Eros nascosto

Il più delle volte, le nostre virtù sono soltanto vizi camuffati.

(La Rochefoucauld, Massime, 1665)

Siamo a favore della libertà, e contro le censure d’ogni genere.
Eppure, oggi che il sesso è onnipresente e sdoganato, ci manca qualcosa. Nell’erotismo esiste infatti uno strano paradosso: il bisogno di una proibizione da trasgredire.
Il sesso è sporco? Solo quando è fatto bene”, scherzava Woody Allen, riassumendo quanto i divieti della morale benpensante (o religiosa) abbiano in realtà giovato e insaporito i congressi carnali.

Un esempio illuminante, in questo senso, può arrivare dai terribili casi editoriali degli ultimi anni: potremmo chiederci come mai oggi la letteratura erotica sembra prodotta da gente che non sa scrivere, per gente che non sa leggere.
I più grandi capolavori dell’erotismo sono emersi quando di sesso non era concesso scrivere. Sia l’autore (spesso affermato e rispettabile) che l’editore erano costretti a operare nell’anonimato, e se scoperti rischiavano condanne pesantissime. Letteratura pericolosa, fuorilegge: non la si scriveva con il fine di vendere centinaia di migliaia di copie, ma per distribuirla sottobanco a chi era in grado di comprenderla.
Paradossalmente, quindi, era proprio la severità della censura a garantire che alla pubblicazione di un’opera erotica corrispondesse un’urgenza poetica, autoriale. Così la letteratura piccante, in molti casi, rappresentava un’espressione artistica necessaria e insopprimibile. L’attraversamento di una frontiera, di una barriera.

Visto il piatto panorama attuale, è inevitabile che finiamo per guardare con curiosità (se non addirittura con un pizzico di nostalgia) ai tempi in cui l’erotismo andava scrupolosamente occultato dagli sguardi indiscreti.
Una declinazione certamente originale di questo “immaginario sommerso” sono gli oggetti erotici che in Francia (dove ebbero particolare fortuna) vengono chiamati à système, cioè “con dispositivo”.
Si trattava di rappresentazioni oscene dissimulate dietro apparenze innocue, visibili soltanto da chi conosceva il meccanismo, il movimento segreto, il trucco necessario a svelarle.

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Qualcuno ricorderà come, una ventina d’anni fa, nei ristoranti cinesi la grappa fosse offerta a fine pasto in particolari bicchierini che avevano al loro interno una base di vetro convesso: quando le tazzine erano piene, la distorsione ottica veniva corretta dal liquido ed era possibile ammirare sul fondo una signorina discinta, che tornava invisibile a bicchiere vuoto.
Il concetto era lo stesso anche negli antichi objets à système: oggetti di uso comune o magari di arredamento che racchiudevano, celate alla vista degli eventuali ospiti, le inconfessabili fantasie dei proprietari.

Il tipo più semplice di oggetti à système erano i doppi fondi e gli scomparti segreti. Si potevano nascondere immagini scabrose negli accessori più svariati, dalle tabacchiere ai bastoni da passeggio, dalle finte scatole di formaggio ai quadri “multipli”.

Scatola in avorio con coperchio recante una doppia scena. XIX Secolo.

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 Gioco del domino, in avorio intarsiato alla maniera dei marinai, con tavole erotiche.

Gioco del domino, in avorio intarsiato alla maniera dei marinai, con tavole erotiche.

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Pomello di bastone da passeggio.

Quadri contenenti altrettante tele nascoste.

Una giovane donna legge un libro; aprendo il quadro si visualizzano le sue fantasie impudiche.

Altri oggetti, già leggermente più elaborati, presentavano invece un duplice volto: occorreva un cambio di prospettiva per scoprirne il lato indecente. Un classico esempio del primo ‘900 sono le sculture in ceramica o i posacenere che, una volta capovolti, riservavano qualche sorpresa.

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Il monaco, classica figura erotica, in questo caso nasconde il suo segreto nella gerla sulle spalle.

Pendaglio double face: le gambe della figura femminile si richiudono, ed ecco che sul retro si forma un romantico cuore fiorito.

Poi venivano gli oggetti che avevano al loro interno una cerniera o un meccanismo da azionare, oppure delle parti staccabili da sollevare. Alcune statuette, come ad esempio i bellissimi bronzi creati dalla celebre fonderia austriaca Bergman, restavano perfetti per decorare un ambiente in stile liberty, pur conservando il loro piccolo e vivace segreto.

 

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La parte alta di questa ceramica policroma forma un coperchio che, una volta tolto, mostra la signora Marchesa accovacciata nella posizione detta de la pisseuse, resa popolare da una famigerata stampa di Rembrandt.

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Tabacchiera, scultura marinara. Qui il meccanismo fa “cadere” il cappello del militare, scoprendo la vera natura della scena galante.

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Pipa di schiuma. Introducendo il curapipe nel fornello, si fa scattare una levetta.

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Con il tempo gli artigiani ricorsero ad idee sempre più fantasiose.
C’erano ad esempio i gruppi composti da due statuette distinte, che mostravano una casta e bella fanciulla in compagnia di un fauno galante. Ma bastava cambiare posto ai due protagonisti per visualizzare il seguito della vicenda, e constatare quanto le arti seduttive del satiro fossero in verità efficaci.

 

Esistevano poi altri stratagemmi, ancora più elaborati, per rendere piccanti gli oggetti comuni. L’immagine seguente mostra un finto libro (fine XVIII secolo) che nasconde uno scrigno segreto. Le chiavette a molla sulla parte inferiore permettono di srotolare un nastro contenente sette quadretti licenziosi, visibili attraverso una cornice ovale.

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Le figure seguenti invece sono un vero classico, e in molte varianti furono stampate su scatole, piatti, porta fiammiferi e utensili vari. A prima vista non tradiscono nulla di osceno; il loro segreto diventa evidente soltanto se si capovolgono, e si nasconde la parte bassa del disegno con una mano (potete provarci più sotto).

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Le medaglie della foto qui sotto erano particolarmente ingegnose. Ancora una volta, le immagini impresse sui due lati non avevano nulla di sconveniente se esaminate da un non iniziato. Facendo girare a mulinello la medaglia sul proprio asse, però, esse si “combinavano” come fotogrammi di un film, e apparivano assieme. Con risultati facilmente immaginabili.

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Per finire, ecco dei sorprendenti ventagli cinesi.
Nel suo La magia dei libri Mariano Tomatis riporta innumerevoli esempi storici di “libri manomessi”, cioè modificati in modo da ottenere effetti di illusionismo. Questi ventagli magici funzionano con un meccanismo simile: presentano su entrambi i lati delle figure innocue, a patto che il ventaglio venga aperto come di consueto da sinistra a destra. Ma se si apre il ventaglio da destra a sinistra, lo spettacolo cambia.

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La caratteristica principale di queste creazioni artigianali, rispetto all’arte erotica classica, era il loro costante elemento di ironia. Nell’idea di questi oggetti è ben visibile, cioè, una vena piuttosto beffarda e dissacrante.
Pensateci: chiunque poteva tenere delle opere pornografiche sotto chiave in cassaforte. Ma esibirle in salotto, di fronte a parenti e conoscenti ignari? Esporle in bella vista sotto gli occhi della suocera o del prete in visita?

Evidentemente questo era il piacere sopraffino, il vero trionfo della dissimulazione.

Carta da gioco con nudo in filigrana, visibile usando una candela.

Simili oggetti hanno subìto la stessa perdita di senso sofferta dalla letteratura libertina; senza più alcun motivo di venire prodotti, sono ormai poco più che una curiosità per collezionisti.
Eppure ci possono ancora aiutare a comprendere un po’ meglio il paradosso di cui parlavamo all’inizio: gli objets à système sono in grado regalare un piccolo brivido unicamente in presenza di un tabù, nella necessità di esistere sotto copertura, come i fantasmi sessuali che secondo Freud si agitano dietro le innocue immagini elaborate in sogno.
Dovremmo leggere questi oggetti come simbolo dell’ipocrisia borghese, della smania di mantenere a tutti i costi una facciata onorevole? O erano invece un sotterraneo tentativo di ribellione?
Più in generale, siamo sicuri che la trasgressione sessuale sia così rivoluzionaria come appare a prima vista, o magari riveste in realtà un ruolo di conservazione sociale della norma?

In fondo, rendere il sesso accettabile e portarlo alla luce del sole – privarlo cioè della sua parte di ombra – non impoverirà certo il desiderio, capace di trovare sempre e comunque la sua strada. Probabilmente non impoverirà nemmeno l’arte o la letteratura che (speriamo) sapranno costruire nel tempo un nuovo immaginario simbolico, adatto a un erotismo di “dominio pubblico”.
L’aspetto più a rischio di estinzione è proprio la buona, vecchia trasgressione che animava anche questi gingilli pruriginosi. E, a guardare le odierne convention sulle sessualità alternative, sembra proprio che la caduta dei tabù sia già avvenuta. In assenza di divieti, senza più regole da infrangere, il sesso sta perdendo il suo carattere virulento e pericoloso; sta conquistando però possibilità di esplorazione inedite e una fondamentale serenità.

E noi?
Noi pretendiamo come al solito la botte piena e la moglie ubriaca: siamo a favore della libertà, contro le censure d’ogni genere,  ma segretamente bramiamo ancora lo squisito frisson del pericolo, del peccato.

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Le foto contenute nell’articolo sono per la maggior parte tratte dal volume di Jean-Pierre Bourgeron Les Masques d’Eros – Les objets érotiques de collection à système (1985, Editions de l’amateur, Paris).
La straordinaria collezione di oggetti erotici di André Pieyre de Mandiargues (scrittore e poeta vicino ai surrealisti) è stata immortalata dal regista Walerian Borowczyk nel cortometraggio
Une collection particulière (1973), visibile su YouTube con sottotitoli in italiano.

Zooerastia

Per la nostra serie di indagini su pratiche e orientamenti sessuali bizzarri o “tabù” (ne trovate traccia alla sezione Sesso Misterioso), affrontiamo oggi un argomento non soltanto controverso, ma spesso ridicolizzato; si tratta infatti di un tema su cui sarebbe fin troppo facile fare umorismo, e che anzi è divenuto nel tempo un topos di barzellette e battutacce volgari. Parliamo della zooerastia, comunemente chiamata zoofilia.

I rapporti sessuali fra uomini e animali sono stati descritti e dipinti fin dall’antichità. Viene naturale pensare alla mitologia greca: agli infiniti travestimenti di Zeus, che per sedurre splendide donne o ninfe assunse le fattezze di aquila, toro, cigno, ecc.; così come alla cretese Pasifae, che per coronare il suo folle desiderio per un toro bianco, dono di Poseidone, si fece costruire una vacca di legno, nascondendosi al suo interno, e una volta inseminata diede alla luce il celebre Minotauro.

Ma non necessariamente dobbiamo rimanere all’interno del bacino del Mediterraneo per incontrare segni di questo antico “amore” fra specie diverse: dipinti ed incisioni mostrano che la pratica, o perlomeno la fantasia zoofila, era ben radicata anche in Estremo Oriente.

Solo recentemente, però, la zooerastia ha cominciato ad essere studiata, seppure sporadicamente, come vera e propria espressione del desiderio sessuale. Attenzione, stiamo parlando qui di vera e propria zoofilia, e non dell’atto sessuale con un animale come sostituto del partner, che anche individui non zoofili possono intraprendere a causa dell’isolamento o di altre contingenze; ci riferiamo cioè alla vera e propria attrazione e preferenza per l’animale rispetto a un partner umano. Di questa è interessante provare a cercare di comprendere le motivazioni.

La prima sorpresa è che un simile orientamento di gusti non è, a differenza della maggior parte delle parafilie, strettamente maschile, anzi: secondo gli studi condotti, l’interesse zoofilo insorgerebbe in età pre-pubere e pubere, senza alcuna differenza fra maschi e femmine.

La seconda sorpresa è che la zoofilia è in realtà un sentimento molto più complesso di quanto ci si possa aspettare. Non si tratta soltanto di trovare una veloce soddisfazione sessuale, o dell’eccitazione del “proibito”. Per quanto sia difficile da accettare o comprendere, la componente emotiva gioca un ruolo molto forte nella psicologia di chi è attratto da un animale. Spesso gli zoofili attribuiscono all’animale delle qualità superiori che non riscontrano negli esseri umani, come l’onestà, la fedeltà, l’innocenza o la saggezza, e così via. Le emozioni degli zoofili verso gli animali possono essere reali, relazionali, autentiche e non solo sostitutive di partner umani. Anzi, il quadro che emerge è composto di persone che molto spesso hanno avuto, o hanno, relazioni umane a lungo termine. Viene quindi a cadere quell’immagine stereotipata del contadino, poco istruito e senza donne che tanto spopola nelle barzellette. Si tratta di persone integrate, che però per qualche motivo sono legate o attratte da una determinata specie  – pare che in questo senso i gusti siano molto precisi, chi “ama” i cavalli non lo farebbe mai con un cane e viceversa.

Nel 2002, gli psicologi Earls e Lalumière pubblicarono uno studio su un uomo di 54 anni, incarcerato per la quarta volta a causa della sua passione per i cavalli: in quell’ultimo episodio, era stato accusato di aver ucciso una giumenta colpevole, a sentire lui, di aver fatto gli occhi dolci a uno stallone. L’uomo venne sottoposto a una serie di test con il pletismografo penile, un apparecchio che misura il volume dell’erezione di fronte a uno stimolo visivo. Le immagini di donne o uomini nudi non avevano alcun effetto sul soggetto, il cui pene rimaneva a riposo; lo stesso succedeva con immagini di pecore, mucche, cani, gatti o galline. Ma appena i ricercatori gli mostrarono immagini di cavalli, questa apparente impotenza sparì del tutto, indicando un orientamento sorprendentemente specifico. Per quest’uomo, fare sesso con un cavallo non era di sicuro un ripiego: era il migliore e forse l’unico tipo di rapporto che potesse immaginare.

Sull’onda del loro studio, i due psicologi cominciarono a ricevere una valanga di email e lettere di persone che si autoproclamavano zoofili, raccontando la loro esperienza. Così, nel 2009, Earls e Lalumière pubblicarono un nuovo saggio, che questa volta vedeva come protagonista un uomo di 47 anni, anch’egli attratto dai cavalli, ma nient’affatto disfunzionale come il primo soggetto, anzi perfettamente integrato e dall’alto quoziente intellettivo. Dopo un’adolescenza passata a fantasticare sui cavalli, a guardare film di cowboy (non certo per interesse verso i cowboy), dopo un paio di tentativi malriusciti di fare sesso con le ragazze, finalmente a 17 anni riuscì a comprare una cavalla tutta per sé. Prese lezioni di equitazione e, dopo un lungo corteggiamento, finalmente la giumenta gli si “offrì”:

Quando quella cavalla nera se ne stette buona, mentre la coccolavo e accarezzavo, quando alzò la coda in alto e di lato appena ne strinsi la base, e quando la lasciò lì, e rimase tranquilla mentre salivo su un secchio, allora, senza fiato, elettrizzato, dolcemente scivolai dentro di lei. Fu un momento di pace e armonia assolute, mi sembrò talmente naturale, fu un’epifania.

Negli ultimi anni altri studi si sono avvicendati per comprendere qualcosa di più di questa parafilia, e alcuni celebri casi di cronaca hanno contribuito a portare l’argomento all’attenzione pubblica. Nel 2005 Kenneth Pinyan, un ingegnere areonautico di 45 anni, morì in seguito alle ferite interne (perforazione del colon) provocate dal rapporto sessuale avuto con uno stallone. Questa vicenda portò alla luce una specie di “organizzazione” di amanti dei cavalli che si incontravano clandestinamente in varie fattorie per accoppiarsi con gli animali. L’incidente fu largamente pubblicizzato, e divenne noto come il caso di Enumclaw.

Il dibattito sulla zoofilia che ne scaturì, e che continua tuttora, fu alquanto controverso. Comprensibilmente, le associazioni per la protezione degli animali attaccarono duramente gli adepti di queste pratiche. Secondo gli animalisti, si tratta sempre ed esclusivamente di abusi: la “complicità” degli animali nell’atto sessuale è un’invenzione paragonabile a quella dei pedofili che sostengono di assecondare presunti desideri inespressi dei bambini. Gli zoofili ci tengono invece a distaziarsi dagli zoosadici, che fanno del male agli animali, e anzi ribattono che molti di loro sono attivisti proprio fra le file delle stesse associazioni animaliste: a riprova, insomma, che il loro amore non è soltanto sessuale ma a tutto tondo.

Il sesso umano, si sa, è uno degli ambiti psicologici più complessi, e culturalmente stratificati di senso. Per noi, ogni atto sessuale si riempie di mille valori, sottili motivazioni: non si risolve puramente in un contatto fisico ma porta con sé significati e conseguenze pesanti. È davvero un evento eminentemente culturale. Sembra ovvio pensare che tutta questa “sovrastruttura” non interessi l’ambito animale, a cui non sappiamo quanto si possano applicare concetti quali “aggressione”, “violenza e abuso sessuale”, “consenso”, “disgusto”, e via dicendo. D’altronde fra gli animali stessi non è affatto infrequente l’avere rapporti sessuali fra specie diverse, come sanno bene i biologi e gli etologi. E lo sa anche chi ha avuto un cane che ha tentato di montargli una gamba: in quel caso, come nel caso di ricercatori fatti oggetto di “assalti sessuali” da parte dei primati che studiavano, chi sarebbe la vittima dell’abuso?

Sembra che gli zoofili da una parte (che si vogliono convincere di vedere negli animali lo stesso desiderio che provano loro), e gli animalisti dall’altra (che vogliono applicare agli animali le categorie concettuali o morali umane), stiano entrambi proiettando sulla bestia un’impronta culturale che essa di per sé non conosce. Vengono in mente le pagine di Baudrillard sull’animale e il bambino come scandali sociali, in quanto sprovvisti di parola: la nostra impossibilità di comprenderli, la barriera che ci separa, li rende vittime della nostra speculazione più violenta, quella che impone loro le categorie del nostro linguaggio.

Quello che rimane, tirate le somme, è una lunga serie di domande senza facile risposta. La bestialità va trattata con condiscendenza o penalizzata legalmente? Quali sono le motivazioni che sottendono questo desiderio, come e perché si sviluppa? Si tratta di una parafilia o di un semplice orientamento sessuale? È davvero possibile l’amore inter-specie?

Alcune brevi note. Il manifesto qui sopra è la locandina del film Bestialità (1976, di V. Mattei), trashissima storia d’amore tra una madre di famiglia e il suo dobermann. Alcune delle informazioni contenute qui provengono da uno splendido articolo (in inglese) di Jesse Bering. Ecco un altro, più succinto articolo in italiano sul tema. Inoltre segnaliamo il film Zoo (2007, di R. Devor), incentrato sul caso di Enumclaw: il documentario è certamente interessante, e nelle intenzioni vorrebbe essere un’imparziale inchiesta e una riflessione sulla condizione umana; di fatto, però, cade nel ridicolo involontario, nel neanche troppo nascosto tentativo di dipingere il suo protagonista come un “martire” della libertà d’amore nei confronti di una società bigotta e ottusa.

Hans Bellmer

Hans Bellmer nel 1926 possedeva una compagnia pubblicitaria, quando, disgustato dalla piega che stava prendendo il nazionalsocialismo e prevedendo la prossima ascesa del partito Nazista al potere, decise che non avrebbe collaborato in alcun modo alla nascita del nuovo stato tedesco. Iniziò così un suo progetto artistico sovversivo, che gli sarebbe costato l’esilio ma che l’avrebbe portato ad essere accolto fra le braccia dei surrealisti francesi di Breton. Quello che era iniziato, nelle intenzioni di Bellmer, come una parodia e un attacco all’idea nazista del perfetto corpo ariano, però, divenne in brevissimo tempo qualcosa di più profondo, una vera e propria finestra sulle forme archetipiche del desiderio e dell’ossessione.

Lavorando in isolamento, Bellmer costruì alcune bambole a grandezza naturale, che avevano delle giunture a sfera simili a quelle che aveva potuto osservare in un paio di manichini in legno del ‘500, conservati al Bode Museum di Berlino. Diede alle bambole le fattezze di giovani ragazzine. Le bambole potevano essere articolate e composte in maniera differente, e Bellmer cominciò a fotografarle in diversi assetti e posizioni.

Così nacque la raccolta pubblicata anonima nel 1934 sotto il titolo di Die Puppe (“La bambola”); il lavoro di Bellmer fu dichiarato “degenerato” dal partito Nazista, ma dopo la fuga a Parigi e la consacrazione sul giornale surrealista Minotaure arrivò la fama. Eppure Bellmer abbandonò le sue bambole, e si dedicò per il resto della vita a disegni e fotografie erotiche, più o meno espressamente surrealiste; è come se quel primo progetto avesse sondato già gli abissi, e tutta l’opera successiva dell’artista tedesco fosse un più leggero rimuginare sul pozzo di nere acque dischiuso dalle bambole.

Le bambole di Hans Bellmer, infatti, sono fra le più estreme e toccanti rappresentazioni del desiderio sessuale e della violenza, il vero lato oscuro dell’erotismo così come teorizzato da Bataille (e preconizzato da Sade). Ci mostrano il corpo femminile, centro focale dell’ossessione, come un insieme di membra dislocate senza volto, puri oggetti dell’inconscio desiderio di violazione. La passione che anima le fantasie più nere si risolve in un tentativo di smembramento e di riconfigurazione, come se il corpo femminile nascondesse un segreto, e occorresse violare, frugare e ricombinare la carne per riuscire a coglierlo.

Eppure, nonostante la brutalità di queste “dissezioni”, le bambole sembrano quasi uno specchio sui nostri sogni infranti; sulla tristezza e impotenza del desiderio maschile, che non può concepire il mistero del corpo. La dolce sensualità delle bambole, infatti, resiste a qualsiasi esplosione, rifiuta di essere posseduta.

Il corpo è paragonabile ad una frase che vi spinge a disarticolarla, affinché, attraverso una serie di anagrammi infiniti, si ricompongano i suoi veri contenuti.

(Hans Bellmer)

Modificazioni corporali estreme

Oggi parliamo di un argomento estremo e controverso, che potrebbe nauseare parecchi lettori. Chi intende leggere questo articolo fino alla fine si ritenga quindi avvisato: si tratta di immagini e temi che potrebbero urtare la sensibilità della maggioranza delle persone.

Tutti conoscono le mode dei piercing o dei tatuaggi: modificazioni permanenti del corpo, volontariamente “inflitte” per motivi diversi. Appartenenza ad un gruppo, non-appartenenza, fantasia sessuale o non, desiderio di individualità, voglia di provarsi di fronte al dolore… il corpo, rimasto tabù per tanti secoli, diviene il territorio privilegiato sul quale affermare la propria identità. Ma le body modifications non si fermano certo ai piercing. Attraverso il dolore, il corpo così a lungo negato diviene una sorta di cartina di tornasole, la vera essenza carnale che dimostra di essere vivi e reali.

E la libertà di giocare con la forma del proprio corpo porta agli estremi più inediti (belli? brutti?) che si siano mai visti fino ad ora. Ci sono uomini che desiderano ardentemente la castrazione. Donne che vogliono tagliare in due il proprio clitoride. Maschi che vogliono liberarsi dei capezzoli. Gente che si vuole impiantare sottopelle ogni sorta di oggetto. O addirittura sotto la cornea oculare. Bisognerebbe forse parlare di “corponauti”, di nuovi esploratori della carne che sperimentano giorno dopo giorno inedite configurazioni della nostra fisicità.

Alcune di queste “novità del corpo” sono già diventate famose. Ad esempio, il sezionare la lingua per renderla biforcuta: le due metà divengono autonome e si riesce a comandarle separatamente. La divisione della lingua è ancora un tipo di pratica, se non comune, comunque almeno conosciuta attraverso internet o il “sentito dire”. La maggior parte degli adepti dichiara che non tornerebbe più ad una lingua singola, per cui dovremmo credere che i vantaggi siano notevoli. Certo è che gran parte di queste modificazioni corporali avviene senza il controllo di un medico, e può portare ad infezioni anche gravi. Quindi attenti.

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Diverso è il discorso per le amputazioni volontarie di genitali o altre estremità. Nelle scene underground (soprattutto americane) si ricorre all’aiuto dei cosiddetti cutters. Si tratta di medici o di veterinari che si prestano a tagliare varie parti del corpo dei candidati alla nuova vita da amputati. E i tagli sono di natura squisitamente diversa. C’è chi decide di farsi portar via entrambi i testicoli, o i capezzoli, chi opta per sezionare il pene a metà, chi ancora si fa incidere il pene lasciando intatto il glande, chi vuole farsi asportare i lobi dell’orecchio. La domanda comincia  a formarsi nelle vostre menti: perché?

Scorrendo velocemente il sito Bmezine.com, dedicato alle modificazioni corporali, c’è da rimanere allibiti. Sembra non ci sia freno alle fantasie macabre che vogliono il nostro fisico diverso da ciò che è.

Per rispondere alla domanda che sorge spontanea (“Perché?”) bisogna chiarire che queste modificazioni rimandano a un preciso bisogno psicologico. Non si tratta  – soltanto – di strane psicopatologie o di mode futili: questa gente cambia il proprio corpo permanentemente a seconda del desiderio che prova. Se vogliamo vederla in modo astratto, anche le donne che si bucano i lobi dell’orecchio per inserirci un orecchino stanno facendo essenzialmente la stessa cosa: modificano il loro corpo affinché sia più attraente. Ma mentre l’orecchino è socialmente accettato, il tagliarsi il pene in due non lo è. Lo spunto interessante di queste tecniche è che sembra che il corpo sia divenuto l’ultima frontiera dell’identità, quella soglia che ci permette di proclamare quello che siamo. In  un mondo in cui l’estetica è assoggettata alle regole di mercato, ci sono persone che rifiutano il tipo di uniformità fisica propugnata dai mass media per cercare il proprio individualismo. Potrà apparire una moda, una ribellione vacua e pericolosa. Ma di sicuro è una presa di posizione controcorrente che fa riflettere sui canoni di bellezza che oggi sembrano comandare i media e influenzare le aspirazioni dei nostri giovani. Nel regno simbolico odierno, in cui tutto sembra possibile, anche la mutilazione ha diritto di cittadinanza. Può indurre al ribrezzo, o all’attrazione: sta a voi decidere, e sentire sulla vostra pelle le sensazioni che provate. Certo questo mondo è strano; e gli strani la fanno da padrone.

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