Danse Macabre

Per un certo tempo, mentre lo si crede perfettamente inerte, il nostro cadavere si anima, si esprime e si agita in un ultimo balletto macabro. I numerosi spasmi che scuotono il nostro corpo sono soltanto movimenti erratici oppure fanno eco al vortice e al tumulto della nostra vita passata?

Questo il dubbio che serpeggia fra le evocative immagini del cortometraggio di Pedro Pires Danse Macabre (2008), realizzato in sinergia con il celebre attore e regista Robert Lepage. Un gorgo di visioni poetiche, dalla delicatezza al tempo stesso sublime e agghiacciante, ci offrono una diversa prospettiva sulla soggettività della morte – come se il momento del passaggio fosse molto più di un semplice spegnersi delle funzioni vitali.
Ma lo sguardo del regista non è consolatorio, né vuole indorare la pillola: non v’è traccia di ironia in questo concentrarsi sul corpo, non c’è una luce eterna ad accoglierlo in fondo al tunnel, ma soltanto le acque più tenebrose e profonde. Le sgradevoli fasi autoptiche si trasformano (nella mente del cadavere?) in un’ultima, disperata danza.
Il tentativo dei Pires è quello di immaginare questa estrema e incomunicabile percezione alterata della realtà. E il risultato è di una bellezza sorprendente.

Ecco il sito ufficiale dell’autore.

On the Midway

Abbiamo spesso parlato dei sideshow e dei luna-park itineranti che si spostavano di città in città attraversando l’America e l’Europa, assieme ai circhi, all’inizio del secolo scorso. Ma cosa proponevano, oltre allo zucchero filato, al tiro al bersaglio, a qualche ruota panoramica e alle meraviglie umane?
In realtà l’offerta di intrattenimenti e di spettacoli all’interno di un sideshow era estremamente diversificata, e comprendeva alcuni show che sono via via scomparsi dal repertorio delle fiere itineranti. Questo articolo scorre brevemente alcune delle attrazioni più sorprendenti dei sideshow americani.

Step right up! Fatevi sotto signore e signori, preparate il biglietto, fatelo timbrare da Hank, il Nano più alto del mondo, ed entrate sulla midway!


All’interno del luna-park, i vari stand e le attrazioni erano normalmente disposti a ferro di cavallo, lasciando un unico grande corridoio centrale in cui si aggirava liberamente il pubblico: la midway, appunto. Su questa “via di mezzo” si affacciavano i bally, le pedane da cui gli imbonitori attiravano l’attenzione con voce stentorea, ipnotica parlantina e indubbio carisma; talvolta si poteva avere una piccola anticipazione di ciò che c’era da aspettarsi, una volta entrati per un quarto di dollaro. Di fianco al signore che pubblicizzava il freakshow, ad esempio, poteva stare seduta la donna barbuta, come “assaggio” dello spettacolo vero e proprio.
A sentire l’imbonitore, ogni spettacolo era il più incredibile evento che occhio umano avesse mai veduto – per questo il termine ballyhoo rimane tutt’oggi nell’uso comune con il significato di pubblicità sensazionalistica ed ingannevole.


Aggirandosi fra gli schiamazzi, la musica di calliope e i colori della midway, si poteva essere incuriositi dalle ultime “danze elettriche”: ballerine i cui abiti si illuminavano magicamente, emanando incredibili raggi di luce… il trucco stava nel fatto che l’abito della performer era completamente bianco, e un riflettore disegnava pattern e fantasie sul suo corpo, mentre danzava. Con l’arrivo dei primissimi proiettori cinematografici, l’idea divenne sempre più elaborata e spettacolare: nel 1899 George La Rose presentò il La Rose’s Electric Fountain Show, che era descritto come

una stupefacente combinazione di Arte, Bellezza e Scienza. Lo show è l’unico al mondo equipaggiato con un grande palco girevole che si alza dall’interno di una fontana. Nel turbinare dell’acqua stanno alcune selezionate artiste che si producono in gruppi statuari, danze illuminate, danze fotografiche e riproduzioni dal vivo dei più raffinati soggetti.

Lo show contava su effetti scenici, cinematografici e si chiudeva con l’eruzione del vulcano Pelée.

L’affascinante e tenebroso esotismo delle tribù “primitive” non passava mai di moda. Ecco quindi i Musei delle Mummie (in realtà minuscoli spazi ricavati all’interno di un carrozzone) che proponevano le tsantsa, teste rimpicciolite degli indios Jivaro, e stravaganze mummificate sempre più fantasiose. Si trattava, ovviamente, di sideshow gaff, ovvero di reperti falsificati ad arte (ne abbiamo parlato in questo articolo) da modellatori e scultori piuttosto abili.

Uno dei migliori in questo campo era certamente William Nelson, proprietario della Nelson Supply House con cui vendeva ai circhi “curiosità mummificate”. Fra le finte mummie offerte a inizio secolo da Nelson, c’erano il leggendario gigante della Patagonia a due teste, King Mac-A-Dula; King Jack-a-Loo-Pa, che secondo la descrizione avrebbe avuto una testa, tre volti, tre mani, tre braccia, tre dita, tre gambe, tre piedi e tre dita dei piedi; il fantastico Poly-Moo-Zuke, creatura a sei gambe; il Grande Cavalluccio Marino, ricavato a partire da un vero teschio di cavallo, la cui coda si divideva in due lunghe pinne munite di zoccoli; mummie egiziane di vario tipo, come ad esempio Labow, il “Doppio Ragazzo Egiziano con Sorella che gli Cresce sul Petto”.

Più avanti la cartapesta verrà soppiantata dalla gomma, con cui si creeranno i finti feti deformi sotto liquido, e dalla cera: nel decennio successivo alla Seconda Guerra, famose attrazioni includevano il cervello di Hitler sotto formalina, e riproduzioni del cadavere del Führer.


Altri classici spettacoli erano le esibizioni di torture. Pubblicizzati dai banner con toni grandguignoleschi, erano in realtà delle ricostruzioni con rozzi manichini che lasciavano sempre un po’ l’amaro in bocca, rispetto alle raffinate crudeltà annunciate. Ma con il tempo anche i walk-through show ampliarono l’offerta, anche sulla scia dei vari successi del cinema noir: ecco quindi che si poteva esplorare i torbidi scenari della prostituzione, delle gambling house in cui loschi figuri giocavano d’azzardo, scene di droga ambientate nelle Chinatown delle grandi città americane, dove mangiatori d’oppio stavano accasciati sulle squallide brandine.

La curiosità per il fosco mondo della malavita stava anche alla base delle attrazioni che promettevano di mostrare straordinari reperti dalle scene del crimine: la gente pagava volentieri la moneta d’entrata per poter ammirare l’automobile in cui vennero uccisi Bonnie e Clyde, su cui erano visibili i fori di proiettile causati dallo scontro a fuoco con le forze dell’ordine. Peccato che quasi ogni sideshow avesse la sua “autentica” macchina di Bonnie e Clyde, così come circolavano decine di Cadillac che sarebbero appartenute ad Al Capone o ad altri famigerati gangster. Anzi, crivellare di colpi una macchina e tentare di venderla al circo poteva rivelarsi un buon affare, come dimostrano le inserzioni dell’epoca.

Nulla, però, fermava le folle come il frastuono delle moto che giravano a tutto gas nel motodromo.
Evoluzione di quelli progettati per le biciclette, già in circolazione dalla metà dell’800, i motodromi con pareti inclinate lasciarono il posto a loro volta ai silodrome, detti anche Wall of Death, con pareti verticali. Assistere a questi spettacoli, dal bordo del “pozzo”, era una vera e propria esperienza adrenalinica, che attaccava tutti i sensi contemporaneamente con l’odore della benzina, il rumore dei motori, le motociclette che sfrecciavano a pochi centimetri dal pubblico e gli scossoni dell’intera struttura in legno, vibrante sotto la potenza di questi temerari centauri. Con lo sviluppo della tecnologia, anche le auto da corsa avranno i loro spettacoli in autodromi verticali; e, per aggiungere un po’ di pepe al tutto, si cominceranno a inserire stunt ancora più impressionanti, come ad esempio l’inseguimento dei leoni (lion chase) che, in alcune varianti, vengono addirittura fatti salire a bordo delle auto che sfrecciano in tondo (lion race).

Ogni sideshow aveva i suoi live act con artisti eclettici: mangiaspade, giocolieri, buttafuoco, fachiri, lanciatori di coltelli, trampolieri, uomini forzuti e stuntman di grande originalità. Ma l’idea davvero affascinante, in retrospettiva, è l’evidente consapevolezza che qualsiasi cosa potesse costituire uno spettacolo, se ben pubblicizzato: dalla ricostruzione dell’Ultima Cena si Gesù, ai primi “polmoni d’acciaio” di cui si faceva un gran parlare, dai domatori di leoni alle gare di scimmie nelle loro minuscole macchinine.


Certo, il principio di Barnum — “ogni minuto nasce un nuovo allocco” — era sempre valido, e una buona parte di questi show possono essere visti oggi come ingannevoli trappole mangiasoldi, studiate appositamente per il pubblico rurale e poco istruito. Eppure si può intuire che, al di là del business, il fulcro su cui faceva leva il sideshow era la più ingenua e pura meraviglia.

Molti lo ricordano ancora: l’arrivo dei carrozzoni del circo, con la musica, le luci colorate e la promessa di visioni incredibili e magiche, per la popolazione dei piccoli villaggi era un vero e proprio evento, l’irruzione del fantastico nella quotidiana routine della fatica. E allora sì, anche se qualche dime era speso a vanvera, a fine serata si tornava a casa consci che quelle quattro mura non erano tutto: il circo regalava la sensazione di vivere in un mondo diverso. Un mondo esotico, sconosciuto, popolato da persone stravaganti e pittoresche. Un mondo in cui poteva accadere l’impossibile.

Gran parte delle immagini è tratta da A. W. Stencell, Seeing Is Believing: America’s Sideshows.

La morte in musica – III

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Quello che vedete qui sopra è l’incipit di Tristano e Isotta di Richard Wagner, rappresentato per la prima volta nel 1865 a Monaco. Si tratta del cosiddetto “accordo di Tristano”, che secondo alcuni teorici avrebbe sancito la fine dell’evoluzione musicale occidentale. Perché?

Sentito oggi, questo dramma musicale dall’enigmatica atmosfera suona certamente molto moderno, ma non tanto sconvolgente quanto venne avvertito all’epoca della sua prima esecuzione. Eppure è forse la prima opera che fa coscientemente a meno di quasi tutti i “pilastri” della struttura musicale classica, prediligendo l’armonia alla melodia, il cromatismo alle scale tonali, e via dicendo: il preludio si apre su questi grovigli di note discordanti che sembrano stranamente completarsi fra loro, senza però un vero e proprio motivo che le accompagni, inframezzate da lunghe e misteriose pause. Questo tipo di linguaggio ormai suona familiare alle nostre orecchie anche perché il cinema ne ha fatto un uso pressoché sistematico nella composizione di colonne originali, ma all’epoca ci si aspettava di regola che la musica si reggesse su una melodia – un’aria distintiva, riconoscibile, memorabile.

Per questo, dicevamo, l’accordo di Tristano è visto come un punto di non ritorno: è come se quel pugno di note mandasse in pensione la melodia occidentale una volta per tutte, e per tutti i tradizionalisti si tratta di un vero e proprio funerale. Quindi, dove dirigersi?

Intrigato dalla questione, il cantautore e polistrumentista Angelo Branduardi a metà degli anni ’70 decise che per affrontare il futuro avrebbe guardato al passato remoto, e iniziò uno studio rigoroso della musica antica (cantigas, madrigali, musica popolare, barocca, etnica) per riproporla in chiave moderna: iniziò così una carriera dai risultati non sempre costanti, ma sicuramente coerente e omogenea. Il suo brano che vi proponiamo è il Ballo in Fa Diesis minore.

Branduardi

Il testo della canzone sembra rifarsi ad una celebre danza macabra raffigurata sull’esterno della chiesa di San Vigilio a Pinzolo, piccolo paesino nel Trentino: l’affresco, realizzato da Simone Baschenis di Averara nel 1539, è accompagnato da un poema che viene “recitato” dagli scheletri danzanti:

Io sont la morte che porto corona
Sonte signora de ognia persona
Et cossi son fiera forte et dura
Che trapaso le porte et ultra le mura
Et son quela che fa tremare el mondo
Revolgendo mia falze atondo atondo
O vero l’archo col mio strale
Sapienza beleza forteza niente vale
Non e Signor madona ne vassallo
Bisogna che lor entri in questo ballo
Mia figura o peccator contemplerai
Simile a mi tu vegnirai
No offendere a Dio per tal sorte
Che al transire no temi la morte
Che più oltre no me impazo in be ne male
Che l’anima lasso al judicio eternale
E come tu averai lavorato
Cossi bene sarai pagato
…..

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Com’è noto, la danza macabra è una grottesca messa in scena della Morte che non fa distinzioni fra principi e villani, fra vescovi e pezzenti, ma li prende tutti per mano in una infinita teoria-girotondo che si avvia verso il camposanto e il Giudizio Universale. Il poema rafforza quest’idea della Morte personificata, armata di falce, che nessun muro può contenere e contro la quale nessuna virtù è utile (“Sapienza beleza forteza niente vale“).

Il testo di Branduardi, però, opera una modifica interessante e innovativa rispetto al poema originale. Se le prime due strofe, che danno voce al personaggio della Morte, sono fedeli all’idea antica, è la terza strofa che introduce la variazione: qui prendono la parola gli Uomini, e rispondono alla Morte invitandola al ballo che hanno organizzato appositamente in suo onore.

È un capovolgimento vero e proprio. Questa volta è la Morte ad essere chiamata ad una danza – che non è più macabra né funebre, ma al contrario vitale – tanto che, prendendo parte alla festa, ella posa per un attimo la falce per ballare “tondo a tondo” (ricordiamo che nel poema originale era proprio questo utensile a venire roteato minacciosamente “atondo atondo“). Trasportata dalla musica e dal ritmo del ballo, la Morte di colpo non è più “signora e padrona” del tempo.

A prima vista potrebbe sembrare un’astuzia simile a quelle con cui, nelle storie popolari medievali, veniva imbrogliato il Diavolo stesso. Ma in realtà l’allegoria che costruisce Branduardi è molto più delicata e sottile: siamo davvero impotenti di fronte alla Morte, spesso “crudele”, “forte” e “dura”; soltanto la musica (con la sua qualità estatica, trascendentale) può farci uscire dal tempo e, dunque, sottrarci al suo dominio. E qui la danza macabra si scopre essere non soltanto un tragico simbolo del problema esistenziale, ma anche una possibile soluzione al problema stesso. Certo, la morte ci costringe a volteggiare con lei, e questo ci spaventa: ma quando infine siamo noi a prendere l’iniziativa, e volontariamente la invitiamo a ballare, ecco che il suo potere tutto d’un tratto svanisce.

L’unico modo che abbiamo per liberarci dalla paura, sembra quindi suggerire la canzone, è vivere con piede leggero, in una continua, gioiosa danza.

Uccelli da palcoscenico

Pensate di sfondare nel mondo dello spettacolo perché siete in grado di imitare qualche personaggio famoso? Il menura vi batte su tutti i fronti. Durante la stagione degli amori, questo uccello australiano si cimenta in un richiamo canoro dall’incredibile complessità. Sa imitare il verso di oltre 20 specie di uccelli, e lo fa con tanta precisione da ingannare anche loro. Ma il suo numero più strabiliante è l’imitazione dei suoni prodotti dall’uomo che ha potuto sentire nella foresta. Spari, esplosioni, lo scattare di macchine fotografiche, l’avviamento di un motore o la sirena d’allarme di una macchina… e, soprattutto, le motoseghe dei boscaioli.

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In Sud America vive invece il manachino delizioso, che è pronto a sbaragliare chiunque nel campo della danza. Questo piccolo uccello si muove a una velocità tale che la maggior parte dei suoi movimenti non possono essere percepiti dall’occhio umano. Con l’aiuto di videocamere ad alta velocità (capaci di registrare 5000 fotogrammi al secondo) i ricercatori hanno scoperto che il fischio acuto che emette non parte dalla sua gola, ma dallo sfregamento delle sue ali, che il manachino batte alla frequenza record di 1500 hertz. Ma le sue abilità non finiscono qui. Ecco il manachino che si esibisce nella sua specialità: il moonwalk.

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E, per finire, vi presentiamo il MacGyver degli uccelli. I corvi sono ritenuti una delle famiglie ornitologiche più intelligenti del mondo per la loro spiccata capacità adattiva, la memoria di ferro e, come si vede nel video, l’abilità nella creazione e nell’utilizzo di strumenti.

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Charleston

C’è un solo tipo di ballo capace di estorcere un sorriso anche a chi ritiene che la danza sia noiosa. C’è un solo tipo di ballo talmente brioso, sgangherato e bizzarro da mettere allegria di lunedì mattina. Ecco a voi il Charleston.

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José Guadalupe Posada

José Posada è uno dei più celebri fra gli incisori messicani, e certamente precursore dei movimenti artistici e grafici nati dopo la rivoluzione del 1910. Nato ad Aguascalientes nel 1852, divenne presto maestro incisore e litografo, dapprima nella sua città natale, poi a Léon, e infine a Città del Messico.

Le sue prime opere sono praticamente impossibili da trovare, poiché vennero stampate sulla povera carta dei giornaletti sensazionalistici dell’epoca; le uniche copie rimanenti sono di proprietà di collezionisti privati, o esposte nei maggiori musei nazionali del Messico.

José Posada è celebre principalmente per le sue calaveras, icone prese a “prestito” dall’immaginario religioso e folkloristico messicano. “Reclutando” questi allegri e vitali scheletri per i suoi intenti satirici, Posada crea un originale affresco sociale, alla maniera dei famosi Capricci di Goya. Questa ironica danza macabra che non risparmia niente e nessuno è stata presa come vero e proprio manifesto da molti degli artisti messicani del ‘900.

L’innovazione posadiana è più complessa di quanto potrebbe sembrare a una prima occhiata. Da una parte, opera un connubio fra i teschi e gli scheletri che già erano presenti nell’iconografia precolombiana, e le rappresentazioni occidentali della morte di matrice cristiana (memento mori, danza macabra, ars moriendi, ecc.). Dall’altra, utilizza questi elementi per prendersi gioco, in maniera grottesca, dei valori borghesi, del progresso, delle differenze di classe. E, infine, pare ricordare comunque che, ricchi o poveri, potenti o sfruttati, non siamo nient’altro che ossa che camminano.

L’opera più famosa di José Posada è senza dubbio la Calavera Catrina. Questa nobildonna dall’imponente cappello all’ultima moda (ma ovviamente destinata, come tutti, a ritrovarsi scheletro) è divenuta nel tempo una delle più riconoscibili figure dell’immaginario messicano. Nel Giorno dei Morti vengono costruiti altari e dolci a forma di Calavera Catrina, e indossati costumi che ne ricordano le fattezze.

Posada, oltre che incisore, era anche vignettista; ancora oggi, il primo premio dell’Encuentro Internacional de Caricatura e Historieta (Incontro Internazionale di Cartoon e Fumetti) è chiamato “La Catrina”.

Glassarmonica

Ecco la Danza della Fata Confetto di Tchaikovsky suonata su una glassarmonica, o “armonica a bicchieri”, strumento messo a punto nella sua forma odierna da Benjamin Franklin, ma risalente addirittura al 1200.

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Walt Disney

Uno dei primi classici brevi di Walt Disney è un gioiellino macabro (appartenente alla serie Silly Symphonies) intitolato The Skeleton Dance, del 1929. Diretto da Walt in persona, venne animato da Ub Iwerks.

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Contrariamente a quanto vuole la leggenda urbana, Disney non si fece mai criogenizzare per poter essere “resuscitato” quando le tecnologie ne fossero state in grado. In effetti, la prima notizia di un cadavere criogenizzato risale a un mese dopo la sua morte. E, giusto per sfatare un altro mito, il suo corpo non sarebbe nascosto segretamente sotto l’attrazione “Pirati dei Caraibi” a Disneyland.

Eppure i film della Disney qualche segreto non proprio onorevole lo racchiudono effettivamente: ecco un filmato che svela come la pigrizia abbia in alcuni caso prevalso sulla creatività…

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