I ricami di capelli vittoriani: intervista a Courtney Lane

Una parte del piacere di collezionare curiosità risiede nello scoprire le reazioni che esse sono in grado di suscitare nelle varie persone: personalmente, vedere la meraviglia stamparsi sul volto di chi guarda mi commuove sempre, e dà significato alla collezione stessa. Tra gli oggetti che, almeno nella mia esperienza, sollecitano una risposta emotiva più forte vi sono senz’altro i corredi da lutto, e in particolare le straordinarie opere decorative, tipiche dell’Ottocento, ottenute intrecciando i capelli del defunto.

Sia che si tratti di una piccola spilla contenente una semplice ciocca, di un quadretto merlettato o di un ricamo più grande, c’è qualcosa di potente e toccante in questi lavori, e il sentimento che suscitano è sorprendentemente universale. Si direbbe che chiunque, a prescindere da cultura, esperienza o provenienza, sia “equipaggiato” per riconoscere il valore archetipico dei capelli; utilizzarli per ricami, gioielli e decorazioni è dunque un atto eminentemente magico.

Ho deciso di approfondire questa particolare tradizione con un’esperta, che è stata così gentile da rispondere alle mie domande.
L’amica Courtney Lane è un’autorità in materia, non soltanto da un punto di vista storico ma anche pratico: ha cioè studiato le tecniche originali con l’intento di riportarle concretamente in vita, convinta che questa antica arte possa ancora oggi assolvere alla sua funzione, legata alla memoria e al ricordo.

Puoi raccontarci un po’ di te stessa?

Sono un’artista di ispirazione vittoriana, lavoro con i capelli; vivo a Kansas City, e mi piace definirmi una persona “weird di professione”. La mia attività si chiama Never Forgotten, creo opere moderne realizzate in stile sentimentale vittoriano su commissione, e produco anche pezzi originali usando trecce e ciuffi di capelli umani antichi che trovo ad esempio durante le vendite di vecchie proprietà. Sul piano accademico, studio la storia dell’artigianato con capelli, svolgo attività di divulgazione attraverso conferenze e video online, e viaggio per tenere dei workshop sulle tecniche di lavoro con capelli.

Uno dei lavori di Courtney.

Da dove nasce il tuo interesse per le opere in capelli vittoriane?

Ho sempre avuto un profondo amore per la storia, e per la scoperta del bello nei luoghi che molti considerano oscuri o macabri. Alla tenera età di 5 anni, mi innamorai della bellezza dei mausolei del Diciottesimo e Diciannovesimo Secolo nei pressi del Quartiere Francese di New Orleans. Perfino da bambina, adoravo la grandiosità di quelle elaborate sculture in ricordo dei defunti. Questo mi portò a sviluppare una particolare attrazione per l’età vittoriana e per i costumi funebri dell’epoca.
Durante il mio studio del lutto vittoriano ho incontrato le opere fatte con i capelli. Essendo io stessa profondamente romantica, conoscevo già il valore sentimentale che poteva rivestire una ciocca della persona amata, quindi mi sembrò molto naturale che i capelli potessero essere anche una reliquia perfetta per un caro estinto. Trovai straordinarie queste realizzazioni artistiche, e il sentimento che le sottende di una bellezza ancora maggiore. Mi domandai perché una simile tradizione non venisse più praticata su ampia scala, e avvertii il bisogno di scoprire perché.
Così ho studiato per anni cercando di trovare le risposte e alla fine ho imparato in prima persona a creare queste opere d’arte. Ho sempre fortemente creduto che la potenza delle opere sentimentali create con i capelli potesse aiutare la società a riappropriarsi di una più sana relazione con la morte e con il lutto, quindi ho deciso di aprire una mia attività per produrre lavori moderni, educare il pubblico sulla storia spesso travisata di questa forma d’arte, e assicurare che questa tradizione non venga, appunto, “mai dimenticata”.

Come mai la creazione di queste opere divenne una pratica funebre così popolare? I capelli venivano raccolti pre o post mortem? Era un’attività esclusivamente relativa all’elaborazione del lutto?

L’arte dei capelli ha conosciuto una varietà di motivazioni, molte delle quali erano intrinsecamente sentimentali, ma non è sempre stata relativa al lutto. Con la morte di suo marito, la regina Vittoria cadde in un profondo stato di lutto che durò per i rimanenti 40 anni della sua vita. Questo a sua volta creò una certa moda, quasi un feticismo, per l’idea del lutto nell’era vittoriana. Oggi molte persone credono che tutti i lavori ricamati con i capelli fossero realizzati per elaborare una perdita, ma tra il Cinquecento e l’inizio del Novecento simili opere spaziavano dai ricordi romantici della persona amata ai memento familiari, e talvolta servivano come souvenir di un momento importante nella vita di qualcuno. Per esempio, molti dei grandi ricami tridimensionali che si possono ancora vedere, erano in realtà una sorta di “storia familiare”. I capelli spesso venivano raccolti da diversi membri della famiglia ancora in vita, e intrecciati assieme per raffigurare un albero genealogico. Ho visto altri esempi di lavori con capelli che commemoravano più semplicemente un importante evento della vita, come una prima comunione o un matrimonio. Molto prima che nascesse una vera e propria forma d’arte, gli esseri umani si scambiavano già ciocche di capelli; quindi è naturale che vi fossero delle coppie che indossavano dei gioielli contenenti i capelli dei loro amati ancora in vita.


Per quanto concerne le opere di lutto, i capelli erano talvolta raccolti post mortem, oppure provenivano da epoche precedenti, in cui erano stati messi da parte. Poiché i capelli erano culturalmente così importanti, al momento di tagliarli venivano spesso recuperati, a prescindere che vi fosse il progetto immediato di farne dei gioielli o meno.
L’idea di usare i capelli per una pratica funeraria trova la sua origine in larga parte in seno al cattolicesimo del Medioevo, e in particolare nel potere delle reliquie sante della chiesa. Le reliquie dei Santi sono ben più che semplici resti umani, consentono una connessione spirituale al Santo stesso, creando un legame tra vita e morte. La credenza che una reliquia potesse essere un sostituto per la persona in odore di santità, si trasferì facilmente dal lutto pubblico e religioso al lutto privato e personale.
Di tutti i vari tipi di reliquia (ossa, carne, eccetera) i capelli sono quelli più accessibili alla persona media, in quanto non è necessario nessun tipo di accorgimento per evitare la decomposizione, al contrario del resto del corpo; raccoglierli da un cadavere richiede soltanto l’uso di un paio di forbici. I capelli sono anche una delle parti più identificabili di una persona, quindi anche se dei pezzi di osso potrebbero a rigore fungere da reliquia, i capelli della persona a cui vogliamo bene sono una parte del suo corpo che vediamo ogni giorno, in vita, e che possiamo continuare a riconoscere dopo la morte.

Ricamare i capelli era una pratica strettamente legata all’alta società?

No, non era strettamente riservato all’alta società. Anche se c’erano membri delle classi più elevate che possedevano opere in capelli, si trattava per la maggior parte di una pratica borghese. Alcuni lavori venivano prodotti da artisti professionisti, e ovviamente per commissionarli bisognava possedere adeguati mezzi economici; ma molti lavori con i capelli venivano creati in casa, di solito dalle donne della famiglia.
In questo caso, le uniche spese concernevano gli strumenti di cucito (che comunque molte donne di classe media avevano già in casa) e ovviamente i gioielli, le cornici o le campane di vetro in cui posizionare il lavoro finito.

Quante persone lavoravano a una singola ghirlanda? Era un’occupazione femminile, come il ricamo?

Le opere erano normalmente, anche se non esclusivamente, create dalle donne, ed erano addirittura considerate un sottogenere del ricamo femminile. L’attività generale del ricamo consisteva in merletti, ornamenti di perle, piume, e altro. C’erano casi in cui i capelli erano usati proprio per trapuntare e cucire. Era considerato molto femminile avere la pazienza e la meticolosità necessarie per le belle cose fatte a mano.
Per quanto riguarda le corone e le ghirlande, il numero di persone che lavoravano assieme per crearne uno poteva variare. Soltanto pochi esemplari sono documentati in modo tale da saperlo con certezza.
Ho anche osservato dozzine di diverse tecniche usate per formare i fiori nelle ghirlande, e alcune tecniche richiedono più tempo di altre. Uno dei migliori esempi che ho visto è un pezzo la cui documentazione, incredibilmente precisa, indica che il ricamo completo consiste di 1.000 fiori (ognuno più grande di una normale ghirlanda); venne interamente costruito da una sola donna nell’arco di un anno. I documenti specificano anche che i 1.000 fiori furono creati a partire dai capelli di 264 persone.

  

Perché nel Ventesimo secolo questa attività passò di moda?

I lavori con capelli cominciarono a declinare in popolarità all’inizio del Novecento. Ci furono diverse ragioni.
Il primo motivo fu l’industrializzazione di questo genere di artigianato. Diverse grosse ditte e cataloghi cominciarono a fare pubblicità per ricami di capelli, e molte persone temevano che commissionare i lavori esternamente, invece che crearli in casa, avrebbe finito per uccidere ogni sentimento. Una di queste industrie era la Sears, Roebuck & Co., e in uno dei loro cataloghi del 1908 scrivevano addirittura: “Non eseguiamo l’intreccio noi stessi. Lo appaltiamo; quindi non possiamo garantire che i capelli usati siano quelli che ci vengono spediti; il cliente si assume ogni rischio”. Questo, ovviamente, scoraggiava le persone dall’usare ricamatori professionisti.
Un’altra ragione sta nello sviluppo e nel consenso trovato dalla teoria dei germi nell’era vittoriana. Più la gente imparava dell’esistenza dei germi, e comprava prodotti sanitari, più il corpo umano cominciò a essere visto come qualcosa di sporco. Si iniziò a ritenere che anche i capelli fossero poco igienici, e le persone ci pensavano due volte prima di farne un medium per arte e gioielleria.
Anche la Prima Guerra Mondiale ha a che fare con il declino del ricamo di capelli. Non soltanto c’era penuria di risorse per i paesi coinvolti nel conflitto, ma sempre più donne cominciarono a lavorare fuori casa, e non avevano più tempo per ricamare quotidianamente. In tempo di guerra, quando tutti si davano una mano per aiutare lo sforzo bellico, i cittadini cominciarono ad abbandonare le spese superflue e concentrarsi sulle vere necessità. I capelli in questo periodo assunsero uno scopo del tutto pratico. Per esempio, in Germania c’erano dei poster di propaganda che incoraggiavano le donne a tagliarsi le chiome più lunghe e donarle all’esercito, in caso altri materiali fibrosi dovessero scarseggiare. I capelli forniti dalle donne venivano utilizzati per creare oggetti di uso pratico, come le cinghie di trasmissione.
A causa di tutto ciò, nel 1925 i ricami sentimentali di capelli erano praticamente scomparsi; nessuna grossa ditta creava o riparava più le ghirlande, e l’artigianato casalingo non faceva più parte della vita quotidiana delle donne.

I ricami di capelli ottocenteschi sono diventati oggetti da collezione molto ricercati; questo è da ascriversi in parte al fascino delle pratiche di lutto vittoriane, ma mi sembra anche che questi pezzi abbiano un valore speciale, rispetto alle normali spille o ai gioielli classici, proprio a causa – be’, della presenza di capelli umani. Secondo te avvertiamo ancora un qualche tipo di potere magico, simbolico, nei capelli? O è soltanto l’espressione di una curiosità morbosa per i resti umani, anche se in forma “moderata” e non scioccante?

Credo assolutamente che entrambe le cose siano vere. Specie tra chi è poco familiare con simili pratiche di ricamo, c’è un reale elemento di shock nel vedere qualcosa creato a partire dai capelli. Quando introduco il concetto, alcuni trovano l’idea disgustosa, ma molti si sorprendono che i capelli non si decompongano. Le persone oggi sono così poco informate sulla morte che subito pensano ai capelli come a una parte del corpo, e non comprendono come possano rimanere perfettamente immacolati a distanza di più di cento anni. Per coloro che non meditano spesso sulla propria mortalità, pensare che i loro capelli possano sopravvivere fisicamente per molto tempo dopo la morte può essere del tutto sconcertante.
Una volta che la sorpresa iniziale o la curiosità morbosa sono superate, molte persone riconoscono un valore speciale nei capelli stessi. Tra i più seri collezionisti di capelli, sembra prevalere un senso di toccante soddisfazione nell’opportunità di preservare la memoria di qualcuno che un tempo fu tanto amato da essere ricordato così – perfino se oggi si tratta di morti anonimi.
Si potrebbe quasi definire una vocazione spirituale, ma direi che come minimo si tratta di un comune senso di empatia tra esseri mortali.

Che tipo di ricerca hai dovuto fare per apprendere le basi dei ricami vittoriani di capelli? Questo, in definitiva, è un tipo di artigianato popolare che aveva un obbiettivo specifico, spesso personale; esistevano libri con istruzioni dettagliate su come procedere? O hai dovuto studiare direttamente le opere per comprendere come sono state create?

Imparare i ricami di capelli è stato un vero viaggio iniziatico per me. Per prima cosa, dovrei dire che ci sono molti tipi differenti di ricamo, e alcune tecniche sono meglio documentate di altre. Quelle che utilizzano le armature in filo di ferro sono quelle che vediamo nelle ghirlande e negli altri florilegi tridimensionali. Non sono riuscita a trovare buone fonti su questi procedimenti, quindi per imparare ho studiato innumerevoli opere originali. Ho cercato ogni opportunità per esaminare quei ricami che erano senza cornice o danneggiati, così da provare a rimetterli assieme e capire come ogni cosa era collegata. Ho passato ore a guardare vecchi pezzi e a giocare con capelli finti, sbagliando e riprovando.
Altre tecniche sono i lavori a tavolozza e i lavori da tavolo. I lavori a tavolozza includono quei disegni di capelli bidimensionali che puoi trovare incorniciati o sotto vetro nei gioielli, e i lavori da tavolo includono gli intricati intrecci che formano le catene per gioielli, come per esempio una collana o il polsino di un orologio.
The Lock of Hair di Alexanna Speight e Art of Hair Work: Hair Braiding and Jewelry of Sentiment di Mark Campbell sono due libri che insegnano, rispettivamente, i lavori a tavolozza e da tavolo. Sfortunatamente, data l’epoca in cui sono stati scritti, utilizzano un inglese arcaico e fanno riferimento a strumenti e materiali che non si producono più o che è difficile recuperare. Anche dopo averli letti, ci vuole tempo per trovare equivalenti moderni e fare pratica con alcune sostituzioni, in modo da individuare la migliore alternativa. Per questo mi piacerebbe scrivere un manuale che spieghi tutte e tre queste tecniche basilari, in modo facile da comprendere e usando materiali moderni, così da rendere quest’arte più accessibile al grande pubblico.

Perché credi che questa tecnica possa ancora essere rilevante oggi?

L’atto e la tradizione di raccogliere i capelli è ancora presente nella nostra società. I genitori spesso mettono da parte una ciocca dei primi capelli tagliati ai loro figli, ma purtroppo quella ciocca finirà nascosta in una busta o in un libro, e quasi mai più guardata. Diversi miei clienti sono persone che, pur non avendo mai sentito parlare di queste tecniche, hanno sentito l’impulso di tagliare un ciuffo di capelli a una persona cara appena defunta. I loro occhi cominciano a brillare quando scoprono che possono indossare quei capelli in un gioiello, o esporli all’interno di un’opera d’arte. La gente mi chiede di continuo se è strano avere conservato questi capelli. Spesso, non sanno nemmeno perché l’hanno fatto. È una reazione istintiva che in molti provano, ma non se ne parla né tanto meno la si celebra nella nostra cultura moderna, quindi pensano di essere anormali o morbosi, anche se è una cosa così naturale.
Un altro esempio è tenere i propri capelli dopo averli tagliati. Soprattutto quando si tratta di tagliare capelli molto lunghi, o trecce, incontro spesso persone che hanno investito talmente tanto a livello personale nei loro capelli che non se la sentono di buttarli via. Questi individui possono conservare i propri capelli in un sacco per anni, senza sapere cosa farne, consci soltanto che “sembra giusto tenerli”. Questo per me è perfettamente comprensibile, perché attraverso la storia i capelli sono sempre stati un tratto molto personale. Anche oggi, le persone si identificano attraverso i capelli, la lunghezza, la consistenza, il colore, lo stile. Culture differenti portano i capelli in modi diversi per comunicare qualcosa del loro patrimonio, oppure alcuni individui usano la loro creatività e il proprio senso identitario per decidere l’acconciatura. Che sia per motivi religiosi, culturali, romantici o di elaborazione del lutto, il desiderio di associare dei sentimenti ai capelli, e l’impulso a conservare quelli della persona amata, sono intrinsecamente umani.
Credo davvero che essere in grado di mostrare con orgoglio le nostre reliquie di capelli possa aiutarci a processare alcune delle nostre emozioni più intime, e a vivere al meglio la nostra vita.

Potete visitare il sito di Courtney Lane Never Forgotten, e seguirla su Facebook, Instagram, Twitter, e YouTube. Se siete interessati al valore magico e simbolico dei capelli umani, questo è un mio post sull’argomento.

Le nozze fantasma

Cina, provincia di Shanxi, nella parte settentrionale della Repubblica.
All’inizio del 2016, il capo della polizia della contea di Hongtong dà l’allarme: nel triennio precedente sono stati accertati almeno una dozzina di furti di cadavere all’anno. Le salme disseppellite e trafugate sono tutte di giovani donne, e la tendenza è talmente in crescita che molte famiglie preferiscono inumare i membri femminili vicino alle loro case, piuttosto che in luoghi più appartati. Altri fanno ricorso a tombe in cemento, installano telecamere a circuito chiuso, assoldano guardie o costruiscono delle grate attorno al sito di sepoltura, proprio come si faceva nell’Inghilterra dei body snatchers. Sembra che in alcune parti della provincia il corpo di una ragazza morta in giovane età non sia mai troppo al sicuro.
Cosa c’è dietro a questo trend inquietante?

Questi episodi di furto di cadavere sono collegati a un’antichissima tradizione che si pensava abbandonata da molto tempo: l’usanza dei “matrimoni nell’aldilà”.
La morte di un maschio giovane e celibe è considerata un evento che porta sfortuna all’intera famiglia: l’anima del ragazzo infatti non trova pace, senza una compagna.
Per questo i familiari, nell’intento di trovare una sposa per il defunto, si affidano a degli intermediari che si occupano di metterli in contatto con altre famiglie le quali hanno, a loro volta, recentemente perso una figlia. I due giovani deceduti vengono dunque sposati mediante un rito apposito e seppelliti assieme, per il sollievo di entrambe le famiglie.
Questo tipo di matrimoni sembra risalga alla dinastia Qin (221-206 a.C.) anche se le fonti principali attestano la pervasività della pratica a partire dalla dinastia Han (206 a.C.-220 d.C.).

Il problema è che, visti gli ingenti guadagni derivanti da un simile traffico, alcuni di questi “agenti di matrimonio” non si fanno scrupoli ad agire in clandestinità per dissotterrare le preziose fanciulle: talvolta, per rivendere i corpi, fingono di essere parenti della morta, ma in altri casi trovano famiglie in lutto che sono semplicemente disposte a pagare pur di trovare una sposa al loro caro estinto, chiudendo un occhio sulla provenienza del cadavere.

Fino a qualche anno fa i “matrimoni fantasma” si svolgevano utilizzando delle simboliche figurine di bambù, vestite con abiti tradizionali; oggi che il benessere è aumentato si arriva a spendere anche 100.000 yuan (equivalenti a circa 15.000 euro) per un cadavere fresco di fanciulla. Anche dei resti umani più vecchi, ricomposti con filo di ferro, possono valere intorno agli 800 euro. D’altronde sono proprio gli anziani dei villaggi ad ammonire le nuove generazioni: per scacciare la sfortuna non c’è niente di meglio che un’autentica salma.
Nonostante la pratica sia stata dichiarata illegale nel 2006, il business è talmente lucrativo che gli arresti si moltiplicano e si ha notizia almeno di due omicidi compiuti al fine di rivendere il corpo della vittima.

Se a primo sguardo questa tradizione ci può sembrare macabra e insensata, soffermiamoci un attimo sulle possibili motivazioni.
Nella provincia in cui si concentrano gli episodi, un grande numero di ragazzi maschi lavorano nelle miniere di carbone dove gli incidenti sul lavoro sono tristemente frequenti. La maggioranza di questi giovani costituiscono la sola prole avuta da una coppia, a causa della politica del figlio unico attuata dal governo cinese fino al 2013.
Oltre ai motivi legati alla superstizione, dunque, c’è anche una componente psicologica importante: immaginate il sollievo se, nel processo di elaborazione del lutto, poteste ancora fare qualcosa per rendere felice il vostro caro estinto. Ecco, il “matrimonio degli spiriti” agisce proprio da compensazione per la perdita di un ragazzo amato, morto magari lavorando per supportare la famiglia.

I matrimoni fra due defunti, o fra una persona viva e una morta, non sono peraltro prerogativa della Cina. In Francia le nozze postume (svolte solitamente quando una donna perde in modo prematuro il fidanzato) vengono regolarmente richieste facendo ricorso al Presidente della Repubblica, che ha il compito di rilasciare il permesso. Lo scopo è quello di riconoscere eventuali figli concepiti prima del decesso, ma vi possono essere anche motivazioni puramente emotive. In effetti è relativamente lunga la lista dei paesi che hanno visto casi di matrimoni in cui uno o entrambi i gli sposi non erano più in vita.

Infine, una piccola curiosità.
Nel celebre film di Tim Burton La sposa cadavere (2005), ispirato a una leggenda secolare (se ne può trovare un’incarnazione romantica anche nell’antologia Fantasmagoriana, nel racconto Die Todtenbraut di F. A. Schulze), è un anello infilato quasi per gioco su un arbusto a sancire l’inconsapevole fidanzamento dell’oltretomba.
Assai simile a quel ramoscello, all’apparenza innocuo, è il “trabocchetto” usato a Taiwan quando muore una giovane donna ancora nubile: i familiari piazzano per strada dei pacchetti rossi contenenti soldi dei morti, oppure una ciocca di capelli o delle unghie della morta. Il primo uomo a raccogliere il pacchetto è tenuto a sposare la giovinetta deceduta, pena un’indicibile sventura. Potrà poi prendere nuovamente moglie, ma dovrà riverire per sempre la sposa “fantasma” come la sua prima, vera moglie.

Questi rituali si rendono necessari quando un individuo accede all’aldilà prematuramente, senza aver eseguito un rito di passaggio fondamentale come il matrimonio (quindi senza aver completato il “corretto” percorso della sua vita). Come spesso accade nelle usanze funebri, la pratica ricopre una funzione benefica e apotropaica sia per il gruppo sociale dei vivi che per il defunto stesso.
Viene cioè scongiurata da una parte la sfortuna che potrebbe colpire i parenti; si viene a creare “per procura” quel legame tra due diverse famiglie che sarebbe mancato in assenza di un vero e proprio matrimonio; e ad un tempo ci si assicura anche che l’anima lasci questo mondo in pace, e non si avventuri per il suo ultimo viaggio indossando il marchio di una disgraziata solitudine.

Morte e tazze infrante

Questo articolo è originariamente apparso su The Order of the Good Death. Del movimento death positive, per il quale queste righe vogliono essere un piccolo contributo, ho già scritto qui e qui.

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Appena la tomba è riempita, delle ghiande dovranno esservi piantate, così che nuovi alberi più tardi ne cresceranno, e il bosco sarà fitto come prima. Ogni traccia della mia tomba dovrà svanire dalla faccia della terra, così come mi compiaccio di pensare che la mia memoria svanirà dalla mente degli uomini”.

Questo passaggio dal testamento del Marchese de Sade ha sempre toccato una corda profonda in me. Ovviamente, nell’intento dell’autore si trattava di un ultimo rabbioso, sdegnoso sberleffo all’umanità, ma lo stesso identico pensiero può anche risultare rasserenante.
Sono sempre stato sensibile alla fantasia un po’ poetica, un po’ romantica, del monaco taoista o buddista che si ritira sulla sua bella montagnola per prepararsi alla morte. Da giovane pensavo che morire significasse lasciarsi il mondo alle spalle, che non comportasse alcuna responsabilità. Anzi, da qualsiasi responsabilità avrebbe dovuto teoricamente liberarmi quel momento. La mia morte era cosa mia.
Un’esperienza intima, sacra, meravigliosa che avrei tentato di affrontare con curiosità.
Impermanenza? Svanire dalle “menti degli uomini”? Poco male. Se il mio ego è transitorio come tutto il resto, non è poi tutto questo dramma. Lasciatemi andare, gente, una volta per tutte.
Nella mia mente, la cosa importante era focalizzarsi sulla mia stessa morte. Allearmi. Prepararmi.

Voglio che la mia morte sia delicata, tranquilla, discreta”, scrivevo nel mio diario.
Preferirei andarmene in punta di piedi, per non disturbare nessuno. Senza lasciare traccia del mio passaggio”.

Purtroppo ora sono ben conscio che le cose non andranno così, e che mi verrà negato il dolce conforto di essere velocemente dimenticato.
Ho passato la maggior parte del mio tempo ad addomesticare la morte – invitandola nella mia casa, cercando di farmela amica, di comprenderla – e adesso scopro che l’unica cosa che davvero temo riguardo alla mia dipartita è lo strazio che inevitabilmente causerà. È l’altro lato dell’amare ed essere amati: la morte farà male, arriverà al costo di ferire e lasciare un segno sulle persone a cui tengo di più.

Morire non è mai soltanto un affare privato, riguarda gli altri.
E puoi sentirti a tuo agio, pronto, pacifico, ma cercare una “buona” morte significa aiutare anche i tuoi cari a prepararsi. Se solo ci fosse un modo semplice per farlo.

Il fatto è che tutti sopportiamo molte piccole morti.
I luoghi possono morire: torniamo al parco giochi in cui scorrazzavamo da bambini, e ora è scomparso, fagocitato da un’orrenda stazione di servizio.
La malinconia di non poter dare un bacio per la prima volta ancora.
Abbiamo sofferto per la morte dei nostri sogni, delle nostre relazioni, della nostra giovinezza, di quel tempo esaltante in cui ogni sera fuori con gli amici sembrava una nuova avventura. Tutte queste cose se ne sono andate per sempre.
Abbiamo fatto esperienza di morti ancora più minuscole, come la nostra tazza preferita che finisce per terra un giorno, e va in pezzi.

È ogni volta lo stesso sentimento, come se qualcosa si fosse irrimediabilmente perso. Guardiamo i frammenti della tazza rotta, e sappiamo che anche tentando di incollarli insieme, non sarebbe più la stessa tazza. Possiamo ancora vederne l’immagine nella mente, ricordare com’era, ma sappiamo che non tornerà più intera.

Mi sono talvolta imbattuto nell’idea che quando perdi qualcuno, il dolore non potrà mai andarsene; eppure se impari ad accettarlo, puoi riprendere a vivere. Ma questo non è abbastanza.
Penso che abbiamo bisogno di abbracciare il lutto, piuttosto che accettarlo soltanto, abbiamo bisogno di renderlo prezioso. Suona strano, perché il dolore è il nuovo tabù, e viviamo in un mondo che continua a suggerirci che soffrire non ha alcun valore. Ideiamo continuamente nuovi antidolorifici per ogni tipo di afflizione. Ma il dolore è l’altra faccia dell’amore, e ci forma, ci definisce e rende unici.

Per secoli in Giappone i vasai hanno preso ciotole e coppe rotte, proprio come la nostra tazza caduta, aggiustandole con lacca e polvere d’oro, una tecnica chiamata kintsugi. Quando l’oggetto è riparato, le crepe dorate – che formano una decorazione assolutemente singolare, impossibile da replicare – diventano la sua vera qualità. Cicatrici che trasformano una comune ciotola in un tesoro.

Voglio che la mia morte sia delicata, tranquilla, discreta. Preferirei andarmene in punta di piedi, per non disturbare nessuno, e dire ai miei cari, ad uno ad uno: non aver paura.

Ora credi che la coppa sia infranta, ma il dolore è l’altro lato dell’amore, la prova che hai amato. Ed è una lacca dorata che può essere usata per rimettere assieme i pezzi.
Guarda questa scheggia: questa è la notte d’inverno che passammo a suonare il blues di fronte al camino, neve fuori dalla finestra e vin brulé dentro al bicchiere.
Prendi quest’altra: questo è quando ti ho detto che avevo deciso di lasciare il lavoro, e tu mi hai risposto non preoccuparti, io sono dalla tua parte.
Questo pezzo è quando tu eri a terra, e ti ho trascinato fuori e ti ho portato giù alla spiaggia a vedere l’eclissi.
Questo pezzo è quando ti ho detto che mi ero innamorato di te.

Abbiamo tutti un cuore kintsugi.
Il lutto è affetto, possiamo usarlo per tenere assieme le schegge, e trasformarle in un gioiello. Perfino più meraviglioso di prima.
Per usare le parole di Tom Waits, “tutto ciò che hai amato, è tutto ciò che possiedi”.

Lutto e sacrificio: l’assenza incisa nella carne

Alcuni di voi avranno probabilmente sentito parlare del sati (o suttee), il rito indù di auto-immolazione che prevedeva che la vedova salisse sulla pira del marito defunto per bruciare viva assieme a lui. Ufficialmente vietato dagli inglesi nel 1829, la pratica diminuì nel tempo – non senza opposizioni da parte dei tradizionalisti – fino ad estinguersi quasi del tutto: se nell’800 si contavano circa 600 sati all’anno, dal 1943 al 1987 i casi registrati furono circa 30, e soltanto quattro nel nuovo millennio.

Il sacrificio delle vedove non era certo limitato all’India, visto che compariva in diverse culture. Nelle Storie, Erodoto parla di un popolo che abitava “al di sopra dei Crestoni“, in Tracia: presso queste genti, la favorita fra le vedove di un grande uomo veniva uccisa sulla sua tomba e sepolta con lui, mentre le altre mogli reputavano un disonore il continuare a vivere.

Fra gli Eruli del III secolo d.C. era comune per le vedove impiccarsi sul luogo di sepoltura del marito; nel 1700 dall’altra parte dell’oceano, quando un capo Natchez moriva le sue mogli (accompagnate spesso da altri martiri volontari) lo seguivano mediante suicidio rituale. Talvolta accadeva che alcune madri della tribù sacrificassero perfino i propri neonati, in un atto d’amore verso il defunto talmente grande che le donne che lo compivano erano trattate con i massimi onori e accedevano a un più elevato livello sociale. Simili pratiche funebri esistevano anche in altre popolazioni di nativi lungo il corso meridionale del fiume Mississippi.

Anche nel Pacifico, ad esempio nelle isole Fiji, furono attestate tradizioni che implicavano lo strangolamento delle vedove dei capi villaggio. Usualmente era il fratello della vedova ad eseguire o sovrintendere al soffocamento (si vedano le Notes on Fijian Burial Customs di Fison, 1881).

L’idea che sottendeva tali pratiche è che fosse inconcepibile (o sconveniente) per una donna rimanere in vita dopo il decesso dello sposo. Più genericamente, il vuoto che la morte di un leader lasciava dietro di sé era visto come incolmabile, fino ad annullare l’esistenza sociale dei sopravvissuti.
Se l’auto-immolazione femminile, e in rari casi maschile, è dunque rintracciabile in varie epoche e latitudini, la tribù Dani ha elaborato un tipo di sacrificio funebre del tutto particolare.

I Dani sono stanziati principalmente nella Valle del Baliem, la parte indonesiana dell’altipiano centrale sull’isola Nuova Guinea. Si tratta di un popolo ormai ben conosciuto anche per via del turismo; i guerrieri si vestono con accessori simbolici – un copricapo di piume, dei bracciali in pelliccia, una sorta di cravatta di conchiglie che specifica il rango di chi la indossa, delle zanne di maiale fissate alle narici e il koteka, un astuccio per il pene ricavato da una zucca essiccata.
Il vestiario femminile è più semplice, e consiste essenzialmente in una gonna di corteccia ed erbe, e un copricapo di variopinte penne d’uccello.

Presso questa popolazione, quando un uomo moriva, era tradizione che le donne a lui vicine (moglie, madre, sorella ecc.) si amputassero una o più falangi delle dita. Oggi quest’usanza è stata abbandonata, ma le anziane del villaggio ne portano ancora i segni.

Permettetemi a questo punto una piccola digressione.

Nel meraviglioso racconto di Dino Buzzati intitolato Le gobbe nel giardino (pubblicato nel 1968 all’interno de La boutique del mistero), il protagonista possiede attorno alla sua casa un grande parco in cui ama fare delle lunghe passeggiate notturne. Una sera, durante una di queste camminate, inciampa in una specie di collinetta formatasi sul prato, e l’indomani chiede al giardiniere che cosa sia:

«Che cosa hai fatto in giardino, nel prato c’è come una gobba, ieri sera ci sono incespicato e questa mattina appena si è fatta luce l’ho vista. È una gobba stretta e oblunga, assomiglia a un tumulo mortuario. Mi vuoi dire che cosa succede?». «Non è che assomiglia, signore» disse il giardiniere Giacomo «è proprio un tumulo mortuario. Perché ieri, signore, è morto un suo amico.»
Era vero. Il mio carissimo amico Sandro Bartoli di ventun anni era morto in montagna col cranio sfracellato.
«E tu vuoi dire» dissi a Giacomo «che il mio amico è stato sepolto qui?»
«No» lui rispose «il suo amico signor Bartoli […] è stato sepolto ai piedi delle montagne che lei sa. Ma qui nel giardino il prato si è sollevato da solo, perché questo è il suo giardino, signore, e tutto ciò che succede nella sua vita, signore, avrà un seguito precisamente qui.»

Più passano gli anni, e più il parco del narratore si riempie di nuove gobbe, mano a mano che le persone a lui care muoiono. Alcuni rilievi sono piccoli, altri enormi; il giardino, un tempo piatto e regolare, è ormai tutto disseminato di collinette comparse con ogni nuova perdita.

Perché questa faccenda delle gobbe del prato accade a tutti, e ciascuno di noi […] è proprietario di un giardino dove succedono quei dolorosi fenomeni. È un’antica storia che si è ripetuta dal principio dei secoli, anche per voi si ripeterà. E non è uno scherzetto letterario, le cose stanno proprio cosi.

Nel finale del racconto, si scopre che il protagonista non è affatto un personaggio di fantasia, e che la metafora dolorosa è riferita all’autore stesso:

Naturalmente mi domando anche se in qualche giardino sorgerà un giorno una gobba che mi riguarda, magari una gobbettina di secondo o terzo ordine, appena un’increspatura del prato che di giorno, quando il sole batte dall’alto, manco si riuscirà a vedere. Comunque, una persona al mondo, almeno una, vi incespicherà. Può darsi che, per colpa del mio dannato carattere, io muoia solo come un cane in fondo a un vecchio e deserto corridoio. Eppure una persona quella sera inciamperà nella gobbetta cresciuta nel giardino e inciamperà anche la notte successiva e ogni volta penserà, perdonate la mia speranza, con un filo di rimpianto penserà a un certo tipo che si chiamava Dino Buzzati.

Ecco, se mi è concesso fare l’azzardato accostamento, le gobbe nel giardino di Buzzati mi sembrano poeticamente analoghe alle dita mancanti delle donne Dani. Queste ultime rappresentano un’immagine commovente e potentissima: ogni volta che ci lascia una persona che amiamo, si sente spesso dire, “se ne va un pezzetto di noi” – ma qui la perdita non è soltanto emotiva, è un’assenza che si fa concreta. A causa di questa oggettivazione fisica del dolore, le donne senza dita fanno senza dubbio più fatica a svolgere i lavori quotidiani; e più i lutti si accumulano, più diventa impossibile per loro utilizzare le mani. Le donne anziane, che hanno visto morire tante persone, devono per forza essere aiutate dalla comunità. La morte si rivela dunque una ferita che rende, per così dire, invalidi a vita.

Certo, almeno ai nostri occhi contemporanei rimane uno scoglio immenso: la metafora sarebbe perfetta se la tradizione riguardasse anche i maschi, ai quali non è invece mai stato richiesto questo tipo di estremo sacrificio. È il corpo femminile a farsi, volontariamente o meno, portatore di questi segni tangibili del dolore.
Ma, volendoli leggere in una prospettiva più universale, mi pare che questi simboli racchiudano in fondo la certezza che tutti noi lasceremo un segno, una gobba nel giardino di qualcun altro. L’orgoglio con cui le donne Dani esibiscono le loro mani mutilate sembra suggerire che il passaggio di una persona inevitabilmente modifica il reale attorno a sé, riflettendosi nella comunità, addirittura fino a “scolpire” la carne dei suoi simili. La creazione di senso nelle manifestazioni del lutto sta anche nella reciprocità – la tradizione che oggi fa sì che io pianga il defunto, mi assicura che un domani altri piangeranno la mia dipartita.

Al di là delle declinazioni in cui il concetto si è storicamente proposto, in questa consapevolezza di reciprocità il genere umano pare aver sempre trovato conforto, perché significa in definitiva che non potremo mai essere soli.

Animali liofilizzati

Ecco una domanda difficile per tutti i possessori di animali: quando il vostro cane o gatto morirà, cosa farete delle sue spoglie?

C’è chi decide di seppellire il proprio animale, chi opta per la cremazione – ma c’è anche chi non riesce mai ad uscire veramente dalla fase della negazione, e vorrebbe continuare ad avere il proprio cucciolo con sé, per sempre.

Fino a poco tempo fa l’unica altra soluzione possibile era la tassidermia: eppure gli imbalsamatori spesso non sono disposti a preparare gli animali da compagnia, e per un motivo evidente. Finché si tratta di preservare la testa di un cervo, il cliente non fa mai problemi, ma quando l’animale da impagliare è un gattino amato e conosciuto per anni, qualsiasi imperfezione nel risultato tassidermico salta subito all’occhio del padrone. Così questo tipo di clienti risulta essere difficile, se non quasi impossibile, da soddisfare.

Oggi però esiste una nuova tecnica di conservazione degli animali da compagnia che promette miracoli. Guardate l’immagine qui sotto: questo cane è morto, ed è stato liofilizzato.

Quando pensiamo alla liofilizzazione, ci vengono in mente subito alcuni alimenti ridotti in polvere, come ad esempio il caffè solubile. Il procedimento in realtà può essere applicato anche a qualsiasi sostanza organica, e consiste nell’essiccamento dei tessuti a temperature estremamente basse, alle quali vengono alternate fasi di riscaldamento in situazioni di pressione controllata, di modo che l’acqua contenuta nei tessuti passi direttamente dallo stato ghiacciato al vapore (sublimazione). In questo modo la struttura della sostanza viene intaccata il meno possibile e mantiene le proprie caratteristiche specifiche: ecco perché la liofilizzazione di un animale da compagnia dà questi risultati eccezionali.

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Chiaramente i costi di un simile procedimento non sono indifferenti, e in America oscillano tra 850 e 2.500 dollari; inoltre la liofilizzazione di un animale, magari di grossa taglia, non è affatto un processo veloce, e tra liste d’attesa e tempi tecnici si può aspettare anche più di un anno prima che l’esemplare ritorni al suo padrone.

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I responsabili delle ditte che offrono questo servizio descrivono una clientela meno eccentrica di quello che si potrebbe immaginare: chi si rivolge a loro è gente normale, che non sopporta l’idea della separazione definitiva, e che cerca nella preservazione dell’animale un aiuto per superare il dolore. Per alcuni di essi, l’animale era l’unica compagnia di una vita solitaria. Desiderano avere ancora una presenza fisica concreta, con cui relazionarsi e illudersi di interagire.

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Abbiamo parlato spesso dell’occultamento della morte operato nel tempo dalle società occidentali; il progressivo allontanarsi dell’esperienza del cadavere dalle nostre vite ha reso sempre più complicata l’elaborazione del lutto, e questo si riflette anche sulla morte degli animali da compagnia, dato che l’amore che portiamo verso di loro talvolta rende la separazione altrettanto traumatica che se si trattasse di una persona cara.

Così, se l’immagine di qualcuno che coccola un animale morto ci dovesse apparire patetica o peggio ancora ridicola, gli psicologi ricordano che gli esseri umani proiettano abitualmente attributi umani ad oggetti inanimati; e per quanto riguarda la morte, ovviamente, tutti noi abbiamo reso visita ad una tomba, e magari rivolto parole intime al defunto, come se potesse sentirci… come se fosse ancora vivo. E viene da domandarsi se questo “come se”, il desiderio e la capacità umana di rifiutare la realtà così com’è per costruirne una simbolica, non sia forse alla base di tutte le nostre grandezze, e di tutte le nostre miserie.

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Scherzi della memoria

Il modo in cui il nostro cervello registra e rielabora i ricordi è ancora in gran parte sconosciuto alla scienza. Vi sono però alcuni casi estremi che potrebbero aiutare gli studiosi a comprendere i confini della nostra memoria: come ricordiamo, e come dimentichiamo.

La sindrome di Susac è stata scoperta negli anni ’70 dall’omonimo medico; si tratta di un disordine cerebrale che colpisce le donne fra i 18 e i 40 anni, e presenta molti segni clinici distintivi – ma fra tutti il più peculiare è la perdita della memoria a lungo termine. Chi è affetto da questa sindrome ricorda quasi esclusivamente ciò che gli è accaduto nelle 24 ore precedenti. Immaginate cosa significhi avere dimenticato dove eravate e cosa avete fatto la settimana scorsa, tre mesi fa, tre anni fa; risvegliarvi ogni mattina non sapendo se siete laureati, o fidanzati, o addirittura sposati… se è Natale, se vostra nonna è viva o morta, e via dicendo. Come dare un senso alla vostra persona, alla vostra identità?

È quello che accade a circa 250 persone in tutto il mondo. La sindrome arriva all’improvvio e in genere si manifesta con attacchi ricorrenti che durano più o meno da quindici mesi a 5 anni. Come si presenta se ne va, senza preavviso. Non sono segnalati casi mortali, ma su un terzo dei pazienti restano postumi sensoriali e neurologici di gravità variabile.

Jess Lydon, 19 anni, inglese, soffre della sindrome da qualche tempo. Rinchiusa in un infinito presente, non può ricordarsi nemmeno se ha già mangiato. Non osa avventurarsi fuori di casa, per paura di dimenticare la strada del ritorno; ma continua a pettinarsi e curarsi, perché «quando questo disastro sarà passato voglio che la vita mi trovi in ordine». La sindrome provoca anche stati confusionali e Jess è di tanto in tanto preda di terrori e convinzioni paranoiche e irreali – crede che dei chirurghi l’abbiano operata, lasciando una scarpa nel suo stomaco, o che la sua casa sia in realtà un ospedale psichiatrico. I neurologi non conoscono ancora le cause della sindrome, né sanno esattamente come curarla: si procede a tentoni, cercando di arginare le crisi, ma nessun farmaco si è rivelato efficace fino ad ora. Si sa soltanto che Jess guarirà prima o poi, anche se la perdita di udito e di vista potrebbe rimanere permanente.

Ancora più strana è l’opposta malattia di cui soffre l’americana Jill Price: come il Funes del celebre racconto di Borges, Jill non riesce a dimenticare. Ricorda esattamente quasi tutti i giorni della sua vita, da quando aveva 11 anni. È in grado di dire in che giorno e a che ora un determinato episodio di Dallas è andato in onda 20 anni fa, e anche cosa stava facendo lei in quel momento, se pioveva, se era un lunedì o un martedì, com’era vestito suo fratello, e via dicendo.

Quello che potrebbe sembrare un dono invidiabile, com’è facilmente intuibile, risulta essere nella realtà una vera e propria disgrazia. È la nostra capacità di dimenticare che ci permette di superare i problemi e metabolizzare il passato. Jill non può fare né l’una né l’altra cosa: ricorda esattamente tutte le volte in cui la madre l’ha rimproverata quando aveva 15 anni, sente ancora le precise parole così come sono state pronunciate, e ovviamente non può fare a meno di ripassare nella sua testa tutti i momenti drammatici della sua vita, primo fra tutti la morte dell’unico amore della sua vita, vittima di un infarto due anni fa. Il tormento di non riuscire a disfarsi del passato e voltare pagina è ciò che l’ha spinta a sottoporsi a innumerevoli esami e a divenire un caso clinico celebre, nella speranza di poter trovare una cura e finalmente archiviare le sue memorie senza doverle rivivere costantemente.

La sua sindrome si chiama ipertimesia, e la particolarità di questa affezione è che concerne principalmente la memoria autobiografica; questo significa che, paradossalmente, Jill ha difficoltà a memorizzare qualcosa volontariamente – l’enorme flusso di ricordi relativi alla sua vita e alle sue esperienze le impedisce di dare buoni risultati nei test di memoria. La sindrome ha alcuni punti di contatto con l’autismo e la sindrome dei savant, per quanto riguarda la calendarizzazione ossessiva che permette di ricordarsi data e ora di ogni evento; ma le scansioni cerebrali di Jill hanno mostrato anche una maggiore estensione dell’area normalmente associata con il comportamento maniaco-compulsivo, come se la sindrome potesse essere una sorta di ossessione non rivolta ad oggetti concreti, ma ai ricordi stessi, “collezionati” in maniera incontrollabile.

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Tutti impariamo dal passato, e facciamo le nostre previsioni sulla base delle esperienze precedenti; la capacità di ricordare, e di dimenticare, forgia gran parte delle nostre azioni, e in definitiva sta alla base di chi siamo o pensiamo di essere. Eppure la nostra memoria è forse un equilibrio più delicato e misterioso di quello che sembrerebbe, una selezione e rielaborazione continua con cui la nostra mente “decide” a quali avvenimenti far spazio e quali accantonare, cosa è degno di essere ricordato e cosa possiamo, o dobbiamo, lasciare andare.

E anche cosa tutti noi possiamo immaginare di aver vissuto, “ricordando” eventi mai accaduti… ma questa è un’altra storia, ancora più affascinante, di cui parleremo certamente in futuro.

Le doppie esequie

Facendo riferimento al nostro articolo sulla meditazione orientale asubha, un lettore di Bizzarro Bazar ci ha segnalato un luogo particolarmente interessante: il cosiddetto cimitero delle Monache a Napoli, nella cripta del Castello Aragonese ad Ischia. In questo ipogeo fin dal 1575 le suore dell’ordine delle Clarisse deponevano le consorelle defunte su alcuni appositi sedili ricavati nella pietra, e dotati di un vaso. I cadaveri venivano quindi fatti “scolare” su questi seggioloni, e gli umori della decomposizione raccolti nel vaso sottostante. Lo scopo di questi sedili-scolatoi (chiamati anche cantarelle in area campana) era proprio quello di liberare ed essiccare le ossa tramite il deflusso dei liquidi cadaverici e talvolta raggiungere una parziale mummificazione, prima che i resti venissero effettivamente sepolti o conservati in un ossario; ma durante il disgustoso e macabro processo le monache spesso si recavano in meditazione e in preghiera proprio in quella cripta, per esperire da vicino in modo inequivocabile la caducità della carne e la vanità dell’esistenza terrena. Nonostante si trattasse comunque di un’epoca in cui il contatto con la morte era molto più quotidiano ed ordinario di quanto non lo sia oggi, ciò non toglie che essere rinchiuse in un sotterraneo ad “ammirare” la decadenza e i liquami mefitici della putrefazione per ore non dev’essere stato facile per le coraggiose monache.

Questa pratica della scolatura, per quanto possa sembrare strana, era diffusa un tempo in tutto il Mezzogiorno, e si ricollega alla peculiare tradizione della doppia sepoltura.
L’elaborazione del lutto, si sa, è uno dei momenti più codificati e importanti del vivere sociale. Noi tutti sappiamo cosa significhi perdere una persona cara, a livello personale, ma spesso dimentichiamo che le esequie sono un fatto eminentemente sociale, prima che individuale: si tratta di quello che in antropologia viene definito “rito di passaggio”, così come le nascite, le iniziazioni (che fanno uscire il ragazzo dall’infanzia per essere accettato nella comunità degli adulti) e i matrimoni. La morte è intesa come una rottura nello status sociale – un passaggio da una categoria ad un’altra. È l’assegnazione dell’ultima denominazione, il nostro cartellino identificativo finale, il “fu”.

Tra il momento della morte e quello della sepoltura c’è un periodo in cui il defunto è ancora in uno stato di passaggio; il funerale deve sancire la sua uscita dal mondo dei vivi e la sua nuova appartenenza a quello dei morti, nel quale potrà essere ricordato, pregato, e così via. Ma finché il morto resta in bilico fra i due mondi, è visto come pericoloso.

Così, per tracciare in maniera definitiva questo limite, nel Sud Italia e più specificamente a Napoli era in uso fino a pochi decenni fa la cosiddetta doppia sepoltura: il cadavere veniva seppellito per un periodo di tempo (da sei mesi a ben più di un anno) e in seguito riesumato.
“Dopo la riesumazione, la bara viene aperta dagli addetti e si controlla che le ossa siano completamente disseccate. In questo caso lo scheletro viene deposto su un tavolo apposito e i parenti, se vogliono, danno una mano a liberarlo dai brandelli di abiti e da eventuali residui della putrefazione; viene lavato prima con acqua e sapone e poi “disinfettato” con stracci imbevuti di alcool che i parenti, “per essere sicuri che la pulizia venga fatta accuratamente”, hanno pensato a procurare assieme alla naftalina con cui si cosparge il cadavere e al lenzuolo che verrà periodicamente cambiato e che fa da involucro al corpo del morto nella sua nuova condizione. Quando lo scheletro è pulito lo si può più facilmente trattare come un oggetto sacro e può quindi essere avviato alla sua nuova casa – che in genere si trova in un luogo lontano da quello della prima sepoltura – con un rito di passaggio che in scala ridotta […] riproduce quello del corteo funebre che accompagnò il morto alla tomba” (Robert Hertz, Contributo alla rappresentazione collettiva della morte, 1907).

Le doppie esequie servivano a sancire definitivamente il passaggio all’aldilà, e a porre fine al periodo di lutto. Con la seconda sepoltura il morto smetteva di restare in una pericolosa posizione liminale, era morto veramente, il suo passaggio era completo.

Scrive Francesco Pezzini: “la riesumazione dei resti e la loro definitiva collocazione sono in stretta relazione metaforica con il cammino dell’anima: la realtà fisica del cadavere è specchio significante della natura immateriale dell’anima; per questo motivo la salma deve presentarsi completamente scheletrizzata, asciutta, ripulita dalle parte molli. Quando la metamorfosi cadaverica, con il potere contaminante della morte significato dalle carni in disfacimento, si sarà risolta nella completa liberazione delle ossa, simbolo di purezza e durata, allora l’anima potrà dirsi definitivamente approdata nell’aldilà: solo allora l’impurità del cadavere prenderà la forma del ‹‹caro estinto›› e un morto pericoloso e contaminante i vivi si sarà trasformato in un’anima pacificata da pregare in altarini domestici . Viceversa, di defunti che riesumati presentassero ancora ampie porzioni di tessuti molli o ossa giudicate non sufficientemente nette, di questi si dovrà rimandare il rito di aggregazione al regno dei morti e presumere che si tratti di ‹‹male morti››, anime che ancora vagano inquiete su questo mondo e per la cui liberazione si può sperare reiterando il lavoro rituale che ne accompagni il transito. La riesumazione-ricognizione delle ossa è la fase conclusiva del lungo periodo di transizione del defunto: i suoi esiti non sono scontati e l’atmosfera è carica di ‹‹significati angoscianti››; ora si decide – in relazione allo stato in cui si presentano i suoi resti – se il morto è divenuto un’anima vicina a Dio, nella cui intercessione sarà possibile sperare e che accanto ai santi troverà spazio nell’universo sacro popolare”.

Gli scolatoi (non soltanto in forma di sedili, ma anche orizzontali o molto spesso verticali) sono inoltre collegati ad un’altra antica tradizione del meridione, ossia quella delle terresante. Situate comunemente sotto alcune chiese e talvolta negli stessi ipogei dove si trovavano gli scolatoi, erano delle vasche o delle stanze senza pavimentazione in cui venivano seppelliti i cadaveri, ricoperti di pochi centimetri di terra lasciata smossa. Era d’uso, fino al ‘700, officiare anche particolari messe nei luoghi che ospitavano le terresante, e non di rado i fedeli passavano le mani sulla terra in segno di contatto con il defunto.
Anche in questo caso le ossa venivano recuperate dopo un certo periodo di tempo: se una qualche mummificazione aveva avuto luogo, e le parti molli erano tutte o in parte incorrotte, le spoglie erano ritenute in un certo senso sacre o miracolose. Le terresante, nonostante si trovassero nei sotterranei all’interno delle chiese, erano comunemente gestite dalle confraternite laiche.

La cosa curiosa è che la doppia sepoltura non è appannaggio esclusivo del Sud Italia, ma si ritrova diffusa (con qualche ovvia variazione) ai quattro angoli del pianeta: in gran parte del Sud Est asiatico, nell’antico Messico (come dimostrano recenti ritrovamenti) e soprattutto in Oceania, dove è praticata tutt’oggi. Le modalità sono pressoché le medesime delle doppie esequie campane – sono i parenti stretti che hanno il compito di ripulire le ossa del caro estinto, e la seconda sepoltura avviene in luogo differente da quello della prima, proprio per marcare il carattere definitivo di questa inumazione.

Se volete approfondire ecco un eccellente studio di Francesco Pezzini sulle doppie esequie e la scolatura nell’Italia meridionale; un altro studio di A. Fornaciari, V. Giuffra e F. Pezzini si concentra più in particolare sui processi di tanatometamorfosi e mummificazione in Sicilia. Buona parte delle fotografie contenute in questo articolo provengono da quest’ultima pubblicazione.

(Grazie, Massimiliano!)