Vagina dentata

Con l’espressione latina vagina dentata si designa uno dei più antichi archetipi dell’umanità: rappresentazioni mitiche dei genitali femminili provvisti di una feroce dentatura si possono riscontrare in culture e tradizioni diversissime tra loro.

In quella che può essere letta come una primitiva forma di monito sui pericoli della vagina, già  Esiodo racconta che, prima ancora di essere nato, Crono castrò il comprensibilmente sorpreso padre Urano dall’interno della vulva di sua madre Gea. In molti altri racconti mitologici, l’eroe deve invece farsi strada attraverso l’enorme vagina, armata di fauci, di una dea: questo accade nei miti della fondazione dei Maori, così come in quelli delle tribù dei Chaco del Paraguay, o dei Guiana del Sudamerica. Dalle popolazioni del Nordamerica a quelle dell’Asia sud-orientale, questa mostruosa minaccia era una paura fondamentale. Anche in Europa, in particolare in Irlanda e in Gran Bretagna, sulle cattedrali e sugli spalti dei castelli spiccavano in bella mostra le Sheela na Gig, doccioni scolpiti nella forma di donne che mostrano vulve ingigantite e inquietanti.

Come è intuibile, questo tipo di mito si riferisce a una paura inconscia di tipo squisitamente maschile, tanto che Sigmund Freud vi lesse un simbolo dell’ansia di castrazione, quell’angoscia cioè che tutti i maschi adolescenti provano quando confrontati per la prima volta con l’organo riproduttivo femminile. Altri invece vi vedono un’allegoria della frustrazione del vigore maschile, che nel rapporto sessuale entra “trionfante” e ne esce sempre “diminuito”. In questo senso, è chiaro come la vagina dentata si relazioni con il tema antico della puella venenata (la “fanciulla velenosa”), con altri miti come il succubo (che aveva forse la funzione di spiegare le polluzioni notturne), e con le figure spermofaghe femminili che si cibano della linfa vitale del maschio come ad esempio il demone mesopotamico Lilith.

La storia della vagina dentata, talvolta raccontata ai bambini, sarebbe servita come deterrente contro le molestie o il sesso occasionale. In effetti anche in tempi recenti, durante la guerra del Vietnam, fra le truppe americane circolava la leggenda di prostitute alleate dei Vietcong che inserivano all’interno delle loro vagine lame di rasoio o schegge di vetro per mutilare gli imprudenti soldati che avessero fatto sesso con loro.

Quello che pochi sanno è che, in via del tutto teorica, una vagina dentata sarebbe biologicamente possibile. Le cisti dermoidi sono ammassi di cellule specializzate fin dal livello embrionale: se queste cellule finiscono in una zona del corpo non corretta, possono comunque far crescere capelli, ossa o degli abbozzi di denti. Le cisti dermoidi inguinali, però, non si localizzano in zona vaginale, quanto piuttosto all’interno, vicino all’ovaio. Inoltre, anche ammettendo lo scenario implausibile della produzione di una dentatura vera e propria, questi denti sarebbero comunque racchiusi all’interno del tessuto della cisti stessa.

Quindi, nonostante possiate trovare sulla rete notizie di alcuni fantomatici “casi medici” di cisti interne che avrebbero fatto crescere dei denti bucando le pareti dell’utero, in realtà la vagina dentata resta sempre e soltanto un affascinante mito.

Com’era prevedibile, anche il cinema ha spesso sfruttato quest’idea perturbante: il più recente caso è la commedia horror Teeth (Denti, 2007 di M. Lichtenstein), storia di un’adolescente che scopre che le sue parti intime sono piuttosto aggressive durante l’atto sessuale. Meno ambizioso e fortunatamente più conscio del potenziale ironico del proprio soggetto è il b-movie giapponese Sexual Parasite: Killer Pussy (2004, di T. Nakano).

Anche in Tokyo Gore Police (2008, di Y. Nishimura) una ragazza mutante si ritrova con una vera e propria mascella di coccodrillo al posto delle cosce:

Della vagina dentata hanno scritto inoltre grandi autori, come il nostro immenso Tommaso Landolfi, Stephen King, Dan Simmons, Neil Gaiman, Mario Vargas Llosa e molti altri.

Un saggio italiano dedicato all’argomento è 32 simboli. Denti, morsi e vagine dentate (Trieste, Einaudi, 2004), di Roberto Lionetti e Luisa Iovine.

Loto d’oro

Con il poetico nome di Loto d’oro, o Gigli d’oro, si designava la pratica cinese di deformazione artificiale dei piedi femminili. Oggi questo termine è sostituito da altri meno discriminatori: il riferimento al fiore che ondeggia nel vento era infatti dovuto all’andatura oscillante che i piedi conferivano alla donna.

Pratica durata all’incirca mille anni, e progressivamente abbandonata nella prima metà del 1900, la fasciatura dei piedi era messa in atto fin dalla più tenera età (dai 2 agli 8 anni) con l’intento di rendere e mantenere la lunghezza del piede intorno agli 8 centimetri. Purtroppo, però, nelle classi meno abbienti le bambine venivano mandate a lavorare molto presto: di conseguenza, il Loto d’oro veniva praticato soltanto quando dovevano sposarsi, intorno ai 15 anni, rendendo il processo ancora più doloroso e traumatico, in quanto le ossa erano completamente formate e meno elastiche.

La tecnica consisteva innanzitutto nel piegare le quattro dita più piccole verso la pianta del piede, lasciando intatto soltanto l’alluce. In seguito, un’ulteriore fasciatura era applicata, con l’intento di avvicinare il tallone all’alluce, inarcando il collo del piede. Molto spesso la carne in eccedenza fra alluce e tallone veniva asportata con un coltello mano a mano che il piede si distorceva.

Come si può intuire, camminare in queste condizioni provocava incessanti e atroci sofferenze: le ossa  si frastagliavano lentamente per poi saldarsi in modo irregolare. Spesso i metatarsi si rompevano, o venivano appositamente rotti, così come le articolazioni. I piedi necessitavano inoltre di continue attenzioni: le unghie andavano tenute cortissime, i calli andavano tagliati, le pieghe della pelle cosparse di allume per disinfettarle. Nonostante tutte le cure, le fuoriuscite di sangue e pus, e le infezioni, erano continue.

Per raggiungere una completa deformazione passavano dai 3 ai 10 anni. Alla fine, il tallone rimaneva l’unico punto d’appoggio: le scarpine dovevano quindi essere molto rigide e, al contempo, continuare a costringere il piede in modo che la deformazione non regredisse. Andavano infatti indossate anche di notte.

Nelle epoche passate i piccoli piedi femminili, oltre che essere esteticamente (ed eroticamente) attraenti, erano una sorta di “carta d’identità” che attestava la virtù, la sopportazione del dolore, la docilità e le abilità muliebri della donna.

Un decreto imperiale abolì la pratica della fasciatura del piede nel 1902, ma la resistenza che il popolo cinese oppose al cambiamento fece sì che ancora 50 anni dopo la pratica non fosse stata del tutto abbandonata. Pare anzi che fossero le stesse donne le più restie a sbarazzarsi di questa antica tradizione, in motivo dei vantaggi sociali che apportava.