Bizarro Fiction: la narrativa più weird del mondo

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Immaginate che John Waters suggerisca delle battute a Franz Kafka per il suo nuovo romanzo. Immaginate che Lewis Carroll si dedichi di punto in bianco alle droghe e alla pornografia. Immaginate i Monty Python che sceneggiano un film di David Lynch.

Forse non avete mai sentito parlare di Bizarro Fiction, ma in poche parole si può riassumere così: prendete la narrativa più assurda, folle, surreale che vi venga in mente, ed elevatela al cubo. Il Bizarro è stato anche definito “l’equivalente letterario della sezione film cult del videonoleggio”. I testi appartenenti a questo genere sono fantasiosi, spesso piuttosto pulp nei toni e negli intenti, talvolta avant-garde, talaltra sciocchi e infantili, ma comunque sempre divertenti.

Ma cosa ci sarà mai di tanto weird in questi racconti e romanzi? Basta scorrere qualche trama per rendersene conto.

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Shatnerquake, di Jeff Burk: tutti i personaggi interpretati dall’attore William Shatner (celebre nei panni del Capitano Kirk) nella sua lunga carriera, riescono ad entrare nella nostra realtà con il solo intento di uccidere il vero William Shatner.
The Haunted Vagina, di Carlton Mellick III: un uomo scopre che la vagina della sua fidanzata non solo è infestata da strane voci, ma è in realtà un vero e proprio portale verso un mondo popolato di scheletri ed altre stane creature.
The Emerald Burrito of Oz di John Skipp e Marc Levinthal: il magico mondo di Oz e il nostro vengono in contatto; la Strega Buona diventa Presidente e i munchkin finiscono a lavorare come camerieri nei fastfood.
Sex and Death in Television Town di Carlton Mellick III: una banda di pistoleri ermafroditi (“inclusa una donna samurai ninfomane modificata per sembrare uno stegosauro bipede, recita la sinossi) sopravvive a un deserto infestato da demoni per arrivare in una città i cui abitanti hanno televisori al posto della testa.

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Quando dicevamo di elevare al cubo la storia più folle che conoscete non stavamo usando un eufemismo: una delle “regole” che gli autori di Bizarro Fiction si sono autoimposti è che non basta un solo elemento weird nella trama, ce ne vogliono almeno tre per qualificare l’opera come Bizarro. E non soltanto: date le premesse surreali, la trama deve comunque avere un senso compiuto. Le stranezze, cioè, non possono essere fine a se stesse ma devono risultare integrali ed essenziali alla storia raccontata – eventi assurdi, sì, ma che alla fine della lettura “tornino” almeno un po’.

Questo genere fa leva sul gusto per il weird e il pulp, e si propone di confezionare dei testi il più possibile sorprendenti e demenziali, pervasi da un giocoso rigore. Si tratta di letteratura che rifugge dai toni alti; eppure vive di questa strana ambivalenza, l’essere cioè un genere di consumo e allo stesso tempo votato alla meraviglia più radicale e “scorretta”. Ma, almeno a sentire Carlton Mellick III, figura di spicco del movimento, lo scopo principale è sempre quello di farsi qualche sana risata.

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Marco Carrara, il “Duca di Baionette”, è il curatore del sito Baionette Librarie ed ha avuto la coraggiosa idea di portare in Italia la Bizarro Fiction all’interno della collana Vaporteppa (Antonio Tombolini Editore). Il suo lavoro di direttore editoriale, come quello dei suoi collaboratori, è puro frutto della passione – tanto che perfino i traduttori sono retribuiti in percentuale sulle vendite. Vaporteppa ha già pubblicato quattro opere in versione eBook, e diverse altre sono in lavorazione; ma l’idea del Duca è quella di riuscire a coltivare una nuova generazione di autori interessati a creare opere originali italiane nello spirito della Bizarro Fiction e del New Weird. “Siamo i primi in Italia a portare seriamente la Bizarro Fiction… e siamo convinti che ci sia pubblico (e le vendite di questi mesi ci incoraggiano a pensarlo) e che abbia solo bisogno di sapere che la Bizarro Fiction esiste.”

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Riguardo questa misconosciuta corrente letteraria, abbiamo avuto una lunga e approfondita discussione con il Duca; un po’ troppo lunga, a dir la verità, per il format di questo blog. Essendo però a nostro avviso una conversazione di estremo interesse (e non solo per chi abbia voglia di approfondire questo nuovo genere di narrativa, viste le molte digressioni di teoria narratologica), la riportiamo integralmente in PDF a questo link:

BIZARRO FICTION – Intervista a Marco Carrara

L’introduzione alla Bizarro Fiction di Chiara Gamberetta, citata più volte all’interno dell’intervista, è consultabile a questo indirizzo.
Sul sito di Vaporteppa potete trovare le prime opere tradotte e pubblicate.

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R.I.P. HR Giger

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Si è spento ieri il grande H. R. Giger, in seguito alle ferite riportate durante una caduta nella sua casa di Zurigo. Aveva 74 anni.

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Giger aveva cominciato la sua carriera negli anni ’70, e verso la metà del decennio venne reclutato da Alejandro Jodorowsky come designer e scenografo per l’adattamento cinematografico di Dune: il progetto purtroppo non vide mai la luce, ma Giger, ormai fattosi notare ad Hollywood, fu scelto per disegnare i set e il look della creatura di Alien (1979). L’Oscar vinto grazie al film di Ridley Scott gli diede fama internazionale.

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Da quel momento, stabilitosi a Zurigo in pianta stabile, Giger continuò a dipingere, scolpire e progettare arredamenti d’interni e oggetti di design; i suoi quadri comparvero sulle copertine di diversi album musicali; nel 1998 aprì i battenti il Museum H. R. Giger, nel castello di St. Germain a Gruyères.

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I suoi inconfondibili e surreali dipinti, realizzati all’aerografo, aprono una finestra su un futuro oscuro e distopico: panorami plumbei, in cui l’organico e il meccanico si fondono e si confondono, dando vita ad enormi ed enigmatici amplessi di carne e metallo. Se l’idea dell’ibridazione fisica fra l’uomo e la macchina risulta oggi forse un po’  datata, l’elemento ancora disturbante dei dipinti di Giger è proprio questa sensualità morbosa e perversa, una sorta di sessualità post-umana e post-apocalittica.

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La sua opera, al tempo stesso viscerale ed elegante, è capace di mescolare desiderio e orrore, tragicità e mistero. La sfrenata fantasia di H. R. Giger, e le sue visioni infernali e aliene, hanno influenzato l’immaginario di un’intera generazione: dallo sviluppo dell’estetica cyberpunk ai design ultramoderni, dalla musica rock ai film horror e sci-fi, dal mondo dei tattoo all’alta moda.

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Ecco il link all’ HR Giger Museum.

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Ivanov e lo Scimpanzuomo

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Nell’Isola del Dr. Moreau, di H.G. Wells, il folle scienziato che dà il titolo al romanzo insegue il progetto di abbattere le barriere fra gli esseri umani e gli animali; con gli strumenti della vivisezione e dei trapianti, vuole sconfiggere gli istinti bestiali e trasformare tutte le belve feroci in innocui servitori dell’umanità. Certo, detto così il piano a lungo termine sembra piuttosto nebuloso, e capiamo che in realtà è la vertigine della ricerca a muovere e motivare l’allucinato Dottore:

Io mi ponevo una domanda, studiavo i metodi per ottenere una risposta e trovavo invece una nuova domanda. Era mai possibile? Voi non potete immaginare quanto ciò sia di sprone ad un ricercatore della verità e quale passione intellettuale nasca in lui. Voi non potete immaginare gli strani e indescrivibili diletti di tali smanie intellettuali.
La cosa che sta qui davanti a voi non è più un animale, una creatura, ma un problema. […] Quello che io volevo, la sola cosa che io volessi, era trovare il limite estremo della plasticità delle forme viventi.

Gli esperimenti di Moreau non hanno, nel romanzo, un lieto fine. Ma sarebbe possibile, almeno in via teorica, l’ibridazione fra l’uomo e le altre specie animali?

Fino a poco tempo fa, si credeva che i rapporti sessuali interspecifici fossero poco diffusi in natura: alcune recenti ricerche, però, sembrerebbero indicare nell’ibridazione un fattore più significativo di quanto sospettato per l’evoluzione delle specie.
Questo accade fra piccoli insetti, quando ad esempio nasce una “nuova” farfalla, risultato dell’incrocio di specie differenti, che mostra colorazioni impercettibilmente modificate rispetto ai genitori; ma ovviamente, per animali di stazza maggiore le cose sono più complicate. Se escludiamo i rari episodi di “stupro” dei rinoceronti da parte degli elefanti, o gli incroci fra grizzly e orsi polari, nei mammiferi gli accoppiamenti fra specie diverse sono stati osservati quasi esclusivamente in cattività (anche se questo non significa che non esistano in natura comportamenti sessualmente opportunistici). E in cattività, infatti, hanno visto la luce tutti quegli ibridi dai nomi bislacchi e un po’ ridicoli, che ricordano un fantasioso libro per bambini: il ligre, il tigone, il leopone, il zebrallo, e via dicendo (al riguardo, Wiki ospita una breve lista).

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Questi animali ibridi, creati o meno dall’uomo, sterili o fertili, esistono soltanto in virtù della vicinanza e compatibilità di codice genetico fra i genitori. Il mulo nasce perché cavalla e asino hanno un patrimonio cromosomico similare fra di loro, e la cosa interessante è che la differenza nel numero dei cromosomi non sembra costituire una barriera, una volta che i geni si “assomigliano” abbastanza.

Se ci guardassimo attorno con l’occhio famelico del Dr. Moreau, alla ricerca del candidato ideale da ibridare con l’essere umano, gli animali su cui il nostro sguardo si poserebbe immediatamente sarebbero i cugini primati. Gli scimpanzé, per esempio, condividono con noi il 99,4% del patrimonio genetico, tanto che c’è chi discute sull’opportunità o meno di farli rientrare nella categoria tassonomica dell’Homo. Quindi, se proprio volessimo cominciare gli esperimenti, sarebbe necessario partire dalle scimmie.

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Alla stessa conclusione, anche se a quel tempo ancora non si parlava di DNA o cromosomi, era arrivato il dottor Il’ja Ivanovič Ivanov. Biologo, ricercatore, professore ordinario dell’Università di Kharkov, Ivanov era un’autorità nel campo dell’inseminazione artificiale. All’inizio degli anni ’20 aveva dimostrato come si poteva far accoppiare un singolo stallone con 500 cavalle, portando la tecnica della riproduzione “assistita” a livelli stupefacenti per l’epoca.

Ivanov conduceva contemporaneamente altri tipi di sperimentazioni: era interessato all’idea dell’ibridazione, e fu tra i primi ad incrociare con successo ratti e topi, cavie e conigli, zebre ed asini, bisonti e mucche, e molti altri animali. La genetica muoveva allora i suoi primi passi, ma già prometteva bene, tanto che anche i vertici del PCUS si erano mostrati interessati alla creazione di nuove specie domestiche. A quanto ci racconta lo storico Kirill O. Rossianov, però, Ivanov voleva spingere i suoi esperimenti ancora oltre – desiderava essere il primo scienziato della Storia a creare, mediante inseminazione artificiale, un ibrido uomo-scimmia.

Muovendosi con circospezione, un po’ per conoscenze private e un po’ attraverso richieste ufficiali, Ivanov era riuscito a farsi accordare dall’Istituto Pasteur di Parigi il permesso di utilizzare per i suoi esperimenti la stazione primatologica di Kindia, nella Guinea Francese. Dopo circa un anno di corteggiamento dei vari burocrati del governo sovietico, nel 1925 finalmente lo scienziato riuscì a far stanziare un finanziamento alla sua ricerca da parte dell’Accademia delle Scienze dell’URSS per l’equivalente di 10.000$. Così, a marzo dell’anno successivo, Ivanov partì speranzoso per la Guinea.

Ma le cose andarono male fin dall’inizio: appena arrivato, comprese subito che il laboratorio di primatologia non ospitava alcuno scimpanzé sessualmente maturo. Non fu prima del febbraio dell’anno successivo che Ivanov riuscì a procedere con i primi tentativi di inseminazione artificiale: assistito da suo figlio, Ivanov inserì dello sperma umano nell’utero di due esemplari di scimpanzé e nel giugno del 1927 inoculò lo sperma in una terza femmina della colonia. Di chi fosse il seme umano non è dato sapere, l’unica cosa certa è che non era né di Ivanov né di suo figlio. Nessuno dei tre tentativi di inseminazione andò a buon fine, e Ivanov ripartì, probabilmente amareggiato, portandosi a Parigi tutte le scimmie che poteva (tredici esemplari).

Mentre era in Guinea, Ivanov aveva anche cercato di trovare delle volontarie umane disposte a farsi inseminare da sperma di scimmia – anche qui, stranamente, senza alcuna fortuna.
Tornato in Russia, però, non si diede per vinto e nel 1929, sempre spalleggiato dall’Accademia, ricominciò a pianificare i suoi esperimenti, riuscendo addirittura a costituire una commissione apposita con il sostegno della Società dei Biologi Materialisti. Avrebbe avuto bisogno di cinque volontarie donne: fece in tempo a reclutarne soltanto una, disposta – nel caso l’esperimento fosse andato a buon fine – a concepire un figlio metà uomo e metà scimmia. Proprio in quel momento arrivò da Parigi una terribile notizia: l’ultimo esemplare maschio fra quelli riportati in Europa dalla Guinea, un orango, era morto. Prima di poter mettere le mani su un nuovo gruppo di scimmie, avrebbe dovuto aspettare almeno un altro anno.

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Nel frattempo, però, il vento era cambiato all’interno dell’Accademia: i finanziamenti vennero revocati, Ivanov fu criticato per il suo operato e in men che non si dica, nel 1930, venne epurato dal regime stalinista. Esiliato in Kazakistan, vi morì dopo due anni.

Come dimostra la storia di Ivanov, meno di un secolo fa la barriera per questo tipo di ricerche era l’acerbo sviluppo della tecnologia; oggi, ovviamente, il principale ostacolo sarebbe di stampo etico. E così  per il momento lo “scimpanzuomo“, com’è stato battezzato, rimane ancora un’ipotesi fantascientifica.

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James G. Ballard

Oggi è l’anniversario della nascita di uno degli ultimi giganti della fantascienza, James Ballard, spentosi nel 2009 all’età di 79 anni. Non soltanto autore di fantascienza, in realtà, perché Ballard la fantascienza l’ha sempre usata come pretesto, l’ha rivoltata come un calzino e l’ha piegata a suo piacimento. Non era interessato alla scoperta di mondi e galassie distanti, ma allo spazio interiore, alle supernove mentali e ai buchi neri dell’animo umano. Esploratore dissacrante dei miti dell’immaginario moderno, Ballard ne ha saputo sottolineare gli aspetti psicopatologici in epoche ancora non sospette. Dopo di lui non guarderemo mai più allo stesso modo un raccordo autostradale, una chirurgia estetica, l’omicidio Kennedy, un incidente d’auto, un centro balneare fuori stagione…

In ricordo, riportiamo qui un suo pezzo celeberrimo.

Ciò in cui credo, di James G. Ballard  

Credo nel potere che ha l’immaginazione di plasmare il mondo, di liberare la verità dentro di noi, di cacciare la notte, di trascendere la morte, di incantare le autostrade, di propiziarci gli uccelli, di assicurarsi la fiducia dei folli.

Credo nelle mie ossessioni, nella bellezza degli scontri d’auto, nella pace delle foreste sommerse, negli orgasmi delle spiagge deserte, nell’eleganza dei cimiteri di automobili, nel mistero dei parcheggi multipiano, nella poesia degli hotel abbandonati.

Credo nelle rampe in disuso di Wake Island, che puntano verso il Pacifico della nostra immaginazione.

Credo nel fascino misterioso di Margaret Thatcher, nella curva delle sue narici e nella lucentezza del suo labbro inferiore; nella malinconia dei coscritti argentini feriti; nei sorrisi tormentati del personale delle stazioni di rifornimento; nel mio sogno che Margaret Thatcher sia accarezzata da un giovane soldato argentino in un motel dimenticato, sorvegliato da un benzinaio tubercolotico.

Credo nella bellezza di tutte le donne, nella perfidia della loro immaginazione che mi sfiora il cuore; nell’unione dei loro corpi disillusi con le illusorie sbarre cromate dei banconi dei supermarket; nella loro calda tolleranza per le mie perversioni.

Credo nella morte del domani, nell’esaurirsi del tempo, nella nostra ricerca di un tempo nuovo, nei sorrisi di cameriere di autostrada e negli occhi stanchi dei controllori di volo in aeroporti fuori stagione.

Credo negli organi genitali degli uomini e delle donne importanti, nelle posture di Ronald Reagan, di Margaret Thatcher e della principessa Diana, negli odori dolciastri emessi dalle loro labbra mentre fissano le telecamere di tutto il mondo.

Credo nella pazzia, nella verità dell’inesplicabile, nel buon senso delle pietre, nella follia dei fiori, nel morbo conservato per la razza umana dagli astronauti di Apollo.

Credo nel nulla. Credo in Max Ernst, Delvaux, Dalì, Tiziano, Goya, Leonardo, Vermeer, De Chirico, Magritte, Redon, Dürer, Tanguy, Facteur Cheval, torri di Watts, Böcklin, Francis Bacon e in tutti gli artisti invisibili rinchiusi nei manicomi del pianeta.

Credo nell’impossibilità dell’esistenza, nell’umorismo delle montagne, nell’assurdità dell’elettromagnetismo, nella farsa della geometria, nella crudeltà dell’aritmetica, negli intenti omicidi della logica.

Credo nelle donne adolescenti, nel potere di corruzione della postura delle loro gambe, nella purezza dei loro corpi scompigliati, nelle tracce delle loro pudenda lasciate nei bagni di motel malandati.

Credo nei voli, nell’eleganza dell’ala e nella bellezza di ogni cosa che abbia mai volato, nella pietra lanciata da un bambino che porta via con sé la saggezza di statisti e ostetriche.

Credo nella gentilezza del bisturi, nella geometria senza limiti dello schermo cinematografico, nell’universo nascosto nei supermarket, nella solitudine del sole, nella loquacità dei pianeti, nella nostra ripetitività, nell’inesistenza dell’universo e nella noia dell’atomo.

Credo nella luce emessa dai videoregistratori nelle vetrine dei grandi magazzini, nell’intuito messianico delle griglie del radiatore delle automobili esposte, nell’eleganza delle macchie d’olio sulle gondole dei 747 parcheggiati sulle piste catramate dell’aeroporto.

Credo nella non-esistenza del passato, nella morte del futuro e nelle infinite possibilità del presente.

Credo nello sconvolgimento dei sensi in Rimbaud, William Burroughs, Huysmans, Genet, Celine, Swift, Defoe, Carroll, Coleridge, Kafka.

Credo nei progettisti delle piramidi, dell’Empire State Building, del Führerbunker di Berlino, delle rampe di lancio di Wake Island.

Credo negli odori corporali della principessa Diana.

Credo nei prossimi cinque minuti. Credo nella storia dei miei piedi.

Credo nell’emicrania, nella noia dei pomeriggi, nella paura dei calendari, nella perfidia degli orologi.

Credo nell’ansia, nella psicosi, nella disperazione.Credo nelle perversioni, nelle infatuazioni per alberi, principesse, primi ministri, stazioni di rifornimento in disuso (più belle del Taj Mahal), nuvole e uccelli.

Credo nella morte delle emozioni e nel trionfo dell’immaginazione.

Credo in Tokyo, Benidorm, La Grande Motte, Wake Island, Eniwetok, Dealey Plaza.

Credo nell’alcolismo, nelle malattie veneree, nella febbre e nell’esaurimento.

Credo nel dolore.

Credo nella disperazione. Credo in tutti i bambini.

Credo nelle mappe, nei diagrammi, nei codici, negli scacchi, nei puzzle, negli orari aerei, nelle segnalazioni d’aeroporto.

Credo a tutti i pretesti.

Credo a tutte le ragioni.

Credo a tutte le allucinazioni. Credo a tutta la rabbia.

Credo a tutte le mitologie, ricordi, bugie, fantasie, evasioni.

Credo nel mistero e nella malinconia di una mano, nella gentilezza degli alberi, nella saggezza della luce.

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La biblioteca delle meraviglie IV

Paolo Albani e Paolo Della Bella

FORSE QUENEAU – ENCICLOPEDIA DELLE SCIENZE ANOMALE

(1999, Zanichelli)

Raymond Queneau (l’autore di Esercizi di stile, I fiori blu e Zazie nel metrò, per intenderci) aveva in progetto di compilare una “Enciclopedia delle scienze inesatte”; la ricerca avrebbe dovuto essere inclusa nei suoi studi sui fous littéraires, cioè quegli autori che non seguono strade battute e “integrate” nella società in cui vivono. Partendo da questa idea, Albani e Della Bella realizzano quello che è a tutt’oggi il più completo e indispensabile compendio enciclopedico sulle scienze anomale. Indispensabile, perché ci permette di curiosare in una galassia semisepolta di teorie bislacche, folli o magari plausibili ma dimenticate; e poi perché approcciarsi a queste scienze “non ortodosse”, se da un lato diverte, e molto, dall’altro spinge a riflettere. Ogni voce dell’enciclopedia è contrassegnata da un simbolo che rimanda a diversi ambiti o categorie, in modo da comprendere subito di cosa stiamo parlando. Le dieci categorie sono le seguenti:

1. Scienze e teorie elaborate da eterodossi scientifici e mattoidi scienziati;
2. Scienze e teorie inventate da letterati e artisti;
3. Scienze e teorie comiche, effimere, parodie di scienze;
4. Scienze della fantascienza e utopiche;
5. Scienze e teorie non riconosciute, marginalizzate, alternative alla scienza ufficiale;
6. Scienze e teorie dimenticate, scomparse, abortite;
7. Scienze potenziali, al confine di altre scienze;
8. Scienze e teorie bizzarre, avanzate da studiosi accademicamente riconosciuti;
9. Scienze occulte, paranormali, magiche, religiose;
10. Studi su pseudoscienze, su mattoidi scienziati ed eterodossi scientifici.

Dalle teorie sulla Terra cava, alla “bestemmiologia”, dalle più disparate cosmogonie alternative fino alla teologia genetica,ogni pagina dell’enciclopedia è un’incessante sorpresa che dimostra come nella storia della scienza ci sia sempre stato qualcuno che cercava di immaginare le cose da una nuova prospettiva. Sarebbe facile, e rassicurante, ridurre molte di queste teorie ad infantilismi o errori concettuali. Siamo abituati a dire: “ieri pensavamo che…, mentre oggi sappiamo che…”, come se la verità fosse stata raggiunta senza ombre di dubbio. Eppure qualsiasi conquista è provvisoria, e ogni sapere viene invariabilmente ampliato, ridefinito, corretto, in un costante affinamento. E tutto questo è possibile perché una moltitudine di uomini, alcuni scienziati, altri artisti, altri pazzoidi strampalati, continuano a porsi domande ed elaborare risposte. Che molte di queste teorie siano bislacche e assurde non fa che testimoniare il fascino dell’infinita ricerca: l’uomo che esce dipinto da queste pagine è, per fortuna, sempre pronto a dimenticare le “verità assodate”, e immaginare possibilità e punti di vista inediti e diversi.

Piero Bocchiaro

PSICOLOGIA DEL MALE

(2009, Laterza)

Perché si fa il male? Chiunque, posto in una determinata condizione, sarebbe in grado di farlo? Il piccolo, apparentemente innocuo libriccino di Piero Bocchiaro racchiude in realtà uno specchio nel quale non vorremmo (ma dovremmo) fissare lo sguardo. Prendendo spunto da quattro dei più famosi e controversi esperimenti di psicologia sociale (l’esperimento di Milgram, quello di Darley e Latané, l’arcinoto esperimento carcerario di Stanford e un ulteriore esperimento di Zimbardo), Bocchiaro estende i risultati della ricerca “in laboratorio” ad alcuni fatti di cronaca, per analizzarli alla luce dei dati sperimentali. Si affrontano quindi il caso del gerarca nazista Eichmann; il delitto Genovese, giovane italo-americana assassinata dinanzi allo sguardo passivo di 38 testimoni; la tragedia dell’Heysel, stadio belga scenario di un sanguinoso scontro fra tifoserie; e le torture di Abu Ghraib, carcere tristemente noto per gli atti disumani perpetrati da alcuni militari americani sui detenuti iracheni. Con linguaggio chiaro e comprensibile anche ai non addetti ai lavori, l’autore ci accompagna attraverso decenni di ricerche psicologiche che indagano le motivazioni della violenza e del mancato soccorso.

Sapevate che se venite aggrediti in un posto affollato avete paradossalmente meno possibilità di essere soccorsi che se l’aggressione accade in un vicolo semideserto? Siete davvero sicuri che rifiutereste l’ordine di un superiore che vi intima di usare violenza su un vostro collega? Quando vedete in televisione episodi di sciacallaggio, giudicate quelle persone dei “vandali” e siete intimamente convinti che voi, una cosa del genere, non la fareste proprio mai? Purtroppo, le ricerche in ambito della psicologia sociale dimostrano che tutti, chi più chi meno, posti nella “giusta” situazione straordinaria, sono capaci e pronti a fare ciò che, in momenti più normali, definirebbero “azioni malvagie”. Scopriamo così che molte delle nostre certezze sono piuttosto fragili: la nostra auto-immagine di persone buone e generose, pronte ad intervenire per aiutare il prossimo, e di certo lontane da pulsioni di violenza, viene a poco a poco messa in discussione. Eppure, nel momento in cui ci rendiamo conto dei meccanismi psicologici che scattano in situazioni di emergenza, ne usciamo rafforzati; e chissà che, grazie a questo piccolo libro, non finiremo magari per riconoscere il “tranello mentale” in cui stiamo cadendo, e riuscire ad agire nel modo in cui davvero desideriamo agire.

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Le sorelle Shepherd

Date un’occhiata a questa fotografia:

Non sembra esserci nulla di strano: sono tre sorelle, Bethony, Megand e la piccola Ryleigh. La cosa sorprendente, però, e che queste sono tre gemelle.

A seguito di alcuni problemi di endometriosi e cisti ovariche, la signora Sheperd decise assieme a suo marito di sottoporsi ad alcune terapie per l’impianto di embrioni. I medici prelevarono 24 ovuli, e ne fecondarono 14 con successo. Nel 1998, alla signora Shepherd vennero impiantati due embrioni fertilizzati, mentre gli altri vennero criogenizzati. La gravidanza andò bene, e Bethony e Megand nacquero senza problemi, anche se premature di 6 settimane.

Poi, 11 anni più tardi, gli Shepherd decisero che avrebbero voluto un terzo bambino. E utilizzarono uno degli embrioni criogenizzati all’epoca della prima gravidanza. Quindi, benché abbiano 11 anni di differenza di età, le tre sorelline sono a tutti gli effetti gemelle. O forse non possiamo definirle tali, in quanto non sono nate nello stesso momento?

Al di là del caso singolo, questo è un interessante esempio di come il progresso tecnologico ci porta a ridefinire e reinventare tutti i nostri paradigmi identitari. Come preconizzavano i grandi scrittori di fantascienza della seconda metà del ‘900 (Ballard, Dick, Burroughs), le nuove possibilità che la scienza ci offre non trovano spesso un adeguato corredo psicologico, cioè siamo ancora poco pronti a comprenderne le implicazioni. Dovremo sostituire la nostra idea di uomo e di identità, un tempo fissa, concreta e inattaccabile, con una nuova visione molto più fluida, proteiforme e indefinita?

Nel frattempo, la piccola Ryleigh se la spassa e mostra un grande appetito. “È come se stesse cercando di rifarsi del tempo perduto”, dice la mamma.

Scoperto via Oddity Central.

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Automi & Androidi

La storia degli automi meccanici si perde nella notte dei tempi, e non è nostra intenzione affrontarla in maniera sistematica o esaustiva. È interessante però notare che nella Grecia classica, così come nella Cina antica, l’ingegneria meccanica era forse più avanzata di quanto non sostenga la storia ufficiale. Gli archeologi sono sempre più aperti alla nozione di scienza perduta – vale a dire una conoscenza già raggiunta in tempi antichi e poi, per cause diverse, persa e “riscoperta” in tempi più recenti. Meccanismi come quello celebre di Anticitera sono “sorprese” archeologiche che fanno soppesare daccapo l’avanzamento tecnologico di alcuni nostri antenati così come è stato supposto fino ad ora (senza peraltro arrivare alle fantasiose ipotesi extraterrestri o a ingenue rivisitazioni esoteriche o new-age delle epoche passate).

Nonostante quindi ci sia pervenuta voce di automi meccanici complessi e realistici da epoche e regioni non sospette, i primi veri robot storicamente documentati risalgono ai primi del 1200 in Medioriente, e sono attribuiti al genio ingegneristico dello scienziato, artista e inventore Al-Jazari. Per intrattenere gli ospiti alle feste, si dice avesse creato una piccola nave con quattro automi musicisti che suonavano e si muovevano realisticamente; un altro suo automa aveva un meccanismo simile alle nostre moderne toilette: ci si lavava le mani in una bacinella e, tirata una leva, l’acqua veniva scaricata e il meccanismo dalle avvenenti forme di ancella riempiva nuovamente la vaschetta. (E le meraviglie inventate da questo genio non si fermavano qui).

Tra i molti inventori che misero a punto automi meccanici, fra Cina, Medioriente e Occidente, spicca anche il nostro Leonardo da Vinci, che aveva progettato un cavaliere in armatura semovente, destinato forse al divertimento per i nobili invitati ai simposi.

Nel Rinascimento, ogni wunderkammer che si rispettasse ospitava qualche automa pneumatico, idraulico o meccanico: nobiluomini di latta che fumavano, dame metalliche che cantavano, cigni e pavoni meccanici che si muovevano e drizzavano il piumaggio. Jacques de Vaucanson (inventore del telaio automatico, così come di molti altri meccanismi tutt’oggi adoperati negli utensili domestici) costruì un’anitra di metallo che ad oggi resta un automa insuperato per complessità. L’anatra poteva bere acqua con il becco, mangiare semi di grano e replicare il processo di digestione in una camera speciale, visibile agli spettatori; ognuna delle sue ali conteneva quattrocento parti in movimento, che potevano simulare alla perfezione tutte le movenze di un’anatra vera.

Nel ‘700 gli automi erano una moda e un’ossessione per molti inventori. Il loro successo non accennò mai a declinare anche nel secolo successivo. Ma da semplici curiosità o giocattoli automatizzati sarebbero divenuti molto più intriganti con l’avvento, nella seconda metà del XX secolo, delle nuove tecnologie, dell’informatica e del concetto di robot  portato avanti dalla fantascienza.

Con l’affermarsi della cibernetica e della robotica, gli automi meccanici fecero il grande passo. Autori di science-fiction quali Asimov, Bradbury, e poi Dick, Gibson e tutta la stirpe degli scrittori cyberpunk ne celebrarono il potenziale destabilizzante. Abbiamo già parlato del concetto di Uncanny Valley, ovvero quel punto esatto in cui l’automa diviene un po’ troppo simile all’essere umano, e suscita un sentimento di paura e repulsione. Gli autori di fantascienza del ‘900, trovatisi per primi a confrontarsi con i prototipi di computer in grado di tener testa a un esperto giocatore di scacchi, o alle primissime generazioni di robot capaci di azioni complesse, non potevano che descrivere un’umanità minacciata da una “presa di controllo” da parte delle macchine. Una visione piuttosto ingenua e “antica”, forse, vista alla luce della nostra realtà in cui i computer ci aiutano, ci connettono e ci sostengono in modo così pervasivo. Eppure…

…eppure. Ecco le domande interessanti. A che punto siamo oggi con gli androidi (così vengono chiamati i moderni automi)? A che livello sono giunti gli scienziati? Quali sono le novità che gli ingegneri sfoggiano alle mostre e alle convention? Ci fanno ancora paura questi esseri automatizzati che simulano le espressioni e i movimenti umani? Il fascino degli automi, e le domande che ci pongono, divengono sempre più concreti. Se fra qualche anno vi trovaste a chiedere informazioni a una signorina seduta dietro a un bancone della reception, e scopriste dopo poco che vi trovate davanti a un perfetto automa, la cosa vi darebbe fastidio? Donare un’identità sempre più definita a una macchina, confondere l’organico e il meccanico, è davvero uno scandalo, come preconizzavano gli autori di fantascienza del secolo scorso? Può davvero un automa troppo umano far vacillare la nostra sicurezza, perché toglie qualcosa alla nostra stessa unicità? Potete decidere voi stessi, dando un’occhiata a questi recenti video.

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Immortalità

La paura della morte è un processo psicologico riscontrabile in pressoché tutte le culture, ed è dovuto alla capacità del pensiero umano di figurarsi in future e passate situazioni, a trascendere il presente per visualizzare immagini differenti. La certezza della nostra dipartita deriva dall’osservazione della più basilare delle leggi naturali: il mondo è un continuo cambiare di forme, un aggregarsi e un disgregarsi senza tregua, e se siamo vivi lo dobbiamo al fatto che qualcun altro è morto. Quindi, sappiamo che siamo spacciati. Allacciamo la cintura di sicurezza ogni giorno, guardiamo bene prima di attraversare sulle strisce, facciamo check-up medici, ma in fondo sappiamo che prima o poi toccherà a noi. Secondo alcuni psicologi questo terrore è talmente paralizzante che la stessa cultura non sarebbe altro che uno stratagemma per sfuggire dalla paura della morte: un complesso sistema di produzione di senso, di modo che ci illudiamo di sapere cosa ci serve, cosa è importante, cosa si può fare e cosa no, quali sono le regole del successo, quali sono i valori e le tradizioni, chi siamo veramente –  un’imponente struttura simbolica in cui ognuno occupa una precisa posizione con doveri e diritti. Questo per combattere l’idea della morte, che annulla ogni senso e vanifica ogni nostro sforzo.

Dall’altro versante, la morte è stata combattuta concretamente e simbolicamente con le tecniche più disparate. Dagli elisir di lunga vita e la ricerca della pietra filosofale nell’alchimia classica, alle pratiche magiche e spirituali del Taoismo religioso, fino alla costruzione di mitologie che spostassero la vita oltre i limiti del corpo vero e proprio (il Nirvana, l’aldilà, la resurrezione Cristiana, ecc.) o che concedessero la consolazione di un’immortalità differita (raggiunta attraverso opere artistiche o dell’ingegno, attraverso la rilevanza storica acquisita dalla persona, attraverso l’atto di mettere al mondo dei figli per continuare a “vivere” nel loro ricordo, ecc.).

Oggi però anche la scienza tenta l’impossibile. Da trent’anni i ricercatori stanno studiando e mettendo a punto processi che rallentino l’invecchiamento. Ovviamente restare giovani non basterebbe, ma dovrebbe essere coadiuvato da ulteriori progressi medico-chirurgici per proteggerci da malattie e incidenti. Inoltre il quadro si complica se pensiamo alla densità di popolazione attuale – andrebbero risolti ovviamente anche i problemi relativi alle risorse energetiche. Da queste poche righe, è chiaro che stiamo parlando ancora di estrema fantascienza, nonostante l’ottimismo di alcuni ricercatori (vedi questo articolo).

A quanto ne sappiamo, in natura esiste un solo animale virtualmente immortale. Si tratta della turritopsis nutricula, un tipo di idrozoo della famiglia Oceanidae. Questa medusa è l’unico animale in grado di invertire il proprio orologio biologico: dopo aver raggiunto la maturità sessuale, la t. nutricula è capace di ritornare allo stadio immaturo, e regredire allo stato di polipo. Un po’ come una farfalla che si tramutasse in bruco, insomma. Questa sorprendente trasformazione è possibile grazie a un processo chiamato transdifferenziazione, in cui un tipo di cellula altera il proprio corredo genetico e diviene un altro tipo di cellula. Altri animali sono capaci di limitate transdifferenziazioni (ad alcune salamandre possono crescere nuovi arti), ma soltanto la t. nutricula rigenera il suo corpo tutto intero. Il processo teoricamente potrebbe essere ripetuto all’infinito, se non fosse che le meduse sono soggette agli stessi pericoli degli altri animali e poche di loro arrivano ad avere l’opportunità di ritornare polipi, prima di finire sul menu di qualche pesce più grosso. Ma, chi lo sa? forse proprio questa minuscola medusa svelerà agli scienziati il segreto per invertire l’invecchiamento.

Il progresso tecnologico avanza a passi da gigante. La scienza si sta già avvicinando alla produzione di organi di ricambio, la ricerca su clonazione, staminali e nanotecnologie applicate alla medicina promette di cambiare il modo in cui pensiamo al futuro. L’idea che non noi, non i nostri figli, ma magari i nostri lontani pronipoti potrebbero avere accesso a vite, se non eterne, lunghe qualche centinaio di anni, stimola la fantasia e pone inediti problemi morali e filosofici. Certamente molti lettori, stando al gioco della speculazione fantascientifica, si domanderanno: ne vale davvero la pena? Chi vorrebbe vivere così a lungo? Non sarebbe forse meglio trovare un modo per imparare a morire serenamente, piuttosto che imparare a vivere in eterno? Altri penseranno invece che, se c’è questa possibilità, perché non provare?

Se qualcuno fosse curioso di approfondire il discorso, questo libro di E. Boncinelli e G. Sciarretta traccia il sogno dell’immortalità dalle origini mitologiche fino alla scienza moderna; il bellissimo documentario Flight From Death – The Quest for Immortality analizza invece la psicologia della morte, la creazione della cultura come schermo protettivo, e l’accettazione del nostro destino finale.

In chiusura, proponiamo come spunto di riflessione la splendida incoscienza (e l’intuitiva saggezza) di una delle più belle fiabe, il capolavoro di James M. Barrie Le Avventure di Peter Pan: “Morire sarà una grande meravigliosa avventura.”

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