Link, curiosità & meraviglie assortite – V

Ecco un pacco regalo di strani spunti e suggerimenti di lettura che dovrebbe tenervi impegnati fino a Natale.

  • Vi ricorderete dell’amica Caitlin Doughty, fondatrice dell’Ordine della Buona Morte nonché autrice del best-seller Smoke Gets in Your Eyes. In passato l’avevo intervistata, avevo scritto un pezzo per l’Ordine, ed ero perfino volato a incontrarla a Philadelphia nel corso di tre giorni di conferenze.
    Caitlin è anche celebre per i suoi video ironici sulla cultura della morte. L’ultimo episodio è dedicato a una storia che, se seguite Bizzarro Bazar, vi è senza dubbio familiare: quella della “Suicida Punita” di Padova, divulgata per la prima volta nel mio libro Sua Maestà Anatomica.
    Con il consueto stile dissacrante, Caitlin riesce a far passare la domanda a mio avviso fondamentale: ha senso giudicare un simile episodio secondo l’etica contemporanea, o è meglio concentrarci su quello che ci racconta riguardo alla nostra storia e all’evoluzione della sensibilità nei confronti della morte?

  • Nel 1966 l’oceano portò sulle rive inglesi una misteriosa scatola: conteneva spade, candelabri, tonache rosse, e tutta una serie di simboli esoterici legati al mondo dell’occultismo. Qual era la funzione di quegli oggetti, e perché erano stati affidati alle onde?
  • E già che ci siamo, ecco una foto autoptica degli anni ’20, forse scattata in Belgio. Che le pipe fossero una strategia per proteggersi dagli odori?
    (Vista qui, grazie di nuovo Claudia!)

  • Sta per uscire un nuovo libro fotografico sull’evoluzione delle specie, che si preannuncia sontuoso. Le magnifiche fotografie di Robert Clark hanno però anche un sottofondo inquietante: “Alcuni scienziati che studiano l’evoluzione in tempo reale sono convinti che potremmo essere nel bel mezzo della sesta estinzione mondiale di massa, un imbuto di morte in slow-motion che lascerà il pianeta con una piccola frazione della sua attuale biodiversità. Una ragione per cui nessuno è in grado di prevedere come finirà — e chi sopravviverà — è che, per molti versi, la nostra stessa comprensione dell’evoluzione sta continuando ad evolversi“.
  • Ma non scoraggiatevi troppo per la fine del mondo: potrebbe essere tutta un’immensa illusione.
    Certo, l’idea è vecchia: i grandi messaggi spirituali, mitologici o artistici in fondo ci ripetono da millenni di non fidarci troppo dei nostri sensi, ci suggeriscono che c’è qualcosa di più oltre la realtà. Eppure fino ad ora nessuno aveva provato a dimostrarlo matematicamente. Fino ad ora.
    Un professore di scienze cognitive dell’Università della California ha elaborato un intrigante modello che sta facendo scalpore: la sua ipotesi è che la nostra percezione non abbia proprio nulla a che vedere con il mondo così com’è, là fuori; cioè che il nostro filtro sensoriale si sia evoluto non per restituirci un’immagine realistica delle cose, ma vantaggiosa. Qui un articolo sull’Atlantic, e qui un podcast in cui il prof fa seraficamente a pezzi tutto ciò che pensiamo di sapere sul mondo.
  • Tutte chiacchiere? E se vi dicessi che gli alieni ultra-evoluti potrebbero essere già tra di noi — senza nemmeno il bisogno di un corpo concreto, ma sotto forma di leggi della fisica?

Altre idee brillanti: la Goodyear nel 1961 sviluppò questi copertoni luminosi.

  • Il Blog of Wonders di Mariano Tomatis è praticamente il gemello meno morboso, ma più magico, di Bizzarro Bazar. Si può passare le giornate a scavare negli archivi, e riemergerne sempre con qualche pepita che ci era sfuggita le altre volte: a me per esempio è successo con questo post sul segreto “razzismo” di chi crede che i Maya siano arrivati dallo spazio. Giacobbo, take this.
  • Nei manoscritti medievali compaiono spesso degli omini oltremodo sfortunati, che avevano la funzione di illustrare tutte le ferite possibili e immaginabili. Ecco un articolo sulla storia e l’evoluzione di questa strana e un po’ fantozziana figura.

  • Guardare delle vernici colorate che si muovono nel latte? Non suona molto attraente, finché non vi prendete quattro minuti di pausa e vi lasciate ipnotizzare da Memories of Painting, di Thomas Blanchard.

  • Mi ricollego ancora alla fallacia dei sensi con alcune immagini dell’Aspidochelone (detto anche Zaratan), uno degli animali fantastici per cui stravedevo da bambino. L’idea di un mostro marino così grande da essere scambiato per un isola, e sul cui dorso cresce addirittura la vegetazione, ha avuto gran fortuna da Plinio alla letteratura moderna:

‘Un bel posto per gettare l’ancora, diceva. Un bel posto per un falò, diceva.’

  • Ma la vera sorpresa è scoprire che lo Zaratan esiste sul serio, sebbene in miniatura:

  • Saddam Hussein, poco dopo il sessantesimo compleanno, si fece togliere 27 litri di sangue che venne usato per calligrafare una versione del Corano di 600 pagine.
    Un manoscritto scomodo, tanto che ora le autorità non sanno bene cosa farsene.
  • Due segnalazioni natalizie, in caso voleste rendere i vostri addobbi un po’ più minacciosi: 1) un set di palline per l’albero decorate con le facce di celebri serial killer, nell’ordine: Charles Manson, Ted Bundy, Jeffrey DahmerEd Gein e H. H. Holmes; 2) un Babbo Natale omicida. Fate capire ai vostri ospiti che le festività vi stressano, e che potrebbero scatenare in voi impulsi incontrollati. Se volete acquistare questi simpatici oggettini, di raffinatissimo gusto, cliccate sull’immagine per aprire il relativo negozio Etsy.  Non c’è di che.

  • Infine, se siete a corto di idee per i regali di Natale, e vi vedete proprio costretti a ripiegare sul solito libro, almeno fate in modo che non sia il solito libro. Ecco quattro esempi puramente casuali…
    Buone feste e alla prossima!

(Click sull’immagine per accedere al bookshop)

Bizzarro Bazar a Parigi – II

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Cominciamo il nostro secondo tour di Parigi facendo una capatina da Deyrolle. Dal 1831 questo favoloso negozio propone, in un’atmosfera da camera delle meraviglie, importanti collezioni tassidermiche, entomologiche e naturalistiche.

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La Maison Deyrolle ospita anche regolarmente esposizioni di famosi artisti (vi sono passate le opere, fra gli altri, di Niki De Saint Phalle e Damien Hirst), invitati ad elaborare dei progetti specifici a partire dall’immenso catalogo di preparati tassidermici ed entomologici a disposizione.

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Aggirandosi per le stanze stracolme di animali, fra uccelli esotici e orsi bruni, non si fatica a capire perché Deyrolle sia una vera e propria istituzione, e conti i migliori professionisti sul campo. Va anche sottolineato che nessuno di questi animali è stato ucciso al fine di essere imbalsamato: gli esemplari non domestici provengono da zoo, circhi o allevamenti nei quali sono morti di vecchiaia o malattia.

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Spostiamoci ora in uno dei templi dell’arte mondiale, il Musée d’Orsay. Qui, fino al 25 Gennaio 2015, sarà possibile visitare l’esposizione Sade – Attaquer le soleil, che si propone di rintracciare l’influenza del Marchese De Sade sull’arte del XIX e XX secolo.

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Franz von Stuck, Giuditta e Oloferne, 1927

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Eugène Delacroix, Medea furiosa, 1838

La mostra da sola vale il biglietto d’ingresso: l’impressionante corpus di opere selezionate conta più di 500 pezzi. Da Delacroix a von Stuck, da Goya a Kubin, da Füssli a Beardsley, da Ernst a Bellmer, l’esposizione si concentra sull’impossibilità di rappresentare il desiderio, sul corpo, sulla crudeltà. La filosofia sadiana, per quanto negata e messa al bando per più di un secolo, si rivela in realtà un fil rouge, insinuatosi clandestinamente nel mondo dell’arte, che unisce pittori differenti e lontani fra loro nel tempo e nello spazio, una sorta di corrente sotterranea che porta fino alla “riscoperta” dell’autore da parte dei Surrealisti e al suo successivo sdoganamento.

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Franz von Stuck, Il peccato, 1899

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Alfred Kubin, La donna a cavallo, 1900-1901

Ma l’influenza di Sade non risiede soltanto nelle opere degli artisti che ha in qualche modo ispirato: secondo i curatori, egli ha cambiato anche il modo in cui guardiamo all’arte precedente ai suoi scritti. La prima sezione infatti, intitolata Humain, trop humain, inhumain mostra come tutti i temi sadiani fossero già presenti nell’arte prima di lui, ma all’interno di codici accettabili. Una scena di martirio in una chiesa, ad esempio, non scandalizzava nessuno. Sade però fa cadere il velo, e dopo di lui non sarà più possibile ammirare uno spettacolo di violenza senza pensare alle sue parole: “La crudeltà, ben lontana dall’essere un vizio, è il primo sentimento che la natura imprime in noi; il bambino rompe il suo giocattolo, morde il seno della nutrice, strangola il suo uccellino, molto prima d’avere l’età della ragione” (La filosofia nel boudoir, 1795).

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Jindrich Styrsky, Emilie viene a me in sogno, 1933

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Francisco de Goya, I cannibali, 1800-1808

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Félix Vallotton, Orfeo smembrato dalle Menadi, 1914

Non lontano dal Musée d’Orsay si trova il quartiere universitario della Sorbona. Ci trasferiamo al Museo della Storia della Medicina, che raccoglie una collezione di strumenti chirurgici d’epoca.

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Fra i pezzi più straordinari, vi sono certamente gli strumenti ideati nell’800 dall’urologo Jean Civiale per l’estrazione dei calcoli (le immagini qui sotto rendono bene l’idea di quanto l’operazione fosse complicata – e terrificante, visto che il tutto era svolto in assenza di anestesia); e se questo non bastasse a farvi venire la pelle d’oca, ecco le seghe con catena a carica automatica per amputazioni, fra gli strumenti meno precisi e maneggevoli mai sperimentati in chirurgia.

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Ma il vero gioiello del museo, a nostro parere, è il tavolo realizzato dall’italiano Efisio Marini e offerto a Napoleone III.

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Perché è così interessante? Perché quello che sembra un semplice tavolino mosaicato su cui è appoggiata la scultura di un piede, è in realtà formato a partire da pezzi pietrificati di cervello, sangue, bile, fegato, polmoni e ghiandole. Il piede è un vero piede, anch’esso pietrificato, così come le quattro orecchie che spuntano dalla superficie del tavolino e le vertebre sezionate che lo adornano. Osservando da vicino quest’opera incredibile, non si fatica a comprendere perché Efisio Marini fosse considerato uno dei più abili anatomisti preparatori del suo tempo (vedi il nostro articolo sui pietrificatori).

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Ritorniamo infine ai nostri amati animali, ma stavolta con una visita più classica: quella alla Grande Galérie de l’Evolution. Non è certo un museo poco conosciuto, quindi aspettatevi un po’ di coda e le grida entusiaste dei più piccoli.

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Ma una volta dentro, tutti ridiventano bambini. Dopo essere passati sotto al gigantesco scheletro di un capodoglio, e una prima sala dedicata agli animali marini (per la verità un po’ deludente), si arriva al grande salone che contiene una fra le attrazioni principali: la spettacolare camminata dei mammiferi africani.

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Sotto una volta d’acciaio e vetro che cambia colore imitando le diverse fasi del giorno, gli animali della savana sembrano avviati verso un’invisibile Arca di Noè, o verso un futuro ancora sconosciuto (una nuova evoluzione?). Fu proprio questa installazione curiosa e innovativa che vent’anni fa, quando la Galleria aprì i battenti sostituendo la precedente Galleria di Zoologia, le assicurò una rapida fama.

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Ma la biodiversità e le infinite forme di vita plasmate dall’evoluzione trovano spazio sui tre piani del complesso, fra diorami artistici e illuminanti raffronti fra le varie specie.

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Fra qualche giorno la terza ed ultima parte di questa ricognizione della Parigi meno risaputa: preparatevi perché abbiamo tenuto il meglio per la fine…

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LA MAISON DEYROLLE
46, rue du Bac
Apertura: dal lunedì al sabato
Orari: Lun 10-13 e 14-19, mar-sab 10-19
Sito web

MUSEE D’ORSAY
1, rue de la Légion d’Honneur
Apertura: chiuso il lunedì
Orari: 9.30-18, il giovedì 9.30-21.45
Sito web

MUSEE DE L’HISTOIRE DE LA MEDECINE
12, rue de l’Ecole de Médecine
Apertura: tutti i giorni tranne giovedì e domenica
Orari: 14-17.30
Sito web

GRANDE GALERIE DE L’EVOLUTION
36 rue Geoffroy Saint-Hilaire
Apertura: tutti i giorni tranne il martedì e il 1 maggio.
Orari: 10-18
Sito web

(Questo articolo è il secondo di una serie dedicata a Parigi. Gli altri due capitoli sono qui e qui.)

Il pianto

Si dice che l’uomo sia l’unico animale capace di piangere. Questo non è del tutto vero, perché anche altri vertebrati come scimpanzé, elefanti, orsi, cani, hanno un sistema lacrimale simile al nostro che serve a mantenere umida la superficie degli occhi. Si potrebbe dire allora che soltanto l’uomo ha sviluppato un pianto di tipo emotivo, ma sappiamo che anche i cuccioli di molti animali, se separati dalle madri, producono dei versi caratteristici e inconfondibili che in alcuni casi assomigliano proprio al pianto dei nostri bambini. Eppure una differenza notevole e curiosa fra noi e gli animali esiste, ed è la correlazione fra pianto e lacrime. Soltanto noi abbiamo sviluppato la peculiarità di lacrimare quando soffriamo emotivamente.

A cosa serve questa strana strategia evolutiva? Perché quando siamo sottoposti a un trauma o un motivo di stress, le lacrime compaiono ai nostri occhi?


Ogni vita comincia con un pianto: è il segnale che siamo arrivati al mondo, siamo qui, e abbiamo bisogno di aiuto. Vulnerabili in tutto, non abbiamo altro sistema per attirare l’attenzione sulle nostre necessità. Il pianto dei bambini è quindi soprattutto vocale, potente, ogni grido dura circa un secondo e segue il ritmo del ciclo respiratorio, con brevi pause per “tirare il fiato”; non sempre è accompagnato da lacrime.

Mano a mano che cresciamo, piangiamo sempre meno e anche il modo in cui lo facciamo cambia lentamente: si passa dalle grida rumorose ad un pianto più silenzioso, di cui l’elemento più notevole è la copiosa lacrimazione. Non ha perso la sua funzione di richiesta di aiuto, ma con la maturazione questo segnale diviene più visivo che sonoro; diventiamo, per così dire, più selettivi e possiamo “scegliere” da chi vogliamo farci vedere mentre piangiamo. Così, al di là della (relativa) capacità di inibire le lacrime o di decidere quando e dove piangeremo, il pianto adulto avviene nella maggior parte dei casi entro le mura domestiche, dove il segnale visivo raggiunge le persone con cui siamo più intimi. L’idea che la società impedisca agli adulti di piangere non è forse corretta: piuttosto le regole sociali restringono il campo d’azione, in modo che il pianto diventi un evento più “mirato”, ritualizzato e codificato – e quindi più efficace.

Ma il pianto è davvero soltanto un segnale sociale? Perché piangiamo anche da soli? E perché, dopo aver pianto, ci sentiamo meglio?

Gli studi condotti fino ad oggi evidenziano una forte possibilità che le lacrime abbiano una funzione curativa: infatti la concentrazione di NGF (nerve growth factor, la proteina scoperta da Rita Levi-Montalcini e che le ha valso il premio Nobel) presente nelle lacrime aumenta dopo una ferita alla cornea, suggerendo l’idea che l’NGF giochi un ruolo importante nella guarigione dell’occhio.

Alcuni scienziati hanno ipotizzato che le lacrime ad alta concentrazione di NGF possano quindi avere anche un effetto antidepressivo: piangere non servirebbe soltanto a segnalare agli altri  il proprio stato d’animo, dunque, ma addirittura a modularlo.

La strategia evolutiva alla base del pianto emotivo è, ovviamente, oggetto di pura speculazione: possiamo immaginare che le lacrime un tempo servissero soltanto all’auto-guarigione di ferite o malattie degli occhi. Con il tempo, però, la connessione fra le lacrime e un trauma agli occhi venne compreso e quando un membro di una tribù lacrimava ci si prendeva cura di lui, o comunque venivano inibiti comportamenti aggressivi nei suoi confronti; questo segnale primitivo può in seguito essere stato ritualizzato per divenire un segno di sofferenza fisica ed emotiva.

Questa lacrimazione emotiva è un’innovazione relativamente recente, e gli scienziati sono convinti di poter scoprire le tracce biologiche della sua genesi. L’NGF presente nelle lacrime potrebbe infatti avere una doppia funzione: da una parte, come già detto, essere un agente curativo e dall’altra, in quanto neurotrofina, giocare un ruolo centrale nella formazione dello stesso circuito neurologico necessario al pianto. Questo studio “a ritroso” delle tracce evolutive ha portato spesso a scoperte inattese, vaste e profonde. Le nostre lacrime racchiudono forse un nuovo segreto che ci aiuterà a comprendere meglio la straordinaria macchina che è il nostro corpo.

Bizzarro Bazar a New York – I

New York, Novembre 2011. È notte. Il vento gelido frusta le guance, s’intrufola fra i grattacieli e scende sulle strade in complicati vortici, senza che si possa prevedere da che parte arriverà la prossima sferzata. Anche le correnti d’aria sono folli ed esagerate, qui a Times Square, dove il tramonto non esiste, perché i maxischermi e le insegne brillanti degli spettacoli on-Broadway non lasciano posto alle ombre. Le basse temperature e il forte vento non fermano però il vostro esploratore del bizzarro, che con la scusa di una settimana nella Grande Mela, ha deciso di accompagnarvi alla scoperta di alcuni dei negozi e dei musei più stravaganti di New York.

Partiamo proprio da qui, da Times Square, dove un’insegna luminosa attira lo sguardo del curioso, promettendo meraviglie: si tratta del museo Ripley’s – Believe It Or Not!, una delle più celebri istituzioni mondiali del weird, che conta decine di sedi in tutto il mondo. Proudly freakin’ out families for 90 years! (“Spaventiamo le famiglie, orgogliosamente, da 90 anni”), declama uno dei cartelloni animati.

L’idea di base del Ripley’s sta proprio in quel “credici, oppure no”: si tratta di un museo interamente dedicato allo strano, al deviante, al macabro e all’incredibile. Ad ogni nuovo pezzo in esposizione sembra quasi che il museo ci sfidi a comprendere se sia tutto vero o se si tratti una bufala. Se volete sapere la risposta, beh, la maggior parte delle sorprendenti e incredibili storie raccontate durante la visita sono assolutamente vere. Scopriamo quindi le reali dimensioni dei nani e dei giganti più celebri, vediamo vitelli siamesi e giraffe albine impagliate, fotografie e storie di freak celebri.

Ma il tono ironico e fieramente “exploitation” di questa prima parte di museo lascia ben presto il posto ad una serie di reperti ben più seri e spettacolari; le sezioni antropologiche diventano via via più impressionanti, alternando vetrine con armi arcaiche a pezzi decisamente più macabri, come quelli che adornano le sale dedicate alle shrunken heads (le teste umane rimpicciolite dai cacciatori tribali del Sud America), o ai meravigliosi kapala tibetani.

Tutto ciò che può suscitare stupore trova posto nelle vetrine del museo: dalla maschera funeraria di Napoleone Bonaparte, alla pistola minuscola ma letale che si indossa come un anello, alle microsculture sulle punte di spillo.

Talvolta è la commistione di buffoneria carnevalesca e di inaspettata serietà a colpire lo spettatore. Ad esempio, in una pacchiana sala medievaleggiante, che propone alcuni strumenti di tortura in “azione” su ridicoli manichini, troviamo però una sedia elettrica d’epoca (vera? ricostruita?) e perfino una testa umana sezionata (questa indiscutibilmente vera). Il tutto per il giubilo dei bambini, che al Ripley’s accorrono a frotte, e per la perplessità dei genitori che, interdetti, non sanno più se hanno fatto davvero bene a portarsi dietro la prole.

Insomma, quello che resta maggiormente impresso del Ripley’s – Believe It Or Not è proprio questa furba commistione di ciarlataneria e scrupolo museale, che mira a confondere e strabiliare lo spettatore, lasciandolo frastornato e meravigliato.

Per tornare unpo’ con i piedi per terra, eccoci quindi a un museo più “serio” e “ufficiale”, ma di certo non più sobrio. Si tratta del celeberrimo American Museum of Natural History, uno dei musei di storia naturale più grandi del mondo – quello, per intenderci, in cui passava una notte movimentata Ben Stiller in una delle sue commedie di maggior successo.

Una giornata intera basta appena per visitare tutte le sale e per soffermarsi velocemente sulle varie sezioni scientifiche che meriterebbero ben più attenzione.

Oltre alle molte sale dedicate all’antropologia paleoamericana (ricostruzioni accurate degli utensili e dei costumi dei nativi, ecc.), il museo offre mostre stagionali in continuo rinnovo, una sala IMAX per la proiezione di filmati di interesse scientifico, un’impressionante sezione astronomica, diverse sale dedicate alla paleontologia e all’evoluzione dell’uomo, e infine la celebre sezione dedicata ai dinosauri (una delle più complete al mondo, amata alla follia dai bambini).

Ma forse i veri gioielli del museo sono due in particolare: il primo è costituito dall’ampio uso di splendidi diorami, in cui gli animali impagliati vengono inseriti all’interno di microambienti ricreati ad arte. Che si tratti di mammiferi africani, asiatici o americani, oppure ancora di animali marini, questi tableaux sono accurati fin nel minimo dettaglio per dare un’idea di spontanea vitalità, e da una vetrina all’altra ci si immerge in luoghi distanti, come se fossimo all’interno di un attimo raggelato, di fronte ad alcuni degli esemplari tassidermici più belli del mondo per precisione e naturalezza.

L’altra sezione davvero mozzafiato è quella dei minerali. Strano a dirsi, perché pensiamo ai minerali come materia fissa, inerte, e che poche emozioni può regalare – fatte salve le pietre preziose, che tanto piacciono alle signore e ai ladri cinematografici. Eppure, appena entriamo nelle immense sale dedicate alle pietre, si spalanca di fronte a noi un mondo pieno di forme e colori alieni. Non soltanto siamo stati testimoni, nel resto del museo, della spettacolare biodiversità delle diverse specie animali, o dei misteri del cosmo e delle galassie: ecco, qui, addirittura le pietre nascoste nelle pieghe della terra che calpestiamo sembrano fatte apposta per lasciarci a bocca aperta.

Teniamo a sottolineare che nessuna foto può rendere giustizia ai colori, ai riflessi e alle mille forme incredibili dei minerali esposti e catalogati nelle vetrine di questa sezione.

Alla fine della visita è normale sentirsi leggermente spossati: il Museo nel suo complesso non è certo una passeggiata rilassante, anzi, è una continua ginnastica della meraviglia, che richiede curiosità e attenzione per i dettagli. Eppure la sensazione che si ha, una volta usciti, è di aver soltanto graffiato la superficie: ogni aspetto di questo mondo nasconde, ora ne siamo certi, infinite sorprese.

(continua…)

Metà animale, metà pianta

Abbiamo già parlato dell’agnello vegetale, fantasioso ibrido di pianta e mammifero. Ma se l’agnello vegetale è una leggenda fantastica, la Elysia chlorotica è realtà.

Questo mollusco marino, studiato per vent’anni da Sidney Pierce, biologo all’Università della Florida del Sud a Tampa, ha lasciato molti scienziati di stucco: la sua evoluzione l’ha portato infatti ad “appropriarsi” di un procedimento di nutrizione finora riscontrato esclusivamente nelle piante – la fotosintesi clorofilliana.

Non soltanto questa specie di lumaca dei fondali marini riesce a trasformare la luce del sole in energia (cosa che soltanto le piante sono in grado di fare), ma sembra che assuma questa facoltà dalle alghe che ingerisce.

Originari delle paludi salate del New England e del Canada, questi animali si sono appropriati dei geni responsabili della produzione di clorofilla presenti nelle alghe che costituiscono la loro dieta, assieme ad alcune parti di cellule chiamate cloroplasti. I progenitori hanno quindi passato questo patrimonio genetico alle nuove generazioni, in modo che basta a un nuovo nato un unico pasto di alghe per rubare i cloroplasti ed acquisire così questi incredibili “superpoteri”.

Raccolte e tenute in un acquario per mesi, le lumachine sono in grado di sopravvivere senza cibo, finché una luce assicura loro il giusto apporto energetico. Così, in mare, possono sopportare lunghe “carestie” di alghe semplicemente cibandosi dei raggi del sole. Che l’evoluzione fosse creativa e sorprendente si sapeva. Ma un animale che produce clorofilla e si comporta da pianta supera di gran lunga le aspettative degli scienziati più fantasiosi.

Ecco un articolo (in inglese) sulle stupefacenti proprietà dell’elysia chlorotica.