Wunderkammer Reborn – Parte I

Come mai il nuovo millennio ha visto risvegliarsi l’interesse per le “camere delle meraviglie”? Perché un genere di collezionismo così antico, tipico del periodo compreso tra Cinquecento e Settecento, mantiene il suo fascino nell’epoca di internet e della virtualità? E quali sono le differenze fra le wunderkammer classiche e le neo-wunderkammer attuali?

Mi sono recentemente trovato ad affrontare questi argomenti in due contesti diametralmente opposti.
Il primo, un seriosissimo convegno sulle discipline della conoscenza nella prima Età moderna, presso l’Università di Padova; il secondo, un festival di illusionismo e meraviglia organizzato a Fontanellato da un mentalista e da un wonder injector. In quest’ultima occasione ho allestito un tavolino con una micro-wunderkammer (davvero minima, ma è quello che mi stava in valigia!) in modo che, dopo la conferenza, il pubblico potesse vedere e toccare con mano qualche oggetto curioso.

Due ambiti tradizionalmente piuttosto distanti fra loro – il milieu accademico e il mondo dell’intrattenimento (anche se pensato con l’intento di “fare cultura”, come nel caso di Stupire) – hanno entrambi dedicato spazio alla discussione del fenomeno, il che mi sembra indicativo di una sua rilevanza.
Ho pensato dunque di riassumere a grandi linee, per chi non è potuto venire agli appuntamenti, i miei interventi sul tema.

Per motivi pratici dividerò il tutto in due post.
In questo, cercherò di delineare quelle che a mio avviso sono le principali caratteristiche delle wunderkammer storiche – o, meglio, i concetti su cui vale la pena riflettere.
Nel prossimo post affronterò invece le neo-wunderkammer del Ventunesimo Secolo, per provare a individuare quali possano essere i motivi di questa peculiare “rinascita”.

Mirabilia

Ovviamente il concetto fondamentale delle wunderkammer, fin dal loro nome, era quello di meraviglia; dai “gabinetti” nobiliari di Ferdinando II d’Austria o Rodolfo II fino alle collezioni più marcatamente scientifiche come quelle di Aldrovandi, Cospi, o Kircher, il fine delle wunderkammer antiche era prima di tutto stupire il visitatore.

Si trattava di un modo per impressionare gli ospiti di corte, ostentando l’opulenza e la fastosa ricchezza di chi assemblava la wunderkammer: in effetti la camera delle meraviglie deriva dall’evoluzione delle camere del tesoro (schatzkammer) e delle grandi collezioni d’arte del Quattrocento (kunstkammer).

Questa predilezione per gli oggetti costosi e rari finì per generare un fiorente mercato internazionale di articoli naturalistici ed etnologici provenienti dalle colonie.

Il teatro del mondo

La wunderkammer, però, aspirava anche a essere una sorta di microcosmo capace di rappresentare la totalità dell’universo conosciuto, o perlomeno di rimandare all’incredibile assortimento di creature e di forme presenti nella natura. Samuel Quiccheberg, nel suo trattato sull’allestimento di un utopico museo, utilizzò per primo la parola “teatro”, ma in realtà – come si vedrà più avanti – quella della rappresentazione teatrale è una delle idee cardine delle collezioni classiche.

In virtù di questa sua qualità di rappresentazione del mondo, la wunderkammer era anche intesa come un vero e proprio strumento di conoscenza, uno spazio d’indagine per i cosiddetti filosofi naturali.

Il sistema della conoscenza

Per quanto riguarda l’organizzazione dell’enorme quantità di materiale, inizialmente non si seguiva alcun ordine preciso, assecondando piuttosto i gusti e l’estro del collezionista stesso. Poco a poco, però, cominciò a farsi strada l’idea della catalogazione, implicando una prima distinzione fra tre macro-categorie conosciute come naturalia, artificialia e mirabilia, le quali si sarebbero in seguito perfezionate e ampliate in diverse altre classi (medicalia, exotica, scientifica, ecc.).

Naturalia

Artificialia

Artificialia

Mirabilia

Mirabilia

Medicalia, exotica, scientifica

Da questa sempre crescente necessità di distinguere, etichettare e catalogare prenderanno le mosse la tassonomia di Linneo, le dispute con Buffon, via via fino a Lamarck, Cuvier e infine la fondazione del Louvre, che sancisce la nascita del museo moderno come lo intendiamo oggi.

L’estetica dell’accumulo

L’aspetto forse più iconico e conosciuto delle wunderkammer era lo straordinario affollamento, quell’horror vacui che spingeva a non lasciare il minimo spazio vuoto nell’esposizione delle curiosità e delle bizzarrie raccolte in giro per il mondo.
Non soltanto, come dicevamo all’inizio, quest’estetica eccessiva era uno sfoggio di ricchezza, ma mirava anche a sbalordire e frastornare il visitatore. E lo stordimento era un momento essenziale: la meraviglia per l’universo, quel sentimento che era chiamato thauma, passa sì dallo stupore ma è inscindibile da un senso di inquietudine. Per accedere a questo stato di coscienza, da cui parte ogni filosofia, dobbiamo uscire dalla nostra zona di comfort.

Trovarsi confrontati di colpo con l’incredibile fantasia delle forme naturali, visivamente “aggrediti” dalla moltitudine impensabile degli oggetti, era un’esperienza che non poteva lasciare indifferenti. Estetica del Sublime, più ancora che del Bello; questa vertigine enciclopedica è il motivo per cui ad esempio Umberto Eco inserisce le wunderkammer fra gli esempi di “liste visive”.

Conservazione e rappresentazione

Uno degli scopi fondamentali di qualsiasi collezione era (ed è ancora) la conservazione degli esemplari e degli oggetti, ai fini di studio o per la posterità. Eppure ogni conservazione è già rappresentazione.

Quando entriamo in un museo, non ci rendiamo conto delle decisioni che sono state fatte a monte: eppure sono proprio queste che creano la narrativa del museo, il racconto che ci viene esposto sala dopo sala.

Le opzioni sono molteplici: quali esemplari conservare, quale tecnica utilizzare per conservarli (il risultato sarà differente a seconda che un campione biologico venga essiccato, tassidermizzato, o immerso in liquido), come raggrupparli, come allestire la loro esposizione?
Si tratta in definitiva di scegliere quali saranno gli attori, i costumi di scena, le scenografie, lo script interno del museo.

L’esempio più illuminante è senza dubbio la tassidermia, il simulacro per eccellenza: dell’animale non resta altro che la pelle, stesa su un manichino che mima le fattezze e la postura della bestia. Vengono applicati occhi di vetro per renderlo più convincente. Insomma, gli animali imbalsamati recitano la parte degli animali vivi. E non c’è, a ben vedere, più “realtà” in un elefante tassidermizzato che in uno dei moderni prop animatronici che vediamo nei musei di storia naturale.

Ma perché abbiamo bisogno di tutto questo teatro? La risposta sta nel concetto di domesticazione.

Domesticazione: Natura vs. Cultura

La natura si oppone alla cultura fin dai tempi degli antichi Greci. L’uomo occidentale ha sempre sentito la necessità di prendere le distanze da quella parte di sé che avvertiva come primordiale, caotica, incontrollabile, bestiale. I muri della polis chiudevano fuori la natura, mantenendo all’interno la cultura; non a caso i Barbari – esseri per metà uomini e per metà belve – erano etimologicamente coloro che “balbettavano”, che stavano fuori dal logos.

Il teatro, forma evoluta di rappresentazione, nasce ad Atene come sostituto degli antichi sacrifici umani (cfr. Réné Girard), e assolve ai medesimi compiti sacri: sublimare il desiderio animale di crudeltà e violenza. L’eroe tragico assume il ruolo di vittima sacrificale, e infatti il valore sacro delle tragedie è dimostrato dal fatto che assistervi era inizialmente obbligatorio per legge per ogni cittadino.

Il teatro è dunque il primo tentativo di domesticazione degli istinti naturali, di portarli letteralmente “dentro casa”, di includerli nel logos per disinnescarne la potenza antisociale. La natura diventa davvero piacevole e innocua solo se la raccontiamo, se la scenografiamo.

Ecco allora che un leone impagliato (cioè raccontato attraverso la finzione della tassidermia) è qualcosa che possiamo metterci in salotto senza timori. Tutto lo studio della natura, così come concepita nelle wunderkammer, era essenzialmente lo studio della sua rappresentazione.

Mettendola in scena, era possibile esercitare sulla natura un controllo altrimenti impossibile. Di conseguenza il simbolo delle wunderkammer, quel pezzo che non poteva mancare in alcuna collezione, era proprio il coccodrillo incatenato — imbrigliato e incapace di nuocere grazie ai legacci della Ragione, del logos, della conoscenza.

È interessante, in chiusura di questa prima parte, notare come la simbologia del coccodrillo fosse anch’essa in realtà mutuata dalla sfera del sacro. Questi rettili in catene apparvero inizialmente nelle chiese, e se ne possono ancora vedere diversi esemplari in Europa: in quel caso si trattava ovviamente di rimarcare la potenza e la gloria del Cristo che sconfigge Satana (e di impressionare i fedeli, che con ogni probabilità non avevano mai visto una simile bestia).
Esempio perfetto di tassidermia sacra; domesticazione come argine contro l’inconscio animalesco, peccaminoso; barriera fra gli istinti naturali e quelli sociali.

(Continua nella seconda parte)

Se bella vuoi apparire…

Questo nostro caduco et fragil bene
ch’è vento et ombra et à nome beltate
(Francesco Petrarca, Canzoniere, Canto 350)

Oggi essere belli è diventato un dovere.
Forse però è troppo facile prendersela con il martellamento promozionale, che ripropone all’infinito sensuali e perfette nudità occhieggianti dai cartelloni pubblicitari, dalle riviste, dai cataloghi; facile criticare il degrado dei tempi quando perfino le moderne donne politiche parlano delle capatine dall’estetista come di un imperativo etico o ideologico; facile anche scagliarsi contro la superficialità dilagante, nel sentir parlare sempre più spesso di seni, glutei ed altri parti anatomiche che si debbono per forza “ringiovanire”, a meno di non voler sfigurare. Facile, insomma, associare la rincorsa alla pelle più tonica, alle sopracciglia meglio disegnate o all’ultima miracolosa crema antirughe ad una crisi di valori.

Ma è davvero soltanto la nostra epoca ad essere così ossessionata dall’eterna giovinezza e dalla bellezza a tutti i costi?

La cosmesi è in realtà vecchia quanto l’uomo, ed in ogni periodo storico sono sorti estremismi e fissazioni estetiche, così come qualsiasi epoca ha visto propagarsi le cure anti-età più bizzarre, spesso poco più di fugaci mode d’una stagione.
È dunque divertente e illuminante gettare uno sguardo ai trattamenti che erano all’ultimo grido nella prima metà del secolo scorso: pur di apparire giovani e belle, anche le nostre nonne o bisnonne erano pronte a sottoporsi ai tormenti più surreali.

0

Partiamo da Max Factor Sr., nome leggendario, vero e proprio innovatore che, grazie al suo lavoro per le prime grandi star del cinema, fu in grado di costruire un impero. A lui si deve lo sviluppo dell’industria cosmetica, oltre che il termine “make-up”. Gli si deve anche la straordinaria maschera con cubetti di plastica per il ghiaccio che vedete qui sotto: pensata originariamente per dare rinfresco alle attrici accaldate dalle luci del set, senza rovinare il trucco, questa invenzione ben presto divenne però celebre tra i festaioli di Hollywood per tutt’altro motivo… guadagnandosi il nomignolo di Hangover Heaven (“paradiso del doposbornia”).

1

Sempre Max Factor è l’artefice dell’infame beauty micrometer, inquietante apparecchio che avrebbe dovuto identificare le parti del viso di una persona che necessitavano d’essere ridotte o aumentate dal trucco. Stranamente, questo incrocio fra uno strumento di tortura e un craniometro frenologico non ebbe mai lo sperato successo.

2

  4

5

Similmente minacciosi ci appaiono oggi i primi caschi per la permanente, che modellavano i capelli ricciolo per ricciolo.

6

7

8

Per eliminare lentiggini e punti neri, negli anni ’30 si poteva ricorrere ad una macchina aspiratrice, le cui coppette di vetro erano collegate tramite tubi di gomma ad una pompa a vuoto.

9

L’alternativa era quella di congelare le lentiggini mediante applicazioni di anidride carbonica. Gli occhi della “paziente” erano protetti da gommini a tenuta stagna, le narici venivano tappate e per non inalare il gas nocivo era necessario respirare attraverso un tubo tenuto in bocca.
Non molto confortevole – e nemmeno efficace, a quanto si racconta.

10

Un altro metodo per ottenere una pelle sempre giovane e perfetta consisteva nello stimolare la circolazione sanguigna tramite una maschera che scaldasse il viso: lanciato nel 1940, questo caschetto si accendeva una volta attaccato alla presa elettrica.

11

Una bella camminata in montagna, si sa, è sempre salutare e tonificante. Ecco quindi apparire negli anni ’40 una macchina che, abbassando la pressione atmosferica attorno alla testa per simulare le condizioni d’alta quota, prometteva una carnagione rosata e florida.

12

Cosa c’è di più grazioso di due belle fossette agli angoli della bocca? Nel 1936 una certa Isabella Gilbert di Rochester, New York, brevettò questo apparecchio, da indossare ogni notte per crearle artificialmente: sfortunatamente, sembra che il dolore causato dalle molle fosse troppo intenso anche per le più fanatiche fra le aspiranti fotomodelle.

13

In soccorso delle pelli troppo sensibili, ecco due invenzioni degli anni ’40: gli occhiali da sole con proteggi-naso, e il “cappuccio a prova di lentiggini” (evidentemente, le efelidi erano nemiche giurate della bellezza).

14

15

Dalla stessa epoca proviene questa poltrona massaggiante per gambe sempre splendide.
E, immaginiamo, anche perfettamente depilate.

16

Questa carrellata di vecchie fotografie mostra come l’ossessione per l’aspetto fisico non sia certo una novità; d’altronde, la ricerca e la valorizzazione della bellezza estetica sono fra le caratteristiche più antiche della civiltà occidentale, a partire dalla kalokagathia greca. Oggi ci si spinge ancora oltre, quello odierno è un corpo fluido, flessibile, manipolabile e rimodellabile in un infinito lavoro di ricerca e di perfezione. L’unico ostacolo che si ritrova davanti è sempre lo stesso: l’antico, intollerabile e acerrimo nemico d’ogni avvenenza – il tempo.
La lotta per sconfiggere i segni che il tempo lascia sul corpo è senza quartiere, anche se l’esito della battaglia, purtroppo o per fortuna, è scontato. Ma demordere non è una peculiarità umana: e se pure qualcuno di questi trattamenti estetici d’altri tempi ci può far sorridere, non sono certo più ingenui o fantasiosi delle mode che nascono e muoiono anche oggi. Perché essere belli è diventato un dovere… ma rimane pur sempre un’illusione, fragile e a suo modo necessaria.

19

17

18

20

21

22

23

24

25

26

27

Supervenus

Supervenus (2013) è un cortometraggio di animazione diretto dal filmmaker sperimentale Fréderic Doazan.

Si tratta di una satira della moderna concezione della bellezza femminile, della chirurgia estetica e della odierna manipolazione del corpo per raggiungere gli ideali estetici imposti dalla società. L’ultima immagine del corto, che rimanda alla celeberrima Venere di Milo, è il perfetto finale per questo gioiellino di humor nero.

http://www.youtube.com/watch?v=9WQ6C34MuTk

Tassidermia e vegetarianismo

SideTour_Taxidermy

La tassidermia sembra conoscere, in questi ultimi anni, una sorta di nuova vita. Alimentata dall’interesse per l’epoca vittoriana e dal diffondersi dell’iconografia e l’estetica della sottocultura goth, l’antica arte tassidermica sta velocemente diventando addirittura una moda: innumerevoli sono gli artisti che hanno cominciato ad integrare parti autentiche di animali nei loro gioielli e accessori, come vi confermerà un giro su Etsy, la più grande piattaforma di e-commerce per prodotti artigianali.

taxidermy kitten mouse necklace-f50586

tumblr_lovkxjtwur1qbkjd0o1_400

il_570xN.311750603

il_570xN.530781784_rwry
A Londra e a New York conoscono un crescente successo i workshop che insegnano, nel giro di una giornata o due, i rudimenti del mestiere. Un tassidermista esperto guida i partecipanti passo passo nella preparazione del loro primo esemplare, normalmente un topolino acquistato in un negozio di animali e destinato all’alimentazione dei rettili; molti alunni portano addirittura con sé dei minuscoli abiti, per vestire il proprio topolino alla maniera di Walter Potter.

article-2107482-11F22C86000005DC-726_634x460
Su Bizzarro Bazar abbiamo regolarmente parlato di tassidermia, e sappiamo per esperienza che l’argomento è sensibile: alcuni dei nostri articoli (rimbalzati senza controllo da un social all’altro) hanno scatenato le ire di animalisti e vegetariani, dando vita ad appassionati flame. Ci sembra quindi particolarmente interessante un articolo apparso da poco sull’Huffington Post a cura di Margot Magpie, sui rapporti fra tassidermia e vegetarianesimo.

Margot Magpie è istruttrice tassidermica proprio a Londra, e sostiene che una gran parte dei suoi alunni sia costituita da vegetariani o vegani. Ma come si concilia questa scelta di rispetto per gli animali con l’arte di impagliarli?

article-2107482-11F22FDE000005DC-919_634x408

article-2107482-11F22D3C000005DC-29_634x460

article-2107482-11F22EC7000005DC-410_634x523
Ovviamente, tagliare e preparare il corpo di un animale non implica certo mangiarne la carne. E una gran parte degli artisti, vegetariani e non, che operano oggi nel settore ci tengono a precisare che i loro esemplari non vengono uccisi con lo scopo di creare l’opera tassidermica, ma sono già morti di cause naturali oppure – come nel caso dei topolini – allevati per un motivo più accettabile. (Certo, anche sul commercio dei rettili come animali da compagnia si potrebbe discutere, ma questo esula dal nostro tema). Si tratta in definitiva di materiale biologico che andrebbe sprecato e distrutto, quindi perché non usarlo?

article-2107482-11DCE7C2000005DC-704_634x505

article-2107482-11F230BC000005DC-859_634x449

article-2107482-11F231D9000005DC-824_634x483
Ma preparare un animale comporta comunque il superamento di un fattore di disgusto che sembrerebbe incompatibile con il vegetarianismo: significa entrare in contatto diretto con la carne e il sangue, sventrare, spellare, raschiare e via dicendo. A quanto dice Margot, però, i suoi allievi vegetariani colgono una differenza fondamentale fra l’allevamento degli animali a fini alimentari – con tutti i problemi etici che l’industrializzazione del mercato della carne porta con sé – e la tassidermia, che è vista invece come un rispettoso atto d’amore per l’animale stesso. “La tassidermia per me significa essere stupiti dall’anatomia e dalla biologia delle creature, e aiutarle a continuare a vivere anche dopo la morte, in modo che noi possiamo vederle ed apprezzarle”, dice un suo studente.

La passione per la tecnica tassidermica proviene spesso dall’interesse per la storia naturale. Visitare un museo e ammirare splendidi animali esotici (che normalmente non potremmo vedere) perfettamente conservati, può far nascere la curiosità sui processi utilizzati per prepararli. E questo amore per gli animali, dice Margot, è una costante riconoscibile in tutti i suoi alunni.

article-2107482-11F22AA9000005DC-736_634x455
“Combatto con questo dilemma da un po’. – racconta un’altra artista vegetariana – La gente mi dice che ‘non dovrebbe piacermi’, ma ci sono piccole cose nella vita che ci danno gioia, e non possiamo farne a meno. Mi sembra che sia come donare all’animale una vita interamente nuova, permettergli di vivere per sempre in un nuovo mondo d’amore, per essere attentamente rimesso in sesto, posizionato e decorato, ed è un’impresa premurosa e amorevole”.

article-2107482-11F235DE000005DC-79_634x454
L’altro problema è che non tutti i lavori tassidermici sono “naturalistici”, cioè mirati a riprodurre esattamente l’animale nelle pose e negli atteggiamenti che aveva in vita. Non a caso facevamo l’esempio della tassidermia antropomorfica, in cui l’animale viene vestito e fissato in pose umane, talvolta inserito in contesti e diorami di fantasia, oppure integrato come parte di un accessorio di vestiario, un pendaglio, un anello. Si tratta di una tassidermia più personale, che riflette il gusto creativo dell’artista. Per alcuni questa pratica è irrispettosa dell’animale, ma non tutti la pensano così: secondo Margot e alcuni dei suoi studenti la cosa non crea alcun conflitto, fintanto che il corpo proviene da ambiti controllati.

article-2107482-11F233AB000005DC-674_634x453

“Credo che utilizzare animali provenienti da fonti etiche per la tassidermia sia positivo e, per questo motivo, posso continuare felicemente con il vegetarianismo e con il mio interesse di lunga data per la tassidermia. Sento di molti tassidermisti moderni che usano esclusivamente animali morti per cause naturali o in incidenti, quindi credo che ci troviamo in una nuova era di tassidermia etica. Sono felice di farne parte”.

C’è chi invece il problema l’ha aggirato del tutto. L’artista americana Aimée Baldwin ha creato quella che chiama “tassidermia vegana”: i suoi uccelli sono in realtà sculture costruite con carta crespa. Il lavoro certosino e la conoscenza del materiale, con cui sperimenta da anni, le permettono di ottenere un risultato incredibilmente realistico.

Vegan Taxidermy  An Intersection of Art, Science, and Conservation

Raven-360x240

Kingfisher432

HeronCity432

AmericanAvocet-288x432

Ecco il link all’articolo di Margot Magpie. Gran parte delle fotografie nell’articolo provengono da questo articolo su un workshop tassidermico newyorkese. Ecco infine il sito ufficiale di Aimée Baldwin.

Speciale: James G. Mundie

In esclusiva per Bizzarro Bazar vi proponiamo l’intervista da noi realizzata all’artista James G. Mundie, disegnatore, fotografo e incisore. I suoi lavori più noti sono due serie di opere: la prima, intitolata Prodigies, è un’iconoclasta rivisitazione di alcuni classici della pittura di ogni epoca, all’interno dei quali i soggetti originali sono stati rimpiazzati dai freaks più famosi. Quello che ne risulta è una sorta di ironica storia dell’arte “parallela” o “possibile”, in cui la deformità prende il posto del bello, e in cui per una volta gli emarginati divengono protagonisti.
Il suo altro lavoro molto noto è Cabinet of curiosities, una serie di fotografie, schizzi e incisioni riguardanti le maggiori collezioni anatomiche e teratologiche conservate nei musei di tutto il mondo.

Le fotografie fanno parte dei tuoi progetti tanto quanto i disegni. Ti ritieni più un fotografo o un illustratore?

Mi piace pensarmi come un creatore di immagini che utilizza qualsiasi strumento o mezzo sia appropriato. Questo significa talvolta disegnare, altre volte incidere su legno o fotografare. Comunque, ho cominciato ad considerare la fotografia come mezzo a sé solo da poco tempo. Ho sempre usato le fotografie come riferimenti, o come fossero dei bozzetti per altri progetti. Con il tempo, invece, ho cominciato ad apprezzare le foto che facevo nei loro propri termini estetici. Specialmente da quando sono diventato padre, la relativa immediatezza dell fotografia è stata un cambiamento benvenuto rispetto ai metodi più laboriosi che uso nei disegni e nelle incisioni, che possono prendere settimane o mesi (addirittura anni!) per emergere.

Riguardo alla serie Prodigies, come è nata l’idea di unire il mondo dei freakshow con quello dell’arte classica, e perché?

Ho sempre disegnato ritratti, e intorno al 1996-97 stavo cercando nuove ispirazioni. Ho cominciato a pensare alle fotografie di strane persone, come Jojo il Ragazzo dalla Faccia di Cane, che avevo visto decadi prima, e pensai che sarebbe stato divertente lavorarci. Cominciai a fare ricerche sui sideshow, e presto scoprii qualcosa di molto più bizzarro di quello che ricordavo dalla mia infanzia. Iniziai a trovare anche dettagli sulle vite di questi performer che li fecero risultare molto più veri ai miei occhi – cioè, più di qualcosa di semplicemente anomalo e strampalato. Prodigies è cominciato come una sfida, per vedere se sarei riuscito a mescolare questi inquietanti e affascinanti performer di sideshow ai miei quadri preferiti.
Mi resi conto che la presentazione circense dei freaks era spesso basata sull’esagerazione – ai nani venivano assegnati titoli militari come Generale o Ammiraglio, le persone molto alte venivano reinventate come giganti, ecc.; e nella storia dell’arte succedeva lo stesso, quello che vediamo nei quadri era, all’epoca, una commissione commerciale all’artista da parte di una persona benestante che voleva lasciare un ricordo di sé e del suo successo. In questo senso, un ritratto di Raffaello di un qualsiasi cardinale o poeta non è molto differente dalle cartoline di presentazione dei freaks vendute dal palcoscenico. Entrambe le cose cercano di proiettare e/o vendere un’identità. “Perché non portare il tutto a uno stadio successivo, e permettere ai freaks di abitare o rimodellare le storie raccontate nei dipinti classici?”, pensai. Ovviamente non volevo procedere a casaccio. Dovevo avere un buon motivo per collegare un performer con un certo quadro, che fosse una storia in comune, o un atteggiamento, o un elemento compositivo che mi ricordava la figura di un freak. Questo significa che sto ancora cercando l’accoppiata ideale per alcuni fra i miei performer preferiti, come ad esempio Grady Stiles l’Uomo Aragosta. Dall’altra parte, ci sono dipinti così iconici che risulta difficile utilizzarli senza apparire risaputi o pigri.

La serie Prodigies è percorsa da una vena di humor iconoclasta. Potrebbe essere letta come una “legittimazione” dei diversi, a cui viene data la possibilità di essere protagonisti della storia dell’arte; ma anche come una specie di sberleffo nei confronti del concetto storico e assodato di “bellezza”. Quale interpretazione ti sembra più corretta?

Sono entrambe corrette. Anche se è di moda oggi denigrare i freakshow come una reliquia culturale barbarica da dimenticare, credo che servissero una funzione necessaria nella società – e che non è ancora sparita. E vedo queste persone che lavoravano nei freakshow – anche se spesso sfruttate – come degli eroi, per aver affrontato le circostanze peggiori e averne tratto il maggiore successo possibile. Queste erano persone che non sarebbero mai state accettate nella società beneducata, eppure trovarono una comunità che si strinse attorno a loro e li celebrò. Invece di essere chiusi negli istituti, vissero bene la loro vita con la loro famiglia, recitando sul palcoscenico un ruolo creato ad arte. C’è un certo carattere di nobiltà, in questo. Sì, la gente guardava e di tanto in tanto li scherniva, ma almeno ora pagavano per il privilegio. Quindi, chi è che era veramente sfruttato? Anche ora vogliamo guardare, ma la maggior parte di noi non è abbastanza sincero da ammetterlo.
Molte delle presentazioni utilizzate nei freakshow erano intenzionalmente umoristiche, quasi ridicole. Credo che quello humor servisse perché il pubblico si sentisse meno a disagio, e anche per dare al performer una protezione emotiva. Una parte del fascino dei freakshow è di confrontarsi con le proprie paure. Vedi qualcuno sul palco a cui mancano degli arti oppure deforme, e naturalmente pensi “E se quello fossi io?”. Quindi ho spesso inserito dei piccoli tocchi scherzosi, per aiutarmi a metabolizzare queste domande, e per tirare un salvagente allo spettatore. Allo stesso tempo sto prendendo in giro alcuni dei pilastri della storia dell’arte. C’è un sacco di materiale esilarante con cui lavorare, se lo guardi con mente aperta. Per esempio alcune convenzioni formali che troviamo in antiche istoriazioni sugli altari: è piuttosto divertente, oggi, vedere come i santi sono raffigurati cinque volte più grandi dei meri mortali. È liberatorio camminare in un museo e permetterti di ridere, anche se per molte persone è puro sacrilegio.
Gran parte di ciò che oggi reputiamo “bello” è semplicemente regolare, uniforme. Le nostre idee moderne di bellezza ci vengono propinate dai giornali di moda, televisione e affini. Eppure, in queste strane persone che io disegno – con le loro proporzioni imperfette – andiamo oltre il bello per avvicinarci al sublime. Uno dei principi guida per me in questo progetto è quello che Sir Francis Bacon scrisse nel 1597: “non c’è beltà eccellente che non abbia in sé una qualche misura di stranezza”.

In uno dei tuoi disegni, ti autoritrai nei panni di un anatomista dilettante, e molti dei tuoi lavori raffigurano anomalie patologiche. Qual è il tuo rapporto con i tuoi soggetti? Ritieni di avere un occhio freddo e clinico oppure c’è un’empatia con la sofferenza che spesso implica l’anatomia patologica? E, ancora, cosa vorresti che provasse chi guarda i tuoi disegni?

Anche se un certo distacco è necessario per rimanere oggettivi, non posso impedirmi di immedesimarmi nei miei soggetti. Queste erano persone reali che affrontavano circostanze che non posso nemmeno immaginare. Quando attraverso una collezione anatomica, mi ritrovo a chiedermi chi fosse la persona da cui questa o quella parte è stata tolta e preservata. Oggi, i casi sono presentati in maniera anonima, ma negli scorsi secoli era comune accludere informazioni biografiche sul paziente. Credo che in questa fissazione di proteggere la privacy degli individui stiamo inavvertitamente negando la loro umanità, perché ora ciò che vediamo è una malattia invece che una persona. Anche se non è mia intenzione forzare nello spettatore alcuna emozione o idea (e spesso la gente trova nei miei lavori dei significati che non ho mai inteso esprimere), spero che almeno porti con sé il senso che i miei soggetti sono o erano persone vere, degne di considerazione.

Il tuo nuovo progetto, Cabinet of curiosities, è basato sulle tue visite ai musei anatomici americani ed europei. Cosa ti attrae nei reperti anatomici e teratologici?

Sono sempre stato interessato a come le cose funzionano, in particolare all’anatomia. Quello che mi interessa delle collezioni patologiche o teratologiche è che questi strani esemplari ci mostrano cosa sta succedendo a livello cellulare, genetico. Esaminando il sistema danneggiato, impariamo come funziona quello in salute. Sono anche affascinato dagli antichi sistemi usati per catalogare e organizzare il mondo naturale, e la teratologia – lo studio dei mostri – è un esempio particolarmente interessante. Anche l’idea del museo, nato come collezione personale per diventare istituzione pubblica è affascinante, e condivide molti aspetti con i freakshow. Alcuni di questi preparati sono strani e bellissimi, e presentati in maniera molto elaborata. Quindi Cabinet of Curiosities è un tentativo di documentare il punto in cui questi due mondi si intersecano.

Quale pensi sia il rapporto fra medicina ed arte, e più in generale fra scienza ed arte?

La medicina è stata considerata un’arte per molto più tempo di quanto non sia stata vista come scienza. La società non si libera da una simile associazione da un giorno all’altro, così ancora oggi continuiamo a  parlare dell’abilità di un chirurgo come fosse quella di uno scultore. Ma anche da un punto di vista strettamente pratico, i dottori hanno bisogno degli artisti perché le rappresentazioni artistiche sono da sempre una componente essenziale nell’educazione medica e nella sua comunicazione. Sin dal Rinascimento gli illustratori hanno insegnato l’anatomia a generazioni di medici, e in quel modo la pratica artistica dell’osservazione ha aiutato la medicina ad uscire dalla via puramente teorica. Penso che possiamo affermare che questo ruolo comunicativo valga anche per le scienze in generale, perché l’arte può aiutare a spiegare complesse teorie anche a persone che non masticano la materia. Un artista può fungere da legame tra lo scienziato e il pubblico, rendendo comprensibili le scoperte scientifiche – ma può anche servire come critico. In questo modo, l’arte può divenire una sorta di specchio morale per la scienza.

Nelle tue parole, “questi preparati anatomici rappresentano il punto di intersezione fra scienza, cultura, emozione e mito”. Credi che ci sia bisogno di miti moderni? Pensi che questi nuovi miti possano provenire dal mondo della scienza, invece che da quello magico-religioso come nel passato? Il tuo lavoro fotografico e di illustrazione può essere letto come un tentativo di dare una dimensione mitica ai tuoi soggetti? Sei religioso?

Penso che noi creiamo in continuazione nuovi miti, o che ne risvegliamo e reinventiamo di vecchi. Fa parte della natura umana.
La scienza per molte persone ha sostituito la religione come fondamentale via d’ispirazione, ma in realtà sappiamo ancora così poco dell’universo, che c’è ancora molto terreno fertile per la fantascienza. Con la nascita di Scientology abbiamo visto addirittura la fantascienza trasformarsi in religione! Io non sono assolutamente una persona religiosa, ma penso che spesso cerchiamo di riporre le nostre speranze in un potere che sta al di fuori di noi. Per alcuni, questo significa una divinità che è personalmente interessata a come ci vestiamo, o a cosa mangiamo il venerdì; per altri vuol dire l’idea che il genere umano troverà finalmente la cura per il cancro e imparerà i segreti per viaggiare nel tempo. Così nel mio lavoro mi ritrovo a raccontare storie, o quantomeno a predisporre il seme di una storia che ognuno può trasformare nel racconto che desidera.

Anche tua moglie Kate è un’artista, ma i suoi quadri sembrano essere completamente distanti dal tuo mondo – solari, impressionisti, colorati. Se non sono indiscreto, come vi rapportate l’uno con l’arte dell’altra?

Siamo i migliori critici l’uno dell’altra. Siccome i nostri lavori sono così differenti, non c’è competizione fra noi, e ci diamo costantemente dei pareri e delle idee.

Chi è appassionato di stranezze, corre il rischio di essere reputato egli stesso strano. Cosa pensano delle tue passioni gli amici e i parenti?

Alcune persone amano stare a guardare i treni, o ascoltare gli Abba. Io amo i freaks. Tutte le persone più interessanti sono strambe.

Ecco i siti ufficiali di Prodigies, e di Cabinet of Curiosities.

La giostra della morte

Julijonas Urbonas è un artista, designer e ingegnere lituano trapiantato in Inghilterra. Ha lavorato per tre anni come direttore di un parco di divertimenti, ed è lì che ha cominciato a interessarsi alle potenzialità tecnologiche e artistiche legate alla forza di gravità.

Così, battezzando il suo campo di ricerca “estetica della gravità”, ha cominciato ad occuparsi delle relazioni fra l’uomo e la forza che lo tiene a terra; i progetti artistici di Urbonas cercano una nuova prospettiva su questa storia di amore/odio fra corpo umano e gravità. Una delle sue più controverse opere è senza dubbio un rollercoaster futuristico progettato appositamente per essere una vera e propria macchina di eutanasia.

L’ultima, euforica e adrenalinica corsa in ottovolante si compone di due fasi: come prima cosa, attaccati a una serie di dispositivi per il monitoraggio del cervello, venite trasportati fino alla cima di una una torre di 500 metri di altezza, per poi precipitare in caduta libera. Questo garantisce la necessaria forza cinetica per esporre il corpo a una forza di 10 g per 1 minuto, attraverso una serie di “giri della morte” posizionati nella seconda parte della corsa.

Il sangue viene sparato verso le estremità basse, causando una completa mancanza di afflusso di ossigeno al cervello: la velocità garantisce uno stato di ipossia e ischemia cerebrale con conseguente perdita di coscienza già dal primo anello… alla fine della serie di giri, i sistemi di monitoraggio constateranno l’avvenuta morte cerebrale e si assicureranno che non abbiate bisogno di un’altra corsa.

Questo progetto, volutamente provocatorio, è comunque stato studiato in modo scientifico e non è una semplice trovata per stupire. Si basa sui dati reali degli esperimenti e addestramenti in cui i corpi dei piloti vengono sottoposti a simili forze per pochi secondi. La macchina per l’eutanasia in forma di ottovolante, nelle intenzioni dell’autore, è insieme uno studio sugli effetti della gravità sul corpo umano e una possibile, futura variazione degli apparecchi per la morte assistita, che potrebbe inoltre garantire l’efficace dipartita di più soggetti contemporaneamente. Tutti assieme sul trenino, cinture allacciate, pronti per l’ultimo, estremo sballo.

È evidente l’umorismo provocatorio che sta alla base del progetto, l’iconoclasta sovrapposizione di temi opposti come l’eutanasia e l’industria del divertimento; con il suo ottovolante suicida, che provoca assieme ilarità e repulsione, Urbonas riesce a stimolare una riflessione profonda su un’incredibile varietà di temi: sul futuro, sull’etica, su quale sia il nostro concetto di morte, su come possa evolversi, sulla ricerca odierna del divertimento estremo… e, forse, si propone anche come una ironica, macabra variazione del vecchio detto “la vita è soltanto un giro di giostra”.

Ecco la pagina web dell’artista dedicata al progetto Euthanasia-Coaster, contenente una descrizione in inglese (esilarante e angosciante al tempo stesso) dell’esperienza che si proverebbe salendo sulla macchina.

F.A.Q. – Bellezza e tonicità

Caro Bizzarro Bazar, l’età avanza. Come posso mantenermi sempre giovane e bella?

Ti consigliamo le tre fasi del Trattamento Bellezza di Bizzarro Bazar®:

Fase 1 – Scrubbing. Ridona elasticità e vigore alla pelle immergendoti nella vasca dei Garra Rufa! Questi piccoli pesci elimineranno tutte le cellule morte dal tuo corpo (e forse qualcuna di quelle vive, ma bisogna pur soffrire, per essere belle).

Fase 2 – Hair conditioning. Restituisci lucentezza ai tuoi capelli secchi e danneggiati, proteggendoli e nutrendoli con un apporto naturale di proteine. Oggi, grazie al nuovo Concentrato Attivo di Sperma di Toro, i capelli si trasformano: più forti dall’interno, brilleranno di una nuova luce!

Fase 3 – Facial Flex. Per finire, ecco uno strumento indispensabile per la tonicità dei tuoi muscoli facciali. Niente più rughe, niente più pelle flaccida. Con Facial Flex, il lifting facciale non-invasivo e clinicamente testato, nessuno potrà più indovinare la tua età.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=etU_wtP5Pck]

Ma ricordati, se aprirai bocca per parlare, potrebbero sempre indovinare la tua intelligenza.

Gueules cassées

La Prima Guerra Mondiale fu un vero e proprio massacro. Ma il peggio non venne per chi restò sotto il fuoco delle prime mitragliatrici, o per chi rimase vittima dei gas o delle bombe. Molti furono così fortunati da salvarsi, e così sfortunati da tornare a casa con ferite assolutamente agghiaccianti. I ritardi nei soccorsi non fecero che peggiorare la situazione dei feriti, che spesso non si ripresero più integralmente.

Una categoria particolare di reduci con ferite di guerra è costituito dalle cosiddette gueules cassées, termine francese che significa pressappoco “facce fracassate”. Erano i militari che avevano riportato estese ferite al volto, e che erano per così dire “impresentabili” e dunque difficilmente reintegrabili nella società. Per la prima volta nella storia, però, la medicina aveva i mezzi per cercare di ovviare a questi incidenti. Stiamo parlando, qui, degli esordi pionieristici della chirurgia plastica ricostruttiva del maxillo-facciale. Sulla base di queste prime esperienze i chirurghi furono in grado di sviluppare un’esperienza che, affinatasi nel tempo, permette oggi di restituire una vita quasi normale a persone sfigurate. (È triste ammetterlo, ma questi soldati fecero anche inconsapevolmente da cavia per quelle tecniche che successivamente portarono alla chirurgia estetica vera e propria, quella delle labbra al silicone, del lifting o dei seni rifatti).

In questo blog abbiamo già parlato di terapie piuttosto crudeli relative agli albori della medicina. Quello che colpisce sempre nel riesaminare a distanza di quasi un secolo queste tecniche mediche primitive, è la scarsa considerazione che i medici sembravano avere della sofferenza del paziente. Confrontate i tentativi odierni di essere sempre meno invasivi, delicati, poco intrusivi, con queste tecniche antiquate: il dolore era qualcosa che andava sopportato, punto e basta, mentre i dottori cercavano di salvarti la pelle o migliorarti la vita.

Prendiamo ad esempio i sistemi per aprire la bocca del paziente. Molto spesso, dopo un trauma facciale, i muscoli della mascella rimanevano tirati e in tensione e aprire la bocca risultava impossibile. A seconda del grado di gravità, venivano utilizzati diversi sistemi. L’apri-bocca più comune era questo:

Si trattava di una sorta di morsa “al contrario” che veniva aperta gradualmente per allentare la tensione dei muscoli. Aveva effetti poco rilevanti nel tempo. Altri metodi, però, erano ancora più drastici e dolorosi.

Il “procedimento del sacco”, esposto dal dottor Pitsch nel 1916, è un esempio di terapia davvero brutale. Una volta trovato un interstizio tra i denti, due assicelle venivano inserite nella mascella del paziente.

Appena dischiuse le due pareti dentarie, un uncino veniva attaccato alla mascella inferiore e a questo veniva attaccato un sacco pieno di sassi o carbone il cui peso veniva velocemente aumentato per consentire l’apertura della bocca.

Il procedimento era dolorosissimo e non aveva effetti notevoli a lungo termine, perché i muscoli, troppo bruscamente e violentemente stirati, si ricontraevano poco dopo. Anche se la trazione veniva bilanciata da una banda che tratteneva il capo del paziente, le vertebre della nuca risentivano comunque dello stress.

Più complesso ancora era il caso dei volti sottoposti a un vero e proprio trauma che li aveva lasciati a brandelli e con ferite aperte. La protesi immediata veniva effettuata mediante maschere di contenimento che riportassero assieme i vari frammenti di volto, in modo che non si allontanassero ma anzi si fondessero assieme. L’idea era quella di cicatrizzare l’area più grande possibile, favorendo il consolidamento in buona posizione delle fratture, per permettere in seguito la riparazione delle parti lese. Il casco di Darcissac teneva insieme i diversi “pezzi” di faccia finché non si fossero riattaccati e cicatrizzati. L’intera procedura durava due o tre settimane, di immobilizzazione assoluta.

Passarono alcuni anni, prima che nel 1918 si arrivasse alla rivoluzionaria tecnica di Dufourmentel. Egli scoprì infatti che la pelle del cuoio capelluto reagiva meglio ed era più solida rispetto a quella del braccio. Tagliando quindi ampi lembi di pelle dal cranio dei pazienti, Dufourmentel riuscì a ricostruire elementi fino ad allora inapprocciabili della ricostruizione facciale. Ecco una mandibola “rimodellata” a partire dal cuio capelluto.

Anche gli italiani ebbero una parte in questa “corsa” alla ricostruzione dei volti dei reduci. I medici, infatti, provarono anche a ricorrere a una metodologia già inventata e spiegata addirittura nel XVI secolo dal chirurgo italiano Tagliacozzi, modificando qua e là il procedimento e le indicazioni di questo storico precursore. Questa tecnica si applicava soprattutto alle perdite moderate di tessuto nell’area nasale e del mento.

L’idea era quella di “rialzare” un lembo di pelle dal braccio, connetterlo al tessuto mancante del volto e lasciare che la pelle facesse il suo lavoro, “ricucendosi” con le parti mancanti. Ovviamente bisognava assicurarsi che il braccio fosse immobilizzato, per due o tre settimane, al fine di permettere la vascolarizzazione dei nuovi tessuti. Questa tecnica era stata, nei secoli precedenti, violentemente ostracizzata dalla Chiesa, a motivo della presunta interferenza con i piani del Creatore, e la Santa Sede dispose addirittura la riesumazione del Tagliacozzi e la sua sepoltura in terra non consacrata.

Infine la tecnica di ricostruzione prevedeva degli esperti dentisti che, a partire dai calchi del volto dei pazienti, progettavano e scolpivano protesi che potessero ridare loro la fisionomia perduta.

Le protesi alle volte includevano occhiali per dissimulare l’artificio.

Infine, ecco un raro filmato della Croce Rossa, datato 1918, in cui alcuni dottori e infermiere posizionano e controllano l’efficacia delle protesi facciali su alcuni reduci.

Le tecnologie di ricostruzione del maxillo-facciale hanno da allora fatto un passo in avanti decisivo, e ad oggi costituiscono la fortuna di chirurghi plastici proprietari di atolli e isolotti, così come di onesti medici che cercano di ridare il sorriso e un’integrazione maggiore alle vittime di incidenti terribili.

Per ironia della sorte, la chirurgia estetica è nata proprio da uno dei più grandi e sanguinosi confilitti che il mondo abbia mai conosciuto.