Miraggi

Tutto quel che vediamo, quel che sembriamo
non è che un sogno dentro un sogno.
(E.A. Poe)

∼ Miraggi inferiori ∼

Aria molto calda vicina al suolo, e più fredda al di sopra. I raggi di luce rifratti dagli oggetti in lontananza vengono deviati dalla colonna di aria torrida che si sposta verso l’alto. Ecco il miraggio classico dei beduini del Sahara, le oasi fresche fra le dune e le pozze d’acqua là dove non c’è altro che sabbioso deserto.

Miraggio che accompagna anche un altro tipo di nomade, colui che non può fare a meno di viaggiare perché è in preda ai blues dell’autostrada, e che sa bene come l’asfalto possa apparire bagnato sotto il sole rovente.

Più ci si avvicina, più l’illusione svanisce. Ci affrettiamo verso l’acqua agognata per scoprire che era soltanto un inganno; e il correre nient’altro ha fatto se non peggiorare la nostra sete. “Perché l’acqua di un miraggio non è vista da chi vi sta vicino? – si domandava NāgārjunaIl modo in cui questo mondo è visto come reale da chi sta lontano non è lo stesso in cui è visto da chi sta vicino, per il quale è privo di realtà, come un miraggio”. Forse anche noi presto saremo abbastanza vicini alla verità da renderci conto che è un’illusione.

∼ Miraggi superiori∼

Il transatlantico, nella notte scura rischiarata soltanto dalle stelle, filava sull’acqua maestoso. A bordo, passeggeri in festa: all’orizzonte, una strana bruma. Reginald Lee era di vedetta:

Una notte chiara e stellata sopra di noi, ma al momento dell’incidente c’era una nebbia a prua, […] in effetti si estendeva più o meno per tutto l’orizzonte. Nessuna luna.

Foschia scura, corolla indefinibile, appena sopra l’orizzonte, ma troppo lontana per sembrare un funesto presagio. Dal nulla di quella caligine poi, senza preavviso, come un gigante che irrompesse in scena dal sipario funebre, ecco l’enorme profilo lattiginoso.

Era una massa scura che venne fuori da quella nebbia e non c’era traccia di bianco finché non fu proprio accanto al fianco della nave.

Sembra che sia andata proprio così: il Titanic probabilmente affondò per colpa di un miraggio. La montagna di ghiaccio era nascosta fino all’ultimo istante dalla luce siderale, piegata dal freddo del mare.

Ironicamente, si tratta dello stesso genere di miraggio che diede a un’altra nave, questa volta fantastica, una vita eterna, una persistenza tenace nelle fantasie dei marinai. L’Olandese Volante, che fluttuava immortale sopra le acque dell’oceano, forse deve la sua leggenda all’abbaglio chiamato “miraggio superiore”. Superiore perché le sue fantasmagorie appaiono sopra la linea dell’orizzonte, e talvolta le navi che stanno al di là della curvatura della Terra, e che non potremmo a rigore riuscire a vedere, ci appaiono sospese nell’aria.


Come gli alpinisti, che temono e rispettano la montagna, il popolo del mare conosceva un segreto che sfuggiva agli uomini di terraferma. Era conscio della natura insidiosa dell’acqua, sapeva i gorghi pronti a spalancarsi, le visioni, i fuochi magici sui pennacchi, i terribili mostri gemelli che attendevano le imbarcazioni in quella striscia di mare fra Sicilia e Calabria.

∼ Fata Morgana ∼

È proprio sullo Stretto di Messina che di tanto in tanto è avvistato il Castello nel Cielo, la dimora della Fata, crudele sorellastra di Artù figlio di Pendragon. Le arti magiche della fattucchiera fanno sì che il maniero alato sia visibile sia dalle coste dell’isola che dalle sponde calabre. Molti credettero di poter conquistare i suoi tremuli bastioni, finendo miseramente affogati.

Così la Fata Morgana ha dato il nome al più raro dei miraggi superiori, capace di accavallare tre o più strati di oggetti, invertiti e distorti, in un magma visivo in costante mutamento. Il miraggio definitivo, in cui nulla è ciò che appare; apparizioni impossibili di torri lontane e cupe, città incantate, foreste fantasma. L’orizzonte non è più una promessa, ma un beffardo abbaglio.

∼ Il miraggio del Tutto ∼

Una volta Chuang-Tzu sognò d’essere una farfalla: era una farfalla perfettamente felice, che si dilettava di seguire il proprio capriccio. Non sapeva d’essere Tzu. Improvvisamente si destò e allora fu Tzu, gravato dalla forma. Non sapeva se era Tzu che aveva sognato d’essere una farfalla, o una farfalla che sognava d’essere Tzu.

Quello che Chuang-Tzu omette di considerare è la possibilità che sia lui che la farfalla siano un sogno: il sogno di qualcun altro.
I fisici quantistici, moderni poeti, mistici, artisti, ci suggeriscono la possibilità di un cosmo olografico. Per alcuni uomini di scienza, l’intero universo sarebbe un simulacro, una sofisticata simulazione (atomi-pixel), e noi i personaggi che a poco a poco stanno prendendo coscienza di far parte di un gioco. Il metodo di Galilei abbraccia ora le lucide allucinazioni dei mangiatori d’oppio, è la matematica a dirci per prima che “la vita è sogno”.

Fra i sostenitori dell’ipotesi che vede questo universo come un’elaborata finzione all’interno di un algoritmo alieno, c’è anche un controverso, visionario innovatore che sta cercando di metterci al riparo dalla minaccia delle Intelligenze Artificiali forti. Il suo inconcepibile progetto: fondere le nostre cortecce cerebrali con la Rete, liberandoci per sempre dal virus del linguaggio e, nel tempo, riprogrammando dall’interno un corpo ormai obsoleto. Mutate or die!
E la mutazione comincerà, c’è da starne certi, non nel giro di duecento anni, ma nei prossimi dieci o quindici.

Oggi ci guardiamo attorno, e tutto è miraggio.
Da millenni si discute del Grande Sogno, ma mai come ora il velo di Maya è stato così sottile, pronto a strapparsi ad ogni istante.
Cosa può significare, per noi, accettare una possibile irrealtà del tutto? Significa forse il relativismo assoluto, che uccidere non è poi così grave, che tutto è privo di valore? Non erano le ultime parole di Hassan-i Sabbāhnulla è vero, tutto è permesso”?
[Il vecchio Uncle Bill sorride sornione dal suo universo parallelo, attorniato da seducenti ragazzi-scolopendra.]
O dobbiamo intendere il miraggio come liberazione? Che, finalmente, la morte sia davvero quel passaggio raccontato da tutti gli illuminati, e che il mondo vero non sia questo? Ma esiste, poi, un mondo vero? O è un altro miraggio dentro a un miraggio?

Di nuovo Chuang-Tzu, lo stesso della farfalla:

Gli stolti credono d’essere desti e sanno minuziosamente se sono principi o pecorai. Che certezza! Tanto io, Ch’iu, che tu sogniamo. È un sogno anche che io dica che tu sogni.

(Grazie, Bruno!)

Pietre semoventi

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Nella suggestiva cornice di un lago prosciugato per la maggior parte dell’anno, sul lato a nordovest della famosissima Death Valley in California, le pietre mobili della Racetrack Playa hanno intrigato geologi e fisici per decenni. In questa conca riempita di sabbia sedimentaria, durante il periodo di intensa pioggia, l’acqua si riversa trasformando il terreno in un denso pantano; in seguito, seccandosi al caldo del sole, il fango si restringe ricoprendosi di mille crepe e formando i caratteristici poligoni che ricoprono l’intera superficie della Playa. E in questo strano posto, le rocce si muovono da sole.

Le pietre semoventi sono tutte diverse fra di loro: ce ne sono di smussate e di aguzze, di piccole e grandi dimensioni; quanto a categoria litologica, alcune sono sieniti, altre dolomiti; alcune si muovono per pochi metri, altre per qualche decina. Durante i loro spostamenti, le rocce possono addirittura girare su se stesse, e finire per appoggiare a terra una diversa “faccia” rispetto alla loro posizione di partenza. Se due rocce partono contemporaneamente, possono continuare a muoversi in parallelo, oppure una delle due può improvvisamente fare una virata in un’altra direzione. Spesso le rocce procedono a zig-zag, lasciando delle tracce larghe in media una ventina di centimetri, ma profonde meno di tre centimetri.

Perché gli scienziati ci stanno mettendo tanto a capire cosa fa muovere questi sassi? Il problema è che nessuno le ha mai viste mentre si spostano. Si è potuta misurare approssimativamente la loro velocità, la lunghezza del percorso, ma qualsiasi monitoraggio è stato effettuato soltanto prima e dopo lo spostamento. Questo perché per fare pochi metri le pietre ci mettono anche 4 anni; e intendiamoci, non è che si muovano lentamente ma costantemente: le tracce indicano anzi dei movimenti piuttosto repentini (il fango viene spinto sui lati della scia). Ma quale geologo può perdere quattro anni ad aspettare il momento giusto, in cui un sasso faccia un piccolo passo in avanti?

Racetrack-Playa

Fin dal 1915, quando avvenne il primo “avvistamento” di cui ci resti traccia scritta, sono state avanzate molte teorie: la maggior parte di esse concordano sull’ipotesi di base, che vede il fondo della Playa trasformato dalle piogge in un fango denso d’acqua ma non completamente alluvionato, e la presenza di fortissimi venti (da quelle parti durante l’inverno soffiano fino a 145 km/h) che metterebbero in moto le pietre. Nel 1952 avvenne addirittura un esperimento piuttosto eccentrico: un geologo, convinto proprio di questa teoria, decise di alluvionare con l’acqua un’area specifica della Playa, e utilizzò il motore di un aereo per creare il più forte vento artificiale disponibile all’epoca. Potete immaginare i risultati – le pietre rimasero pacifiche e serene nella loro posizione, senza spostarsi di un centimetro.


Altre ipotesi indicano come possibile causa i cosiddetti diavoli di sabbia, piccoli vortici d’aria, non rari nella zona, oppure l’abbassarsi delle temperature che, ghiacciando leggermente la superficie del lago prosciugato, diminuirebbero l’attrito. Alcuni hanno pensato a glaciazioni più importanti, dei veri e propri lastroni di ghiaccio nei quali le pietre rimarrebbero prigioniere, e che scivolerebbero lentamente in avanti. Ma negli anni ’70 alcuni ricercatori provarono a piantare dei pali vicino ad alcune pietre – l’idea era che se si fosse formata una lastra di ghiaccio, avrebbe inglobato sia la pietra che i pali, ma a causa di questi ultimi non si sarebbe potuta muovere. Eppure alcune pietre “scapparono” da questa trappola senza problemi.

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Negli anni, quindi, il fenomeno venne annoverato fra i misteri insoluti dalla scienza, guadagnandosi il consueto corredo di spiegazioni soprannaturali, ufologiche, magnetico-astrali, magiche, e via dicendo. Con l’arrivo dei turisti, le pietre cominciarono di tanto in tanto a sparire, perché, diciamocelo chiaramente: chi non vorrebbe portarsi a casa un sasso che, visto che si muove da solo, deve per forza avere un “campo energetico” davvero unico, e delle virtù taumaturgiche miracolose? Peccato che, una volta al di fuori della Racetrack Playa, le pietre rimanessero inspiegabilmente ferme.

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Arriviamo quindi ad anni più recenti, e al contributo di Ralph Lorenz, fisico planetario che lavora nel campo delle esplorazioni spaziali ma anche della geologia dei pianeti. Nel 2006 Lorenz stava disponendo alcune centrali meteorologiche miniaturizzate proprio nella Racetrack Playa per un progetto NASA – nella Death Valley le condizioni climatiche durante l’estate sono talmente estreme da poter servire da modello per gli studi su Marte. E lì Lorenz rimase affascinato dal fenomeno delle pietre semoventi. Decise che, visto che le sue stazioni meteorologiche non venivano utilizzate durante l’inverno, le avrebbe impiegate per far luce sul mistero. Studiando la letteratura scientifica, scoprì che nelle zone artiche il ghiaccio imprigiona spesso dei massi, facendoli galleggiare fino a riva, dove creano addirittura delle barricate. Ma Lorenz non era convinto che sulla Playa si formassero dei lastroni di ghiaccio enormi. Osservando meglio le tracce delle rocce, si accorse di un dettaglio singolare: alcune rocce sembravano andare a sbattere l’una contro l’altra, rimbalzando e cambiando poi direzione; la cosa strana però è che la scia non andava completamente fino alla roccia colpita, ma si fermava a qualche decina di centimetri, come se fosse stata respinta prima dell’impatto. Lorenz si convinse che attorno alla roccia doveva esserci stato una sorta di “collare” di ghiaccio, un anello che la circondava. L’idea combaciava con i risultati provenienti dai suoi sensori meteorologici, che indicavano una parziale glaciazione della zona durante l’inverno, associata ai copiosi rovesci di pioggia.

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Ciò che separa le teorie di Ralph Lorenz da quelle di tutte gli altri scienziati è che Lorenz riuscì a replicare il fenomeno in laboratorio – o, meglio, a casa sua: creò cioè una vera e propria roccia semovente nella sua cucina. Mise un sasso in un recipiente di plastica, che riempì d’acqua in modo che la punta della roccia rimanesse scoperta; poi infilò il tutto nel freezer. Ora aveva un disco di ghiaccio con una roccia incastonata al suo interno; lo capovolse, e lo fece galleggiare in una vasca il cui fondo era riempito di sabbia. Soffiando dolcemente sul sasso, ecco che questo si mosse attraverso la vasca, lasciando una scia sul terriccio sottostante.

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Nel 2011 Lorenz e il suo team di esperti avevano raccolto abbastanza dati da proporre il loro studio alla comunità scientifica. Quello che succede nella Racetrack Playa, fatte le dovute proporzioni, è simile all’esperimento casalingo di Lorenz: 1) un anello di ghiaccio si forma attorno alla roccia; 2) il cambiamento nel livello delle piogge fa venire a galla il tutto, spesso capovolgendo o inclinando la roccia in posizioni inedite; 3) a questo punto non servono nemmeno i violentissimi venti teorizzati dalle precedenti ricerche, perché l’anello che sostiene il sasso è praticamente senza attrito sull’acqua, e una leggera brezza può bastare per farlo muovere.

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Nonostante il fenomeno abbia ormai trovato una spiegazione esauriente, corroborata da studi geo-meteorologici ed efficacemente replicata in condizioni controllate, le pietre mobili della Playa sono ancora vendute come “mistero inspiegabile” da molte trasmissioni televisive, che non rinunciano facilmente a una simile gallina dalle uova d’oro. D’altronde gli stessi Ranger della zona lo sanno bene: i turisti si chiedono meravigliati come possano muoversi le pietre, ma se si prova a spiegare loro il vero motivo, spesso si infastidiscono e non vogliono ascoltare. Sono venuti lì per il mistero, non per avere risposte.

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Eppure forse la bellezza di queste pietre che per millenni sono state, e continueranno ad essere, trasportate dal ghiaccio, incidendo enigmatiche geometrie a zig-zag nella sabbia di un lago prosciugato e inospitale, non ha alcun bisogno del mistero per essere commovente: si tratta di un’altra delle infinite, strane meraviglie di questo piccolo pianeta perduto nel nero.

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Il canto delle dune

Deserto

Già Marco Polo nel descrivere il Deserto di Lop (situato in Cina) scriveva che “è un fatto assodato e riconosciuto che questo deserto ospiti molte presenze maligne, che spingono i viaggiatori alla distruzione con le illusioni più straordinarie”. Questi spiriti, o djinn, “a volte riempiono l’aria con i suoni di ogni tipo di strumento musicale, e anche di tamburi e  il fragore delle armi”.

Il deserto, in effetti, non è il luogo silenzioso e immobile che ci figuriamo, dove si può udire soltanto il flebile suono del vento. Nel deserto, la sabbia canta. Esiste anche un nome arabo per questo fenomeno: za’eeq al raml, la sabbia urlante.

A Liwa, negli Emirati Arabi, gli scienziati hanno cominciato a registrare e studiare gli strani suoni che le dune ospitano. Si tratta, asseriscono, dello scivolare di uno strato di sabbia sull’altro, delle vibrazioni di particelle di sabbia all’unisono sulle dune. Questo tipo di “canto” può essere creato camminando proprio sulla cresta di una di queste montagne di sabbia, e cresce di intensità ad ogni passo.

Il suono emesso è simile a quello basso e costante di un didgeridoo, o di un aeroplano che vola a bassa quota, ma può talvolta essere violento come un colpo di cannone. È la voce di quell’entità, al tempo stesso terribile e materna, che è il deserto.

Potete ascoltare le registrazioni della sabbia urlante all’interno di questo articolo.