Le fate crudeli

Dite addio a Campanellino, e alle graziose fate delle fiabe della vostra infanzia. Ecco che arrivano le aggressive, violente, rissose fate di Tessa Farmer.

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Tessa Farmer è nata a Birmingham, nel Regno Unito, nel 1978. Diplomatasi alla Ruskin School of Drawing & Fine Art di Oxford, le sue incredibili opere le hanno già fruttato numerosi premi e riconoscimenti. Si tratta di installazioni del tutto particolari, in quanto realizzate unicamente con materiale biologico: insetti, piccoli animali, foglie, rametti, ecc.; ma la peculiarità delle sculture è di essere talmente minuscole che per apprezzarne appieno i dettagli è necessaria una lente d’ingrandimento. Il lungo e laborioso lavoro di assemblaggio dà vita a degli impressionanti diorami le cui protagoniste assolute sono proprio le fate, create con ali di insetto e un intreccio di microscopiche radici.

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Ma le fate di Tessa Farmer sono, come dicevamo, molto distanti dalla raffigurazione iconografica tradizionale e folkloristica: si tratta di piccole creature scheletriche, orribili, dall’espressione e dai modi truci.

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Ogni diorama raffigura un differente massacro ad opera dell’armata dei bellicosi esserini alati. L’opera intitolata The Resurrection Of The Rat (2008), viene presentata ufficialmente così:

Le fate hanno catturato, ucciso e mangiato la carne del ratto, prima di rilavorare la sua struttura ossea al fine di creare un’architettura multifunzionale. C’è una sezione adibita a gabbia, un nido di vespe e diverse aree per esperimenti e torture.

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Ancora più fantastica e terribile la descrizione dell’installazione chiamata The Desecration Of The Swallow, del 2007:

Le mosche stavano deponendo le uova sulla rondine, e le loro larve stavano consumandola, finché le fate gliela sottrassero, e la fecero volare nuovamente imbrigliando insetti alati al suo corpo. Ora è divenuta una nave nella loro flotta, oltre che un pasto.

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Le opere di Tessa Farmer, fantasie macabre e dalla crudele ironia, colpiscono lo spettatore non soltanto per la complessità della loro realizzazione ma soprattutto per il modo in cui giocano con il nostro immaginario, capovolgendo le connotazioni classiche associate alla figura delle fate. Da sempre simbolo della Natura incontaminata e magica (benefica), esse sono qui proposte come esponenti della parte più inquietante del regno animale: quella dell’aggressione parassitaria, dello sfruttamento al di là dei fini alimentari, del sadismo, della carneficina.

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Ma le apocalissi in miniatura della Farmer suggeriscono anche un secondo livello di lettura. Forse, ciò che rende questi esserini talmente odiosi è la loro sospetta, inquietante somiglianza con la specie umana.

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Ecco il sito ufficiale di Tessa Farmer.

Finte meraviglie

Sulla strada del meraviglioso, non è tutto oro ciò che luccica. Dai mostri più stupefacenti, agli spettacoli circensi più mirabolanti, gli imbonitori hanno sempre saputo sfruttare i “falsi” creati ad arte per raggirare e abbindolare i creduloni.

Già all’inizio del 1500 erano diffusi i Jenny Haniver: si trattava di cadaveri rinsecchiti di sirene o di fate dei fondali marini, esseri fantastici e inquietantemente umani nell’aspetto, nonostante avessero tutte le caratteristiche di un pesce.

In realtà erano dei falsi creati a partire da un tipo di razza, o dal pesce chitarra, che veniva tagliato, arricciato, ricucito ed essiccato per assumere sembianze antropomorfe. Si tratta di uno dei primi esempi di tassidermia “creativa”. L’etimologia del nomignolo “Jenny Haniver” è controversa (pare che derivi dai pescatori di Anversa, che potrebbero aver iniziato la tradizione di costruire e vendere questi falsi); fatto sta che ancora oggi in alcuni negozi turistici di mare si possono trovare questi souvenir particolari. La cosa davvero incredibile, però, è che ancora in tempi recenti c’è chi continua a cascarci: nel 2006 il Giornale di Brescia segnalò un Jenny Haniver come un possibile cadavere di extraterreste!

Sulla stessa linea, la Sirena delle Fiji, qui sopra, è divenuta un vero e proprio classico – diciamo la regina dei “sideshow gaffs“, ovvero dei falsi esposti come curiosità all’interno dei Luna Park americani a cavallo fra l’800 e il ‘900. I primi “cadaveri” di sirene erano già un must delle wunderkammer rinascimentali, ma l’idea di esibirle all’interno dei sideshow si deve, manco a dirlo, all’incredibile inventiva e fiuto del “Santo Patrono degli imbonitori”, Phineas T. Barnum. Presentate come mummie di veri ibridi uomo-pesce, divennero ben presto un pezzo fisso e irrinunciabile delle fiere itineranti americane, e vengono prodotte ancora oggi con tecniche miste (scultoree e tassidermiche).

Più tardi, alcuni sideshow progettarono un sistema più “realistico” per esibire le Sirene delle Fiji: non si trattava più di pupazzetti mummificati, ma di un complesso sistema di specchi che permetteva di proiettare l’immagine di un’attrice all’interno di un acquario. Si racconta l’aneddoto di una di queste “sirene” che sbadatamente cominciò a fumare una sigaretta – nonostante fosse “sott’acqua” – provocando le ire degli spettatori.

Lo stesso Barnum portò a livelli scientifici una prassi comune nei Luna Park dell’epoca: far passare per freaks delle persone normalissime, in modo da rimpinguare le fila delle “meraviglie umane” esibite all’interno del freakshow. Già a una prima occhiata avrete indovinato che il gentiluomo qui sopra, Pasqual Pinon, portava una improbabile faccia posticcia sulla parrucca, piuttosto che essere davvero “il Messicano a Due Teste”. Allo stesso modo, la “meraviglia a tre occhi” aveva un occhio finto incollato alla fronte, i “gemelli siamesi Adolph e Rudolph” si esibivano legati alla vita (uno dei due aveva le gambe atrofizzate e minuscole, e le nascondeva nei pantaloni dell’altro), le sorelle Milton erano tutt’altro che siamesi. Queste ultime, in particolare, scioccavano gli spettatori inscenando una violenta lite e “separandosi” in diretta, uscendo poi stizzite dai due lati del palcoscenico.

Per un impresario circense dell’epoca, arrivare a scritturare un albino non era abbastanza. Occorreva trasformarlo in qualcosa di ancora più fantastico e meraviglioso. Doveva diventare “l’ultimo Atlantideo”, il “Re dei Ghiacci”, o “l’Uomo di Marte”. Ma c’è una figura ancora più emblematica di questa verve inventiva nel presentare come abnorme e curioso qualcosa che in verità era molto meno affascinante.

Il geek era un’attrazione che normalmente apriva il freakshow. Veniva presentato talvolta come “anello mancante” tra l’uomo e l’animale, o come “ragazzo selvaggio”, o più semplicemente come un essere bestiale senza capacità di parola – una sorta di mostro vorace e famelico. All’interno di una gabbia, o di un’arena circolare, il geek grugniva e sbavava in modo animalesco, mentre gli venivano lanciati dei polli vivi (più raramente, serpenti). Il “mostro” li rincorreva a quattro zampe finché, afferratone uno, gli strappava la testa con un morso e la inghiottiva. Lo spettacolo era violento e turbava non poco gli spettatori: spesso le signore svenivano alla vista dell’inumana abiezione di quell’essere. In realtà si trattava di un attore, molto spesso un senzatetto alcolista che inscenava questa recita pur di rimediare qualche bottiglia di whiskey. Oggi il termine è stato preso a prestito dagli amanti della tecnologia (che si definiscono geek in contrapposizione a nerd, che ha una connotazione negativa).

Ma forse il primo premio nelle finte meraviglie inventate per raggirare gli spettatori va nuovamente a P. T. Barnum. Non contento di esibire 500.000 curiosità, vere e finte, provenienti dai quattro angoli del pianeta, egli escogitò forse la bufala delle bufale: un’attrazione che non esiste!

Nel suo museo, appena entrati, gli spettatori vedevano un cartello con la scritta “THIS WAY TO EGRESS”. Nessuno sapeva cosa fosse questo misterioso Egress, ma di sicuro suonava come una meraviglia inedita, così tutti si affrettavano in quella direzione. Peccato che “egress” fosse un termine arcaico per “uscita”. Così, poco dopo essere entrati, gli spettatori si trovavano fuori dal museo e, se volevano rientrare, erano costretti a pagare un altro quarto di dollaro…

It’s only show biz!