustamente si aspetterebbero un padrone di casa all’altezza, quantomeno un Igor guercio con la gobba, o il cugino del Gobbo di Notre-Dame, o almeno un freak sopravvissuto al circo Barnum… e quindi la mia presenza delude sempre un po’.

Mi chiedono spesso se non ho paura a stare in bottega, in mezzo a tutte quelle presenze inquietanti, ma me la cavo sempre molto facilmente dicendo che in realtà io ho paura quando esco fuori dalla bottega… per cui, al solito… chi sono i veri mostri e i veri “strani” ?

(Cliccate sulla foto qui sopra per vederla in alta definizione).

Il Nautilus si trova in via Bellezia 15/B a Torino. Apre su appuntamento, per informazioni o prenotazioni chiamate il 339 5342312.

Ecco il link al sito del Nautilus, ricco di numerose fotografie.

Ringraziamo Alessandro per la sua squisita cortesia.

Ringraziamo anche Stefano Bessoni, regista, fan del Nautilus, e autore delle foto contenute in questo articolo.