Il Diavolo e i Sette Nani

Un pallido sole era appena sorto quella mattina, quando un soldato bussò alla porta dell’Angelo. Non avrebbe mai disturbato il suo sonno, se non fosse stato certo di portargli una scoperta davvero eccezionale. Udita la novità, l’Angelo si vestì in men che non si dica e si affrettò verso i cancelli, gli occhi brucianti di trepidazione.
Era il 19 maggio 1944, ad Auschwitz-Birkenau, e Josef Mengele stava per incontrare la più grande famiglia di nani di cui si avesse notizia.

Gli Ovitz erano originari di Rozavlea, un villaggio nel distretto di Maramureș in Transilvania (Romania). Il loro patriarca era il rabbi itinerante Shimson Eizik Ovitz, affetto da pseudoacondroplasia, una forma di nanismo; nell’arco di due matrimoni egli aveva avuto dieci figli, di cui sette affetti dalla sua stessa malattia genetica. Cinque di loro erano femmine, e due maschi.
Il nanismo impediva i lavori manuali e faticosi: come risolvere il paradosso di una famiglia così numerosa in cui la forza lavoro era però quasi inesistente? Gli Ovitz decisero di rimanere il più uniti possibile, e si dedicarono all’unica attività che avrebbe garantito una vita decorosa a tutti loro: lo spettacolo.

Fondarono quindi la “Lilliput Troupe”, uno show itinerante in cui si esibivano soltanto i sette fratelli e sorelle nani; gli altri membri della famiglia, di media statura, operavano dietro le quinte occupandosi della stesura degli sketch, dei costumi o lavorando come manager per ottenere nuovi ingaggi. Il loro show di due ore consisteva principalmente in numeri musicali, in cui la famiglia proponeva le hit del momento suonando strumenti costruiti su misura (piccole chitarre, viole, violini, fisarmoniche). Per quindici anni girarono con enorme successo tutta l’Europa centrale, unico spettacolo di soli nani nella storia dell’intrattenimento, finché l’ombra scura del Nazismo non li raggiunse.

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Gli Ovitz, sulla carta, erano destinati a morire. Innanzitutto perché erano ebrei osservanti; e in secondo luogo perché erano “malformati”, e secondo il programma di eutanasia chiamato Aktion T4 le loro erano “vite indegne di essere vissute” (Lebensunwertes Leben). All’epoca del loro arrivo ad Auschwitz, erano in dodici. Il più giovane era un bambino di 18 mesi.

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Josef Mengele, soprannominato l’Angelo della Morte (Todesengel), è rimasto una delle figure più tristemente celebri di quegli inimmaginabili anni di terrore. Nei racconti dei sopravvissuti, il suo personaggio è senza dubbio il più enigmatico e spiazzante: uomo colto e raffinato, doppia laurea in antropologia e medicina, affascinante come un divo di Hollywood, Mengele possedeva un secondo volto, fatto di violenza e crudeltà, capace di affiorare in maniera del tutto disinvolta. A quanto si racconta, poteva portare zucchero ai bambini nel campo nomadi, suonare il violino per loro e, poco dopo, iniettare nel loro cuore del cloroformio su un tavolo di laboratorio o compiere personalmente un’esecuzione di massa a colpi di pistola. In qualità di medico del campo, spesso iniziava la giornata stando sulla banchina e decidendo con un colpo d’occhio e un gesto della mano chi fra i nuovi deportati era destinato al campo o a essere eliminato nelle camere a gas.
Era nota la sua ossessione per i gemelli, che secondo le sue ricerche e quelle del suo mentore Otmar von Verschuer (sempre bene informato delle attività del suo pupillo), avrebbero racchiuso i segreti definitivi dell’eugenetica. Mengele condusse esperimenti umani di ineguagliato sadismo, infettando individui sani con varie malattie, eseguendo dissezioni a paziente vivo e senza anestesia, iniettando inchiostro negli occhi per provare a renderli più “ariani”, sperimentando veleni e bruciando i genitali delle sue cavie con l’acido. Mengele non era uno scienziato pazzo che operava di nascosto, come si era inizialmente creduto, ma era spalleggiato dall’élite della comunità scientifica tedesca: essi godevano sotto il III Reich di inusitata libertà, a patto che dimostrassero che le loro ricerche fossero relative alla costruzione di una razza superiore di combattenti – uno dei chiodi fissi di Hitler.

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“Ora ho lavoro per vent’anni”, esclamò Mengele. Appena vide la famiglia Ovitz, dispose immediatamente che venissero risparmiati e collocati in baracche privilegiate, in cui avrebbero ricevuto razioni di cibo più abbondanti e goduto di migliore igiene. Era particolarmente interessato al fatto che la famiglia comprendesse sia individui di media statura che affetti da nanismo, così ordinò che anche i membri “normali” fossero salvati dalle camere a gas. A quel punto, anche alcuni altri prigionieri dello stesso villaggio degli Ovitz dichiararono di essere loro parenti (e gli Ovitz si guardarono bene dal tradirli), e vennero spostati assieme a loro.

In cambio di una vita relativamente più agiata rispetto agli altri internati – non erano stati rasati a zero, né costretti ad abbandonare i propri vestiti – gli Ovitz vennero sottoposti a una serie di esperimenti. Mengele prelevava regolarmente ingenti campioni di sangue (anche dal piccolo di 18 mesi).

Resoconti scritti di medici deportati gettano ulteriore luce sulle infinite misurazioni e comparazioni antropologiche tra gli Ovitz e i loro vicini di casa, che Mengele aveva scambiato per appartenenti alla famiglia. I dottori prelevarono midollo osseo, estrassero denti sani, strapparono capelli e ciglia, e svolsero test psicologici e ginecologici su tutti loro.
Le quattro donne nane sposate furono sottoposte ad attento scrutinio ginecologico. Le ragazze minorenni del gruppo erano terrificate dalla fase successiva dell’esperimento: temevano che Mengele le accoppiasse con i maschi nani e trasformasse i loro uteri in veri e propri laboratori, per vedere quale progenie ne sarebbe risultata. Si sapeva che Mengele l’aveva già fatto con altri soggetti sperimentali.

(Koren & Negev, The dwarfs of Auschwitz)

In tutto questo, l’Angelo bianco manteneva un rapporto volutamente ambiguo con la famiglia, in continuo equilibrio fra la spietata crudeltà e l’inaspettata gentilezza. D’altronde, se aveva raccolto centinaia di gemelli e poteva permettersi di sacrificarli quando voleva (si racconta di sette coppie di gemelli uccisi in una sola notte), aveva soltanto una famiglia di nani.
Eppure gli Ovitz non coltivavano finte speranze: erano consci che, nonostante i privilegi, sarebbero morti lì.

Invece vissero abbastanza a lungo da vedere la liberazione di Auschwitz il 27 gennaio 1945. Camminarono per ben sette mesi per tornare al loro villaggio, ma trovarono la loro casa completamente saccheggiata; quattro anni più tardi emigrarono in Israele, e ricominciarono i loro spettacoli fino a quando non si ritirarono dalle scene nel 1955.

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Mengele, com’è noto, scappò in Sudamerica sotto falso nome e nei suoi oltre trent’anni da fuggitivo la sua leggenda crebbe a dismisura, amplificandone le già terribili gesta fino a identificarlo con una sorta di demonio che gettava  bambini vivi nel forno e uccideva per semplice divertimento. Diversi resoconti ne restituiscono una versione meno esagerata e colorita, ma non per questo meno inquietante: gli esperimenti umani condotti a Birkenau (e, nello stesso periodo, in Cina all’interno della famigerata Unità 731) sono fra gli esempi più agghiaccianti di una ricerca scientifica che si stacca completamente dalla questione etica.

L’ultima appartenente alla famiglia, Perla Ovitz, si spense nel 2001. Fino alla fine continuò a raccontare la storia della sua famiglia, racchiudendo in una sola frase tutta l’impotenza e la dolorosa assurdità di una simile vicenda, impossibile da spiegare a se stessa e al mondo: “mi sono salvata per grazia del diavolo“.

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Per approfondire:

Un estratto video dal documentario The Seven Dwarfs of Auschwitz (acquistabile e scaricabile qui) , in cui è presente anche uno stralcio del racconto di Perla Ovitz.
Giants: The Dwarfs of Auschwitz (Koren&Negev, 2013) è la principale ricerca sulla famiglia Ovitz, basata sulla testimonianza di Perla Ovitz e decine di altri superstiti.
Children of the Flames: Dr. Josef Mengele and the Untold Story of the Twins of Auschwitz (Lagnado e Dekel, 1992) racconta degli esperimenti di Mengele sui gemelli, con interviste a innumerevoli sopravvissuti.
– Il video in cui il figlio di Mengele, Rolf, racconta del suo incontro con il padre – che non aveva mai conosciuto e che viveva in incognito in Brasile.
La verità su Cândido Godói, paesino del Brasile con un’inaspettata incidenza di parti gemellari, in cui negli anni ’60 si aggirava uno strano medico tedesco: Mengele ha continuato i suoi esperimenti in Sud America?

Laboratorio di crocifissione

Vedo lì vicino delle croci, non di un solo tipo,
ma costruite da chi in un modo da chi in un altro:
alcuni li levarono in alto rivolti con la testa verso la terra,
ad altri infilano un palo per il retto,
alcuni allungano le braccia sul patibolo;
vedo i cavalletti, vedo le percosse
e vedo macchine specifiche per ogni membro:
ma vedo anche la morte.
(Seneca, Consolatio ad Marciam)

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La Pasqua è ormai alle porte, e come ogni anno il Venerdì Santo i fedeli rievocheranno la Passione di Gesù, crocifisso al legno del Golgota. Ma siamo davvero sicuri che la raffigurazione classica del Cristo sulla croce sia realistica? Dopotutto, anche nelle infinite variazioni della scena del supplizio che la storia dell’arte ci ha proposto per lunghi secoli, sembra esserci sempre qualche discrepanza: talvolta il Redentore viene mostrato con i chiodi infissi nelle mani e nei piedi, altre volte i chiodi trapassano i suoi polsi. La confusione viene da lontano, dalle prime, approssimative, traduzioni del Vangelo di Giovanni in cui si fraintendeva il termine greco “arto” con “mano“.

Ma qual era la prassi reale della crocifissione? E di cosa moriva esattamente il condannato?
Sia gli storici che gli scienziati hanno provato a rispondere a queste domande.

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Le fonti coeve ci fanno supporre che il termine “crocifissione” in latino e greco si riferisse in realtà a diversi metodi di esecuzione capitale, dall’impalamento fino alla messa alle corde su un semplice albero, e molto probabilmente le tecniche variavano a seconda del tempo e del luogo.
L’unica certezza è che si trattava della pena più umiliante, lunga e dolorosa prevista dal sistema giudiziario dell’epoca (perlomeno nel bacino del Mediterraneo). Cicerone stesso lo definisce “il supplizio più crudele e più tetro“: le pene del condannato, appeso nudo ed esposto al pubblico ludibrio, venivano prolungate il più possibile mediante bevande drogate (mirra e vino) o miscele d’acqua e aceto che avevano lo scopo di dissetare, tamponare le emorragie, far riprendere i sensi e via dicendo.
Soltanto in rari casi si ricorreva all’accelerazione della morte. Questo avveniva per motivi d’ordine pubblico, per interventi di amici e parenti del condannato, o per specifiche usanze locali: i due metodi più usati per porre fine alle sofferenze del crocifisso erano il colpo di lancia al cuore, che secondo la tradizione venne usato anche per Gesù, e il cosiddetto crucifragium, che consisteva nello spezzare le gambe con dei martelli o dei bastoni, privando così di ogni appoggio il condannato, che soffocava a causa dell’iperestensione della cassa toracica.

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Le croci usate dai Romani per le pene giudiziarie all’epoca di Gesù erano di tre tipi: la crux decussata, o croce di Sant’Andrea, era formata da due pali fissati a forma di X; la crux commissa, con i pali disposti a T; e infine c’era la crux immissa, quella più celebre, in cui la trave orizzontale (patibulum) veniva posta a due terzi dell’altezza di quella verticale (stipes). Quest’ultimo assetto permetteva di affiggere sul prolungamento sopra al capo del condannato il cosiddetto titulus, un cartello recante le generalità dell’accusato, la condanna e la sentenza.

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Altro dettaglio piuttosto certo è la presenza di un sostegno a metà dello stipes, chiamato in latino sedile, che offriva al condannato un punto d’appoggio, per sostenere il peso del corpo senza crollare a terra, impedendogli così di morire troppo in fretta. Da sedile deriverebbe l’espressione “sedere sulla croce”. Più controverso l’utilizzo del suppedaneum, il supporto su cui forse poggiavano ed erano inchiodati i piedi, spesso raffigurato nei dipinti della crocifissione ma di cui non si fa alcun accenno nei manoscritti antichi.

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Nonostante le informazioni pervenuteci sulla croce in sé siano piuttosto dettagliate, l’effettiva tecnica di fissaggio rimase dibattuta per molto tempo. L’unico scheletro mai ritrovato di un condannato alla crocifissione (scoperto nel 1968 nei dintorni di Gerusalemme) aveva le gambe fratturate, e un chiodo ancora piantato sull’esterno della caviglia, il che fa supporre che i piedi fossero stati fissati ai lati della croce. Ma questo non risolve i molti dubbi che per secoli attanagliarono teologi e fedeli.
Dove venivano piantati esattamente i chiodi? Nelle mani o nei polsi? I piedi erano inchiodati davanti o sui lati dello stipes? Le gambe si flettevano al ginocchio o rimanevano dritte?

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Può sembrare strano, ma anche in ambito scientifico la questione venne dibattuta a lungo, soprattutto verso la fine del XIX secolo. I ricercatori medici potevano contare su un approvvigionamento costante di cadaveri, e di braccia e gambe amputate, per vagliare le diverse ipotesi.

La teoria che vedeva i chiodi inseriti nel polso, esattamente fra carpo e radio, aveva il vantaggio che con una simile tecnica sarebbero probabilmente stati parzialmente recisi nervo mediano e flessore lungo del pollice, ma senza toccare le arterie e senza fratturare le ossa.
Dall’altra parte, l’idea che il Redentore fosse stato crocifisso per i polsi era considerata, se non proprio eretica, perlomeno azzardata da una parte degli scienziati cristiani: certo, significava smentire la maggioranza delle raffigurazioni classiche, ma in realtà c’era molto di più in ballo. Il vero problema teologico erano le stigmate.
Se Gesù fosse stato inchiodato ai polsi, come si spiegavano le ferite che invariabilmente apparivano sui palmi delle persone in odore di santità? Forse che proprio Nostro Signore (che inviava le stigmate come penitenza, ma anche come dimostrazione di beatitudine) non sapeva bene dove erano passati i chiodi? Accettare la teoria dei polsi significava ammettere che gli stigmatizzati erano stati più o meno inconsciamente influenzati da un’iconografia errata, e che quindi l’origine delle piaghe era tutt’altro che ultraterrena…

Per rintuzzare queste supposizioni ignominiose, intorno al 1900, Marie Louis Adolphe Donnadieu, professore alla facoltà cattolica di Scienze di Lione, decise di sperimentare una volta per tutte una vera crocifissione. Inchiodò un cadavere a un asse di legno, e addirittura per una sola mano.

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La crudele fotografia del morto appeso per il braccio, pubblicata nel suo Le Saint Suaire de Turin devant la Science (1904), secondo il professore dimostrava senza ombra di dubbio che le mani di Gesù sarebbero state in grado di sostenere il suo corpo sulla croce. Gli altri scienziati avrebbero dovuto rimangiarsi le loro teorie una volta per tutte; l’unico rimpianto di Donnadieu non era di ordine morale, ma relativo al fatto che “la luce nella foto non offriva le migliori condizioni estetiche“.

Peccato però che la sua drammatica dimostrazione non mise affatto a tacere gli oppositori, nemmeno fra le fila dei cattolici. Trent’anni più tardi il dottor Pierre Barbet, primo chirurgo all’Ospedale Saint Joseph di Parigi, nel suo testo La passion de Jésus Christ selon le chirurgien (1936), criticava l’esperimento di Donnadieu: “la foto mostra un corpo patetico, piccolo, ossuto ed emaciato. […] Il cadavere che io ho crocifisso, invece […] era assolutamente fresco e in carne“. Sì, perché anche Barbet si era messo ad inchiodare cadaveri, ma in maniera molto più seria e programmatica di Donnadieu.

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La meticolosa ricerca di Pierre Barbet lo pone senza dubbio fra i pionieri (pochi, a voler essere pignoli) degli studi medici sulla Crocifissione, in particolare riguardo anche alle ferite riportate sulla Sacra Sindone. Le ipotesi a cui arriva Barbet sono che l’uomo raffigurato nella Sindone sia stato inchiodato attraverso i polsi e non sui palmi; che la mancanza del pollice nell’impronta della Sindone sia dovuta alla recisione del nervo mediano al passare del chiodo; che l’uomo della Sindone morì di asfissia, una volta che le gambe e le braccia non furono più in grado di sostenerlo.

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Quest’ultima teoria, rimasta quella più accreditata per molti decenni, venne smentita dall’ultimo grande esperto di crocifissione, il famoso patologo e antropologo forense americano Frederick Zugibe. I suoi studi principali si svolsero fra la fine degli anni ’90 e l’inizio di questo secolo, e non avendo a disposizione salme da inchiodare nel suo garage (come potete certo immaginare, la moda di crocifiggere cadaveri per indagare simili questioni era decisamente tramontata) Zugibe portò avanti le ricerche grazie a un’équipe di volontari. Volontari che, detto per inciso, furono più facili da trovare del previsto, dato che i membri di una congregazione cristiana vicino a casa sua facevano la fila per interpretare il ruolo del Salvatore.
Zubige costruì una croce artigianale su cui legava le sue cavie, misurandone costantemente le funzioni corporee, la pressione, il battito, la respirazione, eccetera. La sua conclusione è che Gesù non sarebbe morto di asfissia, ma a causa di shock traumatico e ipovolemia.

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Per completare il quadro, altri studiosi hanno indicato diverse possibili cause di morte in una persona crocifissa: infarto, acidosi, aritmia, embolia polmonare, ma anche infezioni, disidratazione, ferite inferte da animali, o una combinazione di questi fattori. Quale che fosse la causa finale, era chiaro che c’era soltanto un modo di scendere dalla croce.

Riguardo i famigerati chiodi e il loro punto di entrata, Zugibe era convinto che la parte più alta del palmo fosse perfettamente in grado di sostenere il peso del corpo, senza causare fratture ossee. Dimostrò più volte il suo teorema, durante alcune dissezioni in laboratorio.

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Dopodiché, molti decenni più tardi, “un incredibile e inatteso evento di significato monumentale si è svolto nell’ufficio del coroner, che conferma l’esistenza di questo percorso [all’interno della mano]. Una giovane donna era stata brutalmente pugnalata su tutto il corpo. Trovai una ferita da difesa nella sua mano, poiché aveva alzato la mano nel tentativo di proteggere il volto dalla feroce aggressione. L’esame di questa ferita sulla mano rivelò che […] la lama era passata attraverso l’area “Z” e la punta era uscita sul retro del polso esattamente come si vede nella Sindone. Una radiografia dell’area mostrò l’assenza di qualsiasi frattura!“.

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Che un medico legale si ecciti fino a usare il punto esclamativo, di fronte a un’autopsia per omicidio, pensando alle correlazioni fra una pugnalata, la Sindone di Torino e la crocifissione di Gesù Cristo… be’, non deve stupire troppo. In fin dei conti sono in gioco duemila anni di immaginario religioso.

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La riedizione inglese del testo di Pierre Barbet è A Doctor at Calvary. Le conclusioni di Zubige sono riassunte nel suo saggio Pierre Barbet Revisited, consultabile online.