I ricami di capelli vittoriani: intervista a Courtney Lane

Una parte del piacere di collezionare curiosità risiede nello scoprire le reazioni che esse sono in grado di suscitare nelle varie persone: personalmente, vedere la meraviglia stamparsi sul volto di chi guarda mi commuove sempre, e dà significato alla collezione stessa. Tra gli oggetti che, almeno nella mia esperienza, sollecitano una risposta emotiva più forte vi sono senz’altro i corredi da lutto, e in particolare le straordinarie opere decorative, tipiche dell’Ottocento, ottenute intrecciando i capelli del defunto.

Sia che si tratti di una piccola spilla contenente una semplice ciocca, di un quadretto merlettato o di un ricamo più grande, c’è qualcosa di potente e toccante in questi lavori, e il sentimento che suscitano è sorprendentemente universale. Si direbbe che chiunque, a prescindere da cultura, esperienza o provenienza, sia “equipaggiato” per riconoscere il valore archetipico dei capelli; utilizzarli per ricami, gioielli e decorazioni è dunque un atto eminentemente magico.

Ho deciso di approfondire questa particolare tradizione con un’esperta, che è stata così gentile da rispondere alle mie domande.
L’amica Courtney Lane è un’autorità in materia, non soltanto da un punto di vista storico ma anche pratico: ha cioè studiato le tecniche originali con l’intento di riportarle concretamente in vita, convinta che questa antica arte possa ancora oggi assolvere alla sua funzione, legata alla memoria e al ricordo.

Puoi raccontarci un po’ di te stessa?

Sono un’artista di ispirazione vittoriana, lavoro con i capelli; vivo a Kansas City, e mi piace definirmi una persona “weird di professione”. La mia attività si chiama Never Forgotten, creo opere moderne realizzate in stile sentimentale vittoriano su commissione, e produco anche pezzi originali usando trecce e ciuffi di capelli umani antichi che trovo ad esempio durante le vendite di vecchie proprietà. Sul piano accademico, studio la storia dell’artigianato con capelli, svolgo attività di divulgazione attraverso conferenze e video online, e viaggio per tenere dei workshop sulle tecniche di lavoro con capelli.

Uno dei lavori di Courtney.

Da dove nasce il tuo interesse per le opere in capelli vittoriane?

Ho sempre avuto un profondo amore per la storia, e per la scoperta del bello nei luoghi che molti considerano oscuri o macabri. Alla tenera età di 5 anni, mi innamorai della bellezza dei mausolei del Diciottesimo e Diciannovesimo Secolo nei pressi del Quartiere Francese di New Orleans. Perfino da bambina, adoravo la grandiosità di quelle elaborate sculture in ricordo dei defunti. Questo mi portò a sviluppare una particolare attrazione per l’età vittoriana e per i costumi funebri dell’epoca.
Durante il mio studio del lutto vittoriano ho incontrato le opere fatte con i capelli. Essendo io stessa profondamente romantica, conoscevo già il valore sentimentale che poteva rivestire una ciocca della persona amata, quindi mi sembrò molto naturale che i capelli potessero essere anche una reliquia perfetta per un caro estinto. Trovai straordinarie queste realizzazioni artistiche, e il sentimento che le sottende di una bellezza ancora maggiore. Mi domandai perché una simile tradizione non venisse più praticata su ampia scala, e avvertii il bisogno di scoprire perché.
Così ho studiato per anni cercando di trovare le risposte e alla fine ho imparato in prima persona a creare queste opere d’arte. Ho sempre fortemente creduto che la potenza delle opere sentimentali create con i capelli potesse aiutare la società a riappropriarsi di una più sana relazione con la morte e con il lutto, quindi ho deciso di aprire una mia attività per produrre lavori moderni, educare il pubblico sulla storia spesso travisata di questa forma d’arte, e assicurare che questa tradizione non venga, appunto, “mai dimenticata”.

Come mai la creazione di queste opere divenne una pratica funebre così popolare? I capelli venivano raccolti pre o post mortem? Era un’attività esclusivamente relativa all’elaborazione del lutto?

L’arte dei capelli ha conosciuto una varietà di motivazioni, molte delle quali erano intrinsecamente sentimentali, ma non è sempre stata relativa al lutto. Con la morte di suo marito, la regina Vittoria cadde in un profondo stato di lutto che durò per i rimanenti 40 anni della sua vita. Questo a sua volta creò una certa moda, quasi un feticismo, per l’idea del lutto nell’era vittoriana. Oggi molte persone credono che tutti i lavori ricamati con i capelli fossero realizzati per elaborare una perdita, ma tra il Cinquecento e l’inizio del Novecento simili opere spaziavano dai ricordi romantici della persona amata ai memento familiari, e talvolta servivano come souvenir di un momento importante nella vita di qualcuno. Per esempio, molti dei grandi ricami tridimensionali che si possono ancora vedere, erano in realtà una sorta di “storia familiare”. I capelli spesso venivano raccolti da diversi membri della famiglia ancora in vita, e intrecciati assieme per raffigurare un albero genealogico. Ho visto altri esempi di lavori con capelli che commemoravano più semplicemente un importante evento della vita, come una prima comunione o un matrimonio. Molto prima che nascesse una vera e propria forma d’arte, gli esseri umani si scambiavano già ciocche di capelli; quindi è naturale che vi fossero delle coppie che indossavano dei gioielli contenenti i capelli dei loro amati ancora in vita.


Per quanto concerne le opere di lutto, i capelli erano talvolta raccolti post mortem, oppure provenivano da epoche precedenti, in cui erano stati messi da parte. Poiché i capelli erano culturalmente così importanti, al momento di tagliarli venivano spesso recuperati, a prescindere che vi fosse il progetto immediato di farne dei gioielli o meno.
L’idea di usare i capelli per una pratica funeraria trova la sua origine in larga parte in seno al cattolicesimo del Medioevo, e in particolare nel potere delle reliquie sante della chiesa. Le reliquie dei Santi sono ben più che semplici resti umani, consentono una connessione spirituale al Santo stesso, creando un legame tra vita e morte. La credenza che una reliquia potesse essere un sostituto per la persona in odore di santità, si trasferì facilmente dal lutto pubblico e religioso al lutto privato e personale.
Di tutti i vari tipi di reliquia (ossa, carne, eccetera) i capelli sono quelli più accessibili alla persona media, in quanto non è necessario nessun tipo di accorgimento per evitare la decomposizione, al contrario del resto del corpo; raccoglierli da un cadavere richiede soltanto l’uso di un paio di forbici. I capelli sono anche una delle parti più identificabili di una persona, quindi anche se dei pezzi di osso potrebbero a rigore fungere da reliquia, i capelli della persona a cui vogliamo bene sono una parte del suo corpo che vediamo ogni giorno, in vita, e che possiamo continuare a riconoscere dopo la morte.

Ricamare i capelli era una pratica strettamente legata all’alta società?

No, non era strettamente riservato all’alta società. Anche se c’erano membri delle classi più elevate che possedevano opere in capelli, si trattava per la maggior parte di una pratica borghese. Alcuni lavori venivano prodotti da artisti professionisti, e ovviamente per commissionarli bisognava possedere adeguati mezzi economici; ma molti lavori con i capelli venivano creati in casa, di solito dalle donne della famiglia.
In questo caso, le uniche spese concernevano gli strumenti di cucito (che comunque molte donne di classe media avevano già in casa) e ovviamente i gioielli, le cornici o le campane di vetro in cui posizionare il lavoro finito.

Quante persone lavoravano a una singola ghirlanda? Era un’occupazione femminile, come il ricamo?

Le opere erano normalmente, anche se non esclusivamente, create dalle donne, ed erano addirittura considerate un sottogenere del ricamo femminile. L’attività generale del ricamo consisteva in merletti, ornamenti di perle, piume, e altro. C’erano casi in cui i capelli erano usati proprio per trapuntare e cucire. Era considerato molto femminile avere la pazienza e la meticolosità necessarie per le belle cose fatte a mano.
Per quanto riguarda le corone e le ghirlande, il numero di persone che lavoravano assieme per crearne uno poteva variare. Soltanto pochi esemplari sono documentati in modo tale da saperlo con certezza.
Ho anche osservato dozzine di diverse tecniche usate per formare i fiori nelle ghirlande, e alcune tecniche richiedono più tempo di altre. Uno dei migliori esempi che ho visto è un pezzo la cui documentazione, incredibilmente precisa, indica che il ricamo completo consiste di 1.000 fiori (ognuno più grande di una normale ghirlanda); venne interamente costruito da una sola donna nell’arco di un anno. I documenti specificano anche che i 1.000 fiori furono creati a partire dai capelli di 264 persone.

  

Perché nel Ventesimo secolo questa attività passò di moda?

I lavori con capelli cominciarono a declinare in popolarità all’inizio del Novecento. Ci furono diverse ragioni.
Il primo motivo fu l’industrializzazione di questo genere di artigianato. Diverse grosse ditte e cataloghi cominciarono a fare pubblicità per ricami di capelli, e molte persone temevano che commissionare i lavori esternamente, invece che crearli in casa, avrebbe finito per uccidere ogni sentimento. Una di queste industrie era la Sears, Roebuck & Co., e in uno dei loro cataloghi del 1908 scrivevano addirittura: “Non eseguiamo l’intreccio noi stessi. Lo appaltiamo; quindi non possiamo garantire che i capelli usati siano quelli che ci vengono spediti; il cliente si assume ogni rischio”. Questo, ovviamente, scoraggiava le persone dall’usare ricamatori professionisti.
Un’altra ragione sta nello sviluppo e nel consenso trovato dalla teoria dei germi nell’era vittoriana. Più la gente imparava dell’esistenza dei germi, e comprava prodotti sanitari, più il corpo umano cominciò a essere visto come qualcosa di sporco. Si iniziò a ritenere che anche i capelli fossero poco igienici, e le persone ci pensavano due volte prima di farne un medium per arte e gioielleria.
Anche la Prima Guerra Mondiale ha a che fare con il declino del ricamo di capelli. Non soltanto c’era penuria di risorse per i paesi coinvolti nel conflitto, ma sempre più donne cominciarono a lavorare fuori casa, e non avevano più tempo per ricamare quotidianamente. In tempo di guerra, quando tutti si davano una mano per aiutare lo sforzo bellico, i cittadini cominciarono ad abbandonare le spese superflue e concentrarsi sulle vere necessità. I capelli in questo periodo assunsero uno scopo del tutto pratico. Per esempio, in Germania c’erano dei poster di propaganda che incoraggiavano le donne a tagliarsi le chiome più lunghe e donarle all’esercito, in caso altri materiali fibrosi dovessero scarseggiare. I capelli forniti dalle donne venivano utilizzati per creare oggetti di uso pratico, come le cinghie di trasmissione.
A causa di tutto ciò, nel 1925 i ricami sentimentali di capelli erano praticamente scomparsi; nessuna grossa ditta creava o riparava più le ghirlande, e l’artigianato casalingo non faceva più parte della vita quotidiana delle donne.

I ricami di capelli ottocenteschi sono diventati oggetti da collezione molto ricercati; questo è da ascriversi in parte al fascino delle pratiche di lutto vittoriane, ma mi sembra anche che questi pezzi abbiano un valore speciale, rispetto alle normali spille o ai gioielli classici, proprio a causa – be’, della presenza di capelli umani. Secondo te avvertiamo ancora un qualche tipo di potere magico, simbolico, nei capelli? O è soltanto l’espressione di una curiosità morbosa per i resti umani, anche se in forma “moderata” e non scioccante?

Credo assolutamente che entrambe le cose siano vere. Specie tra chi è poco familiare con simili pratiche di ricamo, c’è un reale elemento di shock nel vedere qualcosa creato a partire dai capelli. Quando introduco il concetto, alcuni trovano l’idea disgustosa, ma molti si sorprendono che i capelli non si decompongano. Le persone oggi sono così poco informate sulla morte che subito pensano ai capelli come a una parte del corpo, e non comprendono come possano rimanere perfettamente immacolati a distanza di più di cento anni. Per coloro che non meditano spesso sulla propria mortalità, pensare che i loro capelli possano sopravvivere fisicamente per molto tempo dopo la morte può essere del tutto sconcertante.
Una volta che la sorpresa iniziale o la curiosità morbosa sono superate, molte persone riconoscono un valore speciale nei capelli stessi. Tra i più seri collezionisti di capelli, sembra prevalere un senso di toccante soddisfazione nell’opportunità di preservare la memoria di qualcuno che un tempo fu tanto amato da essere ricordato così – perfino se oggi si tratta di morti anonimi.
Si potrebbe quasi definire una vocazione spirituale, ma direi che come minimo si tratta di un comune senso di empatia tra esseri mortali.

Che tipo di ricerca hai dovuto fare per apprendere le basi dei ricami vittoriani di capelli? Questo, in definitiva, è un tipo di artigianato popolare che aveva un obbiettivo specifico, spesso personale; esistevano libri con istruzioni dettagliate su come procedere? O hai dovuto studiare direttamente le opere per comprendere come sono state create?

Imparare i ricami di capelli è stato un vero viaggio iniziatico per me. Per prima cosa, dovrei dire che ci sono molti tipi differenti di ricamo, e alcune tecniche sono meglio documentate di altre. Quelle che utilizzano le armature in filo di ferro sono quelle che vediamo nelle ghirlande e negli altri florilegi tridimensionali. Non sono riuscita a trovare buone fonti su questi procedimenti, quindi per imparare ho studiato innumerevoli opere originali. Ho cercato ogni opportunità per esaminare quei ricami che erano senza cornice o danneggiati, così da provare a rimetterli assieme e capire come ogni cosa era collegata. Ho passato ore a guardare vecchi pezzi e a giocare con capelli finti, sbagliando e riprovando.
Altre tecniche sono i lavori a tavolozza e i lavori da tavolo. I lavori a tavolozza includono quei disegni di capelli bidimensionali che puoi trovare incorniciati o sotto vetro nei gioielli, e i lavori da tavolo includono gli intricati intrecci che formano le catene per gioielli, come per esempio una collana o il polsino di un orologio.
The Lock of Hair di Alexanna Speight e Art of Hair Work: Hair Braiding and Jewelry of Sentiment di Mark Campbell sono due libri che insegnano, rispettivamente, i lavori a tavolozza e da tavolo. Sfortunatamente, data l’epoca in cui sono stati scritti, utilizzano un inglese arcaico e fanno riferimento a strumenti e materiali che non si producono più o che è difficile recuperare. Anche dopo averli letti, ci vuole tempo per trovare equivalenti moderni e fare pratica con alcune sostituzioni, in modo da individuare la migliore alternativa. Per questo mi piacerebbe scrivere un manuale che spieghi tutte e tre queste tecniche basilari, in modo facile da comprendere e usando materiali moderni, così da rendere quest’arte più accessibile al grande pubblico.

Perché credi che questa tecnica possa ancora essere rilevante oggi?

L’atto e la tradizione di raccogliere i capelli è ancora presente nella nostra società. I genitori spesso mettono da parte una ciocca dei primi capelli tagliati ai loro figli, ma purtroppo quella ciocca finirà nascosta in una busta o in un libro, e quasi mai più guardata. Diversi miei clienti sono persone che, pur non avendo mai sentito parlare di queste tecniche, hanno sentito l’impulso di tagliare un ciuffo di capelli a una persona cara appena defunta. I loro occhi cominciano a brillare quando scoprono che possono indossare quei capelli in un gioiello, o esporli all’interno di un’opera d’arte. La gente mi chiede di continuo se è strano avere conservato questi capelli. Spesso, non sanno nemmeno perché l’hanno fatto. È una reazione istintiva che in molti provano, ma non se ne parla né tanto meno la si celebra nella nostra cultura moderna, quindi pensano di essere anormali o morbosi, anche se è una cosa così naturale.
Un altro esempio è tenere i propri capelli dopo averli tagliati. Soprattutto quando si tratta di tagliare capelli molto lunghi, o trecce, incontro spesso persone che hanno investito talmente tanto a livello personale nei loro capelli che non se la sentono di buttarli via. Questi individui possono conservare i propri capelli in un sacco per anni, senza sapere cosa farne, consci soltanto che “sembra giusto tenerli”. Questo per me è perfettamente comprensibile, perché attraverso la storia i capelli sono sempre stati un tratto molto personale. Anche oggi, le persone si identificano attraverso i capelli, la lunghezza, la consistenza, il colore, lo stile. Culture differenti portano i capelli in modi diversi per comunicare qualcosa del loro patrimonio, oppure alcuni individui usano la loro creatività e il proprio senso identitario per decidere l’acconciatura. Che sia per motivi religiosi, culturali, romantici o di elaborazione del lutto, il desiderio di associare dei sentimenti ai capelli, e l’impulso a conservare quelli della persona amata, sono intrinsecamente umani.
Credo davvero che essere in grado di mostrare con orgoglio le nostre reliquie di capelli possa aiutarci a processare alcune delle nostre emozioni più intime, e a vivere al meglio la nostra vita.

Potete visitare il sito di Courtney Lane Never Forgotten, e seguirla su Facebook, Instagram, Twitter, e YouTube. Se siete interessati al valore magico e simbolico dei capelli umani, questo è un mio post sull’argomento.

Endocannibalismo

 Che cos’è il cannibalismo, se non il riconoscimento
del “valore” dell’altro, a tal punto da doverlo ingoiare?

(Francesco Remotti, Identità, 2013)

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Mangiare le carni di un essere umano è una pratica antica come il mondo, dallo stratificato e complesso valore simbolico.
In generale, dalla selva di teorie antropologiche o psicanalitiche al riguardo, non tutte condivisibili, emerge un elemento fondamentale, ossia la credenza magico-spirituale di poter assimilare attraverso il banchetto antropofago le qualità del morto. Dall’Africa all’Amazzonia alle Indie, divorare un valoroso nemico ucciso o fatto prigioniero in battaglia era certo un modo per vendicarsi, per negare l’alterità (e per contro, così facendo, rinforzare la propria identità culturale); ma a questo si unisce la speranza di acquisire il suo coraggio e la sua forza. Quest’idea è corroborata dal fatto che lo stesso meccanismo di transfert sarebbe stato presente anche nei riguardi della selvaggina, per cui alcune tribù del Sudamerica non cacciavano animali che si muovevano lentamente per timore di perdere le forze dopo essersene cibati.

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Il cannibalismo, quasi universalmente, era poi ritualizzato e regolato da divieti precisi: l’identificazione fra vivi e defunti avveniva su diversi livelli, e ad esempio fra i Tupinamba chi aveva ucciso un determinato nemico non poteva assolutamente mangiare le sue carni, mentre gli era consentito nutrirsi dei corpi delle vittime dei suoi compagni guerrieri; rispetto a tutti gli altri pasti quotidiani, spesso l’agape cannibalesca era riservata ai soli guerrieri, avveniva di notte in speciali luoghi deputati allo scopo, e via dicendo. Tutto questo dimostra la prevalenza della significazione simbolica sull’effettiva necessità alimentare – l’idea che il cannibalismo potesse essere la soluzione ad una dieta con scarso apporto proteico, che pure alcuni autori sostengono, sembra secondaria. Nei contesti rituali, l’atto di consumare il cadavere di un proprio simile è eminentemente magico, e spesso superfluo ai fini della sopravvivenza.
I Tupì-Guaranì, ad esempio, bollivano le interiora dell’ucciso, ottenendo un brodo chiamato mingau che veniva distribuito a tutta la tribù, ospiti e alleati inclusi. Il reale apporto nutritivo fornito dalla carne umana, suddivisa fra decine e decine di persone, in questo caso era del tutto trascurabile.

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Ancora più interessante sotto il profilo simbolico si presenta l’endocannibalismo, o allelofagia, vale a dire il cannibalismo verso individui appartenenti al proprio gruppo sociale.
Il primo a parlarne fu Erodoto nelle sue Storie (III,99):

Altre genti dell’India, localizzabili più verso oriente, sono nomadi e si nutrono di carni crude: si chiamano Padei; ed ecco quali sono, a quanto si racconta, le loro abitudini: quando uno di loro si ammala, uomo o donna che sia, viene ucciso; se è uomo, lo uccidono gli amici più intimi sostenendo che una volta consunto dalla malattia le sue carni per loro andrebbero perdute; ovviamente l’ammalato nega di essere tale, ma gli altri non accettano le sue proteste, lo uccidono e se lo mangiano. Se è una donna a cadere inferma, le donne a lei più legate si comportano esattamente come gli uomini. Del resto sacrificano chiunque giunga alla soglia della vecchiaia e se lo mangiano. Ma a dire il vero non sono molti ad arrivare a tarda età, visto che eliminano prima chiunque incappi in una malattia.

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Se questa descrizione presenta l’endocannibalismo sotto una luce cinica e spietata, la maggior parte delle tradizioni in realtà vi ricorrevano in maniera ritualistica. In linea generale, infatti, soltanto gli estranei o i nemici venivano mangiati per fame o come forma di violazione; nel caso di defunti appartenenti al proprio clan le cose si facevano più complesse. Il capo tribù dei Jukun dell’Africa Occidentale, ad esempio, mangiava il cuore del suo predecessore per assorbirne le virtù; in molti altri casi l’assunzione delle carni umane era trattata come una vera e propria forma di rispetto per i defunti. Per noi risulta forse difficile accettare che vi sia della pietà filiale nell’atto di mangiare il corpo del proprio padre (patrofagia), ma possiamo comunque intuire la portata simbolica di questo gesto: il morto viene assimilato, e diventa parte vivente della sua progenie. Gli antenati, in questo modo, non sono degli spiriti lontani la cui protezione va invocata con riti e preghiere, ma sono verità tangibile e pulsante nella carne della propria stirpe.

Piuttosto significativo in quest’ambito di discussione risulta il caso dei Tapuya brasiliani, presso i quali talvolta, quando un padre invecchiava al punto da non potere più seguire gli spostamenti del gruppo, intrapresi solitamente per soddisfare i bisogni dei vari nuclei familiari, chiedeva ai parenti stretti di mangiare le sue carni e continuare così a vivere nei discendenti, dal momento che le sue precarie condizioni fisiche avrebbero costituito un ostacolo per l’intera comunità. A tale richiesta dunque il figlio maggiore concedeva il suo assenso ed esternava il suo dolore innalzando grida di sgomento di fronte ai propri consanguinei.
Dopo la morte per cause naturali dell’anziano del gruppo, il suo corpo veniva arrostito nel corso di una complessa cerimonia accuratamente eseguita e l’intera famiglia, unitamente alla comunità, ne divorava le parti, accompagnando il pasto comune con urla e lamenti, alternati a racconti delle gesta del defunto. Ossa e cranio venivano frantumati e bruciati, mentre il resto del corpo era disposto in un grande recipiente di terracotta e quindi sotterrato.
Sembra che i bambini invece fossero mangiati soltanto in caso di estrema necessità o di pericolo e unicamente dalla propria madre, oppure quando morivano per cause sconosciute; si pensava infatti di non potere offrire loro una tomba migliore del corpo nel quale si erano formati.

(L. Monferdini, Il cannibalismo, 2000)

Usanze similari erano diffuse in Africa e nel Sudamerica (Amazzonia, Valle di Cauca, ecc.) dove diverse tribù solevano nutrirsi delle ceneri dei familiari mescolate assieme a bevande fermentate. In diverse tradizioni, erano solo le ossa ad essere mangiate, una volta bruciata la carne. I Tariana e i Tucano del Brasile riesumavano la salma alcuni mesi dopo la sepoltura, arrostivano le carni fino a che non rimaneva soltanto lo scheletro, che poi veniva finemente triturato e aggiunto a una bevanda destinata al consumo dell’intera comunità.

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Gli Yanomami del Venezuela praticano questa forma di endocannibalismo delle ceneri ancora oggi. Il corpo del defunto viene in un primo momento avvolto in strati di foglie e portato lontano dal villaggio, nella foresta. Lì viene lasciato agli insetti per poco più di un mese, finché tutti i tessuti molli non sono scomparsi. Allora le ossa vengono raccolte, cremate, e le ceneri sono disciolte in una zuppa di banane distribuita a tutta la tribù. Se avanzano delle ceneri, queste possono essere conservate in un vaso fino all’anno successivo, quando per un giorno (il “giorno della memoria”) viene sollevato il divieto di parlare dei morti e, bevendo la zuppa, l’intero villaggio si riunisce per ricordare le vite e le gesta dei defunti.

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Ma questi esempi non dovrebbero suggerire l’erronea impressione che il cannibalismo sia stato appannaggio esclusivo delle popolazioni tribali del Sudamerica, dell’Oceania o dell’Africa. Recenti scoperte hanno mostrato come la pratica fosse diffusa nelle isole britanniche all’epoca dei Romani, negli Stati Uniti del Sud, e che le abitudini antropofaghe risalgono addirittura all’epoca degli ominidi di Neanderthal o a prima ancora (vedi Homo antecessor). I ritrovamenti di ossa con segni di cottura e raschiatura, e di feci umane fossili contenenti mioglobina (una proteina che si trova esclusivamente nel cuore e nei muscoli), sembrano confermare l’ipotesi che il cannibalismo sia esistito nel nostro passato in maniera molto più diffusa del previsto.

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Un team di esperti capitanati dal professor Michael Alpers della Curtin University of Technology, studiando nel 2003 le malattie da prioni, per capire in particolare perché una buona percentuale di persone in tutto il mondo ne sia immune, è arrivato alla conclusione che si deve ringraziare proprio il cannibalismo. Esaminando un gruppo di donne della tribù Fore della Papua Nuova Guinea, particolarmente resistenti alla patologia da prioni chiamata kuru, si è scoperto che il responsabile della protezione dalla malattia è un particolare gene “duplicato”: le persone che posseggono il doppio gene sono al riparo dal kuru, quelle che hanno un gene singolo sono a rischio. Tutte le femmine Fore dotate di questa specie di “anticorpo” avevano preso parte, dagli anni ’20 agli anni ’50, a banchetti cannibali durante la più disastrosa epidemia di encefalopatie da prioni. Alle donne e ai bambini era consentito di mangiare soltanto il cervello e gli organi interni dei defunti, mentre i maschi si dividevano la carne (non infetta dai prioni). In alcune comunità le donne furono quasi completamente decimate, ma quelle che sopravvissero svilupparono la seconda copia del gene in grado di salvarle.
Il fatto però che questo doppio gene sia piuttosto comune nella popolazione mondiale ha fatto ipotizzare ad Alpers che esso sia un lascito dell’antica diffusione del cannibalismo, o perlomeno dell’endocannibalismo ritualistico, su scala globale: un passato che accomunerebbe gran parte dell’umanità.

Holt Cemetery

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A New Orleans, se scavate due o tre metri nella terra, potreste trovare l’acqua. Questo è il motivo per cui, in tutto il Delta del Mississippi (e in gran parte della Louisiana, che per metà è occupata da una pianura alluvionale), di regola i cimiteri si sviluppano above ground, vale a dire in mausolei e loculi costruiti al di sopra del livello del suolo. Ma ci sono eccezioni, e una di queste è lo Holt Cemetery.

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Si tratta del “cimitero dei poveri”, ossia del luogo che ospita i cari estinti di coloro che non possono permettersi di far costruire una tomba sopraelevata. I costi funerari, negli Stati Uniti, sono esorbitanti e perfino famiglie in condizioni più o meno agiate devono talvolta aspettare mesi o anni prima di poter permettersi il lusso di una lapide. Lo Holt Cemetery è una delle “ultime spiagge”, riservate ai meno abbienti.

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Non è raro trovarvi delle lapidi in legno o altri materiali, insegne di tipo artigianale, su cui sono stati iscritti con vernice e pennello le date di nascita e di morte del defunto.

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In altri casi le tombe ospitano gli effetti personali del morto, perché la famiglia non aveva spazio o possibilità di metterli da parte – ma questa non è forse l’unica motivazione. New Orleans infatti è stata storicamente il crocevia di diverse etnie (neri, europei, isleños, creoli, cajun, filippini, ecc.), e ha raccolto un patrimonio culturale estremamente variegato e complesso. Questo si rispecchia anche nei rituali religiosi e funebri: alcuni di questi oggetti sono stati lasciati lì intenzionalmente, per accompagnare il parente nel suo viaggio nell’aldilà.

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Ma il problema dello Holt Cemetery è che lo spazio non è mai abbastanza: quando una tomba è in stato di abbandono, i guardiani possono decidere di riutilizzarla. Non esiste un piano regolatore, non esistono posti assegnati, né un vero e proprio registro. I nuovi morti sono sepolti sopra a quelli vecchi, dei quali non rimane traccia alcuna. Così, per evitare che si salti a conclusioni affrettate, alcune famiglie continuano a lasciare nuovi oggetti, o a sistemare corone di fiori, a erigere recinti o semplicemente a modificare l’aspetto della lapide per segnalare che quel loculo è ancora “in uso”. Si racconta ad esempio di una tomba accanto alla quale qualche anno fa era stata posizionata una sedia di latta, e sulla sedia stava aperto un libro che cambiava ogni settimana.

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I sepolcri più appariscenti, nel cimitero di Holt, sono quelli della famiglia Smith. Arthur Smith, infatti, è un artista locale che ha partecipato a diverse mostre di outsider art: ancora oggi lo si può vedere spingere il suo carrello per le discariche della città, alla ricerca di quei tesori con cui fabbricherà la sua arte povera. È proprio lui che mantiene in continua evoluzione le istallazioni che ha costruito attorno alle tombe di sua madre e di sua zia. (Potete trovare altre foto della sua produzione artistica qui).

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Nonostante i recinti e le cure dei familiari, come dicevamo all’inizio, il grande problema di New Orleans è sempre stata l’acqua, e non solo quella violenta e brutale degli uragani: basta una piena del Mississippi per causare gravi fenomeni alluvionali. Un po’ di pioggia, perché cada anche l’ultimo tabù. Ecco allora che nel piccolo cimitero di Holt i morti tornano a galla. Dalla terra umida affiorano parti di teschi, ossa che sventolano ancora brandelli di vestiti, piccoli rimasugli sbiancati dal tempo e dalla natura.

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C’è chi, venendo a conoscenza della situazione allo Holt Cemetery, grida allo scandalo, al sacrilegio e allo svilimento della dignità umana; ed è ironico, e in un certo senso poetico, il fatto che un simile cimitero sorga proprio a ridosso di un quartiere particolarmente benestante della città.

Questo strano luogo in cui i morti non hanno lapide, né una sepoltura sicura, sembra simboleggiare lo scorrere delle cose del mondo più che un cimitero opulento, circondato da alte pareti di marmo, in cui si entra come in un austero santuario in cui il tempo si sia fermato. Holt è il cimitero dei poveri, è tenuto vivo dai poveri. Qui non ci si può permettere nemmeno l’illusione dell’eterno, e la memoria esiste solo finché vi è ancora qualcuno che ricordi.

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(Grazie, Marco!)

Maschere mortuarie

Le maschere mortuarie sono una delle tradizioni più antiche del mondo, diffusa praticamente ovunque dall’Europa all’Asia all’Africa. Così come assieme al cadavere venivano spesso lasciati viveri, armi o altri oggetti che potessero servire al morto nel suo viaggio verso l’aldilà, spesso coprire il volto con una maschera garantiva al suo spirito maggiore forza e protezione. Nelle tradizioni africane queste maschere erano minacciose e terribili, per spaventare ed allontanare i dèmoni dall’anima del defunto. Nell’antico bacino del Mediterraneo, invece, la maschera veniva forgiata stilizzando le reali fattezze del morto: ricorderete certamente le più famose maschere funerarie, quella di Tutankhamen e quella attribuita tradizionalmente ad Agamennone (qui sopra).

Ma già dal basso Impero Romano, e poi nel Medio Evo, le maschere non si seppellivano più assieme al corpo, si conservavano come ricordi; inoltre si cercò di riprodurre in maniera sempre più fedele il volto del defunto. Si ricorse allora all’uso di calchi in cera o in gesso, applicati sulla faccia poco dopo la morte del soggetto da ritrarre: da questo negativo venivano poi prodotte le maschere funerarie vere e proprie. Si trattava di un processo che pochi si potevano permettere e dunque riservato a un’élite composta da nobili e sovrani – ma anche a personalità di spicco dell’arte, della letteratura o della filosofia. È grazie a questi calchi che oggi conosciamo con esattezza il volto di molti grandi del passato: Dante, Leopardi, Voltaire, Robespierre, Pascal, Newton e innumerevoli altri ancora.

La differenza con un ritratto dipinto o una scultura dal vivo è evidente: nelle maschere mortuarie non è possibile l’idealizzazione, lo scultore riproduce senza imbellettare, e ogni minimo difetto nel volto rimane impresso così come ogni grazia. Non soltanto, alcune maschere mostrano volti con fattezze già cadaveriche, occhi infossati, guance molli e cadenti, mascelle allentate. Con la sensibilità odierna ci si può domandare se sia davvero il caso di ricordare il defunto in questo stato – dubbio non soltanto moderno, visto che Eugène Delacroix aveva dato disposizioni affinché “dopo la sua morte dei suoi lineamenti non fosse conservata memoria”.

Eppure, se pensiamo che la fotografia post-mortem prenderà il posto delle maschere dalla fine del 1800, forse queste estreme, ultime immagini hanno un valore e un significato simbolico necessario. Possibile che ci raccontino qualcosa della persona a cui apparteneva quel volto? Il volto di un cadavere ci interroga sempre, pare nascondere un ambiguo segreto; quando poi si tratta del viso di un grande uomo, l’emozione è ancora più forte. Ci ricorda che la morte arriva per tutti, certo, ma segna anche la fine di una vita straordinaria, magari di un’epoca come nel caso della maschera mortuaria di Napoleone. E, soprattutto, riporta nomi celebri a una concretezza e una fisicità terrena che nessun dipinto, statua o addirittura fotografia potrà mai avere: si fanno segni della loro realtà storica, ci ricordano che questi uomini leggendari sono davvero passati di qui, hanno avuto un corpo come noi, e sono stati capaci di cambiare il mondo.

Se volete approfondire, questa pagina raccoglie molte delle principali maschere mortuarie con splendide foto; è anche consigliata una visita al Virtual Museum of Death Mask, più incentrato sulla tradizione russa, e che permette di confrontare le foto o i ritratti “in vita” e le maschere mortuarie di alcuni personaggi celebri.

Fotografia post-mortem

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L’introduzione del dagherrotipo, nel 1839, rese la fotografia ritrattistica molto più comune, e in  breve tempo divenne usanza ritrarre un’ultima immagine del corpo di un caro estinto. Questa, che può sembrare una consuetudine macabra o malsana, era in effetti molto spesso l’unica possibilità per una famiglia di ritenere un’estrema immagine del defunto – e in effetti si trattava nella maggioranza dei casi dell’unica fotografia posseduta dalla famiglia, soprattutto nel caso di morte di un infante, evenienza molto diffusa nell’epoca vittoriana.

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Spesso la fotografia veniva inoltre spedita ai parenti rimasti oltremare, che avevano così quell’unica opportunità di vedere il volto del defunto, e di sentirsi così più vicini al dolore e alla perdita dei familiari.

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I cadaveri venivano normalmente bloccati in pose che suggerissero un’idea di vita, come se i morti stessero riposando, dormendo o semplicemente sedendo su una sedia. I fotografi talvolta dovevano ingegnarsi a costruire delle vere e proprie armature di metallo per sostenere i corpi in posture che risultassero naturali. Altre volte, specialmente sulle fotografie di bambini, essi intervenivano sul negativo dipingendo occhi spalancati sulle palpebre chiuse del piccolo cadavere.

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Recentemente un fotografo tedesco, Walter Schels, e la sua partner Beate Lakotta hanno intervistato diversi malati terminali, inducendoli a parlare delle proprie aspettative e dei timori che nutrivano nei confronti della morte. Hanno poi scattato una fotografia ad ognuno di loro, prima e dopo il loro trapasso. Il risultato è un eccezionale ritratto umano, e un toccante tentativo di discernere, nella differenza fra il volto vivo e quello morto, quella scintilla che fa di ogni essere qualcosa di unico.

Le fotografie di Schels, assieme alle commoventi interviste, sono raccolte in questa pagina del Guardian.

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