Wunderkammer Reborn – Parte II

(Seconda e ultima parte – potete trovare la prima qui.)

Nell’Ottocento, le grandi wunderkammer scomparvero.
Le collezioni finirono disassemblate, vendute ai privati o integrate nei nascenti musei moderni. La scienza, disciplina ormai ben definita, perse interesse per il genere di meraviglia barocca di un tempo, forse ritenuta puerile rispetto alla più seria e impegnata prospettiva positivista.
Il collezionismo continuò in maniera sporadica e del tutto marginale durante il primo Novecento. Qualche raro antiquario, soprattutto in Belgio, nei Paesi Bassi o a Parigi, commerciava ancora in occasionali mirabilia, ma l’epoca d’oro era passata da un pezzo.
Tra gli sparuti collezionisti di questa prima metà del secolo il più celebre è André Breton, il cui cabinet di curiosità è ora esposto al Centre Pompidou.

L’interesse per le wunderkammer comincia a risvegliarsi durante gli anni ’80, e arriva da due fronti ben distinti: quello accademico, e quello artistico.
Da una parte gli studiosi di museologia iniziano a riconoscere il ruolo delle wunderkammer come antesignane delle collezioni museali odierne; dall’altra alcuni artisti si lasciano affascinare dal concetto di camera delle meraviglie e lo utilizzano nelle loro opere come metafora del rapporto tra l’uomo e gli oggetti.
Ma il vero boom avviene con internet. Il “movimento” delle neo-wunderkammer nasce e si sviluppa sulla rete, grazie alla quale è possibile non soltanto condividere conoscenze ma anche dare nuova linfa al mercato di oggetti di curiosità.

Diamo innanzitutto un’occhiata, come abbiamo fatto per le collezioni classiche, ad alcuni elementi concettuali delle neo-wunderkammer.

Una wunderkammer democratica

La prima macroscopica differenza con il passato è che il collezionismo di curiosità non è più appannaggio esclusivo di facoltosi milionari. Certo, esiste un mercato di altissimo profilo (a cui la maggior parte degli appassionati non avrà mai accesso); ma la buona notizia è che oggi chiunque abbia una connessione internet possiede già i mezzi per cominciare una sua piccola collezione. Grazie alla rete, perfino un teenager può creare il suo scaffale di meraviglie. Tutto ciò che serve è un po’ di pazienza e buona lena per scandagliare i vari siti di articoli naturalistici o di aste online alla ricerca di buone occasioni.

Esistono libri per bambini, attività scolastiche e corsi specifici che incoraggiano anche i più piccoli a iniziare questo genere di esplorazione delle meraviglie naturali.

Il risultato è un’idea di wunderkammer più democratica, alla portata di tutti i portafogli.

Reinventare gli exotica

Abbiamo parlato della categoria classica degli exotica, quegli oggetti provenienti da colonie distanti e da culture per l’epoca ancora misteriose.
Ma oggi, cos’è davvero esotico – cioè “che resta fuori, che è lontano”? Dopotutto viviamo in un mondo in cui le distanze hanno perso significato, e per viaggiare non occorre nemmeno più spostarsi: in una manciata di secondi e pochi clic, possiamo esplorare virtualmente qualsiasi luogo, da una mulattiera sulle Ande alle giungle del Borneo.

S tratta di un dilemma fondamentale per i collezionisti, perché la globalizzazione rischia di elidere una fetta importante del concetto stesso di meraviglia. Le loro strategie, messe in atto consciamente o meno, sono molteplici.
Alcuni collezionisti hanno rivolto il loro sguardo all’unico vero spazio “esterno” che rimane, cioè il cosmo, impegnandosi nella ricerca di memorabilia provenienti dall’epoca eroica della Corsa Spaziale. Tute da astronauti, apparecchiature provenienti da varie missioni spaziali, o addirittura dei frammenti di Luna.

Altri spingono nella direzione opposta, verso il passato più remoto, e la domanda di fossili di dinosauri è in costante crescita.

Ma esistono altri exotica più vicini a noi – anzi, che riguardano direttamente la nostra stessa società.
Esotismo interno: un ossimoro solo in apparenza, se si considera che perfino gli antropologi hanno ormai da tempo rivolto gli strumenti dell’etnologia all’Occidente moderno (si pensi per esempio a Marc Augé). Cercare ciò che è esotico nella nostra stessa cultura significa spingersi verso le zone liminali, le fringe realities del nostro tempo o del recente passato.

Ecco dunque la fascinazione per determinati oggetti “tabù” riguardanti per esempio il crimine (armi del delitto, oggettistica investigativa, memorabilia di serial killer) o la morte (oggettistica funeraria, collezionismo di corredi da lutto vittoriani); la sotto-categoria dei medicalia che si interessa delle quack cures, i rimedi alternativi (e spesso spaventosi, dalla nostra prospettiva) che si vendevano nella prima metà del Novecento, come ad esempio le terapie elettriche o i prodotti farmaceutici radioattivi.

Collezione di Jessika M. – foto Brian Powell, dal libro Morbid Curiosities (courtesy P. Gambino)

Collezionismo funerario.

Kit per la Violet wand, la cui scarica elettrica a basso voltaggio avrebbe dovuto essere la panacea di tutti i mali.

Anche la categoria dei curiosa, vale a dire gli oggetti erotici vintage o antichi, è un esempio di exotica provenienti dal nostro stesso passato recente, ormai trasfigurato.

Il dialogo tra gli oggetti

Costruire una wunderkammer oggi è un progetto eminentemente artistico. L’interesse scientifico o antropologico, per quanto rilevante, è divenuto inscindibile dall’estetica.

C’è una maggiore attenzione generale all’interazione fra gli oggetti, rispetto al passato. Un dipinto può interagire con un oggetto piazzato di fronte a esso; una maschera tribale può esser fatta “dialogare” con un altro pezzo simile proveniente però da una tradizione completamente diversa. C’è senza dubbio una certa dose di irriverenza postmoderna in questo approccio, perché quando si aprono le porte delle wunderkammer all’oggettistica di cultura pop, e la si esibisce al fianco di raffinate e preziose antichità, il critico d’arte serioso non può che rabbrividire (vedi la particolare iconoclastia di Victor Wynd).

Un esempio a mio avviso paradigmatico di questa ricerca di maggiore interazione sono gli accostamenti “avventurosi” sperimentati dall’amico Luca Cableri (l’uomo che ha portato la Luna in Italia), alla cui intervista rimando per approfondire l’argomento.

Indossare una wunderkammer

Anche la moda, sempre sensibile ai nuovi trend, ha intercettato alcuni aspetti del mondo delle wunderkammer. Grazie soprattutto alle sottoculture goth e dark, si trovano oggi accessori, gioielli e monili prodotti a partire da oggetti naturalistici: ormai non si contano i negozi artigianali su Etsy, eBay o Craigslist in cui è possibile acquistare spille e collane con teschi, piccole tassidermie indossabili e altri corredi di vestiario.

Arte concettuale e imbalsamatori folli

Dicevamo che il rinnovato interesse proviene anche dal mondo dell’arte, che ha individuato nella forma-wunderkammer un efficace quadro teorico per parlare della modernità.
Il nome più celebre è ovviamente quello di Damien Hirst, che ha sfruttato il concetto sia nei suoi iconici animali conservati in liquido che nelle caleidoscopiche composizioni di lepidotteri e farfalle; ma anche For The Love of God, il teschio tempestato di diamanti, è una curiosità smodatamente preziosa che non avrebbe certo sfigurato nelle camere del tesoro del Cinquecento.

Hirst non è certo l’unico a rifarsi all’estetica delle wunderkammer. Mark Dion, ad esempio, crea dei veri e propri armadietti delle meraviglie per l’epoca attuale: a essere messi sotto formalina nelle sue opere non sono più degli esemplari naturalistici ma le loro repliche in plastica oppure oggetti di uso comune, dagli spazzoloni per pulire i pavimenti ai vibratori in gomma. Dion costruisce così una sorta di museo del consumismo in cui – ancora una volta – Natura e Cultura collidono e a tratti si confondono, ormai senza speranza di essere distinte l’una dall’altra.

Rosamund Purcell ha invece dato vita a un’installazione che ricrea in 3D il museo di Ole Worm del Diciassettesimo Secolo: reinvenzione e replica di un’illustrazione, “doppio” postmoderno e simulacro iperreale che permette di entrare all’interno di una delle più famose incisioni relative alle wunderkammer.

Oltre all’arte, per così dire, “alta” – quella quotata nelle case d’asta ed esposta dalle gallerie più prestigiose – assistiamo anche a uno svecchiamento di altri settori più artigianali.
È il caso dell’arte tassidermica, che sta conoscendo una nuova gioventù: oggi si moltiplicano i corsi e i workshop di tassidermia.

Ricordate che nella prima parte parlavo di tassidermia come domesticazione degli aspetti più spaventosi della Natura? Bene, a detta di chi vi partecipa, questi corsi sono un modo per esorcizzare la paura della morte su piccola scala, attraverso il contatto e l’attività creativa. (Ritorneremo su questo elemento tattile.)
Un’ulteriore spinta innovativa è arrivata poi dall’ennesimo movimento digitale, la Rogue Taxidermy.

La tassidermia “artistica” (non tradizionale), è sempre esistita, dai finti mirabilia come le sirene essiccate e le Jenny Haniver ai diorami antropomorfi di Walter Potter. Ma i nuovi tassidermisti rogue portano il tutto su un altro livello.

Nata inizialmente nel 2004 come un consorzio di tre artisti – Sarina Brewer, Scott Bibus e Robert Marbury – interessati alla tassidermia nel senso più ampio (Marbury per esempio non usa nemmeno veri animali, ma giocattoli di peluche), la rogue taxidermy è diventata in breve tempo un movimento internazionale grazie alla cassa di risonanza della rete.

Le chimere di questi artisti, sempre più estreme e fantasiose, sono in verità delle meta-tassidermie: esibendo il medium in maniera così palese, sembrano interrogarci riguardo al nostro rapporto con gli animali. Un rapporto che, rispetto al passato, è profondamente cambiato ed è oggi improntato un maggiore rispetto e attenzione all’ambiente. Uno dei principi fondamentali della rogue taxidermy è infatti l’esclusivo utilizzo di fonti etiche per i materiali, vale a dire che gli animali utilizzati in queste preparazioni sono tutti morti di morte naturale. (Per approfondire, c’è un bel volume che espone l’evoluzione e i principali artisti della corrente.)

Wunderkammer Reborn

Rimane dunque il quesito fondamentale da affrontare: perché, dopo cinque secoli, le wunderkammer stanno godendo di un tale successo proprio ora? È soltanto una moda rétro e nostalgica, simile alla frivola infatuazione per il vintage di tante sottoculture (sì, cari hipster, sto guardando voi) oppure l’attrattiva risiede in un’urgenza più profonda?

È forse presto per azzardare ipotesi, ma ci provo ugualmente: è mia convinzione che il motivo della rinascita delle wunderkammer sia da ricercare in una duplice esigenza. Da una parte il bisogno di ripensare la morte, e dall’altra il bisogno di ripensare l’arte e la narrazione.

Ripensare la morte
(e perché no, già che ci siamo, addomesticarla)

L’antropologo svizzero Bernard Crettaz è stato tra i primi a dar voce al bisogno sempre più diffuso di infrangere la “segretezza tirannica”, tipica del Ventesimo secolo, riguardo alla morte: nel 2004 organizzò a Neuchâtel il primo Café mortel, un evento gratuito in cui i partecipanti potevano parlare di come si affronta una perdita, e discutere le loro paure ma anche le loro curiosità sull’argomento. Basandosi sul lavoro e sulle idee di Crettaz, Jon Underwood inaugura nel 2011 il primo Death Café britannico. Il modello incontra da subito l’entusiasmo del pubblico, e ad oggi si contano quasi 5000 eventi svoltisi in 50 paesi del globo.

Dagli Stati Uniti, nel frattempo, arriva il Death-Positive Movement vero e proprio.
Originatosi dalla volontà di ripensare da zero l’industria funeraria statunitense, verso la quale la fondatrice Caitlin Doughty è manifestamente critica, il movimento si propone di sollevare il tabù che pesa sul tema della morte, e favorire una riflessione aperta sugli argomenti correlati e sulle problematiche riguardanti il fine vita. (Forse conoscete il mio coinvolgimento personale nel movimento, al quale ho contribuito in diverse occasioni: potete leggere la mia intervista a Caitlin e il mio report dal Death Salon di Filadelfia).

Cosa ha a che fare il tabù della morte con le collezioni di meraviglie?
Nel corso degli anni ho avuto l’occasione di parlare con molti collezionisti. Quasi tutti ricordano “come fosse ieri” l’emozione di tenere fra le mani il primo pezzo della collezione, quel pezzoche ha dato avvio alla loro ossessione. E in grande maggioranza si tratta di un oggetto naturalistico – lo scheletro di un animale, una preparazione tassidermica, ecc.: come dice un amico collezionista, “il primo teschio non si scorda mai”.

L’elemento tattile è tanto fondamentale adesso quanto lo era nelle wunderkammer classiche, in cui il pubblico era invitato a studiare, esaminare, toccare in prima persona gli esemplari.

Possedere un teschio di animale (o perfino umano) è un modo innocuo e “sicuro” per prendere confidenza con la concretezza della morte. Questo potrebbe essere il motivo per cui l’elemento macabro delle wunderkammer, che era del tutto marginale secoli fa, oggi diviene spesso un aspetto preponderante.

Collezione di Ryan Matthew Cohn – foto Dan Howell & Steve Prue, dal libro Morbid Curiosities (courtesy P. Gambino)

Ripensare l’arte: estetica della Meraviglia

Dopo il declino delle arti figurative, dopo la riproducibilità industriale della pop art, dopo l’avvento del ready-made, ormai l’arte concettuale è arrivata al suo confine estremo, dando il colpo di grazia al significato. Molti artisti contemporanei hanno di fatto svincolato una volta per tutte l’arte non solo dalla manualità, dall’artistry (maestria), ma anche dall’idea che l’arte debba per forza veicolare un messaggio.
Pura forma, puro significante, le nuove opere concettuali sono problematiche perché ambiscono a mettere un punto finale alla storia dell’arte come la conosciamo. Impossibili da capire, perché sono pensate per sottrarsi a qualsiasi discorso.
È difficile dunque immaginare in che modo la ricerca artistica supererà questo vuoto fatto di algida apparenza, lucidità scintillante ma sempre e solo di superficie; quale orizzonte si potrà aprire, al di là delle aste milionarie, delle artistar e delle impennate di mercato decise a tavolino dai mega-galleristi e mega-collezionisti.

Personalmente mi pare che la passione per le wunderkammer sia un modo per ritornare alle narrative, al significato. Un antidoto al ready-made e alla soverchiante superficie. Perché un oggetto è degno di figurare in una camera delle meraviglie soltanto in virtù della storia che racconta, della meraviglia che suscita, della vertigine che spalanca di fronte a noi.
Credo di riconoscere in questo genere di collezionismo un desiderio profondo di ridonare alla realtà il suo incanto perduto.
Perduto? No, la realtà non ha mai smesso di essere meravigliosa, è il nostro sguardo che ha bisogno di essere rieducato.

Da Cabinets de Curiosités (2011) – foto C. Fleurant

Ecco, la wunderkammer è in fondo soltanto una collezione di oggetti, e in un oceano di oggetti viviamo già sommersi.
Ma è anche uno strumento (com’era un tempo, com’è sempre stata), una lente d’ingrandimento per conoscere il mondo e noi stessi. Negli oggetti strani o bizzarri, il collezionista ricerca una dimensione magico-narrativa che si oppone all’omologazione e alla serialità della produzione di massa. Che se ne renda conto o meno, nell’essere sensibile alle storie che gli oggetti celano, alle emozioni che trasmettono, alla loro unicità, il collezionista di wunderkammer sta compiendo un atto di resistenza: perché dare valore all’eccezione, all’esotismo, significa cercare prospettive inedite a dispetto della Visione Condivisa.

Da Cabinets de Curiosités (2011) – foto C. Fleurant

Death Salon: Mütter Museum

I francesi hanno inventato un’espressione meravigliosa, l’esprit de l’escalier. È il senso di frustrazione che ti prende quando la risposta giusta e arguta a una domanda o a una critica ti viene in mente quando ormai te ne sei andato e stai già scendendo le scale (escalier).
Quest’estate un’amica mi ha rivolto la domanda che avrei dovuto aspettarmi da sempre, e che paradossalmente nessuno – anche fra chi mi conosce bene – mi aveva mai chiesto: “ma perché ti interessi così tanto alla morte?

Sul momento ho detto qualcosa di vago sul fascino dei rituali funebri, sull’importanza della morte nell’arte, sul fatto che ogni cultura si definisce proprio da come si rapporta con l’aldilà… Dentro di me, però, mi stupivo della banalità e impersonalità delle mie risposte. Forse era la domanda ad essere un po’ ingenua e spiazzante, come chiedere a un vecchio marinaio cosa ci trova di bello nelle onde. Eppure la curiosità era del tutto legittima: perché interessarsi alla morte in un’epoca che normalmente la nega e la rimuove? E io, dopo tutti questi anni passati a studiare e scrivere, occupandomi di questioni ben più complesse, possibile che una domanda così diretta non l’avessi mai prevista?

Forse per rimediare all’esprit de l’escalier che mi aveva colto quel giorno, decisi di conoscere di persona altra gente che coltiva i miei stessi interessi, e di cercare di capire le loro motivazioni.
Ora, c’è un solo posto al mondo in cui potevo trovare, tutti riuniti, i principali accademici, intellettuali e artisti che della morte hanno fatto il loro campo d’analisi. Così sono volato a Filadelfia.

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Il Death Salon, per chi non ne avesse ancora sentito parlare, è un evento organizzato dal movimento death-positive sorto attorno alla figura di Caitlin Doughty, che ho intervistato recentemente. Si tratta di due giorni di incontri, conferenze, musica e giochi, tutti incentrati sul tema della morte – affrontata nelle sue molteplici sfaccettature artistiche, culturali, sociali e filosofiche.
Quest’anno il Death Salon si è svolto in una cornice d’eccezione, cioè fra le mura del Mütter Museum di Filadelfia, uno dei musei di anatomia patologica più celebri al mondo.

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Al di là del piacere di incontrare finalmente di persona amici “di penna” e studiosi che ammiro, mi interessava toccare con mano questa nuova realtà, avvertirne le vibrazioni: capire cioè che tipo di persone fossero quelle che si autodefiniscono in maniera gioiosamente sovversiva death aficionados, e che stanno cercando di sottrarre la morte al tabù mediante un dialogo il più possibile disinvolto e aperto su tutto ciò che con essa ha a che fare.

La diversità di persone riunite al Death Salon mi ha da subito impressionato, e come immaginavo ognuna di esse aveva il proprio, personalissimo motivo per essere lì: c’erano scrittori alla ricerca di spunti per il nuovo romanzo, infermiere che desideravano capire come rapportarsi al meglio con i malati terminali, gentili signore anziane che lavoravano come guide nei musei della città, studenti di medicina, operatori funebri, fotografi e artisti che per qualche motivo avevano focalizzato la loro opera sulla morte, persone che stavano faticosamente elaborando un lutto e che speravano di trovare in quella folla variopinta una più intima comprensione del loro dolore.
Il sentimento diffuso era quello di una strana, sottile eccitazione: a un livello superficiale, poteva quasi sembrare un raduno di “nerd della morte”, intenti a chiacchierare entusiasticamente di ladri di cadaveri o di adipocera di fronte a un caffè, come altri s’infervorano discutendo di sport o di politica. Ma la luce negli occhi di tutti i partecipanti tradiva in realtà un sollievo più profondo, quello di trovarsi infine liberi di parlare apertamente delle proprie paure, protetti all’interno di una famiglia che certe ossessioni non le giudica, e convinti che anche le insicurezze più segrete qui potevano essere portate alla luce.
Siamo tutti feriti, di fronte alla morte, ed è una ferita antica e sempre aperta. L’aspetto più memorabile del Death Salon è che la vergogna di questa ferita sembrava cancellarsi, per lo spazio di due giorni, e ogni dolore o timore finiva per incanalarsi in un confronto catartico.

Ed è in questo contesto che le conferenze, nella loro eterogeneità, mi hanno a poco a poco rivelato che la risposta alla domanda che mi aveva portato fin lì (“perché ti interessa così tanto la morte?”) non è affatto una sola. Ecco un riassunto dei lavori presentati al Death Salon, e dei molteplici concetti che suggerivano.

La morte è dannatamente interessante
Marianne Hamel è un medico legale, e la sua relazione ha illuminato le differenze fra il suo vero lavoro quotidiano e la versione romanzata che ne restituiscono film e serie TV. Per fare chiarezza, dunque, ha esordito dichiarando che non ha mai svolto un’autopsia nel mezzo della notte sotto una singola lampadina, né si è presentata su una scena del crimine indossando i tacchi; fra gli altri miti sfatati, “posso capire l’ora esatta della morte soltanto se alla vittima hanno sparato attraverso l’orologio”. Eppure alcune implicazioni del suo mestiere, seppure poco hollywoodiane, sono molto più importanti del previsto: per fare un solo esempio, i patologi forensi hanno il polso dell’andamento della salute pubblica più di ogni altro professionista. Sono i primi a sapere se una nuova droga sta diventando una tendenza, o se alcuni comportamenti pericolosi stanno prendendo piede nella popolazione.
Al Death Salon si è parlato anche delle difficoltà del restauro museale delle antiche mummie egizie (M. Gleeson), di come si fanno “esplodere” i teschi per prepararli nella tradizione inaugurata dall’anatomista Edmé François Chauvot de Beauchêne (R. M. Cohn), e del metodo del peptide mass fingerprinting con cui si può stabilire con certezza se un libro è rilegato in pelle umana o meno (A. Dhody, D. Kirby, R. Hark, M. Rosenbloom). Infine vi sono stati interventi sui morti illustri e i loro fantasmi (C. Dickey), e su Hart Island, una sorta di enorme fossa comune nel cuore di New York a spese dei contribuenti (B. Lovejoy).

La morte può essere divertente
L’esilarante talk di Elizabeth Harper, curatrice del blog All The Saints You Should Know, era incentrato sui Santi miracolosamente non soggetti alla decomposizione, e sugli intricati (e per nulla intuitivi) iter burocratici istituiti dalla Chiesa Cattolica per riconoscere una reliquia “incorrotta” da una un po’ meno prodigiosa. Interessante come certe cose che noi italiani diamo per scontate, avendole viste in ogni chiesa fin da bambini, risultino piuttosto folli ad occhi americani…
Si può trasformare il camposanto in un luogo per i vivi? Al cimitero di Laurel Hill, a Filadelfia, si organizzano attività ricreative, proiezioni di film, maratone di beneficenza e spettacoli notturni, come raccontano Alexis Jeffcoat ed Emma Stern.
Se questo non bastasse a comprendere che morte e divertimento non sono per forza nemici, la sera dell’ultimo giorno gli organizzatori del Death Salon hanno indetto al bar National Mechanics, in una gioviale atmosfera da pub, il Death Quizzo – un gioco a premi in cui le squadre si sono sfidate sulle loro conoscenze riguardo ai dettagli più curiosi su morte e cadaveri.

La morte è una poesia dolorosa
Sarah Troop, direttore esecutivo dell’Ordine della Buona Morte e curatrice museale, ha coraggiosamente condiviso con il pubblico quella che forse è l’esperienza in assoluto più traumatica: la perdita di un figlio in giovane età. La difficoltà che Sarah ha provato nell’elaborare la sua perdita l’ha spinta a ricercare una cornice più adeguata nelle sue radici messicane. Qui i bambini che muoiono diventano angelitos, piccoli angeli che i familiari ricoprono di vesti ricamate e che, essendo anime pure, possono fare da tramite fra la terra e il cielo. La consolazione di una madre che ha perso un figlio è nel trovare, all’interno della tradizione, un suo ruolo specifico, che la moderna società secolarizzata invece non riesce più a fornire. E se il dolore non può mai scomparire, esso viene in qualche modo condiviso all’interno di una cultura che ne ammette l’esistenza e lo ricopre di un profondo significato.

Romualdo-Garcia

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La morte racconta storie incredibili
Evi Numen ha illustrato lo scandalo post-mortem di John Frankford, vittima di una delle truculente vicende che ancora accadevano a trent’anni dal Pennsylvania Anatomy Act (1867), a causa della cronica penuria di cadaveri da dissezionare che le scuole di medicina dovevano affrontare.
E, quanto a storie feroci, nessuna tradizione supera quella musicale delle murder ballads, importate dall’Europa come sorta di “cronaca nera” popolare cantata. Al Death Salon, dopo un’introduzione storica di Lavinia Jones Wright, un trio di ottimi musicisti ha proposto una selezione di alcune fra le murder ballads più rilevanti.

La morte è un dialogo
Paul Koudounaris, vera e propria superstar del Death Salon, ha spiegato la differenza fra le culture che frappongono alla morte una barriera soffice, e quelle invece che vi costruiscono un solido confine: nella maggior parte delle culture, e perfino nella nostra fino a poco tempo fa, prendersi cura del cadavere di un familiare anche anni dopo la morte era un modo per mantenere gli antenati attivamente nel tessuto sociale. Quello che Norman Bates faceva con sua madre in Psycho, a Tana Toraja è una rispettosa usanza di pietà filiale (ne avevo parlato in questo articolo).

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Robert Hicks, direttore del Mütter Museum, ha invece esplorato le implicazioni dell’esposizione di resti umani nei musei odierni, interrogandosi sull’evoluzione dell’immaginario post-mortem e sulla politica e la liceità del “possesso” di spoglie umane.
Infine David Orr, fotografo e artista, ha proposto un excursus sulla simmetria nell’arte in particolare riguardo al simbolo del teschio, che si riferisce alla nostra stessa identità.

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La morte va affrontata e addomesticata
Infine, si sono scoperti vari volti, contraddittori e complessi, del morire.
La morte definisce chi siamo, ha ricordato Christine Colby raccontando la storia di Jennifer Gable, transgender che per tutta la vita ha lottato per affermare la sua identità femminile, salvo poi essere sepolta dalla famiglia come un uomo. La morte cambia di pari passo con la società, svelando ulteriori strati di complessità.
La dottoressa Erin Lockard, pur essendo medico, mentre assisteva sua madre morente si è trovata a dover affrontare altri medici che, forse come strategia di difesa, negavano l’evidenza, rimandando l’agonia con terapie sempre nuove.
Infine c’è chi la familiarità con la morte ha deciso di insegnarla all’Università. I corsi di Norma Bowe sulla “morte in prospettiva” hanno liste d’attesa di tre anni, e propongono una serie di attività sul campo: gli alunni fanno visite agli ospizi, agli ospedali e alle pompe funebri, assistono a un’autopsia, creano spazi per la meditazione e costruiscono il loro approccio alla morte senza filtri filosofici o religiosi, attraverso l’esperienza diretta.

Il mio bilancio del Death Salon? Due giorni intensi, passati in un lampo, e incredibilmente fecondi di riflessioni. Parlare di morte in maniera aperta è essenziale, ora più che mai, ma – e questo penso sia il punto dell’intero Salon – è anche divertente e stupefacente: tutti gli interventi, sia dei relatori che del pubblico, tutti gli inaspettati punti di vista provano che la morte è tutt’oggi un territorio dominato dalla meraviglia.

Ancora sovraccarico di stimoli, ripensavo alla mia domanda irrisolta durante il volo notturno che mi riportava a casa. Perché questa fascinazione per la morte?
Guardando dal finestrino la costa della Vecchia Europa che si avvicinava con le sue piccole luci, diveniva sempre più chiaro che l’unica risposta possibile, come in fondo avevo sospettato fin dall’inizio, era anche la più elementare.
Perché interessarsi alla morte significa interessarsi alla vita”.