Senza pelle

He Took His Skin Off For Me (2014) è il saggio di diploma firmato dal giovane Ben Aston alla prestigiosa London Film School, realizzato anche tramite una campagna Kickstarter che ha coperto l’intero budget relativo agli effetti speciali (più di 9.000 sterline).

Il cortometraggio è una favola surreale e macabra incentrata su un rapporto sentimentale fondamentalmente in disequilibrio: il racconto del sacrificio, accettato per amore dal protagonista, procede con toni delicati nel mostrare come le piccole difficoltà domestiche divengano sempre più problematiche con il passare del tempo. Come il sangue imbratta via via ogni superficie della casa pulita, così ogni minima azione (eseguita o mancata) lascia tracce nei sentimenti dei personaggi, nella loro intimità, nella loro vita emotiva.

Il concept, semplice e diretto, si arricchisce quindi di molti livelli di lettura: vi si può scorgere una parabola sui rischi di mettersi completamente a nudo di fronte a una persona, quando quest’ultima non fa lo stesso con noi; una storia sui compromessi necessari per restare vicini; perfino la versione horror di una relazione morbosa e votata fin dall’inizio al fallimento. Come ha dichiarato il regista, “quando le persone mi dicono cosa pensano che significhi, spesso rivelano anche una parte di loro stessi. Il potere dell’allegoria è il suo essere sfaccettata. Ogni spettatore ha il suo punto di vista; simpatie e significati mostrano di andare quasi in ogni direzione“.

Ecco il sito ufficiale del cortometraggio, in cui potete trovare anche backstage e altri materiali.

Copy Shop

Copy Shop è un cortometraggio austriaco del filmmaker e artista multimediale Virgil Widrich, nominato all’Oscar nel 2001.

La peculiarità tecnica del corto è che il regista e il suo team hanno inizialmente effettuato tutte le riprese su una videocamera digitale, trasferito il materiale su un computer e montato il film. Successivamente, ogni singolo fotogramma è stato stampato su carta, fotocopiato, e poi ri-filmato frame by frame con una cinepresa a 35mm. Questo ha dato la possibilità a Widrich di accartocciare i lati di alcuni fotogrammi, di “rovinarne” altri, perfino di strapparli in determinati punti. Nel 2001 gli strumenti per la manipolazione digitale delle immagini erano ancora agli albori, per cui un tale laborioso processo di lavorazione, per quanto sperimentale, era necessario per ottenere l’effetto che Widrich aveva in mente.

Questa decisione stilistica non è fine a se stessa: il surreale cortometraggio parla di fotocopie, per l’appunto, e di doppi che si moltiplicano fuori controllo. Questo incubo kafkiano (che però non sarebbe affatto dispiaciuto a Topor) ci parla della disumanizzazione causata dalla routine, della perdita identitaria; un mondo filmico drammatico, fin troppo simile al nostro, in cui anche il sonoro ci intrappola in una continua ripetizione angosciante e senza via di fuga.