Link, curiosità & meraviglie assortite – 12

Eli Bowen “la Meraviglia Senza Gambe”, con famiglia al completo, vi dà il benvenuto a questa nuova raccolta di notizie e stranezze dal mondo! Partiamo senza indugi!

  • Qui sopra nella foto, Walt Disney illustra il suo progetto per delle maschere di Topolino… un po’ particolari.
  • I globster sono misteriosi ammassi gelatinosi di origine organica che vengono ritrovati di tanto in tanto sulle spiagge di tutto il mondo. Qui la spiegazione di cosa sono davvero.

  • Una soluzione per mettere d’accordo vegani, vegetariani e carnivori? La bio-economia post-animale, e tra le altre cose punta a far “crescere” la carne in laboratorio a partire da cellule staminali.
    Un metodo del tutto indolore per gli animali, che potrebbero finalmente vivere le loro vite tranquilli, senza che si debba rinunciare a una bella bistecca, a un bicchiere di latte, a un uovo in camicia. E non si tratterebbe di prodotti alternativi ma proprio del medesimo prodotto, sviluppato in maniera tra l’altro più sostenibile rispetto all’agricoltura lineare (che ha dimostrato di essere problematica per quantità di terreno, sostanze chimiche, pesticidi, risorse energetiche, acqua impiegata, lavoro necessario, e gas serra emessi).
    Prendete per esempio il tanto controverso foie gras: in futuro potrebbe venire prodotto a partire dalle cellule staminali contenute sulla punta di una piuma d’oca. Sembra fantascienza, ma il primo foie gras da laboratorio è già realtà, e questo giornalista l’ha assaggiato in anteprima.
    Restano soltanto due scogli: da una parte occorre ridurre i costi della tecnica, ancora troppo alti per un utilizzo su larga scala (ma non ci vorrà molto tempo); dall’altra, c’è il piccolo dettaglio che si tratta di una vera e propria rivoluzione culturale, oltre che agricola. Bisognerà scoprire come reagiranno gli allevatori tradizionali, e soprattutto se i consumatori abituali di carne saranno disposti a provare i nuovi prodotti cruelty-free.

  • La città di Branau am Inn, in Austria, è tristemente nota per aver dato i natali a un certo dittatore di nome Adolf. Ma andrebbe ricordata, invece, per un’altra storia: quella di Hans Steininger, borgomastro che il 28 settembre del 1567 venne ucciso dalla sua stessa barba. Una lanugine folta e prodigiosamente lunga, che gli risultò fatale durante un grande incendio: nella concitazione della fuga dalle fiamme, il sindaco Hans dimenticò di arrotolare i suoi due metri di barba e metterseli in tasca, come faceva abitualmente, vi inciampò e precipitò giù per le scale spezzandosi il collo.
    Dato che nel ‘500 non esistevano ancora i Darwin Awards, i concittadini eressero una bella lapide sul fianco della chiesa e conservarono la barba assassina, ancora oggi visibile nel museo civico di Branau. Come monito, suppongo, per quelli che fanno gli originali a tutti i costi.

  • Ma se pensate che le morti imbecilli siano un’esclusiva umana, sentite questa: “a causa dell’umidità dell’ambiente e della lentezza con cui un bradipo si muove, nella sua pelliccia crescono dei vegetali. Questo, in combinazione con la vista scarsa, fa sì che alcuni bradipi afferrino il proprio stesso braccio, credendolo un ramo d’albero, e cadano verso morte certa.” (via Seriously Strange)

  • E ancora, come non citare quel genio di un roditore che si infilò in una trappola per topi vecchia di 155 anni esposta in un museo?
  • Sei sempre così ombroso e depresso, dicevano.
    Perché non impari a suonare uno strumento musicale, così ti rilassi e ti diverti?, dicevano.
    Li ho accontentati.

  • L’Olandese Volante del XX° secolo si chiama SS Baychimo, una nave cargo incagliatasi nei ghiacci dell’Alaska nel 1931 e abbandonata. Per i trentotto anni successivi il relitto fantasma è stato avvistato in diverse occasioni; c’è anche chi è riuscito a salire a bordo, ma ogni volta la Baychimo è sempre riuscita a sfuggire senza farsi ricatturare. (Grazie, Stefano!)
  • La terribile storia di “El Negro”, ovvero quando i cercatori di curiosità naturali nelle colonie non spedivano indietro in Europa soltanto pelli di animali, ma anche di esseri umani che avevano dissotterrato di notte dalle loro tombe.

  • Visto che parliamo di resti umani, otto anni fa veniva organizzata la più grande mostra itinerante di mummie (45 in totale). Non avete avuto la fortuna di vederla? Neanch’io. Ma ecco un po’ di belle foto.
  • Quando il senso estetico giapponese permea ogni più minuscolo dettaglio: date un’occhiata a queste due pagine tratte da un manoscritto del tardo Diciassettesimo secolo, che mostrano i vari tipi di design per i wagashi (dolcetti tipici serviti durante la cerimonia del tè). Food porn ante litteram.
  • Alcuni ricercatori dell’Università del Wisconsin e dell’Università del Maryland hanno creato dei brani musicali espressamente studiati per piacere ai gatti, con frequenze e suoni che dovrebbero essere, almeno in teoria, “felino-centrici“. Le tracce si possono acquistare, anche se a dire la verità i sample proposti non sembrano aver impressionato particolarmente i miei gatti. Ma quei due sono schizzinosi e viziati.
  • Un articolo di due anni fa, purtroppo ancora attuale: le persone transgender faticano ad essere riconosciute come tali perfino da morte.

“Quasi pronta caro, mi metto due perle e usciamo.”

  • Tra i musei più bizzarri, un posto di rilievo va tributato al Museum of Broken Relationships. Consiste di oggetti, donati dal pubblico stesso, che stanno a simboleggiare una relazione sentimentale ormai terminata: la collana di perle che un fidanzato violento aveva regalato alla sua ragazza per farsi perdonare gli ultimi abusi; un’ascia usata da una donna per sfasciare tutto il mobilio di una ex; i volumi di Proust che un marito leggeva ad alta voce a sua moglie — con le ultime 200 pagine ancora intonse, perché la loro relazione è finita prima del libro. Va be’, ma quale storia dura più a lungo della Recherche? (via Futility Closet)

In chiusura, vi ricordo che sabato 17 sarò a Bologna presso la libreria-wunderkammer Mirabilia (via de’ Carbonesi 3/e) per presentare il nuovo libro della Collana Bizzarro Bazar. Con me anche il fotografo Carlo Vannini e Alberto Carli, curatore della Collezione Anatomica Paolo Gorini. Vi aspetto!

Designpanoptikum

 

Articolo e foto a cura del guestblogger Gordon Orbetello

 

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A cosa sarà servito questo macchinario? A salvare la vita? O a toglierla? Come può la mente umana concepire qualcosa di così inquietante, ma che allo stesso tempo serve a dare sollievo a dolori lancinanti? Come possono due strumenti, concepiti per scopi diametralmente opposti, essere uniti a formare qualcosa di completamente nuovo e dall’utilità tutta da scoprire?

Queste sono alcune delle domande che vi porrete al Museo Surreale degli Oggetti Industriali di Berlino, il Designpanoptikum.

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Entrando in questo museo, sarete immediatamente sopraffatti da un senso di inquietudine mista a curiosità, piacere della scoperta e terrore nell’immaginare cosa potesse accadere con tali strumenti.

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Nelle varie sale troverete oggetti e strumenti, assemblati nei modi più curiosi, che vi faranno riflettere sull’evoluzione che la scienza e la tecnica hanno avuto nell’ultimo secolo, e su come la sperimentazione abbia talvolta richiesto sofferenza per arrivare al benessere di cui oggi possiamo godere.
Magari scoprirete che quel particolare marchingegno di metallo, dagli angoli appuntiti, era in realtà stato progettato negli anni ’30 per scopi lontani da quelli che la forma minacciosa fa oggi presagire. Sta a voi, e alla vostra immaginazione e creatività, trarre le conclusioni: Vlad Korneev, il creatore del museo, vi darà suggerimenti, vi racconterà i retroscena e la filosofia che stanno dietro a questo spiazzante museo e ai suoi oggetti, ma in fin dei conti spetterà a voi far lavorare la mente per trovare risposte agli infiniti punti interrogativi che l’esposizione genera.

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Il museo, che Vlad ha creato con pazienza, passione e dedizione, è un work in progress in costante evoluzione. Una meta imperdibile nella capitale tedesca per chi non si accontenta delle classiche destinazioni turistiche.

Ecco la pagina facebook ufficiale del Museo.

The Alternative Limb Project

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Sophie de Oliveira Barata è un’artista diplomatasi alla London Arts University, e che in seguito si è specializzata in effetti speciali per il cinema e la TV. Ma negli otto anni successivi agli studi, ha trovato impiego nel settore delle protesi mediche; modellando dita, piedi, parti di mani o di braccia per chi li aveva perduti, piano piano nella sua mente ha cominciato a prendere forma un’idea. Perché non rendere quelle protesi realistiche qualcosa di più di un semplice “mascheramento” della disabilità?

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È così che Sophie si è messa in proprio, e ha fondato l’Alternative Limb Project. Il suo servizio è rivolto a tutte quelle persone che hanno subìto amputazioni, ma che invece di fingere la normalità vogliono trasformare la mancanza dell’arto in un’opportunità: quello che Sophie realizza, a partire dall’idea del cliente, è a tutti gli effetti un’opera d’arte unica.

Sophie prende inizialmente un calco dell’arto sano, oppure di un volontario nel caso che il cliente sia un amputato bilaterale. Con il cliente discute della direzione da prendere, i colori, le varie idee possibili; con il medico curante, Sophie lavora a stretto contatto per assicurarsi che la protesi sia confortevole e correttamente indossabile. Le decisioni sul design sono prese passo passo assieme al cliente, finché entrambe le parti non sono soddisfatte.

I risultati del lavoro di Sophie sono davvero straordinari. Si spazia dagli arti ultratecnologici d’alta moda, come quello creato per la cantante e performer Viktoria M. Moskalova (che confessa: “la prima volta che ho indossato un arto che era cosi ovviamente BIONICO, mi ha dato un senso totale di unicità, e di essere una mutante, nel migliore dei sensi“) a un’elegante e deliziosa gamba floreale, fino ad un braccio multiuso che sarebbe tornato utile a James Bond o all’Ispettore Gadget.

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Che si tratti di una gamba ispirata agli elaborati e fini ricami degli avori orientali, oppure di un modello anatomico con muscoli estraibili, o ancora di un braccio con tanto di serpenti avvinghiati in una morsa sensuale, queste protesi hanno in comune la volontà di reclamare la propria individualità senza cercare a tutti i costi di conformarsi alla “normalità”.
Per chi è costretto a subire l’operazione, la perdita di un arto ha un impatto incalcolabile sulla vita di ogni giorno, ma anche e soprattutto sulla sicurezza e la stima di sé: accettare il proprio corpo è difficile, e il sentimento di essere differenti spesso tutt’altro che piacevole. Sophie spera che il suo lavoro aiuti le persone a infrangere qualche barriera, e a modificare, nel proprio piccolo, il modo in cui si guarda alla disabilità.

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E, a leggere i pareri dei clienti soddisfatti, un arto “alternativo” come quelli creati da Sophie può davvero cambiare la vita e ricostruire la fiducia in se stessi. Come dice Kiera, la felice proprietaria della gamba floreale, “ho avuto un incredibile numero di risposte positive, da altri amputati e da persone senza disabilità. Vorrei solo avere più opportunità per indossarla. Devo andare a più feste!

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Ecco il sito ufficiale dell’Alternative Limb Project.

R.I.P. HR Giger

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Si è spento ieri il grande H. R. Giger, in seguito alle ferite riportate durante una caduta nella sua casa di Zurigo. Aveva 74 anni.

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Giger aveva cominciato la sua carriera negli anni ’70, e verso la metà del decennio venne reclutato da Alejandro Jodorowsky come designer e scenografo per l’adattamento cinematografico di Dune: il progetto purtroppo non vide mai la luce, ma Giger, ormai fattosi notare ad Hollywood, fu scelto per disegnare i set e il look della creatura di Alien (1979). L’Oscar vinto grazie al film di Ridley Scott gli diede fama internazionale.

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Da quel momento, stabilitosi a Zurigo in pianta stabile, Giger continuò a dipingere, scolpire e progettare arredamenti d’interni e oggetti di design; i suoi quadri comparvero sulle copertine di diversi album musicali; nel 1998 aprì i battenti il Museum H. R. Giger, nel castello di St. Germain a Gruyères.

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I suoi inconfondibili e surreali dipinti, realizzati all’aerografo, aprono una finestra su un futuro oscuro e distopico: panorami plumbei, in cui l’organico e il meccanico si fondono e si confondono, dando vita ad enormi ed enigmatici amplessi di carne e metallo. Se l’idea dell’ibridazione fisica fra l’uomo e la macchina risulta oggi forse un po’  datata, l’elemento ancora disturbante dei dipinti di Giger è proprio questa sensualità morbosa e perversa, una sorta di sessualità post-umana e post-apocalittica.

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La sua opera, al tempo stesso viscerale ed elegante, è capace di mescolare desiderio e orrore, tragicità e mistero. La sfrenata fantasia di H. R. Giger, e le sue visioni infernali e aliene, hanno influenzato l’immaginario di un’intera generazione: dallo sviluppo dell’estetica cyberpunk ai design ultramoderni, dalla musica rock ai film horror e sci-fi, dal mondo dei tattoo all’alta moda.

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Ecco il link all’ HR Giger Museum.

Le meravigliose locandine

L’epica del cinema mobile ghanese

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Il Cinema, pensatelo che arriva da voi a bordo di un fuoristrada ammaccato e impolverato; dopo una giornata di sudore e fatica, immaginate che il Film vi attenda nel fresco della notte, quando le ombre sono calate, per raccontarvi storie di eroi e terribili pericoli.

Negli anni ’80, in Ghana, non era facile andare al cinema. La corrente elettrica era ancora poco diffusa, e per questo motivo le sale di proiezione si trovavano soltanto nei grossi centri. Per chi viveva nei villaggi, muoversi per raggiungere il cinema avrebbe comportato una spesa impossibile.
Ma con l’arrivo del videoregistratore, le cose cambiarono. I proprietari dei cinema decisero di portare i film in giro per il paese, per massimizzare i profitti. Nelle piccole comunità rurali cominciarono ad arrivare, dalla capitale Accra, i cosiddetti “cinema mobili”: si trattava in realtà molto spesso di un semplice televisore, a cui era collegato un videoregistratore; il tutto era supportato da un vecchio e rumoroso generatore. In altri casi i cinema mobili erano organizzati un po’ meglio, con un videoproiettore e un minischermo che veniva drizzato sulla stessa automobile scassata su cui viaggiavano i  proiezionisti.

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Tutta la gente del paese, dopo una dura giornata di lavoro nei campi, poteva finalmente raggrupparsi e passare un paio d’ore di divertimento assistendo a spettacoli provenienti da Hollywood, ma non solo. Venivano proposti anche film di kung fu e arti marziali, così come gli ultimi successi di Nollywood (l’industria cinematografica nigeriana).

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I proprietari dei cinema artigianali che attraversavano il Ghana in lungo e in largo avevano però un problema: l’autopromozione. Ovviamente, non facendo parte di un circuito di distribuzione ufficiale, non avevano a disposizione alcuna locandina con cui pubblicizzare i loro film. Così i “boss” del cinema mobile ghanese cominciarono ad appoggiarsi ad artisti locali, per prodursi da soli i loro poster.

Si trattava di locandine realizzate a mano – spesso su ritagli di tela provenienti dai sacchi di farina: opere uniche, che venivano religiosamente avvolte e riutilizzate infinite volte, in ogni paesino, villaggio o centro abitato per promuovere la proiezione del film, finché non erano completamente distrutte.

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Gli artisti che dipingevano queste locandine non sempre avevano visto il film in questione. Si basavano quindi sul titolo e sulle immagini che suggeriva, tiravano insomma a indovinare cosa potesse succedere nella pellicola; oppure cercavano di ricopiare le locandine occidentali inserendovi però elementi che avessero un certo appeal per il pubblico ghanese. Questo risulta in un effetto spiazzante, per chi conosce i film in questione, perché nelle locandine si riconoscono inesattezze, dettagli inventati e situazioni che non c’entrano assolutamente nulla con la vera trama.

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Un’altra caratteristica peculiare di questi poster cinematografici è la mescolanza di alcuni tratti palesemente africani con molte altre influenze, come ad esempio alcuni accenni cubisti o surrealisti. Alcuni di questi pittori, infatti, provenivano da scuole d’arte in cui avevano ricevuto un’educazione più o meno formale e, nonostante sbarcassero il lunario in questo modo, provavano ad inserire elementi più “raffinati” per far mostra del loro stile. Laddove i poster hollywoodiani, per risaltare nell’abbondanza dell’offerta, miravano alla sinteticità e al design accattivante che sottolineasse i volti delle star, i pittori ghanesi si concentravano invece sulla spettacolarità della scena epica, sullo shock della crudeltà, sul dettaglio macabro in grado di impressionare grandi e piccini.

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Alla fine degli anni ’90 le televisioni e i videoregistratori calarono di prezzo, e sempre più famiglie ghanesi furono in grado di acquistare la propria postazione TV; così i cinema mobili sparirono a poco a poco, e con loro questi manifesti folkloristici che perfino Walter Hill dichiarò “spesso più interessanti dei film stessi”. Oggi le locandine ghanesi sono molto ricercate dai collezionisti d’arte popolare africana – tanto che alcuni artisti continuano a produrle anche per i film più moderni.

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Quello che affascina in questi poster è innanzitutto il loro gusto kitsch e infantile, che di primo acchito ci sorprende e ci diverte, particolarmente oggi che siamo consumatori smaliziati ed iperimbottiti di blockbuster ed effetti speciali roboanti. Ma ad un secondo livello è impossibile non avvertire, di fronte a queste locandine, una piccola punta di nostalgia: sembrano parlarci di un’innocenza ormai perduta, quell’incanto primitivo delle immagini in movimento, il terrore e la meraviglia che ci si aspetta da un film d’avventura.

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Lo confessiamo. Anche a noi è capitato, tanti anni fa – in ragione della nostra allora giovane età? o perché erano diversi “i tempi”? – di provare un lungo brivido di trepidazione di fronte a una locandina che prometteva emozioni forti. Forse quello che ci commuove in questi poster è proprio il riconoscere quel tipo di ingenuità che ci permetteva (e permette ancora, di tanto in tanto) di vivere il cinema come un viaggio immaginario, una favola, un sogno costellato di suggestive emozioni.

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