ILLUSTRATI GENESIS: Giornate 1 & 2

Sono andato in libreria e ho chiesto alla commessa, ‘Dov’è la sezione di auto-aiuto?’.
Mi ha risposto che se me l’avesse detto, avrebbe vanificato il mio intento.
(Steven Wright)

Quest’anno i sette numeri del magazine #ILLUSTRATI di Logos Edizioni si ispirano ognuno a una giornata della Genesi.
Anche la mia rubrica sulla rivista dovrà attenersi a questa linea; ho deciso quindi di proporre ai lettori sette lezioni di self-help, facendo il verso a quei libri e corsi di “crescita personale” che — nonostante siano spesso risibili — pare piacciano tanto.
In ogni numero partirò da un dettaglio risaputo per cercare di re-incantarlo, svelando un retroscena sorprendente che si cela dietro quella banalità.

Le prime due “giornate” sono già state pubblicate; ve le propongo qui, riunite in un post doppio.

Sette piccole lezioni per riscoprire il quotidiano.
Sette giorni per la Creazione… di una nuova prospettiva.

GIORNO 1 – E LA LUCE FU

Il dettaglio risaputo: Accendiamo la luce nella stanza: un gesto scontato, automatico, ripetuto ogni giorno. Nemmeno guardiamo più quell’interruttore, e la lampadina che illumina la stanza non è in fondo nulla di speciale.

Thomas Edison e George Westinghouse.

Il retroscena: L’elettricità trasmessa è detta a corrente continua (DC) quando procede soltanto in una direzione, o alternata (AC) quando il flusso scorre avanti e indietro, cambiando direzione molte volte al secondo. Alla fine degli anni ’80 dell’Ottocento, Thomas Edison aveva messo a punto il sistema a corrente continua, che era affidabile ma aveva un grosso problema: poteva viaggiare solo fino a un miglio dalla centrale che aveva prodotto l’energia elettrica. La corrente alternata di George Westinghouse, invece, poteva essere trasmessa economicamente su lunghe distanze, ma il sistema era ancora complesso, sperimentale e non ancora ben compreso dagli stessi ingegneri.
Per assicurarsi il nascente mercato, la compagnia di Edison e quella di Westinghouse avviarono una propaganda senza esclusione di colpi, battezzata dalla stampa la “Guerra delle correnti”. Ognuno dei due sosteneva che la sua soluzione fosse migliore e più sicura dell’altra; durante questa controversia un ingegnere elettrico di nome Harold Brown (di cui nessuno aveva sentito parlare prima di allora) decise di schierarsi lanciando una crociata anti-AC. Al fine di dimostrare la pericolosità della corrente alternata, pagò dei ragazzini perché catturassero centinaia di cani randagi dalle strade che poi lui uccise a uno a uno, collegandoli a un generatore del tipo usato da Westinghouse. A sentire lui, i risultati dimostravano senza ombra di dubbio i rischi connessi all’uso della AC – ma in realtà alla base del suo studio non c’era alcuna metodologia scientifica. Brown decise di organizzare una dimostrazione pubblica delle sue ‘scoperte’ e il 30 luglio 1888 somministrò a un cane diverse scariche di corrente continua fino a 1000 volt (per provare che l’animale sarebbe sopravvissuto). Quando invece gli trasmise una scarica di corrente alternata a 330 volt, l’animale morì con un ultimo, terribile latrato. Lo spettacolo fu però un boomerang per Brown, perché sortì l’unico effetto di scandalizzare il pubblico: non soltanto l’esperimento era inutilmente crudele, ma per di più, quando il cane aveva ricevuto la scossa fatale, era già esausto per quelle inflitte in precedenza – quindi la brutale messinscena non serviva affatto a dimostrare quale tipo di elettricità fosse più pericoloso. Così, quattro giorni più tardi, Brown ripeté la sua dimostrazione, uccidendo questa volta tre cani con una scarica di AC da 330 volt. Ma nemmeno questo tentativo valse a influenzare l’opinione pubblica, perché di lì a poco si scoprì che Harold Brown non era in realtà un ricercatore indipendente, ma era stato assoldato da Edison proprio per screditare il concorrente.
La Guerra delle correnti giunse all’apice quando nel 1890 lo stato di New York votò a favore della sostituzione dell’impiccagione con la sedia elettrica. Su pressione di Edison, venne deciso che la AC sarebbe diventata la “corrente della morte”. Un brutto colpo per Westinghouse, che però nel frattempo era riuscito ad assicurarsi il brevetto messo a punto da Nikola Tesla per un motore a induzione polifase. Grazie a questi e altri perfezionamenti tecnici, fu Westinghouse a vincere la battaglia e a ultimare, nel 1895, un’enorme centrale elettrica sulle cascate del Niagara.
Edison non si rassegnò mai alla sconfitta subita. Nel 1903 si offrì volontario per giustiziare con la corrente alternata l’elefantessa Topsy, colpevole a quanto si diceva di aver ucciso due guardiani del circo. Il 4 gennaio alle 2.45 pm il pachiderma venne fulminato con una scossa da 6600 volt, mentre le cineprese di Edison filmavano l’esecuzione. Ma nemmeno quest’ultimo, macabro exploit servì a mettere in cattiva luce la corrente alternata, che ormai era già diventata lo standard sia negli USA sia in Europa. E che ancora oggi accende le nostre lampadine.

Il momento dell’esecuzione di Topsy.

La Prima Lezione: La corrente è “cosa buona e giusta”, perfino essenziale, ma è costata il sacrificio di molti animali caduti in maniera insensata solo per vincere una guerra di brevetti. Questo ci suggerisce un pensiero un po’ scomodo ma essenziale – il fatto che spesso a una luce corrisponda un’ombra, e che per ogni chiarore sia inevitabile una parte di oscurità. Come canta Bob Dylan, “dietro ogni cosa bella, c’è stato qualche tipo di dolore”.

 

GIORNO 2 – IL FIRMAMENTO

Il dettaglio risaputo: Usciamo la mattina per andare al lavoro, buttiamo un’occhiata veloce al cielo, per controllare se c’è qualche nuvola. Sappiamo chi siamo e cosa dobbiamo fare. Ogni sera rientriamo a casa mentre comincia a fare buio, proprio quando appaiono le prime stelle. Alle stelle, alla loro assurdità, non pensiamo. Abbiamo lavorato, dunque sappiamo chi siamo.

Campo ultra profondo di Hubble, 2014.

Il retroscena: È facile dimenticarsi che l’universo rimane un mistero assoluto. Che forma ha, com’è iniziato, come finirà, cosa c’era prima, cosa verrà in seguito: questi sono essenzialmente campi di speculazione.
Nonostante l’enorme quantità di dati raccolti e analizzati, e a dispetto delle molte teorie sviluppate, astrofisici e cosmologi non di rado rimangono interdetti di fronte a ciò che vedono. Si potrebbe dire che in astronomia la sorpresa è la norma.
La materia che riusciamo a osservare, attraverso i nostri telescopi e gli altri strumenti di rilevazione, si comporta talvolta in modo così imprevisto che per spiegarne le dinamiche è necessario ipotizzare l’esistenza di qualcos’altro.
In altre parole, visto che quello che osserviamo “non torna”, dev’esserci qualcosa di più – e non si tratta di poca cosa, stiamo parlando del 95% in più: gli studiosi, cioè, hanno congetturato che quanto possiamo vedere costituisca soltanto il 5% dell’intero universo.

Uno dei fenomeni più complessi da interpretare è l’espansione dell’universo.
Subito dopo l’esplosione iniziale, il cosmo è cresciuto in maniera rapidissima; ma la gravità esercitata dalle galassie tra di loro ha agito da freno e, come un palloncino quando è ormai gonfio, il cosmo ha cominciato a rallentare la sua espansione. Questa decelerazione faceva supporre agli astronomi che in un futuro lontanissimo tutto si sarebbe fermato e raffreddato. Questa era la fine prospettata per l’universo a meno che, raggiunto un certo punto, il processo non si fosse invertito portando al cosiddetto Big Crunch (il movimento opposto al Big Bang).
Questa visione rimase pressoché immutata per tutto lo scorso secolo, finché nel 1998 due diversi team di scienziati, indipendentemente l’uno dall’altro, arrivarono a una scoperta sconcertante. Sembra che l’universo abbia continuato a rallentare la sua espansione per circa metà della sua vita. Ma poi, 6 o 7 miliardi di anni fa, a sorpresa ha ricominciato ad accelerare. Oggi le galassie schizzano via in ogni direzione molto più velocemente di un tempo. Com’è possibile che d’un tratto abbiano preso a muoversi così in fretta? Cosa le sta spingendo alla deriva?
Dato che non c’è alcuna spiegazione apparente, gli astronomi hanno ipotizzato che esista una forza che non vediamo, chiamata energia oscura, responsabile di questa accelerazione. Se questa forza motrice esiste, deve trattarsi di un’energia di entità straordinaria per sviluppare la pressione necessaria a spostare intere galassie. Per far “tornare i conti”, l’energia oscura dovrebbe costituire circa il 68% dell’intera energia del cosmo; se a questa aggiungiamo la materia oscura (altra massa la cui esistenza abbiamo dovuto presupporre), ecco che si arriva a quel 95% – la percentuale dell’universo formata da elementi costitutivi che non si palesano nemmeno ai migliori dei nostri strumenti.
L’idea che là fuori, tutto intorno al nostro piccolo pianeta, vi sia un’immensa e invisibile ‘forza’ oscura che gioca a biglie con le galassie potrebbe inquietare gli animi più sensibili. Ma nemmeno l’alternativa è molto rassicurante. Infatti quegli studiosi che rifiutano l’ipotesi dell’energia oscura sostengono qualcosa di ancora più paradossale, almeno per la mente del profano: in realtà il cosmo non starebbe affatto accelerando, ma sarebbe il tempo a rallentare. Secondo questa interpretazione, l’accelerazione sarebbe solo un’illusione ottica percepita da un osservatore che, come noi, si trovi all’interno di uno spaziotempo che sta lentamente fermandosi.

Ma le cose sono in realtà ancora più bizzarre. Dobbiamo infatti considerare che quanto detto finora parte dal presupposto che le leggi fisiche siano sempre identiche, immutabili; e fino a poco tempo fa tutto lasciava supporre che il cosmo avesse sempre ‘funzionato’ alla medesima maniera. Poi, nel 2010, uno studio australiano ha messo in discussione questo assunto. Alcune misurazioni effettuate dal Very Large Telescope Project dell’ESO sembrerebbero mostrare una variazione nel tempo della cosiddetta costante di struttura fine – un parametro fondamentale dell’elettromagnetismo che, come suggerisce il nome stesso, dovrebbe rimanere invariato. Questa scoperta, se confermata, implicherebbe che le leggi universali della fisica (gravità, tempo, spazio, velocità della luce, ecc.) non sono forse così universali, ma potrebbero cambiare nel tempo o magari perfino a seconda della ‘zona’ dell’universo.

La Seconda Lezione: Viviamo in una specie di grande enigma, un paradosso in cui l’unica certezza è l’assenza di certezze. Se non capiamo nemmeno in che razza di strano posto siamo capitati, come possiamo sapere sempre con convinzione quello che dobbiamo o non dobbiamo fare, cos’è giusto e cosa sbagliato? Forse, come ricordava Chuang-Tzu, a essere sicuri di tutto sono solo gli stolti, che “credono d’essere desti, e sanno minuziosamente se sono principi o pecorai”. E che, tornati a casa dal lavoro, non hanno dubbi su chi sono, su cosa ci si aspetta da loro, né pensano mai all’assurdità delle stelle.

Un elefante sul patibolo

I manifesti dello Sparks World Famous Shows, che venivano affissi nelle piccole cittadine del Sud degli Stati Uniti un paio di giorni prima che il circo vi arrivasse, si mostrano piuttosto anomali per chi abbia un minimo di dimestichezza con la cartellonistica circense di inizio secolo.
Laddove ci si aspetterebbero titoloni roboanti, claim pubblicitari enfatici ed iperbolici, il circo Sparks — in maniera fin troppo dimessa — si definiva uno spettacolo “morale, piacevole e istruttivo“; invece di sbandierare meraviglie inaudite, sosteneva di “non aver mai tradito una promessa” e pubblicizzava i suoi “25 anni di rapporto onesto con il pubblico“.

Il motivo per cui il proprietario Charlie Sparks si limitava a sottolineare la trasparenza e la correttezza della sua impresa, era che non aveva molto altro su cui puntare per attirare le folle. A dispetto del buon nome di Sparks (tra gli impresari più rispettabili e reputati) il suo era in definitiva un circo di seconda categoria. Era composto da una dozzina di carrozzoni, contro i quarantadue del suo principale rivale nel stati del Sud, il John Robinson’s Circus. Sparks aveva cinque elefanti, Robinson dodici. Ed entrambi ovviamente nemmeno si sognavano di competere con il numero uno, il Barnum & Bailey, e la sua impressionante carovana composta da ben ottantaquattro carrozze.
Così, lo Sparks World Famous Shows si teneva alla larga dalle città più grosse e vivacchiava raggiungendo i piccoli centri, ignorati dai circhi più famosi, là dove per gli abitanti perfino le sue attrazioni sarebbero state meglio di niente.

Nonostante il circo Sparks fosse in crescita “non spettacolare, ma lenta e sicura“, in quegli anni non offriva ancora granché: qualche foca ammaestrata, qualche clown, cavalieri e ginnasti, il ben poco memorabile “Uomo che Cammina sulla Sua Testa“, e alcune statue viventi come quelle che oggi restano ad aspettare una monetina nelle piazze.
L’unica vera risorsa di Charlie Sparks, il fiore all’occhiello messo in bella mostra sui manifesti, era Mary.

Pubblicizzata come “7 centimetri più alta di Jumbo” (il celeberrimo elefante del circo Barnum), Mary era un pachiderma indiano di cinque tonnellate in grado di suonare diverse melodie soffiando nei corni, e di giocare a baseball come pitcher in una delle più amate routine del suo spettacolo. Mary costituiva la principale fonte di introito per Charlie Sparks, che la adorava per motivi economici ma anche, per così dire, sentimentali: era il solo elemento del suo circo che fosse davvero di classe superiore, il suo appiglio per sognare di entrare nella storia dell’intrattenimento.
E in un certo senso è proprio a causa di Mary se Sparks è ancora oggi ricordato, anche se non nel modo che egli avrebbe sospettato o voluto.

L’11 settembre 1916 Sparks piantò le tende a St. Paul, una cittadina mineraria della Clinch River Valley in Virginia. Fu proprio quel giorno che un addetto delle pulizie presso l’hotel locale, tale Walter “Red” Eldridge, decise che ne aveva abbastanza di spazzare pavimenti, e si unì al circo. Nonostante Red avesse una storia di vagabondaggio alle spalle, e non sapesse evidentemente nulla di elefanti, venne incaricato di guidare i pachidermi durante la parata che Sparks organizzava per le strade della città il pomeriggio prima degli spettacoli.
Il giorno seguente il circo si spostò a Kingsport, Tennessee, dove Mary sfilò tranquilla per la strada principale fino a quando gli elefanti vennero portati verso un fosso ad abbeverarsi. E qui le testimonianze si fanno contraddittorie: quello che sappiamo per certo è che Red inferse a Mary un colpo di bastone di troppo, facendo infuriare la bestia.
L’elefante, imbizzarrito, afferrò il custode novellino con la proboscide e lo lanciò in aria. Quando il corpo atterrò, Mary prese a calpestarlo e infine schiacciò la testa di Red Eldridge con una zampa. “E sangue e cervella e tutto il resto schizzarono ovunque sulla strada“, nelle parole di un testimone.

Charlie Sparks si ritrovò in un attimo nel peggiore degli incubi.
Senza contare la morte di un suo dipendente in una pubblica strada — non esattamente uno spettacolo “morale” e “istruttivo” — il vero problema era che l’intero tour si trovava ora in serio pericolo: quale delle prossime cittadine avrebbe accettato di ospitare un elefante fuori controllo?
La folla domandava a gran voce che l’animale fosse soppresso e Sparks, a malincuore, comprese che se voleva salvare ciò che rimaneva della sua attività, Mary andava sacrificata e, con lei, i suoi personali sogni di grandezza.
Ma uccidere un elefante non è così semplice.

Il primo ovvio tentativo fu fatto sparandole cinque colpi di fucile. I pachidermi però si chiamano così per un buon motivo: la spessa barriera della pelle non lasciava entrare i proiettili in profondità e, nonostante il dolore, Mary non crollò. (D’altronde quando nel 1994 Tyke, un elefante di 3,6 tonnellate, uccise il suo domatore impazzando poi per le strade di Honolulu, ci vollero 86 colpi per fermarlo. Tyke divenne un simbolo delle lotte contro la crudeltà sugli animali nei circhi, anche grazie allo straziante filmato della sua fine).
Qualcuno a quel punto suggerì di provare a eliminare Mary usando l’elettricità, un metodo utilizzato più di dieci anni prima per uccidere l’elefante Topsy a Coney Island. Ma nei paraggi non c’era modo di produrre una quantità di corrente sufficiente all’esecuzione.
Fu deciso dunque che Mary sarebbe stata impiccata.

Il patibolo adeguato a reggere un simile peso si trovava nei cantieri ferroviari della vicina cittadina di Erwin, dove c’era una gru capace di sollevare interi vagoni per posizionarli sulle rotaie.
Charlie Sparks, conscio di essere sul punto di perdere un animale che valeva circa 20.000 dollari, era risoluto a trarre il massimo dalla tragica situazione. Nel brevissimo tempo che occorse per trasferire Mary da Kingsport a Erwin, aveva già trasformato la pubblica esecuzione del suo elefante in un evento.

Il 13 settembre, in un cupo pomeriggio di pioggia e nebbia, una folla di più di 2.500 persone si radunò allo scalo ferroviario. I bambini stavano in prima fila per assistere alla straordinaria impresa.
Mary fu condotta all’improvvisata forca, e incatenata per una zampa alle rotaie mentre gli uomini armeggiavano per passare una catena attorno al suo collo. Fissarono poi la catena alla gru, misero in moto l’argano, e l’impiccagione ebbe inizio.
In teoria il peso del suo corpo avrebbe dovuto spezzarle il collo in breve tempo. Ma l’agonia di Mary era destinata a non essere veloce e indolore: nella concitazione del momento, qualcuno si era dimenticato di liberare la zampa dell’animale, che era ancora legata ai binari.

Quando cominciarono a sollevarla — ricordava una testimone — udii le ossa e i legamenti schioccare nella sua gamba“; gli uomini liberarono in fretta e furia la zampa, ma a quel punto la catena che sospendeva Mary per il collo si ruppe con uno schiocco metallico.

L’elefante crollò a terra e rimase lì seduto, incapace di muoversi perché nella caduta il suo bacino si era rotto.

La folla, ignara che Mary fosse ormai ferita e paralizzata, fu presa dal panico nel vedere l’elefante “assassino” libero da ogni catena. Mentre tutti correvano a nascondersi, uno dei manovali si arrampicò sulla schiena dell’animale e applicò al suo collo una catena più pesante.
La gru ricominciò quindi a sollevare nuovamente l’elefante, e questa volta la catena resse.
Dopo la morte, Mary venne lasciata a penzolare per mezz’ora. Il suo enorme corpo fu poi seppellito in una grande tomba scavata poco più avanti lungo i binari.

L’esecuzione di Mary, e la foto della sua impiccagione, ebbero un largo successo sulla stampa. Ma se pensate che gli articoli dell’epoca raccontassero la strana storia con particolare emozione o partecipazione, vi sbagliate. Per i contemporanei le vicende di Mary erano poco più che una classica bizzarria di provincia.
D’altronde si era abituati a ben altro. Sempre a Erwin, in quegli anni, un uomo di colore era stato bruciato vivo su una pira formata con le traversine della ferrovia.

Oggi gli abitanti di questa tranquilla cittadina del Tennessee sono comprensibilmente stanchi di essere associati a una bizzarra e infelice pagina di storia della loro città — a un episodio peraltro risalente a un secolo fa.
Eppure, ancora adesso, qualche straniero di passaggio rivolge loro la risaputa, sgradevole domanda.
Non è qui che avete impiccato un elefante?

Un approfondito libro sulla storia di Mary è The Day They Hung the Elephant di Charles E. Price. Su Youtube potete trovare un breve documentario intitolato Hanging Over Erwin: The Execution of Big Mary.

Il cimitero degli elefanti

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Ne Il re leone (1994), celebre cartone animato targato Disney, il piccolo leoncino Simba viene ingannato dal villain Scar e si ritrova assieme alla sua amica Nala in un inquietante cimitero di elefanti: centinaia di immensi scheletri di pachidermi si estendono fino all’orizzonte. In questa suggestiva location il piccolo protagonista subirà un agguato da parte di tre fameliche iene.

L’ambientazione della rocambolesca scena, in realtà, non è un’invenzione degli autori del film. Il cimitero degli elefanti compariva già in Trader Horn (1931), e in alcune pellicole di Tarzan interpretate dall’iconico Johnny Weissmuller.
E il fatto più interessante è che dell’esistenza di un misterioso e gigantesco cimitero collettivo, dove gli elefanti da millenni si recherebbero per morire, si era cominciato a parlare già dalla metà dell’800.

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Questo luogo leggendario, descritto come una sorta di santuario segreto, nascosto nei più profondi recessi dell’Africa Nera, è uno dei miti più durevoli relativi al periodo d’oro delle esplorazioni e della caccia grossa. Si trattava di un vero e proprio Eldorado africano, in cui l’avventuriero abbastanza coraggioso avrebbe trovato un tesoro indicibile: la grotta, o la valle inaccessibile, assieme agli scheletri degli elefanti conteneva infatti una tale quantità di avorio da rendere ricco sfondato chi l’avesse scoperto.

Ma trovare un simile luogo, come esige ogni leggenda che si rispetti, non era certo facile. Chi l’aveva visto, o non era più tornato indietro… oppure, non sapeva ritrovarne l’entrata. Si raccontavano storie di cercatori che si erano messi sulle tracce di un elefante vecchio e malato, distaccatosi dal branco, e l’avevano seguito per giorni sperando che li conducesse all’agognato cimitero; salvo poi accorgersi che l’animale li aveva guidati in un enorme cerchio, per confonderli, ed essi si erano ritrovati al punto di partenza.

Secondo altre versioni, il fantomatico ossario sarebbe stato considerato dagli indigeni un luogo sacro. Chiunque vi si fosse avvicinato, anche casualmente, avrebbe dovuto fare i conti con i temibili guardiani del cimitero, un gruppo di guerrieri capeggiati da uno sciamano, che proteggevano l’entrata al santuario.

Quella del cimitero degli elefanti, menzionata anche da Livingstone e circolata in Europa fino ai primi decenni del ‘900, è per l’appunto una leggenda. Ma da dove nasce? È possibile che il mito affondi le sue radici in qualche tipo di realtà?

Innanzitutto, esistono effettivamente dei luoghi in cui sono state rinvenute alte concentrazioni di ossa di elefanti, come se diversi animali si fossero recati in un unico, preciso punto per morire.
La spiegazione più plausibile è da ricercarsi, sorprendentemente, nella dentatura. Gli elefanti infatti hanno soltanto due tipi di denti: i molari e gli incisivi. Le zanne non sono altro che due incisivi modificati, che crescono lentamente e incessantemente, e vengono regolate dalla continua usura. Al contrario, i molari sono sostituiti ciclicamente: durante tutto il corso della vita dell’animale, che può arrivare in natura ai cinquanta o sessant’anni di età, nuovi denti crescono sul retro della mandibola, spingendo in avanti quelli più vecchi.

Un elefante può avere da quattro fino a un massimo di sei cicli di molari nell’arco della sua esistenza – non di più.
Ma se un esemplare vive abbastanza a lungo, cioè per diversi anni dopo che l’ultimo ciclo è avvenuto, non vi è più alcun ricambio e la sua dentatura ormai usurata cessa di essere funzionale. Questi vecchi elefanti dunque stentano a nutrirsi di arbusti e piante dure, e si spostano nelle zone in cui la presenza di una sorgente garantisce la presenza di erbe più soffici e nutrienti. La stanchezza dell’età li porta anche a preferire aree in cui la vegetazione è più densa, e in cui fanno meno fatica a procacciarsi il cibo. Secondo alcuni studiosi, le acque fangose di una sorgente potrebbero dare sollievo alle sofferenze e alle carie di questi anziani pachidermi; gli animali denutriti comincerebbero inoltre ad abbeverarsi maggiormente, e questo potrebbe in realtà aggravare il loro stato, diluendo il glucosio nel loro sangue.
Fatto sta che la ricerca dell’acqua e di una vegetazione più adatta potrebbe spingere diversi elefanti malati in prossimità della stessa sorgente. Questa ipotesi spiegherebbe il ritrovamento di accumuli di ossa in aree relativamente circoscritte.

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Una seconda spiegazione per la leggenda potrebbe, più tristemente, essere collegata al commercio o contrabbando dell’avorio. Non è raro che ancora oggi vengano scoperti dei “cimiteri di elefanti” che si rivelano essere in realtà dei luoghi di massacro, in cui gli animali vengono uccisi e mutilati dai cacciatori di frodo per le loro preziose zanne. Simili ritrovamenti di ossa potrebbero aver suggerito l’idea che il branco si fosse volutamente assembrato lì per aspettare la fine.

Ma le storie sul cimitero nascosto potrebbero essere nate anche dall’osservazione dei comportamenti degli elefanti di fronte alla morte di un loro simile.
Questi animali, infatti, sono ritenuti fra i mammiferi più “intelligenti” in quanto mostrano relazioni sociali molto complesse all’interno del gruppo, caratteristiche comportamentali elaborate, e spesso si rendono protagonisti di stupefacenti dimostrazioni di altruismo anche verso altre specie. Emblematico è il caso di un elefante indiano domestico, impiegato al seguito di un camion che trasportava tronchi; ad un segno del padrone, l’animale sollevava uno dei tronchi dal rimorchio, e lo infilava nell’apposita buca precedentemente scavata. Arrivato però ad una certa buca, l’elefante si rifiutò di eseguire l’ordine; quando il padrone scese per investigare, scoprì un cane addormentato sul fondo. Soltanto quando il cane fu fatto uscire, l’elefante piantò il tronco (riportato da C. Holdrege in Elephantine Intelligence).

Quando un elefante muore — specialmente se si tratta della matriarca — gli altri componenti del branco restano in silenzio attorno alla carcassa, per giorni interi. Lo toccano gentilmente con le proboscidi, come se stessero inscenando un vero e proprio rituale di lutto; si allontanano per cercare cibo e acqua soltanto a turno, ritornando sul posto poco dopo e mantenendo comunque una “guardia” di stanza attorno al corpo. Talvolta eseguono una sorta di rudimentale sepoltura, coprendo e nascondendo la carcassa con sterpi e rami spezzati appositamente. Perfino incontrando le ossa di un elefante sconosciuto, possono rimanere per ore o giorni a toccare e spargere i resti.

Il dibattito etologico su questi comportamenti è ovviamente aperto: gli animali potrebbero essere attratti e confusi dall’avorio presente nei resti, in quanto si tratta di uno dei veicoli comunicativi più utilizzati socialmente; e secondo alcune ricerche essi mostrerebbero talvolta lo stesso “stupore” anche per carcasse di uccelli o perfino semplici pezzi di legno. Ma sembra assodato che gli elefanti nutrano un particolare riguardo per gli esemplari della propria specie, feriti o morti.

Essendo, assieme a certe specie di primati, gli unici animali oltre all’uomo a mostrare questa partecipazione di fronte alla morte, gli elefanti sono da sempre stati associati ai sentimenti umani – soprattutto dalle popolazioni che vivono in stretto contatto con loro. Fra l’elefante e l’uomo c’è sempre stato un importante legame di parentela simbolico: ed ecco dunque svelarsi l’ultimo, e il più profondo livello di lettura.

La leggenda del cimitero nascosto, oltre ad essere evidentemente suggestiva, è anche una potente allegoria: quella della morte volontaria, del cammino che l’anziano della tribù intraprende per morire in solitudine e in dignità. Sollevando la comunità dal fardello della vecchiaia, e lasciando di sé un’immagine coraggiosa e forte, egli si avvia nel luogo sacro in cui potrà mettersi in contatto con gli spiriti degli antenati, pronti finalmente ad accoglierlo con onore.

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Elephant Man

Fra tutte le meraviglie umane, Joseph Carey Merrick rimane la più celebre e riconoscibile; la sua vicenda, adattata e portata sullo schermo da David Lynch nel 1980, ha commosso milioni di spettatori, oltre ad ispirare innumerevoli libri e pièces teatrali. Ma qual è la vera storia di questa enigmatica figura ottocentesca?

Joseph Merrick nacque il 5 Agosto 1862 a Leicester, figlio di Mary Jane e Joseph Rockley Merrick. Aveva un fratello e una sorella più piccoli, e rimase completamente normale fino ai tre anni di età. Poi, alcune cisti cominciarono ad apparire sul lato sinistro del suo corpo, simili a piccoli bernoccoli (come ricordava una nota autobiografica sul retro del pamphlet che Joseph utilizzava nei freakshow).

All’età di 12 anni, quando sua madre morì, la deformità di Joseph era già grave; suo padre si risposò, e la nuova matrigna cacciò Joseph di casa, costringendolo ad affrontare non soltanto un handicap fisico in continuo aumento, ma anche una vita fatta di fame e freddo. Dopo un periodo passato in strada vendendo lucido da scarpe, tormentato dai ragazzini e dai loro sberleffi, Joseph trovò lavoro in un freakshow, sotto il nome di “Uomo Elefante”. Così, esibendosi come fenomeno da baraccone, riuscì a mettere da parte una somma di denaro e ad essere trattato con un minimo di dignità. Durante uno dei suoi spettacoli, incontrò il dottor Frederick Treves, medico dell’ospedale di Whitechapel, che gli chiese di esaminarlo; Merrick rifiutò cortesemente, e Treves gli diede un suo biglietto da visita, casomai cambiasse idea.

Ma nel 1886 il Regno Unito dichiarò fuori legge i freakshow; non potendosi permettere il viaggio fino agli Stati Uniti (dove l’esibizione circense delle meraviglie umane sarebbe continuata fino ben oltre la metà del ‘900), Merrick si spostò in Belgio. Qui venne maltrattato, derubato ed abbandonato dal suo “manager”, e se ne ritornò in Inghilterra sconfortato.

Solo, senza casa, e con una grave infezione bronchiale, Merrick causò l’isteria della folla in una stazione ferroviaria a Liverpool Street, per via del suo fisico deforme e del panno con cui celava il suo viso. Quando le autorità lo fermarono, Joseph non poteva parlare per l’infezione bronchiale, ma riuscì a consegnare loro il biglietto da visita del Dottor Treves, che aveva conservato.

Quella fu la mossa giusta, e l’unica vera fortuna nella vita di Joseph Merrick. Il dottor Treves venne a tirarlo fuori dai pasticci, e si rivelò, in seguito, l’unico amico sincero che Joseph avrebbe mai avuto. Dispose che Merrick avesse una stanza permanente all’ospedale – per poterlo studiare, certo, ma anche per garantirgli la privacy e il decoro che spettavano ad ogni essere umano.

Anche se la sua vita era un continuo inferno di dolori fisici ed emotivi, Merrick possedeva uno spirito indomabile. In poco tempo si guadagnò la compassione pubblica e la simpatia dell’alta società vittoriana. Diventò una specie di celebrità. Alexandra, allora Principessa del Galles, dimostrò il suo interesse per Joseph, portando altri membri reali ad accoglierlo con entusiasmo. Joseph divenne addirittura un protetto della Regina Vittoria. Eppure il suo sogno, come avvalora la testimonianza di Treves, rimaneva quello di trovare una giovane donna non vedente, che potesse amarlo senza essere disgustata dalla sua apparenza fisica. Nei suoi ultimi anni, Merrick trovò conforto nella scrittura, componendo pagine di prosa e poesia, rimarchevoli per calore e commozione.

Il dottor Treves riuscì anche a regalargli qualche mese di vacanza in una villa di Fawsley Hall, Northamptonshire. Ma la sua breve vita volgeva al termine.Venne curato ed ospitato nell’ospedale fino alla sua morte, avvenuta a 27 anni, l’11 aprile del 1890. Morì per l’accidentale dislocazione del collo, dovuta all’impossibilità di sostenere il peso della sua enorme testa durante il sonno. Merrick infatti doveva dormire seduto, ma sembra che in quell’occasione avesse tentato di dormire sdraiato, per cercare di imitare un comportamento “normale”.

Lo scheletro deforme di Joseph Merrick è custodito all’interno del London Royal Hospital, anche se non è più visibile al pubblico.

I medici hanno dibattuto sulla sua sindrome per decenni: originariamente si pensava che Merrick soffrisse di elefantiasi. La seconda teoria si concentrò sulla neurofibromatosi di tipo I; nel 1986 si arrivò alla conclusione che l’Uomo Elefante soffrisse in realtà della Sindrome di Proteo, associata forse a una forma di neurofibromatosi. Recentemente, una ricerca appoggiata da Discovery Channel basata sul DNA di capelli e ossa, ha permesso di risalire al volto che Joseph Merrick avrebbe avuto se non fosse stato soggetto a questa incredibile e deturpante malattia. Il volto di un bel giovane, pieno di vita e di speranza. Un volto che non ha mai avuto la possibilità di vedere il mondo.