Cibi rituali napoletani

di Michelangelo Pascali

Tutti conoscono la cucina italiana, ma pochi sanno che diverse pietanze hanno anche un significato simbolico. Il guestblogger Michelangelo Pascali ci porta alla scoperta del valore metaforico di alcuni piatti partenopei.

La cultura napoletana mostra una densa simbologia che accompagna la preparazione e il consumo, soprattutto a scopo propiziatorio, di alcuni cibi durante le feste rituali, intensamente sentite e legate per lo più al passaggio delle stagioni e al percorso della vita. Feste antichissime, alcune delle quali successivamente cristianizzate.
Più precisamente, il significato simbolico dei cibi rituali può essere legato talora alla ciclicità della vita, talaltra all’eccezionalità di particolari momenti sociali.

Nella categoria dei “cibi della devozione” si inserisce a pieno diritto il bianco e duro torrone, che si mangia durante le festività dei morti, tra gli ultimi giorni di ottobre e i primi di novembre. Con le mandorle al suo interno vuole rappresentare le ossa dei defunti che vanno, secondo un’ottica antropofagica, assimilate dentro di sé (un po’ come succede con gli scheletri di zucchero messicani). Il cosiddetto torrone dei morti può assumere tradizionalmente anche una forma squadrata ricoperta di cacao scuro, che steso a rivestire la bianca pasta diventa così del tutto simile alla sagoma di un tavùto («bara»).

Le decorazioni romboidali della pastiera, dolce pasquale, richiamano invece i campi arati, alludendo, assieme al grano grosso che forma la sua base, alla venuta della stagione più mite e più affine alla vita.


La rinascita primaverile, dopo la “morte” dell’inverno, trova una sua rappresentazione anche nel casatiello, tradizionale rustico della Pasquetta, la cui lievitazione deve avvenire un’intera notte dal tramonto all’alba, e che si presenta a forma circolare bucata. Il richiamo qui è alla ciclicità del tempo, secondo la lettura tipica di una società legata alla terra (per certi versi distante dal messaggio finalistico proprio della religione cristiana); i formaggi e i salumi nell’interno rievocano ancora una volta i defunti sepolti nel terreno. Ma la vera particolarità sono le uova, che spuntano per metà dalla torta, protette da una “croce” di pasta: un elemento bizzarro, che non avrebbe ragione di esistere se non come allegoria della nascita, visto che le uova sono posizionate, per l’appunto, “da sotto la terra alla terra” o “dalla terra al cielo”.

Nel menu della vigilia partenopea “i cibi comandati si chiamano ancora ‘devozioni’, proprio come nei banchetti sacri dell’antica Grecia”, e “l’obbligo del mangiare di magro si rovescia nel suo contrario” (M. Niola, Il sacrificio del capitone, in Repubblica del 15 dicembre 2013).
Il tradizionale cenone natalizio segue la falsariga degli antichi pranzi funerari (con la presenza irrinunciabile di frutta secca e frutti di mare), e provvede alla consumazione delle scorte residue prima dell’anno nuovo, come ad esempio nella menestra maretata.

Ma il protagonista assoluto è il capitone, grossa anguilla femmina dalla peculiarissima riproduzione (dovuta ai suoi costumi migratori), legato simbolicamente all’Uroboro, dal greco οὐροβόρος. Questa somiglianza con il serpente, animale che in tantissime culture viene associato al tempo proprio per la sua capacità di comporre un cerchio, è nel caso del capitone associata anche all’acqua, elemento vitale per antonomasia.
Il capitone viene prima allevato in famiglia, per finire poi ucciso dai suoi componenti (in un rito che prevede la possibile “fuga” dell’animale), richiamando esplicitamente il sacrificio rituale intracomunitario.

Il capitone, ancora vivo, viene tagliato a pezzi e gettato in una padella colma di olio bollente, mentre ciascuna delle sue singole parti si contorce e si agita freneticamente: in questa preparazione, è come se si disaggregasse e incorporasse l’infinito ciclo mentre ancora esso si muove. L’equiparazione del capitone al serpente come allegoria del male appare invece propria di una simbologia più tarda e, in qualche modo, giustapposta.

Sugli struffoli, dolci in foggia di piccole sfere ricoperte di miele — ingrediente prezioso, tanto che il corpo di Gesù Bambino è indicato come “roccia che dà miele” —, canditi e diavulilli (piccolissimi confetti di vari colori), possiamo solo avanzare l’ipotesi che essi indichino, con il loro aspetto, una connessione con il piano stellare. Questi dolcetti si offrono infatti a Natale, un momento tanto importante per la cosmologia: il solstizio d’inverno è definito da Macrobio la “porta degli dei”, in quanto sotto il segno del Capricorno è possibile la comunicazione tra gli uomini e le divinità. È il momento in cui si dice siano nate diverse divinità solari, come il persiano Mitra, il semidio irlandese Cú Chulainn, il greco Apollo — protettore precristiano di Napoli, il cui tempio era situato proprio dove ora si trova il Duomo. E il Santo protettore Gennaro, il cui sangue è conservato proprio nel Duomo, è simbolicamente affine ad Apollo.
Ovviamente anche la Chiesa ha fissato in prossimità del solstizio la nascita di Cristo, in precedenza collocata al sei gennaio: il 21 dicembre la Terra registra la massima distanza dal Sole, per poi riavvicinarsi dopo tre giorni.

La sfogliatella (riccia), invece, allude evidentemente nella sua forma all’organo genitale femminile, la “valle di fuoco” (secondo la traduzione della parola napoletana di uso comune, e di origine greca). Essa ci riporta ai riti orgiastici, diffusi in quel di Napoli per oltre un millennio e mezzo dall’avvento del cristianesimo, che si svolgevano in numerosi luoghi particolari, tra cui le grotte del Chiatamone. Questo dolce era forse pensato proprio per fornire ai partecipanti un alto apporto energetico.

Di carattere squisitamente profano appare infine l’inscindibile binomio di chiacchiere e sanguinaccio. La forma delle prime ricorda le lingue (o i cartigli su cui, nei dipinti e nei bassorilievi, erano impresse le parole di chi era rappresentato). Il secondo invece era originariamente a base di sangue di maiale.
Durante il Carnevale, unica vera festa profana rimanente, questa accoppiata di dolci suona come una specie di invito all’omertà: avverte e diffida dal contaminare con logiche ordinarie la carica sovversiva di questo rito che è per eccellenza egualitario (le maschere occultano l’identità individuale, rendendo irriconoscibili ma anche indistinguibili i presenti).
Quel che accade a Carnevale, insomma, lì deve rimanere confinato — pena “affogare le lingue nel sangue”.

L’amore che non muore – II

Vi ricordate della strana e macabra storia di Carl Tanzler? Ve l’abbiamo raccontata in questo articolo: Tanzler aveva conservato per nove anni il cadavere della sua amata Elena, dormendo con lei ogni notte, in una sua personalissima e ostinata lotta contro il destino che li voleva divisi.

Nel 2009 un suo epigono venne scoperto dalla stampa internazionale: si trattava di Le Van, 55 anni, residente nella provincia di Quang Nam, in Vietnam. Dopo aver perso sua moglie nel 2003, Le Van cominciò a dormire sulla sua tomba. Dopo 20 mesi passati sotto la pioggia e il vento, il vedovo innamorato aveva deciso che per motivi di salute non gli sarebbe più stato possibile dormire sulla lapide. Si era quindi deciso a scavare un tunnel sotterraneo per raggiungere la sua sposa e poter rimanere, maggiormente riparato, al suo fianco. Dissuaso dai parenti, Le Van si era infine dato per vinto… per modo di dire. Aveva infatti attuato un progetto ancora più estremo.

Dissotterrati i resti della moglie, Le Van li aveva raccolti e portati a casa, forgiando in seguito una statua di cartapesta che potesse contenerli e tenerli in posizione. Così, finalmente, aveva potuto riportare la sua amata nell’alcova, e ricomporre quella famiglia che la morte aveva diviso.

Dopo che un’inchiesta giornalistica ebbe dato pubblicità alla vicenda, le autorità locali avevano intimato a Le Van di riportare i resti della moglie al cimitero. Eppure, a distanza di due anni, si è scoperto che ancora oggi Le Van si rifiuta di seppellire nuovamente la sua amata. Le autorità, a quanto pare, non possono intervenire con la forza e obbligarlo a liberarsi delle ossa. Così il cocciuto marito continua a prendersi cura dello scheletro della donna che ha amato, a rammendare l’effigie di cartapesta che lo racchiude, e a vivere assieme al figlioletto una dimensione familiare quantomeno sorprendente.

“Devo scontare la mia pena – dice Le Van – in una vita precedente devo aver commesso qualcosa di orribile, e così sono stato condannato ad essere uomo. Ora sto cercando di purificarmi per tornare alla mia incarnazione precedente”. Evidentemente è convinto che il suo amore, che non conosce confini e che supera perfino la morte stessa, possa salvarlo dai limiti e dai dolori dell’esistenza umana.

E così, anche stasera, Le Van si coricherà accanto alla donna che il destino gli ha affidato… e non importa se di lei il tempo ha lasciato solo le ossa. Anche stasera bacerà la cartapesta che ha modellato con le sue mani affinché gli ricordi il volto, un tempo giovane e bello, della sua sposa. Anche stasera le augurerà di sognare, e con un sospiro si addormenterà al suo fianco.

(Scoperto via Oddity Central).

L’amore che non muore

La strana e incredibile storia di Carl Tanzler è divenuta nel tempo una sorta di macabra leggenda urbana, ma è accaduta realmente: è una storia di amore, devozione, ossessione maniacale e morte.

Carl Tanzler (soltanto uno dei suoi molti nomi, Conte Carl von Cosel essendo il secondo più celebre) nacque a Dresda nel 1877. Spostatosi a Zephryhills, Florida, nel 1927, divenne radiologo allo U.S. Marine Hospital a Key West. Sua moglie e le sue due figlie lo raggiunsero qualche anno più tardi.

Tanzler era stato affidato al reparto tubercolotici, che in quegli anni era davvero un brutto spettacolo. La maggior parte dei suoi nuovi amici americani erano pazienti, e Tanzler fu costretto a vederli morire uno ad uno a causa della terribile malattia. I medici che lavorano in reparti simili cercano di “desensibilizzarsi” al fine di mantenere la propria integrità mentale; Tanzler però era tenero di cuore, e pare che ogni volta che un paziente non ce la faceva, egli soffrisse duramente. Il medico tedesco non era inoltre propriamente stabile a livello psicologico. Sempre pronto a inventarsi nuove fantasiose cure, si fregiava di aver ricevuto fantomatici premi e onorificenze  – che portarono in seguito a dubitare che avesse perfino un’autentica laurea in medicina.

Carl sosteneva inoltre di essere spesso visitato in sogno da una sua ava defunta, la Contessa Anna Costantia von Cosel, che immancabilmente gli mostrava una bellissima, esotica donna, dicendogli che lei e nessun’altra sarebbe stata il suo grande amore.

Seppur sposato con figli, Tanzler finì nell’aprile del 1930 per incontrare quella splendida donna vista in sogno: si trattava di Elena Milagro “Helen” de Hoyos, 22 anni, una bellezza incomparabile, e gravemente malata. La tubercolosi le aveva portato via tutti i famigliari più stretti, e Tanzler decise che l’avrebbe salvata ad ogni costo. Con il consenso della famiglia, cominciò ad utilizzare metodi non ortodossi e non testati per curare la sua Elena, intrugli di erbe e terapie a raggi X. Nel frattempo, si era dichiarato a lei, manifestandole il suo amore, sommergendola di regali, ma la giovane Elena non ne voleva sapere. Malgrado tutto, Carl sperava che la giovane l’avrebbe amato se lui fosse riuscito a salvarle la vita.

Nel 1931, nonostante i suoi ossessivi sforzi, Elena, il suo unico grande amore, morì. Carl, sempre con il consenso della famiglia (al corrente della sua infatuazione), le costruì un mausoleo sopraelevato, per paura che l’umidità del terreno potesse intaccare il suo corpo. Ogni giorno si recava al cimitero a trovarla, e la famiglia di Elena era commossa dall’affetto dimostrato dal dottore per la giovane. Quello che non sapevano, però, è che l’ossessione di Tanzler stava prendendo una brutta piega.

Ogni notte Carl si introduceva nel mausoleo, e sottoponeva il cadavere della ragazza a ripetuti trattamenti di formaldeide per cercare di mantenere il corpo incorrotto. Si sdraiava di fianco a lei, parlava con lei per ore. Ad un certo punto installò perfino un telefono, per poterla chiamare durante il giorno e illudersi di comunicare con la sua Elena. Il fantasma della fanciulla lo visitava ogni notte, chiedendogli di portarla via da quella tomba.

Nel 1933 Carl fece appunto questo: trafugò la salma, e la portò a casa. Elena era morta da due anni a questo punto, e Tanzler lottò furiosamente contro il decadimento del suo corpo, utilizzando una marea di preservanti, vuotando una dopo l’altra bottiglie di profumo per nascondere l’odore della carne marcescente. Nonostante l’inevitabile putrefazione avanzasse veloce, Carl cercava di figurarsi un felice rapporto di coppia, parlando con il cadavere, improvvisando per lei romantiche canzoni d’amore all’organo (di cui era un dotato suonatore).

Mano a mano che la decomposizione progrediva, i suoi metodi divenivano più estremi. Cominciò ad usare corde di pianoforte per legare assieme le ossa che si staccavano. Quando gli occhi di Elena si decomposero, li sostituì con occhi di vetro. Quando la sua pelle si ruppe e cadde a pezzi, la rimpiazzò con una strana miscela di sua invenzione, seta imbevuta di cera e gesso. Gli organi interni collassarono, e lui riempì le cavità con stracci per mantenerne la forma. I capelli caddero, e lui ne fece una parrucca. Ad ogni stadio di decomposizione, Carl tentava di bloccare l’immagine di Elena, ma il risultato era che la ragazza stava divenendo sempre più una rozza e grottesca caricatura di ciò che era stata un tempo, una macabra bambola in putrefazione. Secondo alcune testimonianze, sembra che Tanzler avesse anche inserito un tubo di carta al posto delle parti intime, come sostituto della vagina durante i rapporti sessuali. In realtà, nei rapporti dell’epoca non si fa menzione di questo dettaglio, ed è plausibile pensare che il rapporto fra lui ed Elena fosse di tipo squisitamente (!) platonico.

Nel 1940, nove anni dopo la morte di Elena, la sorella di quest’ultima sentì delle voci riguardanti le strane abitudini di Tanzler. Si recò a casa sua, dove trovò quel che restava del cadavere di Elena, ancora vestita nei suoi abiti. Tanzler fu arrestato, ma i reati commessi erano già caduti in prescrizione e lui non fu mai punito per ciò che aveva fatto.

Tutti i giornali parlarono di questa storia, ma stranamente l’opinione pubblica si schierò dalla parte di Tanzler. La sua ostinata corsa contro l’inevitabile in qualche modo commosse e toccò il cuore degli americani; certo, egli era un maniaco ossessivo, illuso di poter preservare un amore che non era nemmeno mai esistito… ma la gente intuì che al di là degli aspetti più macabri e morbosi della notizia, vi era qualcosa di più. Sotto la patina di sordida necrofilia, la vicenda di Tanzler era fin troppo umana. Il medico tedesco si era aggrappato con le unghie e con i denti a ciò che amava di più al mondo, rifiutando di lasciare che sparisse nelle nebbie del tempo.

L’ossessione di Carl non finì quando gli portarono via i suoi affezionati resti. Ormai l’idea del suo amore aveva prevalso su qualsiasi realtà. Usò la maschera funebre della sua amata per costruire una bambola con le sue fattezze. Scrisse un’autobiografia, e passò i suoi ultimi anni mostrando il bambolotto ai curiosi e raccontando infinite volte la sua incredibile storia. Morì nel 1952, fu trovato accasciato dietro uno dei suoi organi.

Ma la leggenda esige un altro finale: secondo molti resoconti, il suo corpo fu trovato fra le braccia della sua bambola con il viso di Elena Hoyos.