Link, curiosità & meraviglie assortite – 9

Iniziamo con qualche veloce aggiornamento.

Mancano soltanto tre giorni alla fine del Bizzarro Bazar Contest. Sono arrivati moltissimi contributi fantastici, che scoprirete la settimana prossima quando saranno annunciati i vincitori. Quindi se siete fra i ritardatari dateci dentro, senza dimenticare una ripassatina alle linee guida: questo blog deve essere esplicitamente menzionato/raffigurato nel vostro lavoro.

Il 1 ottobre sarò al Teatro Bonci di Cesena nell’ambito nel CICAP Fest 2017. Visto che l’edizione di quest’anno è tutta incentrata sul tema delle bufale e della post-verità, l’amico Massimo Polidoro mi ha chiesto di portare un po’ di meraviglie dalla mia wunderkammer — nello specifico alcuni oggetti che si situano sul confine tra vero e falso, tra realtà e immaginazione. E, giusto per fare un po’ il “ribelle”, parlerò di bufale creative e di complotti fruttuosi.

Già che stiamo parlando della mia collezione, volevo condividere con i lettori il mio entusiasmo per uno degli ultimi arrivi: questa straordinaria opera d’arte.

Direte, “Be’, che avrà di così particolare?“. Si vede che non capite proprio niente di arte moderna!
Il quadro, del 2008, è stato dipinto dal celebre artista Jomo.

Ecco Jomo:

Ecco Jomo immortalato in una statua di bronzo, acquisita assieme al quadro.

Esatto, l’avrete indovinato: d’ora in poi potrò sperimentare sui miei ignari ospiti la vecchia beffa di Pierre Brassau.
Sono anche contento che i proventi della vendita del dipinto del gorilla siano andati al personale dello zoo di Toronto, che quotidianamente accudisce questi magnifici primati. Per inciso, lo Zoo di Toronto è membro attivo del North American Gorilla Species Survival Plan e lavora anche in Africa per salvare i gorilla che rischiano l’estinzione (a causa, ho scoperto, dei nostri cellulari).

E ora via con la nostra usuale selezione di link:

  • La poesia che vi favorisco qui sopra è di Igino Ugo Tarchetti, esponente della Scapigliatura, la corrente letteraria più bizzarra, gotica e maudit che l’Italia abbia conosciuto. (Il prossimo libro della Collana Bizzarro Bazar tratterà, seppure marginalmente, anche degli scapigliati.)

  • E passiamo alle averle, deliziosi uccellini dell’ordine dei Passeriformes.
    Deliziosi sì, ma carnivori: il nome della loro famiglia, Laniidae, deriva dal latino per “macellaio” e in effetti, essendo così piccoli, devono ricorrere a un’astuzia piuttosto crudele. Dopo aver attaccato le loro prede (insetti ma anche piccoli vertebrati), le averle le impalano su spine, rametti, rovi o fili spinati, al fine di immobilizzarle e poi sbranarle con comodo, spesso ancora vive, pezzetto dopo pezzetto — facendo sembrare Vlad Tepes un vero novellino.

  • Sempre in tema di animali, le balene (come molti altri mammiferi) piangono i loro morti. Ecco un articolo del National Geographic sul lutto nei cetacei.
  • Cambiamo argomento e parliamo un po’ di sex toys. L’amico sexpert Ayzad ha compilato la lista definitiva dei giocattoli erotici da NON comprare: gli accessori di pessimo gusto, completamente demenziali e perfino inquietanti sono talmente numerosi che ha dovuto dividere il tutto in tre articoli, uno, due e tre. Preparatevi per una discesa nella parte più schizofrenica e aberrante del consumismo sessuale (ovviamente alcune foto sono NSFW).
  • E arriviamo ai feticisti della cultura: le persone che si definiscono “sapiosessuali”, ovvero attratte sessualmente dall’intelligenza e dall’erudizione di un individuo, sono il miraggio di ogni nerd e di ogni introverso topo di biblioteca.
    Però, suggerisce questo articolo, scegliere un partner intelligente non è poi una gran trovata: fa già parte delle strategie evolutive da milioni di anni. Dunque chi si autodefinisce sapiosessuale sui social network fa la figura del vanitoso e finisce per sembrare stupido. Facendo così scappare a gambe levate chi ha un minimo di intelligenza. Ah, l’ironia.

Finalmente qualcuno ha pensato ad aggiustare le giraffe.

Professione: camgirl

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Una sentenza della Cassazione del 2003 le ha equiparate alle prostitute, anche se il contatto fisico con il cliente non avviene. Come accade per la prostituzione, fanno parte di un’economia sommersa che le attuali normative nemmeno provano ad inquadrare correttamente dal punto di vista fiscale e lavorativo. Se anche volessero pagare le tasse e aprire un posizione contributiva, non possono. L’imbarazzo legislativo nel loro caso è aumentato dal fatto che ci sono di mezzo le nuove tecnologie, “questo internet di cui si fa un gran parlare” (per citare un ironico tormentone di Rocco Tanica).

Sono le camgirl: ragazze, studentesse, ma anche madri di famiglia o casalinghe, che decidono di arrotondare le entrate offrendo servizi erotici online. Incontrano i clienti su siti appositi, che fanno da intermediari – anche se lo sfruttamento non sussiste, perché i siti ufficialmente acquistano dalle camgirl dei “servizi completi”, per i quali esse sono interamente responsabili. I clienti caricano il loro credito, chattano un po’ prima di scegliere la ragazza preferita, poi la conversazione si sposta in privato e lì i soldi cominciano a scalare. Un fisso al minuto, per poter assistere alla performance della camgirl, che esaudisce qualsiasi recondito desiderio.

Se di prostituzione si tratta, dunque, essa avviene comunque “a distanza”, tramite il filtro di una webcam, e questo evidentemente comporta vantaggi e svantaggi. Ma quali, esattamente?

Ci ha contattato Greta, una camgirl desiderosa di raccontare la sua vita e la sua professione. È un’occasione per conoscere non soltanto le motivazioni dietro questo particolare lavoro, ma anche uno spaccato sui desideri erotici maschili più strani. Che Greta, potete immaginarvelo, ha cominciato a conoscere alla perfezione. Perché, in assenza di contatto fisico, le richieste dei clienti si fanno per forza di cose più fantasiose, più bizzarre, più mentali.

Come hai cominciato a valutare un simile lavoro?

Sono una persona solitaria e non amo uscire spesso di casa. Questo comporta il mio quasi totale disinteresse nel trovarmi un lavoro classico, come barista, commessa o quant’altro. Ho sognato fin da bambina una professione che potesse essere svolta da casa, così passata la maggior età ho cominciato a pensarci seriamente. Ho sempre saputo dell’esistenza di questo mondo, una grandissima parte di internet è legata al sesso, io stessa possiedo una quantità di porno capace di far rizzare i capelli a molti uomini. In più sono un’esibizionista, nel puro senso del termine, adoro essere guardata e apprezzata; per il mio aspetto, per le mie capacità, per il semplice fatto di essere me stessa.
Prima di buttarmi ho però avuto un problema di coscienza: il sesso e la masturbazione sono cose per me naturalissime, avevo dunque qualche remora all’idea di farmi pagare. Ne ho parlato con la mia famiglia e con il mio ragazzo, e mi sono convinta che in realtà una camgirl offre un servizio e ne ottiene un guadagno, come accade in qualsiasi altro lavoro.

Quindi la tua famiglia è al corrente.

Ovviamente la mia famiglia mi ha tartassata di domande sulla sicurezza. Avevano paura che qualche maniaco mi riconoscesse e venisse a cercarmi, a bussare alla mia porta. Con calma e tranquillità ho spiegato loro che mantengo l’anonimato, indossando anche una mascherina durante i miei show. La mia vita è un po come quella di Batman …”La maschera non è per te, è per proteggere le persone che ami“.
Non mi hanno fatto problemi sul fatto che il mio lavoro ruoti attorno al sesso, siamo molti sinceri tra noi, però chiaramente non riescono a capirlo. Mi chiedono spesso come possa non darmi fastidio essere “al servizio” di qualcuno che, dall’altra parte, si sta masturbando. Io rispondo sempre che se tutti fossero sessualmente appagati, il mondo sarebbe migliore, che quindi io rendo un servizio pubblico, migliorando il mondo… lo vedi? Sono davvero una specie di supereroe!

Al di là del tuo ragazzo, come vedono la tua occupazione gli amici? Hai dovuto in qualche modo vincere dei pregiudizi?

Essendo una persona molto solitaria, ho pochi amici, e nessuno tra loro sa del mio lavoro. La privacy è fondamentale. Il bigottismo non mi consente di parlare del mio lavoro con altre persone, non posso permettermi che inizino a girare voci, renderebbero la vita difficile a me e ai miei cari.
Sarebbe bello poterne parlare liberamente, anche solo per divertimento, poter chiedere consigli, sentirmi libera di vivere il mio lavoro come una cosa normale, per il semplice fatto che lo è. Invece ho sempre paura che mi scappi qualche parola di troppo; spesso prima di dormire penso alle conversazioni avute in giornata, in cui stavo per “tradirmi”…

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Quanto guadagni al mese con l’attività di camgirl?

Ci sono essenzialmente due modi di fare questo lavoro: in live chat, ovvero ti mostri su un sito con la webcam sempre aperta, in modo che tutti possono vederti e chattare con te, e in questo caso il guadagno è del 50% del prezzo degli show; oppure posso lavorare su Skype o altri software che permettono le videochiamate, e quindi fare quel che più mi va tra uno show e l’altro e arrivare all’80% di compenso.
Personalmente guadagno dagli 800 ai 1500 euro al mese, ma è un ricavo estremamente scostante. Pur lavorando quotidianamente dalle 4 alle 12 ore, a seconda degli orari e dei giorni in cui mi collego il guadagno oscilla in maniera imprevedibile. Un giorno posso fare 200 euro, quello dopo magari non trovare clienti.

Il tuo ragazzo come ha reagito? Si presta occasionalmente a intervenire in qualche situazione?

Prima di intraprendere questa carriera ne ho parlato a lungo con lui, stiamo assieme da anni. È stato estremamente disponibile, per il semplice fatto che, a detta sua, finché nessuno mi tocca fisicamente, possono anche guardarmi tutti quanti.
Mi dà spesso una mano, aiutandomi ad organizzare la contabilità, esaminando i contratti con i diversi siti, inventando nuove cose che potrebbero piacere alla clientela, ma non interviene mai negli show, né io lavoro mai mentre lui è in casa (non viviamo assieme attualmente).

È cambiata in qualche modo la tua relazione di coppia?

Dal punto di vista sessuale, per fortuna, nulla è cambiato. Per il resto, è come qualsiasi altro lavoro: spesso scherziamo sulle proposte più divertenti che mi hanno fatto durante la giornata, oppure mi sfogo raccontandogli di quanto mi abbia fatto arrabbiare quel tal cliente che non mi ha portato rispetto, ecc.

Quali sono le prestazioni più assurde che qualcuno ha richiesto?

Un giorno, per email, mi arriva un copione di diverse pagine per girare un video. Dovevo fingere di trovarmi in un giardino che conteneva delle statue con le fattezze femminili; io dovevo accarezzare e palpare queste statue, eccitandomi sempre di più per le loro forme. Guardandole, dovevo iniziare a masturbarmi, fino al raggiungimento dell’orgasmo; a questo punto dovevo fingere di rimanere io stessa pietrificata. Capire che mi stavo trasformando in pietra, secondo il dettagliatissimo copione, mi spaventava e mi eccitava al tempo stesso. Dopo l’orgasmo sarei dovuta rimanere immobile. Fine del video.
Un’altra volta ho dovuto fingermi un robot, disegnandomi sul corpo le articolazioni meccaniche, muovendomi e parlando come un robot. Secondo me il risultato era esilarante, ma il cliente si è complimentato moltissimo per la mia interpretazione!
Ti sorprenderesti nel vedere quanti show non abbiano a che fare direttamente con la masturbazione o con il nudo, ma con pratiche che a prima vista non sembrano nemmeno sessuali. Per queste persone però si tratta della loro più grande fantasia. Mi è stato chiesto, ad esempio, di indossare delle scarpe da ginnastica, e intingerle con calma nell’acqua tiepida, facendo vedere bene come si inzuppavano e come l’acqua fuoriusciva dalla scarpa.
Riassumo in poche parole qualche altra proposta più o meno bizzarra:

– fingi che io sia minuscolo e che tu, enorme, mi ingoi.
– ti mando le foto della mia ragazza, dimmi se secondo te potrebbe tradirmi.
– puoi stampare la foto del mio pene e strofinarla su di te per masturbarti?
– straccia dei fogli di carta.
– inviami per posta un tuo campione fecale.
– fingi di essere un cane che beve dalla ciotola.
– rimani 20 minuti nella stessa, scomoda, posizione.
– fingi un orgasmo ogni volta che dico una determinata parola.
– raccontami la tua giornata, così mi distraggo!

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Ti è mai capitato di lavorare con qualche disabile?

Una volta mi sono trovata davanti ad un ragazzo molto giovane, in sedia a rotelle. Indossava un pannolino e durante la sessione ha avuto un piccolo “incidente”, io non ho detto nulla, lui con tranquillità mi ha spiegato che gli capita molto spesso. Sinceramente ero un po’ imbarazzata nel farmi pagare, ma lui ha insistito nel darmi persino la mancia.
Quella sera mi sono sentita a disagio, inadeguata. Ne ho parlato con una collega che ha avuto esperienze simili, e mi ha spiegato che trattare queste persone in modo diverso dagli altri clienti non significa certo far loro un favore.

Hai dovuto procurarti oggetti e attrezzature particolari per soddisfare le richieste dei clienti?

Fortunatamente ero già molto attrezzata di mio, possedevo diversi vibratori e giochetti, ma non bastano mai!
Ora ho un’egregia collezione di completini intimi, rinnovati ogni mese, scarpe altissime, speculum, attrezzi da clistere, kit BDSM, dildo eiaculante (nel caso te lo stessi chiedendo, ci si mette dentro il latte), palline anali, anal plug, mollette, lubrificanti, un intero armadio di costumi vari e chi più ne ha più ne metta. E pensa che non sono nemmeno una delle più attrezzate, c’è sempre qualcuno che mi chiede di usare oggetti che non possiedo… è un mestiere che ha le sue spese di aggiornamento!

Pensa per un attimo all’umanità nel suo insieme, a questo mammifero chiamato homo sapiens, che ha fatto del sesso un’attività eminentemente simbolica. Qual è la tua opinione riguardo alle persone che ti contattano? Le giudichi? Come è cambiata la tua idea riguardo al sesso umano, ora che conosci molte fantasie, maschili e non? A cosa serve il sesso, secondo te?

La mia semplice opinione è che il mondo è bello perché è vario, a parte certe rare richieste estreme per cui bisognerebbe parlare con un bravo psicologo (purtroppo mi è capitato che mi chiedessero show con animali o bambini).
Non giudico nessun cliente in malo modo, a volte un po’ li compatisco però: molti sono uomini sposati da anni, che non hanno il coraggio di confessare alla propria moglie le loro fantasie. Per altri invece è una semplice compensazione; un imprenditore molto ricco può letteralmente adorare di essere trattato alla stregua di un verme, insultato, abusato: il suo sentirsi piccolo e inutile per eccitarsi, secondo me, è il rovescio del potere che esercita sui suoi sottoposti.
Devo dire che se prima mi sentivo trasgressiva, ad esempio perché mi piace il sesso anale, dopo aver intrapreso questo lavoro mi sento un angioletto con l’aureola… non si finisce mai di imparare!
Il sesso in fondo serve a vivere meglio. Personalmente lo uso come antistress, per riscaldare le coperte d’inverno, per rendere ancora migliore una bella giornata, per dormire più rilassata, per combattere i dolori articolari di cui soffro. C’è poco che il sesso non possa sistemare, tutti dovremmo prendere la cosa il più serenamente possibile.

Ti senti tuo malgrado una donna-oggetto, oppure reputi che scegliere autonomamente questo tipo di attività ti abbia emancipata come femmina?

Nessuno dei due, una donna che lavora non è emancipata, è una semplice donna che lavora.
Le donne-oggetto si fanno usare senza rendersene conto: nel mio lavoro, se vuoi insultarmi, prima mi paghi e anche profumatamente. Offro un servizio per cui vengo pagata, una modella non fa la stessa cosa? Un panettiere? Uno spazzacamino?

Il problema è che ancora oggi in Italia esiste uno stigma nei riguardi dei sex workers; non solo i bacchettoni o i moralisti, ma perfino una certa parte di femminismo non apprezza particolarmente il fatto che la libertà di scelta femminile possa concretizzarsi in un lavoro a carattere sessuale. Tu che ne pensi?

Purtroppo nell’immaginario comune, quando centra il sesso o la nudità tutto diventa subito una cosa strana, anormale, da nascondere. Eppure il sesso fa parte della vita di tutti i giorni.
Io posso scegliermi i clienti, posso mandare a quel paese chi non mi rispetta, posso persino minacciare chi tenta di fare il duro. La maggior parte dei lavoratori non ha questo privilegio.
Secondo me scegliere un lavoro che coinvolga anche il sesso non ha nulla a che fare con l’emancipazione, dovrebbe essere una cosa normale. Se una femminista si sente a disagio al solo pensiero che un’altra donna possa aver voglia di intraprendere questa carriera, dovrebbe farsi un bell’esame di coscienza.

Pensi di continuare con questo lavoro?

Se dipendesse da me, non lo cambierei per nulla al mondo. Purtroppo non è un lavoro sicuro. Se mi ammalo nessuno mi paga la malattia, se vado in ferie, non sono ferie pagate; non riceverò nessuna pensione. Tempo fa sono finita in ospedale e ho perso tre mesi interi di lavoro. Chi paga l’affitto senza uno stipendio fisso?
Ogni giorno libero che mi prendo, so che sto perdendo dei possibili show, dei possibili clienti, dei possibili guadagni. Inoltre non è un lavoro che posso pensare di continuare a fare fino a sessant’anni: qualche cliente ce l’avrei ancora, ma troppo pochi per pagare ad esempio un mutuo.

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Al di là dei rischi economici, simili in fondo a quelli di qualsiasi attività in proprio, ci sono altri aspetti negativi nel lavoro di camgirl?

Bisogna apparire al meglio, mai svogliata, sempre gentile, avere cura del proprio corpo, depilarsi, truccarsi, restare stretta in corsetti di pizzo per ore di fila… perfino la mia schiena non è più la stessa.
Ma il vero problema è la concentrazione costante che il lavoro richiede. Devo prestare la massima attenzione ogni volta che scrivo qualcosa, per essere sicura di non inviarla alla persona sbagliata. Mai accettare file da nessuno, controllare costantemente quattro o più siti in simultanea. Chattare per ore con diverse persone contemporaneamente, saperle distinguere, ricordarsi sempre le loro richieste. Essere perennemente disponibile.
Dopo un po’, il computer diventa il tuo nemico. Inizi a guardarlo come una minaccia, una serpe in seno pronta a morderti alla prima distrazione. Ho la costante paura di essermi dimenticata la webcam accesa, e che quindi qualcuno mi spii nella pausa tra uno show e l’altro, o mentre faccio una telefonata privata.
E infine c’è l’ansia constante di essere riconosciuta. Se in un locale un uomo mi lancia uno sguardo un po’ più lungo del normale, comincia la danza della paranoia. Bisogna essere forti, avere una mentalità aperta, ma sopratutto bisogna essere pronte a rischiare, anche molto.

Il serpente e l’incantatore

Il contorsionismo, per quanto sia un’arte elegante, sconcertante e visivamente sorprendente, può davvero risultare anche erotico e sensuale?

Il numero di contorsionismo presentato nel 1954 all’Abbott & Costello TV Special è una gemma di incredibile bravura che mette in scena un incantatore di serpenti (Christian Arnaut, 1912 – 2003) mentre resiste al gioco di seduzione del suo sinuoso rettile (Janine Janik, 1931 – 1985).

Ma a rimanere incantati dai movimenti ipnotici e dalle sinuose spire siamo noi spettatori.

Bizzarro Bazar a Parigi – I

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Qualche anno fa avevamo pubblicato due articoli-reportage su New York (li trovate qui e qui), dedicati a musei, negozi e luoghi insoliti della Grande Mela. Quest’anno, invece, il vostro fedele esploratore del perturbante si è diretto a Parigi, dove ha scovato per voi alcuni fra gli angoli meno battuti della capitale francese.

Già nel XVIII secolo Francesco Algarotti sentenziava “molti vanno a Parigi, ma pochi ci sono stati“, e forse questo è ancora più vero oggi che il turismo di massa detta le regole per visitare qualsiasi città, imponendo al viaggiatore tutta una serie di tappe obbligate da spuntare come caselline della tombola. Questa esperienza di superficie certamente rassicura il pellegrino di aver visto “tutte le cose più importanti”, ma rischia di farlo tornare a casa con l’immagine della città che già aveva prima di partire. E invece anche Parigi, come tutti i luoghi ricchi d’una storia antica e travagliata, nasconde un volto sconosciuto ai più.

Dimenticatevi quindi – o, meglio, date pure per assodati – i fasti di Versailles, le folle che risalgono la Torre Eiffel, gli assiepati scalini di Montmartre, il sorriso beffardo della Gioconda o lo shopping di lusso sui Champs-Elisées; e preparatevi per un viaggio alla scoperta dei meravigliosi gioielli che le luci della Ville Lumière hanno lasciato nella penombra.

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Come prima tappa partiamo dalla banlieue a sud-est di Parigi, a soli tre chilometri dalla capitale, visitando a Maisons-Alfort il Musée Fragonard, che si trova ospitato all’interno della Scuola Veterinaria. Qui un’immensa collezione di ossa e di scheletri animali si contende la scena con dei modelli in gesso degli organi interni, a grandezza naturale oppure in scala notevolmente maggiore, a fini di studio.

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Le cose cominciano a farsi più impressionanti quando si raggiunge la sezione teratologica del museo, che espone le diverse malformazioni, mutazioni genetiche e mostruosità. Preparati a secco, mummificati, oppure in soluzione ci presentano la versione animale dei “gemelli siamesi”: agnelli craniopaghi e toracopaghi, maiali con sviluppi fetali parassitari e galline con arti in sovrannumero si alternano a feti ciclopi, vitelli idrocefali e capre nate senza testa (anencefalia).

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Ma è nell’ultima stanza che sono contenuti i reperti più straordinari. Si tratta dei celebri écorchés di Fragonard, di cui abbiamo parlato in questo articolo: duecento anni prima di Gunther Von Hagens e del suo Body Worlds, e senza alcuna delle tecnologie ultramoderne disponibili oggi, l’anatomista francese era riuscito a preservare perfettamente alcuni cadaveri sezionati e fissati in modo da esporre l’anatomia interna a beneficio degli studenti.

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In alcuni casi disposti in pose artistiche, come “l’uomo con la mandibola” o i “feti danzanti“, i preparati anatomici sono ancora perfetti, con le loro vernici lucide e brillanti e un’espressività per nulla diminuita dal passare dei secoli.

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Difficile non rimanere a bocca aperta di fronte al più incredibile fra tutti i pezzi conservati qui: il “Cavaliere dell’Apocalisse“, montato su un vero e proprio cavallo, a sua volta sezionato.

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Spostiamoci ora nel cuore della città.
Quartiere un tempo malfamato, divenuto iconico per i suoi spettacoli osé, per il Moulin Rouge, i bordelli, il Grand Guignol e i cafés a tema, Pigalle si è oggi adeguato ai tempi e alle esigenze turistiche, reinventandosi come paradiso dei locali di lap dance e dei negozi del sesso. Lungo il Boulevard de Clichy le vetrine propongono, senza censure o pudori, una costellazione di futuristici sex toys, coadiuvanti, afrodisiaci, ritardanti, arditi capi di lingerie affiancati al consueto armamentario BDSM fatto di cuoio, borchie, scudisci e ball gag.

Proprio al centro di questa esibizione del sesso fatto spettacolo e merchandising, si apre il Musée de l’Erotisme. Anche ad Amsterdam, nel Red Light District, ne esiste uno di simile, ma quello di Parigi si distingue dal suo omonimo olandese per almeno tre motivi: il primo è la ricchezza della sezione antropologica, che conta svariate decine di manufatti provenienti da diverse epoche e latitudini.

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Dalle terrecotte etrusche ai feticci africani, dalle colorate statue balinesi agli avori cinesi, la collezione dimostra come il tema erotico sia stato affrontato senza particolari inibizioni da quasi tutte le culture tradizionali e spesso proprio nel contesto dell’arte sacra (come simbolo/auspicio/invocazione di fecondità e fertilità).

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Il secondo punto di interesse è la parte dedicata alla storia e al costume delle case chiuse dalla fine del I secolo al 1946, con fotografie d’epoca, documenti vari e perfino un bidet in porcellana originale (come è noto, questo accessorio da bagno si diffuse proprio nell’ambito della prostituzione).

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Infine, ai livelli più alti (il museo si sviluppa su ben sette piani!) vengono ospitate mostre temporanee di artisti internazionali, le cui opere esposte sono in alcuni casi disponibili per l’acquisto.

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Ben più dei sexy shop che lo circondano, il Museo rimanda un’immagine dell’eros che un po’ si è andata a perdere nel tempo: attraverso queste varie declinazioni artistiche, raffigurazioni antiche e contemporanee, il desiderio sessuale viene riportato alla sua originaria dimensione mitologica, archetipica e sacra.

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Dall’Eros passiamo a Thanatos, e addentriamoci nei labirinti sotterranei che si snodano sotto le case di Montparnasse.
Nonostante il loro nome ricordi quelle romane, le Catacombe di Parigi erano in realtà le antiche cave da cui veniva estratta la pietra per costruire la città: quando nel 1785 il Cimitero degli Innocenti nel quartiere delle Halles, che era stato in uso per quasi dieci secoli, venne evacuato a causa del pericolo d’infezione, si decise di spostare i resti nelle cave ormai abbandonate. Consacrate nel 1786 come ossario municipale, le Catacombe ospitarono fino al 1814 le salme traslate da tutti i cimiteri della capitale, mano a mano che questi venivano chiusi per insalubrità. Oggi si stima che vi siano raccolte le ossa di circa sei o sette milioni di parigini.

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Fermati, qui sta l’impero della morte“, avverte un verso inciso all’entrata dell’ossario.
A venti metri sotto il suolo, sui lati degli stretti corridoi e delle gallerie oscure, sono disposte le une sulle altre migliaia e migliaia di ossa, a formare una scenografia macabra impressionante.

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Talvolta il muro di teschi e tibie si apre su camere più larghe, piccoli altari, croci o altri luoghi di raccoglimento. Lungo tutto il percorso (di ben due chilometri) sono disseminati poemi, aforismi, testi sacri e profani che esortano a meditare sulla propria mortalità.

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Questi morti accerchiano il visitatore, lo soverchiano in numero schiacciante – è davvero l’Impero della Morte, con le sue armate silenziose, che ci attende quaggiù: eppure, paradossalmente, non ci si può sentire dei veri e propri intrusi in questo mondo senza luce, perché il destino che attende tutti gli uomini accomuna l’ospite a questi resti anonimi. Fra le ossa vi sono, probabilmente, anche quelle di Rabelais, La Fontaine, Perrault, così come i ghigliottinati Danton e Robespierre, eppure nulla ormai li distingue dai loro coetanei. Mai come quaggiù l’égalité del motto nazionale francese assume una sfumatura beffarda e, al tempo stesso, stranamente rassicurante.

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MUSEE FRAGONARD
7, avenue Général-de-Gaulle
Maisons-Alfort
Apertura: mercoledì e giovedì, sabato e domenica
Orari: 14-18

MUSEE DE L’EROTISME
72 Boulevard de Clichy
Apertura: tutti i giorni
Orari: 10-02
Sito web

CATACOMBES DE PARIS
1, avenue du Colonel Henri Rol-Tanguy (place Denfert-Rochereau)
Apertura: da martedì a domenica
Orari: 10-20
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(Questo articolo è il primo di una serie dedicata a Parigi. Gli altri due capitoli sono qui e qui.)

Kegadoru, gli idoli feriti

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Il quartiere Harajuku di Tokyo è famoso in tutto il mondo per le sue Harajuku girls, ragazze dai vestiti stravaganti, multicolori e inevitabilmente kawaii, sempre pronte a capitalizzare qualsiasi cosa faccia tendenza al momento. In questa fucina di mode alternative potete vedere sfilare sui marciapiedi decine di gothic lolita, oppure adolescenti vestite con abiti tradizionali mischiati con capi di marca, o ancora giovani agghindati come se fossero ad un festival di cosplay.

Una moda degli ultimi anni è quella dei kegadoru, ossia gli “idoli feriti”, cioè giovani donne che mostrano segni di traumi fisici, bendaggi e garze oftalmiche o di primo soccorso.

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Forse stanno soltanto cercando di attirare l’attenzione dei maschi orientali. Ma in realtà ricoprirsi di bende o fasciarsi un arto come se si fosse appena usciti dall’ospedale è un modo di strizzare l’occhio ad uno dei feticismi sessuali più in voga in Giappone: il medical fetish ha infatti sempre occupato una nicchia piuttosto apprezzata nell’Olimpo delle fantasie nipponiche, e non soltanto.

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In effetti esistono riviste erotiche specializzate sul tema, in cui belle e procaci modelle sfoggiano fasciature mediche, tutori ed altri apparecchi terapeutici o protesici. Cosa affascina il pubblico maschile in queste fotografie?

A prima vista sembrerebbe controintuitivo: gli evoluzionisti ci hanno sempre insegnato (vedi ad esempio questo articolo) che, seppur inconsciamente, scegliamo i nostri partner per la loro prestanza e salute fisica – segnali di maggiori chance che la procreazione vada a buon fine.
Ma in questo particolare caso diversi fattori entrano in gioco.

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Innanzitutto, le bende. Le fasciature che costringono il corpo, nell’ambito feticistico, rimandano al bondage e alle sue corde, ma con tutta la portata simbolica del contesto clinico. E tutti conosciamo bene il potere di un camice bianco sulla fantasia erotica: il mondo della medicina, in virtù del suo focalizzarsi sul corpo, è entrato prepotentemente nel comune immaginario sessuale, dall’infantile “gioco del dottore”, all’icona pop dell’infermiera sexy, fino ai feticismi che trasformano alcuni strumenti medici in oggetti di desiderio (speculum, clisteri, ecc.).

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In secondo luogo, il concetto di kegadoru fa leva sull’istinto di protezione. In questo senso, è un tipo di roleplay simile a quello che esiste, in ambito BDSM, nel cosiddetto rapporto Daddy/Little, dove il maschio è figura paterna e premurosa (ma anche severa durante le necessarie “punizioni”) e la femmina diviene una bambina, viziosa e incorreggibile ma oltremodo bisognosa di cure e attenzioni. Qui invece, la ragazza occulta parte del suo viso e del suo corpo sotto le bende, e questa sua “imperfezione”, oltre ad esaltarne la bellezza (attraverso il classico effetto vedo/non vedo), domanda premura e tenerezza.

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Infine, i kegadoru hanno anche una chiara connotazione di sottomissione. La donna, in questo gioco, è molto più che indifesa — è addirittura ferita; non può quindi opporre alcuna resistenza. Eppure nel suo esibire le proprie fasciature in pose maliziose, come fossero un tipo particolare di intimo o una divisa fetish, sta evidentemente accettando e scegliendo il suo ruolo. Come si dice spesso in ambito di BDSM, è il sub (cioè chi interpreta la parte del sottomesso) a dettare davvero le regole del gioco e a dettarne più o meno implicitamente le regole.

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Tutto questo contribuisce al complesso fascino degli injured idols, che ha ossessionato almeno due grandi artisti occidentali: Trevor Brown (di cui abbiamo parlato in questo articolo) e Romain Slocombe, fotografo, regista, pittore e scrittore parigino che ha fatto delle ragazze “ferite” le sue muse ispiratrici. Ecco alcune delle sue migliori foto.

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Kokigami

Nel diciottesimo secolo, in Giappone, la cerimonia del dono nuziale del tsutsumi simboleggiava quanto il sesso potesse essere una risorsa e un vero e proprio regalo per gli sposi. Il novello marito avvolgeva le sue parti intime in un intricato sistema di bendaggi di velluto e nastri; il tutto finiva per assomigliare ad un vero e proprio “pacchetto regalo” che la sposa doveva “scartare” e liberare, nastro dopo nastro, in un rituale intimo ed estremamente sensuale.

L’arte dei kokigami si evolve a partire da questa antica usanza, e introduce all’interno dei giochi sessuali l’arte giapponese degli origami. Si tratta, essenzialmente, di piccoli vestiti ritagliati nella carta che vengono indossati sul pene.


Le forme che questi costumini assumono vanno dai classici animali (draghi, cavalli, maiali, farfalle, falene, ecc.) a più moderni ritrovati tecnologici, come le autopompe dei vigili del fuoco, le locomotive, lussuose cadillac o addirittura gli space shuttle.

Esistono un paio di libri (entrambi reperibili, in lingua inglese, su Amazon) che contengono decine di kokigami. Il primo, intitolato Kokigami: Performance Enhancing Adornments for the Adventurous Man, propone una notevole varietà di costumini per i genitali maschili. Ma noi gli preferiamo il volume Kokigami: The Intimate Art of the Little Paper Costume, che suggerisce per ogni “travestimento” tre aggettivi che chiarificano la relazione che sussiste fra il fallo e il suo travestimento – per fare un esempio, lo shuttle è “rigido, agile, esploratore”, mentre il calamaro è “gentile, aggraziato, veloce”.

Non soltanto: questo delizioso libro fornisce anche degli esempi di dialogo fra i due amanti. Si tratta di un possibile copione per la rappresentazione teatrale che si andrà a interpretare. Riprendiamo i due esempi precedenti, il calamaro e lo shuttle, e vediamo quale dialogo i due sposi potranno inscenare.

Calamaro
(Braccia tese, con le dita che imitano i tentacoli in moto pulsante e ondeggiante. Tenendo indietro i fianchi, muoviti lentamente verso la tua partner, emettendo gentili risucchi. Se disturbato, porta le braccia lungo il corpo e salta velocemente all’indietro)
Maschio: “Vieni a me, piccolo pesce. Lascia che i miei tentacoli forti e sensibili ti accarezzino gentilmente e stringano il tuo corpo fremente”.
Femmina: “I tuoi tentacoli danzano meravigliosamente, ma hanno molte ventose e mi chiedo a cosa servano”.

Shuttle
(Tieni le braccia distanti dal corpo, come ali, sporgiti in fuori e precipitati sulla tua partner emettendo forti suoni come di rombo d’aereo. Dopo, ondeggia intorno silenziosamente mentre entri in orbita e ti prepari per il rientro)
Maschio: “5, 4, 3, 2, 1 …… Decollo!”
Femmina: “Questa è la stazione base di Venere. Prepararsi per l’attracco”.

Ora vi direte: ma quale può essere la motivazione per mettersi dei ridicoli origami sulle parti intime e fare dei giochi di ruolo? Perché dissimulare un pene sotto un minuscolo costume di carnevale da falena che svolazza attorno alla lanterna (lascio a voi l’interpretazione della simbologia)?

La risposta va in parte cercata, senza dubbio, nella rigida e timida tradizione sessuale giapponese, la cui ars erotica è costantemente in bilico fra morigeratezza e desiderio assoluto di liberazione. Rendere il talamo uno spazio teatrale può aiutare a liberare le pulsioni e gli istinti, dando una dimensione ludica e infantile all’unione intima.

Ma questi gingilli all’apparenza risibili ci ricordano una verità che spesso dimentichiamo. E cioè che anche il sesso può e dovrebbe avere un suo umorismo, dovrebbe cioè essere fatto anche di sorrisi e scherzi. Gran parte dei cosiddetti problemi sessuali (ma verrebbe da dire dei problemi tout court) derivano da questa nostra sventurata inclinazione a prenderci troppo sul serio. Quando la sessualità è tutta protesa all’orgasmo, alla prestazione, alla soddisfazione, allora la frustrazione è dietro l’angolo e ogni fallimento è una tragedia. Pensiamo sempre che ci sia un obiettivo da raggiungere, quando basterebbe saper giocare. In questo senso, la ricetta è piuttosto banale: più voglia di divertirsi e di sperimentare, meno preconcetti e aspettative.
E non servono nemmeno dei costumini di carta per travestire i genitali… forse basta un po’ di ironia e fantasia.

AGGIORNAMENTO:

Grazie all’interessamento di un lettore, Alessandro Clementi, veniamo a sapere che la pratica dei kokigami è in realtà un’elaborata bufala inventata proprio dagli autori del testo riportato nell’articolo, rimbalzata poi su internet fino a diffondersi addirittura su molti siti in lingua giapponese. A quanto pare, Burton Silver e Heather Busch non si sono cioè limitati a ideare una pratica sessuale, ma si sono divertiti a donarle perfino un passato antico e “nobile”. Anche noi siamo caduti nel tranello, nonostante la nostra abituale scrupolosità nel controllo delle fonti, e ci scusiamo con i lettori; eppure, in un certo senso, questo scherzo ci mette di buonumore. Perché di certo ne esistono di peggiori, e perché oltre che essere divertente, solleva alcune questioni non proprio scontate sul gioco dei sessi, sul coito come rappresentazione teatrale, e sui modi differenti di vivere la propria sessualità. Grazie, Alessandro!

Trevor Brown

L’artista inglese Trevor Brown è celebre per le sue opere estreme e macabre, che spesso affrontano temi difficili e spinosi. Trasferitosi in Giappone all’inizio degli anni ’90, ha goduto di una fama sempre maggiore mano a mano che le sue pubblicazioni raggiungevano un’ampia diffusione, e che le sue immagini venivano utilizzate per adornare copertine di album di vario genere, e pubblicate sulle prime pagine di diverse riviste famose.

I dipinti di Brown sono ispirati dagli scritti di Sade e di Georges Bataille sull’erotismo, ma ciò che li rende davvero unici è la commistione di innocenza e violenza con la cultura pop giapponese. Trevor Brown esplora diversi territori ritenuti tabù: la pedofilia, la tortura, il medical fetish (di cui è pioniere riconosciuto), il BDSM e altre parafilie.

Protagoniste dei suoi disegni sono quasi esclusivamente bambine sottoposte a vari generi di stress, torture o costrizioni. Eppure, grazie appunto alla forza con la quale l’artista riesce a fondere la sua sensibilità con la cultura giapponese, queste immagini crude e forti emanano un’aria di innocenza e di infantilismo che contrasta con gli aspetti più macabri. I colori pop estremamente accesi, i grandi occhi in puro stile manga, la limpida pulizia dell’immagine rendono i suoi dipinti delle specie di teatrini astratti, pure icone di repulsione e desiderio.

Alcune delle sue immagini più celebri esplorano il cosiddetto medical fetish, vale a dire il feticismo ospedaliero per le bende, le siringhe, gli strumenti chirurgici e ginecologici. L’ispirazione principale (dichiarata) per questo tipo di feticismo restano i romanzi di uno dei maggiori scrittori inglesi del dopoguerra, James G. Ballard (Crash e La mostra delle atrocità sopra a tutti).


Trevor Brown è anche affascinato dalle bambole create da sua moglie: da un certo momento in poi comincia quindi a inserirle anche all’interno dei suoi lavori. La bambola è un altro stratagemma efficace per creare quel senso di disagio e spaesamento che l’artista ricerca: simbolo ludico e infantile per eccellenza, viene qui posto in situazioni invariabilmente adulte, crudeli o morbose.

Eppure, per quanto macabri ed estremi, i suoi dipinti hanno sempre qualcosa di indefinitamente positivo. Le ferite, gli ematomi, le garze oftalmiche divengono quasi un gioco sensuale, perdono il loro alone di semplice sofferenza: rappresentati come oggetto feticistico, sembrano divenire orpelli quasi desiderabili. Sembra cioè che le stesse bambole se ne rendano conto, e si compiacciano ingenuamente che la loro bellezza venga esaltata da questi strani ornamenti.

L’apparente semplicità dei disegni di Trevor Brown nasconde una cura maniacale per il dettaglio, e un senso della composizione non comune. Grazie all’ibridazione fra l’immaginario infantile e quello feticistico, Brown riesce a interrogarci sulla natura sadica del desiderio, mettendoci a disagio con pochi, precisi elementi.

Il sito ufficiale di Trevor Brown.