La canzone dei suicidi

Articolo a cura della nostra guestblogger Veronica Pagnani

Nel 1933, dopo numerosi e vani tentativi di raggiungere il successo attraverso la musica, Rezső Seress, pianista ungherese autodidatta, venne abbandonato dalla storica compagna a seguito di una furiosa litigata. Seress, colto dallo strazio e dalla frustrazione, decise così di comporre di getto un brano al pianoforte dal titolo Gloomy Sunday (Domenica tetra).

Strano a dirsi, è proprio grazie a questo brano che Rezső finalmente riesce a riscuotere il meritato successo: il 78 giri appena prodotto fa il giro del mondo, e Rezső ormai crede di aver realizzato il suo sogno. Eppure una serie di fatti terribili e al tempo stesso misteriosi gli faranno cambiare idea.


A Berlino, dopo aver chiesto ad un gruppo musicale di suonare Gloomy Sunday, un giovane si spara un colpo di pistola alla testa, non riuscendo a sopportare l’opprimente melodia che ormai ossessionava la sua mente; soltanto sette giorni dopo una commessa, sempre a Berlino, viene ritrovata impiccata nella sua casa: accanto al suo corpo, uno spartito di Gloomy Sunday.

Una giovane donna di New York si suicidò con il gas. Accanto al suo corpo venne ritrovata una lettera in cui chiedeva che Gloomy Sunday venisse suonata al suo funerale.

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Persino a Roma vengono registrati nello stesso periodo casi di suicidio legati alla canzone maledetta: un uomo di 82 anni si butta dalla finestra dopo averla suonata al pianoforte, mentre una ragazza, colta da una profonda angoscia, si getta da un ponte.

Infine una donna, in Gran Bretagna, fu ritrovata morta a causa dei barbiturici dalla polizia allertata dai vicini, che non riuscivano più a sopportare l’alto volume con cui la donna era solita ascoltare la canzone.

I giornali dell’epoca riportano di almeno 19 suicidi legati a Gloomy Sunday. Si è molto discusso riguardo a questi casi di suicidio. Sono infatti molti a pensare che in realtà le indagini siano state truccate o “reinterpretate” dalla stampa, e gran parte delle morti sono difficilmente verificabili. Tuttavia, per scongiurare ulteriori morti e giudicandola deprimente, la BBC nel 1941 decise di non trasmettere la versione del brano interpretata da Billie Holiday, in un periodo già particolarmente triste a causa dei bombardamenti tedeschi.


Ironia della sorte, lo stesso Seress rimase vittima della sua canzone: non essendo mai andato negli Stati Uniti per raccogliere i soldi dei diritti d’autore del suo hit mondiale, trascorse la vita nella povertà e nella depressione, gettandosi infine dalla finestra del suo appartamento a Budapest nel 1968. Sopravvisse alla caduta, ma in ospedale riuscì a strangolarsi a morte con un cavo. Di lì a poco anche la sua amata avrebbe messo fine ai suoi giorni avvelenandosi. La leggenda urbana della “canzone ungherese dei suicidi” aveva avuto una degna conclusione.

Oggi la versione di Seress è forse la meno nota, soppiantata dalle più celebri (e meno deprimenti) versioni di Sarah Brightman, Bjork, Emilie Autumn, l’italiana Norma Bruni, Diamanda Galas, Sam Lewis e, naturalmente, Billie Holiday.

La sindrome di Cotard

Non c’è volto che non sia sul punto
di cancellarsi come il volto d’un sogno.
(Jorge Louis Borges, L’Aleph, 1949)

Immaginate per un momento un contesto spaventoso: venite coinvolti in un terribile incidente automobilistico, battete la testa e tutto si fa nero. Vi risvegliate in ospedale, e dopo qualche giorno riuscite ad alzarvi e recarvi in bagno da soli. Per la prima volta dopo il vostro blackout potete guardarvi nello specchio. E lì, di fronte a voi, sta una faccia che non riconoscete. Certo, assomiglia a voi, ma non siete voi.
Cosa pensereste? E qualora, rivedendo vostra moglie o vostro marito, i vostri figli e parenti, voi non sentiste assolutamente alcuna emozione, come reagireste? Forse arrivereste alla conclusione che tutto quello che state vivendo è un’illusione: in realtà voi siete morti in quell’incidente, e ora vi trovate in un deprimente aldilà, fatto ad immagine del buon vecchio mondo, ma che non vi può convincere appieno. Dopo un po’ cominciate a sentire il vostro corpo putrefarsi, vi sembra di non avere più gli organi interni, e allora a cosa serve mangiare? A cosa serve fare una qualsiasi delle cose che facevate prima, se sapete intimamente di essere dei morti che camminano?

Non è un romanzo di Philip K. Dick. Lo scenario da incubo appena descritto è quello che potrebbe vivere chi soffre della sindrome di Cotard, e non è nemmeno necessario un trauma cranico perché si manifesti. Nonostante abbia preso il nome dal neurologo francese Jules Cotard, egli non è stato il primo a descrivere la sindrome. Già nel 1788 Charles Bonnet riportò il caso di una donna anziana che rimase paralizzata quando una violenta corrente d’aria le colpì il collo mentre cucinava, ed ella collassò come se avesse avuto un infarto. Una volta ripresasi, la donna chiese alle figlie di essere vestita con il corredo funebre e di essere chiusa in una bara perché, di fatto, era “morta”.


Cotard nel 1880 venne invece a contatto con una donna di mezza età che si lamentava di non avere “né cervello, né nervi, né un petto, né uno stomaco, né gli intestini”. Ai suoi occhi, il suo corpo era in avanzato stadio di decomposizione; per lei non esistevano più né Dio né Satana, e siccome lei stessa non aveva più un’anima, non aveva nemmeno bisogno di mangiare. Questa donna morì di inedia e di fame.

La sindrome di Cotard è un rara affezione mentale che insorge in alcuni casi all’interno di quadri schizofrenici o psicotici, o anche associata all’uso di farmaci antivirali come l’aciclovir (il farmaco di scelta per la cura di herpes e varicella). I neurologi hanno scoperto un’interessante correlazione con la sindrome di Capgras, nella quale il soggetto si convince che i suoi parenti o amici siano in realtà degli impostori “travestiti” come i loro vecchi compagni. La sindrome di Capgras è rivolta verso l’esterno, verso altre persone, mentre la sindrome di Cotard riguarda il modo in cui un individuo vede se stesso; ma l’incapacità di riconoscimento è la stessa.

Studiando i casi di Capgras, alcuni neurologi sono arrivati alla conclusione che questa impossibilità di riconoscere gli astanti sia essenzialmente visiva: un soggetto affetto dalla sindrome riconosce facilmente sua moglie, ad esempio, solo se le parla al telefono – ma appena la vede di persona, si convince immediatamente che quella non è veramente lei. Così la teoria più accreditata è che sia avvenuta una disconnessione fra l’area della corteccia temporale che si occupa del riconoscimento visivo delle facce e le aree che associano le emozioni a quegli stimoli visivi (l’amigdala e altre strutture limbiche). Questo fa sì che, guardando la moglie, il soggetto non provi nessuna di quelle emozioni che ricorda di aver provato in passato, e di conseguenza il cervello raggiunge la conclusione che “poiché guardandola non provo nulla per lei, quella non può essere mia moglie, la donna che amo”.

Nei casi di Cotard, questo tipo di dinamica si ritorce contro l’immagine di sé (che sia in uno specchio, o nella propriocezione mentale interna); il soggetto non si riconosce più, e arriva a pensare di vivere un’illusione, di essere un cadavere ambulante o ancora peggio: alcuni pazienti credono  di aggirarsi in un mondo in cui tutto è morto, alberi compresi; altri sono convinti di essere all’inferno.


La cura farmacologica per la sindrome di Cotard include normalmente antidepressivi e antipsicotici; anche se, vista la scarsa conoscenza che abbiamo di questi rari fenomeni, si tratta sempre di cure sintomatiche.

Le psicosi di derealizzazione e le sindromi come quella di Cotard sono inquietanti non soltanto perché mostrano quanto poco sappiamo della nostra mente: ci ricordano soprattutto che la realtà è quello che crediamo che sia, perfino contro ogni logica o indizio razionale.

Sul tema raccomando il meraviglioso libro L’uomo che credeva di essere morto del celebre neuroscienziato Vilayanur S. Ramachandran.

Incubi in flash

Articolo a cura della nostra guestblogger Marialuisa

Per gli appassionati della mente umana, per gli esploratori di angosce e incubi, non può mancare una visita al sito ufficiale di David Firth,dove si si trova la raccolta dei suoi cartoni animati in flash.

David Firth nasce il 23 gennaio del 1983, è un artista poliedrico che ha diffuso i propri lavori in ambito video, musicale e creativo principalmente tramite web.

Il più famoso dei suoi lavori è la mini serie in flash Salad fingers, e tratta delle avventure di un personaggio umanoide che si caratterizza per le dita lunghissime e frastagliate simili ad insalata appunto ma dalla sensibilità insolitamente sviluppata.

Salad fingers è ossessionato dal tatto: tocca infatti oggetti di diversa natura (i suoi preferiti sono cucchiai arrugginiti, animali morti e una sorta di strano bruco) e sembra ricavarne sensazioni psichedeliche, cadendo in profondi stati di estasi che lo debilitano e lo sconvolgono; il ferirsi, poi, provoca l’apice di queste sensazioni, stordendolo fino allo svenimento. Il personaggio si esprime in monologhi parlati in un inglese britannico e dall’accento marcato, spesso condendoli con frasi in francese. È patetico, flebile e triste e le sue avventure sono per lo più rappresentazioni angoscianti, incentrate su elementi quali il sangue, la sporcizia, la violenza, i sanitari, gli umori corporali. Tutti dettagli urtanti per la sensibilità dello spettatore, in un clima di costante sospensione e un continuo stato di ansia senza la benché minima evoluzione.

Il personaggio ha diverse personalità, tutte in forte contrasto tra loro; le principali sono però due: la prima è violenta, sanguinaria e crudele, rappresentazione di puro odio verso se stessi ma soprattutto verso gli altri, senza scrupoli e senza rimorsi; l’altra è l’esatto opposto, una compensazione di mitezza, sottomissione a se stessi e alla realtà, una personalità così chiusa nelle proprie debolezze da vivere in un mondo totalmente inventato fatto di altri personaggi che sono solo suoi alter ego, un inferno pregno di sensi di colpa in cui egli si ritrova fragile e dipendente dagli affetti, seppure non reali.

Salad fingers è probabilmente il personaggio più noto perché tocca quei lati segreti e talvolta profondamente rifiutati che si celano in ogni essere umano, oscuri e rinnegati, come la crudeltà e il sadismo ma anche la fragilità emotiva, l’autolesionismo, la debolezza sentimentale e la dipendenza che si ha verso altre persone che ci rende vulnerabili e alla mercé della volontà altrui.

Eccovi un episodio di Salad fingers in cui il nostro eroe invita alcuni amici per una cenetta a base di pesce:

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Se reggete Salad fingers, i passi successivi sono senz’altro Spoilsbury Toast Boy e Milkman.

I temi dominanti nelle opere di Firth sono i disturbi della mente, l’autolesionismo, il cannibalismo, la decomposizione del corpo, la crudeltà dell’animo, la depressione, la solitudine e tutte le conseguenze che comporta l’alienazione; nel suo mondo, le turbe della mente si auto-generano e si moltiplicano come batteri, fino a corrompere l’essenza stessa della lucidità.

I mini-cartoni di David Firth sono un vero e proprio teatro della crudeltà che mette a dura prova la nostra sensibilità, soprattutto perché vengono sempre presentati in uno stadio di abbozzo, e alla fine non è nemmeno la morte ciò che ci lascia nauseati di fronte alle sue animazioni. È l’angoscia, l’ansia, la paura di quello che succederà, l’attesa che acuisce le sensazioni profonde di disagio e il desiderio di scappare da ciò che stiamo vedendo. I disegni, seppur abbozzati, rappresentano un incubo deformato e irrisolto: a dispetto del look trasandato, tutto è in realtà confezionato con estrema cura, i colori spenti, le prospettive, le musiche, tutto è sospeso e perturbante – tutto ci urla che è qualcosa che non vorremmo vedere eppure restiamo incollati, come nei sogni peggiori, in cui manca il controllo per riuscire a fuggire o svegliarsi.

Le passioni, che riscontriamo espresse in maniera neutra, terrorizzano perché sono quasi intoccabili pur nella loro estrema violenza, i linguaggi sono vari, spesso le lingue sono diverse, i suoni sono dilatati e isolati. La capacità primaria di Firth è quella di riuscire a ricreare l’essenza degli incubi, un faticoso agglomerato di elementi che trova una sua via per unirsi e realizzarsi nel modo più estremo e incisivo.

Placentofagia

Qualche tempo fa, Nicole Kidman dichiarò di aver mangiato la placenta dopo il suo ultimo parto. (Dichiarò anche di bere la propria urina per mantenersi giovane, ma quella è un’altra storia). Follie da VIP, direte. E invece pare che la moda stia prendendo piede.

La placenta, si sa, è quell’organo tipico dei mammiferi che serve a scambiare il nutrimento fra il corpo della madre e il feto, “avvicinando” le due circolazioni sanguigne tanto da far passare le sostanze nutritive e l’ossigeno attraverso una membrana chiamata barriera placentale, che divide la parte di placenta che appartiene alla mamma (placenta decidua) da quella del feto (corion). La placenta si distacca e viene espulsa durante il secondamento, la fase immediatamente successiva al parto; si tratta dell’unico organo umano che viene “perso” una volta terminata la sua funzione.

Quasi tutti i mammiferi mangiano la propria placenta dopo il parto: si tratta infatti di un organo ricco di sostanze nutritive e, sembrerebbe, contiene ossitocina e prostaglandine che aiutano l’utero a ritornare alle dimensioni normali ed alleviano lo stress del parto. Anche gli erbivori, come capre o cavalli, stranamente sembrano apprezzare questo strappo alla loro dieta vegetariana. Pochi mammiferi fanno eccezione e non praticano la placentofagia: il cammello, ad esempio, le balene e le foche. Anche i marsupiali non la mangiano, ma anche se volessero, non potrebbero – la loro placenta non viene espulsa ma riassorbita.

Se per quanto riguarda gli animali è intuitivo comprendere lo sfruttamento di una risorsa tanto nutritiva alla fine di un processo estenuante come il parto, diverso è il discorso per gli umani. Noi siamo normalmente ben nutriti, e non avremmo realmente bisogno di questo “tiramisù” naturale. Perché allora si sta diffondendo la moda della placentofagia?

La motivazione di questa pratica, almeno a sentire i sostenitori, sarebbe il tentativo di evitare o lenire la depressione post-partum. Più precisamente, la placenta avrebbe il potere di far sparire i sintomi del cosiddetto baby blues (quel senso di leggera depressione e irritabilità che il 70% delle neomamme dice di provare per qualche giorno dopo il parto), evitando quindi che degenerino in una depressione più seria. Sfortunatamente, nessuna ricerca scientifica ha mai suffragato queste teorie. Non c’è alcun motivo medico per mangiare la placenta. Ma le mode della medicina alternativa, si sa, di questo non si curano granché.

E così ecco spuntare decine di video su YouTube, e siti che propongono ricette culinarie a base di placenta: c’è chi la salta in padella con le cipolle e il pomodoro, chi preferisce farne un ragù per la lasagna o gli spaghetti, chi la disidrata e ne ricava una sorta di “dado in polvere” per insaporire le vivande quotidiane. Se siete persone più esclusive, potete sempre prepararvi un bel cocktail di placenta da sorseggiare a bordo piscina. Ecco un breve ricettario (in inglese) tratto dal sito per mamme Mothers 35 Plus.

Consci che l’idea di mangiare la propria placenta può non solleticare tutti i nostri lettori, vi suggeriamo un ultimo utilizzo, certamente più artistico, che sta pure prendendo piede. Si tratta delle cosiddette placenta prints, ovvero “stampe di placenta”. Il metodo è semplicissimo: piazzate la placenta fresca, ancora ricoperta di sangue, su un tavolo; premeteci sopra un foglio da disegno, in modo che il sangue imprima la figura sulla carta. Potete anche spargere un po’ di inchiostro sulla placenta prima di passarci sopra il foglio, così da ottenere risultati più duraturi. E voilà, ecco che avrete un bel quadretto a ricordo del vostro travaglio, da incorniciare e appendere nell’angolo più in vista del vostro salotto.

Viaggi spaziali

L’esplorazione spaziale, iniziata in modo pionieristico alla fine degli anni ’60, ha conosciuto un momento “morto” negli ultimi decenni, ma oggi sta tornando ad essere parte integrante dei progetti delle grandi agenzie aerospaziali. Gli Stati Uniti hanno pianificato i primi viaggi su Marte per la metà degli anni 2030; ESA, Russia e Cina sembra abbiano in progetto missioni similari. Ma al di là dello stimolo che questi salti nell’ignoto regalano alla nostra fantasia, ci sono dei lati oscuri con cui fare i conti (che sono poi quelli che ci interessano, qui a Bizzarro Bazar!).

Innanzitutto, teniamo presente che le enormi distanze da superare pongono diversi grattacapi. Prendiamo ad esempio una missione su Marte. Il vero problema, sostengono i professori della NASA, sarebbe il costo del “biglietto” di ritorno. Far decollare una nave spaziale dalla Terra richiede già una quantità di carburante inimmaginabile, e dotare il mezzo di una quantità di combustibile tale da permettere il viaggio di rientro è al momento pura utopia. Questo significa che il volo verso Marte sarebbe di sola andata. I primi pionieri dovrebbero divenire dei veri e propri coloni, disposti non soltanto ad esplorare il nuovo pianeta, ma a fondarvi una comunità. Dovrebbero essere scelte coppie in grado di riprodursi, per dar vita alla prima vera colonia marziana che comprenda bambini nati e cresciuti sul Pianeta Rosso. Quanti di voi non esiterebbero un attimo a lasciarsi tutto alle spalle per iniziare una nuova vita su Marte? Quale uomo accetterebbe di partire sereno, sapendo che non farà mai più ritorno, che non vedrà mai più il mare, i suoi famigliari, gli uccelli nel cielo?

Parecchi, a quanto sembra. Da quando il Journal of Cosmology ha indetto il “sondaggio”, almeno 500 volontari si sono presentati all’appello. Persone per cui l’avventura, la curiosità e la gloria valgono più di ogni altra cosa; persone che non hanno più nessun legame; persone che sognano un’epopea spaziale da quando hanno 10 anni. Forse sarà proprio questo il bacino al quale gli scienziati attingeranno, in un prossimo futuro, per selezionare gli equipaggi di questa epocale “invasione”.

Ma i viaggi spaziali sono anche lunghi, e il lato più cupo della nostra personalità può prendere il sopravvento. Lo spazio può diventare una gabbia fatta di paranoie, illusioni e depressione, fatto da cui gli scrittori di fantascienza ci mettono in guardia da molti anni. Innanzitutto, la solitudine. Una solitudine inimmaginabile. Finora i viaggi sono stati troppo brevi per una qualche manifestazione psicologica in questo senso. Ma la NASA continua a ponderare gli effetti dannosi dell’isolamento per lunghi periodi di tempo, tanto da investire 1,74 milioni di dollari nella Virtual Space Station, una sorta di “psicologo-robot” che dovrebbe aiutare e dare consigli agli astronauti depressi dalla profonda solitudine. Nel 2008, uno studio condotto al NHC HealthCare in Maryland Heights ha indicato che un cane robotico si è rivelato un ottimo rimedio per la solitudine dele persone anziane, quasi quanto un cucciolo reale… anche se l’immagine di un astronauta solo nello spazio, che parla e coccola un cane-robot non è delle più confortanti.

Nello spazio, un posto che a torto riteniamo “vuoto”, si spargono radiazioni di vario tipo. Senza la protezione dell’atmosfera, queste radiazioni possono essere pericolose. E non si tratta qui soltanto delle temibili esplosioni di raggi gamma (evento talmente raro da essere trascurabile), ma anche semplicemente delle più comuni radiazioni cosmiche: alcuni esperimenti hanno dimostrato che l’esposizione a questi raggi può causare alterazioni nell’ippocampo, l’area del cervello responsabile della creazione di nuove cellule cerebrali e ritenuta responsabile dell’apprendimento e degli stati di umore. Proteggere con scudi appropriati gli astronauti potrebbe significare ridurre i danni cerebrali e la depressione di un viaggio al di fuori dell’orbita terrestre.

Un altro problema dei viaggi astrali è la fornitura e la purificazione dell’aria. Molti studi condotti sugli scalatori di alta quota hanno dimostrato come uno scarso approvvigionamento di ossigeno porti a un calo di attenzione, di capacità cognitiva e di riconoscimento linguistico. In situazioni ancora più estreme, a ridotto apporto di ossigeno, si verificano danni permanenti al cervello. Per questo si stanno dotando le astronavi di potenti rilevatori, in grado di accorgersi in largo anticipo di un cambio nell’aria della capsula. Vengono sviluppati anche dei software in grado di “misurare” la coerenza delle risposte degli astronauti a determinate domande, per prevenire eventuali danni psichici.

Aggiungete a questo quadro lo stress del lavoro di un astronauta, costantemente vigile e attento, che deve tenere sott’occhio i parametri della missione, controllare l’equipaggiamento, sapendo che soltanto un po’ di lamiera lo protegge dall’agghiacciante vuoto siderale. Molte persone, in situazioni molto meno stressanti, si imbottiscono di psicofarmaci. L’uso e l’abuso di tali sostanze (già oggi utilizzate a bordo delle stazioni spaziali) sarà un ennesimo grattacapo da risolvere. E pensate anche solo per un momento a questa situazione: non siete voi a impazzire nello spazio, ma il vostro collega. Se nella vostra giornata quotidiana c’è sempre un orario di fine lavoro, che vi permette di staccare la spina, beh, su una navicella spaziale non esiste. Per quanto professionali gli astronauti si possano dimostrare, dovranno anche essere addestrati a far fronte a qualsiasi imprevisto, persino il crollo psicologico di uno dei membri dell’equipaggio.

Ed arriviamo infine alla questione più spinosa e difficile. Cosa fare quando un astronauta muore nello spazio?

La mitica Mary Roach, giornalista scientifica autrice dell’imperdibile Stecchiti (2005), ha da poco scritto un libro sui viaggi spaziali. Con la sua consueta scrupolosa curiosità, ha indagato anche il problema della morte nello spazio. E ci ha illuminato sulle ultime tendenze della NASA al riguardo.

La morte, già di per sé destabilizzante, diviene ancora più insostenibile in un ambiente estremo come il cosmo. Nessuno sa come un piccolo gruppo isolato nello spazio possa reagire di fronte alla scomparsa di un membro: sentimenti di paura, perdita di controllo, rabbia, colpa o attribuzione di colpa possono instaurarsi. Di fronte a un decesso che colpisce inaspettatamente un membro dell’equipaggio durante una missione, il tempo per preparare il corpo sarà soltanto di 24 ore, per prevenire infezioni. Ad ogni astronauta verrà chiesto di riempire un diario in cui annotare e sfogare le proprie emozioni al riguardo.  Il corpo, dopo una cerimonia funebre che ricordi quelle terrestri (che serva da guida per la difficile situazione e riaffermi i valori che ci accomunano), verrà deposto in un modulo apposito, studiato per eseguire la cosiddetta Promession: si tratta di un “compostaggio” ecologico dei resti umani, per mezzo del quale il corpo viene completamente congelato, poi scosso violentemente fino a ridurre la salma in una fine polverina. La capsula contenente il cadavere polverizzato verrà poi estromessa dall’astronave, là dove nessuno può vederla, trattenuta da un braccio meccanico, e lì resterà fino a quando l’astronave non rientrerà sulla Terra (ritraendosi poco prima dell’impatto con l’atmosfera); una volta atterrata potrà finalmente avere degna sepoltura. Una particolare attenzione verrà mantenuta sui “sopravvissuti”, per evitare crolli psicologici e follia.

Ecco l’articolo di Mary Roach in cui viene spiegata l’intera procedura (in inglese).

Il sogno di “fare l’astronauta” non ha mai perso il suo fascino. Ma oggi, quando questa fantasia sta quasi per diventare realtà, gli scienziati continuano a interrogarsi su quali siano le vere barriere con cui dovremo fare i conti. E pare che i mostri più pericolosi, gli alieni più letali, prenderanno corpo nella nostra stessa mente.

Tetsuya Ishida

Quando nel 2005, a soli 32 anni, il pittore giapponese Tetsuya Ishida morì sotto un treno, per chi conosceva la sua opera venne più che naturale pensare che si trattasse di suicidio. I suoi quadri, infatti, sono talmente carichi di un’angoscia gelida e paralizzante da poter essere letti in un’ottica prettamente personale di depressione e solitudine.

Eppure i suoi dipinti surrealisti vanno ben al di là della semplice espressione di un disagio individuale. Certo, i quadri di Ishida avevano come protagonista assoluto e ossessivo Ishida stesso, che nei suoi autoritratti si figurava come una vittima dal corpo fuso con gli elementi architettonici e tecnologici quotidiani. Ma  la sua forza evidente è quella di offrire un ritratto drammatico dell’uomo moderno, al di là dell’autoritratto. Un uomo irrimediabilmente oppresso e imprigionato, reificato, ormai ridotto ad oggetto inanimato, parte integrante di una catena di montaggio di stampo industriale che lo priva di ogni identità.

Benché lo stile e l’immaginario di Ishida siano tipicamente giapponesi (a qualcuno di voi verrà certamente in mente il Tetsuo di Tsukamoto), i temi che sono affrontati nelle sue opere hanno valenza universale ed esprimono le paure di tutto il mondo “civilizzato”. L’ibridazione uomo-macchina, tema fondamentale della fine del secolo scorso con cui si sono confrontati autori del calibro di James G. Ballard o di David Cronenberg, è uno dei tratti fondamentali della nostra cultura.

Se negli anni ’50 si poteva pensare che la tecnologia ci venisse in aiuto e facesse da protesi senza che questo intaccasse la nostra stessa identità e il concetto di corpo, oggi è ovvio che non è così. Gli ambienti in cui viviamo entrano a far parte delle architetture della mente, così come il corpo diviene sempre più sfuggente, ibridato, multiforme. Il concetto identitario cambia e si trasforma continuamente.

Ishida mostra di essere consapevole di questo nuovo assetto, e allo stesso tempo denuncia la violenza che l’individuo subisce a livello sociale. In un paese come il Giappone, l’allarme lanciato dall’artista è che la conseguenza di un’impostazione di lavoro così oppressiva non può che portare a una totale deumanizzazione.

Purtroppo, a parte il sito ufficiale (in giapponese) con diverse splendide gallerie, sulla rete si trovano pochissime informazioni su questo prolifico pittore scomparso prematuramente.