Il Diavolo e i Sette Nani

Un pallido sole era appena sorto quella mattina, quando un soldato bussò alla porta dell’Angelo. Non avrebbe mai disturbato il suo sonno, se non fosse stato certo di portargli una scoperta davvero eccezionale. Udita la novità, l’Angelo si vestì in men che non si dica e si affrettò verso i cancelli, gli occhi brucianti di trepidazione.
Era il 19 maggio 1944, ad Auschwitz-Birkenau, e Josef Mengele stava per incontrare la più grande famiglia di nani di cui si avesse notizia.

Gli Ovitz erano originari di Rozavlea, un villaggio nel distretto di Maramureș in Transilvania (Romania). Il loro patriarca era il rabbi itinerante Shimson Eizik Ovitz, affetto da pseudoacondroplasia, una forma di nanismo; nell’arco di due matrimoni egli aveva avuto dieci figli, di cui sette affetti dalla sua stessa malattia genetica. Cinque di loro erano femmine, e due maschi.
Il nanismo impediva i lavori manuali e faticosi: come risolvere il paradosso di una famiglia così numerosa in cui la forza lavoro era però quasi inesistente? Gli Ovitz decisero di rimanere il più uniti possibile, e si dedicarono all’unica attività che avrebbe garantito una vita decorosa a tutti loro: lo spettacolo.

Fondarono quindi la “Lilliput Troupe”, uno show itinerante in cui si esibivano soltanto i sette fratelli e sorelle nani; gli altri membri della famiglia, di media statura, operavano dietro le quinte occupandosi della stesura degli sketch, dei costumi o lavorando come manager per ottenere nuovi ingaggi. Il loro show di due ore consisteva principalmente in numeri musicali, in cui la famiglia proponeva le hit del momento suonando strumenti costruiti su misura (piccole chitarre, viole, violini, fisarmoniche). Per quindici anni girarono con enorme successo tutta l’Europa centrale, unico spettacolo di soli nani nella storia dell’intrattenimento, finché l’ombra scura del Nazismo non li raggiunse.

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Gli Ovitz, sulla carta, erano destinati a morire. Innanzitutto perché erano ebrei osservanti; e in secondo luogo perché erano “malformati”, e secondo il programma di eutanasia chiamato Aktion T4 le loro erano “vite indegne di essere vissute” (Lebensunwertes Leben). All’epoca del loro arrivo ad Auschwitz, erano in dodici. Il più giovane era un bambino di 18 mesi.

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Josef Mengele, soprannominato l’Angelo della Morte (Todesengel), è rimasto una delle figure più tristemente celebri di quegli inimmaginabili anni di terrore. Nei racconti dei sopravvissuti, il suo personaggio è senza dubbio il più enigmatico e spiazzante: uomo colto e raffinato, doppia laurea in antropologia e medicina, affascinante come un divo di Hollywood, Mengele possedeva un secondo volto, fatto di violenza e crudeltà, capace di affiorare in maniera del tutto disinvolta. A quanto si racconta, poteva portare zucchero ai bambini nel campo nomadi, suonare il violino per loro e, poco dopo, iniettare nel loro cuore del cloroformio su un tavolo di laboratorio o compiere personalmente un’esecuzione di massa a colpi di pistola. In qualità di medico del campo, spesso iniziava la giornata stando sulla banchina e decidendo con un colpo d’occhio e un gesto della mano chi fra i nuovi deportati era destinato al campo o a essere eliminato nelle camere a gas.
Era nota la sua ossessione per i gemelli, che secondo le sue ricerche e quelle del suo mentore Otmar von Verschuer (sempre bene informato delle attività del suo pupillo), avrebbero racchiuso i segreti definitivi dell’eugenetica. Mengele condusse esperimenti umani di ineguagliato sadismo, infettando individui sani con varie malattie, eseguendo dissezioni a paziente vivo e senza anestesia, iniettando inchiostro negli occhi per provare a renderli più “ariani”, sperimentando veleni e bruciando i genitali delle sue cavie con l’acido. Mengele non era uno scienziato pazzo che operava di nascosto, come si era inizialmente creduto, ma era spalleggiato dall’élite della comunità scientifica tedesca: essi godevano sotto il III Reich di inusitata libertà, a patto che dimostrassero che le loro ricerche fossero relative alla costruzione di una razza superiore di combattenti – uno dei chiodi fissi di Hitler.

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“Ora ho lavoro per vent’anni”, esclamò Mengele. Appena vide la famiglia Ovitz, dispose immediatamente che venissero risparmiati e collocati in baracche privilegiate, in cui avrebbero ricevuto razioni di cibo più abbondanti e goduto di migliore igiene. Era particolarmente interessato al fatto che la famiglia comprendesse sia individui di media statura che affetti da nanismo, così ordinò che anche i membri “normali” fossero salvati dalle camere a gas. A quel punto, anche alcuni altri prigionieri dello stesso villaggio degli Ovitz dichiararono di essere loro parenti (e gli Ovitz si guardarono bene dal tradirli), e vennero spostati assieme a loro.

In cambio di una vita relativamente più agiata rispetto agli altri internati – non erano stati rasati a zero, né costretti ad abbandonare i propri vestiti – gli Ovitz vennero sottoposti a una serie di esperimenti. Mengele prelevava regolarmente ingenti campioni di sangue (anche dal piccolo di 18 mesi).

Resoconti scritti di medici deportati gettano ulteriore luce sulle infinite misurazioni e comparazioni antropologiche tra gli Ovitz e i loro vicini di casa, che Mengele aveva scambiato per appartenenti alla famiglia. I dottori prelevarono midollo osseo, estrassero denti sani, strapparono capelli e ciglia, e svolsero test psicologici e ginecologici su tutti loro.
Le quattro donne nane sposate furono sottoposte ad attento scrutinio ginecologico. Le ragazze minorenni del gruppo erano terrificate dalla fase successiva dell’esperimento: temevano che Mengele le accoppiasse con i maschi nani e trasformasse i loro uteri in veri e propri laboratori, per vedere quale progenie ne sarebbe risultata. Si sapeva che Mengele l’aveva già fatto con altri soggetti sperimentali.

(Koren & Negev, The dwarfs of Auschwitz)

In tutto questo, l’Angelo bianco manteneva un rapporto volutamente ambiguo con la famiglia, in continuo equilibrio fra la spietata crudeltà e l’inaspettata gentilezza. D’altronde, se aveva raccolto centinaia di gemelli e poteva permettersi di sacrificarli quando voleva (si racconta di sette coppie di gemelli uccisi in una sola notte), aveva soltanto una famiglia di nani.
Eppure gli Ovitz non coltivavano finte speranze: erano consci che, nonostante i privilegi, sarebbero morti lì.

Invece vissero abbastanza a lungo da vedere la liberazione di Auschwitz il 27 gennaio 1945. Camminarono per ben sette mesi per tornare al loro villaggio, ma trovarono la loro casa completamente saccheggiata; quattro anni più tardi emigrarono in Israele, e ricominciarono i loro spettacoli fino a quando non si ritirarono dalle scene nel 1955.

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Mengele, com’è noto, scappò in Sudamerica sotto falso nome e nei suoi oltre trent’anni da fuggitivo la sua leggenda crebbe a dismisura, amplificandone le già terribili gesta fino a identificarlo con una sorta di demonio che gettava  bambini vivi nel forno e uccideva per semplice divertimento. Diversi resoconti ne restituiscono una versione meno esagerata e colorita, ma non per questo meno inquietante: gli esperimenti umani condotti a Birkenau (e, nello stesso periodo, in Cina all’interno della famigerata Unità 731) sono fra gli esempi più agghiaccianti di una ricerca scientifica che si stacca completamente dalla questione etica.

L’ultima appartenente alla famiglia, Perla Ovitz, si spense nel 2001. Fino alla fine continuò a raccontare la storia della sua famiglia, racchiudendo in una sola frase tutta l’impotenza e la dolorosa assurdità di una simile vicenda, impossibile da spiegare a se stessa e al mondo: “mi sono salvata per grazia del diavolo“.

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Per approfondire:

Un estratto video dal documentario The Seven Dwarfs of Auschwitz (acquistabile e scaricabile qui) , in cui è presente anche uno stralcio del racconto di Perla Ovitz.
Giants: The Dwarfs of Auschwitz (Koren&Negev, 2013) è la principale ricerca sulla famiglia Ovitz, basata sulla testimonianza di Perla Ovitz e decine di altri superstiti.
Children of the Flames: Dr. Josef Mengele and the Untold Story of the Twins of Auschwitz (Lagnado e Dekel, 1992) racconta degli esperimenti di Mengele sui gemelli, con interviste a innumerevoli sopravvissuti.
– Il video in cui il figlio di Mengele, Rolf, racconta del suo incontro con il padre – che non aveva mai conosciuto e che viveva in incognito in Brasile.
La verità su Cândido Godói, paesino del Brasile con un’inaspettata incidenza di parti gemellari, in cui negli anni ’60 si aggirava uno strano medico tedesco: Mengele ha continuato i suoi esperimenti in Sud America?

Laboratorio di crocifissione

Vedo lì vicino delle croci, non di un solo tipo,
ma costruite da chi in un modo da chi in un altro:
alcuni li levarono in alto rivolti con la testa verso la terra,
ad altri infilano un palo per il retto,
alcuni allungano le braccia sul patibolo;
vedo i cavalletti, vedo le percosse
e vedo macchine specifiche per ogni membro:
ma vedo anche la morte.
(Seneca, Consolatio ad Marciam)

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La Pasqua è ormai alle porte, e come ogni anno il Venerdì Santo i fedeli rievocheranno la Passione di Gesù, crocifisso al legno del Golgota. Ma siamo davvero sicuri che la raffigurazione classica del Cristo sulla croce sia realistica? Dopotutto, anche nelle infinite variazioni della scena del supplizio che la storia dell’arte ci ha proposto per lunghi secoli, sembra esserci sempre qualche discrepanza: talvolta il Redentore viene mostrato con i chiodi infissi nelle mani e nei piedi, altre volte i chiodi trapassano i suoi polsi. La confusione viene da lontano, dalle prime, approssimative, traduzioni del Vangelo di Giovanni in cui si fraintendeva il termine greco “arto” con “mano“.

Ma qual era la prassi reale della crocifissione? E di cosa moriva esattamente il condannato?
Sia gli storici che gli scienziati hanno provato a rispondere a queste domande.

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Le fonti coeve ci fanno supporre che il termine “crocifissione” in latino e greco si riferisse in realtà a diversi metodi di esecuzione capitale, dall’impalamento fino alla messa alle corde su un semplice albero, e molto probabilmente le tecniche variavano a seconda del tempo e del luogo.
L’unica certezza è che si trattava della pena più umiliante, lunga e dolorosa prevista dal sistema giudiziario dell’epoca (perlomeno nel bacino del Mediterraneo). Cicerone stesso lo definisce “il supplizio più crudele e più tetro“: le pene del condannato, appeso nudo ed esposto al pubblico ludibrio, venivano prolungate il più possibile mediante bevande drogate (mirra e vino) o miscele d’acqua e aceto che avevano lo scopo di dissetare, tamponare le emorragie, far riprendere i sensi e via dicendo.
Soltanto in rari casi si ricorreva all’accelerazione della morte. Questo avveniva per motivi d’ordine pubblico, per interventi di amici e parenti del condannato, o per specifiche usanze locali: i due metodi più usati per porre fine alle sofferenze del crocifisso erano il colpo di lancia al cuore, che secondo la tradizione venne usato anche per Gesù, e il cosiddetto crucifragium, che consisteva nello spezzare le gambe con dei martelli o dei bastoni, privando così di ogni appoggio il condannato, che soffocava a causa dell’iperestensione della cassa toracica.

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Le croci usate dai Romani per le pene giudiziarie all’epoca di Gesù erano di tre tipi: la crux decussata, o croce di Sant’Andrea, era formata da due pali fissati a forma di X; la crux commissa, con i pali disposti a T; e infine c’era la crux immissa, quella più celebre, in cui la trave orizzontale (patibulum) veniva posta a due terzi dell’altezza di quella verticale (stipes). Quest’ultimo assetto permetteva di affiggere sul prolungamento sopra al capo del condannato il cosiddetto titulus, un cartello recante le generalità dell’accusato, la condanna e la sentenza.

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Altro dettaglio piuttosto certo è la presenza di un sostegno a metà dello stipes, chiamato in latino sedile, che offriva al condannato un punto d’appoggio, per sostenere il peso del corpo senza crollare a terra, impedendogli così di morire troppo in fretta. Da sedile deriverebbe l’espressione “sedere sulla croce”. Più controverso l’utilizzo del suppedaneum, il supporto su cui forse poggiavano ed erano inchiodati i piedi, spesso raffigurato nei dipinti della crocifissione ma di cui non si fa alcun accenno nei manoscritti antichi.

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Nonostante le informazioni pervenuteci sulla croce in sé siano piuttosto dettagliate, l’effettiva tecnica di fissaggio rimase dibattuta per molto tempo. L’unico scheletro mai ritrovato di un condannato alla crocifissione (scoperto nel 1968 nei dintorni di Gerusalemme) aveva le gambe fratturate, e un chiodo ancora piantato sull’esterno della caviglia, il che fa supporre che i piedi fossero stati fissati ai lati della croce. Ma questo non risolve i molti dubbi che per secoli attanagliarono teologi e fedeli.
Dove venivano piantati esattamente i chiodi? Nelle mani o nei polsi? I piedi erano inchiodati davanti o sui lati dello stipes? Le gambe si flettevano al ginocchio o rimanevano dritte?

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Può sembrare strano, ma anche in ambito scientifico la questione venne dibattuta a lungo, soprattutto verso la fine del XIX secolo. I ricercatori medici potevano contare su un approvvigionamento costante di cadaveri, e di braccia e gambe amputate, per vagliare le diverse ipotesi.

La teoria che vedeva i chiodi inseriti nel polso, esattamente fra carpo e radio, aveva il vantaggio che con una simile tecnica sarebbero probabilmente stati parzialmente recisi nervo mediano e flessore lungo del pollice, ma senza toccare le arterie e senza fratturare le ossa.
Dall’altra parte, l’idea che il Redentore fosse stato crocifisso per i polsi era considerata, se non proprio eretica, perlomeno azzardata da una parte degli scienziati cristiani: certo, significava smentire la maggioranza delle raffigurazioni classiche, ma in realtà c’era molto di più in ballo. Il vero problema teologico erano le stigmate.
Se Gesù fosse stato inchiodato ai polsi, come si spiegavano le ferite che invariabilmente apparivano sui palmi delle persone in odore di santità? Forse che proprio Nostro Signore (che inviava le stigmate come penitenza, ma anche come dimostrazione di beatitudine) non sapeva bene dove erano passati i chiodi? Accettare la teoria dei polsi significava ammettere che gli stigmatizzati erano stati più o meno inconsciamente influenzati da un’iconografia errata, e che quindi l’origine delle piaghe era tutt’altro che ultraterrena…

Per rintuzzare queste supposizioni ignominiose, intorno al 1900, Marie Louis Adolphe Donnadieu, professore alla facoltà cattolica di Scienze di Lione, decise di sperimentare una volta per tutte una vera crocifissione. Inchiodò un cadavere a un asse di legno, e addirittura per una sola mano.

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La crudele fotografia del morto appeso per il braccio, pubblicata nel suo Le Saint Suaire de Turin devant la Science (1904), secondo il professore dimostrava senza ombra di dubbio che le mani di Gesù sarebbero state in grado di sostenere il suo corpo sulla croce. Gli altri scienziati avrebbero dovuto rimangiarsi le loro teorie una volta per tutte; l’unico rimpianto di Donnadieu non era di ordine morale, ma relativo al fatto che “la luce nella foto non offriva le migliori condizioni estetiche“.

Peccato però che la sua drammatica dimostrazione non mise affatto a tacere gli oppositori, nemmeno fra le fila dei cattolici. Trent’anni più tardi il dottor Pierre Barbet, primo chirurgo all’Ospedale Saint Joseph di Parigi, nel suo testo La passion de Jésus Christ selon le chirurgien (1936), criticava l’esperimento di Donnadieu: “la foto mostra un corpo patetico, piccolo, ossuto ed emaciato. […] Il cadavere che io ho crocifisso, invece […] era assolutamente fresco e in carne“. Sì, perché anche Barbet si era messo ad inchiodare cadaveri, ma in maniera molto più seria e programmatica di Donnadieu.

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La meticolosa ricerca di Pierre Barbet lo pone senza dubbio fra i pionieri (pochi, a voler essere pignoli) degli studi medici sulla Crocifissione, in particolare riguardo anche alle ferite riportate sulla Sacra Sindone. Le ipotesi a cui arriva Barbet sono che l’uomo raffigurato nella Sindone sia stato inchiodato attraverso i polsi e non sui palmi; che la mancanza del pollice nell’impronta della Sindone sia dovuta alla recisione del nervo mediano al passare del chiodo; che l’uomo della Sindone morì di asfissia, una volta che le gambe e le braccia non furono più in grado di sostenerlo.

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Quest’ultima teoria, rimasta quella più accreditata per molti decenni, venne smentita dall’ultimo grande esperto di crocifissione, il famoso patologo e antropologo forense americano Frederick Zugibe. I suoi studi principali si svolsero fra la fine degli anni ’90 e l’inizio di questo secolo, e non avendo a disposizione salme da inchiodare nel suo garage (come potete certo immaginare, la moda di crocifiggere cadaveri per indagare simili questioni era decisamente tramontata) Zugibe portò avanti le ricerche grazie a un’équipe di volontari. Volontari che, detto per inciso, furono più facili da trovare del previsto, dato che i membri di una congregazione cristiana vicino a casa sua facevano la fila per interpretare il ruolo del Salvatore.
Zubige costruì una croce artigianale su cui legava le sue cavie, misurandone costantemente le funzioni corporee, la pressione, il battito, la respirazione, eccetera. La sua conclusione è che Gesù non sarebbe morto di asfissia, ma a causa di shock traumatico e ipovolemia.

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Per completare il quadro, altri studiosi hanno indicato diverse possibili cause di morte in una persona crocifissa: infarto, acidosi, aritmia, embolia polmonare, ma anche infezioni, disidratazione, ferite inferte da animali, o una combinazione di questi fattori. Quale che fosse la causa finale, era chiaro che c’era soltanto un modo di scendere dalla croce.

Riguardo i famigerati chiodi e il loro punto di entrata, Zugibe era convinto che la parte più alta del palmo fosse perfettamente in grado di sostenere il peso del corpo, senza causare fratture ossee. Dimostrò più volte il suo teorema, durante alcune dissezioni in laboratorio.

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Dopodiché, molti decenni più tardi, “un incredibile e inatteso evento di significato monumentale si è svolto nell’ufficio del coroner, che conferma l’esistenza di questo percorso [all’interno della mano]. Una giovane donna era stata brutalmente pugnalata su tutto il corpo. Trovai una ferita da difesa nella sua mano, poiché aveva alzato la mano nel tentativo di proteggere il volto dalla feroce aggressione. L’esame di questa ferita sulla mano rivelò che […] la lama era passata attraverso l’area “Z” e la punta era uscita sul retro del polso esattamente come si vede nella Sindone. Una radiografia dell’area mostrò l’assenza di qualsiasi frattura!“.

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Che un medico legale si ecciti fino a usare il punto esclamativo, di fronte a un’autopsia per omicidio, pensando alle correlazioni fra una pugnalata, la Sindone di Torino e la crocifissione di Gesù Cristo… be’, non deve stupire troppo. In fin dei conti sono in gioco duemila anni di immaginario religioso.

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La riedizione inglese del testo di Pierre Barbet è A Doctor at Calvary. Le conclusioni di Zubige sono riassunte nel suo saggio Pierre Barbet Revisited, consultabile online.

Un buco allo stomaco

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Il Canada, all’inizio dell’800, era una terra più selvaggia e incontaminata di quanto non lo sia ancora oggi. La Francia napoleonica aveva ormai definitivamente rinunciato alle sue colonie in Nord America, lasciandole in mano all’Impero Britannico; il governo coloniale inglese aveva dunque cominciato a regolamentare il commercio di pelli in Basso Canada, uno dei mercati all’epoca più lucrativi. Quelli che un tempo erano chiamati coureur des bois – contrabbandieri che intrattenevano dei rapporti con le tribù di Nativi Americani, dalle quali acquistavano le pellicce di castoro – vennero messi in regola, e assunsero il più rispettabile nome di voyageur. I voyageur si muovevano in team, e conducevano le grandi canoe-cargo lungo i fiumi del Canada, trasportandole via terra qualora incontrassero rapide o cascate; il lavoro era pesante, ma anche ricco di avventura e pericolo, tanto che i voyageur avevano un loro esclusivo bagaglio di leggende e canzoni.

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Uno di questi “viaggiatori” si chiamava Alexis Bidagan, detto St. Martin.
Nato nel 1802 a Berthier (per inciso, la stessa piccola cittadina che quasi 150 dopo avrebbe visto crescere il pilota Villeneuve), Alexis era canadese di terza generazione. Suo nonno proveniva da Bayonne nei Pirenei, suo padre si chiamava Joseph Pierre Bidagan e sua madre Marie Des Agnes Angelique Guibeau. Un suo fratello omonimo era nato nel 1794, ma era morto a pochi anni di età. Queste sono le sole informazioni biografiche che abbiamo di lui, a partire dal suo certificato di nascita.
Povero, senza un’istruzione, Alexis St. Martin (come si faceva chiamare) batteva foreste, fiumi e laghi della provincia del Quebec per conto della American Fur Company: ma il suo nome sarebbe rimasto completamente sepolto nelle pieghe della storia, se non fosse stato per quel fatidico incidente occorso il 6 giugno del 1822.

Quella mattina Alexis si trovava all’interno di un negozio sull’isola Mackinac, nel bel mezzo dello Huron, uno dei passaggi strategici nella regione dei Grandi Laghi per il commercio di pelli. A meno di un metro da lui stava in piedi un uomo che imbracciava un fucile caricato per la caccia alle anatre. Accidentalmente, il moschetto fece fuoco e la scarica di pallini colpì Alexis in pieno fianco. I proiettili gli strapparono i muscoli, alcune parti di costole andarono in frantumi, e l’imbottitura della sua giacca e i pezzi di vestiti vennero sparati dentro al suo corpo. Mentre si accasciava con la giacca in fiamme, gli astanti che cercarono di prestargli soccorso capirono immediatamente che per lui non c’erano più speranze.

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Dal vicino fortino dell’Esercito Americano venne chiamato di gran carriera il medico militare, Dr. William Beaumont, che arrivò sulla scena a pochi minuti dall’incidente. Quello che gli si parò davanti era davvero un caso disperato. Dopo aver rimosso i brandelli di vestiti, pulito la carne e spuntato in maniera più regolare i bordi della ferita, il medico esaminò meglio il danno causato:

La ferita era stata ricevuta appena sotto il seno sinistro e aveva, in quel momento, tutto l’aspetto d’essere mortale. Un larga parte del fianco era esplosa, le costole erano fratturate e vi erano aperture nelle cavità del petto e dell’addome, attraverso le quali protundevano porzioni di polmoni e stomaco, di molto lacerati e bruciati, rendendo il caso terribilmente disperato. Il diaframma era lacerato e una perforazione si era aperta direttamente nella cavità dello stomaco, attraverso cui scivolava fuori il cibo della colazione.

Dopo aver tamponato la ferita e somministrato un catartico al paziente, il medico confidò ad uno dei presenti: “quest’uomo non sopravvivrà trentasei ore; verrò a visitarlo ogni tanto“. Ma Alexis St. Martin, è il caso di dirlo, aveva la pelle più dura di quanto ci si sarebbe potuti aspettare.

Nei diciassette giorni successivi, qualsiasi cibo ingerisse per bocca usciva subito dall’apertura nel suo stomaco. Così il Dr. Beaumont lo alimentò con clisteri nutritivi, finché St. Martin non cominciò a riprendersi lentamente; gli intestini ricominciarono la loro regolare attività, e la quarta settimana Alexis iniziò a mangiare normalmente.
Durante la quinta settimana, successe qualcosa di davvero particolare: il foro nello stomaco di St. Martin e il foro nella pelle del fianco aderirono e si fusero assieme, creando una fistola gastrica permanente grande più o meno come una moneta. Certo, lo stomaco era in questo modo sempre aperto verso l’esterno; ma almeno il cibo non sarebbe scivolato fra un buco e l’altro, finendo per perdersi nella cavità addominale con conseguenze facilmente immaginabili. In questo modo, “tappando” con garze e bendaggi la fistola, la digestione del paziente poteva svolgersi in maniera naturale.

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Ovviamente il ricovero fu lungo e difficoltoso. Tre mesi dopo, Beaumont stava ancora estraendo pallini di piombo dagli ascessi intorno alla ferita, rimuovendo pezzi instabili di costole e cartilagini. Dopo dieci mesi, nonostante le sue condizioni migliorassero, St. Martin era ancora messo piuttosto male, e non essendo in grado di lavorare le autorità locali decisero che sarebbe stato rispedito nella sua terra natale. Ma Beaumont sapeva che Alexis non avrebbe retto il lungo viaggio, e lo accolse in casa sua, continuando a curarlo.

Passarono quasi due anni dall’incidente quando, nell’aprile del 1824, Beaumont riuscì a far entrare St. Martin nell’Esercito Americano come suo impiegato. Alexis si dedicò quindi ad ogni tipo di lavoro in casa, dalle pulizie, al lavoro nei campi, al tagliare la legna; si era ristabilito talmente bene che, a parte il bendaggio sullo stomaco, che doveva tenere costantemente pulito, non si lamentò mai una sola volta per il dolore o la fatica.

Se fino ad ora il Dr. Beaumont vi è sembrato un uomo gentile e premuroso – cosa che probabilmente sarà anche stata vera – da questo momento in poi il suo rapporto con il paziente prende una piega che ai nostri occhi moderni è certamente poco piacevole; ma occorre ricordare che stiamo parlando della prima metà dell’800, quando la professione medica non aveva gli stessi standard etici di oggi. Così, invece di suturare la fistola del povero e ignorante trasportatore di pellame ormai completamente ristabilitosi, e lasciarlo andare per la sua strada, il Dr. Beaumont cominciò a vedere in lui un’opportunità scientifica unica.

Questo caso permette in maniera eccellente di sperimentare sui fluidi gastrici, e il processo della digestione. Non causerebbe dolore, né provocherebbe il minimo fastidio, l’estrarre un campione di fluido ogni due o tre giorni, dacché frequentemente e in maniera spontanea esce in considerevoli quantità; e si potrebbero introdurre varie sostanze digeribili nello stomaco, ed esaminarle facilmente durante l’intero processo di digestione. Potrei, dunque, essere in grado di svolgere alcuni interessanti esperimenti al riguardo.

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Nel 1825 Beaumont diede inizio agli esperimenti sullo stomaco che continueranno, a fasi alterne, fino al 1833. Il dottore inseriva pezzi di cibo direttamente attraverso la fistola, per poi estrarli tramite un filo al quale erano stati legati in precedenza; nonostante i buoni propositi del medico, le sue manipolazioni non erano prive di effetti collaterali e in alcuni casi provocavano nella “cavia umana” reazioni decisamente poco piacevoli – nausea, difficoltà respiratorie, vertigini, offuscamento della vista, se non dei veri e propri dolori lancinanti.
Così non c’è da sorprendersi che il paziente, per tre volte nel corso di quegli otto anni, decidesse di interrompere gli esperimenti nonostante le proteste di Beaumont, e tornasse a casa dalla moglie Marie e dai figli. Salvo scoprirsi, poco dopo, talmente povero da dover accondiscendere nuovamente alle pressanti richieste del ricercatore.

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Dal 1833 in poi, i rapporti fra i due si guastarono. St. Martin si stabilì in Quebec, e per i vent’anni successivi Beaumont cercherà disperatamente di farlo tornare da lui per riprendere gli esperimenti.
Dalla loro corrispondenza, emerge un rapporto emblematico della relazione che c’era all’epoca fra medico e paziente: Beaumont appare totalmente ossessionato dal buco nello stomaco di St. Martin, intollerante del fatto che un reietto della società possa rifiutarsi di contribuire al progresso scientifico, quando dovrebbe sentirsi onorato anche solo della compagnia di un esimio dottore; dall’altra St. Martin, nelle lettere dettate al suo parroco e inviate a Beaumont, rivela certamente rispetto e riconoscenza per il benefattore, ma anche la necessità di far fronte alle preoccupazioni materiali della sua famiglia, versante nella povertà più assoluta. Ma le richieste di Alexis di poter portare la moglie e i figli con sé (a spese del medico) non vennero ascoltate.
Fra le insistenze di Beaumont e le controproposte di St. Martin, i due uomini non troveranno mai un accordo, e non si vedranno più.

Nel frattempo, però, il Dr. William Beaumont pubblicò nel 1833 il suo Experiments and Observations on the Gastric Juice, and the Physiology of Digestion, un testo dall’importanza fondamentale per la comprensione dei processi digestivi, e le cui tabelle dietetiche rimarranno in uso per quasi un secolo. I suoi 240 esperimenti sullo stomaco di St. Martin provarono come la digestione fosse inconfutabilmente un processo chimico – un argomento su cui si discuteva da sempre.
Considerato oggi, nonostante tutto, un vero e proprio pioniere della fisiologia, Beaumont morì nell’aprile del 1853 a causa delle ferite riportate un mese prima, scivolando su alcuni gradini ricoperti di ghiaccio.

A quel punto cominciò forse la fase più triste della vita di Alexis St. Martin. Senza un soldo e dipendente dall’alcol, egli accettò l’invito di un ciarlatano che si faceva chiamare “Dr. Bunting” per un tour di più di dieci città negli Stati Uniti, esponendo il suo straordinario buco nello stomaco per racimolare un po’ di soldi. I medici che assistettero ad alcune tappe del tour conclusero che Bunting era tutto fuorché un dottore, e che l’ormai sessantenne St. Martin che esibiva il suo stomaco perforato era soltanto un povero ubriaco. L’attenzione della stampa fece rizzare le orecchie perfino al celeberrimo imprenditore circense P.T. Barnum, ma Alexis non venne mai ingaggiato.

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St. Martin si ritirò definitivamente a St. Thomas de Joliette, Quebec, e qui morì il 24 giugno 1880. Alla messa per il suo funerale, la bara restò fuori dalla chiesa, per il troppo odore: la famiglia aveva infatti lasciato che il corpo si decomponesse in maniera irreparabile, di modo che i ladri di cadaveri non trafugassero le spoglie per portarle in segreto alla comunità medica. Dal giorno in cui Alexis era morto, la famiglia aveva dovuto subire le pressioni dei numerosi medici impazienti di poter eseguire un’autopsia, o di conservare il favoloso “stomaco a tre buchi” in un museo. Per ulteriore sicurezza, la bara venne posta ad otto piedi di profondità nel camposanto, invece che ai regolari sei piedi.

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A ottant’anni dalla morte di Alexis St. Martin, la Società di Fisiologia Canadese gli pagò un commovente tributo postumo con una solenne cerimonia, rintracciando i suoi eredi e infine la sua tomba, su cui oggi è visibile una targa dedicata all’uomo che “attraverso la sua afflizione, servì l’umanità intera“.

Dino Valls

Dino Valls è uno dei rappresentanti di spicco dell’avanguardia figurativa spagnola. È nato a Saragozza nel 1959, e si è laureato in Medicina e Chirurgia nel 1982. Eppure la professione di medico non lo attira: stabilitosi a Madrid, decide di dedicarsi alla pittura a tempo pieno.


La sua formazione chirurgica però non lo abbandonerà mai del tutto, visto che nei suoi dipinti la fascinazione per gli strumenti di misurazione e dissezione è quasi costante. A partire dagli anni ’90 Valls comincia a studiare e ad ispirarsi ai grandi maestri fiamminghi e italiani del ‘400, ‘500 e ‘600, in particolare sviluppando una sua tecnica di tempera ad uovo (utilizzando cioè come legante il tuorlo, misto ad acqua e ad altre sostanze). In questo modo conferisce un sapore classico ai suoi dipinti, che contrasta ma anche sublima il surrealismo dei soggetti.

I dipinti di Dino Valls sono crudeli paesaggi della psiche. Creano un ponte diretto fra la tradizione pittorica occidentale, la scienza medica e l’inconscio più nero. Tutti i suoi soggetti colpiscono innanzitutto per il loro sguardo: sempre sull’orlo delle lacrime, colmi di una disperazione senza fondo, e sempre fissi sull’osservatore, su di noi, come ad interrogarci o, ancora peggio, incolparci.


Questi ragazzi e ragazze sono vittime sacrificali di un progresso scientifico che non comprendono, e di cui ci chiedono il motivo; di volta in volta violati, esaminati, misurati, mutilati, denudati, i loro corpi sembrano essere messi incessantemente alla prova. Da chi? Per quale scopo?


I soggetti di Valls sono cavie di un universo simbolico, protagonisti loro malgrado di un enorme e misterioso esperimento. Le sevizie a cui sono sottoposti hanno il sapore della scienza ma l’ambiguità dell’esoterismo; e il loro doloroso sguardo fa nascere il sospetto che dietro a tutta questa perversa “ricerca” non ci sia forse nessun senso.


Valls esplora le profondità dell’immaginario componendo quadri complessi (anche nella forma, che spesso rifiuta la classica cornice regolare), densi di simboli e stratificazioni, studiati per lasciarci turbati e inquieti. Dipinti potenti, che espongono la condizione mentale attraverso l’evidenza dei corpi: corpi, per così dire, “mentali”, onirici, capaci di destabilizzare lo sguardo e insinuare terrori e paure quantomai attuali.

Ecco il sito ufficiale dell’artista.

Emozioni vegetali

Pannocchia strappò i biglietti.
Zucchina e Broccolo entrarono nella sala e si sedettero sulle poltrone, emozionati.
Zucchina: – Ma fa davvero tanta paura, questo film?
Broccolo: – Dai, fifona, ci sono qua io!
E così dicendo, allungò ridendo un ciuffo di rametti sulla spalla di Zucchina.
Si spensero le luci, si udì una musica tenebrosa e il titolo apparve sullo schermo: LA NOTTE DEI VEGANI!

 

Di tanto in tanto i giornali pubblicano la notizia che nessun vegetariano vorrebbe mai sentire: alcuni scienziati avrebbero scoperto che anche le piante hanno un sistema nervoso, che pensano, soffrono ed hanno addirittura una memoria. Ma quanto c’è di vero in queste evidenti semplificazioni giornalistiche? Le piante sono realmente capaci di pensiero, di percezioni ed emozioni? Perfino di “ricordare” chi fa loro del bene e chi invece infligge del dolore?

Tutti abbiamo sentito dire che le piante crescono meglio se con loro si parla, se si lavano le loro foglie amorevolmente, se le si riempie di affetto. Alcuni esperti dal pollice verde giurano che facendo ascoltare la musica classica a una piantina da salotto crescerà più rigogliosa e i suoi colori si faranno più intensi. Quest’idea è in realtà nata a metà dell’Ottocento, ed è attribuita al pioniere della psicologia sperimentale Gustav Fechner, ma è stato lo scienziato indiano Chandra Bose che l’ha presa sul serio, tanto da sviluppare i primi test di laboratorio sull’argomento, agli inizi del Novecento.

Chandra Bose si convinse che le piante avessero un qualche tipo di sistema nervoso analizzando le modificazioni che avvenivano nella membrana delle cellule quando le sottoponeva a diverse condizioni: in particolare, secondo Bose, ogni pianta rispondeva a uno shock con uno “spasmo” simile a quello di un animale. Le cellule, osservò, avevano “vibrazioni” diverse a seconda che la pianta fosse coccolata o, viceversa, torturata. Pare che anche il celebre drammaturgo (vegetariano) George B. Shaw fosse rimasto sconvolto quando, in visita ai laboratori di Bose, vide un cavolo morire bollito fra atroci spasmi e convulsioni.

Ma Bose non si limitò a questo: scoprì che una musica rilassante aumentava la crescita delle piante, e una dissonante la rallentava; sperimentò con precisione l’effetto che veleni e droghe avevano sulle cellule. Infine, per dimostrare che tutto ha un’anima, o perlomeno una matrice comune, si mise ad avvelenare i metalli. Avete letto bene. Bose “somministrò” diverse quantità di veleno all’alluminio, allo zinco e al platino – ottenendo dei grafici straordinari che dimostravano che anche i metalli soffrivano di avvelenamento esattamente come ogni altro essere vivente.

Se vi sembra che Bose si sia spinto un po’ troppo in là con la fantasia, aspettate che entri in scena Cleve Backster.

Nel 1966, mentre faceva delle ricerche sulle modificazioni elettriche in una pianta che viene annaffiata, Backster collegò un poligrafo (macchina della verità) ad una delle foglie della piantina su cui stava lavorando. Con sua grande sorpresa, scoprì che il poligrafo registrava delle fluttuazioni nella resistenza elettrica del tutto simili a quelle di un uomo che viene sottoposto a un test della verità. Era possibile che la pianta stesse provando qualche tipo di stress? E se, per esempio, le avesse bruciato una foglia, cosa sarebbe successo? Proprio mentre pensava queste cose, l’ago del poligrafo impazzì, portandosi di colpo al massimo. Backster si convinse che la pianta doveva in qualche modo essersi accorta del suo progetto di bruciarle una foglia – gli aveva letto nella mente!

Da quel momento sia Backster che altri ricercatori (Horowitz, Lewis, Gasteiger) decisero di esplorare il mistero delle reazioni emotive delle piante. Attaccandole al poligrafo, registrarono i picchi e interpretarono le risposte che i vegetali davano a diverse situazioni. Gli strumenti regalavano continue sorprese: le piante “urlavano” orripilate quando i ricercatori bollivano davanti a loro dei gamberetti vivi, si calmavano quando gli scienziati mettevano sul giradischi i Notturni di Chopin, si “ubriacavano” addirittura se venivano annaffiate col vino. Non solo, mostravano di riconoscere ogni ricercatore, dando un segnale diverso e preciso ogni volta che uno di loro entrava nella stanza; “prevedevano” quello che lo scienziato stava per fare, tanto che per spaventarle gli bastava pensare di spezzare un rametto o staccare una foglia.

Il libro che dettagliava tutti i risultati di queste ricerche,  La vita segreta delle piante di Tompkins e Bird, fu pubblicato nel 1973 e divenne immediatamente un caso sensazionale. Venne addirittura adattato per il cinema, e il film omonimo (musicato da Stevie Wonder) suscitò infinite controversie.

Tutti questi scienziati interessati alle misteriose qualità paranormali delle piante avevano però una cosa in comune: mostravano un po’ troppa voglia di dimostrare le loro tesi. Successive ripetizioni di questi esperimenti, condotti da ricercatori un po’ più scettici in laboratori più “seri”, come potete immaginare, non diedero alcun risultato. Ma allora, dove sta la verità? Le piante possono o non possono pensare, ricordare, provare emozioni?

Cominciamo con lo sfatare uno dei miti più resistenti nel tempo: le piante non hanno un sistema nervoso. Come tutte le cellule viventi, anche le cellule vegetali funzionano grazie allo scambio di elettricità, ma questo passaggio di energia non si sviluppa lungo canali dedicati e preferenziali come accade con i nostri nervi. Talvolta le piante rispondono alla luce con una “cascata” di impulsi elettrici che durano anche quando la luce è terminata, e questo ha portato alcuni giornalisti a parlare di una “memoria” dell’evento; ma la metafora è sbagliata, sarebbe come dire che i cerchi sulla superficie dell’acqua continuano anche dopo che il sasso è andato a fondo perché l’acqua è capace di ricordare.

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Se il ruolo dei segnali elettrici nelle piante è ancora in larga parte sconosciuto, questo non ci autorizza ad attribuire categorie umane ai loro comportamenti. Certo, alle volte è difficile ammirare le meraviglie del mondo vegetale senza immaginare che nascondano un qualche tipo di coscienza, o di “mente”. Pensate al geotropismo e al fototropismo: non importa come girate una pianta, le radici si dirigeranno sempre verso il basso e i rami verso l’alto, con puntuale precisione e a seconda della specie di pianta. Pensate all’edera che si arrampica per decine di metri, alle piante carnivore che scattano più veloci degli insetti, ai girasoli che seguono il nostro astro in cielo, alle piante che fioriscono soltanto quando i giorni cominciano ad allungarsi e quelle che invece fioriscono non appena le giornate si accorciano. Esiste perfino un certo tipo di “comunicazione” fra le piante: se un parassita attacca un pino in una foresta, la risposta immunitaria viene riscontrata contemporaneamente in tutto il bosco, e non soltanto nell’albero che è stato attaccato – la “notizia” dell’arrivo del nemico è stata in qualche modo segnalata al resto degli alberi. Prima di precipitarci a concludere che esiste un linguaggio delle piante, però, faremmo meglio a tenere i piedi a terra.

Le piante, come la maggior parte degli organismi, percepiscono il mondo attorno a loro, processano le informazioni che raccolgono e rispondono agli stimoli esterni alterando la propria crescita e il proprio sviluppo, e mettendo in atto tecniche e strategie di sopravvivenza a volte sorprendentemente sofisticate. Ancora oggi alcuni di questi processi rimangono effettivamente misteriosi. Ma Elizabeth Van Volkenburgh, botanica dell’Università di Washington, chiarisce una volta per tutte: “un grosso errore che fa la gente è parlare delle piante come se ‘sapessero’ cosa stanno facendo. Insegnanti di biologia, ricercatori, studenti e gente comune fanno tutti lo stesso sbaglio. Io preferirei dire che una pianta avverte e risponde, piuttosto che dire che ‘sa’. Usare parole come ‘intelligenza’ o ‘pensiero’ per le piante è un errore. Alle volte è divertente, un po’ provocatorio. Ma è scorretto.”

Quando parliamo di piante che riflettono, decidono, amano o soffrono, staremmo quindi commettendo l’errore di proiettare caratteristiche prettamente umane sui vegetali. Bisognerebbe forse pensare alle piante come a una specie aliena, con cui non è possibile adottare metri di misura umani: parlare di emozioni, ricordi, pensiero è illudersi che le nostre specifiche caratteristiche vadano bene per tutti gli esseri viventi, è voler vedere noi stessi in ciò che è diverso. Così, domandarsi se una pianta prova dolore è forse un quesito senza senso.

Per concludere, è buona norma prendere sempre con le pinze le divulgazioni spacciate per “clamorose scoperte”. Allo stesso tempo, se la prossima volta che affettate un pomodoro, cogliete una margherita o addentate una mela avrete un attimo di esitazione, o un leggero brivido… beh, qui a Bizzarro Bazar potremo ritenerci soddisfatti.

Ecco un articolo (in inglese) sul sito del Scientific American.

Progetto MKULTRA

Gli Americani saranno anche dei paranoici cospirazionisti, sempre pronti a vedere intrighi e misteriosi “progetti” dei servizi segreti ovunque; ma bisogna ammettere che questa loro paura non nasce dal nulla. Di cospirazioni e di strane operazioni occulte ne hanno viste e vissute parecchie.

Anni ’50, inizio della Guerra Fredda. Stati Uniti e Russia cominciano a cercare freneticamente nuove armi per essere sempre un passo più avanti del loro avversario. E, in aggiunta alle ricerche batteriologiche e al perfezionamento delle armi atomiche, la CIA decide che ci sono i presupposti per iniziare un’operazione un po’ differente, sperimentale, e soprattutto illegale.

Sotto il nome in codice MKULTRA, il nuovo programma di ricerca segreto si propone di studiare e scoprire dei metodi per controllare la mente delle persone. Vi ricordate il nostro articolo su José Delgado? Ecco, la CIA vuole fare un ulteriore passo innanzi. D’altronde, pochi anni prima, aveva utilizzato l’Operazione Paperclip per reclutare i “migliori” scienziati e criminali di guerra nazisti, comprando le conoscenze acquisite durante gli esperimenti umani nei campi di sterminio, in cambio dell’immunità dai processi. Alcuni di questi scienziati avevano studiato tecniche di lavaggio del cervello, interrogatorio e tortura.

L’intento della CIA è quello di capire se esiste la possibilità di indurre, ad esempio, una persona all’assassinio programmato; se c’è un metodo scientifico per attuare il lavaggio del cervello o estorcere informazioni durante un interrogatorio; se si può alterare la percezione degli eventi nei testimoni, e via dicendo. Va da sé che per raggiungere questi risultati occorrono cavie umane. Così, se molti dei soggetti studiati dal progetto MKULTRA sono consenzienti, i ricercatori comprendono subito che per ottenere delle analisi precise e delle prove inconfutabili serviranno anche soggetti ignari… cavie che non sappiano di star prendendo parte all’esperimento. Anche in questo risiede l’illegalità dell’operazione, coperta quindi dal massimo segreto. E, sempre in massimo segreto, vengono investiti milioni e milioni di dollari in un progetto che a posteriori si può tranquillamente definire aberrante e criminale.

La maggior parte degli esperimenti relativi a MKULTRA hanno a che fare con le droghe. Si ricercano sostanze che alterino la mente in tutti i modi possibili: dalle sostanze più innocue che favoriscano la concentrazione, o che si dimostrino efficaci come rimedio per il dopo-sbronza… fino ai metodi chimici per creare confusione, depressione, paranoia e shock prolungati in un soggetto, per inibire le menzogne, per creare uno stato di ipnosi, per indurre lo svenimento istantaneo o la paralisi degli arti. Insomma, droghe “positive” che possono potenziare le truppe americane; e droghe “negative”, destinate a controllare e alterare la forza mentale del prigioniero o del nemico.

Gli esperimenti di MKULTRA meglio conosciuti sono quelli legati alla sperimentazione dell’LSD. Sintetizzata per la prima volta nel 1938 da Albert Hoffman, la dietilamide-25 dell’acido lisergico (LSD) era ancora sconosciuta al grande pubblico.  Gli agenti di MKULTRA decisero di comprendere i suoi effetti su una serie di cavie ignare, e nella famigerata Operazione Midnight Climax misero a punto questo sistema: dopo aver installato dei finti specchi in alcuni bordelli di San Francisco, con la complicità delle prostitute facevano in modo che al cliente venisse servito un drink in cui era stata disciolta una potente dose di acido. La “sessione” veniva quindi filmata da dietro lo specchio.

A poco a poco gli effetti della droga si manifestavano, e i clienti cominciavano ad essere preda di violente e incontrollabili allucinazioni; come si sa, l’LSD è fra le sostanze psicoattive sintetiche più potenti, con effetti che ad alti dosaggi possono spingersi ben oltre le 12 ore. I poveri clienti, arrivati con la modesta speranza di una seratina piccante, si ritrovavano di colpo scaraventati nel baratro della follia, in quella che aveva tutta l’aria di essere una crisi psicotica. Non capivano, non potevano capire perché di colpo vedessero le dimensioni della stanza alterarsi, il tempo distorcersi e la carta da parati pulsare come fosse viva. Si convincevano di essere impazziti di colpo, e il terrore si impadroniva di loro. Una volta esauriti gli effetti della droga, gli agenti si palesavano e intimavano alla vittima, ancora sotto shock, di non rivelare nulla di quanto era successo. Se avessero raccontato la loro storia, si sarebbe anche saputo che frequentavano il bordello… Alcuni dei soggetti non si ripresero più, e finirono ospedalizzati, e molti ritengono che diversi suicidi siano imputabili a questi esperimenti senza scrupoli.

Oltre alla somministrazione di droghe, il progetto sondò anche le diverse possibilità offerte dalla deprivazione sensoriale, dall’ipnosi, dalla privazione del sonno e dagli abusi verbali e fisici. Che tipo di osservazioni scientifiche si potevano trarre da simili esperimenti? Che valore aveva questa ricerca? Quando la CIA ammise pubblicamente, fra il 1975 e il 1977, l’esistenza del progetto MKULTRA e offrì le sue scuse, confessò anche che tutte queste ricerche non avevano portato ad alcun risultato concreto.  Gli agenti a capo degli esperimenti, si scoprì, non avevano nemmeno le qualifiche necessarie per essere degli osservatori scientificamente attendibili. Quindi la massiccia operazione, dal costo stimato di più di 10 milioni di dollari, e che aveva coinvolto numerose multinazionali farmaceutiche e distrutto la vita a molti civili divenuti cavie, non era servita a nulla.

Nonostante la declassificazione di molti documenti, iniziata nel 1977, e le ammissioni della CIA, c’è chi è pronto a giurare che la “confessione” sia un ulteriore depistaggio, e che il progetto MKULTRA non sia mai stato chiuso: continuerebbe ancora, sotto diverso nome, per mettere a punto metodi sempre più perfezionati di controllo della mente.

Ma la cosa forse più curiosa è un effetto boomerang che la CIA non poteva prevedere, e che cambiò la storia. Come ricordato, non tutti i soggetti degli esperimenti di MKULTRA erano vittime ignare. Fra i volontari che si sottoposero ad alcuni test con l’LSD in California, c’era anche un giovane studente della Stanford University. Questo ragazzo, sconvolto dal potenziale della droga, decise che avrebbe cercato di promuovere l’LSD anche al di fuori di MKULTRA. Lo studente era Ken Kesey, autore di Qualcuno volò sul nido del cuculo, che di lì a poco avrebbe fondato i Merry Pranksters e girato gli Stati Uniti portando follia e buonumore su un furgoncino multicolore, dispensando dosi gratuite di LSD a chiunque volesse provare. Grazie a Kesey cominciò la rivoluzione degli anni ’60, la pacifica ribellione hippie, e la cosiddetta psichedelia che cambiò volto alla società, alla musica, alla politica e alla cultura.

Da un terribile progetto segreto militare per il controllo della mente, quindi, nacque paradossalmente un movimento che in pochi anni conquistò il mondo; milioni di ragazzi cominciarono a predicare la liberazione della mente, l’espansione e l’allargamento della coscienza, l’uguaglianza dei diritti, il sesso libero, la convivenza pacifica e l’affrancamento da qualsiasi organizzazione militare o politica. Non esattamente quello che i vertici della CIA, con tutte le loro sofisticate conoscenze, avevano sperato di ottenere.

La biblioteca delle meraviglie – III

FREAKS – LA COLLEZIONE AKIMITSU NARUYAMA

(2000, Logos)

Ovvero “Lo Sfruttamento Delle Anomalie Fisiche Nei Circhi E Negli Spettacoli Itineranti”.

L’impressionante collezione fotografica di meraviglie umane di Naruyama è un vero tesoro. Immagini storiche, di un’importanza eccezionale, raccolte in un libricino che, pur non offrendo un approfondito background storico, ha il potere di stregare il lettore grazie alla bellezza delle illustrazioni. Dai Lillipuziani alla Meraviglia Senza Braccia, dai Bambini Aztechi ai ragazzi-leone, tutti i più famosi freaks vissuti a cavallo fra diciannovesimo e ventesimo secolo sono presenti nella raccolta; molte delle fotografie sono infatti relative agli spettacoli circensi e alle fiere itineranti americane in cui questi artisti si esibivano. Dopo lo show, un’ulteriore fonte di profitto erano proprio le fotografie che venivano vendute al pubblico, autografate. Per quanto l’esibizione della deformità all’interno dei carnivals americani sia un capitolo affascinante della storia dello spettacolo moderno, questo prezioso libro però, così focalizzato com’è sui ritratti, offre qualcosa di diverso.

La raccolta documenta un’epoca e una società attraverso i suoi corpi meno fortunati, e allo stesso tempo nello scorrere le pagine avvertiamo l’atemporalità di queste anomalie: nell’antichità come nell’epoca moderna, certi uomini hanno dovuto sopportare il fardello di fattezze eccezionali, spesso temuti ed emarginati. Eppure, se è vero che ogni uomo è specchio per il suo prossimo, fissando gli occhi di questi nostri fratelli dai corpi stupefacenti ci accorgiamo che il loro sguardo rimanda il riflesso più puro e vero.

Alex Boese

ELEFANTI IN ACIDO E ALTRI BIZZARRI ESPERIMENTI

(2009, Baldini Castoldi Dalai)

Una buona parte degli articoli di Bizzarro Bazar contenuti nella sezione “Scienza anomala” nasconde un debito verso questo splendido libro. Boese raccoglie, in forma divulgativa e spesso scanzonata, gli esperimenti scientifici più improbabili, sconcertanti, risibili – e, talvolta, illuminanti. Chi pensa che gli scienziati siano persone serie e compite, sempre nascosti dietro provette o lavagne piene di equazioni impossibili, farebbe meglio a ricredersi: l’immagine della scienza che esce dalle pagine di Elefanti in acido è quella di una disciplina viva, fantasiosa, sempre pronta a prendere le strade meno battute, anche a costo di errori madornali e vergognosi fallimenti. In definitiva, una disciplina molto più umana (nel bene o nel male) di come viene normalmente rappresentata.

Molti di questi esperimenti sono spassosi in quanto, a una prima occhiata, totalmente inconcludenti. Dai ricercatori del titolo, che somministrano a un elefante una potentissima dose di LSD, fino allo psicologo che in automobile resta fermo quando scatta il semaforo verde soltanto per cronometrare quanto ci mette l’autista dietro di lui a suonare il clacson, per finire con gli scienziati che costruiscono uno stadio per le corse degli scarafaggi, il tempo perso dagli studiosi in progetti dagli esiti comici può sconcertare. Eppure, come ricorda l’autore, non sempre la scienza ricerca soltanto le risposte alle nobili e grandi domande. Ogni tassello, per quanto insignificante possa sembrare, contribuisce a comprendere qualcosa di più del mondo in cui viviamo. È vero che gli uomini preferiscono le donne difficili da conquistare? Se cadessimo in un pozzo, il nostro cane verrebbe a salvarci? Perché non riusciamo a farci il solletico da soli?

I ricercatori le cui vicende sono narrate in Elefanti in acido hanno una fiducia smisurata nel metodo scientifico, e non esitano ad applicarlo a quesiti di questo tenore. Anche se, come nel caso dello scienziato che si incaponisce a contare tutti i peli pubici dei suoi colleghi, questa fiducia sembra talvolta divenire talmente cieca da non accorgersi dell’assurdità della ricerca stessa. E anche questo è molto umano.

Amore materno

Su consiglio di una nostra affezionata lettrice, parliamo oggi di un classico della ricerca psicologica.

Abbiamo già affrontato (in questo articolo) l’esperimento di Watson sul “piccolo Albert”: come Watson, all’epoca la maggioranza degli psicologi pensava che l’amore materno fosse un sentimento sopravvalutato, e che i bambini stessero attaccati alle madri soltanto perché fornivano loro il latte, o per ricevere protezione. L’idea comune era che dare troppe attenzioni a un bambino l’avrebbe reso un pappamolle.

Il dottor Harry Harlow, docente all’Università del Wisconsin, era interessato allo studio di questo particolare tipo di relazione che si instaura fra madre e figlio nei primi anni di vita del bambino. Al contrario dei suoi contemporanei, sospettava che vi fosse qualcosa di più, che la simbiosi fra figlio e genitrice nascondesse un tipo di bisogno primario molto più forte; che quel legame così assoluto avesse insomma uno scopo ben più profondo del ricevere cibo o protezione.

Allevando degli esemplari di macaco in laboratorio, egli aveva provato a separare i cuccioli dalla madre per lunghi periodi di tempo. Aveva posto piccoli di macaco in camere di isolamento piccole e buie (da lui chiamate pits of dispair, “pozzi della disperazione”) addirittura per 24 mesi. Le scimmiette non avevano reagito bene: depresse, aggressive, emotivamente e mentalmente turbate, avevano sviluppato attaccamento per dei “surrogati” di madre, restando abbracciate per ore ai morbidi tappetini che coprivano il fondo delle gabbie. Questo aveva portato Harlow a credere che il bisogno del contatto materno fosse uno stimolo potente quanto la fame.

Deciso ad indagare a fondo la faccenda, in una serie di celebri esperimenti che si protrassero dal 1957 al 1963, egli studiò le reazioni di piccole scimmie isolate alla nascita dalle loro madri biologiche, ma dotate di diverse “mamme-surrogato” di sua invenzione.

La prima mamma era chiamata “madre di pezza”. Consisteva in un pezzo di legno avvolto in gomma, spugna e tessuto, riscaldato con una lampadina. Questa era la mamma buona, calda, soffice, paziente, che era sempre disponibile per ventiquattr’ore al giorno. Ma aveva un piccolo difetto: non dava il latte.

Il secondo surrogato era la “madre di fil di ferro”. Una struttura di fili d’acciaio, per niente adatta alle coccole, ma con delle mammelle posticce che fornivano il latte. Cosa avrebbero scelto le scimmie? Il cibo o il calore di una madre morbida e soffice?

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I cuccioli non avevano dubbi: se ne stavano per quasi tutto il tempo accoccolati sulla madre di pezza, rassicurati dal suo calore. Quando avevano fame, correvano per pochi secondi a prendere il latte dalla madre di ferro, per poi tornare precipitosamente a ripararsi al calduccio della mamma di pezza. Chiaramente per loro le coccole erano più importanti del cibo. Decenni di dogmi psicologici erano stati spazzati via.

Ma Harlow non si fermò qui. Le scimmie “allevate” dalla madre di pezza soffrivano comunque di seri disturbi: erano timide, antisociali, depresse, si nascondevano negli angoli, e le altre scimmie le evitavano. Le scimmie allevate dalla sola mamma di ferro stavano anche peggio. Così Harlow si decise a determinare scientificamente quali fossero le giuste qualità per una madre perfetta. Cambiando diverse variabili, costruì altrettante madri-surrogato che si distinguevano per un solo tratto fondamentale, al fine di scoprire quali madri le scimmie avrebbero preferito. Provò molti materiali di rivestimento differenti, per capire quale consistenza fosse maggiormente gradita ai cuccioli: la spugna vinse il primo posto, confermando così che una buona madre deve essere soffice. Provò poi a capire se una madre fredda potesse piacere: facendo passare in una serpentina dell’acqua fredda, abbassò la temperatura della madre-surrogato. Niente da fare. Per quello che potevano saperne, quella mamma poteva anche essere morta, e così i cuccioli la evitavano.

Infine, Harlow si domandò se il movimento non avesse un qualche ruolo fondamentale nello sviluppo dell’attaccamento madre-figlio. Costruì così delle madri-surrogato appese a una certa distanza da terra, delle specie di sacchi di pezza penzolanti dal soffitto. A sorpresa, i cuccioli le adoravano. Una buona madre, quindi, dev’essere calda, soffice, e deve muoversi.

Il lavoro di Harlow, già abbastanza controverso, divenne in seguito ancora più crudele. Ancorché animato da buone intenzioni (Harlow voleva scoprire in che modo il legame madre-figlio potesse essere interrotto, al fine di aiutare i bambini di famiglie disfunzionali), egli cominciò a costruire “mamme” torturatrici. Madri-surrogato che picchiavano i propri cuccioli, che davano loro degli schiaffoni tanto forti da farli volare dall’altra parte della gabbia, madri ad aria compressa che colpivano con getti d’aria improvvisi le povere scimmiette, mamme-vergini-di-Norimberga con punte di ottone che spuntavano saltuariamente dalla pelliccia. Picchiati, spaventati, aggrediti, i piccoli ritornavano sempre e comunque dalle loro crudeli mamme. L’attaccamento era così ostinato, e il loro bisogno di affetto talmente fondamentale e profondo, che nessuna violenza li avrebbe mai separati da quei tristi fantocci che erano il loro unico punto di riferimento.

Divenne chiaro a poco a poco che, per quanto scientificamente interessanti, le ricerche di Harlow stavano progressivamente varcando una soglia etica e morale. Uno dei suoi più stretti collaboratori dichiarò che “continuò ad andare avanti al punto che molte persone si resero conto che stava violando la sensibilità comune, che chiunque avesse rispetto per la vita o per le persone avrebbe trovato tutto questo offensivo”. Nonostante nell’ultima parte della sua carriera Harlow avesse tentato di “riabilitare” e curare le scimmie da lui traumatizzate, le critiche piovvero su di lui come un uragano.

Gli esperimenti di Harlow furono un terremoto per la ricerca psicologica, e non soltanto per i loro risultati: diedero una forte spinta per la creazione di movimenti per la protezione degli animali, che garantiscono oggi (per quanto possibile) un trattamento più amorevole e dignitoso agli animali da laboratorio. Le sofferenze inflitte da Harlow alle sue scimmie hanno quindi avuto almeno due esiti positivi: da una parte, una conoscenza scientifica più profonda degli istinti che legano una madre al proprio cucciolo; dall’altra, paradossalmente, un’aumentata coscienza etica nel pubblico, e negli stessi ricercatori.

Sito web che riporta (in inglese) il classico The Nature of Love di Harry Harlow.

Pagina di Wikipedia su Harlow.

Little Albert

Abbiamo già parlato di quanto la medicina di inizio ‘900 andasse poco per il sottile quando si trattava di fare esperimenti su animali o sugli uomini stessi. Basta consultare, per una breve storia degli esperimenti umani, questa pagina (in inglese) che riporta le date essenziali della ricerca medico-scientifica condotta in maniera poco etica. Il sito ricorda che, dall’inoculazione di varie piaghe o malattie infettive (senza il consenso del paziente) fino agli esperimenti biochimici di massa, i ricercatori hanno spesso dimenticato il precetto di Ippocrate Primum non nocere.

Ma anche la psicologia, in quegli anni, non scherzava. Uno degli esperimenti più celebri, e divenuto presto un classico della psicologia, fu quello portato avanti da John B. Watson assieme alla sua collega Rosalie Rayner, e conosciuto con il nome Little Albert.

John Watson è il padre del comportamentismo, cioè quella branca della psicologia che nasceva dallo studio dell’etologia animale per applicarla all’uomo, nella convinzione che il comportamento fosse l’unico dato verificabile scientificamente. Ricordate il celebre cane di Pavlov, che sbavava non appena sentiva una campanella? Watson era convinto che il sistema di ricompensa e punizione fosse presente anche nell’uomo, o almeno nel bambino. Si spinse addirittura oltre, pensando di poter “programmare” la personalità di un individuo agendo attivamente sul suo sviluppo infantile. I suoi studi cercavano di comprendere come l’essere umano si sensibilizzasse a certi avvenimenti o a certe cose durante la precoce fase dei primi mesi di età. E siccome, a sentire lui, i suoi risultati gli davano ragione, arrivò ad affermare: “Datemi una dozzina di bambini sani e farò di ognuno uno specialista a piacere, un avvocato, un medico, ecc. a prescindere dal suo talento, dalle sue inclinazioni, tendenze, capacità, vocazioni e razza”. Negli anni ’20 pensare di poter programmare il futuro del proprio bambino sembrava un’utopia. Dopo il nazismo, l’opinione comune avrebbe cambiato rotta, e visto in simili idee di controllo un’offesa alla libertà individuale. Ma i campi di Buchenwald erano ancora distanti.

L’esperimento che rese celebre Watson fu compiuto durante i mesi a cavallo tra il 1919 e il 1920. Little Albert era un bambino sano di poco più di nove mesi di età. Nella prima fase dell’esperimento (i primi due mesi), Watson e Rayner misero in contatto il bambino con, nell’ordine: una cavia bianca, un coniglio, un cane, una scimmia, maschere con e senza barba, batuffoli di cotone, giornali in fiamme, ecc. Il piccolino non mostrava paura nei confronti di alcuno di questi oggetti. Ma Watson era intenzionato a cambiare le cose: nel giro di poche settimane, avrebbe forgiato per il piccolo Albert una bella fobia tutta nuova.

Quando l’esperimento vero e proprio iniziò c’erano alcune sorprese pronte per Albert, che aveva allora 11 mesi e 10 giorni. I ricercatori gli riproposero il contatto ravvicinato con uno degli stessi simpatici animaletti con cui aveva imparato a giocare: la cavia da laboratorio. Ma ora, ogni volta che tendeva una mano per accarezzare il topolino, i ricercatori battevano con un martello una barra d’acciaio posta dietro il bambino, provocando un forte e spaventoso rumore – BANG! Toccava con l’indice il topolino – BANG! Cercava di raggiungere il topolino – BANG! Ci riprovava – BANG!

Il piccolo Albert cominciò a piangere, a cercare di scappare, ad allontanare con i piedi l’animale non appena lo vedeva. Era stato efficacemente programmato per temere i topi. I ricercatori volevano però capire se si fosse instaurato un transfert che provocava l’avversione verso oggetti con qualità similari. Ed era successo proprio questo. Dopo 17 giorni la sua fobia si estese al cotone, alle coperte, alle pelliccie. Infine, anche la sola vista di una maschera da Babbo Natale con la barba lo faceva piangere a dirotto. L’insegnamento era stato recepito: le cose con il pelo sono spaventose e spiacevoli perché fanno BANG.

Dopo un mese di esperimenti, proprio quando il professor Watson voleva cominciare le sue prove di de-programmazione, riportando il bambino a una risposta normale, la madre lo portò via e più nulla si seppe di lui. Già, la madre. Il mistero intorno a chi fosse realmente Little Albert e che razza di vita abbia avuto dopo questo esperimento, e se la madre fosse consenziente, è rimasto oscuro per anni. Le leggende si sprecavano. Finalmente, dopo un’accurata ricerca, sembra che la verità sia venuta a galla. Little Albert era figlio di una balia che allattava e curava i bambini invalidi alla Phipps Clinic presso la Johns Hopkins University di Baltimora dove Watson e Rayner conducevano l’esperimento. Era a conoscenza di cosa stavano facendo al suo bambino, e probabilmente lo portò via con sé quando vide l’effetto che la ricerca aveva prodotto sul suo neonato.

L’esperimento, è doveroso segnalarlo, divenne davvero un classico e aprì la strada per nuove ricerche (con il senno di poi, meno irresponsabili) che continuano tutt’oggi. In quegli anni nessuno sembrò preoccuparsi più di tanto di Albert, ma piuttosto degli incredibili e fino ad allora inediti risultati della ricerca. Non possiamo però sapere se la vita più “normale” che lo attendeva avrebbe potuto sanare le ferite aperte dall’esperimento nel piccolo Albert, se con il tempo sarebbe forse guarito, perché nel 1925 il bambino morì di idrocefalia, sviluppatasi tre anni prima.

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L’articolo originale di Watson & Rayner è consultabile qui. E qui trovate la pagina di Wikipedia sull’esperimento.

Controllo della mente

Uno degli scienziati più controversi, divenuto col passare degli anni un “mostro” assoluto ma sempre più nebuloso nella mitologia del XX secolo, è José Delgado.

Spagnolo di origine, classe 1915, si trasferì in America accettando la cattedra di fisiologia alla prestigiosa università di Yale nel 1946. Era particolarmente interessato agli studi di neurofisiologia, allora agli albori, e in dettaglio la sua ricerca consisteva nell’esplorare le reazioni del cervello stimolato da impulsi elettrici. Mise a punto lo stimoceiver, un microchip radiocomandato che poteva stimolare le onde cerebrali monitorandole al tempo stesso mediante elettroencefalogramma. Questo permetteva libertà di movimento al soggetto dell’esperimento, e il controllo a distanza da parte degli sperimentatori.

Impiantò gli stimoceiver nei cervelli di gatti, scimpanzè, scimmie, gibboni, tori e anche esseri umani. Stimolando la corteccia motoria, era in grado di controllare i movimenti degli animali indipendentemente dalla volontà di questi ultimi. Poteva far loro alzare una gamba, muovere la testa, senza che i soggetti potessero opporvisi. Nell’esperimento a suo dire più importante, impiantò nel cervello di un gibbone dominante e aggressivo un microchip collegato ad una leva: ogni volta che la leva veniva azionata, lo stimolo elettrico induceva nel gibbone un’immediata quiete. Pose la leva all’interno della gabbia, e alle femmine di scimmia occorse poco tempo prima di scoprire che tirare la leva inibiva gli attacchi del “bullo” in questione. Così le femmine impararono a tirare la leva ogniqualvolta il comportamento del gibbone aggressivo diveniva minaccioso.

In quella che fu la sua più spettacolare dimostrazione, Delgado si improvvisò torero. Sceso pubblicamente nell’arena di un allevamento di tori a Cordoba, José sfidò un toro a cui era stato impiantato lo stimoceiver. Quando il toro lo caricò, all’ultimo istante, come un abile prestigiatore della mente, Delgado premette il pulsante del suo radiocomando, e il toro interruppe la corsa, allontanandosi confuso. Un altro suo esperimento riguardava i “fusi neuromuscolari” (sequenze di onde cerebrali con una specifica frequenza): ogni volta che il cervello della scimmia Paddy ne produceva uno, il chip stimolava la materia grigia della scimmia con una “sensazione di avversione”. Nel giro di poche ore, i fusi erano notevolmente diminuiti.

La ricerca sugli umani non andò altrettanto bene. Un soggetto chiudeva il pugno in modo involontario, confessando al dottore che “la sua elettricità è più forte della mia volontà”. Un altro, la cui testa si girava a destra e a sinistra in modo incontrollato, non riusciva invece ad abbandonare l’idea del libero arbitrio, e affermava “Lo sto facendo volontariamente. Sto solo cercando le mie pantofole”. Ma in generale Delgado notò che le risposte erano talmente soggettive che non potevano essere ritenute rilevanti. Così, nonostante le pressioni (molti pazienti con problemi mentali chiedevano insistentemente di essere “curati” con il microchip), Delgado finì per sperimentare la sua invenzione su una percentuale bassissima di volontari.

Questo non gli impedì di preconizzare una società futura “psicocivilizzata”, in cui ogni istinto sovversivo o criminale potesse essere inibito con la semplice pressione di un bottone. Stupri? Istinti aggressivi e violenti? Sarebbero tutti spariti grazie al microchip. Le tendenze reazionarie della sua visione del mondo non tardarono a catalizzare su di lui l’indignazione e la condanna pubblica. In un mondo in cui ogni mente è controllata, nessuna ribellione è possibile.

Così, nonostante il suo stimoceiver facesse la fortuna degli scrittori di fantascienza, Delgado si ritirò nuovamente in Spagna e gradualmente scomparve dalla ribalta internazionale, verso la metà degli anni ’70. Il suo nome venne citato sempre meno frequentemente nelle ricerche, e alcuni pensarono addirittura che fosse morto. Ma José Delgado è vivo e vegeto, e alla veneranda età di 95 anni, anche se non lavora più, è ancora elettrizzato dalle nuove scoperte nel campo della stimolazione cerebrale.

Delgado divenne con il tempo un nome associato alla scienza “malvagia”, quella deriva nazista e senza scrupoli che, figlia degli esperimenti di Mengele, aspira ad ottenere il controllo sulle menti e le vite dei cittadini. In realtà i microchip sono recentemente tornati alla ribalta e, come spesso accade nella tecnologia più controversa, gli esperimenti di Delgado hanno spianato la via ad un utilizzo della tecnologia degli impianti cerebrali per curare patologie come distonia, epilessia e Parkinson. Ultimamente, poi, le terapie cerebrali hanno sviluppato tecnologie sempre meno invasive che implicano l’utilizzo di caschi stimolanti le varie aree cerebrali, sperimentati anzitempo da Delgado in prima persona e da sua figlia Linda.

Oggi i vari saggi e le relazioni sui nuovi esperimenti citano raramente Delgado, che è divenuto una sorta di paria della scienza a causa delle sue posizioni troppo “estremiste” e “destrorse” negli anni ’70. Il placido vecchietto che oggi è José Manuel Rodriguez Delgado guarda distaccato alle accuse dei cospirazionisti di voler controllare la mente delle persone, scuote la testa, e dice semplicemente: “È pura fantascienza”.

Ecco un articolo dettagliato sulle ricerche di José Delgado.